lunedì, luglio 30, 2007

La bandiera e il “pallone”. La vittoria della nazionale irachena nella Coppa d’Asia.

Il calcio unisce e la politica divide? Ecco la domanda che ci siamo posti vedendo scorrere in tv le immagini degli iracheni in festa per la vittoria nella Coppa d’Asia della squadra nazionale.
Si dirà, la gioia passerà in fretta, e la guerra civile, tornerà a divampare come prima, se non peggio. Resta però il fatto, stando almeno alle immagini televisive, che non pochi iracheni, di ogni età, hanno festeggiato, ammantandosi i corpi, spesso vestiti di poveri stracci, con la bandiera irachena. Il che significa, che nonostante tutto, dal Sud al Nord del paese, almeno calcisticamente, lo spirito unitario e patriottico sembra ancora sentito, o comunque non spento del tutto. Un fatto, questo, che non depone in favore, del progetto americano di smembrare definitivamente l’Iraq.
Diciamo, allora, che il calcio “potrebbe” unire, quel che sembra già unito. Usiamo il condizionale, perché, per ora, resta difficile dare una valutazione completa dell’episodio, dal momento che si dovrebbe almeno conoscere la composizione, secondo la fede religiosa, della squadra nazionale; il ruolo e l’estrazione politica dei dirigenti; le relazioni di questi ultimi con la nuova classe poltica filoamericana. E infine, sarebbe necessario saperne di più, sulle scelte politiche dei “tifosi” scesi nelle strade.
Nel Novecento, lo sport (e in particolare il calcio) ha seguito la politica, subendone i condizionamenti. Ad esempio, si pensi all’ ostracismo, pur con motivazioni differenti, nei riguardi di Nazioni come il Sud Africa, Cuba e la stessa Unione Sovietica. E per contro - se ricordiamo bene - al celebre saluto a pugno chiuso, immortalato dai fotografi di tutto il mondo, degli atleti afro-americani, saliti sul podio, in occasione delle Olimpiadi messicane del 1968. Per non parlare, delle grandi vittorie negli anni Trenta della nazionale fascista, addirittura in camicia nera. O delle Olimpiadi berlinesi del 1936, con Hitler, in prima fila, che riceveva l’ipnotico saluto a braccio teso di folle, al tempo stesso, rapite e felici di rappresentare una Germania, sul punto di rinascere.
Perciò, al di là di quel che possano realmente pensare gli iracheni, crediamo che questa vittoria verrà, presentata, soprattutto dalla stampa occidentale, come un segnale di ripresa della società irachena: una vittoria della democrazia "multiculturale" (e in futuro "federale") , introdotta dai liberatori americani. E tutti sappiamo come.
In realtà, il quadro sembra essere più complesso, e se fossimo nei panni di Bush e dei suoi consiglieri, inizieremmo a riflettere sulla effettiva fattibilità del piano americano di smembrare l’Iraq. Perché se è vero, come abbiamo ricordato, che la politica tende a subordinare lo sport, è altrettanto vero che gli iracheni scesi nelle strade per festeggiare la nazionale, hanno compiuto un atto patriottico e perciò politico. Che potrebbe trovare un suo sbocco istituzionale, qualora le diverse forze politiche e religiose (in primis sciiti e sunniti) che si oppongono, ma su posizioni opposte, all’occupazione anglo-americana, riuscissero a trovare un accordo, per salvare l’unità del paese.
In conclusione, il “popolo” iracheno, oltre a mostrare una grandissima passione per il calcio, pare aver espresso una preferenza nazionale. Insomma, detta brutalmente, il “tifoso” iracheno vuole il “pallone” ma anche la bandiera.
E qui, la vera questione, è che, per ora, non sembrano esserci dirigenti o capi politici iracheni in grado di capirlo. Per restare in tema, c'è la squadra, ma non l'allenatore.

venerdì, luglio 27, 2007

"Second Life". Qualche riflessione.

Qual è il senso sociologico profondo di Second Life? Quello di essere un gioco? Quello di creare comunità virtuali? Quello di appagare le frustrazioni esistenziali e far così felici gli individui? Quello di far guadagnare in qualche modo chi vi collabori o partecipi o, comunque, per via indiretta il sistema economico capitalistico? Che non è sicuramente un sistema, già di per sé, molto equo.
Crediamo che l’elemento costitutivo di questo “nuovo mondo” virtuale sia, ancora una volta, e purtroppo, la ricerca utilitaristica e individuale della felicità, elevata a livello di sistema sociale ed economico. Non che via sia nulla di male. Ma di certo, più aumenta la quantità di ore trascorse davanti a un computer, per costruirsi una Seconda Vita, più si riduce la quantità di tempo dedicata alla Prima Vita.
Ma per quale ragione si tratta di un’ attività utilitaristica( e individualistica)? Perché, non ci espone, non si rischia, non si punta al dispendio, del proprio essere sociale concreto. Si pensi alla differenza che corre, almeno in linea di principio, tra le attività svolte, in termini di dono del proprio tempo libero, dal membro di un’associazione di volontariato, e da chi, chiuso in una stanza, davanti al computer, progetta, per il suo solo appagamento individuale, un mondo immaginario.
Il che, certo, non significa che la stessa persona, non possa alternare attività sociali di Prima Vita, ai giochi virtuali di Seconda Vita . Ma non sempre accade: non tutti riescono a conservare l’equilibrio necessario.
Inoltre il “meccanismo” di Seconda Vita , ricorda quello della “macchina dell’esperienza”, teorizzato ad esempio da Nozick, filosofo e pensatore sociale, non insensibile agli argomenti dell’utilitarismo individualistico.
Immaginiamo una macchina o stanza, che possiamo chiamare “stanza della felicità”, nella quale chiunque vi entri potrà vivere, anche se in modo immaginario, un vita felice. Ora, sarà “vera” felicità? Assolutamente no. Nozick, infatti, ci invita a rientrare subito nella vita reale.
Però, ecco che, la “stanza della felicità” se realizzata “concretamente”, come nel caso di Seconda Vita, introduce una seconda scelta di tipo utilitaristico. Nel senso che chi può “farne uso” (attualmente 8 milioni di persone nel mondo), per una serie di ragioni legate a un sistema economico basato sul profitto e sui consumi (differenziati), ma di tipo emulativo, si sente già psicologicamente più appagato, di chi non può “farne uso”.
Il che genera un “fatto sociale” (qualcosa che ha forza propria): chi “fa uso” di Seconda Vita ”deve essere” (per forza) felice “Fatto sociale”, che spinge l’individuo a comportamenti emulativi o mimetici (e dunque collettivi), dai quali poi trae slancio l’economia capitalistica fondata sulla diseguaglianza sociale e su una divisione retributa in modo altamente ineguale del lavoro. E così, grazie all’ indotto che finisce per ruotare intorno ai “paradisi artificiali” dello spazio web, il sistema economico cresce. Di più: espandendosi rischia di moltiplicare le diseguaglianze sociali, dal momento che potrebbe sussistere - ma la cosa andrebbe provata sul piano empirico - una proporzionalità diretta tra la crescita dell'individualismo utilitaristico (in tutte le sue forme) e la crescita delle diseguaglianze sociali.
Riassumendo. Second Life dà poco e toglie molto, in termini di vita reale (di Prima Vita). Favorisce, e si nutre di individualismo utilitaristico. Andando così a rafforzare quell’assenteismo sociale e politico, che purtroppo segna il nostro tempo.
Perciò un solo consiglio, soprattutto ai giovani: "giocate" pure, ma non fatevi travolgere. La vera vita è la Prima Vita. Ed è quella, che va cambiata.
Tutti insieme.

giovedì, luglio 26, 2007

Meta (political) comics: L’ultima del Corrierone: il pensionato piromane

E bravo il Corriere della Sera che nella sua battaglia contro i pensionati, dopo i professori, cerca pure di schierare, suo malgrado, il Corpo Forestale. Ieri, a proposito degli incendi, dall’intervista al responsabile del suo Nucleo Investigativo, è venuto fuori che tra i piromani, c’è un trenta per certo di colpevoli, che si dichiara “pensionato”. Bene, il Corrierone, fa uscire l’intervista, con un titolo di taglio basso, a pagina due, che è tutto un programma: “un piromane su 3 è pensionato”. E vai con la caccia al vecchietto, che tutto sudato, sotto il sole e col cerino in mano, e l’occhio all’acqua pazza, andrebbe in giro a imitare Nerone…
Sempre nella stessa intervista, si dice però che l’altro settanta per cento di piromani, si compone di operai, impiegati, disoccupati, agricoltori, e “altro” (ben il 19 per cento del totale). Insomma, il solito bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, di certo giornalismo mordi e fuggi. Forse, si poteva fare qualche domanda in più al responsabile? E invece, no. Il redattore, ha buttato dentro il carniere il suo vecchietto col cerino acceso, e tutto soddisfatto, messo giù il telefono, ha scritto il suo bell’articolo, per la gioia di Via Solferino, piani alti. Dove sembra si sogni di abbattere quindici pensionati al secondo: più o meno lo stesso ritmo delle copie vendute al secondo dell’ultimo Harry Potter. Però, pare pure, che i vecchietti usino i cerini per arrotondare la già magra pensione.… Come ammette, a denti stretti, lo stesso titolo corrieraceo.
Conclusione: seguendo la logica “suggerita” dal Corriere, se passasse la riforma pensionistica diminuirebbero pure gli incendi estivi. Se invece si rimanesse così, l’Italia andrebbe a fondo economicamente, e coi boschi in fiamme…
Che dire? Qui lo diciamo e qui lo neghiamo, ma se fossimo, già vecchietti, andremmo prima dal tabaccaio, e poi a prendere una boccata d’aria dalle parti di Via Solferino...

mercoledì, luglio 25, 2007

Il libro della settimana: Teodoro Klitsche de la Grange, L'inferno dell'intellettuale, Nuove Idee, Roma 2007, pp. 80, euro 10,00

