mercoledì, maggio 30, 2007

Chavez, il Venezuela e le "leggi del politico"

Non siamo specialisti di storia e problemi latino-americani, ma quel che sta accadendo in Venezuela merita un approfondimento sociologico. Perché ripropone, dando per scontato che Chavez voglia costruire il socialismo nel suo paese, il problema della transizione da una società non socialista a una società socialista.
Ma prima esponiamo sinteticamente, le tesi dei sostenitori e dei detrattori del presidente venezuelano.
Per i suoi sostenitori, il popolo (o comunque una schiacciante maggioranza) sarebbe con Chavez. Il che legittimerebbe le misure politiche ed economiche da lui decise e applicate.
Per i suoi avversari, Chavez, nonostante il consenso popolare, sarebbe invece un pericoloso dittatore, teso a schiacciare ogni minoranza.
Per farla breve: per i sostenitori, Chavez sarebbe un socialista nemico delle oligarchie legate agli Stati Uniti, mentre per gli avversari, un comunista, amico di Castro, e feroce avversario della democrazia liberale e degli Stati Uniti.
Il progetto di Chavez, in termini oggettivi, è teso, in politica interna, alla riappropriazione delle risorse economiche venezuelane e alla costruzione di una democrazia socialista, mentre in politica estera, punta, in prospettiva, alla riunificazione e all’indipendenza dell’America Latina
Si tratta di un progetto molto ambizioso, e tutto sommato idealmente nobile, ma osteggiato dagli Stati Uniti, dai suoi alleati sudamericani, e dai ristretti gruppi economici che detengono il potere in Venezuela, come in altre nazioni latino-americane.
Ora la domanda è: la realizzazione del “socialismo” venezuelano, può essere raggiunta democraticamente? La “transizione” può essere condotta a termine, senza ricorrere a restrizioni delle libertà “liberali”?
E qui veniamo alle “leggi del politico”. Chavez ha individuato un nemico (le “oligarchie” filoamericane, e dunque gli Stati Uniti), con il quale è entrato in conflitto (godendo dell’appoggio del popolo). E si propone di sconfiggerlo, assumendosi la responsabilità di “decisioni” radicali, fonti potenziali di altri conflitti. Le tre condizioni schmittiane del politico, sembrano pertanto essere presenti: nemico, conflitto, decisione. Ma in subordine, possiamo indicarne, anche un’altra, non meno importante, quella dello stato di eccezione, modernamente rappresentato dalla fase di transizione. Che può implicare un periodo di dittatura, quale sospensione temporanea delle libertà politiche, civili ed economiche (nel senso antico e romano del tempo: a termine, e per difendere l’indipendenza e la libertà dei cittadini da nemici interni ed esterni). Sospensione che però rischia di trasformarsi in permanente… Si tratta di un dato che, per onestà, va tenuto presente, dal momento che la dinamica delle società moderne, anche se arretrate come il Venezuela, è profondamente diversa da quella delle società premoderne. Nella società moderna, per ragioni di complessità ideologica, economica e sociale, lo stato di eccezione (che deve essere "breve", chirurgico) e la transizione (che invece finisce per essere "lunga", cronica), di regola, non coincidono temporalmente. Come, ad esempio mostra, l’ ”esperimento” sovietico, dove lo stato di “eccezione” coincise con la Rivoluzione di Ottobre e la Guerra Civile (1917-1921), mentre la “transizione”, nonostante la retorica sovietica, finì per abbracciare l’intera storia del “socialismo reale” (1922- 1991).
Inoltre, vanno considerati altri fattori imponderabili: 1) la “buona fede democratica” e la statura politica di Chavez; 2) la qualità e la durata dell’appoggio delle forze armate (dei “pretoriani”); 3) la qualità e la durata del sostegno (interno) popolare di massa, anche davanti al determinarsi di una situazione di “assedio” di tipo cubano; 4) la rilevanza sociale delle “oligarchie” sostenute dagli Stati Uniti; 5) la qualità e la durata del sostegno (esterno) della comunità internazionale.
Sono cinque fattori che, mescolandosi insieme, possono determinare la vittoria o la sconfitta di Chavez. E, soprattutto, la qualità democratica e socialista della transizione venezuelana. Qualità che dipende dalla capacità della politica di riuscire a sincronizzare (e abbreviare) i tempi dello stato di eccezione con quelli della transizione. In sintesi: più il tempo complessivo dei due processi (che devono procedere insieme) sarà breve, più cresceranno le possibilità di costruire una “comunità socialista” in Venezuela.
Il che, purtroppo, come abbiamo tentato di spiegare, non è facile...

martedì, maggio 29, 2007

Elezioni amministrative. Il solito vizietto italiano: come sempre hanno vinto tutti

Stando ai risultati, quasi definitivi, al Nord avrebbe vinto la CdL, mentre al Centro-Sud il centrosinistra avrebbe tenuto. E benché il condizionale sia d’obbligo, Berlusconi e Prodi già cantano, entrambi, vittoria ( o non sconfitta).
Ora, al di là del risultato effettivo, visto che si dovranno ancora tenere alcuni ballottaggi, quel che colpisce (e dà fastidio) è il solito vizietto post-elettorale italiano, per cui nessuno perde le elezioni. Un fatto che di solito provoca nei votanti grande disorientamento. Soprattutto tra quelli non politicizzati. Infatti, mentre gli elettori schierati politicamente, a destra come a sinistra, per mimetismo, cantano rispettivamente vittoria, la maggioranza “silenziosa”, non capisce, rischiando così di allontanarsi sempre di più dalla politica: il politico che parla in “politichese” fa crescere il “tasso di assenteismo” in misura direttamente proporzionale al “tasso di cripticità” del suo linguaggio. Indagini sociali, ripetute nel corso degli anni, hanno sempre dimostrato la stessa cosa: che la maggioranza degli italiani giudica la politica noiosa e incomprensibile. E, di conseguenza, lontana, dalla vita e dai problemi quotidiani dei cittadini. Di qui il disincanto se non proprio il cinismo e la disaffezione del “cittadino medio”.
Insomma, il cantare vittoria ( o comunque non sconfitta), “in contemporanea”, di Berlusconi e di Prodi crea altro sconcerto e non fa bene alla politica. A questo punto, la domanda successiva è perché i politici italiani scelgano, nonostante tutto, di continuare comportarsi in questo modo. Per due ragioni.
In primo luogo, in Italia la politica non è mai stata “popolare”. Fin dall’unità italiana - ma si potrebbe risalire alla filofrancese Repubblica Partenopea del 1799 - è sempre stata gestita, in termini di ceti professionali, da pochi gruppi eletti (in particolare di laureati in legge e in lettere), che, per strette ragioni di potere, non hanno mai fatto praticamente nulla per “popolarizzarla”, anche lessicalmente. Di qui, quel considerarla, da parte delle maggioranze silenziose, come “roba da signori e laureati”, incomprensibile ai più, se non in termini, di raccomandazioni e favori. Perché, come si legge nel Cuoco, se ricordiamo bene, “chi ha lu pane e lu vino a da esse giacobino” . Un figura, quella del giacobino "nato signore" e che parla "difficile", alla quale l’immaginario popolare, di volta in volta, ha sovrapposto quella del liberale, del socialista, del fascista, del democristiano, eccetera…
In secondo luogo, i partiti, anche di massa, e soprattutto nel secondo dopoguerra, nonostante i proclami, non hanno fatto nulla, per raccorciare le distanze, anche in senso linguistico, tra élite politiche e popolo. Sono tuttora tristemente celebri le tribune politiche degli anni Sessanta- Ottanta del Novecento, dove tutti dichiaravano di aver vinto le elezioni, complice anche il sistema proporzionale, che permetteva a ogni partito, anche in virtù di un modesto 0,1 per cento in più, di cantare vittoria. Per non parlare poi, dell’alto tasso di incomprensibilità lessicale degli uomini politici di allora, si pensi solo ad Aldo Moro… Il che alimentava una diffidenza verso la politica che all’epoca, era provata - al contrario - dalla larga popolarità goduta da leader che invece si esprimevano con chiarezza di linguaggio o concisione, come ad esempio Almirante e Berlinguer. Eccezioni che, tuttavia, finivano per confermare la regola della cripticità del “linguaggio medio” dei politici italiani.
Si può perciò ritenere che nel passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica, non sia cambiato praticamente nulla. Nonostante un certo tasso di rinnovamento nel personale politico, la forma mentis dei politici italiani è rimasta la stessa. Il vecchio vizio politico italiano di cantare vittoria dopo ogni tornata elettorale, prendendo per il naso il cittadino, sembra veramente duro a morire… Purtroppo.

lunedì, maggio 28, 2007

A proposito di antipolitica... Un po' di teoria (sociologica) non guasta mai.

Prima di definire l’antipolitica è necessario definire la politica.
Che cos’è la politica? Attenzione: che cos’è la politica non che cosa dovrebbe essere… Qui ci interessa quel che la politica sia in concreto… Ed ecco allora una definizione: la politica è la forma per eccellenza di organizzazione sociale, che si esplica attraverso il controllo e il consenso collettivi. Implica il conflitto come la cooperazione. Spesso l’uno è in funzione dell’altro: si coopera (politicamente) per avere la meglio su un altro gruppo sociale. Diciamo pure che le società si reggono, paradossalmente sul “conflitto cooperativo”. Le forme di governo, al di là di ogni idealizzazione (spesso strumentale), riguardano soltanto l’organizzazione del conflitto, del controllo e del consenso. Una strutturazione del potere che riflette contenuti culturali, storicamente mutevoli. Le forme di governo democratiche e non democratiche si alternano nella storia umana. E tra le une e le altre si forma un’ampia zona (storica) grigia. Dal momento che essendo gestite da minoranze (il potere reale, per ragioni organizzative, man mano che le società aumentano di dimensioni, finisce regolarmente nelle mani di pochi eletti), le forme organizzative, se vogliono stabilizzarsi, devono essere basate su un giusto un mix di consenso e controllo sociale. Un “dosaggio” che dipende dalla maturità delle élite dominanti, da quella del popolo, e dalle necessità e dai valori del tempo. Sotto tale aspetto la forma-stato moderno, è solo una delle forme assunte dalla politica nella storia universale Tuttavia, quanto minori sono le distanze culturali, economiche e sociali tra le élite e il popolo, tanto maggiori sono la coesione e stabilità di un sistema politico storico. E tanto più il benessere sociale e morale diviene patrimonio di tutti.
Riassumendo: la politica è distinta da una forma: il conflitto ( il quale implica, come abbiamo visto la cooperazione), e da contenuti storicamente differenti, attraverso i quali si concretizzano le istituzioni storiche. Istituzioni il cui scopo è la regolazione del mix tra consenso e controllo. E al tempo stesso dei livelli di “tollerabilità sociale” del “regime”, in termini di distanza politica, economica e sociale tra élite dominanti e popolo.
Veniamo ora all’antipolitica.
Una volta ammessa la definizione di cui sopra, dovrebbe perciò essere finalmente chiara l’impossibilità di parlare di “antipolitica”. Ogni società è politica fino al midollo (perfino la più primitiva), in quanto esistono (ed esisteranno sempre), oggettivamente, la figura del nemico pubblico e la conseguente necessità di forme collettive, anche rudimentali di organizzazione politica. Pertanto l’ attuale polemica sull’antipolitica è puramente strumentale e funzionale alla conservazione di un modello politico di tipo liberale-rappresentativo che viene identificato con la politica in quanto tale. E quel che peggio con la fine della storia “politica” dell’intera umanità. Scambiando la forma con il contenuto: le istituzioni attuali di regolazione del conflitto, con la politica, o se si preferisce, con il politico, in quanto tale. In realtà, come mostra la storia, il conflitto non può sempre essere addomesticato… La politica non può sempre essere ridotta a puro e semplice dibattito pubblico: la necessità della forma-conflitto di incarnarsi costantemente in nuovi contenuti è una costante politica. Di conseguenza l’antipolitica di oggi può essere la politica di domani, perché attesta la necessità di nuovi contenuti, i quali, prima o poi, non potranno non andare a innervare nuove istituzioni. Soprattutto perché il rifiuto, sempre più diffuso, delle attuali élite dirigenti come delle stesse istituzioni politiche, indica una richiesta di maggiore partecipazione e una volontà profonda di imporre una differente strutturazione del potere politico. E pertanto una riduzione di quella distanza, che attualmente sta crescendo, tra élite e popolo, cui abbiano già accennato.
In questo senso più si parla di antipolitica, come fanno, su sponde solo apparentemente opposte, D’Alema e Panebianco, più si favorisce la conservazione del sistema attuale.
Concludendo: l’antipolitica è la politica del futuro.

