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mercoledì, febbraio 10, 2010

Ricordo di Antonio Giolitti. Un socialista colto e all’antica
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Un socialista colto. Ecco chi era Antonio Giolitti. E all’antica. Perché diffidava del mercato. Il suo però era un socialismo democratico, basato sulle riforme sociali e sull’economia mista, e dunque “anche” sul mercato. Ma rivisto e corretto grazie alla programmazione economica, di cui, con Giorgio Ruffolo, Giolitti fu propugnatore durante la fase eroica del centrosinistra. Nei cui governi, tra il 1963 e il 1974, ricoprì più volte Ministro del Bilancio.
Dicevamo un socialista colto. Basta scorrere il catalogo storico delle Edizioni Einaudi, per scoprirvi tra i collaboratori, e fin dagli anni Quaranta, un brillante Giolitti, laureato in legge, ma lettore onnivoro e poliglotta. Sua (e di Sergio Cotta), la versione italiana ridotta, anno di grazia 1943, del monumentale studio di Otto von Gierke su Giovanni Althusius e lo sviluppo delle teorie politiche giusnaturalistiche. Dove si ricostruisce la sfida del contrattualismo moderno all’organicismo medievale. Un libro tuttora utile per assaporare le radici della democrazia sociale europea.
Ma è sua anche la traduzione di un piccolo classico delle scienze sociali: Max Weber, Il lavoro intellettuale come professione, da lui curata nel 1948 (il volume tra l'altro si avvala di un densa introduzione di Delio Cantimori). Dove il sociologo tedesco, quando si occupa della politica come professione, distingue chiaramente tra chi vive di politica per trarne profitto, e chi vive per la politica donandosi alla comunità. Una “verità” di cui Giolitti, socialista dai costumi spartani, ha sempre fatto tesoro. E che, forse, può spiegare la sua rottura con Craxi negli anni Ottanta.
Non va dimenticata neppure l’attenzione che Giolitti dedicò all’edizione italiana - anno di grazia 1955 - di un gioiello della scienza economica, tra l’altro caro a Luigi Einaudi: Richard Cantillon, Saggio sulla natura del commercio in generale . Dove si spiega - parliamo di un testo pubblicato nel 1755, molto prima della Ricchezza delle Nazioni di Adam Smith - perché alla mano invisibile del mercato non può non affiancarsi quella visibile dello stato. Ecco un’altra “verità”, di cui il Giolitti, Ministro del Bilancio, farà tesoro…
Infine va ricordata la sua direzione della “Serie di Politica Economica”, nata nel 1966, che ospiterà libri che arricchiranno il catalogo Einaudi, come quelli di Robert Triffin, Il sistema monetario internazionale: ieri, oggi, domani ( 1973) e di James O’Connor, La crisi fiscale dello stato (1977).
Insomma, quel che vogliamo sottolineare è che l’impegno politico di Antonio Giolitti non può essere separato dal suo intenso lavoro culturale e di scrittore politico. Si pensi, infatti, a libri come Riforme e Rivoluzione (1957), dove si capisce il perché della sua uscita da un partito comunista italiano ligio al criterio della doppia verità (per i dirigenti e per i militanti), anche sui fatti d’Ungheria. Nonché Il comunismo in Europa (1960), ricca raccolta di documenti che spiega, per via indiretta, l’ adesione di Giolitti al socialismo, evidenziando i pericoli della sclerosi sovietica. Tuttavia, non meno gravi di quelli del “rivoluzionarismo”, come si legge in Un socialismo possibile (1967) e Lettere a Marta (1992).
Ma lasciamo la parola a Giorgio Ruffolo, suo amico e collaboratore: alla morsa rivoluzione-dittatura, “il socialismo possibile” di Giolitti “opponeva l’esigenza del passaggio dall’utopia al progetto, cioè dalla pretesa che la storia facesse il lavoro grosso, accompagnandolo con le famose riforme di struttura, considerate da alcuni (tra i quali l’amico Lombardi) in senso concretamente antagonistico, a colpi di bastone. Un progetto che si prendesse carico di inserire quelle riforme in un percorso di programmazione, assicurando in ogni momento, con il sostegno delle forze sociali progressiste e con i necessari compromessi con le forze imprenditoriali più lungimiranti - le imprese pubbliche, anzitutto - la compatibilità delle grandi variabili economiche”.