Teodoro Klitsche de la Grange, giurista, politologo, avvocato e direttore del trimestrale “Behemoth”, conduce, da sempre, una sua guerra personale e intellettuale, contro il “perfettismo”. O per dirla giornalisticamente, contro il buonismo.
I lettori ricorderanno sicuramente la sua gustosissima Apologia della cattiveria (Liberilibri 2003), dove già accennava a quel costume politico, di certa sinistra pseudodemocratica, che tutto assolve e perdona (perché gli uomini sarebbero costitutivamente buoni…), pur di giungere al potere. Per poi, una volta agguantatolo, togliersi la maschera buonista. Se ci si passa la caduta di tono, Prodi, probabilmente, ne è l’uomo-simbolo, oggi in Italia: con quei modi (apparentemente) bonari, da pacioso parroco di campagna. Salvo poi tagliare le pensioni e aumentare le tasse…
Ovviamente, l’ottica di Klitsche de la Grange è quella del raffinato giurista, che conosce a fondo i meccanismi istituzionali che regolano il funzionamento della società umane. E qui va ricordato un altro suo libro, molto bello, di qualche anno fa, Il doppio stato (Rubbettino 2001), dove a proposito di maschere giuridiche, politiche e sociali, aveva notato come lo stato moderno continuasse a reggersi su un doppio registro, quello del duplice diritto: praticato e proclamato; il primo nelle mani delle burocrazie giudiziarie; il secondo in quelle dei riformatori liberal-democratici, più o meno, bene intenzionati. Ma sia gli uni che gli altri, tutti profondamente consapevoli, che dietro la maschera benevola dello stato di diritto, si annidano sempre concreti, e spesso egoistici, interessi. E dunque, la possibilità stessa del conflitto, anche se seminascosta dietro il moralismo di giudici e politici.
In Klitsche de la Grange, insomma, è sempre presente il ricco lascito della scuola realista: da Machiavelli a Hobbes, da Schmitt a Freund, solo per fare alcuni tra i nomi più importanti. La sua pagina è sempre ricca di puntuali riferimenti a una scienza giuridica e politica, libera da sogni perfettisti. O meglio incubi, volti a scorgere nel diritto, parafrasando Marx, un’arma, e non solo in senso figurato, non per interpretare il mondo, ma per cambiarlo in una specie di Paradiso in Terra. Di qui, ripetiamo l “antiperfettismo” di Klitsche de la Grange , e quel suo gusto, così paretiano, di decostruire le derivazioni (o ideologie), tese a coprire i reali moventi umani. Motivazioni che, purtroppo, non sempre sono ispirate dall’amore per il prossimo. Ma molto spesso dalla volontà di potenza. Che, ama sempre celarsi dietro ideali nobili e modi suadenti: “buonisti, per farla breve.
In quest’ultima fatica, L’inferno dell’intellettuale (Nuove Idee, Roma 2007, pp. 80, euro 10,00), riteniamo che, pur nei limiti di un piccolo volume, Klitsche de la Grange, dia il meglio di sé. E, tra l’altro in una forma narrativa godibilissima: quella del dialogo tra il giudice e l’imputato. Tuttavia non in questo Mondo, ma nell’Altro. Ci spieghiamo meglio, riassumendone la trama.
Un intellettuale italiano postcomunista (ma la figura è universale), muore e finisce davanti al Minosse, celebrato dagli antichi e da Dante: un giudice inflessibile, che deve decidere il suo destino ultraterreno, aprendogli una delle porte, non dell’Ade, ma dell’Inferno dei cristiani. Quella che conduce al girone dantesco, dove secondo la legge del contrappasso, dovrà scontare le colpe di cui si è macchiato in vita. Bene, il libro si dipana tutto intorno al dialogo tra Minosse e l’intellettuale dannato, che cerca in qualche modo di giustificarsi. Il confronto tra i due, non è altro che un sapiente distillato di storia e teoria della politica. Diremmo, quasi un corso accelerato in argomento, però di livello post-universitario, ma vivacissimo e brillante, a differenza di tante noiose e mediocri lezioni accademiche.
L’intellettuale postcomunista, prova a discolparsi, invocando proprio il suo “buonismo”: il suo essersi prodigato a favore della liberazione dell’umanità in nome della causa comunista. Ma alla domanda di Minosse, sui milioni di morti provocati, l’ “imputato” tace, come a scrollarseli di dosso. Né risponde in modo sincero, su quel suo essersi abilmente “riciclato”, dopo la caduta del comunismo, continuando ad accumulare nell’Italia degli anni Novanta, onori e incarichi ben retribuiti. L’ “imputato”, infatti, asserisce ipocritamente di essersi schierato, in quel periodo, come nel passato, dalla parte della legalità: una legalità, come gli fa notare ironicamente Minosse, congiunta a un finto moralismo a senso unico, da usare esclusivamente contro gli avversari politici. Insomma, una vita, quella dell’ “imputato” trascorsa ad ingannare se stesso (ma fino un certo punto, secondo il “giudice”) e soprattutto gli altri. Sperando, di riuscire così a costruire sulla menzogna, la società degli uomini liberi: di edificare il bene con il male.
Il che, per il realismo politico, entro certi limiti può essere accettato (soprattutto quando si tratta di male minimo, e non certo del massacro di milioni di persone): gli uomini non sono angeli. Tuttavia, come rileva Minosse, è possibile “cambiare regime politico, ma non decidere di uscire per sempre dalla politica ( e dalla storia)”: pretendere di coniugare il massimo del realismo politico con il massimo dell’utopia. Perché così si finisce sempre per aprire la strada a una pratica politica, dove in nome del sogno rivoluzionario tutto è ammesso: gulag, massacri, guerre.
La politica ha le sue leggi e l’uomo la libertà di scegliere: ecco il nodo. Se l’uomo rinuncia a fare i conti con entrambe, rischia di entrare nel circolo vizioso della menzogna e dell’utopia. Perché finisce con l’ignorare che il politico (come conflitto e decisione), tende a riproporsi in ogni tipo di società, anche in quella comunista. Con la differenza, che dove non c’ è libertà, come nella società totalitaria, l’uomo resta privo di difese, dinanzi al politico trasformatosi in Stato-Leviatano.
Ci sembra una lezione interessante, sulla quale riflettere. Mentre sulla pena a cui verrà condannato l’intellettuale postcomunista, preferiamo non dire. Lasciamo che sia il lettore di questo denso libretto, a scoprirlo.

martedì, luglio 24, 2007

La saga di Harry Potter. Consigli per gli acquisti


“Sono venti milioni le copie di Harry Potter and the Deathly Hallows (Harry Potter e le Reliquie Mortali) andate a ruba in tutto il mondo in soli tre giorni. Venduto in Gran Bretagna al ritmo di 15 copie al secondo, il settimo e ultimo capitolo della saga di J.K. Rowling ha stracciato tutti i record del volume precedente, Harry Potter e il Principe Mezzosangue, che era sparito dagli scaffali a una velocita' di "appena" 13 copie al secondo. A renderlo noto e' stata WH Smith, una delle piu' grandi catene di distribuzione libraria del Regno Unito. (Agr)”

Il successo della saga di Harry Potter invita a fare due riflessioni.
La prima concerne l'esame dei meccanismi editoriali e mediatici che hanno trasformato una delle tante storie per ragazzi in una gigantesca macchina per fare soldi: un processo, come per altri “prodotti” analoghi, strettamente legato al nesso consumistico libro-film-gadget. Nulla di nuovo sotto il sole.
La seconda, più interessante, riguarda invece il genere di messaggio che i libri di Harry Potter veicolano all’interno di un pubblico di adolescenti, e di ex adolescenti ormai cresciuti, come dire, all'ombra del successo "seriale" della “saga”.
Si tratta di "segnali" molto rassicuranti, "law and order". E che non hanno nulla in comune con le accuse mosse alla Rowling di scrivere libri "intrisi di magia".
Dietro l'intera saga, infatti, non c'è come ideologia-guida la celebrazione della magia ma il culto del “professionismo liberale”, di estrazione borghese: quello un tempo veicolato dalle storie a fumetti di Walt Disney: dello “studia sodo, preparati, scegli una professione, molto remunerativa, e divieni esercitandola un pilastro di quella stessa comunità, che fornendo gli strumenti di studio (scuole e università), ti ha concesso di diventare uno stimato professionista” . Che poi in realtà nelle nostre società la selezione delle élite segua altri percorsi fiduciari e clientelari, e che spesso funzioni al contrario, provocando sfruttamento, nevrosi, fallimenti, rabbia e violenza, poco importa... Il ruolo di una "ideologia-guida" è quello di fornire un modello di comportamento, come dire, a prescindere dalla realtà effettuale.
Si pensi alle “basi” sociali narrative della saga: Harry Potter è un aspirante mago, professione ben remunerata, e che sicuramente, poiché rivolta al bene, gode della stima della comunità. Inoltre la scuola di Hogwarts, è aperta a tutti (anche ai figli dei “babbani”, dei “non maghi”, ma anche ai figli dei maghi poveri: ecco un esempio di interclassismo che piacerebbe a un Rawls (sinistra liberale). E che non sarebbe sgradito neanche a un Hayek (destra liberale), dal momento che per accedere a Hogwarts si deve dimostrare di poter raggiungere i più alti livelli di eccellenza: Harry Potter e i suoi compagni di corso, sono perciò scelti perché, già possiedono tali qualità, a prescindere dalla "classe sociale" di appartenenza. E nei sette anni di studio, a poco a poco, i “maghetti” oltre a scoprire di possederle, acquisiranno quell'idea di “professionismo”, che una volta diventati "maghi" li renderà a un tempo eguali e diversi: eguali all'interno del "gruppo sociale" dei maghi (pur nel rispetto delle gerarchie interne) ma diversi, perché professionalmente qualificati, rispetto al resto (e alla “media"”) della società. Ma al servizio di quest'ultima, nei termini, di uno gnosticismo benevolo (come possesso di un sapere esclusivo, specialistico e potenzialmente fonte di potere e ricchezza, socialmente accettati).
Si tratta, insomma, di un messaggio socialmente conservatore borghese (forse fin troppo vecchio stampo), che non ha nulla di rivoluzionario. Con in più quel “pizzico” di individualismo, anarchicheggiante, che segna certe improvvise decisioni di Harry Potter ( prese sempre a fin di bene), gradito al versante anarchico-libertario del liberalismo contemporaneo (non tanto a un Nozick, quanto un Walter Block). E che in fondo fa chic.
Di qui perciò la volontà mediatica, già intrisa ideologicamente di professionismo liberale e alto borghese, ma affamata di profitti (senza per questo parlare di complotti), di dare massima diffusione a una "saga", i cui libri “si vendono al ritmo di 15 copie al secondo” : un criterio di giudizio a dir poco demenziale, soprattutto se applicato a valori culturali.
Ma purtroppo è così. Quel che conta, per i "poteri forti" dell’editoria mondiale, è far crescere i profitti e indicare ai dodicenni, coniugando abilmente "evasione" e consenso, come unica strada percorribile, quella che va verso Hogwarts: quella della divisione sociale e liberale del lavoro.
E quindi del capitalismo liberale come il migliore dei mondi possibili.

lunedì, luglio 23, 2007

I rossi e i neri di Casalbertone. Le radici del (neo)fascismo e del (neo)comunismo. Qualche riflessione.

