venerdì, novembre 30, 2007

Meta (politica) comics: "Le interviste inventate: Walter Veltroni"

La ringrazio sindaco Veltroni. Certo, non sarà facile intervistarla, mentre siamo qui, tutti e due in fila, nei locali di questa mensa romana per i poveri.

Per cortesia, non li chiami poveri, ma lavoratori momentaneamente non abili. Del resto come le avevo anticipato, gli impegni sono tanti. E l’unico buco è quello di mezzogiorno… Mezzogiorno di Cuoco… Piaciuto il gioco cinefilo di parole…

Sì, sì… Ma lei tutti i giorni viene qui?

No solo quando c'è l’Amatriciana… Un'Amatriciana multiculturale ed equosolidale, come la Roma di oggi. Per esempio la salsa di pomodoro viene dal Mozambico, il Pecorino dal Togo, il guanciale dall'Ecuador, la cipolla dall'Ucraina. Solo gli spaghetti, anzi i "bucatini", sono romani, vengono da un pastificio che ha gli stabilimenti qui a Malagrotta(1). E poi che vuole, io sono il sindaco di tutti. E dunque, eccomi qui.

Peccato che non lo sia pure dei Rom e dei tassisti...

Ma che fa? Usa un linguaggio provocatorio e antidemocratico. Mostrando di non voler bene a Roma, al Lazio, all’Italia, all’Europa, a tutta l’umanità… Le polemiche, ricordi, uccidono la vita democratica di un Paese.

No, per carità… Ma passiamo all’intervista. Magari partendo da Fini, da lei incontrato di recente…

Guardi caro collega giornalista… Mi permetto di chiamarla così perché dirigevo L’Unità

Quella degli Album dei Calciatori Panini in allegato…

Modestamente. Che grande battaglia politica, quella delle figurine. Quanto a Fini, siamo d’accordo su un bipolarismo pluripartitico maggioritario-proporzionale… Che garantisca stabilità e riforme…

E che metodo elettorale sarebbe?

Aridanga… Lei così mostra di non voler bene a Roma, al Lazio, all’Italia, all’Europa, a tutta l’umanità… Le polemiche, ricordi, uccidono la vita democratica di un Paese.

Se preferisce, può parlare delle riforme economiche e sociali…

Basta con l’Italia delle caste, dei privilegi, dei corporativismi, delle mafie…

Può essere più chiaro?

Aridanga… Lei così mostra di non voler bene a Roma, al Lazio, all’Italia, all’Europa, a tutta l’umanità… Le polemiche, ricordi, uccidono la vita democratica di un Paese.

Va bene. Passiamo ai suoi rapporti con Prodi…
Prodi sta lavorando molto bene. Combatte contro l’Italia delle caste, dei privilegi, dei corporativismi, delle mafie.

Capisco. E riguardo al Partito Democratico? Che futuro?
La piattaforma programmatica è semplice. Lotteremo contro l’ Italia delle caste dei privilegi,dei corporativismi, delle mafie.

Ho capito. Ma lei che pensa della flessibilità? E di così tanti giovani costretti a cambiare sempre lavoro?

Penso che la battaglia per la flessibilità sia giusta. Perché è una battaglia contro quell’Italia delle caste, dei privilegi, dei corporativismo, delle mafie... E pure il posto fisso oggi è un privilegio.

Ma anche Berlusconi dice la stessa cosa…

Sì, ma lui è de destra… Io invece so’ de sinistra.

Grazie dell’intervista. Che fa non resta qui? Viene via anche lei. Certo, questa fila non finisce mai. Sono tanti qui a Roma i lavoratori momentaneamente non abili …

Aspetti dopo che se so' magnati ‘sta Amatriciana...
(1) Località nei pressi di Roma, dove sorge una famigerata discarica (N.d.R.)

N.B.

Il post può essere ripreso, ma solo a due condizioni: l'indicazione della fonte e del fatto che si tratta di un’intervista inventata (CG)

giovedì, novembre 29, 2007

Il caso di Marco Ahmetovic “testimonial”. Qualche riflessione

Non sappiamo se Marco Ahmetovic, che ubriaco alla guida di un’ automobile uccise quattro suoi coetanei, riuscirà a diventare testimonial pubblicitario di una linea di abbigliamento, ma il solo fatto che una società dibatta della possibilità che possa o meno diventarlo, indica una regressione verso l’animalità. Sono parole dure, di cui dobbiamo dare conto ai lettori. Ma procediamo per gradi.
In primo luogo, va spiegato, seppure molto rapidamente, come le società “funzionano” sotto il profilo dell’obbedienza alle regole morali.
La morale indica dei limiti tra socialità e animalità (sui quali torneremo più avanti). Ora, gli “strumenti” dell’obbedienza morale-sociale sono due: l’ autodisciplina, come esito di una maturazione individuale (“Faccio questo perché ritengo giusto vi siano dei limiti morali a determinati comportamenti”); la disciplina imposta dall' esterno, come frutto della pressione sociale (“Non superare certi limiti perché verrai escluso o punito moralmente”).
L’autodisciplina in genere riguarda piccoli gruppi di persone, dall’educazione e istruzione particolarmente elevate. Elite che si impongono per libera scelta di ubbidire a certe regole morali.
La disciplina invece concerne i grandi gruppi sociali, privi di un’educazione e un’istruzione particolarmente elevate. Ai quali viene imposto di ubbidire a certe regole morali, attraverso il timore di essere rifiutati socialmente o puniti moralmente in vari modi.
In genere le società si reggono su una specie di “impasto” tra le due forme di obbedienza sociale.
I grandi riformatori credono nella possibilità di poter estendere a tutta la società il criterio dell’autodisciplina, attraverso l’educazione critica. Mentre i grandi reazionari, ritengono che la società debba essere mantenuta nella paura e nell’ignoranza. Anche qui però la verità è nel mezzo: le società si reggono sull’ elitario esercizio della ragione individuale da un lato, e sulla pressione dell'esclusione morale-sociale dall'altro. E sarà sempre difficile far pendere l’ago della bilancia verso uno dei due “piatti”.
Tuttavia quando una società si interroga - attenzione, basta che si interroghi - sull’ ammissibilità del fatto che chi si sia macchiato di un delitto odioso possa rappresentare o meno un esempio positivo per gli altri, significa che le due forme di obbedienza sociale (autodisciplina e disciplina) non hanno più alcun senso e valore socioculturale per le èlite, e di riflesso, per emulazione, anche per il resto della società. Che, come avviene oggi in quella italiana, pare proprio seguire, nel suo insieme e con immeritata attenzione, il “dibattito Ahmetovic"...
Per farla breve: il solo fatto che si possa pensare ad Ahmetovic come testimonial pubblicitario indica che la nostra società non solo non ha più alcuna bussola morale, ma difetta degli stessi meccanismi autodisciplinari e disciplinari di cui sopra. I quali permettono la generazione, la diffusione e l’applicazione sociale di saldi limiti morali da non varcare mai, come quello del rispetto per l’altrui dolore. Se infatti si arriva al punto di ignorare l’ingiusta sofferenza dell’Altro, significa che una società ha perduto quel senso del compatire (da latino cum pati, “patire insieme” o “patire con” ) che è all’origine stessa della socialità umana, come liberazione dallo stato ferino, attraverso la ragionata condivisione di un sentimento collettivo (che unisce tutti…).
Pertanto chiunque accetti di discutere sull'ammissibilità o meno di un fatto del genere mostra di non essere capace di soffrire con i propri simili. Visto che il solo parlarne rischia di offendere e ferire le famiglie delle vittime, accentuandone il dolore.
E in questo senso chiunque accetti di discuterne si pone in una posizione presociale, ai confini dell’animalità, priva di quella “cognizione del dolore” come condizione di universale sofferenza, per usare l'espressione di Gadda in senso estensivo, quale fattore socialmente costitutivo e intersoggettivo. Ovviamente, se verrà consentito ad Ahmetovic di trasformarsi in testimonial pubblicitario, quel confine verrà varcato. E tornare indietro sarà sempre più difficile.

mercoledì, novembre 28, 2007

I libri della settimana: Nicola Vacca, Incursioni nell’apparenza, Manni 2006, pp. 80, euro 10,00 ; Sandro Giovannini, Poesie complete (1960-2006), Heliopolis Edizioni 2007, pp. 200, euro 20,00

Può un sociologo recensire due libri di poesia? Crediamo di sì. E per due ragioni. La prima, personale, perché si tratta di raccolte scritte da amici. La seconda, perché la poesia così come viene interpretata da Nicola Vacca e Sandro Giovannini deve sempre possedere una connotazione civile, e dunque “sociologica”. Di qui il nostro interesse.
Nicola Vacca con Incursioni nell’apparenza, raccolta che si avvale di un’ispirata prefazione di Sergio Zavoli, nobile patriarca del giornalismo italiano, va a incidere nel tessuto civile delle convenzioni sociali di un mondo decadente. Perché ferito a morte dalle grottesche maschere di un Apparire, ormai (apparentemente?) vincitore sull’Essere: sulla sostanzialità del sociale. Un universo, quello sociale, che invece dovrebbe essere innervato dal gusto di scegliere le cose nobili e difficili, solo perché nobili e difficili, e non perché considerate pure “divise” sociali, da indossare secondo caso e necessità. Come ammonisce Vacca in Morte occidentale,La mappa del dolore/Sfida l’attesa/ Pagine vagabonde scrivo/Errando per questo/tempo dell’ansia/ Tutto è promesso/Nulla è concesso/Si barattano verità personali/Per inquietudini facili/ Restano come consolazione/Solo i sillogismi/Di un’amarezza sconfortante”. Ma rimane anche la forza della capacità di amare, come vitalisticamente sciabola in Stato dall'allerta : “Serve a qualcosa scendere in campo/ Con la nostra coscienza per alzare/Trincee contro il nulla? In questa/ Guerra saremo sempre perdenti/Se non ritorniamo a dare un senso/Alla bellezza dell’amore/Dagli avamposti della vita aspettiamo/ Il gradito ritorno del sentire/Di quel sangue caldo che scorre nelle nostre vene/Riscopriamo la passione di appartenere/Alla tragica poesia dei nostri corpi/Che si ricercano in un matrimonio di anime/ Appartenere, non ci resta altro da fare/Se vogliamo scrivere dentro l’amore/In un amplesso di menti e corpi/Dove rinsavire con le infinite ragioni/Di un sentimento”.
Ci restano, insomma, la riscoperta dell’amore vero e dell’autenticità, come senso di appartenenza profonda all’Altro. Il messaggio “sociologico”, o civile se si preferisce, è comunque di speranza. E chissà di salvezza… Ma dipende da noi. E dalla nostra sempre riaffiorante capacità di liberarci da certe maschere sociali: l’utile non è il nostro destino.
Sandro Giovannini con Poesie complete ( 1960-2006), oltre che alla possibilità di riflettere sulla sua interessante opera poetica fino ad oggi, ci offre una poesia a stretto contatto, ma diremmo corpo a corpo, con quella vita sociale che scorre implacabile dentro e fuori di noi. Esito di conflitti esterni ed interni con i ruoli che il mondo vuole imporci. Ai quali ci opponiamo, prorompe il poeta in Terra di Cieli, 25 (1960-1970), grazie alla consapevolezza che “Ciò che ci è dato/ che non si può confondere/ con un solo valore/ciò che in noi cresce/come alba sul mare/ pulizia dell’immenso/ aprirsi all’anima/al baratro dei cieli”. Esiste, insomma, in noi e oltre noi, una forza profonda che sospinge l'uomo a riconquistare il “baratro dei cieli”. Infatti, come poi disvela in Guardie, 9 (1976): “Trasformazione/ è là ove il silenzio è presenza/le porte passaggi/mani cose che si toccano/amici cose che si amano/ (…) ".
Pertanto anche secondo Giovannini, ci resta l’appartenenza, quale radice di trasformazione e crescita. Che però non può mai essere disgiunta da quella consapevolezza, come poeticamente sottolinea in Noi che la grandezza si desidera, 8 (Poesie d’occasione e d’amore, 1995-2006), “che l’Uno e il Molteplice/ Vivono di una stessa vita/ materiata in noi/in noi/ noi che grandezza si desidera”.
Crediamo che queste ridotte citazioni siano sufficienti. Nicola Vacca e Sandro Giovannini, infatti, mostrano, come la sfida del sociale con le sue contraddizioni, fatte spesso di servili maschere e di aspri contrasti interiori, vada comunque recepita e affrontata senza paura. Forti della nostra soggettività ma anche della necessità di incontrare quella dell’altro, come in una sorta di lunghissima catena dell’Essere sociale, capace di opporsi a un' Apparenza, spesso insocievole frutto del caso e della necessità. La poesia deve aprire l'uomo, disvelandola, all'intersoggettività.
E qui sarebbe bello invitare Vacca e Giovannini a riflettere insieme sul destino attuale della poesia, apparentemente(?) sospesa tra l’accettazione del presente e la paura del domani, nonché spesso prigioniera di narcisismi a poco prezzo. E priva, dunque, in molti poeti, di quella passione per le cose nobili e difficili. Come impone la vera poesia civile, dove individuo e comunità, poeta e società, non possono non fondersi in un corpo solo, in modo catartico.
Ma è un carisma che appartiene soltanto agli spiriti forti. E Nicola Vacca e Sandro Giovannini lo sono.