venerdì, maggio 25, 2007

Meta (political) comics: per la sinistra al sushi, Nicolas Sarkozy e John Wayne pari sono...

C’è di che rimanerci secchi… Uno apre il Manifesto, per dare un’occhiata al supplemento settimanale del sabato, Alias (quello di sabato 19 maggio) e chi scopre in copertina a tutta pagina? Il grande John Wayne, con la supercolt d’ordinanza, spianata. Ma come non era fascista? Boh… La didascalia, a fianco della foto, presenta le celebrazioni “wayniane” di questi giorni a Cannes, come un “omaggio al reazionario e guerrafondaio più amato del mondo”… Più amato, sul Manifesto… Gatta ci cova. Infatti, superato il primo choc, se ne prepara subito un altro. A pagina tre, Roberto Silvestri, riferisce di lui, citando, e dunque condividendo, il positivo giudizio sul di lui di Mark Rydell, regista liberal : “Uomo di profonda cultura, non solo bellica, anche letteraria, maniaco di poesia inglese del Settecento”. E ancora più sotto, il colpo grazia di buonista: si celebra il comportamento “egualitario e non sessista”, in “Ombre Rosse", di Wayne-Ringo verso la bella Dallas, donna dai costumi non proprio irreprensibili: “Signora, so quel che basta sapere”… Dopo di che si sposano.
Tutto vero. Wayne era un gentiluomo al cinema come nella vita. Ma non per i nonni e i padri, con le famose tre narici, di quelli che oggi scrivono sul Manifesto. Per i quali era un “fascista, punto e basta”: in senso antropologico, neppure ideologico… E oggi, invece, i nipotini, più acculturati, o presunti tali, vanno alla ricerca dei “lati nascosti del Duke”. E si inventano, citiamo sempre dall’articolo di Silvestri, una sinistra Wayne, da una “destra Wayne”, quella di “De Marsanich (?) o Fini”… Senza poi specificare, questa sinistra e questa destra, in che cosa realmente consistano… E soprattutto, chiudono un occhio sui film più tosti, e francamente più beceri, di John Wayne. E non parliamo di “Berretti verdi”, che tutto sommato era tecnicamente un bel film, che aveva, all’epoca, le sue ragioni politiche. Ma del John Wayne degli ultimi fuochi. Interprete di ispettori e tenenti di polizia, un po’ sfiatati e tromboni persino nei nomi: Parker, Brannigan.
E qui va fatta una osservazione politica.
La cultura post-post-post-marxista che ruota intorno al Manifesto è alla frutta (loro preferirebbero al sushi…). Praticamente, per usare il gergo da distretto di polizia del tenente Wayne-Parker, “stanno raschiando il fondo della botte, ragazzi…”. Perciò ne vedremo delle belle. Chi scrive, si aspetta, prima o poi (anche perché era veramente bravo), il recupero del regista Gualtiero Jacopetti. Regolarmente massacrato, per anni, dai critici di sinistra. Magari, inventandosi, che i suoi erano film dove si intrecciava “la cifra colonial con quella post-colonial…”… E trasformandolo così in terzomondista di complemento. Potremmo, insomma, vederne delle belle.
Del resto, basta seguire il dopo Sarkzoy. Veltroni ha dichiarato che apprezza il suo modello politico, perché ha promosso ministro degli Esteri il socialista Bernard Kouchner, già fondatore di “Medici senza Frontiere”. Un modello, quello di Sarkozy, dice il sindaco di Roma, segnato dal “bipolarismo a prescindere dagli schieramenti”. Un po’ come fanno i bipolaristi del Manifesto, che presentano John Wayne, come un medico senza frontiere del Far West, che gli indiani invece di ammazzarli li curava… Contenti loro. Probabilmente Sarkozy punta più sulle capacità politiche della singole intelligenze, da utilizzare all’interno di uno schieramento preciso, quello della destra francese. Piuttosto che sulle ammucchiate buoniste, sognate da Veltroni. Questa, però, è un’altra storia.
Ma tant’è: per certa sinistra al sushi, pardon alla frutta , Nicolas Sarkozy e John Wayne, pari sono. Tramonto dell'Occidente? No, tramonto dell'ideologie. Anche di quella hollywoodiana? Assolutamente no. Rivolgersi a Veltroni e alla redazione di Alias.

giovedì, maggio 24, 2007

Lo scaffale delle riviste: "Eurasia. Rivista di Studi Geopolitici", 1/2007

Probabilmente il principale merito di “Eurasia. Rivista di Studi Geopolitici” è di lavorare intorno a un’ipotesi, appunto, geopolitica, ma ben precisa: quella del “riorientamento” geostrategico dell’Europa verso Mosca e il mediterraneo. Il tutto, nel quadro di una visione multipolare della politica internazionale, in grado di contrastare il crescente unipolarismo egemonico degli Stati Uniti.
Ora, il “disegno” di “Eurasia” può convincere o meno, ma non può essere liquidato come utopistico o peggio ancora antiscientifico. La rivista è molto seria e va letta con la massima attenzione, almeno per due ragioni.
In primo luogo, perché oltre a essere ben diretta dall’eccellente ideologo eurasista (si dice cosi?) Tiberio Graziani, si avvale di uno stuolo di preparatissimi redattori collaboratori (il meglio di certa intelligenza eterodossa, e non solo italiana), come Yves Bataille. Aldo Braccio, Aleksandr Dugin, Enrico Galoppini, Claudio Mutti, Daniele Scalea, Martin A. Schwars, Ernest Sultanov, Stefano Vernole e altri ancora. Il che spiega il vigore ideologico e il rigore scientifico con cui vengono trattati gli argomenti affrontati in ciascuno dei 9 fascicoli finora usciti, a far tempo dal 2004.
In secondo luogo, la rivista vuole parlare al mondo. Il che è lodevole. Pertanto, pur provenendo alcuni suoi membri dall’ universo della destra radicale (o se si preferisce “non conformista”), "Eurasia" auspica e pratica la ricerca di apporti a tutto campo. Si pensi, ad esempio, e solo per fare un nome, alla regolare e preziosa collaborazione di Costanzo Preve, autore di pregevoli contributi sul rapporto tra marxismo e geopolitica. Insomma, "Eurasia" è una rivista aperta al pluriverso delle idee e capace di trattare scientificamente argomenti complessi e "politicamente scorretti", come quello di un 'alleanza Euro-Russa. E si tratta di una questione, che solo all'osservatore superficiale, o succube del più vieto atlantisimo ideologico, può apparire non in linea con la futura agenda politica europea.
Ma veniamo all’ultimo fascicolo, il n. 1/2007 ( pp. 263 - euro 18 - http://www.eurasia-rivista.org/ ).
La rivista si apre con un’interessante riflessione di Tiberio Graziani (L’Europa per il XXI secolo, pp. 5-12), dove si pone l’accento, e giustamente, sulla mancanza di una “coscienza geopolitica” europea. Ma anche sulla necessità di recuperarla, per andare oltre la “subalternità geostrategica in un sistema unipolare” dominato dagli Stati Uniti. “Dialogo eurasiatico e pax mediterranea - ribadisce Tiberi - sono i due vettori cha definiranno lo scenario geopolitico dell’Europa del XXI secolo, se gli europei lo vorranno” (p. 10).
Nella sezione “Eurasia” spicca l’ articolo di Nikolaj Trubeckoj (Il problema ucraino, pp. 13-27), dove la distinzione tra cruda lotta per la vita e creatività culturale, o se si preferisce tra natura e cultura, poggia su quest’ultima come chiave per riaffermare l’ indipendenza culturale ucraina, non come prolungamento di un gretto biologismo nazionalista, ma quale “ individuazione particolare - ucraina - della cultura panrussa” (p. 27).
Nel “Dossario”, intitolato “Tra un’Unione e l’altra” (probabilmente per descrivere la complicata transizione dall'Unione Sovietica a quella post-Sovietica, tuttora in atto), risalta il denso articolo di Andrea Forti (La questione nazionale nell’Unione Sovietica” pp. 107-124). Dove si sottolinea il fatto che Stalin, per conciliare stato e marxismo, introdusse per qualificare e giustificare lo stato socialista, “l’ambigua formula ‘socialista nel contenuto e nazionale nella forma”, accettando, suo malgrado, l’idea del “carattere spirituale” delle “culture nazionali”. Il che, scrive Forti, “sembra essere una dichiarazione di resa del marxismo stesso il quale, nato come brillante analisi storico-economica, non è riuscito a tradursi in un concreto principio generativo di un ordine politico alternativo a quello statale tradizionale, territoriale e radicato in un’identità storica e/o etnazionale”, proprio per aver ignorato, o comunque trattato in maniera ambigua e inadeguata, come nel caso di Stalin, gli aspetti culturali ( o “spirituali”) dell’agire collettivo e storico (p. 122). In argomento, si veda pure il notevole articolo di Costanzo Preve, Stalin fra Comunismo e geopolitica , più benevolo (ma fino a un certo punto) verso l”Uomo d’Acciaio”, apparso però in un numero precedente (Eurasia n.2/2005, pp. 117-135). Infine ricordiamo, anche come esempio del rigore documentario della rivista, il saggio di Alessandro Lattanzio sull' Arsenale strategico della Federazione Russa (pp. 133-147). Dettagliatissimo.
Tutta da leggere la “canonica” sezione riservata alle interviste (pp. 193-232). Con interviste a Sergej N. Baburin (vicepresidente della Duma), Enrico Galoppini (valente arabista), Khaled Haddade ( segretario generale del partito comunista libanese), Fabio Mini (generale), Sergio Romano (storico, ex diplomatico), Abolfazl Zohrevand (ambasciatore iraniano presso la Repubblica italiana), Danilo Zolo (filosofo del diritto).
Infine, nelle sezione “Recensioni e postille” vanno segnalati un testo di Alain de Benoist (Geopolitica, pp. 235-236); tre interessanti recensioni di Claudio Mutti, in particolare quella dedicata a Romolo Gobbi, Un grande peuple élu. Messianisme et antieuropéanisme aux Etats-Unis des origines à nos jours , Parangon, Lyon 2006, versione francese, aggiornata dall’autore, del precedente America contro Europa (pp. 249-250); nonché, dulcis in fundo, la meditata recensione di Federico Roberti al testo di Agostino Carrino, Oltre l’Occidente. Critica della costituzione europea, Dedalo, Bari 2005 (pp.257-258).

