giovedì, gennaio 31, 2008

Il libro della settimana: Nicola Vacca, Ti ho dato tutte le stagioni, Manni, 2007, pp. 48, euro 9,00.

Prima di tutto una confessione. L’amico poeta Nicola Vacca mi ha gradualmente ricondotto all’apprezzamento della poesia. Impresa ardua. Soprattutto quando ci si rivolga a un affamato lettore di saggistica, spesso per necessità, come chi scrive. E di questo gli sono grato.
Ora però devo parlare, e ovviamente non da critico, di questa sua ultima raccolta, Ti ho dato tutte le stagioni (Manni 2007, pp. 48, euro 9,00 – info@mannieditori.ithttp://www.mannieditori.it/ ).
Come scrive Antonio Debenedetti nella prefazione, offrendoci una eccellente chiave interpretativa, “la lettura di queste poesie comporta l’accettazione di un’idea laica dell’inferno come solitudine, come separazione dall’altro. L’inferno è la perdita dell’altro. Si tratta di un assunto semplice nella sua terribilità e Vacca ne conosce tutta la portata” (p. 5).
Ecco si tratta di una poesia che parla dell’inferno del dolore, ma che al tempo stesso lo sfida. Quel dolore che si prova quando una persona cara scivola nella malattia. Ma al quale di deve pure reagire. E Nicola ne sa qualcosa: “Siamo la voce delle spade/che strappano i nostri corpi./ Sappiamo guardare il vero/dentro i tagli aperti./ Sapremo essere insieme/quello che ci toglie il dolore” (p. 34).
Ma che cos’è il dolore per il poeta? “Spine nelle tua carne” (p. 44). Dunque dolore fisico. Non solo: “Non hai torto quando/ dici che il dolore è/ l’errore fatale di Dio” (p. 46). Un dolore che perciò ha le sue ragioni metafisiche. Parleremmo, "quasi" come Nicola, di errore metafisico… Cosicché: “Alla fine non resta/ che ascoltare la liturgia/ dell’amore, il controcanto/ alla materia che saccheggia/ questa carne di cui siamo fatti”(p. 27). Un vita, insomma, che con l’occhio del sociologo, scopriamo ristretta tra materialità, amore, dolore, e “ silenzio di Dio/davanti alle nostre domande”(p.40).
Si dirà, “miscela classica”, molto neoromantica… E invece non è così. Perché in questa raccolta, come nell’ opera poetica di Nicola, c’è una autentica volontà di cognizione del dolore, che va oltre ogni traccia di compiaciuta lotta triadica tra carne, morte e diavolo. E che avvertiamo nella sua capacità di cogliere poeticamente il rapporto tra dolore e imprevedibilità, tra dolore e caso: “Spesso si cade sotto i colpi/ della vita. Mi dici sempre/ che non hai fatto niente di male/per avere questa lama nella carne./Il dolore arriva senza annunciarsi: nulla è come prima” (p. 31). Prendendo spunto da una celebre espressione della Arendt, si potrebbe parlare, seguendo la poesia di Nicola, di casualità del male, e dunque del dolore. Una casualità che travolge la nostra temporalità dell’ordinario sociale, spingendoci a entrare in un' altra dimensione temporale, all’inizio sconosciuta, segnata da un dolore, spesso assoluto, non voluto, e sentito come immeritato.
In ultima istanza, crediamo che il dolore per Nicola sia inspiegabile e insondabile. Con sullo sfondo l'immagine granitica di un Dio silente. Ma al tempo stesso capace, nonostante i suoi silenzi, di risvegliare, se all’amore che nasce dal dolore vogliamo pur attribuire un senso, la nostra povera umanità: “Non mi sono arreso/alle spine nella tua carne./La necessità di appartenerti/ ha avuto ragione del vento/ che annienta e dice” (p. 44).
Conoscere il dolore significa avere, al tempo stesso, cognizione della casualità del male, ma anche della causalità dell’amore, come “necessità di appartenere” all’Altro che si ama.
Nicola, comunque la si metta, non siamo mai completamente soli.

mercoledì, gennaio 30, 2008

Il presidente Napolitano e il complesso di Weimar

Si vota? Non si vota? Difficile dire. Ma quel che stupisce è l’atteggiamento del Capo dello Stato. Giorgio Napolitano sembra voler temporeggiare. Vuole evitare le elezioni? Probabilmente. Ma crediamo che si comporti in questo modo, non per volgari interessi di parte come sostiene certa destra, bensì perché Napolitano, culturalmente incarna, ciò che ci piace chiamare il complesso di Weimar. Di che cosa parliamo?
Della Prima Repubblica tedesca, a indirizzo democratico, detta appunto di Weimar, città scelta nel 1919 come sede dell'Assemblea Costituente. Tutti ricordano che Hitler andò al potere nel 1933, determinandone la fine, dopo ripetute e affannose prove elettorali, avvenute nel triennio precedente, al termine delle quali, moltiplicando i suoi voti, risultò vincitore, incoronato dal popolo. Abbiamo qui semplificato, ma per approfondire, basta sfogliare qualsiasi libro di storia della Germania.
Ora la vittoria dell’antidemocrazia grazie alla democrazia, ha determinato nel secondo dopoguerra, e particolarmente nelle forze di tradizione antifascista (includendo perciò oltre a comunisti e socialisti, anche liberali e democratici cristiani), una sorta di timore nei riguardi delle elezioni, soprattutto se ripetute a breve scadenza. Timore che ha assunto forme legislative e caratteristiche politiche differenti nei vari paesi europei, sulle quale non possiamo qui soffermarci. Perché quel che preme sottolineare è la paura, ricorrente, nelle élite politiche antifasciste, che il popolo rischi sempre di consegnare la democrazia nella mani dell’antidemocrazia. Di qui, soprattutto nell’Italia, politicamente magmatica del dopo Tangentopoli, lontana anni luce dalle sistemiche certezze politiche fornite dal passato ideologema dell' “arco costituzionale”, il riproporsi, in misura crescente di questo timore. Sul quale, ovviamente, vanno a incidere, e spesso ad arte, anche questioni tattiche e di interesse, legate di volta in volta all' evoluzione della situazione economica e sociale, ma anche a certo costume politico italiano... E allora invece che di Hitler, si preferisce parlare, cercando di mascherare il "retropensiero", di "rischio-instabilità" per la politica, l'economia, eccetera.
Ma il nocciolo duro, ripetiamo, è costituito dal complesso di Weimar. Per farla breve: dalla paura di facilitare, attraverso l’uso dello strumento democratico per eccellenza, le elezioni, l’ascesa al potere di un altro Hitler. E i "complessi", per metterla sul “clinico-politico” condizionano sempre il comportamento politico consapevole di un individuo, accentuandone gli aspetti morbosi (sempre sul piano politico). Il che per una élite politica, che deve sempre mantenere i nervi saldi, è particolarmente grave.
Questo atteggiamento politico fa male o bene alla democrazia?
Qui bisogna essere realisti. Sussistono, infatti, due possibilità. Davanti a un pericolo oggettivo (squadre di uomini in armi, violenze politiche quotidiane nelle strade, nessuna possibilità di controllo sulle procedure di voto, connivenze provate tra l’amministrazione dello stato e le forze sovversive, eccetera) è giusto limitare il ricorso alle elezioni, per non favorire i nemici della democrazia. Ma in altre situazioni, opporsi ad elezioni, che sicuramente come nel caso italiano, anche ammessa la vittoria del centrodestra, non apriranno le porte a qualche nuovo Hitler, fa decisamente male alla democrazia. Soprattutto perché questa volontà “morbosa” di rinviare le elezioni può essere intesa da cittadini “sani”, come un atto di sfiducia verso la democrazia e in particolare verso le capacità decisionali dell’elettorato.
In conclusione, la paura di un’altra Weimar non giova alla politica. Perciò, e ci scusiamo per il tono forse troppo colloquiale, ci pensi bene Presidente Napolitano, prima di prendere qualsiasi decisione...

martedì, gennaio 29, 2008

Aumenta in Italia la concentrazione della ricchezza. Qualche riflessione sociologica

“Roma, 28 gen. (Adnkronos) - Aumentano il numero delle famiglie indebitate. In particolare sono quelle in cui il capofamiglia e' pensionato. Da quanto emerge da uno studio della Banca d'Italia sui ''I bilanci delle famiglie italiane nell'anno 2006'' si evidenzia che, nel 2006, le passivita' finanziarie sono risultate pari al 4,4 per cento della ricchezza netta e riguardano il 26,1 per cento delle famiglie italiane, in crescita rispetto al 2004 (24,6 per cento). Nell'ultimo decennio la ricchezza netta mediana per condizione professionale del capofamiglia mostra una forte crescita per le famiglie con capofamiglia pensionato, passando dal 70 al 100 per cento della mediana nazionale .
In calo, poi, la ricchezza relativa delle famiglie con capofamiglia dipendente, che dal 105 per cento della mediana nazionale nel 1995, scende all'84 per cento nel 2004. La ricchezza netta presenta, tra l'altro,una concentrazione maggiore di quella del reddito: il 10 per cento delle famiglie piu' ricche possiede quasi il 45 per cento dell'intera ricchezza netta delle famiglie italiane (nel 2004 era il 43 per cento).”

La distribuzione della ricchezza è connessa a due regolarità, una statistica e una politologica.
La prima riguarda la sua forma grafica “a fiasco”: pochi in alto, molti al centro, pochi in basso (ma sempre in misura maggiore rispetto ai detentori di ricchezze elevate).
La seconda consiste nel fatto, che quanto più la ricchezza si concentra in poche mani, a prescindere dai valori dei patrimoni medi, quanto meno una società è libera e democratica. Dal momento che quei pochi, di regola, decidono di fatto in luogo dei molti.
Ora, che il 45 per cento dell’intera ricchezza netta delle famiglie italiane sia posseduto dal 10 per cento di queste non è sicuramente un dato incoraggiante. Soprattutto se nei prossimi anni il trend continuerà a crescere. Evidentemente qualcosa non funziona nella sua distribuzione . Che cosa?
In primo luogo, su questa tendenza incide pesantemente l’ "elusione fiscale" (l'evasione pura e semplice, se ci si perdona la caduta di stile, è roba da ceti medi piccoli piccoli...). Si tratta di un fenomeno che riguarda soprattutto i ceti più ricchi, che godono di maggiori informazioni per eludere il fisco. Una possibilità legata appunto al fatto di poter permettersi consulenze “tecniche” di altissimo livello.
In secondo luogo, in Italia, paese familiaristico per eccellenza, tuttora si ritiene che i figli non possano farcela da soli nella vita... Di qui "l'aiutino", diciamo così, patrimoniale dei padri: tanto più consistente quanto più la famiglia è ricca. E che come principale conseguenza ha portato alla difesa della trasmissione del patrimonio familiare ai figli. Una difesa tanto più dura quanto più esso è ingente, spesso anche con ricorrendo a modalità elusive e/o illecite. Di qui la grande difficoltà politica di introdurre in Italia una tassa di successione, in grado di assicurare una migliore redistribuzione della ricchezza. Legata, ovviamente, anche allo scarso coraggio dei politici italiani.
In terzo luogo, accanto a queste cause strutturali, va aggiunta quella legata agli effetti economici delle “privatizzazioni”, che, seppure modeste, negli ultimi due decenni sono andate a rimpinguare le casse del capitalismo familiare italiano.
In quarto luogo, sul versante dell’impoverimento sociale, che rappresenta il controaltare della crescente concentrazione diricchezza, hanno inciso la precarizzazione dei rapporti di lavoro e il passaggio dalla Lira all’Euro. Soprattutto quest’ultimo fatto ha costituito una "benedizione" per coloro, che godendo di grandi patrimoni, hanno potuto mettere a frutto il rafforzamento dell’Euro, investendo all’estero. Mentre si è risolto in una "maledizione" per coloro, la maggioranza dei cittadini, che hanno visto eroso il già magro bilancio familiare. Di sicuro quei profitti conseguiti all’estero sono in parte rientrati in Italia, ma invece di andare ad accrescere gli investimenti dando così respiro ai salari e stipendi, sono finiti in lucrose acquisizioni immobiliari da parte del grande capitalismo familiare, attraverso terzi e/o società di investimento, legate al solito sistema della scatole cinesi.
Risulta perciò evidente che quanto più la politica italiana favorirà la precarizzazione del lavoro, la privatizzazione dell’economia e l'elusione fiscale dei grandi patrimoni, tanto più crescerà la disuguaglianza dei redditi e la concentrazione della ricchezza in poche mani.

lunedì, gennaio 28, 2008

Che cosa resta del Sessantotto italiano? Il neoliberismo.

