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Nome: Carlo Gambescia
Località: Roma, RM, Italy

Il "metapolitics" nell'URL è frutto di una mia convinzione: i fenomeni sociali, economici, culturali vanno studiati al di là di quello che può essere l'uso strumentale, che ne fa la politica "attiva". Da studioso di sociologia, credo che esistano costanti sociali, che vanno al di là del discrimine tra destra e sinistra.Del resto esistono, come insegnano i padri della disciplina, dei "fatti sociali" puri: fenomeni sociali che si ripetono nel tempo e che vanno studiati in quanto tali, al di là di qualsiasi giudizio politico (come nel caso delle dicotomie amico-nemico, comunità-società, conflitto-cooperazione). Purtroppo, senza "metapolitica" si finisce sempre per fare cattiva "politica". Di qui l'importanza (o presunzione sconfinata...)anche di un Blog modesto come il mio che si propone di offrire, giorno dopo giorno, qualche elemento di riflessione "metapolitica", cercando di ricondurre il "particolare" (quel che accade) all'"universale" (le costanti sociali). Riuscirò nell'impresa? Saranno i lettori a giudicare... Comunque sia, ringrazio fin d'ora tutti coloro che interverranno, e anche... coloro che non interverranno.

giovedì, maggio 22, 2008

I libri della settimana: Marco Cedolin, Grandi opere: le infrastrutture dell’Assurdo, Arianna Editrice, Bologna 2008, pp. 256, euro 12,90; Marco Della Luna, Basta con questa Italia! Secessione, Rivoluzione o Emigrazione, Arianna Editrice, Bologna 2008, pp. 320, euro 13,50 - www.ariannaeditrice.it

Benché “cassati” dalla rassegna stampa di Arianna Editrice ( e non abbiamo ancora capito perché…), ci corre l’obbligo di segnalare questi due ottimi libri. Come dire: porgiamo l’altra guancia. Carl Schmitt non sarebbe d’accordo. Ma fa lo stesso...
Marco Cedolin non ha bisogno di presentazioni: scrittore, collaboratore di importanti siti web, membro di Decrescita felice. Grandi opere è una informatissima e dirompente enciclopedia dei pericolosi sprechi "infastrutturali" italiani (e non solo…). Un libro che fa giustizia del gigantismo economico contemporaneo. E che sarebbe piaciuto a Leopold Kohr il padre del “piccolo è bello”, maestro di Ernest (o Ernst) Fritz Schumacher…
I grandi cimiteri sotto la luna ci sono tutti: Tav, Mose, autostrade, megainceneritori e via discorrendo. Cedolin non fa prigionieri. E fa bene. Particolarmente interessanti, sotto l’aspetto teorico, i capitoli sull’economia e la psicologia delle grandi opere. Puntuali, e condivisibili, le conclusioni sull’importanza della decrescita. Scrive Cedolin: “Iniziare a decrescere non è difficile, basta avere un pizzico di buona volontà e la consapevolezza di poterlo fare. Ogni piccolo gesto che va nella giusta direzione ci rende un poco più felici e un poco più liberi […]. Cambiare il nostro modo di vivere su questo pianeta è possibile, ma, per riuscirci, è necessario cambiare prima noi stessi e non avere paura di farlo, perché non siamo soli e molte altre ‘persone normali’ stanno iniziando a passeggiare con lentezza insieme noi”. Che aggiungere? Bravo.
Anche l’avvocato Marco Della Luna, non ha bisogno di presentazioni. I nostri lettori ricorderanno senz’altro il bestseller Euroschiavi, scritto con Antonio Miclavez, e pubblicato sempre da Arianna(http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/2005/11/il-libro-della-settimana-marco-della.html).
Ora, in Basta con questa Italia!, Della Luna ci guida per mano nel Paese degli scandali, delle caste e delle mafie di ogni genere. Una brutta Italia di cui vergognarsi. Ma potentemente illuminata e fustigata dall'autore. E, attenzione. con il piglio del polemista di razza. Un libro che sicuramente piacerà a tutti cani sciolti della Rete e non. Insomma, anche qui, siamo davanti a testo di qualità, da non perdere.
Ma lasciamo la parola all'autore: “Questo è un libro semplice, diretto, esplicito e brutale. Come un manuale per la guerra NBC ( nucleare, batteriologica, chimica). Senza pretese di completezza, di sistematicità: appunto, si tratta di un manuale per allenarsi alla realtà. Un prontuario di analisi, orientamento e critica per districarsi, liberarsi, resistere o ritirarsi strategicamente, secondo le circostanze, ma con una visione di lungo termine, strategica. Per non perder tempo, per non attardarsi sul Titanic aspettando che arrivi in un porto oramai irraggiungibile. Per smagarsi da sé contro l’ipnosi della disinformazione e della propaganda dei mass media e delle istituzioni".
Lasciamo al lettore il piacere di scoprire da sé, quali carte Marco Della Luna abbia in serbo per lui… Perciò qui ci fermiamo. Buona lettura a tutti.

