lunedì, aprile 30, 2007

Rignano Flaminio, Tronchetti Provera... La buia notte dell'informazione italiana

Spesso non è facile trovare un filo comune tra gli eventi trattati dai media. Mentre si dovrebbe sempre cercarlo, per capire dove stia andando l’informazione italiana.
Prediamo ad esempio la copertura giornalistica di tre eventi recenti: il caso dei bambini di Rignano Flaminio, vittime di presunti abusi; la vicenda Telecom-Telefonica, che ha permesso a Tronchetti Provera di arricchirsi maggiormente ; l’uccisione nella metropolitana di Roma di una povera ventenne.
Ognuno di questi fatti indica quanto sia buia la notte dell’informazione italiana.
Su quel che sia realmente accaduto a Rignano Flaminio non ci pronunciamo. Ma possiamo osservare un fatto: i media stanno gradualmente passando dal colpevolismo isterico, a un innocentismo altrettanto sensazionalistico. E il rispetto per i magistrati che stanno lavorando? E per quei bambini? Fatti privi di importanza.
Sulla vicenda Telecom-Telefonica i media non hanno puntato i riflettori - come invece dovevano - sul fatto che Tronchetti abbia rivenduto le sue azioni a un prezzo superiore a quello di mercato. Di solito, in questi casi, chi compra, impone addirittura un prezzo inferiore. Insomma, Tronchetti Provera, nonostante i debiti di Telecom, si ritrova più ricco di prima. E la giustizia distributiva ? Un fatto privo di importanza. Almeno per i media...
Una povera ragazza viene uccisa in metropolitana per futili motivi da due giovanissime rumene. E subito si scatena, complici i media, un' isterica caccia all’uomo in stile americano. Alimentando così le speranze di giustizia di una famiglia duramente colpita. Speranze che in sede processuale - considerata anche la giovane età della presunta assassina - andranno inevitabilmente deluse. Perché alimentare l’odio sociale verso l’ immigrato, pur sapendo che il diritto penale liberale è rivolto piuttosto al recupero del reo che all’espiazione della pena? Anche questo per i media è un fatto privo di importanza.
Ma c’è un quarto evento che simbolizza bene, la buia notte dell’informazione italiana: la pretesa dei media di attribuire le due condanne della signora Franzoni alla sua antipatia… Una tesi molto”suggestiva” e diffusa, che fa il paio con la morbosità mostrata dai tanti curiosi che attendevano fuori del tribunale la sentenza di appello…
E questo è un fatto di grande importanza. E significato. Purtroppo.

venerdì, aprile 27, 2007

Meta (political) comics: Andreotti 2. Il ritorno (al cinema)

Come iniziare male la giornata. Uno apre la Repubblica (di giovedì) la sfoglia e nelle pagine degli spettacoli scopre che Paolo Sorrentino (il regista de Le conseguenze dell’amore) girerà un film su Andreotti. Una specie di “Andreotti 2. Il ritorno”. Certa sinistra (?) dalla cinepresa facile sembra non capire quanto un film sul “Divo Giulio” sia controproducente. Perché consentirà al senatore, pardon, al democristiano a vita di farsi tanta simpatica pubblicità gratis nei salotti televisivi. Dove pare che coi suoi ammiccamenti e battute varie, faccia tuttora salire l’audience… Gìà ci sembra di sentire lo spettatore-medio: “Ma quanto è bravo Andreotti…”; “Ma quanto è simpatico Andreotti…”.
Tè capì? (come va il mondo), direbbero dalla parti del rione Bovisa…
Tanto l’Italia la sua partita con Andreotti l’ ha persa da un pezzo. Ricordate il film sul Marchese del Grillo, con Sordi protagonista? “Io sono il Marchese del Grillo e voi non contate un c…”. Ecco, a ogni passaggio televisivo di Andreotti, chi scrive rivede sempre quella scena. E s’inc… E qui, come direbbe Nonno Libero, una parola e poco e due sono troppo…
Perciò non sarà un film dietologico-onirico a illuminare, di colpo, il cervello annebbiato di certi italiani. Sorrentino è bravo, ma tutto sommato ha la mano delicata. Gioca sulle sfumature, mentre servirebbe il machete (in senso figurato s’intende). Del resto, dove non è riuscito Sciascia, penna potentissima, di sicuro, non potranno farcela gli altri… E poi, se ci passate la “quasi” malignità: il film è prevenduto a Sky e Medusa Homevideo… Il che dovrebbe fa riflettere. Di più: c’è il rischio, visto che Andreotti sarà interpretato da Toni Servillo, che alla fin fine, possa apparire perfino più simpatico di quello in carne e ossa … Per la serie “I Pifferi di Montagna”: che vennero per suonare e furono suonati.
Al regista, perciò, consigliamo due vie di fuga.
Prima. Fare un cartone animato. Con un Andreotti, che come Willie Coyote, ne combini di tutti i colori per catturare il velocissimo Beep Beep (l’Italia). Ma che regolarmente, come nel cartone animato americano, pur restando vittima dei suoi stessi trucchi, finisca sempre per tornare a galla…
Seconda. Fare un bel documentario sugli scempi urbanistici italiani, dalla Sicilia alla Valle D’Aosta. Intercalando, come su Blob, le immagini di mostruosi edifici, costruiti in riva al mare o sopra boschi secolari abbattuti senza alcun rimorso, con quelle di Andreotti e dell’intera classe politica democristiana: crape pelate, occhiali con montature pesanti, vestiti blu di ordinanza, mani sudate, eccetera.
Ma un film solo su Andreotti, no. Per buttarla sul colto, si rischia di fare una pellicola, come direbbe Baudrillard, su una specie di fantasma (Andreotti) che riflette una realtà ancora più fantasmatica (quella del potere democristiano). Che non si vedeva, eppure c’era. Perciò, prima andrebbe indagato a fondo il potere Dc, e come era radicato, e dopo, come ciliegina sulla torta, occuparsi pure di Andreotti.
Ma sarebbe un lavoro da magistrati e storici (e perfino da “psicologi delle folle”…), piuttosto che da registi. Conclusione che non fa ridere e neppure sorridere. Soprattutto quelli che non tifano per il Marchese del Grillo.
E Andreotti? Lui se la ride da un pezzo.

giovedì, aprile 26, 2007

Il libro della settimana: Eduth Levi, Società a irreponsabilità illimitata. Rubbettino 2007, pp.207, euro 15,00