Cosa sia rimasto del “socialismo possibile” giolittiano è sotto gli occhi di tutti. Nulla o quasi. Restano però i suoi libri e la figura esemplare di un socialista colto e all’antica. Il che basta e avanza per onorarne la memoria.

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martedì, febbraio 09, 2010

I giovani e politica: un rapporto difficile
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Sono i giovani che non capiscono la politica o è la politica che non capisce i giovani? La domanda, un po’ alla Marzullo, in realtà è seria. Perché, nonostante sia scontato dirlo, i giovani sono il nostro futuro. Ma prima di rispondere al quesito, ricordiamo i dati forniti dall’Istituto Iard Rps (“Valori e fiducia tra i giovani italiani”, 2007, p. 21, tab. 1.2, pdf. - http://www.istitutoiard.it/intro.asp ): il massimo centro italiano di analisi e osservazione della condizione giovanile.
Sintetizzando rozzamente: tra i quindici e i ventiquattro anni 8 giovani su 10 pongono in cima alla scala dei valori la famiglia e l’ amicizia; 6 su 10 lavoro e tempo libero; 4 su 10 solidarietà e interessi culturali; 3 su 10 il fare carriera; 2 su 10 l’impegno sociale. E solo 1 su 10 la politica Un dato, quest’ultimo, che si è mantenuto stabile dall’inizio degli anni Ottanta ad oggi. Insomma la politica, di sicuro, non è amata dai giovani. Mentre famiglia, amicizia, lavoro e tempo libero sono valori fondamentali e condivisi. Perché, in particolare i primi due, sono sentiti più vicini, e perciò capiti e amati.
E la politica? Diciamo che si interessa ai giovani, ma probabilmente non li ama, forse perché non li capisce. O non vuole capirli. Cerchiamo di spiegare perché.
Innanzitutto, va rilevata la grande distanza che intercorre tra i tempi della politica e quelli dei giovani. Si pensi solo alla rivoluzione internet degli ultimi trent’anni. Oggi un quindicenne, sa tutto su come navigare e informarsi in Rete, mentre il nostro Parlamento continua ad azzuffarsi su riforme scolastiche che rischiano di essere varati già vecchie… Oppure, al contrario, come continua ad accadere per le università, si accelera il cambiamento dell’ordine degli studi, oltre il lecito, moltiplicando in realtà cattedre e moduli. Fino al punto di provocare disorientamento tra gli studenti. I quali, di conseguenza, non possono né potranno nutrire alcuna riconoscenza verso la classe politica…
Non va neppure trascurata l’immagine che la politica continua a veicolare di se stessa. Segnata da risse mediatizzate, scandali, gossip, eccetera. Un profilo talmente basso da non facilitare l’avvicinamento dei giovani alla politica, vista di riflesso come qualcosa di poco pulito.
Indubbiamente, la causa fondamentale della disaffezione giovanile (che oppone alla politica, gli amici, la famiglia e un lavoro che tra l’altro non si trova…), è nel clima individualistico che sembra aver segnato l’ultimo venticinquennio. Cosa del resto comprovata dal rilevante interesse dei ragazzi per il “tempo libero”. Che però - attenzione - in 2 giovani su 10, lascia la porta aperta all’impegno in attività di volontariato. Pertanto il temuto “ritorno dell’individualismo”, potrebbe tramutarsi anche in forme di solidarietà concreta verso gli altri. Comportamenti, per ora minoritari, ma avvertiti come più gratificanti rispetto all’impegno politico.
Il che non sarebbe un male. Dal momento che la maggiore attenzione sociale verso l’altro, può essere spiegata anche attraverso il valore elevato che i giovani attribuiscono all’amicizia. Probabilmente il volontariato sociale viene inteso dai ragazzi come una positiva e progressiva estensione della sfera amicale.