Perché a più di sessant’anni dal 1945 e a sedici dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica (ma la crisi del “socialismo reale”, era già iniziata almeno nel 1956) alcuni gruppi di giovani attivisti politici, continuano a contrapporsi in nome del (neo)fascismo e del (neo)comunismo? E con una ferocia verbale e talvolta fisica, che lascia interdetti? Come è accaduto in questi giorni a Roma, nella zona di Casalbertone.
Possono essere date tre spiegazioni, diciamo così superficiali. Vediamo perché.
In primo luogo, si può partire dalla tesi, molto diffusa a sinistra, del neofascismo, come “guardia bianca” del capitalismo. Come movimento delinquenziale rivolto a reprimere le lotte sociali, ponendosi al servizio di interessi economici borghesi e conservatori. A questa tesi, ne corrisponde un’altra a destra, altrettanto rozza, quella che vede nel neocomunismo, un movimento, puramente criminale, dietro il quale, si nascondono le forze occulte della sovversione mondiale. Di conseguenza, su questo piano, che potremmo chiamare delle reciproca criminalizzazione, le dinamiche tra neofascisti e neocomunisti, non possono non essere conflittuali, e sfociare regolarmente in scontri fisici. La cui responsabilità, di volta di volta, ciascuna parte addebita all’altra. Scontri che possono provocare, l’intervento del potere repressivo dello stato, facilitando così derive moderate e quietiste della politica, attraverso l'individuazione pubblica di un nemico (l'estremismo) che "turberebbe" la normale vita sociale dei cittadini benpensanti e timorosi di disordini.
In secondo luogo, va illustrata, a tesi liberal-democratica, che vede nel neofascismo e nel neocomunismo, due forme di deprivazione culturale e sociale. Secondo questa tesi, chiunque dia la sua adesione a movimenti neofascisti e neocomunisti, avrebbe seri problemi di integrazione sociale, legati a forme di cattiva o mancata socializzazione ai valori democratici. Di qui la necessità di escludere, in quanto antidemocratici, sia gli uni che gli altri, dalla decisione politica, e se necessario, anche dal dibattito politico e culturale, “silenziandone” fin dove possibile le idee, grazie alla complicità “funzionale” dei mezzi di comunicazione sociale. O, se necessario, intervenendo, attraverso la polizia e la magistratura. Facilitando, anche in questo caso, le derive moderate e quietiste di cui sopra.
In terzo luogo, va ricordata, una certa tesi, che prevale a destra (e come vedremo anche a sinistra). E che vede i movimenti neofascisti popolati di inguaribili romantici, talvolta violenti, ma tutto sommato recuperabili, o comunque utilizzabili politicamente. Questa tesi, fa il paio, con un’altra simile che prevale a sinistra. E che vede, a sua volta i movimenti neocomunisti popolati di “sognatori” e utopisti, talvolta violenti, ma nonostante tutto, se "addomesticati", capaci di “portare voti”. Questa interpretazione del neofascismo e del neocomunismo può essere denominata “ludico-elettorale”. Nel senso che di solito implica la “ludicizzazione” di questi movimenti, attraverso la loro riconversione in "gestori" di attività (non scherziamo) “social-divertentistiche”, utili per "canalizzare" voti verso i partiti moderati, a destra come a sinistra.
Queste tre interpretazioni: a) quella della reciproca criminalizzazione; b) quella della deprivazione sociale e culturale a sfondo antidemocratico; c) quella “ludico-elettorale”, non spiegano però come mai alcuni giovani continuino tuttora a identificarsi nei valori del neofascismo e nel neocomunismo.
Probabilmente la parola chiave è “valori”. Una termine che le tre interpretazioni si rifiutano di considerare, dal momento che preferiscono ridure i valori a pura copertura di attività criminali (prima interpretazione); a vuoti corollari dei processo di integrazione sociale e democratica (seconda interpretazione); a innocuo folclore social-divertentistico (terza interpretazione).
Invece la questione è piuttosto seria . Perché in realtà, per ogni società, riconoscere l’importanza dei valori significa confrontarsi con il significato che essa attribuisce a un insieme di principi, direttivi del comportamento sociale. Ma parlare di valori, per ogni società, non è mai facile, perché implica una riflessione seria sui propri valori. Di qui la preferenza storica a liquidare come negativo tutto quello che non è in consonanza con i valori dominanti. Come oggi avviene con i movimenti neofascisti e neocomunisti, bollati come criminali, antidemocratici e folcloristici.
Mentre se invece si esaminassero, senza pregiudizi, i valori ai quali si ispirano questi movimenti, si scoprirebbe che in entrambi è possibile rinvenire oggettivamente un fattore comune: il rifiuto della società capitalistica, così come si è conformata in Occidente dopo il 1945, Certo, è un rifiuto articolato con modalità differenti, come tuttora si rinfacciano reciprocamente neofascisti e neocomunisti, ma sempre di rifiuto si tratta.
Inoltre l’opposizione, in termini di valori alla società capitalistica, che non è il migliore dei mondi possibili come vogliono farci credere, resta la principale area valoriale di aggregazione e di reclutamento sociale di questi movimenti. Le cui dinamiche di crescita e decrescita politica, come i tassi di eterogeneità sociale, economica e culturale dei membri reclutati, andrebbero studiati, a prescindere dal discrimine destra-sinistra, e correlandoli agli alti e bassi del ciclo economico e delle conseguenti politiche di welfare.
Il che significa, almeno in linea ipotetica, che fin quando esisterà il capitalismo esisteranno questi movimenti. E che, se il meccanismo socioculturale, che li regola, continuerà a essere quello del rifiuto del capitalismo, questo rifiuto, in quanto valoriale, e dunque principio di comportamento e identità, resterà per questi movimenti non negoziabile. E resterà tale, a prescindere sia dalle dinamiche storiche (caduta del fascismo, dissoluzione del comunismo, eccetera), sia da quelle esistenziali. Perché la scelta valoriale continuerà a “fare premio”, sul cosiddetto ricambio generazionale. Nel senso che di generazione in generazione, il numero delle adesioni, in base al ricambio, resterà comunque stabile (anche perché uno dei punti di forza di questi movimenti è la capacità di trasmettere e socializzare i propri valori). Parliamo ovviamente come è noto, di percentuali elettorali piuttosto basse: intorno al 2 % per i movimenti neofascisti, e forse al 4 % per i movimenti neocomunisti, come si dice, duri e puri. Fermo restando poi, che la cosiddetta base degli attivisti, attualmente ammonterebbe, per entrambi i movimenti, ad alcune decine di migliaia di persone.
Ora, per il futuro, considerati, anche gli alti e bassi del capitalismo, questi movimenti, di sicuro continueranno a riprodursi. Resta invece difficile ipotizzarne l’evoluzione in termini quantitativi. Legata, almeno in parte, alla non prevedibile evoluzione del sistema economico-sociale dominante. Quel che invece ci auguriamo, è che questi movimenti, possano finalmente comprendere, che proprio alla luce della comune scelta valoriale anticapitalista, continuare a farsi reciprocamente “guerra” è un errore politico e storico e sociologico. Perché significa favorire derive moderate e quietiste, che possono prolungare, o comunque rendere più facile, la vita di quel capitalismo "selvaggio" che questi movimenti dichiarano invece di voler combattere.

venerdì, luglio 20, 2007

L’Italia delle "trame". Riflessioni sul ruolo sociologico della verità.

Sembra che dietro la morte di Borsellino, all’epoca, vi fossero “pezzi” di servizi segreti deviati… Anche questa volta, perciò, assisteremo all’ennesima “partita di caccia” alla verità da parte della magistratura, dei media, eccetera. E, in effetti, se si ripercorre la storia d’Italia degli ultimi sessant’anni, di misteri mai risolti è possibile ricordarne molti.
Qui però, quel che ci interessa, non è tanto la ricostruzione dei fatti, di ogni singolo “mistero d’Italia”, quando riflettere sul ruolo sociale della verità. Che cosa intendiamo dire?
Le società moderne si reggono, su un patto tacito: quello basato sull’idea che la verità può essere pericolosa per la sopravvivenza delle istituzioni: il cittadino non deve sapere più di quello che gli sia necessario sapere. Come, per le singole persone, alle quali i moderni riconoscono una sfera intima, da difendere a ogni costo, dove spesso covano pulsioni inconfessabili neppure a se stessi, così per la società politica, e in particolare per le istituzioni, si ritiene a livello di sapere politico tacito, che esista un nucleo segreto, che riguarda la loro difesa, da ogni interferenza pubblica da parte dei cittadini.
Sempre restando in ambito moderno, va detto che questa concezione antropomorfica e privatistica, delle istituzioni collide con la teoria democratica della politica. Che però, a sua volta, usa mettere la verità ai voti: è vero, quel che una “maggioranza" di persone decide sia vero… Perciò da un lato abbiamo il potere, che difende la sua “verità privata”, intima, dall’altro, la società politica e democratica, che però difende, di volta in volta, verità pubbliche differenti, legate all’applicazione della logica maggioritaria.
In questo senso, le società moderne, sono diverse da quelle premoderne, dove, non essendovi, in termini socialmente antropomorfici, nessuna distinzione tra pubblico e privato, né una teoria democratica della politica, la verità pubblica, nel singolo come nelle istituzioni, finiva storicamente sempre coincidere con quella privata. O, eventualmente, scontrarsi, in alcune circostanze, con una forma di verità “superpubblica”, fondata su criteri religiosi o spirituali. Forma, quest’ultima, che i moderni, assetati di libertà dal trascendente, hanno completamente soppresso.
Questa distinzione, a prescindere dal sistema economico, spiega sul piano empirico la maggiore stabilità politica dei sistemi premoderni rispetto ai moderni (certo, a detrimento della democrazia, così come la intendiamo noi), in termini di durata temporale delle istituzioni: almeno sei millenni contro un pugno di secoli. Sussiste però un elemento sociologico che accomuna le società premoderne a quella moderne. Quale? Il riconoscimento (tacito o meno) delle istituzioni da parte dei cittadini, sempre necessario perché segna la vita e il destino di ogni società politica organizzata. Bene, questo riconoscimento diviene tanto più ampio quanto più il potere si stabilizza. Di conseguenza, nelle società moderne, profondamente instabili a causa del conflitto tra concezione privatistica delle istituzioni, fondata sul segreto, e teoria democratica della politica, basata sulla “verità" pubblica, ma "messa ai voti”, questo riconoscimento è sempre in discussione. Da questo punto di vista, anche gli stessi processi rivoluzionari (che si sono succeduti numerosi), continuandosi a muovere all’interno di una visione moderna, non hanno favorito, nelle rispettive società storiche, alcuna “scoperta della verità”, in senso pubblico se non in modo parziale, e in termini temporali, molto limitati. In questo senso, la verità, almeno per i moderni non è assolutamente rivoluzionaria.
Ora, per tornare all’Italia “delle trame” segrete, va detto che quanto più si insiste per sapere la verità “completa” sui misteri d’Italia, quanto più dall’altra parte, quella delle istituzioni, ci si chiude nel segreto (si tratta di una specie di “riflesso condizionato”, esito di una visione antropomorfica del potere), mentre dall’altra parte, quella della società politica, si possono opporre solo “brandelli” di una verità, condannata di volta in volta, a cambiare, a causa della logica maggioritaria, che regola la verità nella democrazia moderna. Ovviamente, all’ aspetto sociologico che abbiamo fin qui delineato, vanno sommate le variabili legate al contesto storico italiano ( tardiva indipendenza politica, cattive tradizioni amministrative, eccetera) e alla scarsa qualità politica della sua classe dirigente, che spesso mostra di piegare agli egoistici interessi del momento, sia la concezione antropomorfica del potere, sia la teoria politica democratica, rendendo così indistinti i contorni ideologici della lotta politica.
Per ottenere, qualche risultato, si dovrebbe ritornare a una visione “superpubblica” della verità, e dunque non fondata sulla moderna distinzione antropomorfica tra pubblico e privato, ma su principi eterni e sovratemporali. Una scelta che però sarebbero in contrasto con la teoria democratica della politica, che invece si basa su una verità di tipo maggioritario, non eterna ma contingente.
Dispiace dirlo, ma fare luce sui misteri italiani è sociologicamente impossibile.