Che cosa resta del Sessantotto italiano? Il neoliberismo. Ma procediamo per gradi.
Innanzi tutto si deve distinguere tra un Sessantotto culturale e un Sessantotto economico e sociale. Ora, l’eredità del Sessantotto culturale, già all’epoca segnato da un forte radicalismo di tipo individualistico, è oggi presente in quella cultura dei diritti civili, da molti presentata, e in particolare da certa sinistra liberal, come unica forma di democrazia politica. E coagulatasi in alcune leggi di contenuto civile, nel merito delle quali qui non desideriamo entrare, per non perdere il filo generale del nostro discorso. Mentre del Sessantotto economico e sociale, le cui premesse erano decisamente rivoluzionarie, non è praticamente restato nulla, a parte uno Statuto dei Lavoratori, oggi messo in discussione, perfino dagli stessi sindacati.
Il lato interessante della questione è rappresentato dalla apparente (come poi vedremo) frattura, appunto in termini di eredità, tra il Sessantotto politico e il Sessantotto economico-sociale. Perché la “rivoluzione” sì è fermata a metà? Influenzando il diritto civile, ma lasciando inalterate le strutture economiche e sociali? Per due ragioni.
In primo luogo, perché è mancata una spinta propulsiva e rivoluzionaria dal basso (con l'individualismo culturale, difficilmente si formano quadri rivoluzionari, a prescindere dalla forza o meno delle strutture a cui ci si vuole opporre…). Ma è anche mancata, da parte dei partiti politici di sinistra, la concreta volontà riformista di “tradurre” in leggi i contenuti economici e sociali del Sessantotto
In secondo luogo, e qui la responsabilità è ancora della sinistra partitica, perché si è accettato a livello legislativo uno scambio tra diritti civili e diritti economici e sociali. In certo senso, se ci si passa l’espressione, la sinistra si è gradualmente convertita a un radicale individualismo neoborghese. Fino al punto, almeno in alcune sue attuali componenti, di accettare la visione individualistico-libertaria, anche in campo economico e sociale, presentando il neoliberismo, come una politica di sinistra. Il che, in fondo, era ed è scontato. Dal momento che il liberismo economico, di regola, è lo sbocco naturale, diciamo così, del liberismo civile: una volta che si accetta l’uno, si finisce per accettare anche l’altro. E oggi i “prodotti” più genuini di questo processo sono Walter Veltroni e la cultura, anche economico-sociale, che ruota intorno al segretario del Pd, sopratutto a livello di un immaginario collettivo in linea con il mainstream neoliberista.
Credamo perciò che la sinistra debba cominciare a riflettere sul vero significato del suo scambio, neppure così occulto, con il potere costituito: diritti civili (che al potere economico non costano niente) per diritti economici e sociali (che invece costano molto).
Questo scambio a perdere (per la sinistra) ha provocato due conseguenze.
In primo luogo, si parla sempre più di diritti civili e sempre meno di diritti economici e sociali, anche all'interno della cosiddetta "sinistra radicale". Dal momento che, come spesso dichiarano politici di sinistra (anche insospettabili), la soluzione dei problemi economici e sociali non può non prescindere (o comunque non fare i conti) dalla "mano invisibile del mercato". In secondo luogo, questo “bagno collettivo” di individualismo culturale, iniziato nel Sessantotto, ha provocato a livello collettivo, anche all’interno dell’elettorato di sinistra, l’adesione a una cultura di tipo soggettivistico, dove la democrazia è intesa "teoricamente" come promozione della libertà del singolo, ma di "fatto" come libertà economica di "consumare" merci. E non come crescita delle libertà collettive dal bisogno. Certa sinistra "riformista" è perfino giunta al punto di criticare la stessa legislazione del welfare state perché di ostacolo allo sviluppo del mercato, e dunque dei consumi privati. E su questo terreno certo veltronismo finisce per "sposarsi" con il berlusconismo, dando vita a quel fenomeno che in altri post abbiamo definito veltrusconismo, e ai quali rinviamo.
In conclusione, quel che resta del Sessantotto italiano, è un fuorviante radicalismo dei diritti, ormai pienamente estesosi, indossando la veste del neoliberismo rampante, anche al campo economico e sociale.
Alcuni lettori potrebbero chiedersi perché non tornare indietro idealmente, e riannodare oggi il Sessantotto culturale a quello economico e sociale. Impossibile. Perché per fare un’operazione del genere, si dovrebbe puntare su una cultura comunitaria dei doveri collettivi. Cultura che implica il riconoscimento di un senso del dovere del singolo verso la comunità tutta. Quanto di più estraneo a una cultura come quella del Sessantotto, impregnata di radicalismo individualistico.
Semplificando, forse troppo per alcuni, si può dire che la sinistra potrà uscire dal vicolo cieco in cui è finita, solo dopo che avrà riscoperti culturalmente il valore della comunità e il significato politico dei doveri collettivi ( e non solo dei diritti individuali). E in questo farsi un poco destra (ovviamente non quella oggi su piazza...). O ancora meglio: andare oltre la sinistra e la destra…

sabato, gennaio 26, 2008

Il sabato del villaggio (2)


Effetti collaterali del capitalismo
Dal manifesto dei comunisti al manifesto dei consumatori.

Valori di oggi
Quanto costa un telefonino con il GPS ?

Valori di ieri
Quanto costa una telefonata interurbana?

Massimo Cacciari
Nichilismo alla Veneziana.

Gianni Vattimo
Il Nietzsche della porta accanto.


Guerre culturali post-moderne
Squadrismo mediatico contro berlusconismo stellare.


N.B.
Il post può essere ripreso, ma solo nella sua integralità e a condizione di indicare la fonte (C.G.).

venerdì, gennaio 25, 2008

La caduta di Prodi e il silenzio della “piazza” di sinistra

Ieri Prodi è caduto nel silenzio generale della “piazza” di sinistra ( girotondini, giustizialisti, ecologisti, pensionati, metalmeccanici, no-global). E questo ha un valore maggiore dei pochi voti venuti meno al Senato. Anche perché il silenzio è solo la punta dell' iceberg, che rivela lo stato di grave stanchezza e disorientamento in cui si trova l' elettorato di sinistra. Del resto i sondaggi da tempo davano il governo in picchiata. E, pur con il beneficio dell’inventario sociologico, chi scrive, nelle ultime settimane, si è trovato a udire, andando in giro in autobus, le gravi lagnanze ad alta voce nei riguardi del governo, di persone che si professavano apertamente di sinistra. Perciò crediamo che la mancanza di consenso “reale”, sia il dato che illumina meglio le ragioni della caduta di Prodi, dopo appena venti mesi.
Il che significa, che nonostante le bottiglie stappate ieri al Senato, il merito della bocciatura non è assolutamente del centrodestra. Le ragioni vanno invece individuate nella politica sostanzialmente antisociale del governo e dannosamente filoamericana ( si pensi alla difesa della legge 30, all'inazione sulla questione rifiuti, alla volontà più volte mostrata di proseguire la “missione di pace” in Afghanistan). Attenzione, parliamo però di un liberismo "di sinistra" pasticcione: perché il governo non ha diminuito le tasse, ancora oggi elevate soprattutto per i redditi fissi minori, ma al tempo stesso ha tagliato la spesa pubblica, provocando vere e proprie derive sociali in settori come la salute, l’istruzione, la ricerca. Guadagnandosi però il sospetto plauso dell’Ue e del Fmi.
Allora non ci si deve stupire, se la piazza di sinistra si sia sentita tradita. E di conseguenza il suo elettorato. Il che però non significa che correrà a votare Berlusconi. Ma non vuol dire neppure il contrario (si pensi, ad esempio, alle frange moderate dell'elettorato di sinistra). In realtà riteniamo più probabile l'astensione.
E questa incertezza spiega il timore del centrosinistra di perdere le eventuali elezioni anticipate. E fa capire pure il desiderio di allontanarle quanto più possibile, gonfiando retoricamente nelle sedi mediatiche l’importanza della riforma elettorale. Per contro, il centrodestra vuole andare subito al voto, sull’onda di sondaggi più che positivi, per presentare la cambiale elettorale all’incasso…
Ora, crediamo, che il vero nodo della questione sia identitario. Che cosa vogliamo dire? Che si può anche cambiare il sistema elettorale, ma che qualsiasi mutamento sarà inutile, se prima la sinistra non avrà fatto luce sulla sua identità sociale. Chiarendo, una volta per tutte, ciò che vuole fare da grande, nonché i suoi rapporti con il centro moderato. Riteniamo, per parlare chiaro, che la sinistra debba puntare su programma spiccatamente sociale. E soprattutto, una volta al potere, realizzarlo politicamente senza indugio, riannodando così il filo del consenso con quelle stesse piazze, che oggi hanno assistito in silenzio alla caduta di Prodi.
Invece dovremo sorbirci la solita penosa recita… E probabilmente la nascita di un governo istituzionale, presieduto - e ci scusiamo per la caduta di tono - del solito politico dalla faccia di bronzo. Prontissimo a “fare le riforme nell’interesse degli italiani”. Ma come? Differendo il referendum, sgradito ai più, e magari garantendo, sottobanco, qualche concessione agli interessi di Berlusconi. Pertanto un governo istituzionale, rischia di durare anche un anno e mezzo…
Se invece si dovesse andare subito al voto, ci pare probabile una vittoria del centrodestra. Che però in quanto a problemi di identità, sembra messo peggio della sinistra. Con una differenza: al contrario della sinistra ha un padrone ben preciso. E che, una volta al potere, saprà far valere solo i propri interessi.
Che tristezza.

giovedì, gennaio 24, 2008

Il libro della settimana: Salvatore Santangelo, Le lance spezzate, Nuove Idee, Roma 2007, pp. 312, euro 15,00.