Chissà che direbbero Marx e Pareto, redivivi, del capitalismo contemporaneo. Marx si lancerebbe in un ispirato elogio della globalizzazione, scorgendovi, la possibilità, dello sviluppo di un proletariato mondiale, capace finalmente di scatenare la rivoluzione finale. Pareto, invece, sbuffando, criticherebbe il capitalismo attuale, ancora meno trasparente di quello dei suoi tempi. Ed entrambi, pur discutendo, sarebbero d’accordo sulla sua prossima fine.
Si dirà, che Pareto e Marx erano due “apocalittici”, che mai si sarebbero “integrati”. I due, infatti, ritenevano che il capitalismo reale (così com’era) non fosse il migliore dei mondi possibili… Di qui però due differenti terapie d’urto: la rivoluzione proletaria per Marx, e la rinascita di una forte classe borghese per Pareto. Del resto entrambi diffidavano della politica, e pensavano, che il capitalismo, si sarebbe affondato o salvato da solo. Erano, in fondo, due “impolitici”.
Queste fantasticherie intellettuali ci sono venute in mente, leggendo il libro di Eduth Levi, Società a irresponsabilità illimitata. Tutta la verità sui manager italiani (Rubbettino 2007, pp. 205, euro 15,00). Un testo ben scritto (si legge d’un fiato), da un manager italiano, che ha voluto mantenere l’anonimato, scegliendo uno pseudonimo. Il libro si avvale anche di un’introduzione del sociologo Giulio Sapelli e di una ricca bibliografia.
Il quadro che Levi traccia dei manager è negativo, quanto quello di Pareto, feroce critico delle molli classi borghesi del suo tempo. Ma a differenza di Marx, Levi non scorge alcuna diabolica grandezza nei capitalismo attuale. Ovviamente, nel libro si parla solo del capitalismo made in Italy , ma per l’autore, sembra non goda buona salute neppure quello mondiale. Però attenzione: non si tratta di un libro anticapitalista, Levi è idealmente dalla parte di Pareto, e ritiene che il capitalismo, se solo volesse, potrebbe elevare concretamente, più di quanto abbia fatto finora, la vita di tutti: dagli imprenditori ai dipendenti, fino ai cittadini. Vedremo più avanti come. Prima entriamo nei dettagli del libro.
Il male del capitalismo attuale, per usare un’ espressione brutale, e nel pretendere da ogni sua attività, i famigerati “pochi, maledetti e subito”… Fuor di metafora: il male sarebbe nel profitto a breve termine. Frutto di una corrotta volontà di potenza, che oggi pervade le élite dirigenti, ripercuotendosi sui lavoratori e cittadini. Cosicché l’autore parla di “limiti interni” al sistema economico e di “limiti interni” alle persone. Ma lasciamo a lui la parola.
I “limiti interni” al sistema economico sono tre. Il primo è appunto “rappresentato dalla dimensione del profitto come unica rilevante per valutare il funzionamento delle aziende e conseguentemente l’operato del management. Il secondo è rappresentato dalla soddisfazione economica degli azionisti come unica categoria di stakeholder della quale preoccuparsi. Il terzo, che rappresenta in un certo senso il presupposto ma anche la conseguenza dei primi due, è dato dalla separazione dei fatti dai valori, o, detto in altro modo, dell’economia dall’etica” .
Quanti ai “limiti interni” alle persone, si parla di “atrofizzazione della relazionalità, profitto come unica dimensione valoriale, caduta della tensione morale ed etica, cinismo, egoismo, tutto e subito, senza assenza di limiti, assuefazione”.
Sembrano, insomma, finiti i tempi in cui il capitalismo, grazie alle risorse morali interne e ai suoi epici capitani d’industria, come nel XIX secolo, cresceva e si moltiplicava, guardando lontano Ora, invece, i capitalisti paiono vivere alla giornata, e spesso di profitti illeciti, spartendosi quel poco che resta… E ciò spiega il senso del titolo: Una “società a irresponsabilità illimitata”, dove manager e azionisti di riferimento, prima pensano a se stessi, truccando i bilanci (esemplari gli accenni al caso Parmalat, dove le anomalie contabili venivano considerate perfettamente normali). E poi, se ne resta, a dipendenti e consumatori . Quel che conta non è più la vendita del prodotto, ma il nesso fiduciario con le banche… Spesso frutto, come scrive Levi, di accordi interni a “un’economia dei compari” .
Il libro offre anche una parte propositiva. L’autore indica alcune vie d’uscita. Quali? La partecipazione dei dipendenti alle decisioni strategiche; l’ economia di comunione, dove i profitti vengono equamente divisi tra incremento dell’azienda, aiuti ai bisognosi, formazione di nuove motivazioni etiche nei lavoratori. Infine Levi, riprendendo le note tesi di Luigino Bruni e Stefano Zamagni, propone un’ “economia civile”, fondata sulla reciprocità. Tradotto: sulla sincera volontà di collaborazione tra datori di lavoro e dipendenti. Però, a dirla tutta, tra la parte critica e propositiva, si scorge un vuoto. Non di documentazione (tra l’altro, le pagine dedicate alla partecipazione sono informate e sinceramente ispirate). Ma in termini argomentativi. E spieghiamo perché.
Se alla base del modello di capitalismo italiano (e crediamo anche mondiale), c’è una caduta di tensione morale, risulta evidente che si tratta di una crisi è esterna al sistema capitalistico: una crisi sociale e culturale. Eduth Levi sembra invece propendere per l’ipotesi della crisi interna (coinvolgendo le strutture morali del solo capitalismo, degli attori economici, ma non quelle della società nel suo insieme, che perciò, sostanzialmente, sarebbe sana…). Ma se è così, come mai la crisi attuale sembra approfondirsi? Probabilmente, perché l’economia del mordi e fuggi ha fagocitato anche la società civile, che infatti appare, e in misura crescente, utilitaristica e corrotta. Ecco allora il punto: dove trovare in questo deserto ( sociale e culturale) che avanza dentro di noi, le basi morali per la partecipazione e l’economia civile e di comunione?
Non è un problema da poco. Probabilmente un ruolo importante, anche se non risolutivo, potrebbe svolgerlo la politica: la grande politica. Ma Eduth Levi non tocca l’argomento. E questo, purtroppo, è il limite del libro. Benché, la scelta dell’impoliticità, avvicini Levi a Pareto e Marx. Il che, crediamo, non dispiacerà all’autore. Anzi.