E qui la politica, invece di imporre decisioni fuori tempo massimo e spesso punitive nei riguardi dei giovani, dovrebbe favorirne l’inserimento nel mondo dell’assistenza sociale, dove molti ragazzi potrebbero così coniugare impegno sociale e lavoro: valori e interessi.
Mentre, come abbiamo detto, la continua e mutevole legiferazione su scuola e università va nella direzione opposta. Infatti, se per un verso è giustificato ricercare un collegamento tra giovani e lavoro, per l’altro è sbagliato, pretendere di farlo, ignorando i valori in cui i ragazzi credono.
Il che conferma, concludendo, che non sono i giovani a capire la politica, ma la politica a non capire i giovani.
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lunedì, febbraio 08, 2010

Elezioni regionali. Il manifesto è mio e me lo gestisco io….
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Manifesti elettorali. L’argomento può apparire marginale, ma in realtà non lo è.
Qui a Roma appena è scattata la fase B delle regionali, “acchiappa acchiappa l’elettore gonzo” (la fase A riguarda la scelta del candidato, mentre quella C, vittoria e conseguente spartizione delle spoglie, a partire dalla Sanità), il primo faccione apparso sui muri della città è stato quello di Renata Polverini. Che per dirla con la Gianna Nannini, pur “con gli occhi neri e il suo sapor mediorientale” frangettona inclusa, per la destra potrebbe alla fin fine risultare “bella e impossibile”, come Governatrice del Lazio… Perché la Bonino sarà pure bruttarella su tutte le ruote, ma come amministratrice ha già dato buona prova di sé, soprattutto in Europa. E gli elettori lo sanno.
Inoltre quell’invasione di campo, anzi di muro, della Polverini, neppure a dieci minuti dalla candidatura ufficiale - per carità manifesti “affissi negli appositi spazi” - non c’è piaciuta. L’abbiamo trovata più sgradevole di un “gelato al veleno”, per dirla ancora con la grande Gianna.
E ora, ovviamente, tomi tomi cacchi cacchi, sono arrivati in massa tutti gli altri candidati, all’insegna del manifesto è mio e me lo gestisco io… E così la città sta già ricoprendosi di manifesti abusivi e non. Ludi cartacei? Faccia il lettore. Anche se, per come è stato amministrato il Lazio negli ultimi anni, si potrebbe propendere per il sì.
Per tale ragione vogliamo qui raccogliere l’appello dell’Associazione Teorema Network ( http://www.associazione-teorema.it/index.asp?modulo=news_det&id=327 ). Che si è rivolta al Sindaco di Roma, ai cittadini, ai partiti e ai candidati alle elezioni regionali di marzo affinché assumano da subito “un impegno concreto contro il degrado urbano”. La stessa associazione ha promosso una raccolta firme sul suo sito. Alla quale ognuno di noi, può aderire, prescindendo da qualsiasi preferenza politica personale.
E’ interessante conoscere anche la nota che accompagna l’appello: “Chiediamo ai candidati alla presidenza e al Consiglio regionale, ai segretari di partito, ai Sindaci e ai Presidenti di Provincia, un impegno pubblico per il pieno rispetto della legge, non autorizzando nessuno ad attaccare manifesti fuori dalle plance autorizzate”. Dal momento che “in occasione della campagna elettorale per le Europee del 2009 sono stati affissi dagli 8 ai 10 milioni di manifesti abusivi, oggi si rischia di assistere all’ ennesima guerriglia urbana fatta di illegalità, spreco e lavoro nero”. A quest’ultimo proposito, molti “attacchini” vengono pagati solo in caso di vittoria dei candidati, ossia i “mandanti” politici. Insomma, peggio della Chicago di Al Capone…
Inoltre “il Comune di Roma - continua la nota - spende cifre assurde per rimuovere i manifesti abusivi, e nel 2008 sono state fatte 5.472 multe per complessivi 2 milioni e 188 mila euro. Soldi mai incassati perché il Parlamento, con il decreto “Milleproroghe” del marzo 2009, ha approvato un condono per le multe inflitte ai partiti e candidati dal 2005 ad oggi. I partiti non pagano le multe - conclude Teorema - aspettano i condoni “.
