Il calcio unisce e la politica divide? Ecco la domanda che ci siamo posti vedendo scorrere in tv le immagini degli iracheni in festa per la vittoria nella Coppa d’Asia della squadra nazionale.
Si dirà, la gioia passerà in fretta, e la guerra civile, tornerà a divampare come prima, se non peggio. Resta però il fatto, stando almeno alle immagini televisive, che non pochi iracheni, di ogni età, hanno festeggiato, ammantandosi i corpi, spesso vestiti di poveri stracci, con la bandiera irachena. Il che significa, che nonostante tutto, dal Sud al Nord del paese, almeno calcisticamente, lo spirito unitario e patriottico sembra ancora sentito, o comunque non spento del tutto. Un fatto, questo, che non depone in favore, del progetto americano di smembrare definitivamente l’Iraq.
Diciamo, allora, che il calcio “potrebbe” unire, quel che sembra già unito. Usiamo il condizionale, perché, per ora, resta difficile dare una valutazione completa dell’episodio, dal momento che si dovrebbe almeno conoscere la composizione, secondo la fede religiosa, della squadra nazionale; il ruolo e l’estrazione politica dei dirigenti; le relazioni di questi ultimi con la nuova classe poltica filoamericana. E infine, sarebbe necessario saperne di più, sulle scelte politiche dei “tifosi” scesi nelle strade.
Nel Novecento, lo sport (e in particolare il calcio) ha seguito la politica, subendone i condizionamenti. Ad esempio, si pensi all’ ostracismo, pur con motivazioni differenti, nei riguardi di Nazioni come il Sud Africa, Cuba e la stessa Unione Sovietica. E per contro - se ricordiamo bene - al celebre saluto a pugno chiuso, immortalato dai fotografi di tutto il mondo, degli atleti afro-americani, saliti sul podio, in occasione delle Olimpiadi messicane del 1968. Per non parlare, delle grandi vittorie negli anni Trenta della nazionale fascista, addirittura in camicia nera. O delle Olimpiadi berlinesi del 1936, con Hitler, in prima fila, che riceveva l’ipnotico saluto a braccio teso di folle, al tempo stesso, rapite e felici di rappresentare una Germania, sul punto di rinascere.
Perciò, al di là di quel che possano realmente pensare gli iracheni, crediamo che questa vittoria verrà, presentata, soprattutto dalla stampa occidentale, come un segnale di ripresa della società irachena: una vittoria della democrazia "multiculturale" (e in futuro "federale") , introdotta dai liberatori americani. E tutti sappiamo come.
In realtà, il quadro sembra essere più complesso, e se fossimo nei panni di Bush e dei suoi consiglieri, inizieremmo a riflettere sulla effettiva fattibilità del piano americano di smembrare l’Iraq. Perché se è vero, come abbiamo ricordato, che la politica tende a subordinare lo sport, è altrettanto vero che gli iracheni scesi nelle strade per festeggiare la nazionale, hanno compiuto un atto patriottico e perciò politico. Che potrebbe trovare un suo sbocco istituzionale, qualora le diverse forze politiche e religiose (in primis sciiti e sunniti) che si oppongono, ma su posizioni opposte, all’occupazione anglo-americana, riuscissero a trovare un accordo, per salvare l’unità del paese.
In conclusione, il “popolo” iracheno, oltre a mostrare una grandissima passione per il calcio, pare aver espresso una preferenza nazionale. Insomma, detta brutalmente, il “tifoso” iracheno vuole il “pallone” ma anche la bandiera.
E qui, la vera questione, è che, per ora, non sembrano esserci dirigenti o capi politici iracheni in grado di capirlo. Per restare in tema, c'è la squadra, ma non l'allenatore.
Si dirà, la gioia passerà in fretta, e la guerra civile, tornerà a divampare come prima, se non peggio. Resta però il fatto, stando almeno alle immagini televisive, che non pochi iracheni, di ogni età, hanno festeggiato, ammantandosi i corpi, spesso vestiti di poveri stracci, con la bandiera irachena. Il che significa, che nonostante tutto, dal Sud al Nord del paese, almeno calcisticamente, lo spirito unitario e patriottico sembra ancora sentito, o comunque non spento del tutto. Un fatto, questo, che non depone in favore, del progetto americano di smembrare definitivamente l’Iraq.
Diciamo, allora, che il calcio “potrebbe” unire, quel che sembra già unito. Usiamo il condizionale, perché, per ora, resta difficile dare una valutazione completa dell’episodio, dal momento che si dovrebbe almeno conoscere la composizione, secondo la fede religiosa, della squadra nazionale; il ruolo e l’estrazione politica dei dirigenti; le relazioni di questi ultimi con la nuova classe poltica filoamericana. E infine, sarebbe necessario saperne di più, sulle scelte politiche dei “tifosi” scesi nelle strade.
Nel Novecento, lo sport (e in particolare il calcio) ha seguito la politica, subendone i condizionamenti. Ad esempio, si pensi all’ ostracismo, pur con motivazioni differenti, nei riguardi di Nazioni come il Sud Africa, Cuba e la stessa Unione Sovietica. E per contro - se ricordiamo bene - al celebre saluto a pugno chiuso, immortalato dai fotografi di tutto il mondo, degli atleti afro-americani, saliti sul podio, in occasione delle Olimpiadi messicane del 1968. Per non parlare, delle grandi vittorie negli anni Trenta della nazionale fascista, addirittura in camicia nera. O delle Olimpiadi berlinesi del 1936, con Hitler, in prima fila, che riceveva l’ipnotico saluto a braccio teso di folle, al tempo stesso, rapite e felici di rappresentare una Germania, sul punto di rinascere.
Perciò, al di là di quel che possano realmente pensare gli iracheni, crediamo che questa vittoria verrà, presentata, soprattutto dalla stampa occidentale, come un segnale di ripresa della società irachena: una vittoria della democrazia "multiculturale" (e in futuro "federale") , introdotta dai liberatori americani. E tutti sappiamo come.
In realtà, il quadro sembra essere più complesso, e se fossimo nei panni di Bush e dei suoi consiglieri, inizieremmo a riflettere sulla effettiva fattibilità del piano americano di smembrare l’Iraq. Perché se è vero, come abbiamo ricordato, che la politica tende a subordinare lo sport, è altrettanto vero che gli iracheni scesi nelle strade per festeggiare la nazionale, hanno compiuto un atto patriottico e perciò politico. Che potrebbe trovare un suo sbocco istituzionale, qualora le diverse forze politiche e religiose (in primis sciiti e sunniti) che si oppongono, ma su posizioni opposte, all’occupazione anglo-americana, riuscissero a trovare un accordo, per salvare l’unità del paese.
In conclusione, il “popolo” iracheno, oltre a mostrare una grandissima passione per il calcio, pare aver espresso una preferenza nazionale. Insomma, detta brutalmente, il “tifoso” iracheno vuole il “pallone” ma anche la bandiera.
E qui, la vera questione, è che, per ora, non sembrano esserci dirigenti o capi politici iracheni in grado di capirlo. Per restare in tema, c'è la squadra, ma non l'allenatore.