martedì, novembre 27, 2007

Giuliano Ferrara, gli eroi, le guerre e la retorica politica

Consigliamo di leggere attentamente gli editoriali che Giuliano Ferrara scrive ogni qualvolta un nostro soldato, purtroppo, muore nel corso di una "missione di pace". Sono istruttivi per intendere quanto sia abborracciato il sistema di pensiero neocon all'italiana. Soprattutto a proposito delle guerre.
E ieri ne ha scritto uno prendendo spunto dal maresciallo Armando Fabi, caduto coraggiosamente in Afghanistan, come ogni vero soldato nell’adempimento del suo dovere.
Quel che però colpisce dell’editoriale di Ferrara, siglato come d’uso con l’Elefantino, è la sua assoluta certezza neoncon (e di certo realismo spicciolo) che le guerre, anche se definite “missioni di pace”, di regola cementino le nazioni. E che di conseguenza la classe politica debba fare tutto il possibile per renderle ideologicamente plausibili. E, in particolare, per rendere collettivamente accettabili le ragioni della spedizione italiana in Afghanistan. Soprattutto nelle situazioni - e ci dispiace veramente - di lutto nazionale, come quella di questi giorni.
Ora, diciamo pure che le guerre in genere non piacciono ai popoli, soprattutto, se come nel Novecento, coinvolgono ferocemente i civili e durano troppo. Il che spiega perché fino alla rivoluzione francese, le guerre venissero combattute da professionisti, a parte alcune eccezioni. Dopo di che con l’avvento della democrazia e dello stato-nazione si passò alla leva di massa e purtroppo alla guerra democratica per eccellenza: quella totale. Di qui però la necessità di giustificare la guerra sul piano democratico, attraverso il ricorso a quella retorica politica, così apprezzata da Ferrara, e che invece a suo dire mancherebbe all’Italia, giunta tardi all’ unità nazionale, divisa dalle ideologie resistenziali , eccetera, eccetera.
Il punto è che nella società di massa il consenso alla guerra (che poi in genere finisce sempre per affievolirsi in relazione alla durata e all'andamento del conflitto) deve essere “sentito” collettivamente. E sulla base di una chiara indicazione del nemico e degli scopi della guerra. Una designazione sulla quale i governanti lavorano in termini di idee-forza e di psicologia dei fenomeni collettivi. Di retorica politica, appunto.
Purtroppo si tratta di un elemento assente nelle motivazioni ideologiche alla base della “missione di pace” italiana in Afghanistan.
In primo luogo, perché il nemico ci è stato indicato e imposto dagli Stati Uniti. Mentre il nemico deve essere sempre scelto direttamente, perché sentito come tale. E da tutti i cittadini. E non perché sono gli altri a imporci di combattere.
Di qui, e in secondo luogo, la faticosa ricerca di motivazioni ideologiche per giustificare un intervento imposto da altri. E così la guerra in Afghanistan, perché di questo si trattava, è stata ridisegnata dal governo italiano come missione di pace (anche perché, come stabilisce la Costituzione, l’Italia ripudia la guerra…). Al che la gente comune, quella meno ideologizzata, dopo i primi caduti ha iniziato a interrogarsi sulle ragioni delle morti di soldati nel corso di una missione di pace. Finendo per subdorare il “trucco” e per non condividere il senso di una missione che non afferrava, se non come un raggiro.
Pertanto quando Ferrara si dispiace perché gli italiani mostrano di non saper “compiangere” i propri eroi, dovrebbe interrogarsi più a fondo sulle ragioni di una guerra, pardon “missione di pace”, incomprensibili per la maggioranza degli italiani, come del resto asseriscono anche i sondaggi. Gli eroi, a prescindere dal valore individuale e dal nostro personale rispetto, per essere sentiti come tali dalla gente hanno bisogno di servire cause forti. E condivise collettivamente. Altrimenti la retorica politica neocon evocata da Ferrara al massimo celebra se stessa.

lunedì, novembre 26, 2007

Perché l'autore di questo post non acquisterà più i libri di Umberto Eco

“Ma ancora dài retta a Umberto Eco…”. Così ieri un amico ha liquidato la nostra indignazione per l’ennesima intervista, da colpo sotto la cintura, del gettonatissimo semiologo a la Repubblica. Uscita appunto domenica.
Invece il problema c'è. E non è solo nel fatto che Eco le spari grosse (come poi vedremo). Ma in quello, che vista la sua fama (per alcuni usurpata), ogni sua critica, di regola, finisca per essere accettata a scatola chiusa da una folla di ben inseriti giornalisti e opinionisti. E dunque per "pesare" e mettere così fuori gioco gli avversari di turno. Meglio se politicamente.
Nel pugilato queste "Ecate", favorite da una critica compiacente, si chiamano appunto colpi sotto la cintura.
E ieri Eco ne ha mollato uno al Futurismo; un cazzottone di livello internazionale perché il testo dell'intervista è uscito anche su The New York Times Magazine: il Futurismo è presentato come lievito non solo del fascismo ma anche del nazismo. E olé: anche del berlusconismo.
Ascoltiamolo: “ Se all’estero c’è tanto interesse per il caso italiano”, segnato appunto dal pericoloso “populismo mediatico" di Berlusconi, “è anche perché durante lo scorso secolo l’Italia è stata un laboratorio. A cominciare dai futuristi, che hanno lanciato il loro manifesto nel 1909 per passare al fascismo, sperimentato nel laboratorio italiano e migrato in Spagna, nei Balcani e in Germania”.
Bene, ci sono stati futuristi fascisti (nazisti, forse meno, crediamo…). E comunisti. E allora? Si può ridurre un fenomeno di grande portata come il futurismo al suo influsso (per alcuni addirittura presunto) sulle ideologie totalitarie del Novecento? Mah…
E questo per quale ragione? Perché Eco - ecco il "nobile" sottotesto del professore di semiologia - dando per scontata la pericolosità del “laboratorio” politico italiano, punta a far circolare l’idea che anche il berlusconismo appartenga alla stessa famiglia. O comunque che abiti allo stesso indirizzo... Insomma, da Marinetti a Berlusconi, passando per Hitler. O se si preferisce dalla folla sulfurea dei “Funerali dell’anarchico Galli” di Boccioni a quella "incendiata" dall'oratoria di Tajani, Schifani e Berlusconi. Per Eco, Balla e Fede pari sono. Forse così, paradossalmente, fa un favore a Berlusconi, nobilitandolo, o forse no. Decidano i lettori. Ma di certo non lo fa al Futurismo.
Inoltre un fatto è sicuro: tutti, futuristi e non, vengono furiosamente spinti dentro lo stesso calderone politico, applicando la tristemente nota reductio ad Hitlerum. Complimenti professore, proprio un fine esercizio di semiologia applicata...
Pertanto, visto che si vive in una società dove si è ancora liberi di non comprare certi libri, l'autore di questo post non acquisterà più i libri di Umberto Eco. Almeno fino a quando non sarà tornato a ragionare. E soprattutto a non strumentalizzare un grande, o comunque ricco e complesso, movimento artistico come quello Futurista.
Basta con le "Ecate".

venerdì, novembre 23, 2007

Il dollaro, l'euro e la politica. Un’interessante intervista sul "Riformista" a Giacomo Vaciago. Qualche riflessione.

Vorremmo richiamare l’attenzione dei nostri lettori sull’intervista concessa ieri dall’economista Giacomo Vaciago al quotidiano il Riformista. (http://www.ilriformista.it/ ). A suo avviso il vero problema economico-politico di oggi, non è l’ (apparente) debolezza del dollaro, ma (l’apparente) forza dell’euro.
Messa così, l’affermazione può apparire paradossale. Ma Vaciago, da vero economista “spurio” sa che la chiave dell’economia va trovata nella politica. E che dunque il dollaro basso è pilotato politicamente, mentre l’euro alto è al suo rimorchio.
Nota Vaciago: “Lei mi chiede se l’euro potrà soppiantarlo [il dollaro] a livello mondiale? Le risulta che Merkel, Sarkozy e Prodi e altri si incontrino ogni lunedì della settimana per concordare una politica economica comune? A me no e la verità è che soltanto questo servirebbe, per rendere l’euro davvero forte: un governo politico forte dei tre paesi della moneta unica. Ma per ora l’euro si regge soltanto su gambe tecnocratiche. Cioè deboli”.
L’economista insiste in modo particolare sulla forza politica dell’economia americana: “Esistono tredici paesi che fanno politiche diverse, e una moneta unica coordinata a Francoforte e una principale piazza finanziaria che sta in un paese che non aderirà mai all’euro, cioè Londra”. Per contro gli Stati Uniti “ hanno “Wall Street che da il ‘la’ a tutte le borse in giro per il mondo: tutte si orientano all’andamento quotidiano dei suoi listini sino alla mattina dopo quando chiude Tokio”. Si tratta insomma di una superpotenza finanziaria “che ci trasmette anche i suoi guai come dimostra la bufera dei mutui sub prime”. E che impone al resto del mondo un dollaro debole “perché gli serve a riequilibrare la bilancia commerciale”. Sotto questo aspetto conclude Vaciago, Washington “se ne frega”, dal momento che sa benissimo che il “dominio della finanza è anzitutto politico”. Tradotto: il “turbocapitalismo”, di cui molti fantasticano, senza una spada politica non potrebbe andare da nessuna parte. O se si preferisce: anche la “megamacchina” di Latouche, che fa tanto Metropolis di Fritz Lang (ma con ottant'anni di ritardo...), ha un pilota a Washington. Che cambia, di volta in volta, nella persona "individuale" del presidente ma non in quella "collettiva" dell’establishment politico-militare americano. Un impero nascente, in nome della democrazia e/o del petrolio, che tuttavia, come tutti gli imperi della storia, ha un preciso quanto primordiale progetto: dominare il mondo, politicamente e militarmente. E il dollaro forte o debole, secondo le necessità imperiali, non è che uno dei mezzi per raggiungere lo scopo.
In questo quadro, così correttamente delineato da Vaciago, quel che spaventa è la debolezza politica europea. Una crisi che nasce dalla perduta consapevolezza del ruolo della politica (e della forza militare, aggiungiamo) nell’economia. Il finto (o comunque opportunistico) liberismo finanziario americano ricorda quello britannico nei tre decenni successivi alle guerre napoleoniche, teso a creare all’interno dei suoi confini imperiali, per ragioni di potenza politica, un’area sì di libero scambio ma assoggettata alla sterlina. E questo grazie alle forza delle sue cannoniere. E anche all'epoca c'era chi celebrava l'ascesa del mercato universale (oggi si direbbe globale...), come Gladstone. Poi più volte primo ministro britannico nella seconda metà dell'Ottocento. Ma qui per capire, basterebbe leggere con il dovuto rispetto La grande trasformazione di Karl Polanyi. Purtroppo più citata che letta...
E l’aspetto più grave della questione (ma per alcuni storicamente inevitabile visto che siamo appena all’inizio di un processo di consolidamento della potenza imperiale americana), è quello che l’Europa ha fornito e fornisce gli "equipaggi" per le invio di non poche “cannoniere” americane in Iraq e in Afghanistan.
E chissà ancora in quante altre aree geopolitiche, questa Europa priva di nerbo politico, sarà costretta a inviare truppe utili solo al consolidamento del neo-impero americano. In cambio, fino a nuovo ordine, di un inutile rafforzamento dell'euro.
Che vergogna.

giovedì, novembre 22, 2007

Meta(political) comics: "Le interviste inventate: Silvio Berlusconi"

Grazie Cavaliere di aver accettato. E poi che bello, accoglierci qui a Roma, su questa splendida terrazza coperta e riscaldata, dalla quale si può godere la bellissima vista del Foro Italico…

Foro Mussolini, prego... Quell’uomo lì, aveva due maroni così… E poi chissà, un giorno, potrebbe anche diventare il Foro Berlusconi… Anch’io, mi consenta, ho due maroni considerevoli. Caro il mio intervistatore: mai mettere limiti alla provvidenza, come diceva una mia zia suora… Comunque, il tempo è dané. Non mi lisci come il Vespa… Venga al soldo, scusi sodo.