mercoledì, maggio 21, 2008

Le due città: da Agostino a Corviale (2)

La Città di coloro che non hanno
Nella Città Terrena che sorte tocca a coloro che non hanno? Quelle persone, per dirla ancora una volta con Toynbee, che sono nel “pozzo nero, al di sotto delle brillanti opere di superficie”?
Nella Città Celeste i poveri partecipavano in qualche modo, spesso solo simbolico, al potere. Ma, in ogni caso sussistevano limiti “cosmici” alla ricchezza e alla povertà, oltre i quali era pericoloso spingersi. Di più: il popolo era temuto. E ciò spiega le distribuzioni di cibo e denaro, così diffuse nell'antichità, ma anche le feroci rivolte redistributive, dalle secessioni delle plebi romane, ai ciompi e al “vive le roi et sans la gabelle” nella Francia popolare del Seicento.
E oggi? Il “popolo” vive una condizione, come dire, di frammentazione sociale e abitativa. Spieghiamo come e perché.
Le classi medio-basse, se possono, cercano di imitare la secessione abitativa delle élite. Le quali hanno da tempo scelto di vivere in zone residenziali, situate in centro o nei ricchi suburbi. I ceti medi devono perciò accontentarsi di luoghi meno prestigiosi magari periferici, oppure delle cosiddette “aree adiacenti al centro storico”, ma comunque a distanza di sicurezza dal “popolo” che vive invece in teratologici “serpentoni” , “torri” di cemento armato”, come ad esempio nei romani Corviale e Laurentino 38. Dove vivono operai, piccoli artigiani, pensionati sociali, famiglie monogenitoriali, immigrati (“in regola” o meno), giovani disoccupati, e via scendendo lungo la cosiddetta scala sociale…

La Città di coloro che hanno
Ogni società urbana si organizza secondo le risorse e le capacità dei diversi gruppi che la compongono. Ma una caratteristica del nostro tempo sembra essere proprio la separazione sociale, anche di tipo conflittuale, tra centro e periferia. Ovviamente, i ricchi che non hanno problemi di risorse, possono trarre da questa situazione soltanto ulteriori vantaggi. Vediamo perché.
Un ruolo fondamentale è giocato dallo spazio. Oggi, come mai in passato, le élite sono diventate cosmopolite e il popolo “locale”. Lo spazio del potere e della ricchezza si proietta in tutto il mondo, mentre la vita e l’esperienza della gente comune sono radicate nei luoghi, nella propria cultura, nella propria storia.
Di qui la necessità per le élite del potere, per un verso, di evitare ogni contrapposizione tra globale e locale, e, per l'altro, di favorire i conflitti tra localismi diversi: tra etnie e religioni diverse, tra ceti professionali, tra classi.
Viene così a crearsi uno scenario paradossale, dove la Città Terrena, finisce per rappresentare, proprio per il suo "illuminato" e "unificante" gigantismo “tentacolare”, il luogo ideale delle esclusioni, delle rivalità, dei conflitti tra ceti sociali privi di ogni reale potere: dal lavoratore dipendente al microscopico professionista, dall’insegnante sottopagato al pensionato, fino alla giovane famiglia con pesanti mutui bancari sulle spalle. Tutti costoro invece di marciare in massa contro il Palazzo d’Inverno, si perdono in guerre intestine, tra “poveri”, per ottenere la chiusura di un Sert, per invocare la diminuzione delle imposte comunali sulla casa di proprietà, per un facilitazione bancaria di pagamento, eccetera.
La Città Terrena con le sue distanze e i suoi ghetti (anche di lusso) finisce così per favorire la disunione sociale e l’odio verso gli esclusi ( disoccupati, precari, diversi, immigrati, poveri, tossicodipendenti). Spesso incoraggiandolo dall'alto. Si pensi solo al demagogico dibattito sulla sicurezza dei cittadini perbene...
Una situazione conflittuale che consente ad élite sempre più cosmopolite e potenti di dominare incontrastate, puntando sulla propria volontà coesiva di distinguersi dal “popolo”.
Perché - ed è bene non dimenticarlo mai - più una società è formalmente democratica nelle istituzioni politiche, più le élite (come per reazione chimica), sono spinte a distinguersi dal resto della popolazione, creando stili di vita e codici culturali esclusivi. Come infatti sta accadendo sul piano mondiale, dove sembra predominare la cultura efficientistica e cinica dei circoli manageriali del capitalismo informazionale.