Non è una provocazione. Ma consigliamo ai pacifisti intelligenti, e ce ne sono tanti, di leggere l’ultima fatica di Salvatore Santangelo, brillante e giovane studioso di “geofilosofia”, (Le lance spezzate, Nuove Idee, Roma 2007, pp. 312, euro 15,00). Per quale ragione?
Perché il libro di Santangelo è una raccolta di notevoli riflessioni sull’immaginario che ruota intorno alla guerra. Nel senso di un’analisi delle idee-forza (filosofie per e dell’azione) che gli uomini hanno maturato sull’importanza dei diversi ambiti geografici, ma principalmente a scopi politici e militari. Di qui seguendo l’etimologia del termine geografia (da, "terra"; gráphos, "io descrivo") l’origine del termine geofilosofia, coniato in realtà dallo studioso americano John K. Wright (1947), e poi ripresa, in senso disciplinare, da vari autori tra i quali, oggi, Santangelo.
Ma non solo. L’analisi del giovane geofilosfo rinvia a un approccio teorico forte: quello del realismo politico. Che vede nella guerra, e soprattutto nelle cosiddette guerre asimmetriche di oggi, una realtà ineliminabile. E con la quale è perciò necessario fare i conti. Pertanto il libro si muove su due livelli. Il primo, molto intrigante, concerne l’impatto della guerra sull’immaginario contemporaneo (cinema, letteratura, eccetera). Il secondo, non meno importante teoricamente, riguarda il rapporto tra guerra e politico.
Ed è su questo ultimo aspetto che concentriamo la nostra attenzione. Le lance spezzate è percorso da una critica che non possiamo non condividere: quella alla moralizzazione universalistica della guerra e quindi alla sua "oggettiva" depoliticizzazione (ecco il perché del titolo “lance spezzate”, in senso schmittiano…). Oggi, come mostrano le guerre americane, si dichiara di combattere in nome di valori pre-politici, come la difesa dei “diritti universali e assoluti” dell’uomo. Diritti non condizionati, così si sostiene, da alcuna appartenenza nazionale. Si parla perciò di guerre che non avrebbero alcun bisogno di essere ricondotte nell’alveo delle motivazioni delle guerre classiche, intraprese in passato dallo stato-nazione. In certa misura le guerre di oggi sarebbero pre-politiche mentre quelle di ieri politiche. Nel senso di un'assenza di qualsiasi riferimento allo Stato in termini di realistica “ragion di potenza”.
In realtà le cose non stanno così. Come spiega chiaramente Santangelo le guerre continuano ad essere “politiche”. E dunque legate a ragioni di potenza. Ma con una differenza fondamentale: che “fingendo” di non esserlo nelle motivazioni, come per primo intuì Carl Schmitt, hanno acquisito e sviluppato una forza dirompente, mai conosciuta prima (anche per i progressi tecnologici): l’ ”avversario” oggi viene collocato, pre-politicamente, tra i “nemici” dell’umanità. Perché in lui si vuol vedere non più l' avversario di una volontà di potenza particolare, ma il “nemico assoluto” dei diritti universali dell’uomo. Di qui quella ferocia inaudita dei conflitti, oggi sotto gli occhi di tutti.
Ora, come accennato all’inizio, consigliamo la lettura di questo libro ai pacifisti intelligenti. Perché un pacifismo che non tenga conto di questa involuzione ideologica ma con conseguenze reali (dalla guerra di potenza "particolare" alla guerra "totale" per i diritti universali), rischia di porsi sullo stesso piano universalistico degli attuali difensori della guerra universalistica. Dal momento che entrambi i fronti puntano sull’eliminazione dell’avversario trasformato in nemico dei diritti universali (come dichiarano i sostenitori delle guerre moralistiche) o nella guerra in quanto fuori dell'universo umano (come auspicano i pacifisti). Realtà quest’ultima, come sappiamo, ineliminabile. Ma contenibile, come asserisce Santangelo, soprattutto, se si tenta di ricondurla non all’ idea di annientamento totale del nemico ma a quella di farne una volta sconfitto, un alleato, o comunque un futuro avversario leale… Accettando una pacata e umanizzante visione ciclica della storia e della guerra. Di qui però la necessità, anche sul piano militare, di dare spazio a “menti libere che comprendano la guerra e lascino libertà all’intelligenza e all’umanità”, nelle cose e non nelle rappresentazione universalistiche delle stesse.
Come hanno insegnato i nostri Maggiori, si deve “pensare” la guerra in senso nominalista e non rifiutarla a priori in chiave universalistica e moralizzante. In conclusione un libro interessante e ricco, che tra l’altro si avvale della brillante introduzione di un esperto polemologo come Piero Visani.
Probabilmente nel recensire Le lance spezzate abbiamo tralasciato alcuni suoi aspetti, ugualmente interessanti, in favore di altri. Ma questo può essere uno stimolo maggiore alla sua lettura, proprio per scoprirli. Del resto come nota Ortega y Gasset, quando si recensisce un testo notevole, si ha sempre in mente il libro che noi si vorrebbe scrivere sullo stesso argomento. Ma questa è un’altra storia.

mercoledì, gennaio 23, 2008

La fermezza di Prodi. Bah!

C’era piaciuta la fermezza mostrata ieri da Prodi alla Camera. In particolare la voglia di “inchiodare” Mastella alle sue responsabilità politiche. In primis quella di essere uscito dal governo, per ragioni chiaramente personali o comunque di bottega politica, rischiando di provocare la sua caduta. E probabilmente le elezioni anticipate...
E invece scopriamo oggi che Prodi briga per ottenere i voti dei senatori a vita… Visto che alla Camera ancora ci sarebbero i numeri “per andare avanti”. Ma per andare dove? Per continuare una politica monetarista di risanamento che ha impoverito l’Italia? Oppure per proseguire a ignorare problemi veri come quelli del lavoro flessibile, dei rifiuti, di una sanità da scandalo?
La vera politica democratica deve essere basata sulla diversità delle idee e dei programmi. E, quando necessario, su un chiaro conflitto tra posizioni differenti. E' un dovere di chi governa. Inoltre l’elettore deve sempre poter individuare, soprattutto nelle fasi critiche, le eventuali responsabilità politiche. E' un suo diritto.
Pertanto è antidemocratico cercare di sopravvivere, come pretende Prodi, per proseguire lungo una linea politica di destra, non “digerita” dall’elettorato di sinistra. Ma si tratta anche di una cattiva scelta politica: perché si chiede il sostegno di senatori ex democristiani o ancora peggio di Casini. Uomini, se ci si passa l’espressione, della stessa “tribù” di Mastella.
Altro che fermezza. Prodi rischia così di uscire di scena nel modo peggiore. Infatti, qualora il governo cadesse, anche dopo questo patteggiamento sottobanco, e si andasse al voto, gli elettori di sinistra, che non sono stupidi, potrebbero punire le stesse forze politiche radicali (Prc, Verdi, eccetera), per l'appoggio a Prodi in occasione di questa sua ultima piroetta. In che modo? Astenendosi dal voto. Dal momento che la sinistra, come uomini e programmi, sembra sempre più assomigliare alla destra. Di qui l'effetto voltastomaco....
In conclusione, il solito Prodi. Che vuole durare e basta. Proprio come un Mastella qualsiasi.

sabato, gennaio 19, 2008

Il sabato del villaggio (1)

Ciclo politico
Cade Prodi. Torna Berlusconi.
I Mastella
Finché magistratura non li separi.

Futurismi a palline
Oggi serve lo sponsor.
Sarkozy
Homo Politicus? No, Eroticus.

Toni Negri
Nonno Operaio.
Decadenze
Montanelli, Feltri, Belpietro, Giordano.
N.B.
Il post può essere ripreso, ma solo nella sua integralità e a condizione di indicare la fonte (C.G.).

venerdì, gennaio 18, 2008

Meta (political) comics: E tu di che religione sei?

E tu di che religione sei? Boh! Per togliersi il pensiero, consigliamo la lettura quotidiana di Repubblica… Non risolve ma almeno aiuta a scegliere quella giusta. O magari due o tre insieme... Si consiglia ai pensionati con basso tasso di colesterolo religioso. E spieghiamo perché.
E' come scorrere un menù molto ricco: laicismo all’arrabbiata con tanto peperoncino Zagrebelsky; laicismo al salmone, no al trombone cucinato da Scalfari; cristianesimo di sinistra in salsa non troppo teodem, aggiungendo però tutta la Bindi che si vuole; lacrimoni all’acquacotta in stile Sofri (Adriano). Mentre per coloro che sono a dieta (di religioni): ateismo "liquido" in calici Odifreddi(ssimi). Oppure, per evitare indigestioni (fondamentaliste) consigli su come leggere il Corano. E da chi? Un gruppo di islamisti(?) anglo-americani, of course. Targati New York Times Book Review . Come dire gente islamo-liberal con la puzza sotto al naso… Tipo: “Lassatece passà semo newyorkesi puro noi…”. E poi dice che i musulmani veri s’incazzano… Soprattutto quando gli metti Darwin nel cuscus...
E infine lezioni quotidiane di cucina, pardon di catechismo a Papa Benedetto Sedici Volte, come usa chiamarlo un amico blogger, arrampicato sul stesso ramo di Zaccheo, in attesa di un fischio. Non da Repubblica ovviamente. Ma dal Nazareno-Super-Star, qualora tornasse da queste parti. E non in compagnia di Beppe Grillo… Se passasse il Cristo, caro Piccolo Zaccheo ricordati del sottoscritto, che è un grande peccatore…
Diciamo la verità: Repubblica, religiosamente parlando, è alla frutta. E laicamente pure. Procede per ammucchiate successive… Come il governo Prodi. Vuole mettere dentro tutti al rinfusa: islamici, cattolici, musulmani, buddisti, laici, chierici, anticlericali, clericali. E magari pure il Diavolo però con Esorcista al seguito. Non si sa mai...
Ma attenzione: prima i candidati devono superare l’esame di Libero Mercato. Gli anticapitalisti dalle parti di De Benedett(o) Una Volta non sono molto amati.

giovedì, gennaio 17, 2008

Lo scaffale delle riviste: “Rivista Italiana di Conflittologia”, fascicolo n. 3, Settembre 2007.