Perché questa crisi tra lei e Fini?

Il ragazzo si è montato la testa. L’ho scoperto io. Lui era lì a perdere tempo con quei fascisti senza Mussolini… Ed io gli dico: “Guarda che taglia perfetta che hai: sei una 52 naturale, se ti applichi, in sei mesi, mi diventi Vicepresidente del Consiglio, con tutti i benefit del caso. Lascia perdere quei faccetta nera lì…". E ho mantenuto la promessa

Pura ingratitudine, allora?

Mah! A forza di andare dal Vespa e di lisciatine... Ci avrà creduto. E sa com'è per i faccetta nera: credere, obbedire e combattere.... E' una specie di riflesso condizionato. Solo che ora, credono un po' troppo solo in se stessi,

Perciò la colpa è di Vespa…

No. Almeno non del tutto. Gli è che, come diceva un mio zio professur, che mi sono rotto le balle delle coalizioni … Niente divisioni: il popolo lo capisco solo io… Anzi sono io. E il Casini e il Fini, due politici di professione, due che non hanno mai lavorato, che vuole che ne sappiano. E chi non lavora, mi consenta, è sempre comunista. Guardi il Prodi…

Ma come Prodi sarebbe comunista?

Quel Prodi lì è ultracomunista. E' antilavorativo: un professur che invece di lavorare lui fa lavorare i suoi assistenti... Te capì... E travestito da sacrestano cattocomunista, comanda un governo di comunisti rivoluzionari… Tutta gente che lavurà minga… Ieri come oggi.

Anche Dini che lo appoggia è comunista?

E’ comunista pure lui… Perché non si è messo d’accordo con me? Perché era ed è un comunista. E i comunisti, oltre a non lavorare, mi odiano. Anche il Fini è comunista. Altrimenti, mi consenta, si sarebbe accodato. Usi la logica come me.

E allora lei per ripicca ha fondato il Partito della Libertà…

Sì eravamo due amici al bar. Io e la sciuretta Brambilla. E adesso li facciamo tutti neri. Pardon, blu. Che è il colore dei conservatori europei… Il partito, ovviamente, sarà anticomunista.

Ma lei non era di Centro?

Non esiste il Centro. Esistono solo i comunisti e gli avversari dei comunisti.

E qual è il programma?

Ecco, mi consenta, è comunista pure lei… Perché parla di programmi e programmazioni, invece che di libero mercato? E poi si ricordi che con il Silvio sarà sempre il popolo a decidere… Cioè io.

Un'ultima domanda. Allora anche Veltroni è comunista?

Beh, lui no. Forse ci mettiamo d'accordo sulla legge elettorale... E poi potremmo anche governare insieme. Veltroni è una 54 naturale e io una 46. Insieme arriviamo a 100. Ovviamente, la nuova legge elettorale dovrebbe prevedere l'esclusione di tutti quei deputati e senatori che superassero, superessero, superossero... Insomma, con taglie inferiori alla mia, la 46 e superiori alla 54 di Veltroni... Te capì... Quindi se il Fini mi si rimette in carreggiata. Lo riprendo subito.

Mi scusi ma la Brambilla non è una 42?

Sì. Ma per lei faccio un'eccezione. So io quello che vuole il popolo...

E che vuole?

Le giarrettiere. Te capì...

Bene, grazie Cavaliere. L’intervista è finita. Vuole salutare i nostri lettori?

Certo. Italiani con taglie 46,48, 5o...

Sì, sì. Grazie, grazie. Basta così…


N.B.
Il post può essere ripreso, ma solo a due condizioni: l'indicazione della fonte e del fatto che si tratta di un’intervista inventata (CG)

mercoledì, novembre 21, 2007

Il libro della settimana: Éric Brunet, Il tabù della destra. La Francia ha Sarkozy e l’Italia?, a cura di Angelo Mellone con interventi di Oliviero Diliberto, Barbara Palombelli, Michele Serra, Castelvecchi, Roma 2007, pp. 266, euro 18,00.

Ci sono libri inutili. E quello di Éric Brunet, giornalista di France 3, molto noto oltralpe, appartiene a questa categoria. Oppure, a voler essere larghi, Il Tabù della destra (Castelvecchi, Roma 2007, pp. 266,euro 18,00) può essere letto come appendice gialla in stile "a morte i comunisti mangiatori di bambini". Ma a quale libro? A quell’autentico capolavoro di sociologia della conoscenza scritto nel 1955 da Raymond Aron: L’oppio degli intellettuali. Anche se, leggere il libro di Brunet dopo quello di Aron, se ci si passa la battuta, è come passare all’improvviso da Petrolini al Cabibbo…
Aron sostenne con grande acume sociologico la natura esclusivista ed elitaria di certa sinistra che civettava con il comunismo e l’idea di rivoluzione. E alla cui base vi era la pericolosa convinzione di essere dalla parte giusta della storia: di qui una guerra delle parole, fatta di scomuniche nei riguardi di una destra, giudicata nella migliore delle ipotesi come criptofascista. All’epoca il libro venne messo all’indice da Sartre e accoliti. In Italia fu pubblicato da Cappelli nel 1958 e subito “silenziato”, come si dice oggi. E infine riedito nel 1998 da Ideazione Editrice, grazie all’infaticabile lavoro di un intelligente “aroniano” come Alessandro Campi. Il testo è perciò ora disponibile, per chiunque voglia seriamente approfondire la questione...
Perché diciamo la verità: nel libro di Brunet l’ analisi latita. E l’intero testo maleodora di pezzi scritti in fretta e con la bava verdastra dell'invidia alla bocca, verso una sinistra acchiappa-privilegi. E poi raccolti in un libro pieno di pettegole confessioni para-redazionali antisinistra, giusto in tempo per salire al volo sul carro intellettuale del vincitore: Sarkozy.
Per carità nulla di male… Tutti sappiamo quanto sia debole la carne e come funzionino gli ingranaggi politici di un' industria culturale, capace di fiutare anche il minimo cambiamento di vento politico. Anche se, per dirla tutta, Raymond Aron da vero liberaldemocratico preferiva sempre andare a piedi e in solitudine.
C’è poi un aspetto del libro particolarmente sgradevole. Brunet, così pronto a difendere quegli intellettuali francesi penalizzati da una sinistra dipinta come inquisitoria e parassita, non spende invece una parola su Alain de Benoist: vero esempio di intellettuale integerrimo ma vittima di una pesante discriminazione, anche professionale. Tuttora in atto. Anzi, Brunet lo cita, ma solo una volta, e per avvalorare ad usum Sarkozy, la strategia politica dell’attuale presidente, che avrebbe ripreso da de Benoist e, per sua stessa ammissione, da Gramsci, l’idea di un “gramscismo di destra, come ricerca dell’egemonia culturale (p. 55). Ma in quale modo? Cooptando nel governo anche personalità di sinistra affamate di presenzialismo... Mah… Lasciamo all’intelligenza del lettore ogni valutazione sulla consistenza intellettuale di questo filo rossonero tra de Benoist, Gramsci e Sarkozy…
Perciò, in prima battuta, non si capisce come mai un giovane e colto politologo, appena trentenne, come Angelo Mellone, abbia accettato di curare un libro inutile come quello di Brunet. Offrendo addirittura spazio agli altrettanto inutili interventi di Oliviero Diliberto, Barbara Palombelli, Michele Serra: perfetti inanellatori di banalità degne del fumo retorico, che avvolge ogni puntata di “Porta a Porta”.
In realtà un perché c’è. E si scopre nell’introduzione, dove Mellone, da cavallino di razza, affrontando il problema italiano sulla falsariga di quello francese, introduce quasi di soppiatto una interessante tripartizione concettuale fra destra ideale; destra tratteggiata dalla sinistra; destra reale, o sociologica.
Quella ideale, che crediamo piaccia a Mellone, rinvia più alla sensibilità di intellettuali come de Benoist e Buttafuoco, tanto per fare due nomi importanti. E rimanda a una visione eroico-romantica di una destra anticipatrice in grado di farsi anche sinistra. O addirittura di andare oltre ogni discrimine politico-parlamentare… Niente a che vedere insomma con la destra liberale alla Raymond Aron. Più sicura ma statica.
La destra tratteggiata dalla sinistra, e ben cesellata da Mellone, è una specie di mix tra fascismo-regime, populismo razzista e l' Italia ridanciana e cafona di certi film natalizi. Un’antropologia, alla quale certa destra, immaginaria (ma fino a un certo punto), sembra talvolta ubbidire in termini di Labeling Theory ( mi comporto come il mio avversario, la sinistra, si aspetta che io mi comporti…): con risultati politicamente disastrosi.
Infine la destra reale. Che si compone di ceti medi moderati, poco ideologizzati, che sognano meno tasse e più sicurezza sociale e morale, piuttosto che rivoluzioni neoliberiste o fascismi immensi e rossi.
Ora qui, nonostante le sue notevoli capacità analitiche, sembra sfuggire a Mellone il vero problema: quello dell’ impossibilità di conciliare culturalmente nell’Italia di oggi una destra eroica e spericolata, che ripetiamo sembra piacergli, con quella prosaica di un elettorato di destra che preferisce le pantofole delle certezze, tipo law and order. In un quadro politico-culturale - ecco il punto problematico - che evolve oggettivamente, e giustamente, verso il superamento della frattura fascismo-antifascismo, nonché verso la legittimazione di una destra democratica, conservatrice e liberale, capace però di guardare al centro verso i ceti medi in pantofole. Insomma, una destra reale, o sociologica, che come mostrano le scelte di Brunet, snobbi de Benoist e incensi Sarkozy in nome della sicurezza e del benessere sociale.
Pertanto smascherare e rifutare la Labeling Theory ad uso e consumo della sinistra, come sottolinea Mellone, chiosando Brunet, va benissimo, ma poi bisogna fare il passo successivo, almeno in Italia Quale? Se si vuole far politica culturale in un’Alleanza Nazionale, che oggi guarda con entusiasmo a Sarkozy e alla destra liberale e moderata, la destra eroica e romantica va relegata in soffitta. Per puntare alla conciliazione politico-culturale, senza qui voler fare alcuna ironia, tra liberalismo e pantofole…
Al contrario, per coloro che non condividono l'itinerario politico-sistemico di An, e che aspirano a muoversi liberamente all’esterno, devono invece restare necessari come l’aria, la critica e il confronto a tutto campo con le idee più diverse se non opposte. Anche perché, di fatto, l’intellettuale “non conformista”, non essendo un funzionario culturale di partito, non ha il problema delle scadenze elettorali. Ma, come mostra la sorte di de Benoist e di altri anche in Italia, c’è un prezzo molto alto da pagare… E non tutti se la sentono.
Mellone, insomma deve fare una scelta, o comunque aiutare il lettore (di destra) a farla. Qui il vero punto della questione è quello di capire che tra le due situazioni politico-culturali (“in” e “out”) non può esservi ponte. A meno che non si voglia fare al tempo stesso “in e “out”, scadendo però, visto che il fascismo immenso e rosso è prudente lasciarlo perdere, nel solito giochino giornalistico dell’immaginario comune o generazionale degli italiani, flessibile come un elastico. Ad esempio, cercando di contendere i registi “rivoluzionari” e i fumettari anni Settanta alla sinistra… E magari proponendoli a un elettore di destra in pantofole che ancora rimpiange i film di Aldo Fabrizi e ricorda solo i fumetti di Walt Disney… E che continua ad apprezzare le trombe del "Dio Patria e Famiglia".
Certo, una destra democratica e liberale non può appiattirsi neppure sui valori del conservatorismo puro ( e scambiare le trombe con i tromboni...). Il problema perciò è quello di trovare un punto di equilibrio fra tradizione (conservatrice) e modernità (liberale, ma non libertina). E non di appiattirsi su una specie di destra yéyé che magari rincorra il veltronismo culturale, rischiando di precipitare nel ridicolo... Ma su quest'ultimo punto, Mellone, da studioso di scienze politiche, probabilmente sarà d'accordo con noi.
Perciò, concludendo, vogliamo considerare la temporanea coabitazione Brunet-Mellone solo come un piccolo incidente di percorso. Lungo una strada, che considerate le qualità di intellettuali del giovane politologo italiano, sarà in futuro ricca di belle soddisfazioni professionali.

martedì, novembre 20, 2007

Dove va, e soprattutto dove ci porta il Berlusconi sanbabilino?