mercoledì, aprile 25, 2007

Il 25 Aprile. Riflessioni sul concetto di memoria storica

Quando giunge la celebrazione del 25 Aprile è d'obbligo interrogarsi sulla memoria storica degli italiani, purtroppo ancora divisa. Il tema è delicato, ma non ci si può sottrarre. Prima però è necessario fare una premessa.
Non è facile parlare di memoria storica. Dal momento che si tratta di un concetto “ponte”, posto nello spazio tra due universi memoriali: quello individuale e collettivo. Dal punto di vista individuale la memoria riguarda il mondo soggettivo, i ricordi privati e le vicende personali. Da quello collettivo, concerne invece l’esperienza del gruppo sociale di cui l’individuo fa parte. E, ripetiamo, la memoria storica, vera e propria, rappresenta il ponte che unisce lo spazio che corre tra i due universi.
Facciamo perciò un esempio preciso, per iniziare a capire sotto l’aspetto socio-psicologico, non solo la questione della memoria storica in genere, ma anche perché l’Italia di oggi sia priva di una memoria storica condivisa.
Un soldato italiano della Seconda Guerra Mondiale dal punto di vista soggettivo ricorderà le sensazioni individuali (voglia di battersi o di scappare, eccetera), avvertite durante la prova del fuoco, ma anche quelle legate alla vita di gruppo, con commilitoni e superiori (l’autodisciplina, il rispetto o meno della gerarchie e degli ordini, eccetera).
Il primo aspetto riguarda la memoria individuale, il secondo quella collettiva. La memoria storica è invece rappresentata dal senso attribuito al fatto di partecipare a un evento storico (la Seconda Guerra Mondiale). Attribuzione che è sempre esterna, e nel caso dei soldati italiani (come di ogni altro combattente), derivava e deriva dal grado di intensità della memoria, trasmessa e recepita, delle tradizioni nazionali (il ricordo storico delle precedenti vittorie, il culto della patria, il senso di appartenenza a un destino o missione nazionale, solo per indicare alcuni aspetti molto generali). Ora, nel soldato italiano, a un certo punto (l’8 Settembre 1943) venne meno - e certo non per sua colpa o mancanza di valore - il concetto di memoria storica condivisa. Infatti, la cosiddetta tematica della “morte della Patria”, sollevata oggi da alcuni storici, indica sul piano socio-psicologico la completa distruzione del “ponte” tra memoria individuale e collettiva.
Da allora l’Italia non ebbe più una memoria storica condivisa. A quel ponte crollato, per proseguire nella metafora, si tentò di sostituirne un altro: quello simbolicamente rappresentato dal 25 aprile, quale Festa della Liberazione dalla dittatura fascista e dall’occupazione militare nazionalsocialista. Dopo di che però l’Italia si ritrovò subito divisa, in un “prima” (l’Italia prefascista, non amata da cattolici e marxisti, o solo in parte, nelle tradizioni repubblicane e socialiste, da parte dei laici "azionisti"), in un “durante” da cancellare (l’Italia fascista, rivendicata dai fascisti e disprezzata dagli antifascisti, tutti) e in un “dopo” (l’Italia Repubblicana e antifascista, amata dagli antifascisti e disprezzata dai fascisti ). Per alcuni la vera Italia rimaneva quella tra le due guerre, per altri la storia d' Italia, iniziava nel 1945. Per alcuni la guerra era stata perduta, per altri la guerra era stata vinta. In realtà, tra le due memorie collettive (fascista e antifascista) non vi sarebbe più stato alcun ponte. Come non vi sarebbe più stato tra la storia dell ’Italia liberale, prefascista, (perché poco apprezzata, nella sua integralità, da entrambe le parti) e quella dell’Italia Repubblicana.
Negli anni successivi l’imposizione, per così dire, del pagamento di un pedaggio, quello dell’ ”abiura”, imposto dall’antifascismo, impedì qualsiasi ricomposizione di una memoria storica condivisa. Ma a dire il vero, neppure giovò alla ricomposizione, l’atteggiamento degli ex fascisti, molti dei quali, in modo sprezzante, continuarono a considerarsi orgogliosi esuli di Patria, spesso immaginarie, e comunque segnata da fratture storiche, altrettanto gravi (quella tra l'Italia Fascista e l'Italia Repubblicana). Per giunta, la cultura cattolica, universalista per eccellenza, non favorì lo sviluppo di alcun nuovo senso della Patria.
Una patria, è bene non dimenticarlo, che, al di là, delle celebrazioni postume, aveva cessato di vivere l’8 Settembre 1943, soprattutto con la vergognosa fuga dello Stato Maggiore e del Re, con la penosa dissoluzione dell’esercito italiano, e con lo svuotamento dei magazzini delle caserme da parte di militari e civili.
Di qui però due fenomeni socio-psicologici significativi che ci riportano ai nostri giorni.
In primo luogo, va evidenziata l’assenza tra gli italiani di oggi della memoria individuale della guerra. Anche per ragioni anagrafiche, ma non solo, come poi vedremo. Scomparsi i padri, o meglio i nonni, della partecipazione italiana alla Seconda Guerra mondiale, non restano più - almeno livello di massa - neppure i ricordi individuali.
In secondo luogo, oggi esistono differenti memorie di gruppo, che riflettono le diverse ideologie politiche prevalenti o in conflitto (soprattutto dopo la nascita della cosiddetta “Seconda Repubblica”). Si tratta di memorie di gruppo che rappresentano una visione “differente” (e dunque “ideologica”) della Seconda Guerra Mondiale. Di qui, da un lato quell’assenza di una memoria individuale del secondo conflitto, già segnalata; dall’altro la fastidiosa presenza di differenti memorie di gruppo.
Il che implica un altro fatto: oggi gli italiani vivono sospesi tra il vuoto individualistico e l’ideologizzazione più accesa: lo spazio socio-psicologico che corre tra memoria individuale e di gruppo si è dilatato enormemente. Anche a causa del disimpegno individuale e del culto, quasi religioso, di un individuo narciso (dedito ai divertimenti della vita privata), favorito ad arte dal sistema socio-economico. Ma anche a causa della forte ideologizzazione delle memorie “parziali”, propugnate dai più diversi gruppi politici (in particolare quelli di derivazione azionista e della sinistra e destra radicali), elevatisi a difensori di immaginarie “purezze patriottiche”. Insomma, per un verso viene favorito il disimpegno, e dunque la memoria individuale, per l’altro si susseguono scomuniche reciproche, tra i vari detentori delle diverse memorie di gruppo.
Resta però dominante il dato del disimpegno politico di massa. Infatti il conflitto tra le diverse memorie di gruppo riguarda alcune minoranze, ancora attive. E di riflesso il 25 Aprile viene ormai celebrato in un clima a metà strada tra la retorica ufficiale, coltivata dalle élite repubblicane, e il disinteresse delle masse, preoccupate solo di allungare il “ponte”, non della memoria storica. più meno condivisa, ma delle prime vacanze primaverili.
Per quel che concerne il disimpegno collettivo, con un gioco di parole, si può dire, che coloro che si vogliono divertire devono acconsentire, e che coloro che si divertono acconsentono. Dal momento che è difficile stabilire, considerata la forza mediatica, economica e politica del sistema oggi dominante, dove in realtà finisca la libera scelta dell’individuo e inizi l’imposizione dall’alto. Del resto chi si vuole solo divertire, non avverte alcun bisogno di sapere da dove viene e dove andrà. Chiede solo di vivere in un eterno presente.

martedì, aprile 24, 2007

La Barclays Bank acquista l'Abn Amro. Un'analisi sociologica

Con l'acquisizione di Abn Amro da parte di Barclaiys Bank, nasce “ il quinto colosso bancario del mondo”, come oggi scrivono con enfasi i giornali.
In realtà, ecco un altro esempio della profonda contraddizione tra la teoria neoliberista e la pratica economica concreta. E spieghiamo perché
Il potere nei mercati, come in ogni altra istituzione sociale, tende a concentrarsi nelle mani di pochi. E’ inutile qui ripetere la lezione di Pareto, Mosca, Michels (ma si potrebbe risalire fino a Platone e Aristotele…). Di riflesso la nascita di monopoli e oligopoli sociale (e dunque economici) è la regola. Per contro, la libera concorrenza è l' eccezione. Una eccezionalità che in genere riguarda la nascita di un certo mercato (e neppure sempre). Ma più un mercato si ingrandisce più si scatena la lotta tra le diverse imprese. Lotta che culmina, di regola, con il predominio di poche imprese (spesso una sola) su tutte le altre. Il che significa, in termini generali, che più avanzerà la globalizzazione economica più crescerà la concentrazione oligopolistica.
Nelle altre istituzioni sociali, in particolare quelle politiche, la concentrazione è limitata o temperata dalla pratica di un’idea regolativa, che può essere chiamata democrazia, capace di favorire il ricambio costante delle élite dirigenti, elette dal popolo. Si tratta di un’idea - a differenza del credo manchesteriano - che ha attraversato l’intera storia umana. Ma che finora non è penetrata nella sfera economica capitalistica, se non in misura limitatissima. In realtà, il mercato capitalistico è fortemente ostile a qualsiasi forma di democrazia. Dal momento che si tratta di una struttura che tende a riprodursi, privilegiando la fissità gerarchica. Si pensi solo all’opposizione delle imprese all’ introduzione dell’idea partecipativa e a ogni ipotesi di legislazione antimonopolistica. Sotto questo aspetto il comunismo (economico) e le altre forme di democrazia sociale (Welfare State incluso) hanno realmente rappresentato un tentativo di introduzione della democrazia all’interno delle istituzioni economiche capitalistiche.
Attualmente, il capitalismo non incontra più ostacoli politici. I passati sostenitori delle democrazia economica hanno oggi accettato come ideale di democrazia economica quello neoliberista, basato sull’idea regolativa delle libera concorrenza come forma di democrazia. Il che come abbiamo visto non corrisponde sociologicamente alla realtà.
Di conseguenza davanti a operazioni di concentrazione bancaria come quella in corso i neoliberisti, di nuovo o vecchio conio, hanno due tipi di reazioni: o un silenzio imbarazzato, o una loquacità celebrativa. Ma, sia gli uni che gli altri, finiscono sempre per ribadire una grande fede nel mercato, come la sola forma di democrazia economica. Trasferendo così definitivamente il dibattito ideologico dal piano politico (quello della democrazia) a quello economico ( del libero mercato).
L’esatto contrario di quel che invece andrebbe fatto: trasformare ogni dibattito economico in politico.
Ma chi ne ha oggi il coraggio?

lunedì, aprile 23, 2007

Elezioni francesi e voglia di Centro. Perché?