Crediamo che le scienze sociali non debbano mai tralasciare il problema del conflitto politico. A riguardo c’è un' antica tradizione teorica, interna al realismo, e dunque di tipo descrittivo, che ha prodotto nel Novecento studi importanti. Ad esempio, basti qui fare i nomi di Simmel, Pareto, Mosca, Michels, Schmitt, Freund e Coser.
Purtroppo oggi le scienze sociali difendono, in chiave pregiudiziale, l' approccio morale e "normativo", rifiutandosi di prendere atto dell'ineluttabilità "descrittiva" sociologica del conflitto. Si pensi solo al neo-contrattualismo di un filosofo sociale come Rawls. E questa rimozione del conflitto spesso poggia su una visione meramente procedurale della politica come “dibattito pubblico”. Finendo così per confondere il momento, pur necessario, del confronto politico con quello della decisione, e quindi dei sempre possibili “conflitti attuativi”. Inoltre, più o meno consapevolmente, si nega quanto spesso nel gruppo sociale il conflitto esterno unifichi all’interno. O che comunque esista un dinamica funzionale tra conflitto e cooperazione.
Sembrano quasi banalità, ma spesso è veramente difficile farle “circolare” all’interno di una Accademia, che sembra ostinarsi su posizioni universalistiche, procedurali a sfondo irenico. Con gravi conseguenze sul piano pratico-politico. Che qui preferiamo non approfondire.
Il che significa che il conflitto va sempre ricondotto nell’alveo di una teoria sistemica della società, dove per contro la cooperazione non può non giocare un ruolo altrettanto positivo; in quando conflitto e cooperazione vanno sempre considerati costanti sistemiche, pur esprimendo di volta in volta contenuti storici differenti.
Per queste ultime ragioni non possiamo non accogliere con grande piacere, la nascita di una nuova rivista italiana di scienze sociali - crediamo addirittura la prima - dedicata al tema del conflitto, ma anche della sua gestione. E che dunque lo affronta, e meritoriamente, anche in chiave di scienze della cooperazione, o se si preferisce della mediazione. Si tratta della “Rivista Italiana di Conflittologia”, giunta al suo terzo numero e diretta da Michele Lanna, avvocato, giornalista pubblicista e docente di sociologia generale presso la facoltà di Studi Politici e per l'Alta Formazione Europea e Mediterranea “Jean Monnet”. E che si avvale di un Comitato Scientifico che annovera studiosi come Salvatore Costantino, Jacques Faget, Joahn Galtung, Giuseppe Limone, Silvio Lugnano, Ian MacDuff , Margherita Musello, Luigi Pannarale, Valerio Pocar, Salvador Puntes Guerrero, Annamaria Rufino. Nonché di una redazione composta di giovani e promettenti studiosi.
In effetti quel che ci ha subito colpito, scorrendo il terzo fascicolo, ma anche i due precedenti (fra l’altro tutti consultabili presso il sito della rivista http://www.conflittologia.it/num3/index1.htm ), è l’ intelligente approccio sistemico. E per farsene un’idea immediata, consigliamo di leggere, sempre sul terzo fascicolo il denso editoriale, dedicato all’antipolitica ( http://www.conflittologia.it/articoli/num3_art1.htm). Dove Michele Lanna riconduce questo fenomeno, di cui oggi spesso si parla a sproposito, nell’ambito di una teoria sistemica del ciclo politico, in cui il conflitto “antipolitico” deve essere studiato come esito di un “coacervo di istanze 'grezze' e non selezionate. E che, per tali ragioni, non riescono a trovare "da sole" collocazione e, quindi, legittimazione politica all'interno del sistema”. Di qui però la necessità, da parte della classe politica, di recepirle, traducendole in un quadro istituzionale di riforme, pena la propria dissoluzione e quella del sistema politico democratico. Pertanto il ciclo politico non può non includere nelle sue fasi critiche, come in Italia nel 1922, nel 1992-1994 e oggi, anche il momento dell’antipolitica, come ricorrente conflitto tra élite e popolo, per usare una terminologia più pubblicistica che scientifica. E di riflesso non va sottovalutata o sminuita ironicamente. Dal momento che l'antipolitica di oggi può rappresentare la politica di domani. Di qui però la necessità sistemica (e il dovere politico) di tradurla istituzionalmente, attraverso il ricorso a forme di cooperazione o mediazione per la produzione di nuove regole democratiche . Sono temi e approcci sui quali ci siamo soffermati anche noi su questo blog. E che perciò non possiamo non sottoscrivere.
Si segnalano nello stesso fascicolo gli interessanti articoli di Sara Fariello, Globalizzazione, frammentazione, conflitti: la dimensione glocale dei processi di decentramento; di Annamaria Iaccarino, Lo sport tra il lecito e l'illecito; di Annamaria Rufino La funzione antropologica del diritto, la lettura di Alain Supiot ; di Tommaso Greco Mobbing: conflitti quotidiani nel mondo del lavoro.
In definitiva una rivista da non perdere. Perché non parla soltanto agli studiosi, ma entra nel vivo della crisi attuale e dei dibattiti in corso, offrendo a tutti un imponente materiale di riflessione.
Complimenti e auguri.

mercoledì, gennaio 16, 2008

Il rifiuto del Papa e i limiti del laicismo

Si spera che il rifiuto di Papa Benedetto XVI di recarsi alla Sapienza, aiuti a riflettere certo laicismo esasperato sulla natura controproducente dei veti e di certe campagne pubbliche anticlericali in realtà profondamente illiberali. E inopportune, politicamente parlando: d’ora in avanti in Papa, e purtroppo con ragione, potrà considerarsi, in un’Italia nei numeri ancora formalmente cattolica, vittima di una discriminazione politica da parte di una minoranza. Un fatto che dai media e dalle forze politiche e sociali vicini alla Chiesa, verrà presentato come l'inizio di una persecuzione politica.
Ma non bisogna confondere i due piani, quello della libertà di parola, che nei fatti gli è stata negata, e quello delle successive e possibili strumentalizzazioni da parte cattolica. Anche se i due piani sono in parte collegati, perché senza la contestazione dell’invito da parte del Rettore del Papa alla Sapienza, dove del resto avevano già parlato Paolo VI e Giovanni Paolo II, non vi sarebbe ora il rischio di una decisa svolta negativa nei rapporti tra cattolici e laici in Italia: un altro problema che va ad aggiungersi ai tanti sul tappeto.
Oltre a queste di ragioni di “opportunità politica”, ne va però ricordata un’altra di principio. Anche la manifestazione di laicismo più triviale deve essere ammessa. Quel che però non va mai accettato è il collegamento del violento laicismo di piazza, dai tratti spiccatamente anticlericali, alla tassativa richiesta di negare la parola al Papa. Anche in una sede universitaria. Perché se è vero che l’università è luogo d'elezione della scienza e del libero pensiero, è altrettanto vero che in nome proprio della stessa libertà deve essere consentita ai suoi professori la libera scelta di partecipare o meno a un cerimonia presenziata dal Papa.
In buona sostanza, vietare nei fatti al Papa di parlare, significa, tra l’altro, negare proprio in quella "augusta sede, il diritto ad altri (professori e studenti cattolici, o comunque "curiosi") di ascoltarlo. Naturalmente parliamo della libertà di parola e di “ascolto”. Ben diverso sarebbe il nostro giudizio, se ci chiedessero ad esempio di giudicare l’ introduzione nelle università italiane, e in forma obbligatoria per i nuovi iscritti, di un esame di teologia cattolica. La nostra risposta, pur essendo cattolici, sarebbe un no secco. Ci mancherebbe altro.
Ecco, certo laicismo ha mostrato di non aver ancora afferrato la differenza tra la libera manifestazione di una determinata idea, anche se non gradita ma che deve essere garantita a tutti, e l’attuazione, legislativa ad esempio, di quella stessa idea( o comunque di "pratiche" legate ad essa), che non può essere ammessa, soprattutto nel caso che vada a confliggere con le libertà “pratiche” di tutti, garantite dalla legge.
Per una migliore comprensione, facciamo un esempio politicamente non molto corretto ( e che per la sua radicalità scontenterà tutti...). Si può essere anticristiani a parole, anche manifestando in piazza, ma appena si tentasse di mettere in atto il proprio anticristianesimo, magari infrangendo con un sasso la vetrina di un negoziante cristiano "confesso", si dovrebbe essere arrestati e puniti. E ovviamente questo criterio dovrebbe valere anche al contrario: nel caso del negoziante anticristiano, aggredito, eccetera. Perché saremmo davanti non più a una libera manifestazione di pensiero. Ma di fronte a un atto capace di mettere a rischio la libertà “pratica” dell’altro, cristiano o anticristiano che sia.
Certo, nella pratica non sempre può riuscire facile trovare un punto di equilibro, soprattutto nel campo dei rapporti istituzionali, come quelli tra Stato e Chiesa, segnati dall’evoluzione storica dei costumi, dagli opportunismi umani, eccetera. Tuttavia il principio della libertà di parola (e di ascolto) è fondamentale per una società libera. E va sempre difeso ad ogni costo. E in occasione della visita di Papa Benedetto XVI alla Sapienza è andata perduta una magnifica occasione per combattere una buona battaglia. Di libertà, e per tutti.

martedì, gennaio 15, 2008

Sul denaro. In margine a un interessante articolo di Luigi Copertino.

Stimolati da un interessante intervento sul denaro di Luigi Copertino (http://www.effedieffe.com/interventizeta.php?id=2554&parametro=economia;http://www.effedieffe.com/interventizeta.php?id=2559&parametro=economia) vorremmo qui intervenire, approfondendo l’argomento da un punto di vista sociologico (ma si veda anche il dibattito che ne è scaturito su http://piccolozaccheo.splinder.com/ ). E perciò non possiamo non partire da un sociologo per eccellenza come Georg Simmel, autore di una importantissima Philosophie des Geldes (1900).
Secondo Simmel, il misterioso fascino esercitato dal miraggio dell’illimitato potere d’acquisto racchiuso nel denaro, ha spinto l’uomo moderno a sormontare antiche distanze sociali. Un tentativo al quale si è però accompagnato il crescente timore collettivo di pericolosi attriti. Un timore suscitato dalla progressiva ed “eccessiva vicinanza” tra ceti e classi con stili diversi ma nominalmente accessibili a tutti.
Di conseguenza il moderno Homo oeconomicus, quanto più ha lottato per procurarsi la più preziosa delle “merci” in vendita nella società di mercato, il denaro, per frapporlo quale “neutro” schermo difensivo tra se stesso e l’altro, tanto più ne è divenuto vittima, condannandosi a una progressiva e dilaniante alienazione sociale. Perciò non si può definire l'ascesa sociale del denaro dei moderni come un innocuo processo di oggettivazione. Tramite il quale il valore di scambio si fissi o cada su un oggetto particolare trasformandolo in denaro. In realtà nel mondo moderno, a tale meccanismo spontaneo di oggettivazione, si è sovrapposto un processo di astrazione. Per mezzo del quale al denaro-oggetto si è progressivamente sostituito un sempre più evanescente denaro-segno. Tra questi due fenomeni vi sono perciò alcune differenze, sfuggite a Simmel , anche per ragioni storiche (scomparve nel 1918).
I processi di oggettivazione rilevabili nelle più diverse società storiche, discendono dalla socialmente fisiologica necessità di disporre, con l’incorporazione del denaro in una base o veicolo materiale (conchiglie, grano, orzo, schiavi e metalli preziosi), di un mezzo di commutazione dei bisogni, individuabile e costante nel tempo.
I processi di astrazione nascono invece nel cuore della società moderna (anche se il dibattito sulle loro radici intellettuali pre-moderne resta aperto): una società patologicamente prigioniera dell’idea di assoluta e astratta calcolabilità numerica di uomini e cose. Questi processi sono perciò connotati dal fatto che il denaro-oggetto, pur continuando a rappresentare la relatività valoriale degli oggetti economici, commuta i valori di mercato, spesso già di per sé astratti come quelli borsistici, trasformandoli in denaro-segno. Vale a dire che il denaro finisce così per incarnare, solo in una prima fase mercantilista o bullionista (dall’inglese, “bullion”: oro, argento in verghe) oggetti misurabili e individuabili fisicamente, esito di una base materiale e produttiva (lingotti d’oro, monete auree). Mentre in una seconda fase (che concerne la seconda metà del Novecento, ma per gli aspetti storici rinviamo a Copertino), una banconota viene messa in circolazione, priva di valore intrinseco apprezzabile; è un titolo di credito, al cui portatore la banca centrale dovrebbe versare un controvalore in realtà inesistente. Tuttavia anche se le autorità monetarie, si convertissero improvvisamente dal Gold Bullion Standard, proposto da Ricardo nel 1811, è intuibile che nessuna banca nazionale oggi potrebbe cambiare in barre d’oro, assegni, banconote e cambiali, qualora ciò venisse richiesto simultaneamente da tutti i possessori.
Insomma il “re è nudo”, ma tutti continuano a far finta di nulla… Perché?
In primo luogo, perché si vive all’insegna di quel “come se” che ben descrive i limiti di certa epistemologia moderna non solo diffusa in ambito accademico ma ormai anche a livello di pre-assunto collettivo. Di conseguenza il fondamento del denaro-segno, succeduto al denaro-oggetto, finisce per risiedere in un volatile ma potente elemento psicologico-fiduciario: l’astratta fictio di una promessa di pagamento. All’origine della quale vi è la necessità dei singoli di confidare nel credenza collettivamente diffusa - fondamentale in una economia dilatata in misura crescente dal consumismo - che il denaro posseduto "oggi" consentirà anche "domani" l’acquisizione di una crescente quantità di beni e servizi. Di conseguenza la fiducia “pre-cognitiva” nel potere d’acquisito della moneta, frutto ovviamente anche di forze sociali inerziali - legate all’umano bisogno di sicurezza - e necessità di consumi crescenti indotta da sistema di mercato, procedono di pari passo nell’accentuare il processo di “astrazione” del denaro. Basti qui ricordare l’ambiguo nesso, attualmente creatosi tra sviluppo delle credit cards e diffusione del credito al consumo. Per giunta il grado di conformismo intellettuale è tale, che nessuno, tranne un pugno di non conformisti, osa più interrogarsi “sociologicamente” ( per non dire, non sia mai, in termini di “ontologia sociale”...) su questo volubile dio-denaro dei nostri tempi, che atterra e affanna gli uomini senza mai consolarli. Per parafrasare, ma solo in parte, Alessandro Manzoni.
In secondo luogo, perché, nonostante per i moderni il denaro sia in grado di volare con le proprie ali, esso in realtà vive in perfetta osmosi con le principali istituzioni del mondo finanziario-capitalistico (borse, istituti di credito, compensazione e scambio). In questo modo, al massimo di astrattezza, esemplificata dall’oscuro e apparentemente perpetuo scorrere dei flussi di denaro elettronico, corrisponde a livello tecnico-economico la concreta autodifesa dei propri concreti interessi da parte di quelle oligarchie che lucrano su questi processi di astrazione del denaro. E che nei momenti di crisi, sono sempre le prime a minacciare di non rispettare la “promessa di pagamento” su cui si fonda il sistema monetario mondiale. Per poter così rifugiarsi sotto le ali protettive della Federal Reserve, della Banca Mondiale e delle altre istituzioni finanziarie sovranazionali.
Organizzazioni, queste ultime, a loro volta ben protette dalla spada imperiale americana. Il che significa, per concludere, che gli attuali processi di astrazione della moneta (e non di fisiologica oggettivazione), in ultima istanza, sono possibili solo perché garantiti dalla minaccia dell’uso della forza da parte dell’unica potenza politica, economica e militare rimasta: gli Stati Uniti.
Pertanto, in definitiva, il problema della moneta è economico, filosofico e "teologico", ma anche sociologico e soprattutto politico. Purtroppo.