martedì, maggio 22, 2007

La vicenda Unicredit-Capitalia: come prendere per il naso i consumatori e vivere felici

Il totale consenso della stampa all’acquisizione di Capitalia da parte di Unicredit, dovrebbe essere sufficiente per capire come l'operazione abbia incontrato il gradimento dei “poteri forti italiani”. Poteri che governano l’economia italiana, attraverso le banche, e ne giustificano il crescente controllo, usando quei giornali che - chiudendo il cerchio - dipendono proprio dalle banche. Il perno intorno al quale ha ruotato l'intera operazione è Mediobanca: la cassaforte del capitalismo italiano, come di solito si scrive, che si regge sul cosiddetto “patto di sindacato”.
Patto che prevede, che le azioni delle banche, attualmente al 22,4 % (gli industriali italiani sono al 25,7 %; gli stranieri al 9,5%), con l’arrivo della nuova “superbanca”, che avrà una partecipazione superiore a quella degli altri soci di sindacato, possano essere redistribuite all’interno del gruppo di appartenenza societaria (le banche stesse), favorendo così l'accrescimento del potere del mondo bancario, all’interno del patto, e prevedibilmente sull’intera economia italiana (su tali aspetti istituzionali http://www.mediobanca.it/uploaded_files/documents/Estratto%20aggiornato%20gennaio%202007.pdf ).
Questi i fatti. Altro che vittoria della libera concorrenza… E guai a farsi trascinare, in quella specie di "tifo" semisportivo per le varie consorterie creditizie, solo apparentemente in guerra fra di loro.
Perciò, la vera questione concerne un processo di concentrazione bancaria interno al mercato italiano, ormai pressoché conclusosi. E attraverso il quale è sorto un duopolio, che pone da una parte il neonato gruppo Unicredit Capitalia, al primo posto assoluto, e dall’altra il gruppo Intesa Sanpaolo. Mentre tutto il resto del mondo bancario, e ci riferiamo in particolare a Mps, Unipol, Mediolanum, e alle due grandi popolari Bpvn-Bpi e Bpm-Bper, è condannato a rimanere a un livello di capitalizzazione, grosso modo 6-8 volte inferiore a quello delle due “superbanche”. E seppure queste banche riuscissero a coalizzarsi, al massimo potrebbero far sorgere un terzo polo, fortemente diviso al suo interno ( attualmente le banche in Italia sono meno di 800, i gruppi bancari 85 in tutto, e le associate 230, le non associate 554). Quanto alle cosiddette banche medie e soprattutto piccole, sparse sul territorio (solo le BCC sono 439), queste non avranno alcuna possibilità di influire su un mercato di tipo duopolistico. E non "poliarchico", come ha scritto ieri sul Corriere della Sera Dario di Vico... ( per questi dati si veda – www.mediobanca.it - le principali società italiane 2006 – download – Banche File PDF- ; nonché www.abi.it/ - banche in Italia – sistema bancario - tabelle di sintesi ).
Pertanto la struttura bancaria italiana risulta di tipo piramidale, con una cospicua distanza fra vertice e base: abbiamo due superbanche, un gruppetto di banche medio-grandi (non più di 6, includendo la Bnl), infine un esercito di banche, grosso modo meno di 600, dalle dimensioni medie e soprattutto piccole, relegate a livello locale, e prive di qualsiasi potere decisionale sul piano delle grandi scelte creditizie.
Questa è la fotografia della situazione. Che sicuramente non depone a favore dello sviluppo di una libera e trasparente concorrenza all’interno, e di una conseguente, e crescente, diminuzione dei costi per clienti. Inoltre, asserire che in futuro, l’aumento della concorrenza internazionale, tra i “giganti” mondiali del credito (incluse le due “superbanche” italiane), favorirà i consumatori italiani, significa prenderli per il naso. Dal momento che, come gli economisti seri sanno bene, le imprese che operano sul mercati esterno, usano “caricare” su quello interno i costi, proprio per conseguire una maggiore competitività internazionale. E il “ricarico” è tanto più alto quanto minore è la concorrenza interna e quanto più aspra diviene quella esterna. In passato, le imprese esportatrici puntavano sulle svalutazioni competitive della moneta nazionale, oggi invece sulle delocalizzazioni. Nel primo caso, il consumatore vedeva il valore della moneta nazionale diminuire a vista d’occhio; nel secondo, rischia invece di perdere il suo lavoro. E di ritrovarsi, come nel primo caso, privo di risorse economiche.
Altro che gioire, come propone Dario di Vico sul Corriere della Sera, presentando l’operazione come frutto dell’ “affermarsi di una moderna cultura industriale orientata all’efficienza e alla competizione”… Qui gli unici che possono gioire sono i grandi banchieri. Agli altri, i consumatori presi per il naso, non resta che piangere.
Che vergogna.

lunedì, maggio 21, 2007

L'intervista "berlusconiana" di D'Alema al "Corriere della Sera"

D'Alema e Berlusconi rischiano di finire per assomigliarsi come due gocce d'acqua... Il che, se provato, potrebbe essere il colpo di grazia definitivo per quel che ancora resta dell' immagine "di uomo di sinistra" del notabile diessino. Certo, a prima vista, la nostra, può apparire una provocazione. Soprattutto se si pensa ai miliardi posseduti dal proprietario di Mediaset e alle differenti formazioni culturali. Eppure, l’intervista concessa ieri, da D’Alema, al Corriere della Sera, fa scoprire come il vicepremier stia adottando lo stesso stile retorico e politico di Berlusconi… Basta rileggerla con attenzione. Ma facciamo subito qualche esempio.
D’Alema, come Berlusconi, ribadisce, che “il profilo internazionale dell’Italia si è molto rafforzato”. Che modestia in stile Arcore! Visto che è lui Ministro degli Esteri…
D’Alema, come Berlusconi, teme i giudici. Infatti, ritiene, che sia “in atto una crisi della credibilità delle politica, che tornerò a travolgere il paese con sentimenti come quelli che negli anni 90 segnarono la fine della prima Repubblica”. Che c’è sotto?
D’Alema, come Berlusconi, dichiara di detestare il famigerato teatrino, o “chiacchiericcio” della politica: “Qualche volta si cerca di coinvolgermi, attribuendomi frasi che non ho mai detto. Se potessi dare un consiglio amichevole ai giornalisti direi: non fidatevi dei politici che alzano il telefono e vi rivelano i ‘retroscena’. Spesso sono bugie che vengono messe in circolazione per colpire qualcuno e favorire qualcun altro”. Pura antipolitica berlusconiana, e neppure di quella buona…
D’Alema, come Berlusconi, chiede “rigore, giustizia sociale e competitività”. Il vecchio mantra forzaitaliota…
D’Alema, come Berlusconi, vuole “aumentare le pensione più basse”. Perché, aggiunge, “penso ai tanti anziani, spesso soli, che sopravvivono con 400 euro al mese”… Come se questo fosse l’unico problema degli anziani soli…
D’Alema, come Berlusconi, ammonisce i sindacati: “ Oggi… il sindacato è molto più focalizzato sulla tutela degli interessi legittimi, ma di natura particolare”. Come dire: cari Epifani, Bonanni, Angeletti, Polverini non tirate troppo la corda…
D’Alema, come Berlusconi, vuole “il rafforzamento dell’esecutivo”. Stesso decisionismo.
D’Alema, come Berlusconi, non ama i rivali interni: a Prodi ricorda “ che ha annunciato che col finire della legislatura lascerà…”. Mentre a Veltroni, che “la fiducia che i cittadini hanno verso di lui è una cosa importante, però nello stesso tempo bisogna avere al fiducia della classe dirigente perché governare non è un’impresa solitaria. A Walter - conclude D’Alema - mi sono sempre permesso di consigliare calma e prudenza, di non mettersi nella mani frettolose di qualche king maker”. Uomo avvisato mezzo salvato…
Una provocazione, la nostra? Può darsi. Ma le somiglianze di stile retorico e politico tra D’Alema e Berlusconi, come abbiamo cercato di evidenziare, sembrano veramente inquietanti. E meritano una riflessione “ulteriore”, alla quale invitiamo i nostri lettori.

venerdì, maggio 18, 2007

Meta (political) comics (ma fino a un certo punto): La Sciarelli e gli angeli (rossi) con la pistola