Ora, Madama Bonino ha già aderito all’appello ( http://www.associazioneteorema.it/index.asp?modulo=news_det&id=339 ) . Mentre Madamina Polverini, così almeno ci risulta, ancora latita… Ma forse vuole proporre, come ha già auspicato per le Asl, anche l’accorpamento degli “attacchini".
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venerdì, febbraio 05, 2010

Crollano le Borse europee. Ci risiamo con la speculazione...

Ieri le Borse europee hanno bruciato 128 miliardi di euro per contrastare i timori degli investitori circa lo stato di salute dell'economia spagnola. L'indice paneuropeo Dj Stoxx 600, che sintetizza l'andamento dei principali indici del Vecchio Continente, ha perso il 2,69%, mentre la Borsa di Madrid è caduta del 5,94%. In rosso anche la chiusura di Wall Street a causa delle nubi che sembrano addensarsi, come è già accaduto per l'economia greca, sul futuro economico di Spagna e Portogallo (disoccupazione crescente e deficit di bilancio) : l'indice Dow Jones, dopo esser sceso brevemente sotto quota 10.000, ha chiuso a 10.002,18 punti (-2,61%), mentre il Nasdaq é arretrato a 2.125,43 (-2.99%). In perdita anche l'indice S&P 500 a 1.063,11 punti (-3,11%).
Domanda. I timori degli investitori sono fondati o meno? Dipende. Da che cosa? Dalla qualità del debito pubblico. E chi giudica la bontà o meno del debito pubblico? Gli stessi investitori attraverso le società di rating, di regola collegate a società di investimento e banche, le cui speculazione borsistiche sono però alle origini della crisi.
Ma perché alcune nazioni, come Stati Uniti, Spagna, Portogallo, Grecia, si sono indebitate? Per ripianare i bilanci di società di investimento e banche, prossime alla bancarotta, perché dedite alle speculazioni borsistiche. Ora le società finanziarie e bancarie che hanno goduto di quei finanziamenti pubblici, non dovrebbero speculare contro i governi che le hanno aiutate. Si tratta di un comportamento totalmente irrazionale, contrario agli stessi interessi del capitalismo. Perché pretendendo di fare profitti a breve, perfino sui disastri che hanno causato, speculando sui debiti pubblici, società finanziarie e banche di investimento rischiano soltanto di allargare e approfondire la crisi economica in atto. E quindi di auto-affondarsi e di conseguenza auto-affondare, se non il sistema, quel poco o tanto, in termini di libertà civili e democratiche, così faticosamente conquistato nell'ultimo sessantennio.
Perciò “capitalisti” ripensateci… E’ nel vostro interesse, combattere la speculazione. Nel nostro piccolo ci permettiamo di riproporre l’idea - da alcuni considerata provocatoria - di abolire le Borsa.
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http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/2008/01/abolire-la-borsa-sarebbe-unidea.html
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Del resto come si dice, a mali estremi, estremi rimedi.
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giovedì, febbraio 04, 2010



Il libro della settimana: Andrea Camaiora, Don Gianni Baget Bozzo. Vita, morte e profezie di un uomo-contro, Marsilio Editore - Ricerche Fondazione Craxi 2009, pp. 141, euro 13,00 - www.marsilioeditori.it


In che cosa consiste l’atipicità intellettuale di Gianni Baget Bozzo? Nel fatto che pur essendo carnalmente votato alla politica, non sposò fino in fondo alcuna chiesa: né democristiana, né comunista, né socialista. E, pur essendo prete, neppure quella vera: la Chiesa Cattolica, nonostante si sentisse ( e fosse) sincero servo di Cristo. Una Chiesa che invece lo sospese a divinis per essersi fatto eleggere a Strasburgo nelle liste del partito socialista.