lunedì, gennaio 14, 2008

Blair a Parigi. Sul blairsarkozysmo come “monopolista politico del futuro”. Qualche riflessione

Vedere Blair e Sarkozy che si autocelebrano davanti a una folla entusiasta di grandi elettori del neopresidente francese, ha un valore altamente simbolico. Quello di sancire in modo definitivo la fine di ogni discrimine tra destra e sinistra, in nome però del moderarismo centrista più vieto.
Praticamente Blair e Sarkozy sostengono lo stesso programma politico, ben condensato nello slogan neoliberista "Meno Stato Più Mercato". Si tratta di un tema che abbiamo già affrontato nel post del 30-8-2007. E sul quale è comunque interessante ritornare. In particolare alla luce di una significativa affermazione blairiana.
Secondo l’ex premier laburista britannico, “la differenza non è più fra destra e sinistra, ma fra passato e futuro” (Corriere della Sera, 13 gennaio, p. 17 - http://www.corrieredellasera.it/ ). Il che, considerata l’autorevolezza del personaggio e la sede dell' esternazione, rappresenta la vera consacrazione di un processo politico di unificazione tra destra e sinistra, soprattutto sotto il profilo di una comune gestione del fattore tempo, iniziato un quarto secolo fa. Ma procediamo per gradi.
La dicotomia conservazione/progresso risale storicamente e politicamente al 1789 (e filosoficamente al Secolo dei Lumi). Dicotomia, che fino alle “rivoluzioni” neoliberiste degli anni Ottanta del Novecento, è rimasta saldamente ancorata al discrimine destra/sinistra, come poi chiariremo meglio. Ma con l’avvento del neoliberismo tutto è improvvisamente mutato. Grazie a martellanti campagne politiche, accademiche e mediatiche, ovviamente legate a precisi interessi capitalistici e in corso ormai da un quarto di secolo, i neoliberisti sono riusciti a far passare prima a destra e poi a sinistra, l’idea che il nostro futuro, soprattutto dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, non potrà non essere inequivocabilmente segnato dal maestoso trionfo della più totale libertà di mercato. E qui si intuisce meglio il senso dello slogan “Meno Stato Più Mercato” citato all’inizio. Che riassume e designa nell’individualismo economico puro e semplice, alcuni dicono “selvaggio”, il vero motore di ogni futura "civiltà" trasformata in un mercato globale. Dove a dettare la linea, sarà la rapidità - ecco il punto “temporale” - di esecuzione dei processi economici, che proprio perché basati sulla ricerca di redditività futura, procederanno sempre più velocemente lungo un percorso temporale di tipo progressivo e unilineare. E dove lo Stato, stando sempre ai teorici neoliberisti, con il suo lento incedere, non potrà non rappresentare, in termini di rapidità delle scelte economiche, soltanto un inutile fardello.
Ora, almeno a nostro avviso, è un fatto assai pericoloso, che in una società come quella occidentale, abituata culturalmente da alcuni secoli a guardare solo avanti, qualcuno s’impadronisca politicamente e “monopolisticamente” dell’ idea di futuro. Per due ragioni.
In primo luogo, perché il “monopolista politico” del futuro, può mettere fuori gioco l’avversario in qualsiasi momento, definendolo nemico della storia (accusa gravissima in Occidente), di cui solo lui, il monopolista, conoscerebbe il progressivo e radioso cammino.
In secondo luogo, perché il “monopolista politico” del futuro, può far passare per “progressista” tutto ciò che lui ritenga "progressista" e per "conservatore" anche la più innocua forma di dissenso. E così isolare i contestatori accusandoli di passatismo (altra accusa gravissima in Occidente).
Si tratta perciò di un' arma assai più potente di quella rappresentata dal precedente discrimine tra destra e sinistra. Con ciò non sosteniamo che l'universo politico segnato da una destra e sinistra l’una contro l’altra armate, debba essere giudicato il migliore dei mondi possibili. Ma soltanto asserire che sulla base di quella divisione, almeno si ammetteva il confronto fra due rappresentazioni socio-politiche del tempo: una legata al passato (destra), una al futuro (sinistra). Si era in presenza, diciamo così, di un duopolio politico della temporalità. E non di un monopolio...
Pertanto risulta altrettanto evidente il valore simbolico del fatto che Sarkozy e i suoi abbiano condiviso entusiasticamente le dichiarazioni di Blair sulla celebrazione del futuro come unico fattore politico discriminante. Ecco allora il fatto nuovo: un’alleanza basata sul monopolio destra-sinistra del futuro. E ufficialmente sancita dalla seguente affermazione di Sarkozy: “Per un socialista così c’è sempre posto nel governo francese”. E questo in Francia, una nazione dalle forti tradizioni statuali e politiche...
Ora, chiunque appartenga alla destra e alla sinistra radicali, ha sicuramente il diritto di accusare Blair e Sarkozy di tradimento (per Blair del resto non è neppure una novità...). Ma purtroppo la forza del blairsarkozysmo è nella debolezza dei suoi avversari, oggi più divisi di ieri. Ci riferiamo, appunto, alle forze radicali che al monopolio del futuro continuano a opporre, come panacea, il duopolio legato rispettivamente al Passato della Tradizione, più o meno autoritario (destra) o al Futuro Comunista, più o meno monolitico (sinistra). Mentre si dovrebbe offrire una politica "comune", al di là di inutili steccati duopolistici, ma fondata - ecco il punto - su una visione pluralista del tempo, capace di mescolare le più diverse forme di temporalità sociale e politica. O comunque, se ci passa la semplificazione, almeno di favorire una gestione oligopolistica del tempo.
Insomma qui non si tratta, come suggerì qualche anno fa l'archeofuturista Guillaume Faye, di ricondurre plasticamente il meglio del nostro futuro nel nostro passato. Ma di fuoriuscire dalla dicotomia passato-futuro, implicitamente accettata da Faye. Puntando su nuove soluzione per contrastare il futurismo monopolistico e politico destra-sinistra, basato soltanto sul mercato. Ragionando soprattutto di come tradurre le auspicabili "scoperte" legate alla pluritemporalità in esperimenti politici e sociali, capaci di coinvolgere attivamente le persone, valorizzando fin dove possibile la democrazia diretta.
Tuttavia, onestamente, ci sentiamo inadeguati, per formazione e sensibilità, a fornire risposte più chiare in argomento, che non siano puramente frutto di ipotesi personali.
Pur nella consapevolezza che qualcosa si debba fare. Diciamo che ci siamo limitati a porre un problema. E che problema.

venerdì, gennaio 11, 2008

Ma il Papa può dire la sua o no?

