mercoledì, ottobre 31, 2007

Ancora sul “Padre Pio” di Sergio Luzzatto

Sergio Luzzatto ha già ottenuto quel che fortissimamente cercava: un'intensa e crescente pubblicità editoriale (gratuita) per sé e per il libro.
Soprattutto perché ieri, facendo seguito ad alcuni interventi sul Corriere della Sera, non si è fatto scappare l'occasione di rivendicare il suo lavoro storiografico come al di sopra delle parti. Presentandosi, nel consueto paginone riservato agli amici degli amici, come un novello San Sebastiano, in formato Corriere della Sera-della storiografia, trafitto e tormentato dalle frecce appuntite dei suoi critici... I quali lo avrebbero ingiustamente condannato, ancor prima di leggere il libro... E le sostanziose anticipazioni al TG1 ? Meglio stendere un velo pietoso.
Anche perché il punto che ci interessa è un altro. Luzzatto, nel "paginone-friends" di ieri, non ha risposto a una domanda: perché uno storico della Rivoluzione Francese, laicissimo, abbia deciso all’improvviso di studiare Padre Pio… Dire, come si legge, che il frate era interessante perché “simbolo di un Paese sospeso tra arcaismo e modernità” è una banalità positivista. Roba degna dell’antropologia britannica ottocentesca che, sedotta dalla religione del progresso, liquidava la religione come sopravvivenza di età passate e culturalmente superate…
E poi, se proprio il tema interessava, perché non dedicarsi, alla religiosità operaia tra i meridionali inurbati a Torino negli anni Sessanta del Novecento? Anch’essa sospesa tra arcaismo e modernità. Un terreno ancora tutto da scavare… Ma gli operai sfruttati non pagano, in termini di paginate culturali sul Corrierone… Mussolini, Mazzini e ora Padre Pio, invece sì. Naturalmente si deve appartenere al giro giusto: se il libro di Padre Pio, fosse uscito con un piccolo editore di sinistra o destra, e scritto da uno storico estraneo alla cupola, non avrebbe ricevuto la minima attenzione. Sul Corriere della Sera, di regola, non vengono mai recensiti i libri di alcune case editrici (non poche per la verità), ritenute non politicamente corrette. E mai citati, nelle pagine culturali, giornalisti, studiosi e scrittori non in sintonia con il mainstream postideologico, liberal-riformista … Neppure per parlarne male…
Comunque sia, siamo solo all’inizio, la cosa andrà avanti almeno per un paio di mesi.
Così va il mondo. Oggi.

martedì, ottobre 30, 2007

Benedetto XVI e il diritto all' obiezione di coscienza. Qualche riflessione

Le parole di Papa Benedetto XVI sul diritto all’ obiezione di coscienza dei farmacisti a proposito della vendita della cosiddetta pillola del giorno dopo meritano alcune riflessioni. Ma non in termini morali o religiosi bensì dal punto di vista di una teoria democratica dei gruppi sociali.
Su quale principio si fonda la moderna società democratica? Su quello del pluralismo sociale: una società è tanto più democratica quanto più risulta libera la scelta del singoli di appartenere o meno a un certo gruppo sociale. Da questo punto vista, e restringendo per ragioni di spazio la nostra analisi a due soli gruppi, la Chiesa Cattolica oggi è un gruppo sociale come un altro. Ma lo è anche Stato? Oppure può essere definito come il supremo regolatore? Una specie di “supergruppo”?
La risposta è delicata e importante. Perché ogni gruppo sociale è portatore di una sua ideologia. Ora se si definisce lo Stato come tale, bisogna convenire che anch’esso sia portatore di una sua ideologia. Di quale ideologia però? Quella che designa nello Stato il regolatore super partes: una entità, che anche ricorrendo alla minaccia dell’uso legale della forza, fissa un quadro di norme e comportamenti all’interno del quale i cittadini sono obbligati a muoversi.
Pertanto, dal punto di vista dell’organizzazione sociale, quanto più i cittadini rispettano tali regole, quanto più una società è ordinata.
Ora, le nostre società democratiche riconoscono il diritto di obiezione, che in alcuni settori è stato regolamentato per legge. Si tratta di una scelta certo nobile, ma socialmente pericolosa, perché riconoscere, anche se delimitandolo, il diritto di obiezione, significa introdurre un elemento “oggettivo” di disorganizzazione sociale.
Il Papa, nel suo discorso, fa riferimento proprio a questo diritto. Il che però rappresenta, come notato, un elemento "oggettivo" di conflitto. Perché va a ledere non l’elemento del pluralismo democratico, ma quello ideologico dello Stato come regolatore super partes. Il che significa che gli attuali sistemi democratici, e soprattutto quelli sviluppatisi nei paesi di tradizione cattolica, hanno accettato di “vivere pericolosamente” (o conflittualmente, se si preferisce). Dal momento che sono fondati su una specie di compromesso instabile: per un verso si è accettata l’idea pluralistica (democratica), ma per l’altro la si è regolamenta per ragioni di funzionalità sociale. Anche perché il troppo pluralismo rischiava e rischia di mettere in discussione l’ideologia super partes dello Stato, oltre che, come detto, la normale vita sociale. Tuttavia resta difficile, non tanto in teoria quanto in pratica, fissare un punto di equilibrio sociale. Che in genere riflette quello tra la forza reale (storica) dei vari gruppi sociali. Quindi strepitare sui giornali, come fanno certi laici, non serve a nulla… Per fare un esempio: è come fare baccano perché alle giornate di sole seguono quelle di pioggia, e viceversa, secondo quelli che sono i ritmi della natura.
Pertanto sul piano di una teoria sociologica dei gruppi, il secolarismo - semplifichiamo - non è altro che l’ideologia super partes di un determinato gruppo sociale, mentre l’antisecolarismo della chiesa cattolica rappresenta, sempre ideologicamente, le posizione di un altro gruppo sociale, che probabilmente vuole recuperare, o solo difendere, il suo precedente ruolo storico di super partes. Il nostro - lo ammettiamo - è un realismo sociologico che può non essere condiviso, o addirittura risultare irritante sul piano filosofico e teologico. Ma preferiamo restare sul piano dell’analisi positiva.
Va però anche detto - proseguendo nella nostra analisi - che tra queste posizioni (secolari e antisecolari), resta sempre, e in precario equilibrio, quella del diritto individuale di obiezione: una conquista democratica, giuridicamente parlando, moderna. Volta a salvaguardare la libertà individuale del singolo di aderire all’una o all’altra ideologia; all’uno o all’altro gruppo sociale.
Naturalmente, i secolaristi e gli antisecolaristi usano appellarsi a principi prepolitici: gli uni e gli altri quando difendono le proprie posizioni asseriscono di voler salvaguardare in nome di tali principi le libertà dei singolo. Si tratta di asserzioni ideologiche difficilmente verificabili, almeno dal punto vista del rapporto concreto tra idee e ordine sociale. Osservazione, quest'ultima, che per alcuni lettori può risultare irritante, ma preferiamo, come già osservato restare sul piano dell'osservazione concreta.
Diciamo perciò che sotto l’aspetto della teoria democratica il problema è insolubile. Dal momento che ogni atto di fede nel pluralismo democratico legittima e rafforza il ruolo della Chiesa come gruppo sociale, come ogni atto di fede nel ruolo regolatore dello Stato legittima e rafforza il potere di quest’ultimo gruppo sociale. Diciamo che in genere negli ultimi sessant’anni, nei paesi cattolici si è proceduto in concreto - e dunque non “in teoria” - per successivi aggiustamenti legislativi e armistizi politici e sociali.
Del resto, in campo politico-religioso gli estremismi non possono giovare né all’una né all’altra parte. Dal momento che c’è sempre il rischio che una forzatura nell’uno o nell’altro senso possa mettere in discussione il pluralismo democratico. E, dunque, in assoluto, la libertà del singolo di dire no. Alla Chiesa come allo Stato.
Sempre che si voglia restare all'interno di una teoria della democrazia pluralistica, modernamente intesa, come appunto asseriscono soprattutto i secolaristi...

lunedì, ottobre 29, 2007

Prove tecniche di veltronismo "democratico": il mercato romano di Porta Portese

Come molti romani, ogni tanto la domenica vado al mercato di Porta Portese. Un paio di volte l’anno non di più.
Ieri mattina sono andato, dopo aver fantasticato nei giorni precedenti su possibili “scoperte”… Alle otto ero lì, come sempre presto, per contendere il terreno ai librai-squali, che dai bancherellari comprano a 1 e rivendono a cento…
Mancavo dall’aprile scorso. E l’ho trovata presidiata tipo striscia di Gaza, da un esercito di vigili urbani… Mancavano solo i carri armati, con la Lupa Capitolina sugli sportelli blindati…
Appena arrivato, su via Pascarella (una delle strade d’accesso), buio in sala, ed è subito film metropolitano: un ambulante sui cinquanta, esasperato, con le vene del collo come tronchi d’albero, urla contro un gruppetto di vigili, indecisi però sul da farsi… Dieci metri più avanti, una donna, forse la moglie, minaccia di tirare fuori il “kalashnikoffe” se non le fanno subito aprire la bancarella…
Vabbé, proseguo. Scopro subito che i cinesi sono scomparsi. Seguiti da rom, rumeni, ucraini, russi e senegalesi. L’ordine regna a Porta Portese. Non ci sono più stranieri. Neppure i ragazzetti bhangra (?) che ti offrivano “Lepubblica” e “Colliele dello Spolt” con sorrisi, sempre più rari tra gli italiani.
Ma sono sparite pure tante, troppe bancarelle di libri. Mentre sono spuntate come funghi quelle di articoli domestici, con pile e pilette di forchettoni in legno, coltelli col manico tigrato, bicchieri fiorati di plastica trasparente… Riqualificazione, insomma.
Altre zone sono chiuse alla vendita. E presidiate da vigorose vigilesse. Al posto degli "abusivi", automobili parcheggiate....
Scomparsi i robivecchi. Soprattutto laziali e napoletani; vecchietti, come vuole la leggenda di Porta Portese, spesso sdentati e bisunti, ma accaniti ripulitori di cantine, che nutrivano il mercato dell' antiquariato librario… E poi, vigili, vigili, vigili, vigili… In divisa e in borghese. Che pattugliano e controllano. Oppure che spiccano, immobili, davanti alle rivendite su quattroruote di panini con la salsiccia. Ma in atteggiamento marziale.
I pochi librai rimasti, i “regolari”, sembrano come intontiti, e vendono roba che puoi trovare in qualsiasi remainder. Ricordano la popolazione di New Orleans, dopo l’alluvione. Arrancano. Uno più loquace mi dice: “Che vole, dottò, è un mese che va avanti sta’ storia. I vigili so’ qui pe’ difendece. I rumeni so’ pericolosi”… Er mercato s’era allargato troppo…”.
Ecco, penso, siamo in piena società del controllo e della paura. Che ha bisogno del capro espiatorio (lo straniero, il diverso)… E della complicità dei deboli (in questo caso commercianti e ambulanti “regolari”), per imporre un ordine che marginalizza, solo chi già vive nella marginalità. “Eh, sì c’ha ragione”, rispondo mentendo spudoratamente. “Se non ci fosse Veltroni… ”, aggiungo viscido. “Giusto Dottò…”, fa lui convinto.
E invece penso, che questa Porta Portese-Second Life, etnicamente “pura” ma finta e cinturata, evidenzi, e bene, la pericolosità politica e sociologica del Pd veltroniano: all’eterno fanciullo con gli occhialoni, baciato sulle gote da Bob Kennedy, sono permesse politiche di repressione che, se attuate da altri, verrebbero bollate come fasciste.
Torno a casa a mani vuote. Col magone, perché sento che mi hanno scippato pure Porta Portese: il piacere segreto (e annunciato) di scovare un libro lungamente ambito.. Ma anche il gusto delle trattative… E di passeggiare in un mondo vero e non virtuale. Multietnico. E imparare qualcosa degli e dagli altri
Ma che sto dicendo? Sono tutte stupidaggini da anime belle.… Cose prive di valore di fronte “al necessario ritorno della legalità”, come si legge sui giornali devoti al sindaco. Ma pure su quelli di destra… Una sintonia, questa, che dovrebbe far riflettere…
Che tristezza. Pure Gaza-Porta Portese è andata a fondo.
Ma senza la sua Intifada.