Probabilmente al prossimo turno Sarkozy vincerà. Probabilmente… Ma quel che invece colpisce è il successo di Bayrou, leader di un Centro, ora capace di condizionare destra e sinistra. Una vittoria che va ad aggiungersi, al trionfo in Germania della “grande coalizione”, alla nascita del PD in Italia, e al sostanziale predominio di un centro moderato (principalmente sul piano politico ed economico ) all’interno di molti partiti socialisti europei, a cominciare da New Labour di Blair.
Ora, non è nostra intenzione, generalizzare un fenomeno ancora agli inizi, occorrerebbero dati concreti, di cui al momento non disponiamo. Ma un’ analisi della tendenza è più che lecita.
In primo luogo, la rinascita del Centro, va collegata al mutamento del quadro sistemico internazionale. Con la caduta dell’Unione Sovietica (1989-1991), è venuta meno la necessaria presenza di una politica di destra in senso anticomunista. Per garantire l’equilibrio del sistema, basta oggi un Centro filoamericano, dove, come sta avvenendo, possano confluire dirigenti politici, provenienti dalla destra e dalla sinistra. E con il venire meno dell’anticomunismo, sono venuti meno anche quei presupposti sociali (il welfare, ad esempio) necessari, in passato, per arrestare la “marcia della rivoluzione rossa”. Il Centro è filoamericano e neoliberista.
In secondo luogo, con la caduta dell’Unione Sovietica è diminuito il tasso di politicizzazione all’interno degli schieramenti, e di riflesso, anche dell’elettorato. Oggi stiamo vivendo quella crisi delle ideologie, già preannunciata da alcuni studiosi negli anni Sessanta del Novecento. Tuttavia il predominio della tecnica sulla politica implica la trasformazione - in termini di discorso pubblico - di qualsiasi problema politico in puramente tecnico. Si pensi solo al dibattito sui sistemi elettorali, vivace non solo in Italia, dove si parla appunto di “ingegneria delle istituzioni”. Un approccio che allontana, anche per ragioni “lessicali”, i cittadini dalla politica. E favorisce deleghe in bianco ai “professori”. Il Centro è tecnocratico.
In terzo luogo, la cosiddetta teoria “sulla fine della storia”, messa in circolazione da Francis Fukuyama, negli stessi anni in cui crollava l’Unione Sovietica, ha agito in profondità, più di quanto probabilmente sperasse l’ideologo statunitense. Nel mondo occidentale, la gente comune si sente, al tempo stesso, privilegiata e assediata da culture, che i media, ben controllati dal potere economico, definiscono, in modo martellante, “retrograde” e fuori tempo. Di qui la scontata accettazione di massa dello status quo, come migliore dei mondi possibili. E la necessità di preservarlo, a prescindere dalle sue ingiustizie, e di credere nelle politiche “centriste” di miglioramento graduale. Il Centro ritiene che la storia sia finita. E prospera sua questa idea.
In quarto luogo, ogni opposizione radicale al sistema (di destra come di sinistra), viene praticamente “silenziata”. Gli stessi media che dipingono il nemico esterno, come fuori della storia, tratteggiano quello interno, come altrettanto pericoloso e antistorico. Di qui il timore della gente comune di perdere quel poco che possiede, ad opera di nemici esterni e interni. Si tratta di una specie di “ansia sociale patologica”, molto diffusa, che favorisce la crescita delle forze di Centro. Le quali si presentano come depositarie del “buon governo” e fiere avversarie di qualsiasi scelta politica estremista. Il Centro si fonda sulla paura della gente.
Si tratta di un sistema, basato sulla “fuga” progressiva verso il Centro, dei politici come dell’elettorato, che si auto-rafforza e perpetua, perché capace di sfruttare abilmente, a suo favore, anche il più lieve pericolo di disordine. E’ perciò scontato, che sul piano dei gruppi sociali dominanti, il “sistema” si fondi essenzialmente sui gruppi economici, militari e politici, interessati alla sua conservazione. E che le politiche di Centro, basate su vaghe promesse di miglioramento sociale, o comunque di non peggioramento della situazione, ne siano il perfetto involucro .
Sarebbe presuntoso, pretendere qui di fornire soluzioni. Tuttavia la “fuga” verso il Centro potrebbe essere impedita dalla nascita di una forza politica e sociale, finalmente capace di andare oltre le parole d’ordine “impolitiche” (perché, nei fatti “fuori gioco”) della destra e della sinistra radicali. Occorre una forza politica, nuova di zecca, capace di essere, al tempo stesso, nel mondo e fuori del mondo. Come fu il primo cristianesimo, quale autentico movimento sociale (fatte le debite proporzioni storiche e teologiche…).
Si dirà: ecco le solite profezie a buon mercato… Il lettore è autorizzato a sorridere di noi. Non pensi però di cavarsela così. Un solo consiglio: perché non provare a riflettere sul tramonto dei Verdi, trent’anni fa all’avanguardia nella critica sistemica? Una parabola che prova, purtroppo, quanto la “voglia” di Centro, sia indotta dal sistema stesso: abilissimo nel “corrompere” e cooptare anche i migliori, o presunti tali.
Di qui la necessità, diremmo il dovere, di continuare a volare alto. O almeno di provare a fabbricarsi un paio di ali. Da soli.

venerdì, aprile 20, 2007

Paolo Mieli e il "partito americano"

L’editoriale di Paolo Mieli, apparso ieri sul Corriere della Sera, ha un significato importante. Dal momento che "spiega" il Partito Democratico secondo i "desiderata" delle alte sfere del mondo economico italiano. E quel che sembra più grave, è che il nascente Partito Democratico rischia di incamminarsi lungo questa strada.
Secondo Mieli, dovrà somigliare al Democrat Party americano e soprattutto essere guidato da “un capo certo e carismatico” . E soprattutto scegliere decisamente “il modello americano”. Per sciogliere, finalmente, il nodo della famose “riforme liberali” (leggi: neoliberiste). Un uomo di sinistra può riconoscersi in un partito del genere? Pensiamo di no. Per quattro ragioni.
In primo luogo, il Democrat Party, nella versione clintoniana e postclintoniana, non ha praticamente nulla di riformista in senso socialdemocratico (welfare + intervento pubblico).
In secondo luogo, l’accenno al capo carismatico, che può avere un fondamento sul piano di un maggiore decisionismo politico, indica invece un grave appiattimento sulla cosiddetta pubblipolitica. Dove il “capo” deve avere lo stesso appeal di un qualsiasi prodotto commerciale.
In terzo luogo, non bastano le campagne in favore dei diritti civili e della laicità dello stato, per definirsi di sinistra. Si pensi, ad esempio, ai radicali italiani, liberisti in economia e progressisti negli altri campi. In realtà, il mercato, da solo, non redistribuisce, ricchezza, anzi spesso moltiplica le diseguaglianze sociali. Di qui la necessità dell’intervento pubblico, per favorire una migliore redistribuzione del prodotto sociale, attraverso la leva fiscale e la creazione di infrastrutture sociali e servizi pubblici, accessibili a tutti.
In quarto luogo, scorgere nel modello americano, un punto di arrivo, significa aderire alla famigerata (e contestata) teoria di Fukuyama, sulla fine della storia. Una dottrina, a dir poco conservatrice e decisamente filoamericana (almeno nella sua formulazione originaria).
Su queste basi, il Partito Democratico potrà incontrare il favore del mondo economico e finanziario (neoliberista e filoamericano), ma non quello dell’ “elettore medio” di sinistra, rimasto legato alle tradizioni socialiste e comuniste. O comunque, del riformismo sociale vero. Quel riformismo, che alimentò idealmente, anche se confusamente, il Primo Centrosinistra, per poi dissolversi negli anni Settanta e Ottanta.
Mieli spera che gli italiani “abbocchino”, e che quando sarà, corrano a votare in massa il Partito Democratico. Non ne siamo assolutamente convinti: il Partito Democratico, una volta nato, frammenterà ancora di più l’offerta politica a sinistra.
Resta infine un grande problema. Esiste ancora (o addirittura è mai esistita in Italia) una sinistra riformista in senso classico (socialdemocratica)? Capace di coniugare welfare, diritti civili, e intervento pubblico? Il problema non è secondario e merita di essere affrontato, soprattutto a sinistra. Perché, per contrasto, a causa delle sue future divisioni, potrebbero aprirsi spazi crescenti per una destra sociale o welfarista…

mercoledì, aprile 18, 2007

L'ex correntone Ds se ne andrà. Ma quali saranno le scelte economiche di Mussi?