E’ difficile essere laici. Ma è anche complicato essere cattolici, nel senso di poter esprimere pubblicamente la propria fede senza incorrere in critiche, risolini di scherno, e quando va bene, quei sorrisi condiscendenti, che di solito si usano verso coloro che proprio non “ce la fanno a capire” come "deve" andare il mondo. Ma quest’ultima è un’altra storia. Veniamo invece al punto.
Ieri il Papa, in un incontro con gli amministratori locali, tra i quali Veltroni, ha pubblicamente accennato alla situazione di degrado in cui versa Roma. Si tratta di una triste realtà quotidiana che purtroppo è sotto gli occhi di tutti.
E oggi sui giornali, stando almeno ai titoli, è scoppiato, come si dice, il finimondo: il Papa doveva tacere.
Personalmente riteniamo che Benedetto XVI abbia detto la verità. Doveva tacere? Per l’abito che indossa? Non crediamo. Ci sono delle questioni etiche (e non economiche) come la povertà, sulle quali un Papa non può non intervenire. E un laico, nel senso di chi sia o si ritenga indipendente da ogni autorità eccelsiastica, dovrebbe combattere la povertà, invece di polemizzare, e spesso in modo insensato, con la Chiesa.
Altro discorso è quello legato al cosiddetto "passaggio" dalle parole ai fatti. Esistono leggi dello Stato che vanno rispettate da tutti, anche dai religiosi. E se i fatti, attenzione non le parole, violano le leggi, non possono essere fatti sconti per nessuno. Neppure per un religioso.
Ovviamente la Chiesa in Italia per ragioni storiche, più o meno discutibili, gode di una giurisdizione speciale, che le consente una certa libertà di movimento, anche in termini di “fatti”. C’è chi vorrebbe ridurla oppure ampliarla. Si tratta di una materia magmatica, che riguarda la Chiesa come istituzione storica e sociale, sulla quale è naturale che sorgano ciclicamente conflitti tra laici e cattolici. Sono fatti sociali e perciò legati all’evoluzione dello spirito del tempo. E a meno che non si abbia una visione della storia come progressiva marcia trionfale dell'umanità in nome di un qualche valore assoluto, si deve accettare la diversità dei valori, anche se come spesso capita, non li si condivida. L’accettazione della diversità è un principio fondamentale di libertà. E questo, a prescindere dal fatto che il nostro "interlocutore" del momento - sempre solo a parole, ovviamente - lo accetti o meno come tale.
Perciò un vero liberale dovrebbe difendere la “libertà di parola” del Papa. Salvo poi fare in modo con i fatti, “laicamente”, che un problema come quello della povertà sia concretamente affrontato, e non solo a Roma. Anzi, sotto questo aspetto, le parole "di sfida" di Benedetto XVI dovrebbero essere di sprone per ogni laico impegnato nella lotta contro una società utilitaristica, che sembra ormai aver accettato la povertà come un male inevitabile.
Ecco perché, come dicevamo all’inizio, non è facile essere laici. Dal momento che la vera sfida riguarda i fatti e non le parole…

giovedì, gennaio 10, 2008

Il libro della settimana: Roberto Della Seta e Daniele Guastini ( a cura di), Dizionario del pensiero ecologico. Da Pitagora ai no-global, Carocci, Roma 2007, pp. 434, euro 29,50.

A che cosa serve un dizionario? A fornire rapidamente una serie di informazioni essenziali e precise su una certa materia, dalla matematica alla filosofia. Ora il Dizionario del pensiero ecologico, curato da Roberto Della Seta e Daniele Guastini (Carocci, Roma 2007, pp, 434, euro 29,50) non offre al lettore nulla di tutto questo. Per almeno due ragioni.
In primo luogo, perché non ha un preciso taglio editoriale. Voce dopo voce, mette insieme confusamente sotto il profilo teorico (come poi vedremo) e in modo approssimativo sotto quello redazionale concetti e biografie. Infatti si tratta di voci quasi sempre frutto di seconde letture e non di conoscenza diretta dei testi da parte di autori e collaboratori. E così sono liquidate, in poche e imprecise battute, voci importanti come Economia ecologica, Olismo, Antiutilitarismo. Per diffondersi invece su Giacomo Leopardi ed Ermete Realacci. O ripetere, come accennato, tesi altrui. Ad esempio, tanto per citarne una, la voce Alain de Benoist, si regge sulla lettura del pensatore francese come antiuniversalista in odore di criptonazismo, fornita a suo tempo da Francesco Germinario.
Probabilmente ci si doveva concentrare sui soli concetti, come ad esempio Colin Johnson nel suo ottimo Green Dictionary (1991), ancora oggi utilissimo. Di qui, considerata appunto l’esiguità di pagine per un dizionario come questo impostosi di partire da Pitagora, le clamorose assenze proprio sul piano delle voci biografiche. Ne citiamo solo alcune: Juan Martinez-Alier, uno dei padri contemporanei dell’economia ecologica, e autore di un importante studio in argomento (1987) ; Leopold Khor, primo teorico assoluto del “piccolo è bello”; James Robertson, economista già collaboratore della New Economics Foundation di Londra, e autore di uno dei migliori manuali di “economia compatibile” (1993). Per non parlare poi dell’assenza di una voce dedicata a Karl Polanyi, storico e teorico eterodosso dell’economia per eccellenza… E probabilmente ne meritava una anche il compianto Alfredo Salsano, che negli anni Settanta del secolo scorso, introdusse in Italia il pensiero di Polanyi. Però c’è un voce su Derrida, più alla moda.
E poi non si può buttare lì (ad vocem), quasi allegramente, che Herman Daly abbia scritto con “altri” Un’economia per il bene comune (Red Edizioni 1994)… “Altri” non è che John B. Cobb Jr, il coautore del testo. Il che significa che non solo non si è letto un libro fondamentale, ma neppure che si è presa visione “fisica” dello stesso, pur citandolo: il nome di Cobb jr è in copertina con quello di Daly… Diciamo questo, rischiando l’accusa di essere impietosi verso gli autori, solo per chiarire la "metodologia" di lavoro fatta propria da Della Seta, che tra l’altro è presidente di Lega Ambiente, Guastini e collaboratori.
In secondo luogo, il Dizionario ha un taglio teorico confuso. Che i due curatori presentano invece come un esito (positivo, benevolmente "sincretico") della natura dialogica del pensiero ecologista. Il che in parte può anche essere vero. Ma entro certi limiti. Perché pretendere di giustificare la natura critica dell’ecologismo inglobandolo all’interno di una dialettica dell’illuminismo che avrebbe in sé la soluzione, forzando tra l’altro il pensiero di Adorno e Horkheimer, significa mettere a dura prova l’intelligenza del lettore.
I due curatori, in realtà, non vogliono fare i conti fino in fondo con la modernità illuminista: per un verso la criticano, ma per l’altro cercano di recuperarla filosoficamente, privilegiando l’illuminismo buono su quello cattivo. Il che non è sbagliato. Ma come tradurre poi sul piano politico-sociale questo recupero? Come conciliare concretamente diritti individuali e diritti pubblici? Una chiave interpretativa interessante poteva essere quella utilitarista (moderata) e/o contrattualista (manca, infatti, una voce specifica sul Welfare State). Ma gli autori - e in particolare il filosofo Guastini - non se ne sono curati più di tanto. Ad esempio la voce Diritto dell’ ambiente, neppure sfiora il problema, e quella sul Principio di precauzione ne sottovaluta le importantissime implicazioni politiche in senso schmittiano (Chi decide, e come? Bisogna accettare il conflitto?, eccetera...).
Ma se moderno significa mercato capitalistico a oltranza, fin tra le pareti delle nostre abitazioni, il pensiero ecologico deve proporsi di superarlo o no? E se sì, come? Se moderno significa consumismo, il pensiero ecologico deve superarlo o no? E in quale modo e misura? Se moderno significa competizione sfrenata tra gli individui per “migliorare” a danno dell’altro la propria condizione economica, il pensiero ecologico deve superarlo o no? Ed eventualmente come?
A queste domande, i due fumosi saggi di Roberto Della Seta e Daniele Guastini che accompagnano il Dizionario, non rispondono. Il che, andandosi a sommare, alle carenze sopra riferite, ci spinge a definirlo un lavoro totalmente inutile, perché né forma né informa, per dirla con i vecchi professori liceali di una volta.

mercoledì, gennaio 09, 2008

Le primarie ( e le elezioni presidenziali) americane? Inutile prenderle sul serio.

Non riusciamo a prendere sul serio le primarie americane. La qualità politica di tutti i candidati è desolante. Certo, con alcune eccezioni che purtroppo non fanno testo. Ma non è di queste ultime che vogliamo qui parlare.
La nostra l’impressione è che nonostante la grande retorica mediatica intorno al "cambiamento", il prossimo presidente americano, anche se democratico, proseguirà lungo le linee tracciate dai suoi predecessori repubblicani.
Non siamo “americanisti” di professione, ma non ci vuole molto per capire che la potente macchina rappresentata dagli interessi del “complesso militare-industriale” o se si preferisce "militare-economico", difficilmente verrà contrastata da un presidente che dipende finanziariamente da essa. Perciò la nostra è un'analisi in termini di forze sociali ed economiche. Che impiega un termine di derivazione politica come quello di "complesso militare-industriale" (http://it.wikipedia.org/wiki/Complesso_militare-industriale ), poi ripreso dai sociologi radicali americani e anche da studiosi di primo piano come Pitirim A. Sorokin.
In questo senso per quello che riguarda la storia del Novecento, se escludiamo le presidenze “antistrustiste” di Theodore Roosevelt (1901-1909) e Franklin Delano Roosevelt (1933-1945), tutti gli altri presidenti (17 contro 2 - http://cronologia.leonardo.it/mondo19a.htm ), non hanno mai mosso un dito contro il capitalismo oligopolistico americano. La tendenza di fondo è stata sempre ( o quasi) a favore di questo tipo di capitalismo e mai contro. Del resto anche i due Roosevelt, nonostante fossero contro il “complesso industriale”, ne favorirono in chiave espansionistica le componenti legate al sogno di grandeur "imperialdemocratica" delle istituzioni militari, come poi vedremo.
Pertanto non è assolutamente il caso di farsi illusioni sul democratico Obama o per contro su qualche spento candidato repubblicano. Negli Stati Uniti, se ci si passa l’espressione brutale, contano i soldi, chi li possiede e chi permette di moltiplicarli. Tutto il resto è retorica mediatica. E quel che è più grave è che in Europa non si sia ancora capito questo: a sinistra tuttora alcuni credono nel “miracolo” Obama. Mentre a destra si confida nel polveroso fascino Law & Order di Giuliani.
Il futuro presidente, di qualunque tendenza sia, conterà meno di zero.
Fino a quando il complesso militare-industriale non deciderà di cambiare quella politica deliberatamente espansionistica, iniziata nel 1917, proseguita nel 1941, e decisamente consolidatasi, come mai prima, all’indomani del crollo sovietico, sarà difficile giungere a un radicale cambiamento “politico” tra una presidenza e l’altra. La natura del sistema è neo-imperiale e si basa sulla continua quanto necessaria espansione economica. Che avviene grazie all’esportazione armata dell’idea di democrazia universale: il neo-impero americano, a differenza di altri imperi storici di derivazione sacrale, ha natura profana, nominalmente democratica ma concretamente capitalistica e ovviamente militare, come tutti gli imperi. Tuttavia si tratta, dal punto di vista descrittivo, del primo impero compiutamente “capitalistico-democratico” della storia umana. Sotto questo profilo resta un unicum, pur restando all'interno di una tipologia di tipo imperiale. E questo fatto spiega perché alcuni studiosi, in particolare quelli legati a un’idea sacrale di impero, non lo ritengano tale.
Comunque sia, la sua classe dirigente militare, economica e politica si ritiene depositaria di un ruolo imperiale e soprattutto condivide l’idea che gli Stati Uniti siano una specie di “Impero del Bene”, apportatore di un diritto universale alla felicità. Un fattore morale e politico che unito alla capacità espansiva del capitalismo americano e alla crescente potenza bellica americana, conferisce a questo particolare sistema imperiale una forza complessiva straordinaria.
Su questi punti basta scorrere la letteratura neocons ed economica, in particolare quella di scuola statunitense sulla globalizzazione. Nonché, per chi ne abbia voglia, sarà sufficiente verificare su una carta geopolitica del mondo, evidenziandole in rosso, le aree progressivamente controllate (direttamente e indirettamente) dagli Stati Uniti, prendendo alcuni punti temporali di riferimento: 1918, 1945, 1989-1991, e ovviamente 2008…
In linea ipotetica, e visto che nella storia spesso miseria e nobilità si mescolano insieme, l’ unico fattore capace di turbare la marcia neo-imperiale americana e provocare un mutamento dei rapporti di forza interni tra il complesso militare-industriale e politico, potrebbe essere quello dell’ improvviso esaurimento di alcune materie prime, in particolare del petrolio mondiale.
Ma non è escluso che gli Stati Uniti, probabilmente da tempo consapevoli di questo pericolo, si stiano già attrezzando economicamente e militarmente, per attenuarne gli effetti. Anzi crediamo che le guerre (anche) per il petrolio degli ultimi venti anni, siano addirittura legate all’attuazione di un disegno preventivo in questo senso, prepotentemente imposto a politici, quasi sempre ricattabili, dai vertici economici e militari.
Si può perciò ritenere che attualmente le componenti economiche e industriali puntino decisamente sul controllo delle materie prime, mentre quelle militari sulla pax armata, “democratica e a fin di bene”. Di qui il procedere di pari passo del "fattore" economico con quello militare. E tecnicamente, una volta conseguita la completa e perfetta fusione degli interessi, gli Stati Uniti del Denaro e dei Cannoni potrebbero anche permettersi di fare a meno di un presidente a Washington. Basterebbe un direttorio misto di notabili economici e capi militari.

martedì, gennaio 08, 2008

Alessandro Piperno, Louis-Ferdinand Céline e il male del secolo.