venerdì, ottobre 26, 2007

Meta(political) comics: Sergio Luzzatto. Il “furbetto” della storiografia…

Il libro non è ancora uscito ma è già partita l’operazione Padre Pio (a quanto pare contro); e in grande stile: prima, mercoledì, sul Tg1 di Riotta, con maxiservizio sull’ultima fatica di Sergio Luzzatto (Padre Pio. Miracoli e politica nell’Italia nel ‘900), poi, ieri, replica sul Corriere della Sera: una pagina intera di Aldo Cazzullo. En passant: Luzzatto, come Riotta, sono entrambi made in Corrierone: il primo ogni tanto collabora, il secondo ne è stato vice-direttore. Le solite cosette entre nous . Per carità niente di male. Ma è bene che i lettori meno informati sappiano.
Tuttavia non vogliamo parlare di Padre Pio: né male né bene. Siamo per la libertà di culto. Anche dei santi e degli antisanti… Benché ci piaccia da matti quel vecchio adagio che dice “scherza coi fanti ma lasciare stare i santi”.
In realtà, per dirla con il giallista Lucarelli, "questa volta vorremmo affrontare il caso Luzzatto"…
Bene. Ora ogni storico è libero di scrivere i libri che vuole… Però, però, però… Luzzatto, che quando gli gira per il verso giusto torna a occuparsi, e ottimamente, di Rivoluzione Francese, sembra che da un po’ di tempo in qua scelga i temi di ricerca solo per far rumore. Insomma, per lui, giorni e giorni di paginate, in stile festa di Piedigrotta, probabilmente sono più gratificanti di una cena (e poi chissà…) con Monica Bellucci…
Prima il libro sul corpo del Duce (1998), con conseguente smottamento delle falde idrofasciogeologiche; poi su quello di Mazzini (2001). Dopo di che ha addentato come una piadina la crisi dell’antifascismo (2004): mesi e mesi di polemiche degne di "Porta a Porta". E lui, Luzzatto, lì, come l’omino gommato della Michelin, pronto a rispondere a tutti, godendo probabilmente più di Gianfranco Funari quando aveva ai suoi piedi i politici di mezza d’Italia.
Insomma, tutti temi torridi, compreso Mazzini, alla cui memoria, certa Italia laica e incazzosa resta iperattaccata. E, guarda caso, ora è giunto il turno di Padre Pio. Nella cui santità crede l’altra metà d’Italia, quella pia e devota. Ma altrettanto incazzosa.
Uno potrebbe dire: “Perché criticare Luzzatto? Storico, come si dice, che non guarda in faccia nessuno…”. Si, certo. Ma come dice Lucarelli, un indizio, non serve a nulla ma quattro libri, pardon, quattro indizi costituiscono un prova.
Di che cosa? Che il professor Luzzatto è un “furbetto” della storiografia. Per carità, non nel senso cattivo dei vari “furbetti”, tristemente finiti nelle cronache giudiziarie economiche … Il professore è persona specchiata e storiograficamente stimata (vedi gli studi sulla Rivoluzione Francese…). Ma nel senso che da un po’ di tempo in qua, si sceglie i temi più stuzzicosi. Per finire in prima pagina.
Caro professore, a quando un libro su Lady Diana? Così farà felici Riotta e Rossella…

giovedì, ottobre 25, 2007

Il libro della settimana: Fabrizio Marchi, Le donne: una rivoluzione mai nata, Mimesis Edizioni, Milano 2007, pp. 144, euro 12,00

Il libro di Fabrizio Marchi (Le donne: una rivoluzione mai nata, postfazione di Lidia Ravera, Mimesis Edizioni 2007, pp. 144, euro 12,00) è qualcosa di più che un semplice pamphlet. Ci spieghiamo meglio.
L’autore, di professione giornalista ("bilaureato"), non si limita a registrare una situazione, magari ironizzando in modo elegante, ma si mostra capace di andare oltre gli aspetti superficiali della questione “femminile” (o “femminista” a seconda dell’approccio). Non fa solo del buon giornalismo "di costume", ma offre interessanti spunti di analisi sotto il profilo sociologico. Insomma, si tratta di un piccolo testo che può divertire ma anche istruire, non solo le “femminucce” ma anche i “maschietti”, per dirla con Marchi.
Qual è la tesi generale? Le donne, oggi, avrebbero accettato il modello socioculturale ipercapitalistico dominante, trasformandosi in manager di se stesse. Ci riferiamo, seguendo l’autore, a un modello segnato per un verso dalla mercificazione di uomini e donne, e per l’altro dalla ferrea costrizione, entro rigidi schemi culturali utilitaristi, della stessa attività sessuale.
Qual è invece l’alternativa suggerita? Secondo Marchi uomini e donne dovrebbero lavorare psicologicamente su se stessi per imporsi e imporre, prima sul piano individuale e poi sociale, una visione delle sessualità non mercificata e antiutilitaristica. Per usare una sua espressione: “dionisiaca”. Una sessualità fondata, non tanto sul Marcuse, teorico della liberazione degli istinti, quanto sul sulfureo Nietzsche, profeta della sublimazione dei medesimi: una sessualità come libero dono di se stessi all’altra o all’altro; come dire, al di là del bene e del male. Una sessualità, finalmente svincolata da ogni convenzione sociale, capace di ispirarsi ai ritmi della danza di Zarathustra...
Il libro è interessante perché illumina con tocco leggero ma vivace (soprattutto grazie allo stile agile e brillante dell’autore) i meccanismi psicologici e sociologi che presiedono agli attuali rapporti tra i due sessi. Naturalmente lasciamo al lettore il piacere di scoprirli.
Tuttavia, proprio sul piano sociologico il libro sembra restare come sospeso tra Nietzsche e Pareto. Perché? Per un verso Marchi collega la sessualità alla socialità primaria, come potere liberatorio e creativo (Nietzsche), dall’altro però mostra di essere consapevole della natura "organizzativa" della società: come sorgente di socialità secondaria (Pareto). E perciò della necessità di una qualche “gabbia” istituzionale all’interno della quale ricondurre i “residui” profondi della socialità umana, tra i quali c’ è quello sessuale, che chiede di essere fisiologicamente soddisfatto (ancora Pareto). Per farla breve le società per “durare” devono organizzarsi, piaccia o meno. L’atto sessuale ha sempre necessità di una sanzione sociale. Ecco il dilemma, o peggio, il dramma di un vivere sociale sospeso tra natura e cultura…
Ora, le società moderne si sono “organizzate” - ma non solo - intorno al massimo sviluppo dei diritti individuali, tra i quali spiccano quelli delle donne, oggi in larga parte accolti. Perciò sostenere - prescindendo dai giudizi di merito - il ritorno a una sessualità dionisiaca può mettere a rischio “oggettivamente” un fattore organizzativo determinante, quello dei diritti, che tra l’altro vengono intesi dai moderni in termini quantitativi: più se ne possiedono, più un sistema sociale, politico ed economico è democratico. Il che spiega la freddezza di Lidia Ravera, che nella sua postfazione, da femminista rigorosa, non può non interpretare le critiche di Marchi a una donna oggi portata a interpretare in modo utilitaristico i suoi rapporti con l’uomo, come una specie di attentato alla democrazia dei moderni…
Pertanto l'ipotesi della sessualità dionisiaca, pur filosoficamente affascinante, resta difficile da applicare sul piano concreto: sociologico. Appunto perché le società hanno bisogno di stabilità, di ruoli e di status, e se modernamente intesi, di conseguenti diritti individuali.
Probabilmente, andrebbe fatto un salto di qualità: una sessualità concepita come dono richiederebbe una società postcapitalista e antiutilitarista. Ancora tutta da inventare. Purtroppo. Dove i diritti siano sganciati dalle posizioni di ruolo e di status e dove la divisione del lavoro non implichi più divisioni gerarchiche: una società comunista - come diceva quel “filosofo con la barba” (p. 29), per usare l’ espressione di Marchi - dove la mattina si faccia una cosa, il pomeriggio un’altra e la sera un’altra ancora…
Putroppo, Pareto, che come sociologo noi stimiamo quanto il Marx economista, ha insegnato quanto una società del genere sia irrealistica
Comunque sia, spetta ai lettori la scelta definitiva sulla base delle diverse preferenze ideologiche… O “derivazioni” come le chiamava Pareto. Di qui però il nostro consiglio di leggere l’intrigante pamphlet - ma non solo - di Fabrizio Marchi, "a prescindere". Come avrebbe detto Totò, che a una presunta e bellissima “malafemmena”, quando ancora in Italia non si parlava di diritti della donna, dedicò una dolcissima e malinconica canzone...

mercoledì, ottobre 24, 2007

Piazze riflessive? In margine all’intervista di Marco Revelli a "Liberazione"

Ieri su Liberazione è apparsa un’intervista a Marco Revelli, preceduta in prima pagina da un editoriale di Antonella Marrone.
La Marrone, oltre a porre l’accento sul successo incontestabile della manifestazione del 20 ottobre, elogia la capacità dei manifestanti di essersi comportati, al tempo stesso, da appassionati militanti e intelligenti attivisti politici: critici verso il governo Prodi, ma consapevoli, purtroppo, del suo carattere di ultima spiaggia... Nulla di nuovo sotto il sole: la Marrone ha riproposto il vecchio schema del Pci “partito di lotta e di governo”, estendendolo a Rifondazione.
Invece Revelli, come è suo meritorio costume, ha alzato il tiro: “ A me è parsa una piazza esigente e molto riflessiva, usando la bella espressione di Ginsborg sul ‘ceto medio’ dei girotondi: non per dire che fosse invece questo un ‘proletariato’ riflessivo, ma che era la base sociale riflessiva d’una possibile sinistra”.
Ora, spiace per Revelli, ma definire "riflessiva" una piazza, ci sembra un gioco sociologico di parole. Per quale ragione? Le folle non sono mai riflessive. A meno che non si attribuisca ad esse un razionalità “ex post” sulla base di interviste individuali, che poi vengono considerate, sulla base dei presupposti di valore dell’intervistatore, indicative di una tendenza politica. Come ha fatto Liberazione...
L’ ”intelligenza”, piaccia o meno, non frequenta le piazze o per essere sociologicamente corretti i fenomeni di folla. Ma è "usata" da coloro che organizzano le manifestazioni, in genere un gruppo sociale specifico. Di genuino, negli individui che compongono la folla, può esservi la “rabbia sociale” e la voglia di partecipare: frutto di sentimenti ed emozioni diffusi e consolidati, per contagio psichico, una volta che si sia fisicamente scesi in piazza. Sentimenti ed emozioni, che proprio perché tali, non possono essere costitutivamente esito di calcoli e ragionamenti "ex ante". A meno che non si voglia attribuire alla folla una specie di coscienza collettiva, frutto di una sedimentata razionalità sociale, confondendo però Le Bon con Durkheim. Perché - e si tratta di un concetto ancora discusso in sociologia - la coscienza collettiva può essere attribuita a un gruppo sociale, ma non a una folla… Per farla breve: il gruppo sociale (ad esempio un' associazione) è stabile e omogeno la folla è fluttuante e disomogenea, anche se si compone di associazioni e individui, in alcuni casi, con spiccate “capacità di ragionamento”… Di qui il diverso approccio alle questioni di giustizia. Semplificando al massimo: il gruppo ragiona e giudica, la folla sragiona e condanna.
Diciamo allora che Revelli ha attribuito alla folla del 20 ottobre i caratteri del gruppo sociale. Ora, visto che nell’intervista, ha parlato di “base sociale riflessiva”, riferendosi probabilmente, ai gruppi sociali, che componevano “quella” folla, dovrebbe chiarire in una prossima intervista, come ricomporre sul piano politico di una “ possibile sinistra”, le istanze profondamente diverse dei vari gruppi sociali presenti a piazza San Giovanni. Facciamo solo un esempio.
Come conciliare le istanze dei pacifisti con quelle del sindacalismo conflittualista? Sulla base di un impossibile doppio registro tra politica interna e politica estera ? Quello tra guerra interna al capitale e pace esterna nel mondo? E come realizzare un progetto del genere, vista la saldatura tra capitalismo nazionale capitalismo internazionale?
La soluzione, crediamo, sia nell’accettazione da parte della "possibile sinistra" di un approccio realista alla politica. Ci spieghiamo meglio.
Punto primo. Sul piano interno andrebbe recuperato ed esteso il controllo sociale dell’economia, prendendo così in seria considerazione la possibilità di un allargamento, almeno iniziale, del conflitto sociale; oggi inevitabile per chiunque voglia riformare in senso sociale l’economia.
Scelta che implicherebbe - punto secondo - la difesa non solo del lavoro italiano ma anche di quello europeo. Ma come difenderlo? Sganciando l’economia italiana ed europea da quella internazionale, soprattutto statunitense. Puntando per gradi, ma con passo sicuro verso un'economia europea autocentrata… Senza per questo chiudersi nei riguardi di paesi terzi, e, soprattutto se in difficoltà, della relativa immigrazione. Di qui, considerate le più che probabili ritorsioni americane, la necessità di un pacifismo, questo sì, riflessivo. O meglio selettivo… Da valutare caso per caso.
Concludendo: mitizzare le piazze e “l’intelligenza di massa”, può essere culturalmente autogratificante e politicamente utile per far restare in vita un pessimo governo e magari non perdere voti alle prossime elezioni. Ma quella crisi “tra corpo sociale e rappresentanza politica”, così ben individuata da Revelli, può essere superata solo attraverso un approccio realista alla politica, dove il conflitto e la cooperazione come la guerra e la pace sono considerati mezzi e non fini.

martedì, ottobre 23, 2007

Che cos’è il veltrusconismo?