Da dove ricominciare?
La vera questione da risolvere concerne perciò un fatto fondamentale: come integrare democrazia politica e democrazia economica? Come ridurre le distanze sociali e promuovere stili di vita non consumistici? Come convincere democraticamente le persone a non considerare desiderabli i mutevoli e costosissimi stili di vita delle élite.?
E qui il discorso si farebbe troppo lungo… In ogni modo resta un fatto fondamentale: la Città Terrena è di ostacolo a qualsiasi trasformazione sociale in senso comunitario. Perciò si dovrà ripartire dalla cultura “antica” della Città Celeste. Ovviamente non nel senso in cui oggi la intendono e promuovono alcune amministrazioni locali: come cultura del divertentismo e dello svago per “masse stressate” da ipnotizzare con dosi massicce di esotismo hollywoodiano. Ma in termini comunitaristi. Tenendo però sempre presente la grande lezione del solidarismo personalista di derivazione cristiana e liberale.
Certo, si parla di valori, ai quali non tutti assegnano lo stesso significato (comunitarismo, liberalismo, cristianesimo). Pertanto resta molto lavoro teorico da svolgere nei termini di una onesta chiarificazione ideologica. Da parte di tutti.
Inoltre rimangono alcuni nodi di fondo: più la Città Terrena cresce, meno è controllabile; più si dilata la cultura del divertentismo urbano (a sfondo narcisistico), meno la gente diviene consapevole dei rischi sociali che corre; più i “poveri” sono in guerra tra loro, meno preoccupazioni insorgono nei ricchi.
Ecco, come sciogliere questi nodi? E soprattutto come far capire a chi ha già poco che il sassoso sentiero che conduce alla Città Celeste, va percorso a piedi nudi”
( fine)

martedì, maggio 20, 2008

Le due città: da Agostino a Corviale (1)

Stimolati dalle periodiche e interessanti riflessioni di Biz (http://bizblog.splinder.com), colto architetto e studioso di urbanistica, proponiamo agli amici lettori una nostra riflessione sul destino della città. Ovviamente di natura sociologica.
Si tratta di un testo piuttosto lungo e di taglio prospettico, che abbiamo suddiviso in due parti.
La prima viene pubblicata oggi, la seconda domani.
Ricordiamo, in particolare a Biz, che il nostro testo potrebbe tornare utile anche a proposito del dibattito su cattolici e politica.


Può sembrare poco ortodosso, soprattutto al routinier dell’urbanistica più alla moda, ma la teologia agostiniana, quella del conflitto tra le due Città, può aiutarci a capire la crisi della città tardo moderna. Perché la lotta tra Città Celeste e Città Terrena può anche essere rappresentata come conflitto tra principi sociologi opposti. Certo, si tratta di andare oltre la pura interpretazione teologica, magari forzandola un poco. Ma basta intendere i due principi come modi opposti di costruzione sociale della realtà(lo spirituale e il materiale), per disporre in di uno strumento analitico di grande valore

La Città Celeste
Con Città celeste va intesa non tanto ( o solo) la città agostiniana o quella perfetta dei riformatori di ogni epoca, oppure la città “santà” (Gerusalemme, Roma, ecc.) ma la città preindustriale o tradizionale. Perché Città Celeste? Perché si parla di una città basata su una dimensione ultraterrena. Che può essere quella cristiana, ma anche “riflesso esemplare” di una cosmogonia, per dirla con Eliade. Ogni città, come ogni nuova casa edificata, è giudicata un’imitazione o addirittura una ripetizione della creazione del mondo. Ogni spazio urbano finisce così per riflettere un “ordine più alto”: celeste. Attraverso appositi rituali (dai riti di fondazione alle benedizioni pasquali), il singolo si sforza di adeguare, talvolta inconsapevolmente, il suo ambiente umano (città, villaggio, casa), al prototipo perfetto : un luogo che si riceve e consacra a dio o agli dei, e si accetta di difenderlo, anche a costo della vita.
Sul piano storico e materiale siamo perciò davanti a una città circondata da mura, economicamente collegata alla campagna o al porto (come il Pireo per Atene). Con i suoi riti, miti, dei e santi. Con i nobili e i ricchi che vivono gli uni accanto agli altri. Città dove si circola a piedi, in carrozza o lettiga, oppure a cavallo o dorso d’asino. E dove i commercio con il contado e le altre città si svolgono in occasioni di feste religiose. Per circa seimila anni (fino alle soglie del XIX secolo d.C.) il modello generale di ogni insediamento umano, in Occidente, è stato questo.
Roma con il suo impero rappresentò una specie di supercittà tradizionale, il cui entroterra agricolo era costituito dai frutti delle sue conquiste militari.