Aridanga. Federica “Sciarella”, direbbe Giorgio Bracardi, la “maestrina” di Chi l’ha visto?, ma con la penna rossa… Non quella sul cappello, come “ la signora maestra” di Cuore , ma rossa-rossa, anche se post-Falce-e-Martello, ha pubblicato la sua ultima fatica: Con il sangue agli occhi, un boss della Banda della Magliana si racconta. E chi è il boss in questione? Antonio Mancini. Ai suoi tempi, un duro, oggi, pare, redento: guida autobus per disabili. Un angelo. Siamo contenti per lui.
Quel che invece irrita è il trattamento deamicisiano che gli riserva la Sciarelli. Che, in passato, aveva dedicato un libro ai tre criminaloni del Circeo. Facendoli a pezzi. E giustamente. Ma lasciando intuire che il problema dei tre assassini non era tanto una questione di Dna bacato o di insoluti freudiani, quanto l’appartenenza alla destra, una destra criminaloide, certo ai margini, ma comunque destra.
E invece con Antonio Mancini? Uno che sparava guardando negli occhi la vittima… La maestrina di Rai Tre quasi lo trasforma in primo della classe, rivelando una cosa. Quale? Facile, era ed è “compagno”: Franti-Mancini, negli anni Settanta, magari prima di uccidere nel modo di cui sopra, passava dall’edicola e comprava l’ Unità. E poi amava il Che e il rock dei Metallica. E non Celentano e le canzoni napoletane, adorate invece dagli altri componenti della banda. Quelli con simpatie di destra o persino andreottiane, come Enrico De Pedis, detto Renatino. “Scandalosamente” sepolto, come scrisse certa sinistra quando si scoprì la cosa, nella Basilica di Sant’Apollinare, a Roma. Pure da morto, insomma, Renatino doveva pagare lo scotto di non essersi mai iscritto alla sezione del Pci-Magliana.
Insomma, la solita storia: o con noi o contro noi. Se sei “compagno” ( o lo diventi…) meriti il Paradiso, se non lo sei, l’Inferno. Crollano i muri, le maestrine rimangono in piedi. E le penne rosse pure. E Chi l’ha visto? Noi l’abbiamo perso di vista da un pezzo…

giovedì, maggio 17, 2007

Parisi, l'Afghanistan e l' 8 Settembre 1943: il punto di non ritorno

C’è sempre un punto di non ritorno, anche nella retorica politica più mistificante. Un momento in cui la gente scopre che certa “arte” politica di ingannare il cittadino rischia di superare la misura. E sente che la distanza che la separa dall' élite sta facendosi incolmabile. Per quale ragione? Perché il politico si comporta ostinatamente in modo ipocrita: simula buone intenzioni, per trarre in inganno. Insomma, mente in modo consapevole: sa benissimo, mentre parla, che sta mentendo. Ma il popolo, finalmente, inizia ad aprire gli occhi….
In questo senso, il punto di non ritorno può caratterizzare, l’apertura di una crisi che può abbracciare le fasi finali di intere epoche storiche, ma anche di periodi politici più brevi. Per il lettore, appassionato di cose storiche, potrebbe perciò essere un interessante esercizio di ricerca, andare a scoprire, caso per caso, sfogliando i libri di storia, come, quando, dove e perché, la “separazione” di cui sopra, si sia realmente manifestata.
Un solo esempio: l’Otto Settembre 1943. Il Re e i suoi generali mentirono clamorosamente al popolo italiano. La guerra, invece di finire, sarebbe durata altri due anni. Pur sapendo di mentire, altrimenti non sarebbero scappati… Ma mentendo sancirono una separazione tra l' élite monarchica e il popolo. Gli italiani non se ne accorsero subito. Ci vollero le bombe angloamericane, l’occupazione tedesca e la guerra civile…
Ora, le dichiarazioni dell’altro ieri del Ministro della Difesa Parisi, per giustificare l’invio di altri mezzi bellici in Afghanistan, indicano uno “scollamento” di questo tipo. O comunque un “inizio di”. Certo non “epocale”, ma riguardante, almeno, il corso politico dell’esperienza di centrosinistra. Che tra l’altro oggi compie un anno.
Il primo luogo per l’importanza formale della sede in cui sono state rilasciate: le commissioni congiunte Esteri e Difesa di Camera e Senato.
In secondo luogo, per l’ipocrisia mostrata. Come si può ritenere non ipocrita la dichiarazione di Parisi che l’invio di ulteriori e modernissimi mezzi bellici in Afghanistan non sia conseguenza di un’escalation militare del conflitto? E neppure causa, di un inarrestabile coivolgimento italiano in una guerra americana, mascherata come "missione di pace"?
In terzo luogo, perché le dichiarazioni del Ministro della Difesa. hanno sostanzialmente trovato d’accordo tutto il governo di centrosinistra. Pertanto si tratta di un’ipocrisia, consapevolmente condivisa, da tutte le forze le politiche che lo appoggiano .
Ecco, il posticcio consenso interno all’attuale maggioranza, indica che si è toccato il punto di non ritorno. Ma, per ora, solo per quel che concerne il ruolo del governo, mai così distante, appunto, dal sostanziale pacifismo professato dall' elettorato di sinistra. Che, purtroppo, come tutti gli altri italiani, non sembra ancora essersi accorto dell’inganno…
Proprio come, fatte le debite differenze storiche, quell’infausto Otto Settembre 1943.

mercoledì, maggio 16, 2007

Il libro della settimana:Alain de Benoist, Terrorismo e "guerre giuste", Guida, Napoli 2007, pp. 120, euro 10,00

Non c'è che dire, come sempre Alain de Benoist coglie nel segno. Anche quest'ultima sua fatica, Terrorismo e “guerre giuste” (Guida, Napoli 2007, pp. 120, euro 10,00 – http://www.guidaeditori.it/ ), costituisce una notevole bussola “metapolitica”. Va perciò lodata la scelta di Agostino Carrino, docente di diritto pubblico e costituzionale presso l’Università di Napoli, di ospitare il testo nella densa collana “Leviathan”, da lui diretta. Dove sono già uscite opere di Michel Troper, Georg Ress, Kurt Seeelman, Raymond Aron e dello stesso de Benoist (Identità e comunità, 2005). E in cui presto vedranno luce, tra gli altri, saggi di Julien Freund e Otto Kirchheimer.
Ma veniamo a Terrorismo e “guerre giuste”. Il libro ruota intorno a tre punti fondamentali.
In primo luogo, se ci si passa l’espressione, viene “smantellata” la tesi della filiazione intellettuale del pensiero neocon statunitense, non tanto ( o comunque non solo) dalla filosofia di Strauss, quanto dalla teoria politica di Carl Schmitt: una tesi apprezzata e usata da certa sinistra liberal americana, per "nazificare" attraverso la caricatura di Schmitt, Strauss e i neocon di Washington. De Benoist, testi alla mano, fa piena luce, sulla grande diversità di pensiero tra Schmitt e Strauss, e sulla conseguente esiguità di contatti diretti e indiretti.
In secondo luogo, il pensatore francese attesta come il liberalismo neocon sia della stessa (cattiva) lega di quello preso di mira da Schmitt, già negli anni Venti del Novecento. E, appunto, basato sulla celebrazione del mercato e dell’individualismo. Al quale va aggiunto, nella versione americana, certo pericoloso ottimismo messianico (totalmente estraneo, anche quest’ultimo, all’opera di Schmitt).
In terzo luogo, il pensatore francese, chiarisce, sulla scia di alcune intuzioni schmittiane, perché dopo l'11 Settembre, l'amministrazione americana abbia iniziato a fare “buon uso” (si fa per dire) del concetto di “guerra giusta” a un nemico assoluto (il terrorismo islamico). E per quale motivo lo stato d’eccezione, dichiarato all’indomani della distruzione delle Torri Gemelle, sia invece divenuto permanente. Secondo de Benoist si sarebbe messo in moto una specie di processo a spirale. Innanzitutto, la scelta di impiegare il concetto di “guerra giusta”, non poteva non implicare, come è avvenuto, l’automatica trasformazione del “nemico terrorista” in Male Assoluto: un nemico, di conseguenza, da estirpare a qualunque costo, attraverso una “guerra giusta”. Di qui l'escalation militare americana... Mentre l’uso del concetto di “emergenza”, strettamente collegato al primo (quello di “guerra giusta”), doveva necessariamente condurre alla dilatazione temporale dello “stato di eccezione”, proprio a causa della natura deterritorializzata (asimmetrica) del terrorismo. Di qui la trasformazione dell'escalation militare in stato di "eccezione" permanente...
Insomma, politica e moralismo (peggio se liberale), come insegnava Carl Schmitt, non vanno d’accordo. Guerra giusta ed emergenza, sono così divenuti in ambito internazionale due fattori di disordine e non di ordine . E soprattutto veicoli dell’espansionismo Usa all'esterno, e di limitazione delle libertà politiche e civile all'interno (non solo degli Stati Uniti).
Il quadro è così instabile che resta assai difficile formulare qualsiasi previsione. Come nota de Benoist: “La nuova strategia ‘preventiva’ dell’amministrazione Bush non prolunga di fatto né il vecchio wilsonismo morale né il ‘realismo’ dei sostenitori dell’equilibrio delle forze. Certo, essa prende in prestito al primo la sua convinzione essenzialmente morale di una ‘missione universale’ assegnata alla nazione eletta, e al secondo la preoccupazione di una politica orientata verso la difesa dell’ ‘interesse nazionale’ degli Stati Uniti, ma costituisce sopra tutto un miscuglio inedito, a base di egemonismo unilateralista, la cui messa in opera, equivalendo a reintrodurre in maniera selettiva il jus ad omnia nella politica internazionale, determina non la modifica, bensì la distruzione completa delle regole scritte o non scritte del diritto internazionale” (pp. 50-51).
Concludendo, Alain de Benoist, Carl Schmitt, Stati Uniti e terrorismo internazionale: una miscela teorica esplosiva. Un libro da non perdere.

martedì, maggio 15, 2007

Endemol, Mediaset e la mancanza di coraggio della Rai

Ci assale un dubbio. Quale? Temiamo che l’acquisizione da parte di Mediaset di Endemol, la società olandese fornitrice di format tv anche per la Rai, possa trasformarsi nell’ennesimo alibi per mascherare la mancanza di coraggio della televisione pubblica italiana. Ci spieghiamo meglio.
In primo luogo, certo, va fatta una dsitinzione tra monopolio economico e monopolio delle idee. Tuttavia nel caso dell’acquisizione di Endemol da parte di Mediaset, la Rai rischia entrambe le cose. Ora però, invece di gridare, per così dire, “al lupo al lupo Berlusconi”, si dovrebbe pensare a quali idee, la televisione italiana dovrà rinunciare, qualora Mediaset, come monopolista dei format tv, chiudesse i rubinetti o alzasse i prezzi… Alle idee che caratterizzano la televisione commerciale più volgare, quella del “Grande Fratello”. E’ una perdita? No. Anzi, la Rai, facendo di necessità virtù, potrebbe finalmente puntare su una televisione di qualità.
In secondo luogo, è in atto, come è noto, un processo di concentrazione a livello mondiale dei cosiddetti poteri mediatici. E qui si pensi all’ ”offensiva di mercato” scatenata da un personaggio come Murdoch. Del resto queste concentrazioni sono favorite da un processo di globalizzazione che, vedi il recente Forum Economico milanese, patrocinato dalla Bocconi e dal Corriere della Sera, viene celebrato come inarrestabile. In realtà, nei mercati prevale la legge del più forte, e il pesce più grosso finisce sempre per mangiare il più piccolo… Di qui la crescente e galoppante concentrazione dei poteri economici mondiali. Per opporsi ad essa, o comunque per mitigarla, sarebbe necessario un ritorno al protezionismo regionale e alla “grande politica”. Ma come? Se i politici europei si vergognano perfino dell’attuale supremazia dell’Euro sul Dollaro?
In terzo luogo, quanto più avanza la globalizzazione, che non è politicamente neutrale visto che si avvale della spada americana, tanto più cresce, oltre alla concentrazione economica, quella delle idee: avanza il cosiddetto pensiero unico, basato sull’occidentalismo e sulla cultura dei consumi e del divertentismo più rozzo. E la conquista di Berlusconi di Endemol costituisce un ulteriore passo in avanti verso tale direzione. Anche perché in futuro, a sua volta, Berlusconi potrebbe essere fagocitato proprio da Murdoch, personaggio che veicola questo genere di cultura. Tuttavia si potrebbe tentare, come abbiamo accennato, di produrre una televisione di qualità. Proprio perché la Rai potrebbe, rinunciando a format tv commerciali, provare a produrne altri di elevato valore culturale, o comunque meno volgari.
Ma per far questo servirebbe una dirigenza televisiva adeguata. E in più in generale una classe politica coraggiosa capace di credere nella superiorità della cultura (vera) sull’economia. E soprattutto di non “piangere” e magari strapparsi i capelli perché d’ora in avanti il “lupo cattivo” Berlusconi controllerà i format tv di Grandi Fratelli, Fattorie, e Stalle… Ma dove trovarla?