La nascita del Partito Democratico ha provocato uno “smottamento”, che si preannuncia importante anche sul piano elettorale. L’ ex correntone Ds, guidato da Mussi, andrà a ingrossare le file di Rifondazione? Oppure nascerà un terzo partito post-post-comunista? Come si comporterà l’elettorato? Non è facile formulare previsioni
Crediamo però, che per l’elettore di sinistra, un’importante cartina tornasole, per valutare la consistenza politica, di qualsiasi nuovo raggruppamento, possa essere rappresentata dalle scelte economiche di Mussi. Consigliamo, insomma, di non dare troppo peso al folklore politico: alle consuete prese di posizioni contro il Papa, contro la guerra, eccetera, e invece di concentrarsi con attenzione sulle scelte economiche. Perché come si dice impropriamente, lì potrebbe “cascare” l’asino.
Primo esempio. Non basta tuonare, come fa Mussi, contro Tronchetti Provera, ma bisogna lavorare intorno a una legge che impedisca a pochi (furbi) di farsi ricchi alle spalle di molti (gli italiani), e soprattutto a spese dello stato. Una legge che proibisca le concentrazioni economiche. Una sinistra che voglia considerata tale, non può non essere antimonopolista… E invece sembra che pure Mussi, stando ad alcune dichiarazioni, si accontenti di accrescere i poteri delle Authorities. Organismi, i cui vertici, è bene ricordarlo, non sono eletti dal popolo, ma cooptati dai politici. Si tratta di alti dirigenti che provengono, per formazione e frequentazione, dagli stessi ambienti di coloro che devono essere controllati. Inoltre, molti a sinistra hanno “dimenticato” che le Authorities furono una "trovata" dalla Thatcher per rendere "trasparente" la privatizzazione e la post-privatizzazione dell’economia pubblica inglese…
Secondo esempio. L’Italia del “Terzo Millennio” ha bisogno di infrastrutture: scuole, università, ospedali, ferrovie. Sembra incredibile, ma è così. Ebbene Mussi, da ministro, sembra stia parlando un troppo di meritocrazia e di tagli di bilancio. Ma perchè fingere di non sapere che la meritocrazia, ha senso solo se le condizioni di partenza sono uguali per tutti? Un' eguaglianza, che come tutti sanno - meno Mussi, pare - nell’Italia di oggi è ancora un mito… Quanto ai tagli di bilancio, una sinistra seria, dovrebbe imporsi anche a livello europeo, affinché possano essere scorporate, dal computo della spesa pubblica, gli investimenti sociali destinati alle infrastrutture.
Come si vede non si tratta di provvedimenti eversivi. Eppure…
E qui ci fermiamo. Invitando il lettore a riflettere su questi problemi concreti. E non sulle dichiarazioni di amore universale. Sulle quali, e giustamente, il Papa è molto più bravo e credibile di Mussi.

martedì, aprile 17, 2007

La strage nel campus americano, la cultura della paura e il declino dell'Occidente borghese

Quel che è accaduto ieri negli Stati Uniti, dove in un campus universitario, uno studente armato ha ucciso più di trenta persone ferendone molte altre, deve far riflettere su quella cultura della paura che va diffondendosi in Occidente. E che spinge le persone ad armarsi, e per reazione, a farsi giustizia da sole. Il discorso è piuttosto lungo e complesso. E dovremo prenderlo da lontano. Chiediamo perciò al lettore un briciolo di pazienza, per poi giungere a conclusioni, piuttosto sorprendenti ma interessanti dal punto di vista della storia comparata delle civiltà.
Quando incomincia a morire una civiltà? Di sicuro, nel momento in cui inizia a essere corrosa dalla paura. Quando si diffonde tra la gente uno stato di agitazione, ansia, terrore, che va ben oltre l’entità del pericolo reale: la collettività scorge nemici ovunque e ne amplifica la pericolosità in misura irragionevole e inspiegabile. Come un corpo malato, anche le civiltà si difendono elevando la propria temperatura fino a scivolare nel delirio. Così accadde nel III secolo ai Romani davanti ai cristiani e barbari, dipinti come cannibali (i primi) e asociali selvaggi (i secondi). E così avvenne in età moderna, all’antica nobiltà feudale di fronte al borghese in ascesa, raffigurato come un essere, al contempo rapace e sciocco.
Nelle età di decadenza prevalgono gli stereotipi. Una civiltà che inizia a dissolversi ha bisogno di parole d’ordine rozze ed emotive, e soprattutto capaci di risvegliare nelle folle solitarie, pericoli diffusi, sfuggenti, misteriosi e terribili. Il timor panico, se per un verso può spingere ad armarsi (anche grazie a una legislazione permissiva, come negli Stati Uniti) e provocare tragedie come quella di ieri, consente al potere di controllare meglio i popoli e fronteggiare i nemici interni ed esterni. Ma fino a un certo punto: i Romani e le aristocrazie feudali alla fine uscirono sconfitti dal confronto epocale con cristiani, barbari e borghesi, perché già privi di nerbo e coesione culturale, militare ed economica. E oggi, è il turno degli Usa, in lotta contro il “nemico islamico”.
La paura e la conseguente burocratizzazione della società per serrare le fila, da sole però non bastano. Le febbre può salire, pervadere gli individui (e spingerli a commettere atti di violenza inusitata), come accade nelle gravi neoplasie, il rialzo febbrile può essere frutto di metastasi, e dell’abnorme aumento dell’attività di alcuni organi, le cui scorie non possono essere eliminate dall’organismo con la stessa rapidità con cui vengono prodotte. Fuor di metafora: anche se ricorre all’uso politico della paura, una cultura che ha perduto la propria creatività, è condannata prima o poi a scomparire. “Paura” e “Forza”, da sole, non bastano a tenere insieme una civiltà.
Oggi, pare giunta l’ora delle classi borghesi. Sono in crisi, perché la cultura materialistica, di cui sono impregnate, è profondamente corrotta e malata, come mostrano episodi di gravissima violenza come quello avvenuto ieri negli Stati Uniti. Il borghese tenta però di rinviare a tutti i costi la resa dei conti. Tuttavia la febbre da metastasi sale, e così la paura si diffonde tra le folle delle metropoli americane e occidentali. E di riflesso la società si burocratizza.
Un sociologo nordamericano, Barry Glassner, autore di uno studio sulla “cultura della paura” negli Stati Uniti (The Culture of Fear, Basic Books 1999 - www.perseusbooksgroup.com/basic/) ha chiarito molto bene come le voci su microbi incontrollabili, crimini orrendi, incidenti, sparatorie, amplificate ad arte dai media (facendone, libri, film e speciali televisivi), siano in realtà strumenti per controllare la gente. Forme di controllo sociale.
Dopo l’11 Settembre, gli Stati Uniti hanno semplicemente sostituito, come “pericolo numero uno”, al nero e all’immigrato, il terrorista “islamico assetato di sangue”. Secondo Glassner ( di cui ci piace ricordare la partecipazione a Bowling for Columbine di Moore) tutto ciò serve a tutelare i privilegi delle élite politiche, economiche, culturali e militare al potere (privilegi cui si aggrappano, non credendo più in altro). Di riflesso i veri disagi sociali (povertà, disoccupazione, marginalità culturale) sono così occultati, mentre i dati sui pericoli, spesso “irreali", vengono ingranditi per seminare paura e imporre ubbidienza. Oggettivamente, il ragazzo che ieri ha ucciso più di trenta persone, rafforza il potere. E questo spiega pure, perché la vendita delle armi a privati (certo, entro certi limiti), difficilmente verrà vietata negli Usa. Il cittadino-armato, che si trasforma in una scheggia impazzita” è funzionale alla difesa dello status quo.
La stessa cosa accade in Europa. Eric Werner, filosofo-sociologo svizzero, ha mostrato, da par suo (L’anteguerra civile, Edizioni Settimo Sigillo, Roma 2004 - http://www.libreriaeuropa.it/ ). come il potere borghese incoraggi oggi il disordine e la paura che ne segue, chiudendo gli occhi davanti all’immigrazione indiscriminata e alla microcriminalità diffusa (e spesso anche di fronte a quella “macro” dei colletti bianchi”). Per poi imporre il “suo” ordine. Accrescendo in modo soffocante i controlli sui cittadini. Lo scopo delle élite “politicamente corrette” sarebbe perciò quello di anestetizzare e depoliticizzare i cittadini, isolandoli. In Europa come in America si vuole perseguire “l’ordine attraverso il disordine”. Ma a quale prezzo?
Secondo David Lyon, sociologo canadese, "l’obsessione sécuritaire", conduce al controllo sempre più stringente dei cittadini, attraverso l’uso massiccio di tecnologie elettroniche (si veda per tutti La società sorvegliata, Feltrinelli 2002 - http://www.feltrinelli.it/ ) .Nella “società sorvegliata” (come nel Panopticon, il carcere modello progettato da Bentham, padre dell’utilitarismo borghese), c’è un occhio centrale, oggi elettronico, che controlla ogni azione dell’uomo. Di più: ne fa scomparire il corpo “riformulandolo digitalmente”… Insomma, in certa misura, secondo Lyon, saremmo già oltre le già sconfortanti previsioni di Orwell: il potere non agisce più ( o non solo) sul linguaggio, cambiando il senso delle parole, ma agisce direttamente sui corpi, trasformandoli, attraverso l’occhio elettronico in password. Infatti, l’ occhio, la mano, eccetera, già oggi garantiscono, come negli Stati Uniti (dove si registra - si noti la “coincidenza” - un numero crescente di “schegge impazzite”), l’ accesso a servizi sociali e sanitari. E domani potrebbero garantirlo a prestazioni ancora più selettive e socialmente discriminanti, ad esempio nei riguardi di ex detenuti, ex tossicodipendenti, malati di Aids. Infine, già oggi sussiste la possibilità di perdere, in caso di privazione involontaria delle proprie coordinate elettroniche, anche l’identità civile, e così sparire di colpo, o essere scambiati con altri.
In futuro sarà perciò sufficiente digitare il nome di un “pericoloso agitatore” per farlo scomparire? Sembra di sì. Ecco i “vantaggi” del progresso: dall’eliminazione fisica a quella digitale. E, attualmente, ogni scheggia impazzita, come lo studente americano di ieri, favorisce “oggettivamente” (e dunque "sociologicamente"), lo ripetiamo, questo processo di “securizzazione” radicale della società.
Ma basterà l’uso intensivo di tecnologie elettroniche a salvare la società borghese? Dietro le macchine ci sono gli uomini, e dietro questi le idee. La paura indotta dall’alto, prima o poi rifluisce e contagia anche il potere, che inizia a temere in misura crescente di non essere più ubbidito. Di qui conflitti e inasprimenti fino allo scontro finale che, come mostra la storia, premia le forze giovani e vede soccombere quelle senili, prive di idee e creatività… E, oggi, i “morsi” della paura (si pensi alla visione paranoica della politica del gruppo che gravita intorno a Bush figlio) indicano che il ciclo borghese, nonostante il tentativo americano di riorganizzazione imperiale liberal-liberista, è entrato, da un punto di vista più generale, nella fase discendente.
Diocleziano, verso la fine III secolo d.C., cercò di riorganizzare le istituzioni imperiali. In parte vi riuscì e l’Impero, grazie anche ad altri sovrani, durò ancora, circa due secoli. Ma gli Imperatori successivi non poterono far nulla per contrastare la “cultura della paura”, impadronitasi delle istituzioni, e così della vittime come dei carnefici. E alla fine Roma crollò.
Ecco, il nostro tempo assomiglia a quello di Diocleziano.