Esistono termini che raffigurano perfettamente una situazione. Di più: che possono aiutare a “categorizzare” concettualmente un fenomeno sociopolitico. Uno di questi è senz’altro quello di veltrusconismo, che ha il pregio di ricondurre sotto la stessa categoria due importanti personaggi politici italiani: Veltroni e Berlusconi, apparentemente diversi…
Il veltrusconismo rinvia però a due fenomeni generali, che caratterizzano la politica delle democrazie europee post-caduta dell’ Unione Sovietica.
Il primo è quello della politica-spettacolo. Il secondo è quello della politica-interesse. Due fenomeni che hanno radici culturali e politiche statunitensi. Ma questa è un’altra storia…
Fare politica-spettacolo significa trasformare sistematicamente in evento politico, non il problema che deve essere risolto, ma la promessa di soluzione del medesimo fatta pubblicamente dal leader a coloro che "subiscono" il problema stesso. Il fatto politico, grazie alla complicità dei media, diviene non la situazione di disagio, ma il leader, che visita e stringe le mani, dei “disagiati”, magari mostrando grande commozione.
Si sposta, insomma, l’attenzione, dalle cause (pubbliche) alle qualità (private) carismatiche del leader
Fare politica-interesse significa costruire una politica fondata solo sugli interessi. Sostanzialmente, la politica diviene gestione economica degli eventi della politica-spettacolo. Pertanto per un verso il leader intesse rapporti con quei poteri economici che consentono la realizzazione degli eventi ( e che ovviamente non danno nulla per nulla); per l’altro gli stessi eventi sono presentati come grandi successi e segni di progresso sociale. Oppure, brutalmente, lo stesso leader privilegia di fatto gli interessi privati (spesso addirittura personali) rispetto a quelli pubblici.
In conclusione finiscono per contare soltanto le presunte qualità carismatiche di un leader, al tempo stesso capace di divertire e apparentemente mediare tra gli interessi: “divertire”, attenzione, nel senso latino del termine “divertere”, volgere in altra direzione...
In buona sostanza, perciò il veltrusconismo è un continuo sviamento dai problemi veri. Una “tecnica” che ha le sue radici profonde nell' atteggiamento carismatico del leader, attentamente costruito nel tempo, grazie a complicità sistemiche. Il che rivela, però, due debolezze di fondo.
La prima è che lo “sviamento” può essere valido fin quando non si diventa Presidente del Consiglio. Perché, una volta ghermito il potere, l’attendismo carismatico non basta più, si deve decidere e dunque assumere posizioni politiche autentiche (nel senso della decisione come inevitabile fonte di conflitto). E qui è inutile ricordare il fallimento “politico” di Berlusconi. Quanto a Veltroni, basta sottolineare che non gli sarà possibile governare una nazione, organizzando festival cinematografici in tutte le città e stringendo ogni giorno la mano a sessanta milioni di italiani.
La seconda debolezza è evidenziata dal fatto che quando Berlusconi e Veltroni sono costretti ad assumere posizioni politiche “vere” affiora subito la natura conservatrice del loro sentire. Praticamente in tema di economia e politica estera hanno le stesse posizioni: sono entrambi favorevoli al lavoro flessibile, ai tagli al welfare e a una politica estera filoamericana.
Nonostante tutto, il veltrusconismo sembra oggi vincente. Perché?
In primo luogo è favorito dal sistema di potere economico che vi scorge un utile alleato.
In secondo luogo è apprezzato, diciamo così, dalla cultura postmoderna dell’ effimero, che si nutre e nutre, in tutti i sensi, il veltrusconismo.
In terzo luogo, la caduta (per alcuni provvisoria) delle grandi ideologie ha favorito la personalizzazione della politica e la riduzione di essa a puro patto di scambio - basato sugli interessi e non sulle passioni politico-ideologiche - tra leader e cittadini sempre più desiderosi, grazie a quella cultura dell’effimero veicolata dai media, di “divertirsi”… Di dimenticare i problemi, pensando ad altro.
In conclusione, piaccia o meno, se non muteranno le basi sociali e culturali di cui sopra, sarà molto difficile liberarsi dal veltrusconismo. Sempre che non intervenga una gigantesca crisi economica, capace di rimettere in gioco tutto. Ma a quel punto il processo di recupero delle diverse identità e delle passioni collettive potrebbe essere complicato da quel bisogno di affidarsi a un leader decisionista, che i gruppi sociali, soprattutto se disgregati, mostrano regolarmente nelle grandi crisi storiche.
Così al veltrusconismo, almeno in linea ipotetica, rischia di sostituirsi un “grandefratellismo” totalitario, segnato non da mostre del cinema e “Contratti con gli Italiani” ma da grandi parate militari.

lunedì, ottobre 22, 2007

Meta(political)comics: Fontana di Trevi. Che brutta l’Italia veltrusconista…

Che brutta Italia. Ora che hanno scoperto la destrorsità dell’ “imbrattatore” di Fontana di Trevi (perché chiamarlo vandalo? Che danni permanenti ha provocato? Quantificare, please?), i buonisti politicamente corretti inizieranno a gridare al pericolo fascista. Come quei pupazzetti a molla che uscivano dalle scatole-gioco della mia infanzia… E sproloquieranno sulle “forze della reazione in agguato” (do you remember gli anni Settanta?), che vogliono distruggere il “patrimonio artistico romano”… E il bello, anzi il brutto della questione, è che il centrodestra, a cominciare da An, si è subito accodato. E ha preso le distanze dal pericolosissimo futurista-fascista di Fontana di Trevi… Non si sa mai… Ahò, questi so' forza de' governo.... Gente seria...
Che brutta Italia. Purtroppo prepariamoci a un nuovo fenomeno politico: il veltrusconismo. Sorrisi, chiacchiere e sopratutto buone relazioni. Berlusconi per non guastarsi con Bush, mandò i soldati italiani in Afghanistan e in Iraq… Veltroni plaudì alle bombe su Belgrado per non guastarsi con la sinistra internazionale politicamente corretta: quella che ha il cuore a sinistra e il portafoglio a destra. Chissà perché si è inventato pure la mostra del cinema a Roma, invitando " 'a gratise' " una caterva di attori e cinematografari americani?
Che brutta Italia. E poi se uno s' incazza - perché i problemi di Roma sono altri e non potranno risolverli le chiacchiere di Veltroni, Bertolucci e Coppola (il regista) - e scatta col secchio come l’ “imbrattatore” di Fontana di Trevi, magari sbagliando perché i monumenti sono sempre monumenti (anche se: che bello il contrasto tra il rosso dell’acqua e il bianco dei marmi!), te lo criminalizzano, col cipiglio dei presidi tromboni dell'Italia Umbertina.
E quel che peggio (ma storicamente logico, se uno ha letto Giambattista Vico), criminalizzano pure il futurismo Dal momento che l’unico futurismo “legale” è quello autorizzato dai critici del regime veltrusconista… I presidi dell'Italia Umbertina avevano fatto tutti, rigorosamente, il Risorgimento e questi invece il Sessantotto . Come dire, corsi e ricorsi... Ma speriamo anche del Futurismo...
Che brutta Italia. Abbasso il veltrusconismo!

"POST STRAORDINARIO" (x il 20-21-ottobre 2007): Il DDL Levi. Qualche riflessione.

Il DDL Levi sul riordino dell’editoria, che ha giustamente provocato le proteste dei bloggers, andrebbe studiato come esempio dell’interazione tra i fenomeni sociali in sviluppo e le forme istituzionali di regolamentazione dei medesimi. Ci spieghiamo meglio.
Nella società moderne, di regola, le leggi dal punto di vista sociologico sono strumenti di razionalizzazione politico-giuridica di una situazione sociale preesistente. Che può riguardare, gruppi sociali dalle dimensioni differenti. Tuttavia, quanto più un provvedimento legislativo risponde alla necessità dal basso di formalizzare una realtà sociale, anche se non maggioritaria, quanto più si rende sicura e trasparente la vita sociale. Al contrario, quando i provvedimenti legislativi riflettono le istanze di gruppi sociali minoritari posti in alto nella scala sociale, si rischia di creare in basso situazioni di inadempienza e perfino disobbedienza. Si tratta di conseguenze che possono sfociare in conflitti sociali e perfino in guerre civili. Ovviamente, quanto più un governo è aperto alle critiche e alla discussione (il che non significa però che non debba decidere mai…), tanto più si allontana o mitiga il pericolo del conflitto sociale. O, ancora meglio, quello di una guerra civile.
Ora, l’elemento sociologico costante è rappresentato dal potenziale conflitto tra le trasformazioni sociali e la necessità di istituzionalizzarle. Sotto questo aspetto lo sviluppo della blogosfera è un fenomeno che porta in sé elementi di trasformazione sociale. Diciamo che sul piano sociale si tratta di un fenomeno in creativo sviluppo. Ma dal quale finora non è giunta alcuna richiesta di regolamentazione. E che perciò, almeno per ora, ha solo bisogno di crescere liberamente e aprirsi al mondo... Anche perché privo di motivazioni legate al profitto economico.
Di regola, ogni forma regolamentazione che non nasca e provenga dalla richiesta di un gruppo sociale, risulta perciò sospetta. Il che fa pensare, che per ora, qualsiasi forma di legiferazione sulla blogosfera rappresenti non tanto una forma di benevola e necessaria razionalizzazione politica richiesta dal basso, quanto la volontà di controllare dall’alto una realtà, ancora “bambina”, ma ritenuta politicamente pericolosa.
E qui di solito viene chiamata in causa - a difesa della regolamentazione - quella che alcuni giuristi e politici definiscono la funzione progressiva delle leggi. Nel senso che il diritto avrebbe una funzione socialmente propulsiva: di precorrere i fatti sociali. E quindi il "dovere" di introdurre dall’alto regole, giudicate come strumento di libertà e di promozione umana. Dal momento, che sempre secondo gli stessi giuristi e politici, la società, composta di individui-bambini, avrebbe bisogno di giudici e politici-padri in grado di decidere per i “figli”, fino a quando questi non avranno raggiunto la maggiore età...
Resta però il fatto che i sostenitori di questa concezione si sono sempre ben guardati dall’indicare i criteri in base ai quali stabilire il conseguimento della maggiore età da parte del “popolo-bambino”. Se non appellandosi a un vago uomo universale dotato di ragione, che da due-tre secoli a questa parte, sembra sempre sul punto di materializzarsi…
Concludendo: è vero che le leggi sono utili strumenti di razionalizzazione della vita sociale. Ma è altrettanto vero che leggi devono razionalizzare situazioni preesistenti e soprattutto rispondere alle richieste della comunità alle quali sono indirizzate. Razionalizzare quel che, stando ai futuri fruitori delle leggi, non ha alcuna necessità di essere razionalizzato, è un puro e semplice abuso, magari compiuto per l'ipotetico bene futuro di quell’evanescente uomo universale di cui sopra...
Come appunto risulta essere il DDL Levi, almeno nella parte riguardante la blogosfera.

venerdì, ottobre 19, 2007

Italia, un seggio in più o in meno in Europa… Ma per andare dove?