lunedì, maggio 14, 2007

Le manifestazioni di San Giovanni e piazza Navona: uno scontro fra minoranze

Dopo le manifestazioni di San Giovanni e di piazza Navona, la questione Dico sembra essersi ulteriormente complicata. Da un parte i cattolici che rivendicano una “clamorosa vittoria”, dall’altra i “laici” che recriminano la mancata adesione politica dei diesse. E in mezzo, un governo di centrosinistra incapace, almeno per ora, di prendere una posizione chiara.
Diciamo che, al di là dei numeri, pur considerevoli, di piazza San Giovanni, la questione dei Dico resta uno scontro fra minoranze. E che quella cattolica è sicuramente più corposa. Ma minoranza resta (come quella laica) rispetto a una maggioranza di italiani che, come tutte le maggioranze “silenziose”, preferisce non pronunciarsi nettamente, andando così a costituire una specie di zona grigia.
Non abbiamo dati sicuri a riguardo, ma sintetizzando i risultati di varie indagini, si può ritenere che nella “zona grigia”, una maggioranza di persone guardi con favore l’introduzione dei Dico, ma non gradisca l’ estensione della “formula” alle unioni tra omosessuali. Sotto quest’ultimo aspetto gli italiani non sembrano essere ancora “pronti”. A differenza di quanto invece ritengono certi laici.
Pertanto il vero problema è piuttosto antico, e soprattutto di teoria sociologica: le leggi dipendono dal costume, o il costume dipende dalle leggi? Purtroppo, non è possibile rispondere in modo chiaro e definitivo. Ma avanzare solo alcune ipotesi, attagliandole alla situazione italiana.
Per i sostenitori della prima tesi (le leggi dipendono dal costume), prima di introdurre i Dico (estesi a tutte le coppie) si dovrebbe attendere la spontanea “maturazione” degli italiani. Che sorgerebbe lentamente attraverso un’evoluzione del senso comune. Il che però richiede tempo.
Per i seguaci della seconda tesi (il costume dipende dalle leggi), i Dico (estesi a tutte le coppie) andrebbero introdotti subito per legge. La “maturazione”, potrebbe così essere facilitata, attraverso l’esercizio di diritti fruibili da tutti.
Da parte laica ci si batte per l’introduzione immediata dei Dico (estesi a tutti, pare), mentre da quella cattolica persiste un netto rifiuto. Da parte laica si invocano ragioni di urgenza. Tuttavia, secondo i dati del Lemur (http://www.lemur.unisa.it/ ), le coppie conviventi sarebbero il 3,6 % (2001) di tutte le coppie: circa 500 mila coppie su 14 milioni di coppie: un milione di persone su 28 milioni. Inoltre una coppia non coniugata su due non avrebbe figli . Esiste un’ emergenza sociale? Lasciamo che giudichi liberamente il lettore. Sul numero delle coppie gay, purtroppo, non ci sono dati precisi ( si veda a riguardo http://www.clubclassic.net/pride/articolo5_maggio07.html).
Ma quale potrebbe essere la reazione della “zona grigia” all’introduzione dei Dico? Sicuramente si spaccherebbe a metà, e i due grossi frammenti andrebbero a ingrossare le fila dei diversi schieramenti. Dopo di che si andrebbe a votare un referendum abrogativo della legge sui Dico. E di conseguenza il clima politico, sociale e culturale potrebbe farsi incandescente.
Per evitare guerre di religione (attenzione: ben diverse dal normale conflitto politico), non restano perciò che due possibilità: o una legge sui Dico estesa solo alle coppie eterosessuali (che comunque rischia di incontrare il parere contrario del modo cattolico gravitante intorno Chiesa…), o un “potenziamento” graduale e “patteggiato” del diritto civile delle obbligazioni (ma non sappiamo come, non avendo competenze specifiche). Il tutto, in attesa di una “lenta” evoluzione del costume nel senso auspicato dai laici. O, persino, di un suo, diciamo così, “arretramento”, nel senso gradito alla Chiesa. Tenendo appunto presente, che la storia, in termini sociologici, non ha alcuna direzione “progressiva” e nessuna connotazione morale definitiva, come invece spesso erroneamente si crede, sovrapponendo alle vicende storiche i propri schemi culturali, o peggio, ideologici.
Ma per esplorare queste due possibilità, servirebbero politici all’altezza della situazione. E non personaggi interessati a sopravvivere politicamente, come Prodi e Berlusconi, oppure desiderosi di impadronirsi della causa cattolica, come Mastella e Casini, o infine, capaci di riproporre solo un rozzo anticlericalismo, come Boselli.

venerdì, maggio 11, 2007

Rignano Flaminio e la sindrome del mostro di Dusseldorf

I presunti pedofili di Rignano Flaminio sono in libertà. Il Tribunale del Riesame non ha considerato sufficienti le prove a carico. La pubblica opinione è divisa, e non solo quella di Rignano Flaminio. Ora i media sembrano propendere per la tesi innocentista. Per contro le famiglie dei bambini sembrano più decise che mai a ottenere giustizia. Le indagini proseguono. Questi i fatti.
Quel che però preoccupa di tutta la storia, al di là della gravità delle accuse e del presunto coinvolgimento di personale scolastico, è la sindrome del mostro di Düsseldorf… Così come venne inquadrata dal grande regista tedesco Fritz Lang nell’omonimo film del 1931. Ecco la trama del film, che magari non tutti ricordano:

"Il terrore regna nella città. Un "mostro" continua ad uccidere delle bambine, senza che la polizia possa far nulla. Stanchi delle continue retate, la potente organizzazione dei ladri della città, grazie ad una capillare rete di vigilanza tesa in tutta la città con il concorso dei ladri e dei mendicanti, riesce a scoprire un tenue indizio: il "mostro", nell'avvicinare le sue vittime fischietta un macabro motivo. Il criminale, individuato da un mendicante cieco, grazie al motivetto musicale, è “marchiato” con una grossa "M" di gesso sulle spalle. Catturato in fine dai ladri, è condotto in un sotterraneo dove si è radunato il tribunale della malavita. L’assassino cerca di discolparsi imputando i suoi delitti ad una forza irrefrenabile che lo assale. La condanna a morte sembra inevitabile quando all’ultimo momento la polizia fa irruzione nel sotterraneo e consegna il criminale alla giustizia." (da www.viaggio-in-germania.de - "Il portale italiano sulla Germania").

Si tratta di un film “sociologico” che illumina bene il conflitto tra la società, come aggregato di individui di ogni tipo e moralità, che vuole istintivamente giustizia come un solo corpo, e le istituzioni che impongono “regole” ragionate per garantirla, senza ledere i diritti dei presunti colpevoli e delle vittime. Ma il film, mostra anche un altro aspetto importante: dove non ci sono regole “istituzionali”, o si tarda ad applicarle, la società automaticamente si fa giustizia da sola. Come notò, paradossalmente, Gianfranco Miglio, il linciaggio dei colpevoli è la più antica forma di giustizia (piuttosto che antica, noi diremmo arcaica, se non addirittura atavica ...). Ovviamente, chi scrive, non è d’accordo sul piano soggettivo. Però ritiene, che su quello oggettivo, il pericolo di trasformare, per varie ragioni (ritardi, carenze, incapacità, eccetera) un atto di giustizia legale e istituzionale, in un atto di ingiustizia, illegale e collettiva, sia sempre possibile. E in questo consiste la sindrome del mostro di Düsseldorf.
Ora, il fatto che il Tribunale del Riesame, abbia rimesso in libertà i presunti colpevoli, è un segno positivo e non negativo. Perché indica che la cultura delle “regole” istituzionali rappresenta ancora oggi una garanzia per tutti i cittadini. Mentre il fatto che alcune presunte colpevoli, siano state picchiate in carcere da altri detenuti (come riportano alcuni giornali), indica purtroppo che le forze istintuali della giustizia sociale sono sempre in agguato, più che mai vive e vegete. Si potrebbe perciò perfino dire che le società restino arcaiche e che i singoli, ma non tutti, progrediscano... Almeno fino a un certo livello di civiltà (non sempre facile da stabilire...).
Certo, la cultura delle regole istituzionali, spesso è “ingombrante”, e se unita a problemi di risorse scarse e di malfunzionamento del sistema giudiziario, può provocare ritardi e ingiustizie di fatto. Nessuno nega questo. Ma riteniamo sia sempre preferibile all’ innocente in carcere, il colpevole in libertà.
La civiltà, quella vera, è segnata dal progressivo e regolare controllo degli istinti sociali attraverso regole istituzionali, accettate dagli individui. E si tratta dello stesso istinto, che sul piano individuale, l'attore Peter Lorre, il “mostro" di Düsseldorf cinematografico , in una delle scene più drammatiche del film, ammetteva di non riuscire a contrastare da solo… Ma che caratterizzava, sul piano collettivo, lo stesso “Tribunale” della malavita, che in un grigio scantinato voleva condannare il "mostro" a morte…
Insomma, dove l’individuo non può arrestarsi, interviene sempre una qualche forma di giustizia… Ma spesso feroce e non sempre "giusta". Ecco perché si deve onestamente accetttare, che nella triste e controversa vicenda di Rignano Flaminio, sia la cultura delle “regole” istituzionali a fare il suo corso.
Sarebbe un segno di grande civiltà.

giovedì, maggio 10, 2007

Il libro della settimana: Bruno Arpaia, Per una sinistra reazionaria, Ugo Guanda Editore, Parma 2007, pp. 186, euro 12,00