Non è facile affrontare il male del Novecento che brilla negli occhi di Louis-Ferdinand Céline. Soprattutto se non lo si storicizza, quel male. E ieri Alessandro Piperno non è riuscito neppure ad alzare lo sguardo su di lui... (http://www.corrieredellasera.it/ ).
Innanzitutto parliamo di uno storicismo, abbastanza particolare, che sappia ricondurre le questioni "letterarie" nell’alveo di un prospettiva storica vivente. Capace di farsi cronaca vissuta, o storia, apparentemente infinita, almeno fin quando sussistono, nei singoli e nel sociale, quei problemi irrisolti che ne sono alle radici.
Purtroppo Piperno interpreta Céline attraverso un’altra categoria critica, quella dell’universalismo intellettuale. Ma debole. E come è di moda oggi alla luce di un solipsismo nichilistico.
Ecco la sua tesi. Céline sposa la causa ideologica sbagliata. Tradendo così la sua funzione di scrittore dedito alle professione di quei valori universali, riassunti nella “pietà per la condizione umana”, così ben raffigurata nel corpo a corpo con la morte di Bardamu, il protagonista di Voyage au bout de la nuit il suo primo libro ("uno dei libri del secolo", nota Piperno). Ma in che modo”? Mettendo la sua prosa "scandalosamente raffinata" al servizio dell’antisemitismo nazionalsocialista, prima in Bagatelle per un massacro ("un libro schifoso") e infine nella trilogia del Nord. Uno stile, che proprio perché "prezioso" quasi in misura "oracolare", rese la “troika di libelli” (…) incapace di raccontare il dramma che l’umanità stava per vivere”.
In conclusione a uccidere criticamente il Céline del Voyage fu l’eccesso di stile e non di ideologia… E forse qui, ma è solo un' ipotesi, c'è un che di invidia da scrittore a scrittore... Ma questa è un'altra storia.
Probabilmente per capire Céline ci si dovrebbe immergere nel buco profondo e buio di quel “disincanto nichilista”, così apprezzato da Piperno proprio nel primo Céline. Un disincanto, che invece a nostro avviso, apre e sorveglia il massiccio portale di piombo dell’inferno novecentesco. E che continua a contagiare, dopo essersi riconvertito in scepsi democratica, le “poetiche” letterarie e filosofiche dominanti. Tradotte, così bene, in pillole avvelenate dal cinema d'oltreceano.
Un disincanto, zeppo di antieroi cinematografici miniti di seghe motorizzate, che si potrebbe far risalire al gusto pre-dark di certo tardo romanticismo, a suo tempo sezionato senza pietà da quel chirurgo dell’anima romantica (e delle sue chincaglierie) che era Mario Praz.
Un disincanto individualista e nichilista che inglobando, pur ad altissimi livelli stilistici, “tutto” Céline, si brucia prima nel fuoco del totalitarismo monopartitico, per poi alimentare con le sue ceneri il pensiero debole e/o pulp-massificato dei nostri giorni, altrettanto totalitario con la sua fede nel laissez faire a tutto tondo. Ma divinizzato e condiviso da Piperno. Un pensiero "attuale" che continua a conquistare le menti, perché riproduce in misura stilisticamente perfetta ma senza alcuna pietà - ecco l’importanza del ferro storicista per capire - quella che “deve” essere la situazione esistenziale dell’uomo del Novecento e dopo, fino all’oggi: un essere solo, disincantato, anomico, sospeso tra due nulla: il primo che precede la nascita e il secondo che viene dopo la morte… E quel che è peggio appagato (per difetto) della sua condizione di servo sciocco di altre forze. Terrene.
Un' esistenza apparentente brillante nella forma ma grigia nella sostanza. Dove si accendono i richiami immaginifici ma inquietanti di luminose (e per alcuni numinose) cattedrali secolari. E l’antisemitismo può essere uno di questi richiami. Ancora oggi.
Ma non solo. Può esservi anche il triviale messaggio dell'Outlet di un individualismo debole, anomico, magari stilisticamente prezioso. Ma marcio dentro. Anche se fuori si mostra fieramente anarcoide e antiborghese, come era quello di Céline, oppure anarchico-borghese con vezzose curvature dandiste, com’è quello di Piperno. Fatte, ovviamente, le debite proporzioni letterarie e umane tra Céline e Piperno. Nonché tra Roma e Gerusalemme.
Lo stile non è tutto. La storia sì. E per sentirsi in colpa verso di essa è necessario comprenderla. Céline non l'aveva assolutamente capita, ma neppure Piperno. E probabilmente proprio per questa ragione Céline mai riuscì a sentirsi in colpa. Proprio come, oggi, Piperno a scrutarlo negli occhi.

domenica, gennaio 06, 2008

L’ “emergenza rifiuti” in Campania, la pigrizia intellettuale dei media e la "metafisica" della camorra.

Quel che sta accadendo a Pianura, dove i cittadini si oppongono alla riapertura di una discarica è un caso emblematico. E non soltanto per il fatto in sé: l’apparente (finora) impossibilità di risolvere in Campania la questione rifiuti, a causa di inadempienze politiche e loschi traffici camorristici. Ma per il bassissimo livello del dibattito mediatico intorno a quella che una volta si chiamava, pomposamente "questione meridionale" (di cui quella "napoletana" era parte integrante).
Ma entriamo nel merito. In realtà, la discussione mediatica si è pigramente svolta intorno a quattro stereotipi: a) quello del mistero napoletano, categoria tipica di certo giornalismo di appendice tardo ottocentesco ; b) quello del capro espiatorio-camorra, come radice metafisica di tutti i mali della Campania; c) quello della classe politica napoletana (e meridionale) corrotta, a prescindere dall’appartenenza politica; d) quello dei napoletani (e meridionali), tutti sporcaccioni e incapaci di autogovernarsi. E qui lasciamo al lettore intelligente, il piacere di sfogliare i giornali e collegare i quattro stereotipi ai nomi di intellettuali, politici e giornalisti che brillano per pigrizia e (perché no?) razzismo ... Che pena.
Puntare sui misteri, aiuta i giornali a vendere qualche copia in più; "metafisicizzare" la camorra, può essere evocativo dal punto di vista di una teodicea laica a buon mercato, ma inutile da quello di una comprensione e risoluzione razionale del problema; teorizzare la corruzione costitutiva della classe politica come della gente comune, significa ritornare più o meno a Lombroso e soprattutto a certi suoi allievi più conservatori, se non reazionari.. E così trasformare in “antropico” il rapporto con i rifiuti di tutti coloro che sono nati e nasceranno da Napoli in giù. Che vergogna...
E' stupefacente come l’atteggiamento di fondo dell’informazione che conta ( grandi giornali e network televisivi nazionali ), a quasi a centocinquant’anni dall’ Unità italiana sia rimasto il medesimo e, purtroppo, ripetiamo razzista. Perché la tambureggiante "metafisicizzazione" della camorra senza entrare nei dettagli (nomi, cognomi, eccetera...), presenta la Campania come una specie di terra di nessuno. Dove, sempre seguendo il ragionamento dei metafisici, tutti i cittadini sono condannati (appunto metafisicamente) a trasformarsi in complici del Male Assoluto ( si vedano ad esempio i commenti dei media sulle "oscure" inflitrazioni, a proposito degli incidenti tra polizia e dimostranti…). Lo stesso discorso vale per le ridondanti, e oggi modaiole, critiche alle “caste” meridionali, che vengono però descritte come asservite "per natura" agli sporchi interessi della camorra. In questo modo si fa solo del pessimismo antropologico, che rischia di favorire nei cittadini, come risposta automatica, soltanto qualunquismo o violenza. E non democratica partecipazione politica. Una tragedia.
Come uscire, allora, da questo vicolo cieco?
In primo luogo, i media dovrebbero fare nomi e cognomi di corrotti e corruttori: tirare fendenti in aria contro il "Camorrista" o il "Politico" in chiave di metafisica del male, è nella migliore delle ipotesi ingenuo e nella peggiore imbecille.
In secondo luogo, magistratura e polizia invece di prendersela con i manifestanti di Contrada Pisani (manifestanti che comunque stanno esagerando...), dovrebbero proporsi per il futuro di fare luce sui “loschi intrecci”, come si legge, appunto, sui giornali. E sul serio.
Naturalmente andrebbero trovate e concesse maggiori risorse per consentire a polizia e magistratura di lavorare a pieno ritmo, come si dice, "per il ritorno della legalità".
Ma Prodi, che si preoccupa tanto dell’immagine dell’Italia, è in grado di reperire le risorse necessarie? Dal momento che inviare l'esercito a "liberare" dall' immondizia le strade davanti alle scuole è solo propaganda. E soprattutto un insulto per i napoletani.
Quelli onesti e laboriosi, che sono tantissimi.

P.S.
Sull'atteggiamento politico di Prodi si veda il bel post di Cloro (Agorà di Cloro): La dice lunga….

venerdì, gennaio 04, 2008

Aborto, moratorie e dintorni.