“Accordo raggiunto al Consiglio Europeo riunito a Lisbona.L'Italia avrà 73 seggi al Parlamento Europeo, come la Gran Bretagna. "Risultato ottimo" è il commento che filtra da Palazzo Chigi. In realtà l'Italia si opponeva alla perdita della parità anche con la Francia, che avrà 74 rappresentanti. Ma nel 2014 dovrebbe esserci un'altra redistribuzione (prevista dal nuovo trattato) basata sul criterio della cittadinanza e non su quello della residenza. E l'Italia ne sarebbe largamente avvantaggiata”.
(Da “Cani Sciolti”)

Questa litigiosa spartizione è un altro segno di come la famigerata “casta” sia attiva anche all’interno delle istituzioni europee. E non è una scoperta di oggi…
Ma c’è di peggio… E' a dir poco fuorviante, presentare come “ottimo”, il fatto che il nostro Paese abbia conseguito un seggio in più: ma come in Italia ci si batte per diminuire il numero dei parlamentari, mentre in Europa si festeggia il quasi scampato pericolo?
Tre riflessioni.
In primo luogo, il problema delle caste “parlamentari” non riguarda direttamente le persone di Prodi o Berlusconi è un fatto sociologico. Pertanto se in Italia e in Europa si giungerà in futuro a ridurre il numero dei parlamentari, di sicuro gli onorevoli in eccesso, se “giovani” saranno “sistemati” in qualche istituzioni parallela o creata ad hoc, se in età di pensione congedati con sontuose “liquidazioni”… Per farla breve, siamo in presenza di un ceto politico “invasivo”, radicato socialmente e rapace. Che non “mollerà” la preda, per la semplice ragione che la politica, così come è oggi, difficilmente riformerà se stessa. Anche perché, nonostante le critiche (più apparenti che reali) che provengono dagli ambienti economici, in realtà una classe politica elefantiaca che non decide nulla, è funzionale alla conservazione dello status quo economico e sociale. E quindi dei privilegi del ceto economico dominante.
In secondo luogo, l’Italia e l’Europa, di fatto, non esercitano più dal 1945, e ancor più dopo il 1989, alcun ruolo in politica internazionale, se non quello di affiancare gli Stati Uniti. Di qui il ripiegarsi sulle questioni, o meglio, beghe interne… Del resto, anche in questo caso, un’Europa divisa e litigiosa e nelle mani di “orde fameliche” di politici e parlamentari, è funzionale alla conservazione dello status quo internazionale. E quindi dei privilegi in politica estera degli Stati Uniti.
In terzo luogo, questa incapacità di autoriformarsi della politica rischia di provocare reazioni antipolitiche, come già sta accadendo. Il che non è un male. Ma neppure un bene: perché in assenza di quadri e istituzioni capaci di incanalare per tempo le straripanti forze dell’antipolitica resta il rischio di reazioni autoritarie precedute o seguite da non brevi fasi di caos sociale e politico. Dalle quali , certo, potrebbero emergere i nuovi quadri di cui sopra. Ma solo dopo - ecco il punto - un “parto” complicatissimo. Le transizioni, lo abbiamo già scritto, non sono mai facili.
Perciò il lettore capirà quanto il discutere del numero di seggi parlamentari sia non solo fuorviante ma ridicolo. In particolare di fronte a una tempesta sociale in avvicinamento… Del resto è così: una classe politica che rinunci a riformarsi seriamente (ad esempio favorendo la democrazia diretta, il controllo sociale dell’economia e una politica estera indipendente) rischia di “scavarsi la fossa da sola”. Ma, purtroppo, rischia di farvi precipitare anche l’intera società europea… E così innescare una lunga crisi di transizione, che non potrà non passare per un’ antipolitica fatta purtroppo di ferro e fuoco.
Altro che un seggio in più o in meno…

giovedì, ottobre 18, 2007

Il libro della settimana: Chantal Mouffe, Sul politico, Bruno Mondadori, Milano 2007, euro 13.00

Stando agli ultimi sondaggi di Renato Mannheimer la via dell’ antipolitica sembra quella prediletta dagli italiani. A suo avviso i nostri concittadini, stanchi e sfiduciati, graviterebbero tra qualunquismo e nostalgia dell’uomo forte…
In realtà, il vero problema, che Mannheimer è ben lungi dall’affrontare, è definire prima cosa debba intendersi per “antipolitica”. Diciamo – repetita juvant - che esistono tre significati o “scuole” principali.
Il primo ha natura strumentale e viene usato per liquidare l’avversario come antidemocratico. Ad esempio, è costantemente usato per mettere fuori giuoco quei movimenti che si appellano alla democrazia diretta o alla partecipazione popolare di massa, ma privi di qualsiasi accurato riferimento ideologico o politico. Si pensi ai cosiddetti movimenti populisti. Anche il secondo significato è di tipo strumentale, perché serve a liquidare radicalmente come antipolitici quei movimenti e gruppi, che non solo invocano cambiamenti, ma puntano a trasformazioni sociali ed economiche di larga portata, fondate su moventi di tipo ideologico. Si pensi ai cosiddetti movimenti extraparlamentari di destra e sinistra.Il terzo significato, altrettanto strumentale come i precedenti, gode invece di buona stampa, soprattutto negli ambienti economici e finanziari. E indica apparentemente con antipolitica, la “giusta” protesta del cittadino, che critica i privilegi della politica: macchine blu, prebende, sprechi, eccetera. E’ un’ antipolitica “buona”, gradita ai vertici economici, che spesso la usano come testa di ponte neoliberista. Quasi nessuno invece considera l’antipolitica come espressione di una sana e fondante volontà di potenza popolare. Che, se giustamente incanalata, può rifondare una politica di domani, più democratica.
Ora, il recente volume di Chantal Mouffe (Sul politico. Democrazia e rappresentazione dei conflitti, Bruno Mondadori 2007, pp. 164, euro 13.00), si muove lungo quest'ultima direzione, o almeno "tenta" di incamminarsi... Ma quel che è più sorprendente è che l’autrice, docente di Teoria Politica presso l’Università di Westminster, pur avendo ascendenze marxiane, critica sia la sinistra riformista, di un Giddens, sia quella movimentista alla Toni Negri. E lo fa sulla base delle teorie di Carl Schmitt. La Mouffe ritiene che il conflitto politico in democrazia - e perciò anche quello tra rozza antipolitica di massa e politica civilizzata delle élite liberalsocialiste - sia insopprimibile. Anzi, quel che le tre “scuole” di cui sopra, liquidano come antipolitica, per l’autrice, che identifica, forse frettolosamente, politica e democrazia, è il sale della vita democratica.
Tuttavia il lato debole del libro è nell’assenza di indicazioni sui possibili canali istituzionali verso cui far convergere le forze sociali profonde che sono dietro l’antipolitica. Ad esempio, se è vero che conflitto politico permette di chiarire le rispettive posizioni, sulla base delle quali poi l’elettore sceglierà nettamente, perché non introdurre istituti di democrazia diretta su singoli problemi importanti? Come scuola e salute ad esempio? Si pensi solo, se usato con accortezza, all’importanza dello strumento referendario in ambito locale e nazionale. Sopratutto per rivitalizzare, cittadini, oggi stanchi, di una politica spesso fatta di false promesse.
Si ha, insomma, l’impressione che Chantal Mouffe, a tratti, sia più schmittiana di Schmitt. Al punto da auspicare una specie di conflitto permanente, senza però indicare come convertirlo in concrete istituzioni di governo. Dal momento che l’autrice rifiuta sia la routine liberale e socialdemocratica, sia l’assemblearismo movimentista.
Una debolezza teorica che affiora in particolare, quando la Mouffe affronta il problema del conflitto sul piano internazionale, auspicando la nascita di un mondo multipolare, come garanzia di pace rispetto al sulfureo unipolarismo a guida americana. Il che non è sbagliato, visto che a suo tempo, anche Schmitt rimpiangeva giustamente un mondo del genere. Tuttavia, la Mouffe non fornisce indicazioni su come articolare il suo ideale pluriverso. Non parla di economie autocentrate e di grandi blocchi politici e militari. E soprattutto si disinteressa clamorosamente delle eventuali reazioni americane a un distacco europeo. Certo, va ammesso che sul piano internazionale è molto più difficile, rispetto a quello interno, canalizzare l’ “antipolitica” degli stati e dei blocchi geopolitici (come politica, anch’essa, animata da una volontà di potenza). Tuttavia non si può teorizzare la creativa naturalità del conflitto, come fa la Mouffe, e poi sperare nella spontanea nascita di organizzazioni giuridiche internazionali preposte alla suo contenimento…
Se si sceglie il conflittualismo schmittiano, anche sul piano internazionale, bisogna essere conseguenti fino in fondo, e puntare decisamente sull’ indipendenza militare ed economica europea. Probabilmente armata.
Resta infine sullo sfondo del libro il rapporto tra politica, antipolitica ed economia. Particolare curioso in una studiosa formatasi sulle pagine di Gramsci. Infatti, perché non collegare la crisi della politica, e dunque lo sviluppo dell’antipolitica, a quel senso di isolamento e abbandono, anche psicologico, che tutti avvertiamo, quando i politici ci ripetono che i mercati votano tutti i giorni… Ma non è forse compito della politica quello di proteggere i cittadini anche dalla congiunture negative dell’economia? In conclusione, conta più il voto della maggioranza dei cittadini o quello di un pugno di broker?
Purtroppo, a questa fondamentale domanda, il libro di Chantal Mouffe non risponde.

mercoledì, ottobre 17, 2007

A proposito di Al Gore. Sviluppismo, Ambientalismo, Fondamentalismo Verde,

Intorno al Nobel ad Al Gore si è risvegliato il dibattito sulla questione ecologica.
Dando per scontate la gravità del problema e la sua rapida (e negativa) evoluzione temporale, possiamo distinguere, semplificando, tre posizioni.
La prima è quella degli Sviluppisti. I quali, ad esempio, ritengono false e allarmistiche tutte le teorie intorno al riscaldamento del terra . E impongono che nulla cambi sul piano politico. Rendendo così ancora più veloci i tempi del degrado ambientale.
La seconda è quella degli Ambientalisti Istituzionali, in genere presenti nei parlamenti nazionali. I quali, pur ritenendo scientificamente vere le teorie di cui sopra, credono che alcuni provvedimenti legislativi, sostenuti sul piano universale dall’Onu e su quello locale dai Parlamenti nazionali, possano se non cambiare la situazione, almeno limitare nel tempo i danni. Di regola, però, l’Ambientalista Istituzionale è portato a mediare tra le posizioni degli Sviluppisti e dei Fondamentali Verdi. Un’opera, come è noto, che di solito, a causa della famigerata lentezza delle istituzioni rappresentative (massima in quelle sopranazionali), allunga i tempi di intervento. E così anche l’Ambientalista Istituzionale rischia di far procedere le sue "riforme" a una velocità inferiore rispetto a quella dei tempi effettivi - sempre più veloci - di evoluzione della crisi ecologica.
La terza è quella dei Fondamentalisti Verdi. I quali teorizzano e chiedono a gran voce il cambiamento del modello di sviluppo. Puntano, come dire, su una rivoluzione Verde. Ma pacifica e guidata da una specie di autoriproduttiva associazione universale dei movimenti Verdi di tutto il mondo.
E qui sorgono due problemi.
Il primo è che una vera Rivoluzione Verde richiede la diretta conquista del potere; conquista che non può non essere violenta. O in alternativa, il controllo indiretto del potere, attraverso il controllo della società e della cultura. Il che in una società, come l’ attuale, basata sul consumismo radicato ( e quindi sullo sviluppismo), imporrebbe una “quasi” mutazione antropologica. Che, ovviamente, se si rifiuta l’uso diretto della forza, non può non implicare tempi lunghi. Una lentezza che non è in sintonia con il rapido aggravarsi dello stato di salute della Terra.
Il secondo problema sorge dal fatto che il Fondamentalista Verde, di regola, appena viene eletto in Parlamento (come spesso capita), si trasforma immediatamente in Ambientalista Istituzionale. E inizia a mediare… E quindi a "perdere tempo".
Al Gore, come ora dovrebbe essere chiaro, è un Ambientalista Istituzionale e di conseguenza il suo libro tira acqua al mulino dell’istituzionalizzazione parlamentare della questione ecologica.
Ma, a sua discolpa, vanno fatte due notazioni. In primo luogo, Al Gore rifiiuta la violenza; e questo è un suo merito. In secondo luogo, va preso atto di un dato oggettivo. Quello della diversa scansione temporale, almeno all'interno delle democrazie, tra decisione politica (che spesso richiede tempi lunghi) e la “decisione della natura”. Nel senso che i tempi di degrado della Terra “viaggiano” a una velocità superiore rispetto a quelli della politica (politicante?). E purtroppo, anche delle possibili e auspicabili trasformazioni della mentalità socioculturale.
Dispiace dirlo, ma siamo in un vicolo cieco. Sempre che non abbiano ragione gli Sviluppisti…