La Città Terrena
Con Città Terrena, va invece intesa, quella che Arnold Toynbee ha definito City on the Move : l’ aggressiva città degli ultimi due secoli, che “esce di città”, cresce, invade e sommerge “di calcina e mattoni” quanta più superficie, al suo esterno, riesce a “coprire”. Perché Città Terrena?
In primo luogo, perché è una città dove la dimensione ultraterrena è confinata nelle “sottocittà” sante. Che senso avrebbe, in una società che ha privatizzato la funzione religiosa, fare appello a "un ordine più alto”? Ordine che potrebbe essere pericolosamente opposto, da masse di diseredati, al “disordine” economico sul quale la Città Terrena, post-tradizionale, si regge?
In secondo luogo, perché quando gli dei della città tacciono, parlano solo gli uomini, e attraverso questi, quel piccolo dio che corrompe i cuori: il denaro. Infatti quali sono oggi i principali punti di riferimento architettonico? Giganteschi grattacieli che ospitano banche, istituzioni finanziarie, imprese transnazionali: tutti ventriloqui dei dio Mercurio. Sul piano storico e materiale si tratta di una città priva di mura, che non ha più bisogno del contado. Dove ricchi e poveri vivono separati. Una città segnata da traffico intenso, pendolarismo, inquinamento, criminalità. Dove tutto è commercio e denaro. O per dirla più nobilmente con Manuel Castells: flusso informazionale. Il cui controllo è detenuto dai pochi che hanno accesso ai codici culturali: le nuove élite di un capitalismo invisibile, perché informatizzato, che muove cifre colossali, con un semplice clic sulla tastiera di un computer…
Sotto questo aspetto - e semplificando - gli Stati Uniti rappresentano una specie di gigantesca “supercittà” post-tradizionale e imperiale. La City on the Move per eccellenza, che per riprodursi e contrastare i nemici esterni deve ricorrere a professionisti e mercenari (come la Roma imperiale), perché nessuno vuole morire per una città “imperfetta” dove gli dei tacciono e Dio parla solo la domenica. E neppure viene ascoltato da tutti.
(fine prima parte)

lunedì, maggio 19, 2008

Il Giornale: prove tecniche di totalitarismo
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Il Giornale, nascondendosi dietro il solito sondaggio “favorevole” ( http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=262359 ), propone con grande entusiasmo di prendere “le impronte e il dna di tutti gli zingari”.
Nulla di nuovo sotto il sole. Purtroppo. E' come tornare a Pilato. Che chiedeva alla folla di scegliere tra Gesù o Barabba... E per giunta il Giornale sembra entusiasta che la gente, dopo duemila anni, risponda ancora all'unisono Barabba... Invece di scorgervi un buon esempio di quanto funzioni male la democrazia plebiscitaria. La stessa che portò Hitler al potere, col consenso maggioritario ed entusiasta di quei tedeschi che volevano sentirsi “sicuri”.
Domanda: ma allora quelli del Giornale che razza di liberal-democratici sono? Risposta: non lo sono affatto. Cianciano di libertà, soprattutto nelle pagine economiche. Perché da bravi sottoposti legano la libertà al possesso di mezzi economici. Come quelli, tanti, forse troppi, posseduti dalla famiglia Berlusconi, che a sua volta, guarda caso, è proprietaria del Giornale. Ma questa è un’altra storia…
Prendere le impronte di una persona, o addirittura il suo dna, senza che abbia commesso un reato è un fatto di assoluta gravità. Perché, ad esempio, significa ritenere tutti gli “zingari“ colpevoli solo per essere tali "dalla nascita". Tesi molto apprezzata a suo tempo dal dottor Mengele.
Non è perciò una misura da prendere sottogamba. Dal momento che una volta passato a "furor di sondaggio" il principio della reponsabilità oggettiva di gruppo, di regola invocato dai più infami regimi totalitari, ogni diverso ( dal membro di una comunità gay a quello di una lunatic fringes) rischia di essere schedato, e poi magari messo in prigione. Solo perché “otto italiani su dieci” eccetera, eccetera…
Di qui la necessità di creare un fronte comune, come dire, di tutti i “diversi”. Un fronte in grado di fare opinione e così impedire l’introduzione di misure come quelle avanzate dal Giornale. Provvedimenti contrari non solo ai principi liberali, come dicevamo all’inizio, ma alle due più elementari forme di libertà personale: quella di natura ascrittiva che riguarda il rispetto dell’ appartenenza per nascita dei singoli a gruppi sociali “marginali” come nel caso dei rom. E quella di natura acquisitiva che concerne il rispetto delle appartenenze per scelta, come nel caso dell’ adesione individuale a gruppi politici “non conformi”, di qualsiasi colore.
La libertà è rispetto della minoranze, tutte. Pertanto la situazione è seria. E l’unica riposta possibile resta la creazione di un “Fronte dei Diversi”.
Guai a dividersi. E qui ci piacerebbe conoscere il parere di Luca Doninelli, collaboratore del Giornale e cattolico come noi. Ma a quanto pare, frequentatore di cattive compagnie...