Come al solito certi giornali non hanno capito nulla.
A destra (vedi Libero e il Giornale) si è celebrato il sanbabilino Berlusconi come una sorta di salvatore della Patria, a sinistra (vedi Repubblica e Unità ) come un populista della peggiore specie.
I commentatori di destra hanno presentato le divisioni nel centrodestra come un elemento di forza per il futuro superpartito del popolo, capace di attirare i consensi anti-Fini, anti-Casini, anti-Bossi, all’interno dei rispettivi partiti. Quelli di sinistra come un ulteriore segno di scollamento e crisi del centrodestra.Ovviamente gli unici a non gradire l’ ”esibizione” berlusconiana sono stati appunto Fini, Casini e Bossi. Ma questa è un’altra storia. Che riguarda la politica politicante.
Qual è la verità? Quale senso profondo conferire al bagno di folla domenicale del Cavaliere? Procediamo con ordine.
In primo luogo, Berlusconi finora ha captato, e piuttosto bene, attraverso la sua retorica politica, i bisogni e l'immaginario di quella che viene definita l’Italia profonda, nella quale si identifica almeno un elettore su tre. Un’Italia rozzamente anticomunista, nononostante il comunismo sia scomparso da un pezzo; individualista benché non ami molto la libertà di mercato; autoritaria più per timore di finanza, polizia, carabinieri e magistrati, che per vero senso delle istituzioni. Un cui “campione”, quasi statistico, domenica erano presente a piazza San Babila…
In secondo luogo, Berlusconi, quale statista, vale poco, come hanno mostrato i suoi cinque anni di governo. Ma resta un carismatico uomo politico, capace, come domenica, di mobilitare le piazze e rubare il centro della scena ad alleati e nemici . E questo gli va riconosciuto.
Ora, però, questa cesura tra il Berlusconi, pessimo statista, e il Berlusconi ottimo pubblipolitico va sempre tenuta presente. Perché alla sua capacità di mobilitare, regolarmente, non corrisponde quella di governare. Per quale motivo?
Per la semplice ragione che la sua retorica politica, mal si concilia, con una politica di destra classica, liberale e liberista, che è quella attualmente svolta, ad esempio, dal governo Prodi ( e fortemente favorita dalle sue componenti moderate e riformiste). Probabilmente l’unico canale di comunicazione con Prodi e la destra-sinistra liberale è il filoamericanismo (che si badi bene non è condiviso da tutta la destra e da tutta la sinistra). E la politica neoliberista è quella imposta dall’attuale quadro sistemico internazionale, politico, economico e sociale, scaturito dalla dissoluzione del comunismo sovietico e dal consolidarsi, pur tra i contrasti, dell’egemonia imperiale americana.
Anche perché una politica anticomunista, individualista ma socialmente protetta, autoritaria ma non troppo ( o comunque autoritaria solo con “comunisti” e “magistrati”), diciamo così, appaga l’occhio, o la pancia se si preferisce, dell’Italia profonda, ma non può costituire un realistico programma di governo. Uno, perché di comunisti “mangiatori di bambini" da combattere non ce ne sono più in circolazione ( e più probabilmente mai ce ne sono stati...). Due, perché l’individualismo protetto scontenta il mondo economico, affamato di rivoluzioni neoliberiste ( ovviamente a proprio uso e consumo). Tre, perché, e fortunatamente, l’autoritarismo a senso unico, non è condiviso da magistrati e forze dell’ordine ( o comunque da una parte di essi).
A questi tre aspetti va aggiunta l’incapacità costitutiva di Berlusconi, al di là della pura retorica politica sanbabilina, di ragionare in termini di universale e non di particolare. Insomma, lo statista Berlusconi è totalmente privo di senso dello Stato. E questo proprio perché è sempre rimasto un imprenditore “prestato” alla politica. E per ogni uomo d’affari, di regola, prima viene la propria azienda, o comunque i propri interessi, e poi il resto. Inoltre, Berlusconi, al di là dei continui richiami all’Italia profonda (anticomunista, individualista ma desiderosa di protezione sociale, e autoritaria a senso unico), crede che uno Stato possa essere amministrato come un' impresa (in modo gerarchico e secondo i principi dell’economia aziendale). Di qui quelle sue continue polemiche con gli alleati (legati a tradizioni statuali opposte), e a suo tempo l’effettiva, e addirittura contrattata, “paralisi” del governo di centrodestra, durata per cinque anni. Ma anche il rischio, prima o poi, di venire scoperto, o “tanato” dal suo elettorato, che non ama più di tanto il "libero" mercato...
Ora, fondando un suo Partito del Popolo, Berlusconi, potrebbe anche vincere le elezioni, ma poi non riuscirebbe a governare… Appunto per questa contraddizione sociologica tra la sua retorica politica, i vincoli sistemici di cui sopra, e le sua scarse capacità di statista.
Resta infine un altro aspetto, molto interessante.
Alla lunga, il suo appello al popolo dell’Italia profonda, che non ha matrici reali ma solo retoriche, e che dunque è privo di concreti sbocchi politici, potrebbe provocare in quel terzo dell’elettorato ma anche in larga parte di quello di sinistra stanco della politica tradizionale di un centrosinistra che mette in atto politiche di destra, il desiderio di un “capo” vero, capace di governare al di là della destra e della sinistra. Un "capo" e dunque anche un movimento, che tuttavia ancora non si scorgono all’orizzonte.
In questo senso il pre-populismo retorico e formale di Berlusconi potrebbe provocare, anche a seguito di un suo secondo fallimento governativo, un’ ondata populista, in senso sostanziale, capace di riassorbire in un unico contenitore elettorale l’Italia profonda e l’Italia stanca dei privilegi e delle lentezze della politica politicante. Diciamo così, di mettere confusamente insieme, come spesso capita nei grandi sommovimenti storici, "cattivi" e i "buoni". Grazie, magari, alle "virtù", di un capo vero, emerso improvvisamente dalle apparentemente nebbiose circostanze storiche.
A quel punto, ci potremmo trovare davanti a un vero e proprio esperimento politico e sociale. Che magari, potrebbe trovare il suo collante, non solo occasionale, nell'antiamericanismo (soprattutto se gli Usa dovessero imporci ulteriori, inutili e pesanti "sacrifici" in termini di impegni militari all'estero", ma anche all'interno, si pensi alla questione aperta di Vicenza...).
Un fatto, insomma, di grande interesse. Ma di cui, almeno per ora, resta difficile valutare struttura, portata e conseguenze.

lunedì, novembre 19, 2007

Ringraziamenti: vedi sotto

sabato, novembre 17, 2007

17-11-2005/17-11-2007: Il blog compie due anni!

Cari amici lettori,

Oggi il blog compie due anni!
Grazie per la costanza con cui mi seguite.
E per gli stimoli, suggerimenti e critiche.
Un abbraccio metapolitico,
Carlo

LUNEDI' , NOVEMBRE, 19, 2007


Cari amici lettori,
Vi ringrazio dei commenti. E spero che nella giornata di oggi ne giungano altri. Per me rappresentano motivo di riflessione. Soprattutto in relazione ai contenuti del blog (da alcuni definiti elevati) e alle mie capacità di scrivere in modo chiaro (credo, invece, non particolarmente elevate). Spero in futuro di renderli più chiari e comprensibili per tutti.
Probabilmente, come ho letto da qualche parte, i miei post sono piuttosti lunghi (non tutti magari). So benissimo che la blogosfera richiede, per varie ragioni, interventi brevi (non più di duemila battute), ma anni di carta stampata e soprattutto la possibilità di poter scrivere, finalmente, senza condizionamenti materiali e ideologici, rendono molto difficile, almeno per me, e credo per ragioni psicologiche, accorciare i post. Comunque ci proverò.
C'è poi un altro punto. Vi sarete sicuramente accorti (e da un pezzo), cari amici, che non gradisco le impostazioni controversistiche, o ancora peggio i toni aggressivi. Certo, anch'io ho le mie idee (giuste o sbagliate che siano), ma non le ritengo verità evangeliche. E quindi sono dispostissimo a metterle in discussione. O comunque a prendere atto, in modo ragionato, delle posizioni altrui. E di conseguenza, mi permetto di continuare a chiedere a chiunque desideri intervenire la stessa, diciamo così, "forma mentis" (e se possibile, di firmarsi sempre, almeno con un nick). Insomma, quel che desidero evitare è la polemica in quanto tale, dietro la quale si nasconde, credo, una "cripto-volontà di potenza" tesa a prevalere dialetticamente a tutti costi sull'altro. Piuttosto sciocca e inutile tra persone, come qui avviene, che si sforzano solo di capire il "funzionamento" - impresa tra l'altro già di per sé complicata... - del mondo sociale circostante.
Grazie ancora dei vostri giudizi così lusingheri (almeno finora...). Cercherò di fare sempre meglio.
Un sincero abbraccio,

Carlo

Aggiungo alcuni dati aggiornati alle ore 8.30 di oggi e ripresi dal sitemeter (non ho ancora capito se dall'esterno i visitatori possono accedere al mio sitemeter. Qualche lettore di buona volontà me lo fa sapere?). Spero di fare cosa gradita.

NUMERO DEI POST PUBBLICATI
508

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17-11-2005/ 17-11-2006: 15,976
17-11-2006/19-11-2007: 56,726

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Importante:
Una amica blogger, Giulia di "Pensare in un'altra luce", ha subito un piccolo incidente automobilistico. Niente di grave. Ma perché non passare un momento da lei, per lasciare una piccola testimonianza di affetto? Grazie.
Carlo

venerdì, novembre 16, 2007

La “class action”. Una conquista politica?

"La class action, che cos'è?
Danni da prodotti difettosi, danni da fumo, danni da medicinali, danni da abuso di posizione dominante. Sono solo alcuni delle cause per cui, se la Finanziaria verrà approvata, i consumatori potranno chiedere risarcimenti alle grandi aziende. È la class action, terrore delle industrie americane , che dalla fine degli anni Sessanta sborsano cifre milionarie per pagare i danni a cittadini inferociti.La prima multinazionale messa sotto accusa fu proprio la General Motors, simbolo dell’industria statunitense, denunciata per l’inaffidabilità e l’insicurezza di un modello di auto che aveva prodotto. Era il 1965. In Italia, il primo tentativo di inserire nel nostro ordinamento l’azione risarcitoria collettiva, risale solo al 2001. Ma da allora le associazioni di consumatori conducono una battaglia asprissima perché anche da noi sia possibile far valere i diritti di chi compra e usa i prodotti.Con la class action, il consumatore diventa parte civile, e con lui l’intera collettività: la causa, quindi, non è più quella del singolo contro un gigante, ma quella di una comunità contro un’azienda. Chissà che ne penserebbero Parmalat, Cirio, piuttosto che la banca popolare di Lodi di quest’asso nella manica dei cittadini consumatori. A poche ore dall’approvazione del provvedimento, Confindustria l’ha già definito ‘una pesante minaccia’, ‘un atto grave di ostilità’ nei confronti dell’impresa”.