martedì, ottobre 16, 2007

Francesco Storace, Trastevere, Edmondo Berselli e il futurismo

Le espressioni usate da Francesco Storace nei riguardi di Rita Levi Montalcini non hanno alcuna razionale giustificazione né politica né morale. Come non ha giustificazione politica il suo successivo attacco al Presidente della Repubblica, il quale lo aveva rimproverato, giudicando “indegno” il linguaggio usato nei riguardi di un Premio Nobel e Senatore a Vita. Lasciamo però che a replicare sia il senatore uscito da An. Addirittura, stando agli ultimi sviluppi, in sede giudiziaria, dal momento che è in corso un'indagine sul "caso Storace" da parte della Procura di Roma
Il che francamente sembra eccessivo. Anche perché Storace, benché sia nato a Cassino è romano d' adozione... E sotto questo aspetto sembra abbia respirato a pieni polmoni l'aria di sotto il Gianicolo. Insomma "antropologicamente" - se proprio vogliamo metterla sul lombrosiano - crediamo appartenga, sempre per adozione, alla tipologia del trasteverino (abitante di Trastevere), piuttosto che in toto a quella del fascista. Il trasteverino, soprattutto nell'Ottocento, spesso era mangiapreti o mangialiberali con la stessa virulenza verbale e spesso di coltello... I trasteverini - tutta gente di fegato - andarono poi a ingrossare le schiere dell'anarchismo, del socialismo, del comunismo e del fascismo (in minima parte). Diciamo, se ci si passa la battuta, che Storace politicamente, potrebbe aver "dirazzato". Ma trasteverino d'adozione resta... E i trasteverini - quelli seri - ancora oggi non riescono a tenere la bocca chiusa. Sono fatti così, parlano con le viscere, e per alcuni "cor core", costi quel che costi. Esercitano una specie di arcaico, e se si vuole brutale, diritto di critica . Certamente rozzo, ma che non può non essere ricondotto alla grande famiglia della democrazia... Magari democrazia degli antichi, segnata dal gusto barbaro e irrazionale della sopraffazione del nemico, e non quella in punta di forchetta dei liberali moderni. Ma sempre di democrazia si tratta... Chiusa la parentesi
Quello che invece non abbiamo assolutamente gradito è il taglio programmatico da polizia del pensiero, usato domenica scorsa da Edmondo Berselli per commentare l’episodio. L’editorialista di Repubblica ha liquidato il comportamento di Storace come “futurista” e “marinettiano”. Massacrando così, in due battute, la più importante corrente artistica del Novecento. I nostri complimenti.
Per farla breve, Marinetti fu fascista come Majakovskji comunista. Il che spiega che il futurismo fu un movimento trasversale e internazionale. Continuare a considerarlo esclusivamente “fascista” significa, in primo luogo, non non aver capito nulla, nonostante le migliaia di pagine pubblicate da De Felice, della natura, certo dittatoriale, ma anche modernista del fascismo. E in secondo luogo, non aver neppure intuito l’importanza e l’attualità storica del futurismo. A prescindere. Oggi fortunatamente riscoperto, studiato, e valorizzato da importanti studiosi e storici dell’arte.
Il vero punto della questione è che quando si fa parte della polizia del pensiero si deve reprimere, e in tempi rapidi. Chi insegue e deve catturare un bandito non può perdersi in sottili distinzioni… Usa il Testo Unico di Pubblica Sicurezza, che gli ordina quello che deve fare. Se il Testo Unico della Pubblica Sicurezza del Pensiero, recita che in quanto a banditismo il Futurismo sta al Fascismo come il Fascismo sta allo Storacismo, il “Maresciallo Berselli” non può non applicare alla lettera le disposizioni di legge… E deve catturare e mettere nella stessa cella Storace e Marinetti ( sembra che Majakovskji invece non si sia fatto trovare …).
In realtà, il vero problema è quello di una cultura italiana pigra, che non studia e vive alla giornata rubacchiando idee qui e là. Le critiche alla famigerata “casta” politica, andrebbero estese anche alla casta culturale. Di cui la Repubblica è probabilmente tra i principali veicoli di promozione (e vendite). E alla base di tutto c’ è una visione della cultura molto borghese, progressista per finta, perché poco aperta alla reale innovazione culturale in tutte le sue forme.
E, guarda caso, il futurismo fu soprattutto un gigantesco e incendiario movimento antiborghese. E, in Italia, con Marinetti, trovò nel fascismo la sua sponda politica. Nessuno è perfetto.
Ma perché usarlo contro il "trasteverino" Storace?

lunedì, ottobre 15, 2007

Ha vinto Veltroni? Mah...

Noi siamo complottisti. Anzi. Ma sul voto alle primarie di ieri non si può non avere l’impressione, come di solito ritengono due blogger in gamba come Cloro e Bertani, che sia "in funzione" in Italia e in Occidente, senza soluzione di continuità, una specie di occulto meccanismo della disinformazione.
Ma entriamo nel merito. Le primarie dei Democratici si sono chiuse con una vittoria di Veltroni, peraltro scontata. E oggi su quale fatto insistono i giornali, in misura a dir poco entusiastica? Su quello dei circa 3 milioni di elettori.
Bene, andiamo allora a esaminarne la consistenza.
Alle elezione politiche del 2006 l’Ulivo alla Camera ( per ragioni di spazio ci limiteremo solo a questi dati) venne votato da circa 12 milioni di elettori (pari al 31,27 %) . Ora ieri, di fatto, ha votato ¼ dell’elettorato democratico, grosso modo l’8 %. Ma dobbiamo considerare anche i voti dei giovani di sedici anni e quelli di immigrati. Difficili però da quantificare (forse 500-800 mila?). E, comunque sia, si tratta di soggetti che non votano ancora alle Politiche.
I media esaltano il fatto che tra le primarie per Prodi e quelle per Veltroni la distanza sia meno di un 1 milione di voti. Si tratta invece di un dato assolutamente non incoraggiante E’ vero che la militanza politica attiva riguarda in particolare le minoranze (ma andare a votare significa fare politica attiva?). E in effetti, nel caso della vittoria veltroniana siamo davanti a una discreta forza (interna al Pd) di minoranza. Ma che sul piano elettorale, vista la grande distanza quantitativa, tra coloro che hanno votato ieri e l’elettorato “reale” ulivista del 2006, ripetiamo, il dato non è assolutamente promettente.
Perché il quasi milione di voti differenza tra Prodi e Veltroni, anche se gli incarichi futuri dei due leader potranno essere differenti, rischia di preludere, in termini di elezioni politiche, a un probabile calo dei consensi, intorno a 1 milione di voti. Basta impostare una proporzioncina… [E se anche si considerasse, come ha notato un nostro intelligente lettore, Pfp, il fatto che alle primarie per Prodi, votarono anche gli alleati per eleggere il capo della coalizione, circa 1 milione di voti, resta il fatto che Veltroni non ha portato grandi voti aggiuntivi...]. Insomma, non sarebbe proprio il caso di brindare...
Pertanto voler presentare il successo di Veltroni come un grande vittoria della democrazia italiana è una pura e semplice attività di disinformazione, volta a presentare un candidato neoliberista e filoamericano, che taglierà pensioni, salari e stipendi, come un "progressista"…
In buona sostanza si occultano i dati concreti per valorizzarne altri, che come abbiamo visto non hanno alcun serio valore predittivo.
Pertanto, al posto di Veltroni e Prodi, parleremmo di “mezza sconfitta”. Oggi. E di sicura sconfitta domani. Anche perché il centrodestra pare sia considerato nei sondaggi, avanti al centrosinistra di 8-10 punti.

venerdì, ottobre 12, 2007

Meta(political) comics: Sfrattare Lenin? Sì, ma c’è pure Bentham…

Repubblica sta pompando la storia degli ex comunisti russi decisi a sfrattare Lenin dal suo Mausoleo, invece così comodo - dicono le donnone delle pulizie - perché in centro e ben collegato… Gli altri quotidiani italiani seguiranno a ruota. Immaginate i titoli di Feltri…
Si dice che lo sfratto sotto tre metri di terra, avrebbe un valore simbolico: una specie di "scalone" per l'Aldilà. Definitivo. E poi che farsene di una vecchia mummia comunista in una città tutta illuminata dal capitalismo? Secondo alcuni porterebbe pure sfiga...
Domanda: ma perché, cari fautori del mercato a mezzo servizio, che una volta inciuciavate ideologicamente con la falce e il martello, non vi fate i morti vostri? Anzi gli imbalsamati vostri.
Uno in particolare: Jeremy Bentham, il padre dell’utilitarismo moderno. Che, a differenza di Lenin, si fece imbalsamare per testamento…. E ancora oggi è lì: all’University College di Londra, da lui fondato, assiso come si conviene a un signore di altri tempi, in abiti d’epoca, bastone da passeggio e cappello a larghe falde. Roba da film di Dario Argento, anche se la zucca di Bentham, quella vera, nel tempo seccatasi come un salame, è stata sostituita da una testa di cera. Comunque sia, pure Asia Argento, una che bacia tutti, si rifiuterebbe di slinguazzare nonno Geremia, più rigido di un merluzzo di Capitan Findus e, per giunta, colonizzato qualche anno fa da alcune tribù di scarafaggi... Del resto Jeremy, in vita, era anche un rompiscatole: perché progettava carceri speciali e godeva a ridurre tutti i moventi umani a due: piacere e dolore… E alla loro somma aritmetica. Sai che allegria quando doveva pagare i conti… Voleva sempre ridurre i costi, proprio come tuttora pretendono i suoi naturali eredi: i professori neoliberisti del Corriere della Sera.
Diciamo che all'epoca, tra Jeremy e il capitalismo scoppiò subito un grande amore, che dura tuttora. La sua etica utilitaristica piace alla gente cui piace far soldi e tenerseli stretti…
Pare che per testamento, Nonno Geremia, una volta all’anno, venga ancora tirato fuori dall’urna di vetro e legno, e condotto, tra salmodie degne della colonna sonora di Eyes Wide Shut, alla presenza dei Garanti dell’University College… Tutti vecchietti incazzosi, che sembra dichiarino, in presenza della Sacra Mummia, la propria fedeltà agli aurei Principi dell’Utilitarismo. E del Capitalismo.
Ricapitolando: Volete sfrattare Lenin. E sia. Ma perché non togliere di mezzo anche Bentham che sta lì da più di un secolo e mezzo, impagliato come un cervo? O bisogna aspettare che crolli pure il capitalismo?

P.S.
Per i fans di Bentham (e di Dario Argento), foto del "mummione" e un mare di informazioni su http://www.ucl.ac.uk/Bentham-Project/Faqs/auto_icon.htm

giovedì, ottobre 11, 2007

Elezioni sui protocolli del welfare. Perché hanno vinto i sì.