lunedì, aprile 16, 2007

"Democrazia per uomini bianchi". Gli italiani e il Partito Democratico, secondo Scalfari e D'Avanzo

Lo sappiamo. Certi commenti giornalistici annoiano i lettori, perché spesso risultano criptici e autoreferenziali. Ma talvolta, leggendoli con attenzione, all’improvviso tutto può apparire più chiaro. Come in quei vecchi western di John Ford, quando all’improvviso una porta si spalanca sui cieli della prateria e la macchina da presa inizia ad allargare… Ad esempio, ieri, su Repubblica, sono usciti due “illuminanti” editoriali di Eugenio Scalfari e Giuseppe D’Avanzo. E spieghiamo subito perché.
Nel commento di D’Avanzo si critica l’inciviltà e la “divisività” degli italiani, finora incapaci di “mettere qualcosa in comune”. Nell’altro, Scalfari evoca la nascita del Partito Democratico, come autentico fattore di civiltà e democrazia. Se ci si passa la battuta, probabilmente osé, l’articolo di D’Avanzo traccia il solco (“mettere [finalmente] qualcosa in comune”), e quello di Scalfari lo difende, designando nel Partito Democratico, l’unica via di progresso. In apparenza gli articoli non sembrano collegati, anche i toni sono diversi: sommesso quello di D’Avanzo: da enciclica, come suo costume, quello di Scalfari. Ma entrambi - ecco che pian piano si dischiude la porta sulla prateria - si mostrano fedeli a un’idea di democrazia, come dire, per soli “uomini bianchi”.
Sono note le inclinazioni liberiste del fondatore di Repubblica, fin da quando “la sera andava in via Veneto”… Per Scalfari la modernità democratica coincide con la libertà di mercato. Perciò il nascente Partito Democratico, come si evince dal suo editoriale, non potrà non essere liberista perché moderno, e viceversa… Ma una democrazia basata sulla flessibilità economica e l’insicurezza sociale, può essere definita moderna e “democratica”? E dunque aperta a tutti? Scalfari ritiene di sì. Però - ed è un “però” grande come una casa -, per lui, prima viene il mercato, dopo l’uomo; prima i doveri (economici), poi i diritti (sociali). Giuseppe D’Avanzo, da par suo, per criticare la democrazia sociale si appoggia a Massimo Cacciari e alla sua demolizione dell’homo democraticus: un mostriciattolo che anteporrebbe, guarda caso anche per Cacciari, i diritti (sociali) ai doveri (economici). D’Avanzo, in particolare, insiste sulla “divisività” e "cattiveria" degli italiani, come “ più vitale e antica linfa”. Un' asserzione decisamente infelice. Ma di nuovo illuminante. E per due ragioni.
Prima ragione. Una visione dell’ uomo (italiano) di tipo hobbesiano, può costituire la base ideale per la democrazia? No. Si dirà che stiamo volando troppo alto: perché scomodare l’alta filosofia politica per Scalfari e D’Avanzo? Invece una ragione c’è. Perché la credenza in una visione belluina dell’uomo implica inevitabilmente come corollario l’uso di misure ferree, per tenerlo a bada… Hobbes, infatti, invocava il potere assoluto del sovrano. Certo su basi contrattuali… Dopo di che, però il potere ( delegato per contratto), reprimeva senza pietà divisioni e contrasti. Perciò, senza voler precipitare troppo le cose, va presa in seria considerazione la possibilità, qualora prevalesse la tesi hobbesiana caldeggiata da Scalfari e D’Avanzo, di un Partito Democratico disposto a puntare sull’accrescimento dei poteri pubblici, ma - attenzione - per favorire il mercato... E così “modernizzare” i “cattivi” italiani, facendoli diventare “buoni”, perché finalmente ligi alle “regole” del mercato capitalistico. Si tratta, ovviamente, di una scelta contraddittoria, che alla lunga accrescerebbe solo la povertà. Si pensi, infatti, agli esiti disastrosi del mix (repressione sociale e liberalizzazioni economiche) gestito dal “democratico” britannico Blair. O ai costi sociali provocati dall’impermeabilità del Partito Democratico Usa a qualsiasi critica all'economia di mercato. D’Avanzo, non per nulla accenna - parafrasando involontariamente(?) Rudyard Kipling - alla “missione civilizzatrice” della politica. Attuata, da uomini politici “bianchi” e “illuminati”, votati a elevare i “ nuovi selvaggi”: di qua, i “buoni”, Repubblica, il nascente Partito Democratico, di là i “cattivi”, gli italiani, da incivilire al verbo del capitalismo mondiale… Insomma, manicheismo politico allo stato puro.
Seconda ragione. Il giudizio negativo sugli italiani, verte in Scalfari e D’Avanzo, sulla presunta estraneità dell’italiano alla modernità capitalistica. E di riflesso, si fa coincidere, l’inizio della nostra “cattiveria” con la mancata riforma protestante italiana e il particolarismo politico sviluppatosi nella prima età moderna. Il che è discutibile e pure pericoloso. Soprattutto se un’ opinione storiografica viene trasformata in ideologia politica. Ed è esattamente quel che accade: Scalfari e D’Avanzo nel furore ideologico e settario, tipicamente azionista, di voler trasformare radicalmente l’Italia in un Moderno Paese Capitalista (ma qui si potrebbe risalire fino al giacobinismo italiano e, “svoltando a destra”, addirittura al “modernismo reazionario” del fascismo-movimento), finiscono per dichiararsi disposti a tutto. Anche a sopprimere i diritti sociali. Che per la gente comune, i “cattivi” di cui sopra, refrattari al capitalismo, sono invece una naturale ancora di salvezza, frutto di un giusto compromesso, interno alla società capitalistica. Ecco, allora, riaffiorare il disprezzo degli “uomini bianchi”, di Repubblica, verso il selvaggio uomo comune italiano: quell’homo democraticus , che proprio non vuole capire l’importanza di una preventiva rivoluzione capitalista… E che “colpevolmente” rivendica i diritti sociali. Per farla breve, razzismo politico, e di quello più duro.
Diritti sociali - è bene ricordarlo - che invece affondano le radici nel riformismo socialista, in quello del fascismo-regime” e in quello conservatore (liberale e cattolico) del secondo dopoguerra. Può piacere o meno, ma il Welfare State italiano nasce da questi accoppiamenti in apparenza poco giudiziosi, ma frutto di aggiustamenti storici e non di rotture rivoluzionarie… Basta leggere attentamente la “Parte Prima” della Costituzione italiana, esito di buoni compromessi in favore della socialità. Invece l’azionismo - e ancora prima l’ircocervo liberalsocialista - che sognava di procedere per rotture rivoluzionarie, nel dopoguerra finì inevitabilmente per dividersi tra i seguaci della socialità e del mercato. E Scalfari è ancora dalla parte di questi ultimi: i “buoni”…
Tuttavia, l’ala azionista del Partito Democratico, molto forte soprattutto nella grande stampa, potrebbe venire a patti con l’ala dossettiana , meno amica del mercato, ma altrettanto certa di rappresentare la parte migliore dell’Italia: i "buoni". Per non parlare di eventuali accordi con la palude diessina ed ex democristiana, che invece pensa solo ai buoni affari, ponendosi così "al di là del bene e del male" ...
Un “patteggiamento” a tre o a quattro, ancora meno rassicurante. Ma questa è un’ altra storia.