Un cane sciolto, contro tutte le ideologie, ecco chi era Baget Bozzo. E di questo eterno ragazzo irresistibile parla il giovane giornalista Andrea Camaiora in un libro fresco di stampa: Don Gianni Baget Bozzo. Vita, morte e profezie di un uomo-contro, (prefazione di Stefania Craxi, postfazione di Sandro Bondi Fondazione Craxi - Marsilio Editore 2009, pp. 141, euro 13,00).
Camaiora, collaboratore della rivista on line “Ragionpolitica.it”, fondata e diretta da Baget Bozzo fino al 2009, anno della morte, traccia un ritratto onesto di “don Gianni”, cogliendone con finezza capacità intellettuali e affabulatorie.
Ma lasciamo la parola all’autore: “In una mente così lucida e raffinata tutto si legava: fede e storia, economia e politica, religione e guerra. Per don Gianni era naturale trascendere dagli schemi rigidi e costretti del contingente per allargare l’orizzonte e puntare alle cause scatenanti e spesso distanti - nel tempo e nello spazio - degli avvenimenti” .
Ecco spiegato perché personaggi come Tambroni, Craxi, Berlusconi e da ultimo Papa Ratzinger, finiscono per assumere nell’ottica visionaria (in senso positivo) di Baget Bozzo un ruolo che trascende gli eventi: la caduta di Tambroni rappresenta la fine dell’anticomunismo vaticano; l’ascesa e la caduta di Craxi, sintetizzano la parabola di un socialismo non materialista; la galoppata di Berlusconi testimonia il ritorno al potere del sano senso comune popolare e democratico. Infine, Papa Ratzinger è visto come il provvidenziale difensore dell’identità cattolica in uno dei momenti più difficili dell’intera storia del cristianesimo. Tutto questo, politicamente, può piacere o meno. Ma rappresenta una chiave di lettura transpolitica della nostra contemporaneità, non meno degna di altre.
Inoltre Camaiora ci aiuta a capire un fatto importante, di metodo: Baget Bozzo unisce sapientemente approccio filosofico e sano realismo politico, per poi risalire, in crescendo, fino al piano teologico. Salvo poi discendere di nuovo. E così via.
Impostazione che potrebbe avvicinarlo - si tratta di una semplice intuizione, da sviluppare… - a un pensatore come Reinhold Niebuhr: teologo protestante, capace di muoversi su piani diversi: sociologico, storico, filosofico, religioso; ma sempre con umile devozione cristiana verso la “lezione dei fatti”, come fonte interpretativa e di redenzione.
Dopo il 1945, scrive Baget Bozzo “noi non guardavamo la realtà, troppo misera ai nostri occhi, ma il pensiero di grandi ‘pensatori’ che erano considerati tali solo perché erano contro la realtà. Io, perché cattolico di mente, mi trovavo male in questa cultura e poi ruppi a trent’anni con essa. Ma vivevo in un mondo in cui non la realtà ma il pensiero dei pensatori della rivoluzione era il criterio di giudizio stabilito. Non dovevamo guardare la realtà ma pensare i pensatori che erano considerati tali perché erano contro la realtà, un perfetto circolo vizioso. E così dagli anni Quaranta agli anni Novanta avvenne il passaggio dal marxismo sino al nichilismo di Foucault, Derrida, ecc.; dal moderno al postmoderno, dalla rivoluzione nell’ultimo stadio del mitra sino alla sagra dei no global. Noi abbiamo vissuto in un mondo il cui il pensiero pensava che la realtà fosse il male”.
Terribile ma vero. Come uscirne? Smettendo di rifiutare la lezione dei fatti. Perché - come sottolinea Baget Bozzo - la vera rivoluzione cristiana è pensare che “il reale sia il bene”. Un reale che va guardato “con amore, non per cambiare la sua essenza (rivoluzione), ma migliorare la sua esistenza (libertà)”. Dal momento che “chi crede nella libertà crede nel bene”.