Sembra abbiano vinto i sì. Un numero elevato di lavoratori e pensionati tra il 70 e l’80 % avrebbe votato a favore del protocollo sul welfare.
Ora, sarebbe interessante conoscere il numero totale dei votanti e la diffusione dei voti per aree geografiche, composizione sociale e dimensione aziendale. Dati di cui al momento non disponiamo. Sempre ammesso che il voto, come alcuni hanno sostenuto, non sia stato manovrato dall’alto.
Dandone, però, per scontata la regolarità che valutazione si può dare?
In primo luogo, che a sinistra sussiste, diciamo così, una forte minoranza sociale riformista. Ma di quale riformismo parliamo? Dal momento che ce ne sono almeno due: quello dei professori neoliberisti, molto ascoltati all'interno del futuro Pd; e quello sindacale, per così dire alla Epifani, legato più che altro a contenere i danni, e fare, secondo alcuni, molte concessioni - come sul lavoro precario - in attesa che giungano tempi migliori. Sicuramente ha vinto questo secondo riformismo minimalista, o difensivo, che con il “vero” riformismo socialista ( e persino laburista) non ha alcun collegamento. Insomma, nell'elettore ha vinto il timore di veder peggiorare la propria condizione sociale …
In secondo luogo, questo timore, che va al di là del voto, ci sembra dettato dalla difficile condizione economica, psicologica e culturale in cui vivono oggi lavoratori e pensionati. Una condizione strumentalizzata, come in quest’occasione, dallo stesso sindacato. Di che cosa parliamo? Della paura del domani, provocata dai prezzi crescenti, dall’indebitamento delle famiglie, dalla diffusa precarietà lavorativa, dal progressivo degrado dei servizi sociali. Si tratta di una condizione - attenzione - non ancora di povertà assoluta ma segnata dal rischio di cadervi. Un timore che spinge le persone ad accettare la logica del male minore, in attesa di tempi migliori. Del resto il clima sociale generale, amplificato a dovere dai media, gioca proprio su questo fattore psicologico-culturale, esemplificato da questo tipo di messaggio, ossessivamemente reiterato: “Benché la crisi economica sia momentanea, bisogna collaborare tutti, anche facendo sacrifici. Sacrifici, che un volta superata la crisi, saranno adeguatamente compensati. Dal momento che la società dei consumi è il migliore dei mondi possibili”.
In realtà, una sinistra riformista “vera”, dovrebbe uscire dal circolo vizioso minimalista, rifiutando di scambiare l'immediata e sacrificale rinuncia al welfare con la miracolosa promessa di futuri ed elevati consumi privati. In che modo? Ponendo l’accento sul fatto che la progressiva distruzione del welfare state, può minare le basi stesse della socialità e quelle di una futura ripresa economica. Dal momento che senza una solida rete sociale di base, resta difficile in ogni caso, per il cittadino - soprattutto se lavoratore dipendente e pensionato - programmare i consumi futuri: i consumi privati, di regola, presuppongono il soddisfacimento dei consumi pubblici. Pertanto la politica di smantellamento dello stato sociale può risultare dannosa per lo stesso capitalismo. Questo, ovviamente, secondo una logica rigorosamente riformista: socialdemocratica e/ o laburista di tipo britannico, svedese e tedesco, così come si qualificava, prima che iniziassero le "rivoluzioni" neoliberiste . Un riformismo che non ha nulla a che vedere con quello minimalista alla Epifani.
Questo riformismo forte ha invece trovato ascolto nella sinistra radicale, attestatasi - e giustamente - sulla difesa del welfare. Ma probabilmente senza ancora disporre di alcun serio radicamento tra gli elettori. Di conseguenza lavoratori e pensionati, vittime di quel cattivo consigliere che si chiama timore di "retrocedere" socialmente, si sono ritrovati nella “tragica situazione” di dover scegliere tra una sinistra politica e sindacale riformista (falsa), ma comunque rassicurante "per tradizione", e una sinistra radicale in via di diventare riformista (vera), ma per questo ancora divisa su ideologie, programmi, politiche economiche e soprattutto sulla volontà o meno di continuare ad appoggiare il governo Prodi.
E così, l’elettore “intimorito” ha scelto, se ci si passa la battuta, la via vecchia per la nuova (o quasi)...

mercoledì, ottobre 10, 2007

Lo scaffale delle riviste: “Imperi. Rivista Quadrimestrale di Geopolitica e Globalizzazione”, n. 11-2007

Molto ricco il nuovo numero di “Imperi”, intitolato "L'Europa riparte da Parigi?" (n. 11-2007 - Nuove Idee - 06 45468600 - fax 06 39738771 ). La rivista di geopolitica diretta da Aldo Di Lello, si segnala dunque per un interessante dossier sull’Europa (pp. 9-64). Che accoglie scritti di Fabio Torriero, Marcello Pera (intervista di A. Di Lello), Alfredo Mantica (intervista di Bruno Tiozzo), Gloria Sabatini, Gabriele Natalizia, Piero Visani, Antonio Pannullo, Francesco Tajani, Roberto Coramusi. Come scrive Di Lello “l’Europa è quello che (non) è” per “un difetto” che risiede nella “cultura politica che fa da architrave all’Unione Europea, almeno così come quest’Unione è stata finora concepita”. “Non può avere futuro - continua Di Lello - un’Europa concepita su misura di banchieri, burocrati e intellettuali al seguito. Gli ‘egoismi’ nazionali paralizzanti sono quindi la conseguenza, non certo la causa della palude europea” (pp. 5-6). Occorrono perciò a livello europeo maggiore decisionismo politico e più indipendenza in politica estera, soprattutto dai mercati. Sotto quest’aspetto Sarkozy, ci permettiamo di rilevare, sembra più attento all’indipendenza dai mercati (ma fino a un certo punto, secondo alcuni), che dagli Stati Uniti. Comunque sia, vedremo…
Di rilievo, anche la sezione dedicata al “Sudamerica in cerca di identità” (pp. 65-124) con scritti di Andrea Marcigliano (“Aspettando il nuovo… mondo”), Raffaele Cazzola Hofmann, Marco Leofrigio Eugenio Balsamo, Francesco Tortora, Marco Gaudesi, Antonio Albanese. Di particolare interesse l’analisi che Marco Cochi dedica al “Mercosur asimmetrico" (pp. 88-94); come dire, segnato da luci e ombre… Dal momento che all’interno del “Mercato comune sudamericano” impostosi “negli ultimi anni come area economica emergente”, va sempre più accentuandosi “il gap tra i grandi, la coppia Brasile-Argentina, e i piccoli, l’Uruguay-Paraguay”. E dove “l’ingresso del Venezuela” potrebbe creare “nuovi problemi politici” (p. 88).
Seguono le rubriche “Geocultura” ( pp. 135-163, con scritti di Giampiero Ricci, Darko Tanaskovic, Antonio Saccà e Aldo Di Lello) e “Geoscaffale” (pp. 164-168), che tra le altre, ospita la recensione del bel libro del poeta Nicola Vacca, Incursioni nell’apparenza (Manni Editore). Dove geopolitica, filosofia e poesia si tendono la mano, nella loro lotta interpretativa contro la Storia dell’Oggi: “Perso è il nesso della vicenda/Di questi giorni dell’ira,/ Le marce del dolore/Popolano di allarmi/ Un pianeta che non potrebbe concedere più/Un’altra possibilità a chi lo abita…
Insomma, si può chiedere di più a un rivista di geopolitica, capace di spaziare dall'analisi politologica della crisi europea alla fenomenologia in versi della storia, passando per i sentieri trasversali del "politico" e del "poetico"?
Francamente crediamo di no.

martedì, ottobre 09, 2007

Sull’ indipendenza della magistratura. Alcune osservazioni in margine al caso Mastella…

Vogliamo cercare di andare oltre le recenti polemiche tra il ministro Mastella e la magistratura?
Bene. La divisione dei poteri (esecutivo, legislativo e giudiziario) è presentata dagli storici moderni, soprattutto di ispirazione liberale come una conquista.
Il fatto, che la giustizia sia indipendente, dagli altri due poteri - si legge - consente che nei tribunali regni l’assoluta neutralità dei giudici, per così favorire l’eguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge, come impongono i moderni diritti dell’uomo. Tuttavia basta entrare in un’ aula giudiziaria, o come in questi giorni sfogliare i giornali e guardare la tv, per capire che la giustizia spesso non viene amministrata in modo indipendente. All’enunciazione dei grandi principi, che risale ad alcuni secoli fa, ancora non ha fatto seguito alcun progresso decisivo. Perché?
In primo luogo, bisogna sempre distinguere tra gli aspetti normativi e descrittivi di un fenomeno. Asserire che la giustizia debba essere amministrata in modo neutrale rispetto ai diversi poteri sociali ha un valore programmatico, nel senso che indica la realtà come “dovrebbe essere” Osservare, invece che almeno due secoli di fatti storici confermano il contrario ha un valore descrittivo, nel senso che indica la realtà "così com’è". Che, ad esempio, per coloro che sono in basso nella scala sociale o in cattiva sintonia ideologica con la società politicamente e “giudizialmente” dominante, è spesso difficile se non impossibile ottenere giustizia.
In secondo luogo, la giustizia non può essere amministrata in modo assolutamente indipendente, perché è di fatto gestita da un preciso gruppo sociale: i giudici. Che come ogni gruppo sociale tende a egemonizzare altri gruppi sociali. Oppure soprattutto, laddove non riesce ad avere la meglio, a stabilire alleanze, temporanee o durature. Inoltre - e questo è un fatto importantissimo - come ogni gruppo sociale, anche quello dei giudici, ha necessità di risorse ideologiche, simboliche e materiali. Risorse che nel moderno sistema di economia pubblica e privata, basate comunque sul mercato, provengono dallo Stato ma anche da gruppi economici privati. Senza dimenticare che l’ideologia della “neutralità dei poteri”, prima che giuridica è politica, dal momento che si è storicamente affermata attraverso rivoluzioni politiche, che hanno rafforzato il “potere” (sempre relativo, certo) dello Stato. Il quale, a sua volta, non è qualcosa di neutrale, ma si compone di gruppi sociali in conflitto per l’egemonia politica, e spesso dipendenti dai gruppi economici. Pertanto il quadro dei tre poteri idealizzato, in termini normativi, dal pensiero giuridico e politico moderno, in realtà ignora una lotta - sociologicamente normale - tra gruppi sociali differenti per ideologia e interessi, che va perciò ben oltre la divisione formale dei poteri, Una lotta, spesso all'ultimo sangue, segnata da battaglie, imboscate, armistizi, alleanze, più o meno sincere, eccetera. E dove l’ideologia della neutralità della giustizia diventa un puro strumento di lotta. Una “derivazione” per dirla con Pareto: un’arma da usare contro gli avversari e per nobilitare se stessi e gli alleati del momento.
In terzo luogo, la cosiddetta neutralità della giustizia può perciò essere esclusivo esito di equilibri sociali, parziali e sempre precari, sulla base ad esempio di alleanze ideologiche e/o di interessi materiali tra gruppi temporaneamente affini: gruppi che tuttavia finiscono sempre per reinterpretare ideologicamente l’idea normativa di giustizia, in proprio favore. Ripetiamo perciò che la neutralità viene sempre perseguita in misura parziale, perché riflette l’egemonia di un’alleanza ideologica, anche occasionale, che premia alcuni e penalizza altri.
Inoltre, e in quarto luogo, la “macchina” della giustizia, risente dei cosiddetti problemi legati alla burocratizzazione: fenomeno tipico delle istituzioni moderne. Di qui i problemi legati al reclutamento, alla formazione e alla gestione della giustizia. Problemi sui quali influisce inevitabilmente la cosiddetta “routinizzazione” delle funzioni: un fenomeno che colpisce tutte le grandi organizzazioni moderne. E che si ripercuote, con intensità diversa a seconda delle differenze di tradizioni nazionali e amministrative, sulla “piccola giustizia” di tutti i giorni, quella che non riguarda i processi famosi o importanti
In conclusione, e per passare dalla teoria alla pratica, lo scontro tra Mastella e i giudici è l’ennesimo episodio di una lotta tra due sub-gruppi all’interno dei gruppi contrapposti di giudici e politici. Alimentata - pro o contro - a livello mediatico, da altri gruppi, probabilmente economici, legati all’informazione e vincolati ideologicamente a fazioni contrapposte. E tutti difendono la neutralità della giustizia, ovviamente sempre dal proprio punto di vista.
Purtroppo, ripetiamo, bisogna accettare un fatto sociologico: all’interno delle società liberali e di mercato, basate sul pluralismo dei gruppi sociali ed economici, la cosiddetta ideologia dell’indipendenza della magistratura, è una pura e semplice risorsa (scarsa come le altre) nella lotta per l’egemonia sociale e politica tra i vari gruppi, incluso quello dei magistrati. E tutto sommato, il nostro “sistema” è “relativamente” migliore di quello in uso nelle società prive di pluralismo, dove la giustizia è assoggettata a un unico gruppo politico e i magistrati reclutati eslcusivamente sulla base della fedeltà ideologica al "partito unico", in nome del quale devono esercitare la giustizia.
Perciò, oggi, potrebbe essere importante lavorare teoricamente intorno a una "terza via". Dove la giustizia - o meglio l’amministrazione “giusta” della giustizia - possa finalmente essere intesa come dono di un certo gruppo sociale ( i magistrati) a tutti gli altri gruppi sociali...
Ma come strutturare socialmente una giustizia-dono in una società come la nostra segnata da istituzioni sociali gigantesche, e spesso elefantiache, e dove profitto e denaro ( e conseguenti onori) sono gli unici valori apprezzati?