sabato, maggio 17, 2008

Il sabato del villaggio nei libri (17)

La cultura di destra
Il deserto dei Tartari.

La cultura di sinistra
Il falò delle vanità.

Berlusconi
L’Arco di Trionfo.

Veltroni
Bonjour tristesse.

Bertinotti, Diliberto & co.
Gorilla nella nebbia.

Pier Ferdinando Casini
Il Signore delle Mosche.

N.B. Il post può essere ripreso, ma solo nella sua integralità e a condizione di indicare la fonte (C.G.).

venerdì, maggio 16, 2008

Rom, romeni, immigrati “clandestini”: Berlusconi e la teoria del capro espiatorio

Davanti a episodi come l’incendio e il rastrellamento dei campi rom intorno a Napoli, avvertiamo sulle nostre spalle tutto il peso di una vita passata inutilmente a studiare i fenomeni sociali per capire e in certo senso migliorare la qualità della vita di tutti, iniziando dalla necessità di migliorare i rapporti fra le persone di cultura diversa.
Per quale ragione questa stanchezza? Perché, soprattutto nell’Italia di oggi, sembra prevalere una sorta di regolarità o costante sociale “negativa”. Quale? Quella di indicare un capro sociale espiatorio come vittima da immolare sull’altare della pubblica sicurezza degli italiani. Rischiando - ecco il punto - di trasformare l’Italia in uno “Stato di polizia” e soprattutto di trattare le persone - tutte le persone a cominciare dai rom - come puri e semplici ostacoli, al normale “andamento” della vita sociale.
Un esempio: sembra che a Napoli, dopo il rastrellamento di un campo nomadi e il trasferimento dei suoi residenti in apposito centro di raccolta (o di concentramento?), un rom con gravissimi problemi motori, sia stato abbandonato carponi su un giaciglio improvvisato, senza nessun aiuto o conforto…
Si dirà, si tratta di un caso isolato… No. Noi invece crediamo che la situazione sia seria e che questo governo di destra giochi le sue carte proprio sulla creazione di un “capro sociale espiatorio” (rom, romeni, immigrati), come nemico interno, per ricompattare collettivamente gli italiani, intorno alla figura “carismatica” di Berlusconi, salvatore del “popolo” dall' "invasione straniera”.
Creare un “capro sociale espiatorio” e soprattutto tenerlo costantemente vivo, istituzionalizzando una situazione di allarme, introduce un elemento di controllo sociale molto forte. Il che favorisce la possibilità di recepire legislativamente, magari per decreto legge, l’idea di un pericolo sociale incombente. Dopo di che tutto potrebbe diventare possibile sotto l'aspetto delle attività di polizia (preventive e repressive). Nessuno di noi sarebbe più sicuro di conservare la propria libertà, magari in quanto "amico" di rom o stranieri "pericolosi".... Stando alle ultime notizie, Maroni sarebbe favorevole a recepire l'idea di introdurre ronde miste esercito-polizia per una "migliore gestione dell’ordine pubblico".
I sorrisi "plasticati" del Cavaliere, il dolciastro sostegno di Veltroni al governo, l’intimidazione verso qualsiasi forma di opposizione vera (si pensi al caso Travaglio e al “consiglio” di Fini-presidente a Di Pietro, di valutare bene in futuro i contenuti dei suoi interventi parlamentari…), sono tutti segnali molto pericolosi. Soprattutto se collegati alla crescente istituzionalizzazione di un clima da “guerra civile” nei riguardi dello “straniero”, rappresentato come potenzialmente pericoloso. Una raffigurazione sociale, non di tipo descrittivo ma prescrittivo, che serve a spianare la strada al progetto della destra di introdurre, e in modo definitivo, il reato di immigrazione clandestina.
Un quadro sconfortante che spiega certa stanchezza denunciata all’inizio del post. Nessuno ti ascolta. E soprattutto nessuno sembra sinceramente badare al progressivo imbarbarimento della società italiana. Si pensi solo a quel che è capitato in Sicilia alla dolce Lorena. Oppure a Erba…
Il governo di destra, sembra fare leva anche su quest'ultimo fattore, per mantenere gli italiani prigionieri di una paura, che in realtà rischia di favorire solo i segreti giochi di potere dei "manovratori", per citare Antonio Di Pietro.
Che amarezza, povera patria nostra.
P. S.
In argomento si segnala il bellissimo post di Miguel Martinez, pubblicato su http://kelebek.splinder.com/ , sabato 17 maggio: Diceva di chiamarsi Maria... (4).
Buona lettura.
Carlo Gambescia