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mercoledì, febbraio 03, 2010

“Avatar” e i Balilla del XXI secolo…
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Ora basta. E’ veramente stucchevole l’insistenza della destra finian-fumettara sul valore mitico-epico di film come “Il Gladiatore” “Trecento” e ora “Avatar”. Per giunta si vuole affibbiare a tutti gli spettatori, soprattutto se giovani, una presuntiva voglia di miti politici e di conseguente action… Quasi da Balilla - spesso si ammicca - del XXI secolo.
Ma in che modo? Sicuramente sopra le righe, da magliari: costruendo su un prodotto hollywoodiano come “Avatar” una sovrastruttura in plastica culturale, dove un Martin Heidegger mal digerito va a braccetto con i Manga. E dove i giudizi di Quentin Tarantino assurgono a massime platoniche.
Probabilmente sotto la vernice post-moderna affiora a livello inconscio il vecchio discorso del cinema come arma più potente del regime, di mussoliniana memoria. Per capirsi, visto che siamo in tema, si pensi allo stralunato Dottor Stranamore di Kubrick: scienziato atomico arruolato dagli americani, ma con il braccio pavlovianamente condizionato dalla springtime hitleriana, che scatta in automatico nel saluto nazista.
Ora, come scoprirà chi avrà la pazienza di seguirci fino in fondo, anche la destra finian-fumettara è pavloviana: il “Fare Futuro” spesso rischia di trasformarsi in “Fare Remoto”, come notava Angela Azzaro sul “Fondo Magazine” di Miro Renzaglia.
Ma torniamo alla “questione mito”.
All’interno della “tentazione fascista”, ma anche comunista ( si pensi soprattutto alla cinematografia sovietica tra le due guerre), pensare il mito politico ha una ragion d’essere. Perché il cinema totalitario può tradurlo in uno strumento di mobilitazione delle masse. E dunque di action. Roba però ideologicamente esplosiva.
Inoltre il mito è una cosa seria. Leggiamo quel che scriveva Georges Sorel, che se ne intendeva, in Considerazioni sulla violenza:
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“I miti debbono essere presi quali mezzi per operare sul presente: ogni discussione sul modo di applicarli materialmente al corso della realtà, è priva di significato. Soltanto l’insieme del mito è ciò che importa; le singole parti non hanno importanza, se non per la luce che proiettano sui germi di vita, racchiusi in quella costruzione. E’ inutile, dunque, stare a ragionare sugli eventi che potrà offrire lo svolgersi della guerra sociale, e sui conflitti decisivi, capaci di dar la vittoria al proletariato. Anche se i rivoluzionari si fossero ingannati del tutto, facendosi un quadro immaginario dello sciopero generale, questo quadro potrebbe aver avuto, nel periodo di preparazione rivoluzionaria, un’efficacia di prim’ordine, purché avesse compreso pienamente tutte le aspirazioni del socialismo, e dato all’insieme dei pensieri rivoluzionari una precisione e una fermezza, che un’altra impostazione non avrebbe potuto fornire”.
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Tradotto: il “mito” è uno strumento d’azione e non qualcosa da consumare inforcando occhiali 3D e ingurgitando popcorn. Lo spettatore di “Avatar” al massimo sarà disposto a correre il rischio di mettersi in coda una seconda volta per tornare a vedere il film…
Ma oggi chi legge più Sorel? Per non parlare di Vico, che nella sua Scienza Nuova, dedica pagine pregnanti alla componente mitopoietica della cultura umana. Ma oggi chi legge più Vico?
Insomma, il “mito politico” ha alcune precise controindicazioni: intanto quella di essere totale, se non totalitario. Nonché quella di spingere l’uomo a bruciarsi nel fuoco dell’azione, costi quel costi. Non si può imbracciare la bandiera (mitica) dello sciopero generale o delle guerra come “igiene del mondo” e poi rintanarsi in una multisala. Fascisti e comunisti queste cose le sapevano: alla teoria deve seguire l’azione. Il che però è molto pericoloso. E chi desidera chiarimenti in materia, si vada a leggere la ricostruzione di Peter Viereck, Dai Romantici a Hitler, dove si spiega per filo e per segno perché il mito politico, collegato o meno a una qualche metafisica, rischia sempre di trasformarsi in una miscela esplosiva.