(Dall’Unità del 15.11. 07 -
http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=70629)


Abbiamo ripreso, non a caso, questa notizia dal sito on line dell’Unità . Perché la “class action”, come il lettore avrà già scoperto da solo, viene presentata come una grande conquista sociale. Il che, come vedremo, è fuorviante.
Ora, che l’Unità sia passata da un pezzo dal sostegno alla lotta di classe al giacobinismo borghese e giudiziario, tra l'altro a senso unico, non è una novità. E non meriterebbe alcun commento. Ma questo sostegno alla “classe action” conferma il definitivo slittamento verso un riformismo liberal privo di qualsiasi contenuto socialista e persino migliorista. Perché? Per due ragioni.
In primo luogo, la class action, si muove nel quadro, se ci passa l’espressione probabilmente forte, del codice civile "borghese". Soprattutto nell’alveo culturale di una nuova figura sociale, quella del consumatore: frutto intellettuale di una "inascoltabile" ma abbastanza diffusa compilation di idee neoliberiste e liberal... Una figura che viene pompata dai media come l'ultimo ritrovato democratico. Mentre in realtà si tratta di un tentativo, finora riuscito, di mettere socialmente e politicamente fuori corso quelle molto più pericolose di lavoratore e proletario. Figure ritenute superate e inutili dai commentatori liberal, soprattutto dopo la dissoluzione dell'Unione Sovietica. Siamo, insomma, al culmine di un secolare processo di "imborghesimento" esclusivamente consumistico della classe operaia. Privo perciò di reali contenuti politici.
In secondo luogo, in Italia, dove a differenza degli Stati Uniti, la giustizia civile e penale non funziona, la class action finirà per andare a incagliarsi nei porti delle nebbie delle varie procure, dove una causa in primo grado dura tra i sei e gli otto anni. Solo in primo grado…
Una lentezza che ovviamente favorirà i detentori di maggiori risorse economiche: le grandi imprese, e non di certo le associazioni dei consumatori. Per farla breve: i nostri riformisti liberal dovrebbero farsi un esame di coscienza. E puntare non sulla class action ma sulla preventiva e necessaria riforma del nostro sistema giudiziario, al fine di renderlo più giusto, funzionale e produttivo. Il che però non li renderebbe popolari tra i magistrati...
Quanto alle bellicose dichiarazioni di Confidustria, si può solo pensare che siano legate alla necessità di coinvolgere soprattutto le medie imprese, quelle che potrebbero essere danneggiate economicamente dal provvedimento. Con ripercussioni sull'occupazione.
Ma, ripetiamo, anche in quest’ultimo caso si tratta sempre di questioni interne ai codici e alle leggi "borghesi".
Nessun socialismo, nessun migliorismo. Solo consumismo, autorizzato e difeso per legge. E ovviamente anche dall'Unità.

giovedì, novembre 15, 2007

I libri della settimana: M. Anspach, A buon rendere, Bollati Boringhieri 2007; S. Zanardo, Il legame del dono, Vita & Pensiero 2007

Non ricordiamo l’autore, ma la citazione sì. Ed è questa: “Di solito le persone altruiste sono noiose”… Il che, in parole povere, significa che l’egoismo sarebbe divertente… Ma per chi? Sicuramente non per coloro che lo subiscono. Anche perché altruismo, per essere concreti, significa volontariato sociale: capacità di aiutare chi si trovi in difficoltà, dagli anziani agli immigrati… Non è “buonismo” ma capacità di rimediare in particolare ai burocratismi dello Stato. Che cosa intendiamo dire?
Spesso, ad esempio, come nel recupero dei tossico-dipendenti, le strutture pubbliche, tendono ad affrontare la delicata questione in termini burocratici, e magari scaricando sulla collettività i costi di possibili sprechi… Mentre le associazioni private di volontariato sociale, oltre a muoversi più agilmente, creano, come è documentato, intorno al giovane in cerca di aiuto, un caldo e spontaneo clima di amicizia e solidarietà. Che può nascere solo all’interno di una cultura del dono. Insomma, per il dipendente pubblico, spesso “assistere” è una professione, per il volontario (privato) sociale una “missione”.
Ma purtroppo è proprio sulla cultura del dono, che, sempre più spesso, si tende a fare confusione.
Si pensi ad esempio alla cosiddetta scuola antiutilitaristica francese, quella sorta intorno a Caillé e Latouche. Questi autori, sottovalutando la natura spontaneistica del dono, lo hanno teorizzato come una specie di “obbligo sociale”. All’insegna di un altruismo, che a taluni osservatori, è parso come vincolante per tutti. Pertanto seguendo i francesi su questa strada, si potrebbe anche giungere all'introduzione, magari per legge, di un vischioso dovere sociale al “buonismo” pubblico, promosso, tutelato ed esercitato dallo Stato. Ed eventualmente, in caso di inosservanza, punito codice alla mano...
Un esempio di questo approccio è dato dal recente libro di Mark Anspach (A buon rendere. La reciprocità nella vendetta, nel dono e nel mercato, Bollati Boringhieri 2007, pp. 121, euro 13,00), studioso di scienze sociale, che insegna a Parigi, formatosi, tra gli altri, anche con Caillé e Latouche.
L’autore propone una società rifondata sulla reciprocità sociale, come continuo scambio di doni reciproci. Uno scambio che allargandosi per successivi cerchi concentrici dovrebbe ridurre la sfera del mercato e degli atti basati sul profitto. Il libro è intrigante perché propone alcuni schemi teorici, di cui qui sarebbe troppo complicato parlare… Tuttavia - ecco il problema - Anspach rivaluta il ruolo dello Stato. Non in senso politico come supremo decisore, ma come “Stato-Provvidenza”, dispensatore di servizi pubblici gratuiti. Il che non è sbagliato in assoluto. Ma in questo modo si rischia di puntare su una specie burocrazia del dono: di scambiare i diritti sociali con i doni sociali.
Un altro testo interessante, soprattutto a livello filosofico, per chi desideri approfondire il dono, è quello di Susy Zanardo (Il legame del dono, Vita & Pensiero 2007, pp. 638, euro 45,00). Libro di una “filosofa” morale, che insegna all’Università Ca’Foscari di Venezia. Un testo difficile, ma così ricco di riferimenti critici e bibliografici, al punto di sconfinare nell' enciclopedico…
Come sintetizzare in due parole un’opera simile? Per la Zanardo, che in particolare studia il pensiero di Jean-Luc Marion e Jacques Derrida, il dono - semplificando - ha natura ambigua: per un verso aiuta chi lo riceve, per l’altro lo imprigiona nell’obbligo di riconoscenza. Il che significa, in termine concreti, che più si attribuisce allo Stato-Provvidenza il ruolo di fornitore di servizi pubblici completamente gratuiti in tutti i campi (esulando da quelli tradizionali della salute e della scuola), più si rischia di trasformare il cittadino in suddito. Perché gli si può anche chiedere di “ricambiare” con l’obbedienza assoluta al “Grande Fratello” di turno…
Ovviamente, queste considerazioni sono nostre e non della Zanardo.
Ora, quando ci si occupa del “dono” qual è il principale problema che si deve affrontare? Quello di riuscire a valorizzare lo spontaneismo sociale. Insomma, di lavorare intorno a un progetto sociologico e politico, capace di superare il paternalismo statalista e ovviamente gli egoismi del mercato: la società del grande freddo, dove ognuno pensa solo a se stesso. Di qui l’importanza sul piano pratico di puntare sul Terzo Settore. Parliamo di quelle istituzioni che all’interno del sistema economico capitalistico si collocano tra Stato e Mercato, ma che non sono “riconvertibili” né all’uno né all’altro. Si tratta di strutture organizzative di tipo privato, tese, come si dice tecnicamente, alla produzione di beni e servizi pubblici (cooperative sociali, associazioni di promozione sociale, associazioni di volontariato, eccetera). Quel che però va fatto è privilegiare maggiormente, sul piano legislativo e fiscale, le associazioni che ricorrono all’uso di veri volontari sociali: persone, che magari svolgono altri lavori, e che nel tempo libero spendono attivamente le proprie professionalità nel sociale, gratuitamente.
Si dirà che quel proponiamo è utopico. Ma si pensi, ad esempio, proprio ai tradizionali campi di intervento dello Stato. Certo, settori come l’assistenza sanitaria e la scuola hanno bisogno di regolarità e non di "spontaneità": di professionisti sistematicamente retribuiti dallo Stato o dalle Regioni. Tuttavia il lettore provi a immaginare il “plusvalore affettivo” che potrebbero riversare su pazienti e alunni, un medico e un insegnante, motivati non dal denaro ma dalla cultura del dono di sé. Ci speghiamo meglio.
Gruppi di volontari “puri” potrebbero costituire associazioni di diritto privato, tese ad affiancare il lavoro dei medici e degli insegnanti “istituzionali”. In campo sanitario già vi sono delle associazioni simili, presenti negli ospedali, che si occupano del “conforto dei malati”. Oppure, in ambito scolastico, si pensi al ruolo che potrebbero giocare, insegnanti, ancora giovani ma in pensione, ovviamente motivati, nell’ambito del doposcuola e di altre attività parascolastiche.
Può sembrare poco, ma la cultura del dono, grazie al volontariato privato, ci può salvare dal grande freddo del mercato e dai burocratismi statali. Ne siamo certi, basta iniziare.

mercoledì, novembre 14, 2007

A proposito di migranti: “la Repubblica” e il concetto di straniero

Ieri la Repubblica ha dedicato il “Diario” alla figura dello straniero. Invitiamo vivamente i lettori a leggere le analisi di Gustavo Zagrebelsky, Tahar Ben Jelloun e l’intervista di Fabio Gambaro a Emmanuel Todd.
Chi ci legge si chiederà perché siamo divenuti così buoni… Per una semplicissima ragione: conoscere il nemico. Dai tre articoli, infatti, emerge un’ unica posizione, molto superficiale: quella dell’accoglienza aperta a tutti, sulla base di tre criteri: i diritti universali dell’uomo (Zagrebelsky); lo stato di necessità, che prima o poi potrebbe riguardare tutti noi (Tahar Ben Jelloun); la lezione della storia, che sarebbe appunto segnata da migrazioni di massa (Emmanuel Todd).
Ammettiamo subito che la disposizione mentale dei tre articolisti è quella giusta. Perché priva di pregiudizi etnocentrici nei riguardi dello “straniero”. Probabilmente la posizione meno “aperta” - ma si fa per dire - è quella di Todd. Il quale dice sì all’immigrazione, ma recependola in termini di assimilazione: “Dobbiamo comprendere i loro costumi, ma aiutandoli a far sì che i loro figli siano come i nostri”. Aggiungiamo pure che i tre studiosi pare accettino il collegamento tra accoglienza e necessità del welfare state.
Dunque, fin qui tutto bene. Tuttavia, quel che stupisce è la non menzione del necessario e non virtuoso collegamento tra il declino del welfare state e lo sviluppo della globalizzazione. E la conseguente crescita dei flussi migratori a causa di quest'ultima.
Sembra quasi, a cominciare da Zagrebelsky, che oggi non si viva in un sistema capitalistico, segnato da alti e bassi economici, e perciò, di regola, destinato ad essere ciclicamente distinto da conseguenti conflitti sociali. Contrasti, come hanno mostrato i “Trenta Gloriosi” (1945-1975), che possono essere disinnescati solamente con l’estensione del welfare state a tutti. Il che richiede forti investimenti sociali e crescita di quella spesa pubblica, che invece oggi si tende a tenere sotto controllo. Puntando sulla precarizzazione e sul basso costo sociale del lavoro, per favorire appunto una migliore competizione globale fra imprese transnazionali, sempre più prive di scrupoli sociali, a causa di un specie di gara emulativa al perseguimento dei peggiori "spiriti animali"
Si ha perciò l’impressione che certa sinistra laica, illuminata e politicamente democratica (ben impersonata da intellettuali come Zagrebelsky), sempre pronta a bacchettare, e giustamente, qualsiasi “rigurgito” razzista e fascista, si guardi invece bene dal criticare il reale (e ingiusto) funzionamento del sistema economico. Finendo così per fare il gioco di un capitalismo al quale oggi serve solo manodopera straniera a basso prezzo, di cui liberarsi facilmente, domani, quando non occorrerà più.
Il vero punto della questione è che il capitalismo, pur corretto dal welfare, rischia di essere storicamente, proprio perché geneticamente segnato da alti e bassi economici, il peggior sistema per accogliere, e bene, i migranti. Soprattutto - e dispiace dirlo - se di condizione culturale e religiosa differente. Dal momento che nelle fasi di crisi il richiamo identitario dei vari gruppi sociali, rischia di farsi irresistibile, trasformando così il conflitto economico in conflitto culturale e religioso. Inoltre, per dare buoni risultati, l’assimilazione, proposta da Todd, richiederebbe, l’estensione dei diritti sociali a tutti i migranti. Il che, come abbiamo visto, implica una crescita della spesa sociale, che il capitalismo attuale rifiuta fermamente.
Pertanto la questione dei flussi migratori riguarda un’economia capitalistica, che così com’è non potrà mai gestire l’accoglienza, se non in termini di sfruttamento sociale ed economico del migrante. E di una sempre possibile guerra civile interna, tra gruppi identitari opposti.
A meno che il richiamo del crescente ”odio” verso il capitale non riesca, in un quadro mondiale di crescente malessere sociale, a mettere insieme le varie identità, in termini di unità degli “sfruttati” contro gli “sfruttatori”. Ma sempre di "guerra sociale" si tratterebbe...
Come evitare tutto questo? Difficile dire. Una decrescita autocentrata, anche concordata con le grandi imprese (cosa non facile, anche solo per l’Europa), implicherebbe comunque un controllo dei flussi migratori, per rapportarli, alla produttività e ai consumi ridotti del sistema. Nonché una sicura scomposizione dell'ordine economico internazionale in aree geopolitiche. E di qui anche possibili altri conflitti…
Questo per dire, in conclusione, quanto siano superficiali le ricette degli “esperti” di Repubblica. E sicuramente anche pericolose, perché si ignora, o ancora peggio, si fa finta di ignorare la realtà economica. Facendo così il gioco dei più forti.