Il tema della crisi della sinistra di osservanza marxista ha un suo indubbio fascino. Perché si spera sempre di leggere qualcosa di interessante e soprattutto di promettente. A grandi linee, in Italia, la letteratura in argomento può essere divisa in due filoni. Da un lato i teorici dell’autonomia del sociale (Negri e Revelli), dall’altra i seguaci dell’autonomia del politico (Preve, La Grassa, e in parte anche Tronti). Ovviamente, la nostra è una partizione piuttosto rozza e incompleta. Comunque sia, i primi sostengono che la società, può farcela da sola, autoriformandosi attraverso i movimenti sociali, e per via non violenta. Mentre i secondi sostengono, che qualsiasi processo di trasformazione sociale, non può assolutamente sottovalutare le possibili asprezze del conflitto politico, che talvolta rischiano di sconfinare nella violenza. Il che non significa che questi pensatori siano favorevoli alle soluzioni di forza, ma più semplicemente che riconoscono alla violenza un oggettivo ruolo storico. E che di conseguenza ammettono la necessità di creare strutture politiche, quadri, e soprattutto élite dirigenti, decise e consapevoli del proprio ruolo di guide storiche.
Per farla breve: Preve e La Grassa hanno un visione realista della politica, Negri e Revelli, no . Tutto qui.
A nessuna di queste correnti appartiene invece Bruno Arpaia. Il quale si interroga sul futuro della sinistra, pervenendo a modestissimi risultati intellettuali. Arpaia, che è uno scrittore di sinistra (o almeno così dichiara), in suo libro appena uscito, parla addirittura di una sinistra che deve farsi reazionaria (Per una sinistra reazionaria, Ugo Guanda Editore, Parma 2007, pp. 186, euro 12,00).
In che modo? Recuperando le ragioni della destra. Ma come? Criticando l’idea di progresso e battendosi per una società capace di trovare il giusto equilibrio tra doveri e diritti. Il che suona molto "liberaldemocraticoborghese"… Quel che però è assente nel suo libro, tra l'altro pieno di fumose accuse “alla Feltri” a burocrazie e monopoli economici, è la volontà di designare il nemico: il libro non contiene alcuna critica al processo di riorganizzazione imperiale, in atto, promosso dagli Stati Uniti. Insomma, mai nominare il nome degli Usa invano… Un scelta che indica un grave limite politologico e politico: quello di non voler prendere in considerazione la possibilità del conflitto. E soprattutto delle sue asprezze e possibili degenerazioni. E dunque di “equipaggiarsi” a riguardo… Non possiamo soffermarci sul punto specifico, e pertanto rinviamo al nostro saggio L’idea di decrescita, la crisi della sinistra e l’autonomia del politico ( www.ariannaeditrice.it - rassegna stampa del 4-5-2007 - oppure “archivio articoli” ).
Del resto, Arpaia, nonostante i proclami, riesce soltanto a proporre l’ipotesi di una sinistra debole “senza più propositi palingenetici, ma in possesso di una forte carica simbolica (…) che scelga definitivamente e in maniera convinta l’immaginazione” (pp.172-173). Per farla breve: Arpaia all’autonomia del sociale caldeggiata da Negri e Revelli, e a quella del politico felicemente intuita da Preve e La Grassa, propone di sostituire... l’autonomia dell’immaginario. Facendo così fare alla sinistra un altro passo indietro: non volendo ( o potendo) “possedere” la realtà sociale, né politicamente né socialmente, nella sua fisicità, Arpaia consiglia alla sinistra di appagarsi con la “masturbazione” intellettuale… Un’attività che potrebbe tornare utile per allenarsi a fronteggiare in finte battaglie di parole altri eterei filosofi e scrittori , ma non per sconfiggere nemici veri, ritti in piedi davanti a noi, e con la spada sguainata…
In conclusione, un libro da leggere per capire lo stato confusionale in cui versa certa sinistra “alle bollicine" (l’immaginario), diluita con l' acqua minerale della liberaldemocrazia borghese…. Una pseudosinistra intellettuale che vuole conciliare tutto e il suo contrario, pur di rimanere a galla, perfino sul piano editoriale,
Penoso.

mercoledì, maggio 09, 2007

Il "Family Day" e il lato oscuro della modernità

Crediamo che il problema posto dal “Family Day” cattolico di sabato, non sia tanto quello di decidere se andare, non andare, oppure di contestarlo, quanto di capire perché si sia giunti a questo punto. Come al solito, la prendiamo da lontano.
Una premessa. Chi scrive non ritiene che i processi sociali e culturali abbiano una direzione (temporale) di tipo lineare, nei due sensi, dal male al bene e viceversa. Perché quel “male” e quel “bene” sono sempre esito di connotazioni di tipo morale. Da evitare assolutamente quando si studiano i fenomeni sociali.
Ma veniamo al punto. La modernità è distinta da due processi fondamentali che si intersecano tra di loro: da un lato la separazione pubblico-privato che attraversa la vita dei singoli, dall’altro la proceduralizzazione della vita sociale, con la conseguente formalizzazione delle differenze individuali e collettive di natura identitaria. Che intendiamo dire?
In primo luogo, che distinzione tra vita pubblica e vita privata, ha implicato la trasformazione della scelta religiosa in una scelta privata, riguardante la coscienza individuale. In secondo luogo, che la proceduralizzazione delle differenze identitarie, ha determinato la trasformazione giuridica e sociale delle passioni collettive in interessi socialmente organizzati. Interessi regolati, con la progressiva introduzione di norme di comportamento pubblico, formali e informali, valide per tutti.
Si è trattato di un progresso o di un regresso? Difficile dire. In Occidente la distinzione pubblico-privato e la proceduralizzazione hanno richiesto la nascita e lo sviluppo di un’entità “al di sopra delle parti”: lo “stato-moderno”, nonché di ferrei meccanismi procedurali, che hanno contribuito a rendere più sicura, ma anche più rigida e complicata, sotto l'aspetto degli adempimenti sociali la vita dei singoli.
In questo quadro, la Chiesa Cattolica, è stata gradualmente messa ai margini. Ma di riflesso, ha imparato a trarre profitto dai processi di proceduralizzazione. Senza però mai accettare la distinzione pubblico-privato. Ora la manifestazione di sabato, per un verso è giustificata, dalla proceduralizzazione: non si può negare alla Chiesa Cattolica, come gruppo di pressione, il diritto di manifestare, per influire sul dibattito pubblico. Per un altro verso però, la tematica della famiglia, travalica la divisione pubblico-privato. Di qui le polemiche e i conflitti che sono sotto gli occhi di tutti. E che, a nostro avviso, non sono destinati a spegnersi.
Per quale ragione? Perché le due dinamiche (separazione pubblico-privato e proceduralizzazione), per funzionare a pieno regime richiederebbero la totale trasformazione dell’uomo, se ci passa l’espressione, in un animale a sangue freddo. Insomma, in essere privo di passioni. Una specie di automa, capace di decidere freddamente, di volta in volta e da solo, quel che è pubblico o privato. Il che è piuttosto difficile. E soprattutto pericoloso, perché implica la “disumanizzazione”. E un mondo privo di passioni collettive, sarebbe un mondo privo di alimento socioculturale. Condannato a ripiegarsi su se stesso e a morire lentamente. Questo, purtroppo, è il lato oscuro della modernità.
Perciò in termini oggettivi, fanno bene i cattolici a manifestare. Ma fanno altrettanto bene, i laici e i credenti in disaccordo con la Chiesa Cattolica, a contro-manifestare.
Certo, resta il problema, del quando e come fermarsi. Perché, come tutti sanno, storicamente, la separazione pubblico-privato e la proceduralizzazione, hanno giustamente messo fine a un lungo periodo di guerre religiose. Il che però non ha poi determinato la fine della guerra in quanto tale. Altra dimostrazione, questa, di quanto le passioni (certo non da sole) determino l’agire sociale e culturale dell’uomo. Ovviamente, non riteniamo che la “guerra sia la madre di tutte le cose". Come però non può esserlo neppure la pace. E’ un problema di equilibrio storico e sociologico, che ogni società affronta in modo diverso, unendo insieme, spesso confusamente, caso e necessità. Difficile rispondere.
Ecco perché dobbiamo rispettare tutti i manifestanti di sabato. E, soprattutto, sperare che si rispettino fra di loro.

martedì, maggio 08, 2007

Meta (political) comics: I poveri sono ritornati di moda.

Iniziamo con una domanda: che cos’è il glamour ? Risposta: per saperlo basta sfogliare Style il magazine del Corriere della Sera: una specie di Enciclopedia Treccani della materia, a dispense mensili. Attualmente, è glamour il look da finto povero: le sue pagine, infatti, ospitano azzimati nobiluomini in bicicletta, attori famosi che lavorano la terra personalmente, grandi imprenditori in rudi abiti di fustagno, stilisti miliardari abbigliati da barboni in cachemire, giovani figlie di ricchissime uomini d’affari, che nonostante gli abiti firmatissimi, dichiarano di svolgere lavori flessibili… Insomma, ripetiamo: i poveri, vanno di moda, almeno per il prossimo Autunno-Inverno… Attrezzatevi. Chissà però che ne pensano i poveri veri.
A questo punto, i nostri lettori potrebbero rispondere: “Ma chi se ne frega di Style“ . E invece no, perché sfogliarlo è un' operazione istruttiva. Basta avere lo stomaco per arrivare in fondo… Un esempio? Subito. Nel numero in edicola, Domenico De Masi, rispettabile sociologo ( ma i soliti malevoli dicono tuttologo…), consiglia ai lettori di evitare “l’agiatezza e la povertà perché sono entrambe accompagnate da troppo grattacapi”: la “condizione auspicabile” sarebbe quella “intermedia”. Ben detto. E poi suona pure bene. Tuttavia già alla pagina seguente spicca la pubblicità di un costoso profumo francese, da duecento euro al millilitro. Errore di impaginazione? No. Perché in quelle successive sono in mostra automobili extralusso, motociclette da paura, orologi da polso intergalattici, mocassini in pura-pelle-pura (speriamo non umana…), occhiali da sole ultrafirmati, elegantissime mutande unisex, abbigliamento finissimo per praticare il gioco del Polo. Mancano solo i famigerati “diamanti per sempre". Evidentemente sono passati di moda. O probabilmente non sono più politicamente corretti. Visto quel che accade in Africa, dove i mercanti di diamanti ne combinano di cotte e di crude a danno di quelle povere popolazioni…
Per carità non siamo pauperisti, ci mancherebbe altro. E poi, come si diceva un tempo, la pubblicità è l’anima del commercio. E pure delle riviste. Che devono pagare stipendi non proprio “intermedi”, Ma questa è un’altra storia.
Però c’è un limite a tutto. Se la “condizione intermedia” incensata da De Masi, richiede certi gadget, così costosi, tanto intermedia non sarà ? Insomma, quando si deve guadagnare per essere un povero-glamour? Perciò giriamo la domanda a De Masi. Chissà se risponderà…
A dirla tutta, riteniamo di trovarci davanti al solito giornalismo snob, oggi trasversale, a sinistra come a destra. Un giornalismo “frinfrillino”, che perde il pelo ma non il vizio. Ci vuole pazienza…
Negli anni Sessanta, una delle tante contesse (più o meno decadute), curatrice di una rubrica di piccola posta, a una commessa che si lamentava di arrivare tardi al lavoro, rispose che doveva prendere un taxi Oggi, stando ai modelli pubblicitari di cui sopra, consiglierebbe alla stessa commessa di noleggiare almeno un aereo privato.
Certo, per una pura questione di Style.

lunedì, maggio 07, 2007

La vittoria di Sarkozy. Una svolta? Mah...