giovedì, maggio 15, 2008

Meta (political) comics: Le mie “nuove sintesi” sono più fresche delle tue…

In principio era Cacciari. Che all’inizio degli anni Ottanta rintronò di paroloni, durante un convegno fiorentino, i metapolitici di destra. Sdoganandoli. Almeno così scrissero i giornali. Da lì, come le caravelle di Cristoforo Colombo, partirono le “nuove sintesi”.
Dopodiché venne Berlusconi. I non metapolitici, rimasti intruppati nel Movimento Sociale, bevvero l’acqua di Fiuggi in bottiglioni tricolori con il logo di Retequattro, forniti da Berlusconi. Era lui che fischiava dal nido del Cuculo di Arcore. E non qualche sparuto gruppetto di barbuti intellettuali simil-cacciariani in "gondoetta", con lucerna e celtica dorata. In ballo c’erano le “nuove sintesi”, quelle vere, molto concrete, del potere. E non i falò delle rificolone fiorentine...
Da Firenze e Fiuggi sono passati tanti anni. Forse troppi. Ma post-fascisti berlusconiani e cacciariani stanno sempre lì con il cappello in mano. In attesa che qualcuno, come dicono i professoroni, li legittimi. Oddìo, quelli ipnotizzati da Giucas Berlusconi alla meta ci sono quasi arrivati. Ma si guardano sempre intorno, intontiti, come i miracolati: non si sa mai… Si veda, ad esempio, la faccia un po' così di Fini, neo-presidente della Camera. Ricorda quella di Lazzaro, morto e risorto.
Invece quelli stregati dalle chiacchiere di Cacciari stanno ancora a carissimo amico… Per le loro caravelle l’America è ancora lontana… Un po’ si sono divisi, un po’ no. Ma ognuno gelosamente si tiene stretti i suoi librettini, le sue rivistine, i suoi direttorieditorialini. Anche se poi, appena uno si gira un attimo, subito dopo scopre che gli hanno fregato le sue, di “nuove sintesi”. Che tempi! Le avevo appoggiate lì sul tavolo, solo per un momento. Vabbè.
Collaborare tutti insieme con cuore sincero, come dicevano i nonni? Non sia mai… Le mie “nuove sintesi” sono più fresche delle tue. Sì, come le uova… Magari te le frego di nascosto, però… Morale: Gerusalemme batte Atene uno a zero.
Ma tutto accade a livello lillipuziano. Perché non se li fila nessuno. Purtroppo.
Anzi per la sinistra, quella dura, incazzosa e che conta, i "nuovisintetici", di sintetico avrebbero solo il tessuto della camicia. Nera…
Concludendo, quelli di Berlusconi due soldi li hanno fatti. Quelli di Cacciari: zero carbonella, come dicono a Roma. Ma a loro non gliene frega niente. Giusto. Del resto sempre postfascisti sono: dunque nudi alla meta. Ammesso pure che ci sia ancora una meta.