martedì, novembre 13, 2007

L'Italia come società della Sorveglianza e dello Spettacolo

Ci sono giorni in cui è francamente difficile scrivere, pensare, far circolare le idee. Giorni in cui si avverte di colpo tutto il peso di dover lottare, quasi quotidianamente, con il conformismo delle parole, pur di allargare il proprio e l'altrui pensiero…
Oggi è uno di quei giorni. Perché? Per due episodi che ci fanno capire in che razza di vicolo cieco stiamo finendo.
Il primo riguarda la cosiddetta società dello spettacolo. Ieri sera, al Tg1 delle ore 20, si è celebrata in diretta la vittoria negli ascolti, conseguita il giorno precedente, grazie alla copertura giornalistica, tipo Italia1, del “caso Sandri”. Come dire che ci vorrebbe un morto così al giorno... Mentre a “ Porta a Porta”, Vespa con grande finezza sociologica ha messo insieme confusamente i “bravi ragazzi di Perugia”, agiati e viziati, con gli ultrà romani esasperati perché deprivati culturalmente e socialmente. Anche lui per “fare ascolto”. Stiamo sempre più scivolando nella società dello spettacolo e della manipolazione: lo spettatore-animale è un cretino, probabilmente meno intelligente di un cagnolino, che va continuamente ammaestrato.
Il secondo episodio riguarda le indagini in corso per reato di terrorismo sui tifosi arrestati a Roma domenica notte. Si tratta di un’accusa spropositata che mette il tifo organizzato sullo stesso piano del terrorismo organizzato: due fenomeni storicamente, ideologicamente e sociologicamente differenti; basta sfogliare qualsiasi libro in argomento… Un’accusa che tuttavia espone gli arrestati al rischio di pesantissime condanne. Ma che soprattutto evita alla politica la fatica di “inventarsi” qualsiasi intervento preventivo per favorire il recupero socioculturale dei giovani a rischio. Si reprime e basta. Anche qui stiamo sempre più scivolando nella società del controllo e della repressione: il tifoso, se violento, va ingabbiato, appunto, come un animale.
Ora, i due fenomeni sono collegati. Per un verso il potere manipola l’informazione, trasformandola in ascolti elevati a base di facile intrattenimento all'insegna dell'order and law, per l’altro reprime senza tanti complimenti. E, quel peggio, non si sforza assolutamente di capire. Visto che per governare si ritiene che basti condizionare e bastonare, come si fa con gli animali indocili.
E qui va ricordato che il vicolo cieco del totalitarismo, a prescindere dal regime politico cui è collegato, si distingue culturalmente dalla democrazia, perché tratta gli uomini non come persone creative ma come animali da addomesticare...

lunedì, novembre 12, 2007

La morte del tifoso laziale Gabriele Sandri: solo una “tranquilla” domenica di follia?

Non sempre è vero che la violenza richiami altra violenza. Si tratta di un luogo comune. La violenza provoca, per reazione, altra violenza solo quando l’atto violento va a inserirsi in un contesto, dove la violenza è considerata una componente strutturalmente necessaria. Nel senso che viene ritenuta dai diversi gruppi sociali in gioco (tutti, inclusi quelli istituzionali) una risorsa simbolica o sociale come un’altra: da usare, senza porsi tanti problemi.
Ecco allora che l’ ingiustificata uccisione di un tifoso da parte della polizia, peraltro in un luogo ben lontano dagli impianti sportivi, può scatenare reazioni violente da parte dei tifosi come ieri è avvenuto a Roma e in altre città italiane. E' perciò superficiale parlare, come fanno certi media, di una "tranquilla" domenica di follia...
Qui bisogna essere chiari: ormai il rapporto tra forze dell’ordine e i gruppi di tifosi organizzati si regge soltanto su una sorveglianza di tipo militare e su cicliche, e conseguenti, esplosioni di violenza da parte dei gruppi di ultrà, cui segue inevitabile la repressione: una logica da guerra civile; quella del colpo su colpo. Invece si dovrebbe uscire da questo circolo infernale, dove sì la violenza finisce per chiamare altra violenza… Com' è sotto gli occhi di tutti.
Si liquida, insomma, il tifo violento, che coinvolge in particolare i giovani, giudicandolo un fenomeno puramente delinquenziale. Da reprimere, e basta.
Cerchiamo invece di ragionare. Magari prendendola da lontano.
Oggi il tifo organizzato ha assunto caratteristiche identitarie, ritualistiche e di fenomeno di folla. E, indubbiamente, ha una sua pericolosità sociale oggettiva, nessuno lo nega. Ma andiamo alle cause strutturali.
Gli studi mostrano che il riflusso verso il privato degli anni Ottanta, ha implicato un progressivo calo di interesse verso la militanza politica. Un vuoto che i giovani hanno riempito “investendo” in altri settori del tempo libero, e dunque anche nell’ambito delle pratica sportiva e del tifo calcistico ( si dia ad esempio un’occhiata al Quinto Rapporto 2002 sulla condizione giovanile a cura dell’Istituto Iard Franco Brambilla, http://www.istitutoiard.it/, non recentissimo ma comunque utile per farsi un'idea).
Il cambiamento di interessi si spiega con la progressiva sfiducia verso partiti, istituzioni, forze dell’ordine. Se all’inizio degli anni Ottanta, due giovani su tre si fidavano delle istituzioni, oggi di fida solo un giovane su due. Questo dato fa il paio con l’accresciuta fiducia nei riguardi di famiglia e amici. E soprattutto con il diffuso apprezzamento (tre giovani su quattro) dell’amicizia come valore in sé. Ora, nessuno vuole sostenere che la sfiducia nelle istituzioni e la fiducia nel gruppo dei pari (età) si sia trasformata automaticamente in tifo calcistico e il tifo, a sua volta, in tifo acceso e violento. Ma in particolari condizioni di deprivazione culturale, isolamento sociale e incertezza lavorativa (un giovane su due tra i 25 e i 34 anni svolge un lavoro flessibile, e solo uno su due, tra i 15 e il 24 ha un’occupazione), il vischioso mondo del calcio e del tifo, incensato dai media sette giorni su sette e favorito dalle stesse società sportive, ha sicuramente rappresentato, per alcuni giovani “deprivati”, il terreno socioculturale perfetto per trasformarsi in ultrà.Sotto questo aspetto, il tifo violento risponde perciò a una logica di tipo identitario. E spieghiamo perché. Il gruppo ultrà si riconosce e legittima, negando lo stesso diritto a un gruppo avversario (spesso altrettanto violento): è un riconoscimento “contro” qualcuno. E di questa contrapposizione identitaria, spesso ne fanno le spese le forze dell'ordine, costrette istituzionalmente a frapporsi tra i due gruppi. Tuttavia la polizia rappresenta soltanto l’ultimo anello della catena: quello a cui è demandata l'opera di repressione.
Inoltre, su questa forte logica di gruppo, si innescano i cosiddetti ritualismi collettivi (striscioni, cori, e coreografie varie), che agiscono da rinforzo psicologico, favorendo la “militarizzazione” del tifoso e la sua adesione a una visione mitologica e totalizzante della squadra di appartenenza. Il processo è questo: 1) l’isolamento socioculturale facilita l’aggregazione tra tifosi; 2) l’individuazione del nemico (l’ altro tifoso o come è accaduto ieri il poliziotto), rafforza la coesione del gruppo; 3) il gruppo, grazie all’intervento del rito, acquisisce maggiore coesione e forza, espandendosi socialmente fin dove non incontra ostacoli (in genere istituzionali), finendo così per richiamare altra violenza (quella degli altri gruppi o della polizia).
Pertanto la logica processuale del gruppo risulta perciò più importante dei suoi contenuti, che possono essere ripresi, in chiave occasionalistica, dalle ideologie più differenti. Pertanto, parlare di una curva di “stampo fascista” o “comunista”, o genericamente di sovversivi, è approssimativo e fuorviante, perché non consente di individuare la dinamica sociologica del fenomeno. In questo senso, le reazioni dei tifosi, come quelle di ieri, non sono fenomeni legati a una particolare ideologia politica, ma fatti simbolici. Perché, putroppo, le violenze, o addirittura le uccisioni ( di poliziotti come di tifosi avversari) assumono tragicamente lo stesso valore rituale dell’uccisione del capro espiatorio. Infatti, come ci insegnano gli antropologi, si tratti di “atti” che fondano, rifondano, e consolidano il gruppo: ripetiamo, una tragedia, dove la violenza, divenuta risorsa simbolica, richiama inevitabilmente altra violenza riparatrice.
In definitiva, il gruppo ultrà è una vera e propria (micro)struttura sociale, che nell’universo hobbesiano del tifo violento, stabilizza e soddisfa, seppure in modo deviato e antisociale, uno spontaneo bisogno individuale di identificazione. E quanto più cresce lo stato di isolamento socioculturale in cui i membri del gruppo vivono, tanto più resta difficile impedire che i singoli cedano al richiamo protettivo “del branco” per dirla nel linguaggio sbrigativo di certi giornali. Infine, lo stadio di calcio, è il luogo per eccellenza, dove i fenomeni di gruppo (fondati su identificazione e rito) si trasformano in fenomeni di folla. Perché?In primo luogo, ogni individuo, anche se non appartenente a un gruppo di tifosi violenti, una volta immerso nella folla, acquisisce un pericoloso senso di onnipotenza: si sente psichicamente all’unisono con una grande quantità di persone, finendo per condividerne gli scopi immediati. In secondo luogo, certi sentimenti di odio e violenza, si trasmettono dal gruppo alla folla rapidamente, quasi per “contagio” psichico tra individui, per dirla con Le Bon. In terzo luogo, la folla subisce facilmente, come in stato di ipnosi, ogni improvvisa e nuova suggestione psichica (si pensi al panico che provocò tra i tifosi la falsa notizia della morte di un tifoso, diffusasi durante il derby Roma-Lazio nel 2004). Con tutte le tristi conseguenze del caso.
Questi tre fattori (identificazione attraverso il nemico, trasformazione del gruppo in folla, ritualità rafforzativa legata alla forza dell'atto violento), sono alle origini di quel che è accaduto ieri. Ma identificazione e ritualità, sono fattori che rinviano a cause strutturali. Cosicché reprimere con la violenza significa solo provocare altra violenza da parte dei tifosi, e così via. Mentre, sulla trasformazione del gruppo in folla si potrebbe intervenire, non chiudendo gli stadi, ma rendendoli meno anonimi e più vivibili sotto l’aspetto ambientale e architettonico.
In conclusione, il problema di fondo è quello di offrire alternative di vita a giovani che vivono in condizioni di isolamento e deprivazione socioculturale. Come? Tentando di sostituire alla logica del branco, che privilegia la violenza come fattore simbolico, la logica della società civile del ragionamento e del recupero sociale di coloro che siano deprivati culturalmente.
Il che non è certo facile, e nell’attuale situazione, può apparire degno di un illuminismo a buon mercato, o come spesso si dice ironicamente: frutto di buonismo sociologico. Tuttavia puntare solo sulla repressione, senza almeno tentare di rimuovere le cause di fondo del "tifo violento", non è altrettanto irrealistico?
Soprattutto perché rischiano di pagare con la propria vita, questa grave situazione, bravi ragazzi come Gabriele Sandri.