Antropologi, etnologi, sociologi e demografi sanno che le società possiedono alcuni criteri di autoregolazione demografica, come dire, in uscita e in entrata. La cui intensità di applicazione si rapporta ai costi storici e sociali di mantenimento di “nuove” e “vecchie” vite rispetto alla conservazione del gruppo. Di qui aborti, per prevenire l' eccessiva crescita demografica e/o l' eliminazione fisica dei soggetti deboli e socialmente "costosi", come gli anziani e i malati.
Sono criteri autoregolativi, che attraversano l’intera storia umana: dalle tribù di cacciatori, pescatori e raccoglitori, pronte a liberarsi di anziani e bambini, per non appesantire il bilancio economico del gruppo di appartenenza, alla Cina di oggi, dove non è permesso alle famiglie di procreare più di un figlio, fino alle attuali legislazioni sull’aborto e sull’eutanasia, più o meno permissive, secondo le diverse tradizioni culturali.
Pertanto, come risulta evidente, si tratta di modalità che rinviano a un nocciolo duro, utilitaristico, o se si preferisce materialistico, che esiste e persiste nelle “cose sociali”: la società, come capita agli animali feriti o malati, tende "in natura" a reagire per istinto di sopravvivenza, amputandosi la parte malata o infetta. E' una specie di deriva materialistica, verso la quale, tutte le società tendono ciclicamente a ritornare, soprattutto quando si indeboliscono o si dissolvono i criteri socioculturali (idealistici) di governo interno ed esterno dell'uomo e delle cose.
Nella tradizione occidentale il cristianesimo ha introdotto un criterio spirituale di eguaglianza tra gli uomini e di profondo rispetto per la vita. Si tratta di un criterio idealistico, che vieta all'uomo, in quanto Imago dei, di sopprimere qualunque altro essere umano per ragioni utilitaristiche. Di qui - almeno in linea di principio - il divieto di aborto e di eutanasia. Alla società, che si comporta come un animale ferito, il cristianesimo, impone di sopportare il “dolore”, anche a costo - sempre in via ipotetica - di provocare la sua dissoluzione.
A questi due criteri ( idealistico e materialistico, ma come detto il materialismo è nelle "cose sociali"), se ne è aggiunto negli ultimi secoli un terzo di derivazione illuminista e con profonde radici nell’ individualismo moderno. Si tratta di un criterio al tempo stesso materialistico e idealistico. Nel senso che per un verso tiene conto del bilancio demografico del gruppo sociale, e per l’altro "idealizza" l’individuo e in particolare i suoi diritti soggettivi, tra i quali ammette - semplificando - quello di darsi liberamente morte. Ma anche quello di "dover" godere, materialmente, di una vita libera e felice. E dunque di decidere, nel caso, quanti figli mettere al mondo. E soprattutto delle loro condizioni di salute: dal momento, che una volta al messi mondo, i figli se malati, potrebbero essere di intralcio alla ricerca individuale di felicità, per ogni membro della famiglia e per la stessa prole "malata".
Risulta perciò chiaro come fra le due tradizioni (chiamiamole pure così), quella cristiana idealistica e quella illuministica (materialistica-idealistica), non vi sia ponte: i punti di contatto sono praticamente inesistenti. Dal momento che per la tradizione cristiana l’idealismo è dato dall’uomo immagine di Dio, mentre in quella illuminista, dall’Uomo immagine dell’Uomo. Pertanto l’ "idealismo" illuminista, resta segnato da una forte curvatura materialistica, in quanto "idealizza" una realtà che è di questo mondo e non dell’altro.
Non può perciò non essere evidente come le discussioni di questi giorni intorno alla “Grande Moratoria dell’aborto”, siano destinate a sottolineare soprattutto le differenze fra le due tradizioni. E dunque a non approdare, vista la distanza tra le due concezioni, a pur auspicabili soluzioni di compromesso.
Va però detto che la tradizione idealistica, non poggiando su criteri utilitaristici (l’interesse dell’individuo e della società), presenta meno rischi involutivi di quella materialistica-idealistica, fondata comunque sull’autoconservazione fisica della società. E dunque passibile del progressivo scivolamento verso comportamenti da materialistica società di cacciatori, pescatori e raccoglitori, sbrigativamente attenta solo al proprio bilancio economico e demografico.
Tuttavia c’è chi crede che in una società pronta a celebrare i diritti dell’uomo, come la nostra, un’involuzione del genere sia praticamente impossibile. Ma perché escludere la possibilità, che una volta accettato il criterio utilitaristico-materialistico, non possa prevalere l’interesse della società a conservarsi su quello dell’ individuo a condurre una vita felice?
Purtroppo, di regola, quando sono in gioco gli interessi materiali c’è sempre il rischio che a soccombere siano gli interessi meno capaci di coalizzarsi. E nel caso quelli di individui resi di fatto sempre meno responsabili, e soprattutto disposti a tutto pur di non rinunciare alla propria “fetta”, grande o piccola, di felicità materiale.
Finché si resta giovani, s’intende.

mercoledì, gennaio 02, 2008

Il libro della settimana: Franco Cardini, Cesare Catà, Claudio Finzi, Domenico Losurdo, Marina Montesano, Costanzo Preve, Neocons. L’ideologia neoconservatrice e le sfide della storia, Il Cerchio Inziative Editoriali, Rimini 2007, pp. 128, euro 13,00.

Ci piace aprire il 2008 recensendo un testo interessante che pone un problema fondamentale, la cui soluzione va però ben oltre l’anno appena iniziato: quello del rapporto tra Europa e Stati Uniti. A scanso di equivoci va anche subito osservato che il contenuto del libro riflette solo in minima parte il titolo: Neoncons. L’ideologia neoconservatrice e le sfide della storia (Il Cerchio Iniziative Editoriali, Rimini 2007, pp. 128, euro 13,00 - http://www.ilcerchio.it/ -). Il che però non significa, ripetiamo, che il volume non sia interessante. E spieghiamo perché.
Intanto perché il testo raccoglie gli interventi di un gruppo di effervescenti e validi studiosi dalla formazione differente: Franco Cardini, Cesare Catà, Claudio Finzi, Domenico Losurdo, Marina Montesano, Costanzo Preve. Chiamati a dibattere dal compianto Antonio Santori, proprio in ragione di una diversità che “sana”, in quel di Servigliano (Ascoli Piceno) nell’agosto del 2006. Anche grazie, come ricorda Adolfo Morganti nella nota di presentazione, all’ “attiva coperazione” dell’Associazione culturale Identità Europea.
Sempre a proposito dei convegnisti, Morganti parla addirittura di “eterogeneità”. Aggiungendo però, e a ragione, il loro comune bisogno “di non cedere le armi della critica e della comprensione storica di fronte alle esemplificazioni arbitrarie ed alle leggi molto più assordanti della pressione massmediale. Il che non è poco, soprattutto nello sfigurato e servile panorama intellettuale di oggi.
In buona sostanza, il dato che accomuna tutti gli interventi (escluso quello, comunque dotto e ben articolato, di Cesare Catà, dall’ impianto russellkirkiano), è di favorire il ripensamento europeo, per ora intellettuale, dell’alleanza con gli Stati Uniti. Soprattutto se perseguita, come oggi avviene, nei termini, spesso scandalosi, di un Occidentalismo pavloviano a guida Statunitense. Un ripensamento, crediamo, che non può non preludere, anche se non a breve, al riposizionamento strategico europeo.
Il lato incoraggiante del libro, almeno per chi scrive, è nel fatto che alcuni autori giungono alle stesse conclusioni critiche, respingendo un concetto di Occidente, ad uso consumo esclusivo dell’espansionismo neo-imperiale Usa. Il che avviene - ecco il punto significativo - pur partendo da posizioni diverse, se non totalmente opposte: Losurdo (Lenin), Preve ( Marx e Trotzkij), Cardini (Jünger e Schmitt). Ma meritano di esssere ricordati, per ricchezza analitica e prospettica, anche i saggi di Marina Montesano e Claudio Finzi.
Il testo della Montesano (Il paradigma del musulmano come terrorista. Dall’11 settembre agli attentati di Londra) è segnato da una attenta analisi del rapporto tra religione e politica negli Usa. In particolare l’autrice delimita e analizza l'influenza predominante dei gruppi fondamentalisti protestanti. Fin dall’inizio pronti, forse "troppo" e dunque in modo sospetto, a costruire il paradigma del “Terrorista Musulmano”, funzionale alla politica militare e neo-imperiale di un Bush figlio in veste neocons. E chissà, ci permettiamo di aggiungere e sospettare, probabilmente anche di chi verrà dopo di lui…
L’intervento di Finzi (Europa e Occidente: ma sono la stessa cosa?) ricostruisce magistralmente le radici storiche e filosofiche della ricorrente durezza statunitense verso un’Europa, spesso vista come una viziosa matrigna. Finzi riconduce le origini di questa visione alle matrici puritane dei Padri Fondatori, in fuga da un'Europa cattolica, da essi ritenuta corrotta, sulla scia dei grandi fustigatori di una Madre Chiesa, considerata non più Santa, come Lutero e Calvino. Idee poi trasmigrate, pur con sfumature diverse, in statisti come Jefferson, Washington e Monroe. Nonché più avanti, e in termini salvifici e militari, in una politica estera post-1945, all’insegna più del bastone che della carota. Verso un'Europa che doveva essere salvata a tutti i costi dal comunismo. Così come oggi deve essere salvata dal terrorismo fondamentalista... Almeno come ritengono alcuni circoli politici e intellettuali Usa e addirittura europei.
A rigore, solo due saggi sono effettivamente dedicati ai necons. E sono opera, rispettivamente di Costanzo Preve (Un trotzkismo capitalistico? Ipotesi sociologico-religiosa dei neocons americani e dei loro seguaci europei ) e di Cesare Catà (Da radici inabbandonabili. Leo Strauss e la rivoluzione conservatrice).
Preve ricostruisce, con quella agilità di pensiero che gli è propria, le origini trotzkiste dei neoconservatori americani (o comunque di molti di essi). Singolari figure intellettuali, quasi delle mostruose chimere politiche, che come David Horowitz, sarebbero passati armi e bagagli (ideologici) dalla guerra di classe, come prolungamento della rivoluzione comunista mondiale permanente, alla guerra come propaggine armata della rivoluzione liberale permanente. Con i dirompenti effetti bellici, ora sono sotto gli occhi di tutti. Purtroppo. E da Preve duramente condannati. E per scoprirlo basta seguire la sua produzione recente (si veda ad esempio L’ideocrazia imperiale americana, Edizioni Settimo Sigillo, Roma 2004 - http://www.libreriaeuropa.it/ )
Invece Catà, che sembra propendere più Russell Kirk che per Strauss, tende a ricondurre e stemperare analiticamente certo criptomarxismo neocons nell’alveo di una più ampia tradizione di pensiero. Quale? Quella che appunto, secondo Russell Kirk, unirebbe Europa e Stati Uniti. Rappresentata dalle comuni radici classiche, cristiane e liberali(-conservatrici). Di qui, secondo Catà, la giustificata necessità di difendere in modo comune, valori comuni. Anche con la forza.
Per usare il gergo calcistico, la partita tra Preve e Catà finisce sul punteggio di 1 a 1. Forzandone a scopo esemplificativo le tesi (e ci scusiamo con gli autori): l’uno condanna, l’altro giustifica. Ed entrambi, pur mettendo a segno “reti” spettacolari (perché i due testi si leggono con interesse), non convincono completamente. E per una semplice ragione di griglia interpretativa: troppo stretta quella di Preve (Treviri e dintorni), troppo larga quella di Catà (Atene, Gerusalemme, Roma … e Washington).
Comunque sia, siamo davanti a una raccolta interessante, ricca anche di riferimenti bibliografici e di stimoli a un ulteriore approfondimento. Che evidenzia un fatto fondamentale: il problema del rapporto Europa- Stati Uniti è di tipo culturale, prima che militare e strategico. Come nota giustamente Franco Cardini nel fluviale ma intrigante intervento finale (Europa e Occidente. Dall’identità imperfetta alla divaricazione), tutto teso a documentare rigorosamente l’ambiguità ideologica del concetto di Occidente (soprattutto se sponsorizzato da Washington): “Resta indispensabile (…) determinare un vero sviluppo della coscienza patriottica europea”.
Un compito gigantesco e meritorio. Che va ben oltre il 2008, come accennato all’inizio. Ma dal quale non è possibile prescindere. Dal momento che è in gioco il futuro dell’Europa come entità politica.