lunedì, ottobre 08, 2007

I tre livelli dell’antipolitica

Abbiamo chiarito in un post precedente (31-8-07: Che cos'è l'antipolitica?) la natura strumentale di certe critiche all’antipolitica e soprattutto il suo carattere innovativo.
Ma esiste una fenomenologia sociale dell’antipolitica? Che cos’è antipolitico e che cosa non lo è ? Sussiste una differenziazione dell’antipolitica per livelli qualitativi.
Ad esempio, si è criticato Grillo, per la presa di posizione contro l’immigrazione rumena, definendola antipolitica. Oppure si è liquidata, come tale, la prossima manifestazione del 20 ottobre.
Diciamo, che nei due casi, ci troviamo davanti a un primo, ma embrionale, livello di antipolitica. Dal momento che dietro le posizioni di Grillo e dei manifestanti del 20 ottobre c’è una motivazione, come dire, di puro e semplice buongoverno: la richiesta di una maggiore protezione sociale ed economica. Motivata dalla percezione collettiva che alcune istituzioni (in particolare polizia, partiti, sindacati) ignorino i reali bisogni della gente. Pertanto non è possibile ricondurla nettamente nell'alveo di un' antipolitica come critica al "sistema". Siamo invece davanti alla domanda di poter fruire di alcune libertà sancite costituzionalmente: come la libertà dalla paura di essere uccisi a scopo di rapina o di manifestare per non perdere il posto di lavoro.
Si può invece parlare di un’ antipolitica di secondo livello, - nel senso di una critica alle istituzioni politiche esistenti (governo, parlamento magistratura), tutte di stampo liberaldemocratico - quando la critica del “cittadino qualunque” si concentri sulle istituzioni di cui sopra, non limitandosi ai casi di corruzione, ma alle istituzioni stesse. Ma per ora, per quel che riguarda il caso italiano, non si va oltre la richiesta di una riforma interna alle istituzioni stesse.
Esiste, infine, un terzo livello, quello in cui l’antipolitica può tradursi nella politica di domani. E dunque nella creazione, sull’onda della crescente protesta popolare, di nuove istituzioni, in grado di sostituirsi alle esistenti. E sulla base di valori post-liberali. Il che, naturalmente, non può non essere preceduto da una severa critica al sistema economico capitalistico. Ma questa è un'altra storia...
Riassumendo: per quel che riguarda la situazione italiana, dal punto di vista della fenomenologia sociale dell’antipolitica, qui delineata, per ora si è fermi al primo livello: quello della maggiore richiesta di protezione sociale ed economica, da conseguirsi attraverso una riforma interna alle istituzioni esistenti. Un livello che però può tradursi, se non soddisfatto, nei due successivi. Si tratta di una transizione che può richiedere anni (probabilmente almeno una generazione), e alla quale, una volta avviata, il potere può sempre opporre l’uso della forza legalizzata.
Inoltre, sul fronte dell’antipolitica, la transizione implica un’adeguata preparazione intellettuale e organizzativa rivolta ad elaborare nuove forme istituzionali di gestione più democratica della politica. Perché non bisogna mai dimenticare, che al fondo dell’antipolitica, anche di primo livello, c’è un senso di esclusione politica, drammaticamente avvertito da tutti i cittadini. Sensazione che trae alimento da una mai sopita volontà di potenza sociale, che nella storia si è espressa come volontà di partecipare direttamente alla gestione della cosa pubblica. Provocando sommosse, ribellioni e infine rivoluzioni. Da cui sono sempre nate - fin dai tempi della storia greca e romana - istituzioni capaci di recepire politicamente, di volta in volta, la rivoluzionaria “forza del sociale”.
Si tratta di processi di tipo ciclico, che come tutti i fenomeni sociali, per concretizzarsi hanno necessità di élite dirigenti che sappiano individuare il nemico e recepire il nuovo. Ma anche di progetti politici e intellettuali adeguati ai tempi.
Pertanto il cammino è lungo. Anche se si può ritenere, per quel che riguarda l’Italia e l’ Europa, che con la caduta dell’Unione Sovietica, si sia aperto un nuovo ciclo, nel quale le istituzioni liberali, consolidatesi, nel periodo 1945-1991, rischiano di non essere più adeguate a sostenere la sfida della globalizzazione imperiale a guida americana: una nuova forma di imperialismo politico, militare, culturale ed economico che implica per la sfera europea e l’ Italia solo massicce immigrazioni dall’estero e gravissimi tagli agli investimenti sociali, nonché inutili guerre "in conto terzi”. Fenomeni, ai quali, si assomma la dilagante corruzione e l’inarrestabile servilismo dell’attuali élite dirigenti liberali e socialdemocratiche,
Di qui il ruolo determinante che potrà svolgere un’antipolitica di “terzo livello”, capace di dare, in termini di nuove élite dirigenti e movimenti sociali, direzione e forza politica a un gigantesco processo di liquidazione politica delle sempre più corrotte, incapaci e servili classi politiche europee.

venerdì, ottobre 05, 2007

Sulla povertà. Alcune riflessioni.

“Nel 2006 le famiglie che vivono in situazioni di povertà relativa sono 2 milioni 623 mila e rappresentano l’11,1% delle famiglie residenti; si tratta di 7 milioni 537 mila individui poveri, pari al 12,9% dell’intera popolazione. La stima dell’incidenza della povertà relativa (la percentuale di famiglie e di persone povere sul totale delle famiglie e delle persone residenti) viene calcolata sulla base di una soglia convenzionale (linea di povertà) che individua il valore di spesa per consumi al di sotto del quale una famiglia viene definita povera in termini relativi. La spesa media mensile per persona rappresenta la soglia di povertà per una famiglia di due componenti che, nel 2006, è risultata pari a 970,34 euro (+3,6% rispetto alla linea del 2005)” […].Tenendo conto di quanto detto, nel 2006 la stima dell’incidenza di povertà relativa è risultata pari all’11,1%, valore che, con una probabilità del 95%, oscilla tra il 10,5% e l’11,7% sull’intera popolazione”
(Fonte: Istat - 4-10 -2007).


Ci sono vari modi di percepire la povertà. E quello della povertà relativa è uno di questi. Ora, su tali basi, che ad esempio escludono i poveri “assoluti” e gli immigrati, con i quali giungeremmo, grosso modo, almeno a 12, e per alcuni a 15 milioni di individui, la povertà viene presentata come un dato stabile e tutto sommato gestibile, attraverso interventi di welfare, eccetera.
In realtà, sul piano socioculturale, le cose stanno diversamente, come gli addetti ai lavori sanno perfettamente. Dare per scontata e gestibile la presenza di sette-dieci-dodici milioni di poveri, significa ammettere ( e accettare) che in alcune aree sociali continui a prevalare una avvilente e "paralizzante" cultura della povertà.
Che cos’è la cultura della povertà? E’ un forma di secessione socioculturale: il povero accetta di comportarsi da povero, introiettando la sua condizione di esclusione sociale. Alcuni di essi la imputeranno alla società, altri alla propria incapacità, altri ancora a un destino individuale avverso, mentre per alcuni (pochi per la verità), la povertà sarà addirittura giudicata una scelta di vita.
In buona sostanza, il “culturalmente” povero ( o quasi povero) non programma la propria vita e non riesce a sviluppare relazioni sociali e culturali adeguate a una positiva integrazione sociale, se non all’interno della sua stessa cerchia. E spesso, il "culturalmente" povero giudica inutile qualsiasi tentativo di ascendere socialmente per sé e per la sua cerchia familiare e sociale.
Ora, pensare di risolvere a livello politico il problema della povertà con il solo aumento dei trasferimenti finanziari (cosa, tra l'altro, oggi difficilmente realizzabile nel quadro di politiche neoliberiste), è a dir poco ingenuo. Dal momento che la povertà può essere combattuta solo puntando sulla progressiva scomparsa, o comunque forte riduzione in termini di incidenza, della “ cultura della povertà”. Ma come?
Ad esempio, la presenza di periferie-ghetto non giova assolutamente alla mobilità sociale e professionale, e dunque allo sviluppo di aspettative. Una società “bloccata”, come quella italiana, dove, grosso modo, il 60 % dei figli svolge la stessa professione paterna o materna, o comunque rimane all’interno della stesso segmento sociale, soprattutto se di condizione inferiore, certamente non favorisce lo sviluppo dei processi di mobilità sociale. Infine, la pessima qualità della scuola e dell’università (tra l’altro sempre più costosa e a numero chiuso), completano, purtroppo, un quadro sociale di crescente immobilità.
Parliamo, ovviamente di una società come quella italiana, di tipo occidentale, dove esistono un ceto medio diffuso e un livello di vita, che in termini di consumi e di strutturazione, anche fisica, della vita urbana, tendono a occultare le sacche di povertà.
Diciamo, concludendo, che la società italiana, sembra aver rinunciato a combattere concretamente la diffusione, o comunque il consolidamento di una cultura della povertà. Perché è lì il vero problema: la povertà, ripetiamo, oltre a essere una condizione economica è soprattutto un fatto socioculturale.

giovedì, ottobre 04, 2007

Meta(political)comics: Con l'autunno, puntuale come l'influenza, torna in libreria Umberto Eco...

Cominciamo da un’addizione: 9 + 2 = 11, Non è un terno da giocare… Ma sono le pagine che la Repubblica ha dedicato in meno di quattro giorni all’ultimo libro di Umberto Eco in uscita, Storia della bruttezza: prima sul “Venerdì” copertina e megaintervista, e poi lunedì scorso, in R2 Cultura, il corposo anticipo dell’Introduzione. E sicuramente, di qui a qualche giorno altri spazi si apriranno…
Una regolamentare overdose autunnale di pubblicità, su un libro che esce contemporaneamente in ventisette traduzioni. E costa 35 (trentacinque) euro (qui potrebbe scapparci pure la quaterna…), per 452 pagine. Folte di citazioni, immagini, ed “echismi” allo stato di distillato. Per parafrasare il classico Walter Matthau di E’ ricca, la sposo e l’ammazzo : “Quest’uomo è una minaccia per la Civiltà Occidentale così come l’abbiamo concepita fino a oggi…
Ma che cos’è l’echismo? Dire tutto e il suo contrario. E magari davanti a un Fabio Fazio in deliquio che annuisce. Oppure di fronte a un Francesco Merlo che durante l’ intervista annota in stato ipnotico il colore dei calzini del Professore. E, soprattutto, condire quel che si dice con una mappazza di citazioni colte, semicolte e popolari… In certo senso l’echismo è interclassista, come la Coca Cola… Ma forse fa più male.
Qualche anno fa Eco scrisse un libro sulla bellezza. Perciò non poteva non toccare alla bruttezza. Da quel che si legge su Repubblica, non aspettatevi definizioni. Con Eco funziona così: quel che è bello e brutto, e quel che è brutto e bello. Comunque sia, di qui a un anno, magari ne scriverà uno sull’amore, poi sull’odio e così via.
Diciamo la verità, la tecnica è antica. Ai tempi di Platone, quelli come Eco si chiamavano sofisti: un giorno difendevano la giustizia, e l’altro l’ingiustizia. E così via per le piazze della Grecia, vendendo scetticismo on the road
Per concludere, se per Lenin i soviet più l’elettricità facevano il comunismo, la sofistica più la Repubblica (di Mauro e non di Platone), fanno Umberto Eco. Ogni epoca ha la sua croce. Purtroppo.