Molti osservatori hanno subito presentato la vittoria di Sarkozy come una svolta. Il nuovo Presidente della Repubblica francese viene descritto come una specie di emulo della signora Thatcher… Non siamo d’accordo. Per almeno due ragioni.
In primo luogo, Sarkozy è un pragmatico, e nonostante l’età relativamente giovane (52 anni), è un politico di lungo corso. Conosce molto bene la macchina amministrativa e i corridoi della politica francese. E sa benissimo che l’esercizio del potere implica una costante mediazione, interna ed esterna alla destra. Inoltre, Sarkozy conosce e teme la forza dell’opposizione sociale, soprattutto sul piano sindacale. Perciò non crediamo che attuerà una politica di crescenti liberalizzazioni. Procederà, se procederà, per piccoli strappi e grandi mediazioni. Altro che la Thatcher… Mentre per quel che concerne l’ordine pubblico, terreno dove il nuovo Presidente sente di avere dietro di sé la Francia dei ceti medi, potremmo assistere a un giro di vite.
In secondo luogo, il nuovo presidente è sicuramente filoamericano, come si rileva. Tuttavia il suo pragmatismo non depone in favore di un maggiore coinvolgimento della Francia nel crescente bellicismo “operativo” dell’amministrazione Usa. In particolare, Sarkozy difficilmente potrà totalmente condividere, soprattutto nei fatti, le scelte smaccatamente anti-islamiche degli Stati Uniti. E non per ragioni umanitarie, ma più semplicemente di “politica politicante” Perché si tratta di opzioni che possono indebolirlo su fronte interno, e così trasformare un problema di ordine pubblico ( la gestione delle periferie), in uno scontro di tipo religioso, che dividerebbe i moderati francesi. E Sarkozy sa che i suoi concittadini “di centro” non lo seguirebbero. In particolare, sussiste il rischio, se il nuovo Presidente peccasse di eccessivo americanismo anti-islamico, di essere contestato, nelle piazze, da una sinistra sociale, da sempre attenta a combattere le discriminazioni ( si pensi a quel che è accaduto già ieri sera) . Pronta ad accusarlo di razzismo, mettendolo sullo stesso piano di un Le Pen. Pericolo che Sarkozy conosce bene (e teme). Quanto agli accenni “ecologisti” contenuti nel suo primo intervento televisivo, appena eletto, vanno considerati puramente retorici e “fumogeni”… Quanto all’Europa, che, al di là delle prime dichiarazioni, non è sicuramente in cima alla sua agenda, non crediamo in radicali cambiamenti dell’attuale politica francese di moderato disimpegno.
Le uniche sorprese potrebbero venire dalla gestione dell’ordine pubblico. Proprio perché riguarda sul piano quantitativo il controllo effettivo (biopolitico) di un 10/20 per cento della popolazione francese: i sottoproletari delle periferie, i lavoratori flessibili, gli studenti. Sostanzialmente, come altre società europee, la Francia si compone di ceti medi, circa il 60 per cento della popolazione. E oggi, "l’arte della politica", in Francia come altrove, consiste nel non scontentare il cittadino medio ( o comunque non vessarlo troppo) e nell’impedire che possa crescere la fascia sociale del disagio (quel 10/20% di cui sopra), sia attraverso gli interventi sociali, sia mediante il controllo biopolitico (speso le due cose vanno insieme). Sostanzialmente si tratta di conservare e gestire lo status quo. E sul piano dell’ordine pubblico, stante l’appoggio della maggioranza dei francesi e gli imponenti mezzi e tecnologie, di cui dispone la polizia, potrebbe essere possibile (piaccia o meno) un migliore controllo (biopolitico) delle periferie, congiunto a qualche modesto intervento sociale di tipo figurativo. Sempre che, come abbiano accennato, la questione sociale non si trasformi progressivamente in questione identitaria e religiosa, a causa di una politica estera eccessivamente filoamericana.
Pertanto, non si capisce perché, un politico smaliziato come Sarkozy, dovrebbe opporsi a questo corso delle cose, e mettere in discussione una “brillante” carriera politica, così diligentemente costruita, fin da quando aveva vent’ anni...

venerdì, maggio 04, 2007

La morte di Vanessa Russo e i ripensamenti del "Corriere della Sera"

Come ha “coperto” il Corriere della Sera il caso di Vanessa Russo, la giovane uccisa per futili motivi da una coetanea rumena? In modo, a dir poco, irresponsabile. L'aggettivo è forte, ma giustificato dal fatto che si tratta di un grande organo di stampa, diffuso in tutta Italia e molto letto anche all’estero. Ma prima i fatti.
Il giorno successivo all’omicidio (sabato 28 aprile) il Corriere esce con un box in prima pagina (taglio alto), con la notizia e la foto della vittima: una giovane dolcissima, dagli occhi molto grandi e teneri. Nel titolo si parla di “Caccia alle due donne”. In cronaca (di Roma), nel sommario, si sottolinea che la ragazza “aveva reagito a un’aggressione in metrò”.
Nei giorni successivi i media danno il via al consueto rituale di degradazione simbolica e sociologica dei presunti colpevoli. E anche l'austero (?) Corriere decide di fare la sua parte.
Il giorno dopo (domenica 29), esce con la foto delle due donne rumene in fuga sulle scale della metropolitana, con il dettaglio dei volti. Il titolo insiste sulla “Polizia a caccia di queste due donne”. Nelle pagine di cronaca le due giovani sono definite senza mezzi termini “Le assassine" (titolo a tutta pagina). In cronaca (di Roma), nel titolo di apertura, si riportano le dichiarazioni di due vigilantes: “Le conosciamo, sono due ladre”. Il giorno seguente (lunedì 30), il Corriere perde le staffe: “ Trovate le due ragazze - Sono prostitute romene” (prima pagina, taglio centrale). Il giorno successivo (martedì 1 maggio) il Corriere abbraccia decisamente la tesi dei pm: “E’ omicidio volontario” (prima pagina, taglio basso). Nelle pagine interne (due pagine intere), a corollario, viene messa in luce, quasi in termini lombrosiani, la deprivazione morale delle due romene. In che modo? Si dà ampio risalto (titolo a tutta pagina, taglio basso) alla dichiarazione della più giovane delle due, una minorenne: “Sulla strada guadagnavo 250 euro a notte. Li spendevo tutti in vestiti”. In cronaca (di Roma), si accredita la richiesta del fratello della vittima “che chiede ‘un processo rapido e pene severe’ “ ( in apertura, sommario, taglio centrale).
Fin qui il contributo mediatico del Corriere della Sera, soprattutto in termini di titoli, occhielli e sommari, che spesso sono le sole parti lette, è quello di alimentare un clima, molto americano, di psicopatica “caccia all’uomo” (alle donne in questo caso) e di accrescere l’odio razziale verso “due assassine”, “rumene” e “prostitute”. E di sostanziale appoggio alla richiesta di “pene severe” da parte della famiglia di Vanessa.
Ma all'improvviso il vento cambia. Il giorno successivo alle esequie (giovedì 3), segnate da momenti di tensione, il Corriere ci ripensa e prende le distanze. In che modo? Nel titolo di prima pagina (ma di taglio basso), dà spazio alla tesi della provocazione da parte di Vanessa, riportando (nel sommario del titolo) la dichiarazione di un testimone: “La ragazza uccisa ha spinto, l’altra ha reagito con l’ombrello”. Nelle pagine interne, si amplifica, ad arte, la presunta disumanità, della famiglia della giovane uccisa: “Tensione ai funerali di Vanessa: ‘Perdono? Mai’ [titolo a tutta pagina] - Contestati dalla folla politici e immigrati. La madre urla il suo no alla richiesta di pietà fatta dall’altare [sommario]”. Dopo di che, a un anonimo e saccente commentatore viene lasciato il compito di ricordare al lettore che “la guerra agli immigrati è troppo facile: E non ridà la vita a chi è stata assassinata. Si capisce la rabbia. Ma non quella che non conosce più la ragione”
Giustissimo. Molto edificante. Ma perché così tardi? E soprattutto dopo aver alimentato, per giorni, l’odio verso gli immigrati. Lasciando credere ai lettori più ingenui, suggestionabili e addolorati (si pensi alla tragedia vissuta dai familiari e dagli amici di Vanessa), che l’immigrazione porterà solo delitti e prostituzione? Perché?

giovedì, maggio 03, 2007

Il confronto televisivo tra Nicolas Sarkozy e Ségolène Royal: sotto il vestito niente

Due ore, in effetti possono essere poche per discutere dei rispettivi programmi politici. Ma più che sufficienti quando i contenuti politici, come quelli discussi ieri sera Sarkozy e la Royal, sono così superficiali da risultare scontati e banali.
Sostanzialmente, abbiamo assistito al confronto tra il pallido neoliberismo Sarkozy e il welfarismo “dolce” della Royal. Un confronto tra ombre. Non si è fatto alcun riferimento alla politica internazionale, agli Stati Uniti, all’Europa come possibile protagonista della politica mondiale, ma neppure alla corruzione indotta da un capitalismo sempre più nelle mani di pochi azionisti, affamati di profitti a breve termine, e ad ogni costo. Insomma, nessun riferimento, agli scandali che hanno infiammato e segnato la politica e l'economia francesi. Quanto alle periferie i due contendenti hanno sostenuto più o meno le stesse tesi. Per entrambi sarà necessario un giro di vite in termini di ordine pubblico…
L’aspetto interessante è che i media d'Oltralpe e soprattutto esteri (in particolare in Italia) hanno posto l’accento sulla (relativamente) giovane età dei contendenti alla presidenza (entrambi cinquantenni) e sulla loro dinamicità, sorvolando sui programmi. Insomma, ne hanno evidenziato, pagando pegno alla dominante cultura dell’immagine, il bel “vestito”… Perciò, nei commenti a caldo, si è parlato della “tonicità” di Sarkozy e del “cuore di mamma” della Royal. Della bella cravatta del candidato gollista e dell’abitino blu, da graziosa ex collegiale, della candidata socialista.
Certo Sarkozy e la Royal sono più belli di Prodi e Berlusconi, o di altri politici europei. E allora? Basta la fotogenicità per governare una nazione? Ecco il vero punto della questione: dal momento che i programmi politici ormai si somigliano tutti - cosa di cui sono consapevoli gli addetti i lavori - allora si preferisce puntare sulla pubblipolitica. Sulla promozione televisiva dell’immagine del candidato. Che deve essere bello, giovane e rassicurante come il testimonial di uno spot televisivo…
Sono cose che tutti sappiamo, perfino scontate. E’ nota, infatti, la matrice culturale statunitense della pubblipolitica, come pure la forza dei meccanismi di controllo sociale che vi sono dietro. Eppure ieri sera milioni di francesi e sicuramente anche di europei hanno assistito al confronto. Perché? Evidentemente, malgrado tutto, c’è ancora voglia di partecipare e capire. Peccato, che l’attuale classe dirigente, non solo francese, continui a fare del suo peggio - fuorché nella "cura dell'immagine" - per ridurre la politica a pura gestione dell’esistente. Smorzando o “canalizzando” ogni entusiasmo a colpi di cravatte sgargianti e falsi sorrisi. E fingendo un decisionismo, che invece appartiene ad altri gruppi sociali, a cominciare da quelli economici e finanziari. Gruppi che sono ben felici che si continui a parlare di cravatte e non di corruzione…
La grande politica è un’altra cosa. E soprattutto, non si occupa del "vestito", ma di quello che vi è sotto.