venerdì, aprile 13, 2007

Meta (political)comics: Il buono, brutto e il cattivo: Strada, Prodi e D'Alema

Il buono, il brutto e il cattivo, il più celebre spaghetti-western, diretto Sergio Leone, fu scritto dalla premiata ditta Age & Scarpelli, Vincenzoni. Questo per la cronaca e per i cinefili… Ma quali sono gli autori dell’altro film, quello con Mastrogiacomo e compagni di sventura (purtroppo…)? Sempre un film-spaghetti, ma non western. Benché pure l’Afghanistan sia roccioso e desertico come quelle zone assolate della Spagna , dove Leone girò il film.
Sugli autori un’indicazione l’ha data D’Alema, “il cattivo”: noi (il governo) abbiamo trattato con i sequestratori afghani, proprio come Berlusconi trattò, a suo tempo, con quelli iracheni. Bene, bravo sette più… Per la serie, come scaricare tutte le colpe sul Cavaliere e vivere felici… Troppo comodo. E poi ne siamo proprio sicuri? Berlusconi, da uomo d’affari, ne sarebbe uscito meglio. E di sicuro ai Talebani, avrebbe venduto anche un pezzo di deserto finto con le palme di plastica. Magari in Sardegna, vicino a uno dei suoi trentotto villoni… E invece, siamo qui a piangere l’interprete. Sì, D’Alema è decisamente il cattivo. I suoi baffetti sono molto diversi da quelli spioventi di Lee Van Cleeff, ma lo sguardo quasi quasi…
Poi c’è il Prodi, il “brutto”. E come non può esserlo con quel “capoccione”, e quella perenne espressione da passeggero incazzato, diretto in periferia ( e probabilmente tirchio), appena rifiutato dai tassisti alla stazione. Vabbé questa è un’altra storia… E che fa Prodi? Prima tratta, poi minaccia Dopo si rimangia tutto. E ora tace. Meglio così. Perché Mortadella spesso parla troppo e a sproposito, come il (brutto) messicano del film di Leone, interpretato da Eli Wallach. Il quale, diciamo la verità, nel film era molto più bello di Prodi… E poi il sombrero è sempre il sombrero… E, nel caso, per Prodi servirebbe una misura extra-large. Comunque sia, il professore, pure questa volta ha fatto casino. E noi siamo qui a piangere l’interprete…
Poi c’è Gino Strada, il “bello”. Oddìo, diciamo, bello dentro: nell’anima. Dunque "buono". Soprattutto per quella vita che ha scelto di fare. Un Clint Eastwood, senza pistola, ma che sfida il mondo a colpi di flebo. E per fortuna, pure lui ha il grilletto, pardon, la flebo facile, proprio come Clint. Ci piacerebbe averlo per amico.
Ora, una domanda, al brutto e al cattivo: ma come, Strada, vi aiuta a liberare Mastrogiacomo, e voi lasciate che gli mettano dentro un suo stretto collaboratore? Invece di prodigarvi ( tra l’altro si tratta sempre di un povero Cristo finito ingiustamente in gattabuia), vi girate dalla parte delle telecamere. E vi fate belli, dopo aver incaricato Strada del lavoro, magari sporco? Vergogna. E infatti Strada-Eastwood, che non è fesso, li ha massacrati pubblicamente. Ottimo. Vai forte Gino.
Ora, speriamo solo di non dover piangere, oltre all’interprete, anche il collaboratore di Strada. Diciamo pure che il duello finale fin qui lo ha vinto Gino-Clint, e alla grande… Magari senza il cappellone da cow-boy, ma con la sciarpetta, dai colori della pace. E la flebo nella fondina…
Per il resto un brutto film. E fin quando resteremo in Afghanistan, chissà quanti altri ancora ne dovremo vedere…

giovedì, aprile 12, 2007

Il libro della settimana: Eric J. Hobsbawm, Imperialismi, Rizzoli, Milano 2007, pp. 80, euro 9,00