giovedì, luglio 19, 2007

Gigi Proietti, Maurizio Costanzo e il teatro Brancaccio. Una sostituzione “a sangue freddo”…

Quel che è successo a Gigi Proietti, ieri esonerato, dopo sei splendidi anni, dalla direzione artistica del Brancaccio, e sostituito con Maurizio Costanzo, è una brutta fotografia di come vanno le cose in Italia.
Purtroppo Proietti ha commesso due errori, per così dire. Il primo di essersi messo contro Maurizio Costanzo, l’uomo “televisivo” più potente d’Italia. Il secondo, di non disporre di padrini politici. A riguardo è significativa - e per alcuni addirittura sospetta - la passività dell’ amministrazione comunale, che prima ha indispettito il proprietario dello stabile, Alessandro Longobardi, rinviando per tredici mesi la sottoscrizione del nuovo contratto (il Comune pagava l’affitto del teatro), e poi cavandosela, nella persona di Veltroni, con le solite frasi di circostanza (“L’esperienza del Brancaccio continuerà, non importa dove, ma continuerà … Sono molto colpito, amareggiato e sconcertato…”). Quando gli addetti ai lavori, sanno perfettamente, che a Roma non si muove foglia che il sindaco non voglia… Ad esempio, ieri, guarda caso, sulle pagine romane del Corriere della Sera, di stretta osservanza veltroniana, non c’era una riga, una, sulla questione. E pensare, che fino a ieri l'altro, Proietti, veniva intervistato un giorno sì e l’altro pure.
La vera questione non è la passività di Veltroni, ma quella di una politica, a destra come a sinistra, completamente sottomessa, ai “poteri forti”, nei vari settori. E con i media che seguono ruota…
Qual era il problema? Che Proietti, evidentemente per ragioni di contenuti e di coerenza con il cartellone del Brancaccio, nicchiava sull’inclusione di un musical in stile Mediaset, scritto e prodotto da Costanzo, come era suo diritto, in quanto direttore artistico. Evidentemente, Costanzo, ormai da decenni, poco abituato a “soffrire” e attendere, inarcando il sopracciglio sinistro, ha fatto intendere a chi di dovere che non poteva più aspettare... E in una “notte”, come si legge sui giornali, Proietti è stato sostituito dal proprietario del teatro. Un “avvicendamento”, del direttore artistico, ovviamente, ineccepibile, sotto l’aspetto formale… Insomma, un’operazione a “sangue freddo” per dirla con Truman Capote.
Questa è l’Italia di oggi.
A Gigi Proietti, bravissimo attore e galantuomo , giunga tutta la nostra sincera solidarietà.

mercoledì, luglio 18, 2007

Il libro della settimana: Serge Latouche, La scommessa della decrescita, Feltrinelli 2007, pp. 224, Euro 16,00.

Quel che è successo ieri l’altro in Giappone, in seguito a un terremoto, tutto sommato di discreta entità, dovrebbe far riflettere sulla pericolosità, anche dell’uso civile dell’energia nucleare. E invece no: i media hanno subito minimizzato la fuoriuscita di acqua radioattiva dagli impianti della centrale della Tepco a Kashiwazaki-Kariwa. E, soprattutto si è continuato a leggere della necessità di provvedere, in particolare ricorrendo al nucleare, alla crescente fame di energia del nostro sistema economico e produttivo.
Siamo, insomma, davanti all’ennesimo atto di fede, non solo nel nucleare ma nella marcia infinita del progresso economico, ovviamente in senso capitalistico. E guai perciò a parlare di decrescita, o comunque di ricorso a fonti di energia più sicure, rispettose della natura… Invece, a nostro avviso, le tesi dei teorici della decrescita non andrebbero sottovalutate. Che il modello capitalistico di produzione e consumi richieda crescenti quote di energia è un dato di fatto, perfino banale Così come lo è il deterioramento della qualità della vita civile nelle società sviluppate. Non bisogna essere sociologi, per avvertire, la crescente insofferenza delle persone verso una vita sempre più frenetica, in città dove l’aria è divenuta quasi irrespirabile.
Indubbiamente, qualcosa (per alcuni tutto) non va nel capitalismo. E i primi a capirlo, dopo Marx, furono negli anni Venti-Trenta del Novecento i cosiddetti “morfologisti” (o Cassandre) delle civiltà: Spengler, Ortega, Sombart, Sorokin, solo per fare qualche nome. I quali scorsero nel capitalismo una macchina livellatrice di ogni valore umano, lanciata a folle velocità verso il precipizio. Questi pensatori, a differenza di Marx, si limitarono ad ammonire e confidare nella natura ciclica dei processi storici e sociali. Nel senso che raggiunto un certo limite, ogni società non può non tornare, talvolta tragicamente, sui propri passi. Perciò, anche il capitalismo, volente o nolente, avrebbe dovuto, prima o poi, cedere le armi, a una società fondata sul valori meno utilitaristici.
Oggi, i teorici delle decrescita hanno ripreso queste tesi, diciamo così, in chiave progressista, evitando di citare i pensatori “spostati” a destra. Se Spengler confidava nelle leggi cicliche della storia, Serge Latouche, ad esempio, spera di affrettare i tempi del cambiamento indicando nella decrescita “lo” strumento per passare a una società post-capitalistica. Che però si guarda bene dal descrivere a fondo. Come accade in quest’ultimo suo libro, La scommessa della decrescita (Feltrinelli 2007, pp, 224, Euro 16,00). Sul quale è comunque bene riflettere, perché ha valore paradigmatico. E’ utile, infatti, per misurare, non tanto l’entità del problema ( le crescenti disfunzionalità, interne ed esterne, del capitalismo), ma di certa inadeguatezza politica della teoria della decrescita. Il che è grave, perché di decrescita, o comunque di forti correzione sistemiche, si deve comunque parlare, se desideriamo garantire un minimo di futuro a coloro che verranno dopo di noi.
Il problema di fondo dell’approccio di Latouche - e dispiace ripeterlo ogni volta - è l’assoluta mancanza di una teoria politica. O meglio di un raccordo politico tra la trasformazione individuale (che dovrebbe portare il singolo a scegliere una vita improntata alla sobrietà (e, di fatto, anticonsumistica) e la trasformazione della società capitalistica in una società a sviluppo zero. E’ l’antico problema della transizione (ieri al comunismo, oggi alla società delle decrescita), che Lenin credeva di aver risolto sul piano sociologico e politico - producendo risultati disastrosi - con la creazione del partito-guida rivoluzionario. E, che sia chiaro, non dipendeva e dipende, dal tipo sistema economico al quale eventualmente si punti, ma dagli effetti di ricaduta politica, come vedremo tra poco, dei processi di integrazione individuale e collettiva.
Ma torniamo a Latouche. Un solo esempio: la scelta di ridurre le dimensioni delle imprese, scorporandole, come sembra suggerire, richiederebbe un potere centrale e decisionale (politico) molto forte, e non quello di comunità locali, sicuramente rissose, e incapaci di usare correttamente quella stessa democrazia diretta, su cui sembra confidare eccessivamente lo studioso francese. Resterebbe poi il problema, una volta ridotte le dimensioni delle grandi imprese nazionali, di come farle interagire con quelle straniere, che potrebbero non aver scelto il “piccolo è bello”. E, dunque, fagocitare, in un lampo, le imprese minori.
E’ il vecchio problema dell’anarchismo comunista (come credenza nello spontaneo autogoverno del sociale), che sembra viziare il teorema di Latouche. Per farla breve: se i tempi di trasformazione individuale, fossero gli stessi per tutti ( e qui si pensi, per ipotesi, a un mondo che accettasse nello stesso momento di passare di colpo al sobrietà), il problema politico non sussisterebbe. E Latouche avrebbe ragione. Ma dal momento, che gli individui come le società hanno tempi di maturazione profondamente diversi, va messo in conto il rischio che qualcuno (in genere il rivoluzionario di professione), dando torto agli “automatismi” di Latouche, possa decidere, una volta giunto al comando, di accelerare i tempi, imponendo un modello politico autoritario. Né aiuta la sua idea del capitalismo, come “megamacchina”: una superstruttura, che non essendo condizionata dall’uomo come da alcun corso e ricorso storico, finisce per apparire come un’entità anonima. Ma se il capitalismo non ha volto, dov’è allora il nemico? Non si rischia così di mobilitare le persone, evocando assurde ipotesi di complotti sociali ? Latouche, purtroppo, a queste domande non risponde, se non rinnovando la sua fede nella spontaneità creativa dei processi sociali. Processi, invece, che spesso sfociano, come si insegna da Aristotele in poi, prima nella demagogia e poi nella tirannide.
Concludendo, come favorire la decrescita e salvare, o meglio, sviluppare la democrazia? Occorre, crediamo, una nuova teoria del politico, al tempo stesso realista ma aperta alla trasformazione economica e sociale. Alcuni lettori, ora penseranno, che stiamo inseguendo una specie di quadratura del cerchio. Non lo escludiamo. Ma di una cosa siamo sicuri: la fede nel partito rivoluzionario da un lato, e negli spontaneismi sociali dall’altro, può provocare solo nuovi disastri. La decrescita economica deve perciò essere preceduta, o comunque accompagnata, da una "crescita politica". Prima sul piano teorico e poi pratico.
Coraggio, al lavoro!

martedì, luglio 17, 2007

Meta (political) comics: ascesa e declino della civiltà delle pensioni.