venerdì, novembre 09, 2007

Meta (political) comics: C’era un volta il Pippo (Baudo) nazionalpopolare…

Dice che a Pippe Baude, per dirla con Giorgio Bracardi, gli hanno fatto girare quelle cose… Perché? Tutta colpa della finanziaria “giuussta ed equuaaaa”, per dirla con un altro comico, che però sta a capo del governo: Romano Prodi. Insomma, il mix ulivista-rifondazionista di Palazzo Chigi vuole tagliare i compensi dei divi Rai. E Pippe non ci sta.
Intervistato martedì scorso dal Corrierone, il presentatore ha espresso una sensibilità sociale da proprietario terriero argentino: “Veterocomunisti, chi vale va pagato”. Mancavano solo i gauchos con tanto di baffoni e fuciloni.
Ma Pippo non era nazionalpopolare? Pare proprio di no. Sentite come prosegue sul ritmo del Pippo-Pride : “Togliamo ai ricchi per dare ai poveri? Facciamo il Passator Cortese? Ipocrisia populista”. Per poi subito cadere nell’italico-siculo pianto ( Don’t cry for me Italia, tanto per rimanere in tema Argentina): “Sono già il conduttore meno pagato d’Italia: prendo un terzo di altri. Costretto. Dissero: o mangi questa minestra o non lavori”. A Pippe - direbbero al Quarto Braccio di Rebibbia - ammesso che sia vero sarebbero sempre trecentocinquantamila pippi… Insomma, per metterla sul “populismo veterocomunista”, sempre meglio che campare con cinquecento euro al mese, come molte mamme di quelli del Quarto Braccio. Che tra l’altro devono pagare pure voraci avvocati….
Ma lui niente, sotto col Pippo-Pride : “Le aziende non regalano soldi senza ricavi. Ma che io a Marchionne, che ha preso la Fiat quasi fallita, o a Montezemolo gli metto il tetto?”
Insomma, il ragazzo (si fa per dire, è del ’36, a proposito per Pippo niente scaloni?) non pecca certo di modestia. Come Marchionne, che in effetti qualche cosina ha combinato, anche Pippo, gonfiandosi però come l’omino Michelin, ci fa capire di aver salvato la tv pubblica.
Peccato che non se ne sia accorto nessuno. A parte quelli del Quarto Braccio, che pare siano costretti a vedere solo i canali Rai...

mercoledì, novembre 07, 2007

I libri della settimana: W.G.Tarpley, La fabbrica del terrore made in Usa; G. Garibaldi, I Signori dello Spazio ( Arianna Editrice 2007)

G.Garibaldi, I Signori dello Spazio, Arianna Editrice 2007, pp. 156, euro 10,90; W.G. Tarpley, La fabbrica del terrore made in Usa, Arianna Editrice 2007, pp. 653, euro 18,50

I libri di Gabriele Garibaldi (I signori dello Spazio) e di Webster Griffin Tarpley (La fabbrica del terrore Made in Usa), entrambi meritoriamente pubblicati da Arianna Editrice (http://www.ariannaeditrice.it/ ), possono essere letti insieme. Dal momento che tutti e due trattano della “Superpotenza” Americana. La studiano da un punto di vista rigorosamente scientifico, ma anche politicamente non conformista. Procediamo con ordine.
Gabriele Garibaldi, laureato in scienze politiche e collaboratore di prestigiose pubblicazioni di geopolitica, ci spiega perché lo Spazio “stellare” dopo quello “terrestre” rappresenti, oggi, per gli Stati Uniti l’ennesima reincarnazione dell’ ”ultima frontiera”. E ciò che stupisce il sociologo è quel mix antropologico-politico che vi si nasconde dietro: la romantica passione del cow-boy frammista alla fredda volontà di potenza imperiale. Al cui servizio vengono posti, e in misura crescente, modernissimi dispositivi d’ arma, capaci di controllare e contendere lo Spazio a quello che potrebbe essere l’ultimo nemico degli Usa, ma non da subito: la Cina. Un aspirante impero, ancora alle prese con un gigantesco processo di sviluppo economico e tecnologico, dalle conseguenze sociali e politiche difficilmente prevedibili.
A proposito dei piani imperiali Usa, e in particolare dei disegni del senatore Bob Smith, una specie di “space cow-boy”, punta d' iceberg di uno schieramento ben più consistente, Garibaldi pone l’accento su un fatto: “ Qui le smanie di potere perdono ogni inibizione e, invece di ‘accontentarsi’ di un XXI secolo unipolare, prevedono la costituzione di un impero centenario. E’ cioè possibile - prosegue Garibaldi - che, allo stesso modo in cui l’Europa ha dominato il mondo per circa cinquecento anni, controllando gli oceani con le sue flotte, così anche gli Stati Uniti imporranno il loro ordine ‘per almeno lo stesso arco di temporale’ questa volta dominando lo spazio ” (p. 129). A meno che - conclude l’autore - la Cina non riesca a contrastare questo processo. E l’Europa che cosa farà? Viste le capacità di Garibaldi, auguriamoci, come lettori, che dedichi a questo tema il suo prossimo libro.
Il libro di Tarpley è dirompente. Un autentico best seller della controcultura 9/11, finalmente tradotto in Italia, grazie ai buoni uffici di Arianna Editrice.
Attenzione, non siamo davanti al solito libro cospirativo. Tarpley non costruisce sulla sabbia delle illazioni: giornalista con tempra di studioso, già noto in Italia per un libro sul caso Moro, non si limita a sezionare, prove alla mano, per seicentocinquanta pagine, “smontandola” la versione ufficiale dell’ 9/11, ma fonda il suo lavoro su un serio impianto teorico. Ed è questo l’aspetto più stimolante del libro. Perché offre anche allo studioso di scienze sociali, suggerimenti e spunti intorno a un' utilissima “teoria e prassi del terrorismo sintetico di stato”.
Scrive Tarpley: “Quella che offriamo qui può essere vista come una teoria del terrorismo sintetico perché riunisce gli sforzi di svariati componenti: zimbelli e pedine, talpe, tecnici professionisti, media e gestori, controllori dei terroristi. E’ sintetico anche nel senso di artificiale: non cresce spontaneamente dalla disperazione e dall’oppressione, ma è piuttosto il prodotto di uno sforzo di organizzazione e di direzione, in cui le fazioni di governo svolgono un ruolo indispensabile” (p. 76). E qui si veda pure l’interessante ricostruzione grafica del “sistema” (p. 90).
Scontato, perciò, aggiungere, che dietro il 9/11 Tarpley scorga la mano delle élite del potere statunitensi, tese a controllare il mercato mondiale delle materie prime (in primis il petrolio), e in particolare il ruolo della subcultura (dominante) neocon, nonché sul piano delle istituzioni la mano rugosa di militari e servizi segreti.
Però a differenza di Garibaldi, Tarpley pone l’aggressiva strategia americana post 9/11 al “crepuscolo” di un progetto di ordine mondiale. Che fa risalire, unificando “impero britannico e americano”, all’inizio del XVIII secolo. Si tratterebbe, a suo avviso, di una risposta disperata (e congiunta) della finanza anglo-americana al suo progressivo declino politico ed economico.
Non siamo d’accordo. Riteniamo che la tesi di Tarpley confonda gli aspetti economici con quelli politici e culturali, e trascuri quelli militari, ben sviluppati invece nel libro di Garibaldi. I valori culturali che mossero l’Impero britannico, il cui apogeo può essere collocato tra il 1815 e il 1914, sono profondamente diversi da quelli del nascente - almeno a nostro avviso - impero americano. Nell’imperialismo democratico americano, c’è un senso di superiorità ideologica, legato all’auto-definizione di portatori nei riguardi di tutto il mondo di un diritto alla felicità, sconosciuto all’imperialismo britannico; è un imperialismo "ideocratico", per dirla con Preve, in cui si è americani e portatori al tempo stesso, appunto perché americani, di un'idea forte: quella della felicità universale.
Inoltre, l’unipolarità americana, rispetto a quella (ottocentesca e sui mari) inglese, è recente (1989-1991), e proprio ora si sta aprendo, come mostra il libro di Garibaldi, alla conquista militare dello Spazio (una dimensione che a nostro avviso ha lo stesso valore simbolico e materiale degli oceani dominati dalla flotta britannica nell’ Ottocento).
Quanto agli aspetti economici, crediamo invece che sul piano della gestione finanziaria delle ricorrenti crisi borsistiche, l’economia statunitense abbia fatto tesoro dell’esperienza del 1929. Di qui, come è avvenuto di recente, l’immediato intervento delle autorità monetarie (non solo americane: ed è questa la forza politico-economica del nascente impero americano...), per impedire attraverso l’intervento di un “pagatore in ultima istanza” la disastrosa interruzione della catena debitoria (dagli investitori alle banche), provocata dalle speculazioni finanziarie. Che sono cicliche, ma tutto sommato controllabili, quando si sia fatto tesoro del passato e si detengano contemporaneamente le chiavi della cassaforte e dell'armeria...
Per queste ragioni, e pur essendo d’accordo con l’ impianto concettuale di Tarpley, riteniamo che gli eventi del 9/11, siano tuttora al centro di una strategia preordinata e lucida, frutto di ragionamento e non di cieca disperazione. Strategia che però si è potuta concretizzare soltanto nel quadro dell’unipolarità post 1991. E che quindi va posta storicamente all’ “inizio” e non alla “fine” dell’Ordine americano. Un neo-impero che, certamente, come tutti gli imperi della storia è destinato a cadere e dissolversi, ma di sicuro non nel 2020, come sembra ritenere Tarpley.

martedì, novembre 06, 2007

Divagazioni sociologiche sulla moneta ( e sui progetti di riforma)