mercoledì, maggio 02, 2007

Il libro della settimana: Gian Enrico Rusconi, Non abusare di Dio. Per un'etica laica, Rizzoli 2007, pp. 192, euro 12,50

Franco Garelli, sociologo e attento studioso del cattolicesimo italiano, in un'intervista concessa ad Aldo Di Lello, ha sottolineato la “carenza propositiva del mondo laico”. Che spiegherebbe - almeno in parte - il nuovo protagonismo della Chiesa. Una “carenza”, e dispiace dirlo, che segna anche ultimo libro, pur interessante, di Gian Enrico Rusconi, Non abusare di Dio. Per un’ etica laica (Rizzoli 2007, pp. 192, euro 12,50). L’autore, professore di Scienza politica all’Università di Torino, è così famoso che non ha bisogno di presentazioni. I suoi libri e interventi in argomento sono regolarmente, e giustamente, dibattuti da opinionisti e studiosi.
Una premessa. Chi scrive, condivide la tesi rusconiana che i due maggiori pericoli per la democrazia liberale e pluralista siano il clericalismo e il laicismo. Pertanto di regola: un’etica laica, dovrebbe evitare ogni deriva laicista; come un’etica religiosa dovrebbe contrastare ogni ricaduta clericale. Ma l’autore come sviluppa questa tesi? E qui, come vedremo, nasce il nostro disaccordo.
Sul piano filosofico, Rusconi privilegia la sovraordinazione dell’etica laica, fondata sul valore dell’uomo come fine, su quella religiosa. Che, a suo avviso, rinviando a Dio, poggia su un’entità esterna e superiore all’uomo. Il politologo basa la sua tesi, che a grandi linee, risale a Grozio, giurista olandese del Seicento, su una frase del teologo evangelico Dietrich Bonhoeffer. Il quale in una lettera scritta dal carcere nazista di Flossenbürg, notava che “Dio ci fa sapere che dobbiamo vivere come quelli che se la cavano nella vita senza Dio”: etsi Deus non daretur. Come se Dio non ci fosse.
E qui veniamo al piano sociologico. Agire come se Dio non ci fosse porrebbe “il laico e il credente-di-chiesa sullo stesso piano, pur partendo da motivazioni divergenti. Su questo piano infatti - prosegue Rusconi - né il primo né il secondo possono avere qualcosa di più o di meno rispetto all’altro: entrambi sono soli o, se si vuole, sono autonomi nell’argomentare il senso morale del loro mondo personale e collettivo” . Si tratta di una scelta, “congruente con l’idea di democrazia laica” . Per quale ragione? Perché intende la democrazia “come lo spazio istituzionale entro cui tutti i cittadini, credenti, non credenti e diversamente credenti, confrontano i loro argomenti, affermano le loro identità e rivendicano il diritto di orientare liberamente la loro vita, senza ledere l’analogo diritto degli altri” . Ma qui Rusconi, forse accorgendosi del pericolo di dischiudere la porta all’individualismo, aggiunge saggiamente: “Si tratta di un difficile equilibrio garantito da un insieme di procedure consensuali di decisione che impediscono il prevalere autoritativo di talune pretese di verità o di comportamento su altre” .
Ricapitolando: centralità dell’uomo come fine e democrazia procedurale. Ecco gli strumenti scelti da Rusconi, per fondare e garantire un’etica laica. Si tratta di argomenti concreti che potrebbero essere condivisi, al di là delle eventuali questioni squisitamente teologiche, che qui non possiamo affrontare per ragioni di spazio e anche di preparazione personale.
Potrebbero essere condivisi… L’uso del condizionale ha una precisa ragione. Infatti, a questi strumenti, Rusconi ne aggiunge un altro, meno convincente: il primato della scienza, e soffermandosi in particolare sulla natura umano-evolutiva del sapere scientifico
Ci spieghiamo meglio. Secondo l’autore la scienza non sarebbe qualcosa di esterno all’uomo (non proprio uno “strumento”), ma qualcosa che evolve con l’uomo. Ascoltiamolo: “La scienza e la tecnica non ‘creano la vita’ non ‘fabbricano’ nuovi organismi viventi ma riprogrammano processi vitali già presenti. Se vogliamo usare … una metafora ‘dirottano il bios’ intervenendo su alcuni elementi primigeni con operazione che, tra l’altro, ci consentono di individuare con maggiore precisione i diversi stadi di sviluppo dell’organismo umano”. Il che significa - senza entrare nel merito di alcune questioni oggi scottanti, come la natura dell’embrione - che Rusconi ritiene che la scienza possa stabilire “scientificamente” quel che sia umano o meno … A dirla tutta, si tratta di un approccio che apre a uno scientismo di tipo evoluzionistico. E che mette in luce le incertezze di un’etica laica che prima designa l’ uomo come fine, e poi chiama in causa, a suo fondamento, la scienza, attribuendole il valore di fine ulteriore rispetto all’uomo. Insomma, non si può giocare su più tavoli. Soprattutto dopo aver criticato l’etica cristiana perché poggiante su Dio.
Attenzione la nostra non è una battaglia di retroguardia: il problema, non è quello di essere favorevoli o contrari all’evoluzionismo, che è un teoria scientifica, e come tale va esaminata e utilizzata: uno “strumento” di lavoro: Ma di evitare la trasformazione dell’evoluzionismo nello “strumento” che spieghi tutti gli altri “strumenti”: di tramutarlo, insomma, nella famigerata verità auto-evidente. Rischiando così di pervenire a conclusioni piuttosto azzardate. Come accade, quando Rusconi, di solito così scrupoloso e attento, fa la seguente osservazione: “Se collochiamo la sperimentazione scientifica sui materiali biologici nella prospettiva evolutiva, lungi dall’apparire una indebita irruzione nell’ordine naturale si configura come un passo in avanti compiuto dall’uomo-natura nella direzione dell’utilizzo delle sue stesse chances evolutive” (134). Come dire: la scienza è studio delle chances evolutive dell’uomo, e quest’ultime evolvono attraverso la scienza…
Di qui la necessità, per i laici credenti di trovare il giusto equilibrio: evitare, a un tempo, di agire come se la scienza non ci fosse, ma anche come se Dio non ci fosse. Evitando le tautologie...
In conclusione, è giusto non abusare di Dio, ma è altrettanto giusto non abusare della scienza. Il che di questi tempi non è facile. Ma crediamo resti l’unica via di uscita, oggi, percorribile.

martedì, maggio 01, 2007

Primo maggio. Riflessioni sul riformismo (suggerite dal pensiero di Georges Sorel)

Georges Sorel (1847-1922) è probabilmente uno dei pensatori più controversi dell'intera storia del socialismo, in particolare per le sue amicizie pericolose a destra, tra monarchici maurrasiani e altri vari gruppi politici criptofascisti. Fu anche un avversario ostinato di qualsiasi forma di riformismo e un teorizzatore dell'azione diretta in campo sindacale e politico, nonché simpatizzante al tempo stesso di Lenin e Mussolini. Al di là di questi aspetti politici, certamente discutibili, del suo pensiero gli va riconosciuta un certa profondità di analisi, soprattutto per aver intuito, già all'inizio del Novecento, due fenomeni, particolarmente interessanti, e interni allo sviluppo dei partiti e sindacati operai.
Dobbiamo a Sorel l'individuazione di due costanti sociologiche nel riformismo socialista.
La prima è che il riformismo, se per un verso si traduce in miglioramenti sociali, per l'altro produce una trasformazione, in senso secolare ( o se si preferisce materialistico), non solo dei quadri dirigenti, ma dello stesso movimento socialista ed operaio. Il problema, non è solo "l'imborghesimento", ma la rinuncia a qualsiasi obiettivo, che non sia rivolto al miglioramento materiale. Si finisce per ragionare, tutti, solo nei termini della maggior quota di benessere perseguibile in un dato momento storico.
La seconda è che il il riformismo, perpetua se stesso: come ogni fenomeno sociale - e qui le sue osservazioni sono particolarmente profonde - da mezzo finisce per trasformarsi in fine: se il riformismo (il mezzo) deve costruire il socialismo (il fine), nel tempo si finisce per perdere di vista quest'ultimo obiettivo, e il riformismo da mezzo diviene fine. Pertanto, secondo Sorel, attraverso questo processo, i partiti e i sindacati socialisti, rischiavano già ai suoi tempi di trasformarsi da strumenti rivoluzionari in strumenti di conservazione dell'ordine esistente. Come poi è regolarmente avvenuto.
Come rimedio, Sorel teorizzò - e questo molto prima di Gramsci e Trotzskij (ci si riferisce a categorie sociologiche e non politiche o di scolastica marxista) - una sorta di rivoluzione permanente, da attuare attraverso lo sciopero generale e il successivo controllo sindacale "permanente" dell'economia socialista (ma su quest'ultimo punto la teoria soreliana è piuttosto nebulosa, come sul tipo di società che verrà dopo la rivoluzione). Un rimedio difficilissmo da attuare - e qui vengono fuori i limiti del pensiero (sociologico) soreliano -, perché il momento dello stato nascente (dello sciopero rivoluzionario) non può sociologicamente durare per sempre. Al Movimento deve seguire l'Istituzione: le società (socialiste, liberali, eccetera), come lava incandescente, finiscono regolarmente per solidificarsi in isituzioni che gestiscono, come dire, l'esistente, anche se introdotto attraverso un processo rivouzionario.
Quel che è impossibile insomma, non è la rivoluzione, ma la "rivoluzione permanente". Non esiste un "riformismo rivoluzionario". Esistono soltanto - e si chiede scusa per il quasi gioco di parole - un "riformismo riformatore" e un "rivoluzionarismo rivoluzionario".
Tertium non datur. Non è concessa una terza possibilità. Almeno sociologicamente.