E così anche Draghi chiede più rigore sull’età pensionabile. Prodi sta preparando una sua proposta. Insomma, tutto va bene, pardon, va male, “signora la marchesa”… Le pensioni degli italiani di qui a qualche anno rischiano di trasformasi in un dolce e lontanissmo ricordo.
E qui, ci piace immaginare, una ipotetica lezione di storia, in un liceo ( se ci sarà ancora) del tardo XXII secolo: “Ragazzi oggi parleremo della seconda metà del XX secolo, epoca di decadenza, nota agli storici come “l’età della previdenza sociale”. Pensate lo stato asserviva i cittadini, di appena sessant’anni, versando loro mensilmente una pensione, in cambio della loro fedeltà… Come, del resto, accadeva anche in una delle epoche più buie della storia: il tardo Impero romano. Per fortuna, dopo ci furono le rivoluzioni liberiste, che eliminarono, anche fisicamente tutti quei fannulloni e scrocconi… Da allora chi non lavora non deve mangiare. E dunque, come sapete ragazzi, allo scoccare del centesimo anno, oggi, si accede all’ apposito programma 'soluzione finale' ”.
Ecco, come fra due secoli, in una luminosa aula scolastica, in stile minimal, una giovane professoressa, graziosa ma "algida", come la Bellucci di Matrix 2, potrebbe spiegare ai suoi alunni, tutti con telefonino incorporato nel cervello, le vicende dei nostri giorni.
Fantastoria? Mica tanto. Spesso quando oggi ci si azzuffa sulle pensioni - e qui non scherziamo - si dimentica che il “diritto di ciascun lavoratore a mantenere lo stesso dignitoso tenore di vita”, anche dopo il pensionamento, rappresenta nella storia del capitalismo l’eccezione e non la regola. Perché, nonostante due secoli di sfruttamento (chiedere ai contadini inglesi e ai tessitori indiani...), e qualche timida riforma sociale tardo ottocentesca, il capitale si è arreso (si fa per dire) solo dopo la catastrofe economica e bellica degli anni Trenta e Quaranta. Quando mezzo morto di paura, ha tirato fuori dal cilindro il coniglio-pensione per tutti, o quasi. Non potendo fare diversamente, dal momento che in Russia, Italia, Germania, gli spettatori, stufi dei soliti giochi di prestigio, rumoreggiavano intorno alla cassa, per chiedere il rimborso del biglietto, minacciando di sfasciare tutto.
Dopo di che, nei successivi trent’anni, la paura dei rossi e la "febbre" della ricostruzione hanno permesso di “erogare” pensioni a tutti. E così i politici celebravano se stessi, la democrazia e i diritti sociali; i capitalisti sopportavano e intanto incameravano, come al casinò, vincite altissime; i sindacati si godevano, forse troppo, la festa. Che di lì a poco sarebbe finita.
Infatti, negli anni Ottanta, passata la febbre e (quasi) caduta con il muro anche Unione Sovietica, il capitale, per buttarla sul romanzesco, si è tolto la maschera per riproporre, fischiettando, perfino a Gorbaciov (come se niente fosse...), i vecchi giochi di prestigio della domanda e dell’offerta, all’insegna del “chi fa da sé, fa per tre”. E "in c... va a te"...
E allora vai, e veniamo ai giorni nostri: il capitalismo vince su tutta linea. E impone, anche in Italia, tagli, scaloni- scalini e il sequestro dei Tfr…
Insomma, come insegna il vecchio Spengler, dopo ogni ascesa c’è sempre una caduta. Anche per la civiltà delle pensioni. Prodi, Sarkozy e compagnia bella, nonostante le chiacchiere, assomigliano agli ultimi, imbelli, imperatori romani. Ai quali i nuovi barbari (liberisti) del capitale impongono una sola regola: “nessuna regola”.
Chi li fermerà? Ci vorrebbe, un amico, per dirla con Venditti.

lunedì, luglio 16, 2007

L’Italia di oggi: “uomini forti” e "donne nude".

Un sondaggio Demos-Eurisko per la Repubblica rivela che gli italiani sognano l’uomo forte. O come si diceva un tempo l’ ”Uomo della Provvidenza”: decisionista, autorevole e finalmente capace di portare l’Italia, come spesso si legge, fuori dal guado. Su un altro versante il Financial Times descrive l’Italia come il “paese delle donne nude”. Dove i corpi femminili, svestiti, sono esibiti dai media senza alcuna remora o pudore.
Diamo per vera, o verosimile, questa propensione degli italiani per "uomini forti" e "donne nude". Che cosa c’è dietro?
In primo luogo, c’è un paese restato antico e moderno al tempo stesso. In che senso? Per un verso gli italiani sembrano apprezzare, ormai da sessant’anni, la democrazia e, da meno anni, anche il femminismo, ma per l’altro continuano a sognare il “patriarca”, anche in politica, e la Donna-Salomè, da spogliare, magari solo con gli occhi.
In secondo luogo, l’inclinazione politica per l’ "uomo forte", indica un basso di tasso di responsabilità civile e politica. Lo Stato continua ad essere ritenuto un estraneo, come centocinquanta anni fa. Insomma, gli italiani continuano a non tenere in alcun conto le istituzioni del ”Principato”, perché sperano, come sempre, nelle capacità del “Principe”…
In terzo luogo, il fatto che i media italiani si siano “impossessati” dei corpi femminili, è un esempio classico della veicolazione di contenuti arcaici - le ammiccanti nudità delle nuove Salomè (veline, attrici, eccetera) - attraverso strumenti modernissimi. Per fare un esempio, sarebbe come se all’improvviso si decidesse di ripristinare la pena di morte e trasmettere l’esecuzione dei condannati in televisione: un mezzo moderno (la tv) verrebbe così messo al servizio di un valore arcaico (la pena di morte). In questo senso, e per tornare a noi, l’arcaicità nel nudo femminile è costituita dal considerare la fruizione visiva del corpo nudo come un elemento di piacere esclusivamente maschile: Salomè continua ad esibirsi per il piacere del suo padrone, l’uomo. Ma in tv. Ovviamente, su questo aspetto va poi a innestarsi anche la moderna funzione del profitto capitalistico, e la conseguente mercificazione della donna-oggetto, secondo la classica definizione femminista.
Un’ ultima notazione. Dal momento che l’ ”uomo forte”(in politica), sembra sia auspicato in pari misura da uomini e donne, si può almeno sospettare che un elemento, di forte arcaicità, e dunque di atavica complicità con l'uomo, sia ancora presente nelle italiane (il godere segretamente, a loro volta, nel sentirsi strumenti di piacere, anche visivo, come Salomè). Il che spiega perché, molte giovani diano oggi in pasto il proprio corpo ai media. Spesso, anche a prescindere dal denaro. Perché i media amplificano quel "segreto" piacere femminile di cui sopra.
In conclusione, viene fuori il ritratto sociologico, e soprattuto antropologico, di un paese immaturo, con un forte inclinazione all’irresponsabilità collettiva, che sogna “padri” in politica e "padroni" a letto...

venerdì, luglio 13, 2007

Di nuovo battuto il Governo al Senato. Ma non è una questione di riforme elettorali

I fatti, purtroppo, stanno dando ragione a Berlusconi. La sua riforma elettorale in senso (quasi) proporzionalista sta rendendo difficilissima la sopravvivenza del governo Prodi.
Due domande.
I sistemi elettorali possono garantire stabilità ai governi? Nelle democrazie europee post-seconda guerra mondiale (gli Usa rappresentano un caso a parte, come vedremo) la stabilità politica è stata assicurata da efficienti sistemi elettorali?
Quanto alla prima domanda si può rispondere asserendo che la stabilità dei governi democratici contemporanei dipende non tanto dai sistemi elettorali (o dai cosiddetti esecutivi forti), quanto da una serie di condizioni politiche, economiche e sociali. In questo senso, e rispondiamo alla seconda domanda, la stabilità delle democrazie europee nel secondo dopoguerra, è stata principalmente assicurata da tre fattori: 1) la paura del pericolo comunista (fattore politico); 2) la forte ripresa produttiva (fattore economico); 3) la costruzione del welfare state (fattore sociale) .
La stabilità delle democrazie postbelliche entra in crisi nel 1968, con il sollevarsi di una protesta operaia e studentesca, di natura redistributiva, che si estende all’intera Europa (lambendo anche le democrazie scandinave), e indipendentemente dai sistemi elettorali adottati. Si pensi alla caduta di De Gaulle in Francia, leader politico, carismatico e potente, soprattutto in termini istituzionali.
Con il 1968, si apre un periodo di instabilità politica, che si chiude, grosso modo, nel 1978. Nel decennio successivo (gli anni Ottanta), il sistema si concede un tregua: iniziano le “rivoluzioni” neoliberiste, l’economia mondiale riparte. Ma è nel biennio 1989-1991, con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, che il sistema europeo entra di nuovo nella spirale della crisi. E, attualmente, la guerra Usa al "terrorismo" e l’incalzare delle politiche economiche neoliberiste, che impoveriscono un numero crescente di persone e arricchiscono solo ristrette oligarchie, stanno complicando la situazione sociale. Fino al punto che nel breve volgere di una generazione la nostra società potrebbe "esplodere"...
Ora, a fronte di una situazione del genere, credere che riforme elettorali di tipo maggioritario, in sostanza volte a rafforzare poteri oligarchici, possano favorire la democrazia è fuorviante e persino ridicolo.
La crisi, per quel che riguarda l’Europa, è sistemica. Anzi “sottosistemica”, nel senso che L’Europa, dal 1945, fa parte di un più ampio sistema politico-economico, a leadership americana. E, ora gli Stati Uniti, stanno riorganizzando l’intero sistema ( e dunque anche il sottosistema europeo), in termini di un nuovo ordine imperiale. Nel quale, attenzione, Prodi e Berlusconi, per gli Usa, pari sono.
Di qui l’inutilità di discutere di riforme elettorali, anche di tipo proporzionale. Il vero punto della questione è quello di fuoriuscire politicamente, economicamente e socialmente dal sistema imperiale Usa.
Ma come?

giovedì, luglio 12, 2007

Meta (political) comics: come non liberarsi (politicamente) di Andreotti e vivere infelici

Come iniziare male la giornata, a destra come a sinistra: scoprire che il voto di Andreotti ha salvato il governo… Per quale ragione ci si dovrebbe “incaz…”, trasversalmente ? Perché i voti di certi personaggi "Prima Repubblica" non andrebbero accettati da nessuna forza politica. A prescindere dalla posta in gioco (in questo caso la riforma della giustizia). Insomma, schiena dritta. E invece…
Ma c’è di peggio. Paolo Sorrentino (il regista de Le conseguenze dell’amore) - la notizia è di un paio di mesi fa - vuole girare un film su Andreotti. Una specie di “Andreotti 2. Il ritorno”. Certa sinistra (?) dalla cinepresa facile sembra non capire quanto un film sul “Divo Giulio” sia controproducente: un atto di tafazzismo puro. Perché permetterà al senatore, pardon, al democristiano a vita di farsi tanta simpatica pubblicità gratis nei salotti televisivi. Dove pare che coi suoi ammiccamenti e battutine varie, faccia tuttora salire l’audience… Gìà ci sembra di sentire lo spettatore-medio: “Ma quanto è bravo Andreotti…”; “Ma quanto è simpatico Andreotti…”; "Ma quanto è colto...".
Certi italiani sembrano più stupidi di Tafazzi… Si fanno la bua da soli.
Ma perché Andreotti è politicamente ancora lì? E lotta e vota contro di noi (gli italiani, tutti)? Boh… E’ un mistero. A risolverlo non basterebbero legioni di magistrati, poliziotti, politologi psicopatologi delle folle, eccetera, eccetera.
E troppo furbo lui? O troppo stupidi tutti gli altri? In questi giorni ci si scontra sulla figura di Garibaldi, ma a livelli piuttosto bassi: tipo Italia sì/Italia no/un totale di due pizze… Invece di discutere, e studiare a fondo la vita di Andreotti. Probabilmente dovremo aspettare un altro secolo per scoprire tutto sul senatore a vita più amato dagli italiani… Ed è indicativo che uno come Cossiga, abituato a fare le pulci perfino ai conti dell’amministratore del condomino in cui risiede, si guardi bene dall’attaccarlo direttamente. Significherà pure qualcosa? O no?
E il Divo Giulio? Lui se la gode un sacco. E vota chi dice lui. Ma sempre con un occhio (diciamo pure due) alla Prima Repubblica. E gli Italiani? Almeno, quelli di sesso maschile, continuano a darsi potenti colpi di manganello sulle...
A cominciare da Prodi.

mercoledì, luglio 11, 2007

Il libro della settimana: Carlo Bertani, Mutamenti climatici. La rivolta di Gaia?, Arianna Editrice 2007, pp. 156, Euro 11,90.