Una prima osservazione, come dire, di scienze della comunicazione. Rispetto alla carta stampata e ai media tradizionali (radio, televisione, cinema) la Rete dedica più spazio ai problemi della moneta. E sempre in termini critici. Esistono siti e blog specializzati. Il che significa che la Rete è meno dipendente da un denaro che spesso controlla, e rigidamente, i media. Impedendo l’apertura di qualsiasi dibattito sulla moneta in termini geselliani (usiamo questo termine anche di seguito per comodità, pur conoscendo e apprezzando la ricchezza delle sfumature economiche che segna il fronte riformatore della moneta).
Ora, quel che emerge dall'informazione on line ( ma ormai anche da una copiosa letteratura), è la proposta di una moneta che torni finalmente ad appartenere “al popolo” e non più “ai potenti del denaro”. In genere, con “popolo”, i Riformatori della moneta intendono tutti i cittadini, ad esclusione dei politici professionali, spesso ritenuti corrotti, degli “imprenditori" del denaro (banchieri, pubblici e privati, finanzieri, e così via scendendo fino agli strozzini di piccolo cabotaggio…), e infine di quei ricchi che grazie alle rendite finanziarie hanno costruito enormi ma in realtà fragili imperi di carta. Sotto questo aspetto, se abbiamo capito bene, la riforma della moneta - e poi vedremo in che modo - implicherebbe lo sviluppo della democrazia diretta.
Tecnicamente - e semplificando ancora una volta - la riforma della moneta, dovrebbe passare attraverso l’abolizione del signoraggio e l’introduzione di un denaro a tempo ( o a scadenza), non più produttivo di interessi. In prospettiva alcuni Riformatori guardano addirittura all’abolizione del denaro e alla sua sostituzione con lo scambio di reciproci servizi. Ma entriamo nei dettagli.
L’abolizione del signoraggio, che consiste nella riduzione della differenza fra valore nominale e intrinseco della moneta (ad esempio, se per "produrre" una banconota da 50 euro si “spendono” in costi 0,50 euro, se ne possono “guadagnare” illecitamente 49,50, "pompando" così il "diritto di signoraggio"), mira a colpire il crescente potere finanziario di coloro che emettono la moneta (oggi le Banche Centrali); l’introduzione del denaro a tempo ( di una moneta, che ad esempio, perda in un mese il 100% del suo valore), tende invece a minare il potere di coloro che lucrano sull’accumulazione di denaro (a cominciare dalle banche).
Ovviamente abbiamo semplificato. Anche perché quel che ci lascia perplessi di una battaglia che, tutto sommato, condividiamo sul piano dei principi, non è tanto la teoria economica su cui si basa, quanto il mancato approfondimento del rapporto tra “politico” e “sociale”. Facciamo qualche esempio.
Primo punto. Si dice - e giustamente - “il popolo deve riappropriarsi della moneta”. Ma una Banca Centrale, non è un’entità astratta, si compone di funzionari e dirigenti, con un loro formazione, attualmente di tipo monetarista. Alla quale andrebbe sostituita una nuova classe di dirigenti geselliani (ma si potrebbe dire anche “auritiani”, eccetera). Bene, dove trovarli, ed eventualmente come formarli? E soprattutto, come superare, gli ostacoli legislativi che sicuramente verrebbero frapposti da un’intera classe politica, a destra come a sinistra, oggi completamente dipendente dalle grandi banche e dai ricchi redditieri?
Secondo punto. Si dice - forse troppo frettolosamente - che per far spiccare il volo alla riforma monetaria, basterebbe cambiare per legge lo statuto della Banca dell’Italia e, al contempo, iniziare con esperimenti dal basso di democrazia locale, partecipativa e monetaria. Certo, ma poi come raccordarsi con la Banca Centrale Europea, che sicuramente continuerebbe a “produrre” denaro secondo i “vecchi” criteri? Quanto agli esperimenti locali, sicuramente avrebbero successo. Ma sorgerebbero subito due problemi: quello di come contrastare la reazione “poliziesca” di politici e redditieri; e quello di come raccordare politicamente le zone “franche” (dove si sperimenta) con quelle “non franche” (dove vige ancora il vecchio sistema). E poi, anche ammessa la “conquista” legislativa della Banca Centrale Europea, resterebbe l’enorme problema di come relazionarsi, di nuovo, politicamente alle “aree non franche” extraeuropee. In prima battuta, quella statunitense…
In conclusione, riteniamo che le teorie dei geselliani (si usa questo termine per comodità), benché giustificate e ben articolate sul piano economico sottovalutino il “politico”, come decisione, conflitto e formazione delle élite dirigenti. Probabilmente perché i Riformatori partono da un' idea armonica e autoreferente di società. Eludendo tra l’altro il problema della doppia (ma anche tripla, quadrupla…) temporalità sociale. Legato alla diversità dei tempi di attuazione della riforma monetaria in tutto il mondo. Una molteplicità di livelli temporali, le cui conseguenze “politiche” andrebbero invece gestite “politicamente”.
Che cosa intendiamo dire ? Il Riformatore ritiene che le varie società siano in grado di autoriformarsi in un colpo solo, ignorando il ruolo necessariamente regolatore del “politico” in senso schmittiano, anche delle questioni sorgenti dalle discrasie temporali. Quella dei Riformatori - e sia detto con il massimo rispetto - è una visione unicronica e idilliaca della vita sociale e politica. Ma che purtroppo non corrisponde a una realtà, disposta su più livelli temporali (pluricronica) e che spesso espone gli uomini, a causa delle loro idee, alle durezze della spada. Di qui il nostro modesto consiglio di affiancare alla teoria economica del denaro, una visione politica adeguata: occorre una teoria politica della transizione da una società prigioniera del denaro a una società che ne sarà libera.
Per far passare una riforma strutturale di grandissima portata, come quella della moneta, la bontà e la giustizia delle idee, da sole, rischiano di non bastare. Purtroppo.

venerdì, novembre 02, 2007

Dopo la morte di Giovanna Reggiani. La cultura del “migrante”. Al di là degli stereotipi.

La tragica morte di Giovanna Reggiani deve invitare alla riflessione e non a sposare posizioni o atteggiamenti di tipo razzista. Anche in circostanze così gravi deve sempre prevalere la forza della ragione. Soprattutto a livello intellettuale. Ma entriamo nel merito.
Il problema, purtroppo, è grosso. Ed è quello di come "gestire" l’immigrazione straniera in Italia. E purtroppo la nostra carenza non riguarda solo le risorse, ma soprattutto la totale mancanza di un adeguato approccio socioculturale al problema. Un approccio, la cui individuazione, deve precedere qualsiasi scelta organizzativa.
Sostanzialmente, finora, hanno avuto la meglio due culture: quella dell’accoglienza indiscriminata e quella della tolleranza zero. Entrambe sono errate. Vediamo perché.
La cultura dell’accoglienza indiscriminata, dà semplicisticamente per scontato l’inserimento del migrante nel nuovo contesto socioculturale, grazie al conseguimento di un lavoro, all'affitto di una casa, eccetera. O comunque grazie all’impiego di strutture che ne possano favorirne l’inserimento - ma attenzione - non socioculturale ma economico-sociale. In certo senso, si tratta di un approccio universalistico, che considera ininfluenti le differenze socioculturali. O comunque superabili nel tempo, attraverso l'utilitaristica adesione (data anch'essa per scontata) da parte del migrante alle istituzioni di adozione, attraverso la creazione di un’area franca di fedeltà repubblicana. Pertanto si tratta di un approccio che giustappone all’universalismo il particolarismo del patriottismo costituzionale. E che per contro può provocare nel migrante, riduttivamente giudicato alla stregua di un homo oeconomicus, reazioni identitarie.
La cultura della tolleranza zero, dà invece per scontato, in modo altrettanto semplicistico, che il migrante sia presuntivamente pericoloso. Di qui l’impossibilità di inserirlo, in quanto “cellula” potenzialmente “patogena” all’interno di un tessuto economico e sociale “sano”. In certa misura si tratta di un approccio particolaristico, che considera determinanti le differenze socioculturali. Differenze - attenzione - che sono rapportate, spesso in chiave quantitativa, alla natura criminogena, per nazionalità, dei migranti. I quali, pur essendo considerati tutti ugualmente pericolosi, di solito sono classificati, anche a livello politico “alto” (governativo), come appartenenti a nazionalità con “potenziali” criminogeni diversi. In questo senso il filippino sarà sempre più “addomesticabile”(ma comunque mai “nazionalizzabile”) dell’albanese e del rumeno. Insomma, il particolarismo implica spesso il razzismo.
Ora, che cosa significa porre la questione immigrazione sul piano socioculturale? Vuole dire intervenire con politiche sociali - e dunque non meramente repressive - sul “brodo” socioculturale in cui vive il migrante. Ovviamente, per ragioni di spazio semplificheremo, accorpando formalmente, culture, tra di loro differenti nei contenuti storici (come l’ucraina e la nigeriana). Cosa di cui ci scusiamo subito.
Il migrante, quando arriva in Italia, di regola, si trova già inserito in un circuito socioculturale di connazionali: persone con cui divide valori, desideri, ma anche bisogni e paure. Si tratta in genere di strutture claniche, parentali, familiari, che spesso vanno a intersecarsi con strutture illegali che gestiscono l’immigrazione, in patria e all’estero, indirizzandola verso specifici settori (dalla prostituzione allo spaccio di droghe, ma anche all’accattonaggio e al lavoro nero). Pertanto il migrante che giunge in Italia, viene subito cooptato all’interno di tali strutture, che talvolta, per i paesi extraeuropei, godono anche di appoggi consolari. Spesso perché il migrante deve ripagare il “viaggio” oppure perché più facile "socialmente". Dal momento che trova connazionali ( i suoi "simili") coi quali divide un vischioso ma confortante “brodo” socioculturale composto di sentimenti, tradizioni, bisogni, ma anche di “riconoscenza”, gerarchie e purtroppo, talvolta, sfruttamento.
In genere 2 migranti su 3 - parliamo del caso italiano - tendono a restare immersi in questo “brodo”, o perché vogliono ritornare presto nel paese di origine, o trasferirsi, più avanti, in una nazione terza. Ecco perché è corretto definirli migranti e non immigrati.
L’universo psico-sociale e culturale del migrante è perciò sottoposto a pressioni fortissime: è qui, in Italia, ma vorrebbe essere altrove… Da ciò discende la difficoltà istituzionale di stabilire un “contatto”. Siamo davanti all’antico problema del complesso rapporto tra culture nomadi ( o semimobili), quelle dei migranti, e culture sedentarie ( o stabili), le nostre.
Servirebbero strutture flessibili (in termini giuridici, sociali, culturali) di accoglienza, ancora da inventare. In grado di recepire i bisogni in divenire di chi ancora non abbia deciso che fare della propria vita; ma anche di intervenire, e rapidamente, nelle situazioni di illegalità e di sfruttamento, senza però ricadere nel razzismo spicciolo. Considerando, appunto, che il migrante vive all’interno di vischiose ma "confortevoli" (e dunque non troncabili con un netto colpo di spada) strutture claniche, parentali e familiari. Non “troncabili” con la spada, perché tenute insieme, talvolta dalla sola forza, ma spesso anche dall’invisibile gioco degli interessi reciproci e delle antiche fedeltà.
In ultimo - ma non in ordine di importanza - va ricordato che il mercato capitalistico per un verso non facilita l’integrazione culturale del migrante, ridotto a puro fattore lavoro. Mentre per l’altro, favorisce le migrazioni imponendo, quando occorre, al lavoratore-migrante di trasferirsi seguendo le necessità del ciclo economico, con i suoi alti e bassi. Insomma, il mercato capitalistico, cui spesso ci si appella elogiandone le virtù salvifiche, non ha alcuna capacità di capire (e affrontare) l’importanza degli effetti di ricaduta di quel “brodo socioculturale”, cui abbiamo accennato: il mercato, essendo basato sullo scontro e/o l’alleanza degli interessi, può ricorrere, al massimo, alle gerarchie delle “manovalanze criminali”: le varie mafie che funzionano, e pare bene, in alcuni settori al confine della legalità (si pensi al riciclaggio bancario del denaro sporco), come terminali del mercato capitalistico.
In questo senso la cultura dell’accoglienza indiscriminata favorisce, in un clima già alterato dagli inesorabili meccanismi utilitaristici del mercato, la riproduzione per reazione - anche a causa del suo universalismo-particolarismo repubblicano - degli elementi più vischiosi di tale “brodo socioculturale” comunitario. Facilitando i “movimenti” della criminalità “terminale” ma anche quella marginalizzazione culturale del migrante, che spesso ne precede annuncia la reazione identitaria. Mentre la tolleranza zero si limita soltanto a reprimere, svolgendo il ruolo di “Guardia Bianca” del capitalismo e designando nell’immigrazione, di volta in volta, o un fattore “lavorista” o un "agente patogeno". Provocando, in quest’ultimo caso, la diffusione di reazioni razziste a livello collettivo. E di controrisposte identitarie dal parte delle comunità, più stabili, di migranti.
Comunque sia, entrambi gli approcci sono funzionali a uno sviluppo capitalistico, senza se e senza ma, e a una sorta di incultura (dominante) dei fenomeni migratori
Perciò anche in tema di "gestione" dei migranti, serve una Terza Via.
Ma quale? E come? La parola ai lettori.