Certo, resta l’umano bisogno di essere qualcosa di più di quel che mangia. E perciò di “nutrire” anche la propria fantasia. E il cinema in questo ha svolto un ruolo importante. Nessuno lo nega.
Ma rimane fuorviante voler assegnare a “Avatar” (e al cinema) in un contesto democratico, divertentistico e relativistico, come quello attuale, un improbabile ruolo mobilitante, nel senso della voglia di action. Dal momento che, sociologicamente parlando, come ha notato Luisella Farinotti, studiosa di storia del cinema, al di là del film proiettato, la multisala ad alta qualità tecnologica e ricca di servizi collaterali, costituisce per un consumatore onnivoro e indifferente alla qualità del film proposto, un’ “isola di consumo”. Altro che l’austero mito soreliano…
In questo senso, conclude la Farinotti,
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“a più di un secolo dalla sua nascita, il cinema sembra proporre un’esperienza di visione molto simile a quella delle sue origini: il baraccone da fiera che offriva la nuova meraviglia del cinematografo insieme ad altre esperienze incredibili, non è molto distante da questa nuova organizzazione della fruizione affidata allo zapping di visione e consumo” .
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Quanto al relativismo che anima la nostra cultura, basti un’aurea citazione di Søren Kierkegaard. Il quale aveva acutamente notato ne Il concetto di angoscia”, che “nessun tempo è stato così veloce nel costruire i miti intellettuali come il nostro che, volendo distruggere tutti i miti, ne crea esso stesso di nuovi”. Concetto ribadito da André Malraux, ne La Speranza: “i miti sui quali viviamo sono contraddittori: pacifismo e necessità di difesa, organizzazione e miti cristiani, efficienza e giustizia, e così via”…
Altrimenti detto: il nostro tempo, soddisfa anche troppo la fame di immaginario… Fino al punto di renderci sazi e inoffensivi come tacchini… Piaccia o meno, ma questo è il prodotto del mix democrazia-consumismo-relativismo. E chi va a vedere “Avatar”, perciò, rivela solo voglia di divertirsi. Altro che i Balilla del XXI secolo…
Qui - ripetiamo - non si nega che il cinema possa svolgere una funzione di tipo epico-mitico. Ma ciò può avvenire compiutamente solo nell’ambito, di una concezione totalitaria della politica: dove non ci sia spazio per i popcorn, ma solo per la spada. Una visione che si ritrova in Guillaume Faye, autore molto apprezzato negli ambienti neofascisti più scalmanati. Il quale, e qui cade l’asino, viene spesso citato anche dalla destra educata, “finian-fumettara”. Che evidentemente non riesce a controllare il suo braccetto, proprio come il Dottor Stranamore...
Del resto le democrazie hanno sempre guardato, almeno ufficialmente, con diffidenza al mito. Perché contrastante con una visione della politica come pacato discorso pubblico.
Perciò delle due l’una: o si accetta, una volta per tutte, la democrazia postmoderna, dove il mito va a braccetto con i popcorn. Che sarebbe la scelta intellettualmente più onesta. Oppure si riparte da Sorel. Rinunciando agli occhiali 3D. Scelta in fondo altrettanto onesta, ma pericolosa per la democrazia. Perché optando per la mitografia soreliana la “tentazione fascista” potrebbe sempre riaffacciarsi.
Mentre quel che resta disonesto è continuare a contrabbandare le infiocchettate pappine di Hollywood come cibo mitopoietico. E solo per poter svolazzare sulla tavola imbandita della politica. Per farla breve: inneggiare all’ epica di “Avatar” strizzando l’occhio, per le regionali, all’UdC…
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martedì, febbraio 02, 2010

La politica estera di Berlusconi dei "giri di valzer". Ma fino a quando?
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Come valutare la politica estera di Berlusconi? Da profani, diciamo che andrebbe giudicata dal punto di vista degli interessi geopolitici, storici e attuali, di una media-grande potenza, com'è appunto l'Italia: dell’aderenza o meno alle costanti geopolitiche che ne hanno dettato la politica estera dall’Unità ai nostri giorni.