Carlo Bertani è insegnante, scrittore e valente blogger. Ha un suo sito (http://www.carlobertani.it/), ma potete leggerlo, tra gli altri, anche su http://www.comedonchisciotte.org/ e http://www.ariannaeditrice.it/ ). Da anni si occupa di tematiche scomode come il terrorismo, il militarismo, i problemi ambientali ed energetici, pubblicando sempre libri interessanti e documentati.
Oggi ci occupiamo della sua ultima fatica: Mutamenti climatici. La rivolta di Gaia?, Arianna Editrice 2007, pp. 156, euro 11,90 (arianed@tin.it ). Si tratta di un libro bello e curioso. Perché, in pratica ne contiene due. E spieghiamo perché.
Un primo libro ( o prima parte), in terza persona e in forma di racconto, è dedicato agli aspetti “tecnici”della questione climatica. Dove Bertani demolisce dottamente quell’insieme di menzogne e luoghi comuni mediatici, messi in circolazione dai poteri forti mondiali, per difendere lo status quo. Secondo questa versione posticcia, la Terra godrebbe di ottima salute, eccetera, eccetera. Di qui, però, come nota l’autore, quella “lunga sequela di corruzioni e di noncuranze, di sottovalutazioni e scetticismi che si rivelò fatale” (p. 33). Si faccia attenzione all’uso passato remoto. Bertani, ha scritto un libro, che parla al lettore, come se la dissoluzione e caduta di un Occidente avido di energia, fosse già avvenuta. In certo senso ci parla dal futuro. E ci ammonisce.
Il secondo libro ( o seconda parte), è invece più “letterario”, ma non meno avvincente, perché descrive la vita "sociale" nel mondo dopo la catastrofe. Ed è rappresentato dal “diario” (che va dal aprile del 2018 al novembre del 2023) di uomo, non più giovane, che riorganizza la sua esistenza, con altri pochi superstiti al "the day after ". Causato da un inverno freddissimo (esito di mutamenti climatici indotti da un’economia rapace e autolesionista), e dal conseguente sovraccarico di consumi, che provoca il crollo delle reti di rifornimento energetico. E la fine della civiltà.
L’autore del “diario”, perciò, vive in una società, ritornata tecnologicamente al medioevo, ma dove i legami della solidarietà sono ancora forti e vincenti. Insomma, Bertani tra Hobbes e Aristotele sceglie quest’ultimo. Tuttavia l’ “istinto di socialità” potrebbe non bastare…
“A volte - scrive il “sopravvissuto” - ci sentiamo come monaci benedettini, che trascrissero il sapere del mondo antico dopo la caduta del grande Impero romano: consegniamo ai posteri quello che riusciamo a raccogliere, a catalogare, a insegnare ai giovani, ma non creiamo nulla. Anche la percezione della nostra vita è cambiata: nella vecchia società sarei stato un giovane pensionato, con la possibilità di vivere - protetto e sicuro – ancora per molti anni: oggi sono ormai un vecchio, che riesce a fatica a tenere il passo con le necessità di tutti, con il lavoro che ci attende ogni giorno per sopravvivere (…) . A voler vedere il bicchiere mezzo pieno potrei affermare che sono stato fortunato: sono sopravvissuto al crollo - ed è stata un gran combinazione di eventi fortuiti e propizi - e ho avuto la possibilità di osservare la fine di un mondo e l’aurora di uno nuovo, cosa riservata a pochi essere umani, nel volgere delle epoche storiche. A volerlo vedere mezzo vuoto, penso a una generazione di ragazzi cresciuti dapprima con il massimo della protezione sociale che una civiltà sia mai riuscita a fornire e precipitati poi, nel volgere di un solo inverno, in un abisso di millenni. Cosa faranno quando la nostra generazione - l’ultima che ha usufruito di un sapere organico e diffuso - se ne sarà andata?” (pp. 150-151).
Non è un appello da sottovalutare. Certo, la situazione ambientale è già in parte compromessa. Ma, se l’uomo volesse, potrebbe ancora fare qualcosa. E sotto questo aspetto, leggere e diffondere il libro di Bertani, può essere un primo passo, piccolo, ma importante.

martedì, luglio 10, 2007

Cicciolina e Giuliano Ferrara. La strana coppia…

Ieri il Foglio ha dedicato una pagina a Ilona Staller, in arte Cicciolina, pubblicando piccanti stralci, sapientemente scelti dalle sue memorie (Per amore o per forza, Mondadori).
Quel che però qui ci interessa indagare, non è la moralità, per alcuni claudicante, di Ilona Staller (ognuno è libero, eccetera, eccetera), ma il rapporto tra pornografia e politica.
Ora, il Foglio è diretto da un “ateo devoto”, Giuliano Ferrara, ex comunista, ex ministro di Berlusconi, che attualmente, semplificando, è schierato dalla parte della Chiesa e della religione cattolica. Ma lo è - ecco il punto - nel senso (deviato) di un Machiavelli. Dal momento che Ferrara considera la religione un instrumentum regni: un mezzo per tenere buone le masse. Per capirlo, basta leggere con attenzione e regolarità i suoi editoriali, dove Chiesa e religione cattolica, ma anche altre istituzioni sociali, sono apprezzate per la capacità che queste avrebbero di tenere a bada il “popolo”, minacciando pene ultraterrene o terrene… Per dirla in sociologhese, il realista alla Machiavelli, scorge in ogni istituzione uno strumento di controllo sociale.
Dietro questa visione del potere c’è una certa interpretazione dell’ approccio straussiano, che per Ferrara, sarebbe fondato sul criterio della duplice verità in politica: quella per le élite acculturate e mature, e quella per popolo bambino. Inutile, qui, ricordare che Leo Strauss ( o comunque un certo modo di interpretarlo,) è il pensatore prediletto, oltre che di Ferrara, di alcuni neconservatori americani.
Ma che tipo di rapporto può esserci tra Benedetto XVI e Cicciolina?
Che, il sesso, o se si preferisce l’uso capitalistico del sesso (come pornografia di massa, attenzione, ripetiamo, di massa, perché quella di élite è sempre esistita…), può essere un ottimo strumento di controllo sociale, come una Chiesa, che però esiste solo nei ragionamenti conservatori degli “atei devoti” alla Ferrara (snobbati, infatti, dal Papa…).
In buona sostanza, l’ ”ateo devoto”, che ha letto Machiavelli e Freud, crede che un buon mix sociologico tra il senso del peccato (che contribuisce a rendere appetitoso il sesso selvaggio) e il sesso praticato a trecentosessanta gradi (che libera dal senso di colpa, ma, nella maggioranza dei casi, solo provvisoriamente, perché il meccanismo emotivo di avvio, resta basato proprio sulla forza della trasgressione), possa giovare all’ordine sociale, tenendo sotto controllo le masse, totalmente assorbite dal fare sesso (anche "figurato"), pentirsi, (anche senza confessarsi), e tornare a fare sesso… E così garantire lunga vita al capitalismo, che vive anche della pornografia di massa e del suo gigantesco indotto. Che, guarda caso, ha negli Stati Uniti, uno dei maggiori produttori mondiali di tali "beni" e "servizi".
Pertanto è scontato che sul Foglio si dia contemporaneamente grande rilievo al ruolo della Chiesa e a quello del sesso ai tempi del capitalismo. In questo senso Cicciolina, o meglio l’inconsapevole filosofia di Cicciolina, è conservatrice, filocapitalista e filoamericana.
Mentre non è inconsapevole quella di Giuliano Ferrara: l'Elefantino sa benissimo quel che sta facendo.

lunedì, luglio 09, 2007

Salvare la Terra con la musica? Mhhhh....

Il concerto globale "Live Earth", organizzato dal liberal Al Gore, non è piaciuto al manifesto. E così domenica, lo ha liquidato con un titolo ironico, in prima pagina: “Canta che ti passa”. Siamo d’accordo anche noi. Magari però, fornendo alcune precisazioni.
In primo luogo, stando ai titoli di tutta evidenza dei grandi giornali italiani ( e non solo), può sembrare che queste manifestazioni, possano contribuire a diffondere, soprattutto tra i giovani, almeno un germe di consapevolezza, circa le non buone condizioni di salute del nostro pianeta. E invece no.
In realtà, è molto ingenuo sperare che “Live Earth”, stabilendo un circolo virtuoso, possa favorire la “Salvezza del “Pianeta Terra”. Come, per fare un esempio, è altrettanto ingenuo, se non ridicolo, augurarsi che certo revivalismo religioso televisivo, molto popolare negli Usa, possa contribuire allo stabile recupero della fede. La sociologia ci insegna, che quando ci si trova davanti a questi fenomeni sociali, si deve sempre distinguere tra stati d’animo, atteggiamenti acquisiti e comportamenti veri e propri. Alla partecipazione all’evento (come stato d’animo), deve perciò sempre seguire: a) un’interazione stabile, all’interno di un gruppo di riferimento (con gli stessi valori): b) una crescita culturale, possibilmente comune (insieme ad altri che condividano); c) un comportamento stabile, spesso a rischio, perché può essere definito non conformista, dagli altri gruppi sociali ( magari egemoni, e che la pensano diversamente).
Insomma, il mutamento socioculturale non un gioco o uno scherzo. E in genere implica il conflitto sociale. Perciò un concerto musicale, al massimo, può funzionare, come meccanismo d’avvio. Al consolidamento comportamentale serve ben altro.
In secondo luogo, c’è un’altra questione. Oggi, gli eventi, ad esempio le grandi manifestazioni musicali, sono programmati economicamente: sono un business. Bisogna prenderne atto. Esistono addirittura corsi di laurea e master in “organizzazione e gestione degli eventi”. E va anche ricordato, che il grande evento, così come lo intendiamo oggi, ha precise radici ideologiche nel Sessantotto e, ancor prima, in certo immaginario rivoluzionario novecentesco: è un portato di quell’idea di rivoluzione dei costumi senza rivoluzione politica violenta, che ha costituito per molti intellettuali sessantottini, poi venuti a più miti consigli, una sorta di approdo sicuro. Una normalizzazione dell’impegno politico precedente, appagante anche sotto l’aspetto economico. Cercheremo di essere più chiari.
Il Sessantotto, ha rappresentato per le generazioni del secondo dopoguerra, l’ultimo “epico” tentativo di coniugare romanticamente festa e rivoluzione, sulla scia della mitografia (post-moderna) della Rivoluzione d’ottobre. Tuttavia, nonostante poi sia fallito anche il Sessantotto, i rivoluzionari (o quasi), oggi imborghesitisi (proprio come Al Gore), continuano a bussare di porta in porta chiedendo dove sia la festa…
Di conseguenza, i grandi eventi, soprattutto quelli musicali, ma anche di forte impatto mediatico sono visti, e veicolati, come una specie di reiterazione sublimata, riveduta e corretta, e ovviamente innocua e perbenista della grande rivoluzione tanto sognata. Con quel pizzico di trasgressività che basta… Oggi, si usa addirittura dire, e non solo tra i giovani, che si va a un concerto, per ricaricare le “pile”… Ed è in genere proprio l’ intellettuale post-sessantottino ( ma sta anche formandosi una nuova generazione di cyborg del divertentismo a comando), ad occuparsi, lautamente retribuito, della gestione dell’immaginario ( o se si preferisce della “ricarica delle pile”). Si pensi a un fenomeno complesso come il veltronismo, con i suoi azzimati intellettuali, classe 1950, addetti al pane e alle rose.
Del resto, per la società capitalistica, sempre a caccia di nuovi profitti, anche l’ecologia, accoppiata alla musica, può diventare un buon affare. E, di riflesso, la rivoluzione ecologista, non tanto come conquista violenta del “Palazzo d’Inverno dei Consumi”, ma come “svolta” imposta dall’alto, (il cosiddetto sviluppo sostenibile), rischia di divenire un “evento” remunerativo, canoro e ludico, programmabile, inoffensivo e perfino incoraggiato dalle stesse autorità politiche.
Il che, in definitiva, non è un male, perché la violenza porta solo altra violenza, ma neppure un bene, perché il finto ecumenismo alla Al Gore, diluisce la politica - che è soprattutto conflitto - in un abbraccio universale che dura solo il tempo di un concerto o della lettura dei titoli dei giornali del giorno successivo.
Come dire: canta che ti passa. Appunto.