mercoledì, ottobre 03, 2007

L’Iran, Benetton e le radici sociali dell’obbedienza

Secondo alcuni giornali italiani l’Iran non gradirebbe sul suo territorio nazionale la presenza della Benetton e di altre imprese-veicolo del modello occidentale, potenziali“corruttrici” dei costumi locali.
Si tratta di una questione interessante, almeno per due ragioni.
La prima è di tipo teorico. I costumi e dunque la società “fanno” l’uomo? Indubbiamente sì. Ma entro alcuni limiti. Dati, ad esempio, dalla forza delle tradizioni e dei costumi locali. Oppure dal grado di informazione e libertà di cui godono i singoli: quanto più una società non mette in discussione o addirittura vieta le scelte individuali, tanto più diviene facile e veloce il cambiamento dei costumi, che di regola ha natura mimetica (ma non sempre in misura assoluta, come vedremo più avanti): il mutamento sociale si trasmette da persona a persona nei termini di “comportamenti” definiti in misura crescente socialmente esemplari. Al punto di assumere, come in Occidente, ritmi impressionanti. Il che significa che nel tempo lo stesso mutamento sociale, a prescindere dai valori che veicola, rischia di trasformarsi in valore in quanto tale, come appunto è avvenuto in Occidente: il mutamento, come progresso infinito, finisce per essere buono di per sé. E’ come credere che il valore di una certa automobile sia dato esclusivamente dalla sua velocità, e non da altri valori estetici e/o legati al comfort...
La seconda ragione riguarda la società iraniana. Dove nel periodo precedente alla rivoluzione khomeinista, la modernizzazione anche dei costumi sociali, aveva fatto notevoli passi in avanti. Perciò parliamo di una società che già conosceva a livello di ceti medi (avvocati, ingegneri, medici, professori, imprenditori, grandi commercianti), e probabilmente apprezzava, i valori dell’Occidente. Ora, rifiutare qualsiasi rapporto con le multinazionali del lusso e dell’abbigliamento come Benetton, rischia di diventare una petizione di principio, puramente ideologica. Che può dividere ancora di più la società iraniana e alimentare quella logica dell’accerchiamento, che ha un fondamento reale, ma che può portare a un definitivo e totale isolamento politico
Certo, la “salvezza” non può essere rappresentata da un’apertura indiscriminata all’Occidente. Ma neppure dalla chiusura ermetica. Anche perché la logica militare e in certi casi autoritaria, adottata dalla dirigenza iraniana, rischia di avere un pesante effetto di ricaduta sulla società iraniana e così provocare secessioni interne, da parte di quei ceti medi favorevoli all’apertura. Anche perché, sul piano sociologico della diffusione dei valori sociali “consumistici”, quanto più se ne vieta la diffusione, tanto più questi valori, soprattutto nelle generazioni giovani, divengono “appetibili” per contrasto con le generazioni adulte o anziane. E L’Iran è una società, se ricordiamo bene, composta per quasi i due terzi da giovani tra i 15 e i 35 anni.
Di qui tre possibilità.
La prima è di accompagnare l’apertura selettiva all'Occidente (ma inclusiva di alcuni valori sociali e culturali), con la “reinvenzione” e la “popolarizzazione” democratica delle tradizioni locali; scelta che implica anche l’accettazione di eventuali rifiuti individuali delle tradizione locali. Un percorso, dunque, da pianificare senza eccessi, per non provocare le reazioni dei gruppi "conservatori", probabilmente legati più alla forma che alla sostanza delle cose. La seconda possibilità consiste invece sempre nell’apertura selettiva (ad esempio in ambito economico e tecnologico), ma accompagnata dalla reiterazione statica e autoritaria dei valori religiosi e sociali esistenti. La terza possibilità, infine, consiste nella chiusura totale all’Occidente e nell’ imposizione dall'alto dei valori della tradizione, nella direzione di una specie di totalitarismo, diciamo così, islamista…Scelta che farebbe solo il gioco degli avversari interni ed esterni.
In conclusione, chiudere a Benetton, significa, in fondo, non avere piena fiducia nei propri valori e dunque nella capacità di poter competere con i valori dell’Occidente. Il che può anche riflettere la realtà economica. Ma, resta il fatto che l’ obbedienza pura e semplice, fondata esclusivamente sulla paura della repressione, non è un valore sufficiente a garantire, nel tempo, stabilità politica e crescita economica all’attuale regime iraniano.
Pertanto la questione iraniana, al di là degli aspetti politici, rinvia a un problema sociologico classico: quello delle radici sociali e culturali dell’obbedienza. Gli esseri umani, se obbligati, e magari sotto lo stimolo della paura fisica, obbediscono. Ma, appena superato il pericolo immediato, iniziano a interrogarsi sulle ragioni della loro obbedienza. Perciò, in certo senso, gli uomini devono sentirsi anche liberi di non obbedire, e soprattutto di capire perché, e in nome di quali valori, debbano obbedire. La mimesi sociale, soprattutto se libera e non fondata su un puro principio di autorità non completamente interiorizzato, implica sempre fasi di autoriflessione, in genere successive all’adozione di costumi socialmente dati.
Gli uomini non sono macchine sociali, vietare non basta.

martedì, ottobre 02, 2007

Meta(political) comics: Lo strano caso del dottor Navarro-Valls

E così ieri anche il buon dottor Navarro-Valls, persona garbata e a modo, ma anche ex responsabile della sala stampa della Santa Sede, ha dato il suo contributo alla battaglia contro l’antipolitica condotta da Repubblica. Ma il punto è un altro.
Uno pensa, questo ha bazzicato i preti, ergo ogni suo articolo sarà infarcito di citazioni da Padri, Zii e Dottori di Santa Madre Chiesa. E invece no: i pezzi che il dottor Navarro-Valls, scrive per la corazzata giornalistica, già proprietà di quel laicone di Eugenio Scalfari, sono "laicissimissimi". Difficile, insomma, prenderlo il castagna. Eh sì, siamo davanti allo strano caso del dottor Navarro-Valls…
Ad esempio, ieri, per bocciare l’antipolitica il Nostro ha snocciolato con grande mestiere i nomi di Rodotà, Weber e Carl Schmitt. Ma in modo paravento, direbbero a Roma. Perché di Schmitt ha sottolineato la critica a una politica priva di finalità, senza ricordare che per il sulfureo tedesco dette finalità si chiamano conflitto e individuazione del nemico: il contrario di certo zuccheroso pacifismo liberale alla Rodotà. Quanto a Weber, basta leggere le pappardelle a ruota di libera di Cacciari, per scoprire che ormai gli si fa dire tutto e il suo contrario… Povero Max, morto troppo giovane o poco vecchio…
Il bello è che quando Navarro-Valls affronta la distinzione tra autorità e autorevolezza, invece di appellarsi a San Tommaso, che ha sezionato come il maiale la questione, e con un bel po’ di anticipo rispetto a Rodotà, Weber e Schmitt, se la cava con un’iniezione di insulina filosofica a buon mercato. E soprattutto a base di radicali liberi e secolari. Ascoltiamolo: “Il potere… appare giustificato esclusivamente quando è uno strumento al servizio di un problema reale, utile ed impellente”. In due righe, insomma, fa l’abiura, direbbero i cattolici tradizionalisti, quelli tutta casa, Monsignor Lefebvre e Chiesa. Ma diciamo la verità, anche al cattolico “normale”, un riferimento al rapporto tra potere e trascendenza, anche al volo a livello di aperitivo con le noccioline, non sarebbe dispiaciuto.
Uno potrebbe dire, ma a te che ti frega se Navarro-Valls si è auto-laicizzato. In fondo è pure una gran brava persona… Certo che lo è. Ma saremo démodé, ci piace la coerenza. E qui delle due l’una: o Navarro-Valls è cattolico, ma per caso... Come il famoso turista del film. Oppure collaborare a Repubblica vale perdere, ogni tanto, una messa...

lunedì, ottobre 01, 2007

Riotta, Grillo e il giornalismo anglosassone.

“Il 13 settembre 2006 con il consenso bipartisan di otto consiglieri Rai e l'apprezzamento del nono, Gianni Riotta viene nominato direttore del TG1 succedendo a Clemente Mimun Ha introdotto nel Tg1 tecniche anglosassoni di informazione,interviste in diretta durante il telegiornale, assoluto equilibrio politico come prima base, editoriali in diretta […]”.

( Gianni Riotta, estratto da Wikipedia)


Ieri alle ore 20 in punto, ci siamo “concentrati” sul telegiornale a “tecnica anglosassone” di Gianni Riotta. Anticipiamo subito il giudizio finale: se è sempre così, si può tranquillamente fare a meno di vederlo, a meno che non si abbia una spiccata passione per quella che un tempo, in gergo giornalistico, si chiamava “cronaca nera”.
Ieri sera, addirittura, il Tg1 ci ha proposto in esclusiva il video, probabilmente opera degli stessi investigatori, dell’assassino del piccolo Tommy che ritorna sui luoghi del delitto, per indicare al magistrato, dove ne aveva sepolto i poveri resti. Un film dell’orrore. Uno spettacolo ripugnante… E avvilente per chi lo ha trasmesso.
Il tutto, all’interno di un telegiornale, occupato militarmente per due terzi da informazioni e commenti dettagliati sugli ultimi delitti. Con Rossella, ex TG5, che dedica editoriali di consigli investigativi sul caso di Garlasco… Penoso. O se non è così (dal punto di vista quantitativo), la sensazione che abbiamo provato, come spettatori per nulla interessati alle speculazioni poliziesche, è quella di dover sorbire fuori orario un programma di Carlo Lucarelli.
Inoltre, sempre ieri sera, il TG1 ha ripreso e rilanciato con grande evidenza un’ inchiesta del Tempo di Roma (ma esce ancora?), dalla quale si evince che sul Blog di Beppe Grillo sarebbero apparsi alcuni commenti antisemiti (pare due o tre su alcune migliaia). Facendo capire, pur con i “distinguo” di rito, che il comico genovese potrebbe essere in odore di antisemitismo. Il che - attenzione - suona come una specie di “inizio” di condanna a morte morale, per Grillo e il suo nascente movimento...
Va detto, che prima di questo colpo basso - chiamiamolo come merita - erano passate sul teleschermo le rassicuranti immagini di Prodi e Berlusconi. Per preparare il terreno a riflessioni postume di questo tenore: "I due, pur con i loro difetti, mica hanno blog dove si leggono commenti antisemiti… Non le pare signora...".
Il che spiega, senza tanti giri di parole, il consenso bipartisan sul nome di Riotta: la sua ricerca "dell' assoluto equilibrio politico", in realtà, riguarda la compensazione, o se il diretttore del TG1 preferisce visto che ha studiato in America, una bella "clearing house" tra gli interessi delle attuali classi politiche. O meglio dell'unico interesse, al di là dei crediti e debiti tra maggioranze e opposizioni, spesso di plastica… Quale? Quello di restare al potere il più a lungo possibile.
Riassumendo: tanta cronaca (nera), poca politica, e soprattutto concentrata sui due leader (Prodi e Berlusconi). Un telegiornale inutile. O meglio utile - visto il "servizietto" fatto a Grillo - solo alla cosiddetta “casta”.
Una vera lezione di giornalismo anglosassone. Complimenti.
Vista l'importanza, riportiamo direttamente "in coda" al post, il commento del lettore Fabio Alemagna, coivolto suo malgrado nella questione. Segue, ovviamente, la nostra risposta,
Fabio Alemagna ha detto:
Caro signor Gambescia,
tale post nel suo blog capita a proposito... Ha visto il "servizio" sull'antisemitismo nel blog di Grillo, ad un certo punto avrà notato qualcosa che le sarà sembrato strano, anche per il TG1... o forse non l'ha notato, assuefatti come siamo a questa pseudo-informazione propinataci come alta cultura, il meglio che possiamo avere, "se l'ha detto il tiggì sarà vero..."Ebbene, sig. Gambescia, ritorni con la mente a quel servizio. La posso anche aiutare, lo si può visionare in rete.Vede quelle email, in chiaro, a tutto schermo? Quei nomi, messi così, quasi per caso, impunemente alla berlina?Uno di quei nomi è il mio. Inserito tra un antisemita ed un nazifascista.Non mi dilungo oltre, tutta la faccenda, con dovizia di particolari e documentazione, la si può leggere qui.Ringrazio lei ed i suoi lettori per l'attenzione, e le sarei grato se volesse dedicare alla faccenda anche solo un paragrafo in un suo prossimo post, sempre che lei ritenga prima di tutto anche sua la mia causa. Oggi lì ci sono io, domani potrebbe toccare a lei, od ad ognuno di voi.
12:07 PM
Carlo Gambescia ha detto:
Caro Fabio,
Mi chiami pure Carlo.
Capisco il suo sdegno. Probabilmente credo, per quelle che sono le mie modeste competenze ( e dunque posso sbagliarmi), che vi siano gli estremi per adire a vie legali.
Per quel che mi riguarda, mi sono limitato nel mio post a sottolineare l'amplificazione della questione ad opera del TG1. Naturalmente lei ha tutta la mia solidarietà. Fermo restando che l'antisemitismo, in quanto tale, va sempre respinto. Come del resto qualsiasi altra forma di aggressivo etnocentrismo.
Mi consenta però una piccola e amichevole critica: il taglio della sua prima mail di protesta mi è apparso subito troppo forte, anche se giustificato dal suo sdegno. Tenga, infatti, presente che la vita (economica) dei giovani giornalisti, spesso non è facile... Come tanti altri giovani, vivono in una condizione di precarietà economica e professionale. Ovviamente, questo, non è il caso di Riotta...
Le rinnovo tutta la mia solidarietà.
Un caro saluto,
Carlo
Fabio Alemagna ha detto:
Carlo,
mi rendo conto che i toni della mia prima email non erano dei più pacati, e però sfido chiunque a leggervi insulti, per non parlare di antisemitismo. Cerco di guardare il lato buono della faccenda: forse, grazie a quella mia inziale, innocua irruenza, finalmente si riuscirà a metter fine a quest'andazzo per il quale una vera e propria "casta giornalistica" si sente in potere di poter agire in qualsiasi modo, anche contravvenendo alla legge, pensando di restare per sempre impunita.Ora il mio obiettivo è dimostrare che così non è. Ho intenzione di andare fino in fondo a questa faccenda, far valere i miei diritti ma soprattutto dimostrare in che regime d'informazione viviamo.Riotta ha passato il segno.Grazie ancora per la sua attenzione,
Fabio
Carlo Gambescia ha detto:
Dovere, come dicevano i nonni, caro Fabio,
In bocca al lupo e un amichevole saluto,
Carlo