Ora, sotto tale profilo la politica estera del centrodestra (come quella dei governi di centrosinistra), continua a muoversi lungo i tradizionali binari mediterranei e balcanici. L'Italia, pur dichiarando, come in passato, di essere fedele agli alleati di riferimento (dalla Triplice Allenza alla Nato), continua a guardare, come ha sempre fatto nella sua storia, a Est e Sud. Ferma restando l’opzione "ufficiale" per l’Occidente (rovesciata, solo una volta, e con risultati disastrosi, nella seconda metà degli anni Trenta).
Berlusconi vi ha aggiunto di suo un maggiore attivismo, tipico dell'imprenditore e dell'uomo. Infatti, pur confermando l’opzione americana e israeliana, il Cavaliere ha continuato a sviluppare, a ritmo piuttosto intenso, rapporti economici con la Libia, l’Iran, la Russia e gli stati balcanici e caucasici. Nonché con la Turchia.
Gli statunitensi, per ora sopportano l’attivismo soprattutto geo-economico di Berlusconi (in verità l’attuale amministrazione Obama-Clinton un po’ meno), a causa dell’utile presenza militare italiana in Afghanistan e in altri scenari caldi. Mentre gli europei, in particolare britannici e tedeschi, un po’ meno.
Gli inglesi non vedono di buon occhio l’attivismo italiano in Medio Oriente, e i tedeschi quello verso Russia e Turchia. Anche qui sono in gioco le storiche opzioni geopolitiche di inglesi e tedeschi. Mentre i francesi, per il momento stanno a guardare (come fanno almeno da novant’anni, dalla pace di Versailles). Pur non digerendo del tutto la presenza italiana in Libano.
Ora, qualsiasi dichiarazione politica di Berlusconi (che, a tutti gli effetti, è il Ministro degli Esteri, altro che Frattini…) va letta come rivolta a guadagnare spazio per la sua attiva politica geo-economica. Come ad esempio, da ultima, l’idea dell’ ingresso di Israele nella Ue. Che, difficilmente avverrà, e che per gli alleati europei rischia solo di risolversi, come Berlusconi sa benissimo, nella famigerata “patata bollente”. Mentre consente all’Italia di poter continuare, presentandosi ufficialmente come alleato fedele di Israele, i suoi “giri di valzer” con i nemici mediorientali di Gerusalemme. E tutto ciò è sicuramente molto abile.
Tuttavia vanno segnalati due limiti.
In primo luogo, la politica estera di Berlusconi è di natura geo-economica piuttosto che geopolitica in senso proprio. E questo per ragioni oggettive: le risorse italiane, militari e di materie prime, sono da sempre poca cosa. Di qui la necessità di fare buoni affari con tutti... O almeno con chi eventualmente "ci stia".
In secondo luogo, i “giri di valzer”, sebbene all’interno di quelle che sono le costanti geopolitiche italiane dall’Unità ai nostri giorni, non possono durare all’infinito. Prima o poi la storia mette davanti a scelte precise. Semplificando al massimo: nel 1915, l’Italia scelse l’Occidente, nel 1940 l’anti-Occidente, nel 1945, l’Occidente. Ora, dopo il biennio 1989-1991 i giochi si sono riaperti. Quindi Berlusconi e i governi che seguiranno (anche di segno opposto) dovranno fare, prima o poi, una scelta precisa.
Barcamenarsi all’infinito, anche in modo brillante, quando non si hanno sufficienti risorse militari e di materie prime, non è possibile. Il tenersi in equilibrio tra nazioni e alleanze opposte, implica prima o poi la prova di forza. E una potenza militarmente medio-grande resta tale. Da sola non può farcela. Anche se ogni tanto mostra i muscoli (ma anche questo rientra nei calcolati "giri di valzer" berlusconiani...). Come è accaduto di recente con l'invio all’isola di Haiti della portaerei Cavour. Scelta che ha irritato gli americani (altro che le dichiarazioni di Bertolaso...).
Perciò, ripetiamo, l’Italia prima o poi dovrà schierarsi.
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