venerdì, luglio 06, 2007

Il professor Sartori, il “bene pubblico”, e la memoria corta di certa sinistra.

Ieri sul Corriere della Sera il professor Giovanni Sartori ha tenuto la solita lezione alla classe politica italiana , a sua detta “asina”, perché non perseguirebbe il “bene pubblico”.
Ora, però, dobbiamo interrogarci su che cosa sia il bene pubblico per il professor Sartori.
In primo luogo, vuole una legge elettorale maggioritaria.
In secondo luogo, pretende la cancellazione del sistema pensionistico.
In terzo luogo, chiede a gran voce le cosiddette riforme “liberali”.
Queste tre proposte possono essere definite, per usare il suo linguaggio, di “interesse pubblico”?
No, perché vanno in un’unica direzione: quella della “stabilizzazione” capitalistica del sistema politico, economico e sociale: pochi partiti, legati alla confindustria, pensioni sempre più basse, licenziamenti facili, nessun servizio sociale.
Questo sarebbe il “bene pubblico” per l'illustre politologo fiorentino.
Ancora più istruttiva è la sua visione della società futura: da una parte i professori che insegnano, dall’altra i politici che si “applicano”, e in mezzo le classi economiche dominanti che diventano ogni giorno più ricche. E in fondo, ma proprio in fondo alla piramide sociale, tutti gli altri cittadini impegnati nella lotta quotidiana per la sopravvivenza. Una società, economicamente hobbesiana, dove i ricchi non piangono mai.
Attualmente quel che scrive il professore piace molto a certa sinistra al caviale, quella della "riforme liberali". Peccato, che certi postcomunisti abbiano la memoria corta. Perché? Hanno, infatti, dimenticato il quadro disastroso, che nell’estate del 1974, Sartori, non ancora decano dei politologi italiani, tracciò di un’Italia che rischiava di essere governata dai comunisti (“la Dc perderà il potere; il Pci perderà l’anima, o ritroverà l’anima stalinista; e il 99 per cento degli italiani perderà quel molto o poco che ancora loro resta” ( Giano Accame, Una storia della Repubblica. Dalla fine dalla monarchia a oggi, Rizzoli, Milano 2000, p. 287) . Preparandosi, come poi regolarmente fece, a lasciare l’Italia per andare a insegnare negli Stati Uniti. Dimostrando così, già all’ epoca, di possedere altissimo senso dello Stato e del bene pubblico.
Vivissimi complimenti professore. Da estendere a coloro, che a sinistra, la sostengono.

giovedì, luglio 05, 2007

Il libro della settimana: Geminello Preterossi ( cura di), Potere, Editori Laterza 2007, pp. 198, Euro 18,00

Qual è il vero potere? Quello che c’è ma non si vede. Come quando, in occasione di una guerra, milioni di uomini, si combattono, fino ad uccidersi, solo per eseguire un ordine, nella cui legittimità credono fermamente. Certo, l’autentico potere, come capacità di farsi ubbidire, ha bisogno anche di simboli esterni, come corone o bandiere, che rafforzino la volontà di credere negli uomini. Ma il potere ha anche necessità di “teorie” e “storie” su di esso, in grado di spiegare, ammonire, spaventare, convincere e affascinare. E infine, ha bisogno di uomini, preposti alla sua conservazione (guardie, guerrieri, giudici) dal momento che non tutti credono nella bontà dei suoi necessari principi di legittimità, o “genii invisibili”, come li definiva Guglielmo Ferrero.
Ora, per lunghi secoli si è ritenuto che il potere, oltre a essere oggetto di conflitti per la sua conquista, e dunque anche di violenze, fosse però basato su un fondamentale principio di conservazione sociale: in virtù del quale, colui che deteneva il potere, lo esercitava per il bene comune, e non per il male della collettività. Insomma, si dava per scontata la buona fede dei capi. E di riflesso le possibili contraddizioni tra teoria e pratica, venivano vissute come un temporaneo allontanamento dalla norma: una provvisoria patologia
Con i moderni il cambiamento è stato totale: l’eccezione è stata considerata regola. Si è cominciato a dubitare in misura crescente della buona fede dei capi. E qui basti fare i nomi di Marx, Nietzsche, Freud (la cosiddetta “scuola del sospetto”). O per venire alla seconda metà del Novecento, della Scuola di Francoforte, nelle sue varie propaggini. Tutti pensatori pronti a liquidare come fisiologico il cattivo comportamento dei detentori del poteri. O comunque, come spiegabile, in termini di retropensiero negativo, anche nel caso di comportamenti apparentemente cristallini.
Oggi, fatta qualche rarissima eccezione, la scienza e la storia del pensiero politico, partono da una presunzione di colpevolezza. Ad esempio, tra storici e politologi è senso comune diffuso, che gli uomini che vanno a farsi uccidere in guerra, ieri come oggi, vengano sempre ingannati da falsi “genii invisibili”, al servizio del militarismo e dell’imperialismo di capi avidi e spietati. E così via per ogni manifestazione di patriottismo, di religiosità, eccetera.
Queste nostre riflessioni sono scaturite dalla lettura di un’antologia in argomento curata dal Geminello Preterossi (Potere, Editori Laterza 2007, pp. 198, euro 18,00), docente di Diritti dell’Uomo e Filosofia del diritto, nella Facoltà di Giurisprudenza di Salerno, nonché membro del comitato di direzione di “Filosofia politica”, una tra più autorevoli riviste italiane in materia, sulla quale torneremo più avanti.
L’antologia raccoglie testi di Platone, Aristotele, Cicerone, Paolo di Tarso, Agostino, Hobbes, Locke, Machiavelli, Spinoza, Kant, Rousseau, Hegel, Mosca, Weber, Nietzsche, Freud, Benjamin, Canetti, Lenin, Schmitt, Kelsen, Habermas, Arendt e Foucault. Come si vede, mancano pensatori del calibro di Tocqueville, Ferrero, Aron: realisti politici, ma di scuola liberale, abituati a trattare la politica per ciò che è, e il politico non per un santo ma neppure per un demonio. Ma, del resto non poteva non andare così, perché Preterossi prevale una visione che man mano, che ci si allontana da Platone per arrivare a moderni, raggiunge, via Freud, Nietzsche, Canetti e Foucault, il massimo del potenziale demistificatorio: il potere, per l’autore, assume il carattere di una malattia demoniaca. Un male pervasivo e distruttivo, che assale, uomini e cose, e che non salva nessuno in basso come in alto. Preterossi, va ben oltre gli standard del realismo politico liberale: la sua è una specie di visione epidemiologica della politica, che vede il male del potere, annidato ovunque. E che sfocia nell’ ennesima richiesta di far nascere una “teoria critica del potere che indaghi le forme attuali dell’egemonia”. Che demistifichi. Ma per andare dove? A questa domanda, Preterossi, che vede nel potere solo un fatto patologico non può rispondere. Perché, evidentemente, non crede nei buoni “genii invisibili”.
Come non risponde una rivista come “Filosofia politica”, edita dalla casa editrice il Mulino e fondata da Nicola Matteucci, oggi scomparso. Che proprio quest’anno festeggia i suoi venti anni. E che ha creato intorno a sé, un gruppo di lavoro con un preciso programma di ricerca “demistificatorio”. Composto di studiosi come Preterossi, Carlo Galli, Giuseppe Duso, Roberto Esposito, Bruno Accarino, Furio Ferraresi, Simona Forti, Pier Paolo Portinaro, Sandro Mezzadra,e altri ancora. I quali pubblicano, collane, manuali, e opere enciclopediche, con case editrici del calibro del Mulino e di Laterza.
Ora, non è lecito chiedere a una rivista accademica di filosofia politica, per giunta in progress, riposte esaustive, o persino programmi politici coerenti e spedibili. Sarebbe fuori luogo. Tuttavia nel suo ultimo editoriale (“Filosofia politica”, 1/2007), Carlo Galli, professore di storia delle dottrine politiche a Bologna, sottolinea per un verso l’importanza di studiare il “passato, per reintepretarlo oltre che nei suoi concetti anche nei suoi autori significativi”. Il che va benissimo. Mentre ci sembra meno convincente, la sua insistenza su uno studio concreto del “ presente” come tentativo di “abbozzarne una costruzione critico-teorica, orientata a demistificare le forme della sua ideologica autocomprensione”. Espressioni, che tradotte, rinviano all’ennesima versione accademica delle teorie della “scuola del sospetto”. Segnata, nel caso di “Filosofia Politica”, e almeno dagli ultimi tempi della direzione Matteucci, dalla conseguente assenza, di una qualsiasi idea regolativa, diversa da quella di una volontà di potenza, puramente, “demistificatoria”
Il pericolo, infatti, non è solo quello di demistificare, ma di demistificare senza disporre di una “soluzione di ricambio”. Matteucci, da buon liberale, aveva le sue idiosincrasie. Ma anche un suo modello di società. Semplificando, di tipo tocquevilliano-hayekiano. Ci sfugge, invece, quale sia quello di Preterossi e Galli.

mercoledì, luglio 04, 2007

La scommessa di Storace

A prima vista, la decisione di Storace “di mettersi in proprio”, ma rimanendo, come pare, all’interno del centrodestra, si colloca in quel processo di frammentazione della rappresentanza politica dell’ex destra missina, iniziato all’indomani di Fiuggi. Attualmente, a destra di Alleanza Nazionale, vanno ricordati “Fiamma Tricolore” di Luca Romagnoli, “Forza Nuova” di Roberto Fiore, il “Fronte Nazionale” di Roberto Tilgher, “Azione Sociale” di Alessandra Mussolini, e, senza voler offendere nessuno, altri micromovimenti politici (su questo universo si veda Gerardo Picardo, Destra Radicale. Interviste agli eredi della fiamma, Edizioni Settimo Sigillo 2007 http://www.libreriaeuropa.it/ ).
Del resto, dopo la svolta ideologica di Fiuggi, le cose non potevano andare differentemente. Dal un lato il tentativo di Fini , finora abbastanza riuscito, di trasformare l’ex Msi in partito conservatore e democratico. Dall’altro lato, quello dei dissidenti e ( a più riprese) di rivendicare la vecchia eredità missina, divisa tra i sostenitori del fascismo-regime e quelli del fascismo-movimento.
Ora, il tentativo di Storace come può essere politicamente interpretato (escludendo, almeno in linea di principio, l’ipotesi di personalismi)? Crediamo che Storace, accusando Alleanza Nazionale di essersi trasformata in una forza di centro, punti a rivendicare polemicamente la vecchia eredità ideologica del Movimento Sociale almirantiano, dove convivevano le due anime, ma con l' occhio oggi maggiormente attento alle esperienze e conquiste del fascismo-regime, riproposte da Storace in un quadro di accettazione della democrazia. Da escludere, quindi, qualsiasi sua propensione verso il fascismo-movimento, quello rivoluzionario e socialisteggiante. Tuttavia si tratta, di un’ esperienza, quella almirantiana, non facilmente riproponibile, per due ragioni,
In primo luogo, perché Storace, pur essendo dotato di notevole fiuto politico, non è Almirante. In secondo luogo, perché la situazione politica italiana, rispetto agli anni Settanta e Ottanta è completamente cambiata: non c’è più la democrazia cristiana a dettare le regole e lo spazio a destra è occupato da An. Eppure la scommessa di Storace, sembra indirizzarsi proprio sulla nostalgia dell’elettorato postmissino per il mito del fascismo-regime ( fondato sulla trade "Dio-Patria-Famiglia"), nonché sulla possibilità di un definitivo spostamento al centro di An.
Quanto a una possibile coalizione di Storace con i partiti a destra di An, non è facile fare previsioni (ma qui andrebbe valutato anche il peso effettivo del suo eventuale seguito politico-partitico). Storace, tra queste forze radicali, potrebbe trovare sponde elettorali, ma non politiche e ideologiche. Nell’insieme i partiti alla destra di An guardano e inneggiano, anche se in forma postmderna, al fascismo-movimento, mentre come abbiamo detto, Storace, apprezza maggiormente il fascismo-regime (seppure democraticamente mitigato).
Tuttavia, non è detto, almeno in linea teorica, che Storace, ispirandosi a valori tenacemente conservatori, non possa intercettare un elettorato conservatore in uscita da un’ Alleanza Nazionale, sposatasi troppo al centro. Scelta, invece preclusa, nell’attuale situazione sistemica, alle forze a destra di An, troppo movimentiste, e dunque poco gradite a un elettorato conservatore e non molto sensibile alla questione sociale. Ma il punto è: An si sta spostando al centro? A nostro avviso, no. Gli eventuali “slittamenti”, criticati da Storace, sono solo di tipo elettorale, per catturare l’elettore di centro, e ricondurlo, di fatto ( e suo malgrado), nell’alveo dei valori di una destra conservatrice (ma non retriva). Una destra, piaccia o meno, di governo. E non di lotta…
Anche perché, come il lettore avrà già capito, la nostra è un’analisi “a bocce ferme”: diamo per scontato l’attuale quadro sistemico. Dal momento che in situazioni di rottura sistemica, legate a eventi come guerre e crisi economiche, vale la regola inversa: in quei momenti, infatti, tornano in gioco le forze di rottura ( o di lotta, se si preferisce). E di conseguenza, in un ipotetico "crollo italiano", toccherrebbe proprio alla forze antisistemiche, a destra come a sinistra, giocare un ruolo fondamentale: puntando sul fascino che il “nuovo”, di solito, esercita sulle società impaurite e improvvisamente immiseritesi.
Tuttavia, per restare all’oggi, Storace, pur mostrando notevole coraggio politico, potrebbe perdere la sua scommessa.

martedì, luglio 03, 2007

Flessibilità e precarizzazione... Basta con i giochi di parole

Che il Corriere della Sera sul problema delle flessibilità faccia ormai sistematicamente disinformazione è un dato di fatto, a conoscenza di tutti. Che però, a fare giochi di prestigio dialettici, si prestino anche certi studiosi, i quali sanno benissimo come stanno le cose, è esecrabile.
Ad esempio ieri, sul Corriere Economia, in prima pagina, Maurizio Ferrera, notissimo studioso dei sistemi di welfare, invitava i sindacati a distinguere tra precarizzazione e flessibilità: la prima cattiva, la seconda buona…
Ora, ci dispiace per il professore, e sia detto con il massimo rispetto, ma si tratta di una distinzione di lana caprina… Se, come attualmente accade in Italia, non c’è continuità contributiva tra un lavoro e l’altro (in senso sostanziale, come possibilità di accumulare contributi per accedere a una pensione dignitosa), ecco la flessibilità trasformarsi, come per incanto, in precarizzazione. Perciò invitare i datori di lavori, come prospetta l’attuale governo Prodi, ad assumere, i lavoratori flessibili, dopo un certo periodo (tre anni di contratti a termine, ci sembra di aver capito), introducendo imposte ad hoc, non risolve nulla, perché si continua a puntare su un’ opzione aziendale. O se si preferisce sulla “mano invisibile” del mercato.
Pertanto, se oggi non si muta indirizzo, la flessibilità continuerà in futuro a fare rima con precarizzazione, Perché, anche con le riforme promesse da Prodi, i lavoratori “flessibili”, in pratica, non avranno alcuna certezza di essere assunti. E, oltre a rischiare di restare flessibili fino all'età delle pensione, rischiano da anziani di fruire di pensioni molto basse. Più o meno, come le attuali minime (sui 500 Euro al mese).
Che fare allora?
In primo luogo, si potrebbe mettere in condizione il lavoratore precario di scegliere, introducendo un reddito di “attesa”(condizionandolo a una verifica annuale delle sue aspettative e alla frequentazione obbligatoria di corsi di durata semestrale, almeno 1 l'anno). In secondo luogo, si potrebbe garantire, al lavoratore precario, tra un lavoro e l'altro, una “continuità previdenziale e assistenziale" di "sostanza", per consentire finalmente una normale programmazione di vita.
Il “reddito di attesa” (che riguarderebbe, grosso modo, meno di 1 milione e mezzo di lavoratori, tra nuovi ingressi annuali e situazione precarie pregresse) potrebbe essere, finanziato, con un tassa di scopo (“di solidarietà”), la cui entità andrebbe rapportata al fabbisogno annuale di lavoro flessibile. Mentre i “contributi di continuità” potrebbero essere, in linea di principio, a carico di tutti i datori di lavoro(temporaneo o meno), ma anche oggetto di una detassazione (diciamo al 50 per cento, e dunque a carico delle fiscalità generale), legata ai tassi annuali di innovazione tecnologica dell’impresa. Tuttavia, il provvedimento, in primis, riguarderebbe tutte le imprese al di sopra dei 15 dipendenti. Mentre per quelle al di sotto, economicamente più vulnerabili, ma dove il lavoro flessibile è ampiamente utilizzato, si dovrebbe raccordare la tassazione e la detassazione, di cui sopra, al numero effettivo dei dipendenti flessibili assunti. E qui servirebbero maggiori controlli fiscali sul territorio.
Insomma, alle imprese grandi e medie si chiederebbe, qualche sacrificio in più, sul piano fiscale, ma per il bene di tutti. Ferma restando, la possibilità di recuperare, nel tempo, attraverso, una seria, ma non terroristica, lotta all’evasione fiscale, importanti risorse finanziarie.
Non sono provvedimenti di tipo socialista… Ma tutto sommato di buona flexicurity. Perché non proporli ? Invece di inventarsi quotidianamente, e sempre sullo stesso giornale, storie sulla flessibilità buona e cattiva?

lunedì, luglio 02, 2007

Meta (political) comics: Luca Cordero di Montezemolo, ex ignorante in politica

Avete notato quella pubblicità delle "Garzatine", sul Corriere della Sera? Intellettuali, attori, musicisti, presentatori, eccetera, prestano il loro volto a “tutto il sapere che conta a portata di mano”. Massimo Cacciari, ad esempio, questa settimana è presentato come “ex ignorante in diritto”, mentre ci fissa (in verità, poco convinto) col tomo giuridico in mano. In precedenza è toccato ad altri. E inutile dilungarsi. Bene, Montezemolo, qualora si degnasse, ma sarà difficile, potrebbe essere presentato come “ex ignorante in politica”. Perché ex. Perché, appena conferito il suo placet a Veltroni, in meno di ventiquattro ore, per Stampa, Corriere, Repubblica, e compagnia cantante, Montezemolo è diventato un esperto politologo. Così bravo “ da aprire”, come scrive la Repubblica “una robusta linea di credito nei confronti del sindaco di Roma”, salvando gli equilibri politici italiani. Evidentemente l’accoppiata Montezemolo-Veltroni fa glamour: piace alla gente che piace. Come, a suo tempo, piaceva quella telefonico-pubblicitaria fra Paris Hilton e Claudio Amendola: la bella e la bestia. Sembra quasi di sentirlo Montezemolo, più-belli-capelli-che-mai, mentre con un mano accompagna all’indietro il ciuffone ribelle: “Meglio cambiare, no”. E lui Veltroni, che si atteggia a timidone capitolino, sotto sotto voglioso …
A dire il vero, c’è piaciuto il manifesto. Che ha mostrato di non credere nelle qualità politologiche di Montezemolo. Ma solo nell’ ennesima furbizia, per dirla con Alberto Sordi, di un lumacone confindustriale. E infatti, il giorno successivo alle esternazioni di Libera-Montezemolo-e-Bella, venerdì, ha titolato nelle pagine interne “Montezemolo assume Veltroni”. Tié… Riservandogli, in prima, una foto, ovviamente capelli al vento (alla Paris Hilton), a bordo di una Ferrari, sportivissima, con tanto di pollicione sollevato verso l’alto… Il che ci sembra rappresentativo di un personaggio, che odora di donne, vernice e velocità …
E bravi quelli del manifesto! La butto lì: cambiare, no? Sempre “quotidiano comunista”, eh?