La prima regola del buon recensore è la sincerità. Ora, la lettura del libro di Eric J. Hobsbawm, Imperialismi (Rizzoli, Milano 2007, pp. 80, euro 9,00) non è stata piacevole, perché abbiamo provato stupore, costernazione, irritazione.
Stupore, perché da uno storico come Hobsbawm non ci aspettavano un testo così mediocre. E dichiararlo pubblicamente è fonte di costernazione. Ma del resto come tacere sulla pochezza storiografica del libro? E soprattutto sull’irritante sicumera, come si diceva un volta, con la quale lo storico inglese, affronta, dando risposte banali, a tematiche così importanti come l’ imperialismo?
In realtà, il testo non ha alcuna precisa tesi storiografica da difendere. Dal momento che Hobsbawm non propone alcuna definizione preliminare dei concetti di imperialismo e “imperialismi”. Non è con Lenin ma neppure con Schumpeter. E parliamo di due tesi classiche. Come è noto Lenin, nel suo celebre L’imperialismo come fase suprema del capitalismo (1916), riconduce l’imperialismo nell’alveo di una lotta brigantesca tra nazioni al servizio dal capitalismo. Mentre Schumpeter nella sua Sociologia degli imperialismi (1918-1919), parla addirittura del capitalismo come forza anti-imperialista, in quanto portatrice di pace e prosperità industriale. Due tesi, come si vede, contrastanti ma ancora oggi attuali. E sulle quali si dividono, da un lato i movimenti no global e dall’altro i sostenitori di un Occidente “democratico” e capitalista.
Invece Hobsbawm si limita a dire che “l’attuale situazione del mondo è assolutamente senza precedenti” . E che i “grandi imperi globali del passato - come quello spagnolo del XVI e XVII secolo e, in particolare, quello britannico del XIX e XX secolo - hanno ben poco a che fare con l’odierno impero degli Stati Uniti”. Ma non spiega perché, se non ricorrendo al solito approccio economicista, basato sull’idea che la globalizzazione economica, sia oggi cavalcata politicamente, così pare di capire, dal capitalismo americano. Ma asserisce questo, pur avendo notato - contraddicendosi - quanto sia “evidente che gli Stati Uniti hanno fallito, e continueranno a fallire, nel tentativo di imporre un nuovo ordine mondiale, di qualunque tipo, attraverso l’uso unilaterale della forza”. Non si capisce, insomma, se l’ “impero americano”, sia in fase di sviluppo o sul punto di crollare… Evidentemente, Hobsbawm non riuscendo a decidersi, dice e non dice…
E, nonostante ciò, quando arriva al dunque, e si chiede: quanto durerà l’impero americano?, la risposta è di una banalità sconcertante: “E’ impossibile dire per quanto durerà l’attuale superiorità americana. L’unica cosa di cui siamo assolutamente certi è che sarà un fenomeno storicamente transitorio, così come lo sono stati tutti gli altri imperi”. Grande scoperta!
E non è tutto: “ Ci sono motivi interni - nota - che potrebbero minare la durata dell’impero americano, primo fra tutti il fatto che la maggior parte dei cittadini statunitensi non sono affatto interessati all’imperialismo o alla dominazione del mondo, non hanno nessuna intenzione di amministrare il pianeta… La debolezza dell’economia americana è tale che, a un certo punto, il governo e gli elettori degli Stati Uniti decideranno che è molto più importante concentrarsi sull’economia che non lanciarsi in avventure militari all’estero”. Pura petizione di principio. Visto che i giudizi degli esperti sul futuro dell’economia americano sono a dir poco discordanti.
Del resto, ammesso e non concesso che l’economia americana possa cedere, come potranno gli Stati Uniti mettere fine alle “avventure militari”, senza una autentica controparte esterna? Cioè un’altra potenza, come quell’Unione Sovietica, capace di imporre “limiti” agli Stati Uniti? Anche qui lo storico inglese non risponde. Mentre si diffonde sulla necessità degli Stati Uniti di “far subentrare la ragione e la consapevolezza illuminata dei propri autentici interessi” . Altre bolle d’aria.
Infine Hobsbawm ignora l’Europa (ma, da buon inglese fa tifo solo la sua patria, dove, guarda caso, non sarebbe ”facile aggirare ed eludere l’indipendenza dei media”…). E soprattutto sottovaluta il ruolo internazionale che l’Ue potrebbe svolgere come forza di mediazione, se non di contenimento degli Usa.. Ma fa di peggio: liquida bruscamente, come imperialiste anche le nazioni che “scelgono di fatto di sostenere il progetto americano”, perché colpevolmente convinte “ che esso, una volta messo in atto, riuscirà ad eliminare alcune ingiustizia locali e regionali” . E così si taglia ogni via di uscita: né con l’Europa né con gli Stati Uniti. A parte, ovviamente, la sua fede nella “consapevolezza illuminata”…
Riassumendo: nessuna definizione di imperialismo; nessuna indicazione di tipo politico; silenzio totale su un possibile (e auspicabile) ruolo europeo nella politica mondiale. Un libro inutile.

mercoledì, aprile 11, 2007

Splatterkapitalismus. Note critiche

Il capitalismo contemporaneo, può essere liquidato come puro e semplice sistema criminale? Come una specie di ultimo stadio produttivo dove gli uomini sono trasformati in spazzatura? E davanti al quale l’unica forma di protesta accettabile può essere suicidio? No. Un approccio del genere, magari suggestivo sotto il profilo letterario non ha alcun riscontro empirico. Per tre ragioni.
In primo luogo, il capitalismo resta un sistema fortemente istituzionalizzato (strutturato), che può anche utilizzare canali criminali, come dispositivi, ma sempre in posizione subordinata. In realtà, l’intreccio tra criminalità e capitalismo, in termini istituzionali (strutturali), è più stretto nelle fasi in cui il capitalismo non esiste ancora o non è particolarmente sviluppato. Si pensi a un fenomeno come la pirateria, all’inizio dell’età moderna, oppure, contemporaneo, come quello della criminalità diffusa nelle aree arretrate (anche urbane). Ad esempio, il controllo del territorio da parte della malavita, come a Napoli e Rio, indica che siamo davanti al predominio di un sistema economico arcaico o pre-moderno, fondato sulla pura forza. Ben diverso da quello moderno (e capitalistico) basato sul contratto. Detto in breve: la criminalità è anticapitalista per eccellenza, quasi come può esserlo una tribù di primitivi. La criminalità, per cultura e pratiche, rientra pienamente nell’universo “arcaicizzante” del sottoproletariato.
In secondo luogo, la riduzione dell’uomo alla stregua di una merce, spesso di scarto (privandolo della sua costitutiva “umanità”), rinvia al capitalismo in quanto tale (come fatto strutturale), e non a una sua particolare fase (o congiuntura). Quanto ai rifiuti, in senso stretto, sono un “sottoprodotto” fisiologico del capitalismo, presente fin dalle sue origini. Si pensi alle montagne di scorie di carbone su cui nascevano e si sviluppavano i villaggi dei minatori inglesi dell’Ottocento. Di conseguenza, invece di fare voli pindarici, si dovrebbe prestare più attenzione, sul piano analitico, alla forza razionalizzatrice del capitalismo e alle sue eventuali falle. E, soprattutto, evitare di confidare in termini agostiniani, nell’imminente fine di una brigantesca Città degli Uomini”, abitata solo da biechi camorristi.
In terzo luogo, definire il suicidio, come unica forma di protesta è assolutamente patetico. Perché, per quanto possa essere nobile, si tratta di una scelta totalmente impolitica. Dal momento che è sempre il nemico a indicarci come suoi nemici, a prescindere, dalla nostra benevolenza o indifferenza nei suoi riguardi. Di riflesso suicidarsi, significa solo rendere la vittoria del nemico, in questo caso il capitalismo, più facile. Per farla breve: sperare che la “salvezza” giunga dai suicidi di massa è un atteggiamento da anime belle piuttosto che da analisti sociali.
Perché, allora, non mettersi a studiare sul serio, invece di rifugiarsi nel mondo della fiction? Che tra l'altro è un vecchio (e incapacitante) vizio della destra romantica e anticapitalista?

martedì, aprile 10, 2007

Andreatta "Santo Subito" ? Perché?

Nel mondo ulivista la scomparsa di Beniamino Andreatta ha dato il via a una gara su come appropriarsi meglio della sua eredità ideologica. Come è noto, l’Ulivo e il futuro Partito Democratico sono forze e moderate e riformiste, e Andreatta, se ci si passa l’espressione, era ai suoi tempi una specie di Prodi, ma più colto, versatile, e con un’ intelligenza politica degna di Moro (del quale fu consigliere economico). E nonostante che fosse di “nascita” un tecnocrate cattolico...
Prodi che ne fu allievo all'università e collaboratore, invece è uomo di tutt’altra pasta. E non ha sicuramente la sua visione politica. Non dimentichiamo che Andreatta ricoprì molti incarichi ministeriali importanti: Ministro del Bilancio dal 1979 al 1980 (nel governo Cossiga), Ministro del Tesoro dal 1980 al 1982 (nei governi Forlani e Spadolini), Ministro del Bilancio (nel governo Amato) e successivamente Ministro degli Affari Esteri (nel governo Ciampi) nel 1993 e nel 1994. Infine dal 1996 al 1998 ministro della Difesa (nel governo Prodi). E questi incarichi politici (come certi nomi) dovrebbero pur dire pure qualcosa su di lui… Inoltre Andreatta, dal punto di vista teorico, aveva un’ottima preparazione, migliore di quella prodiana: lunghi studi all’estero, ottime relazioni con lo statunitense Mit (e con il mondo accademico americano: nel 1961 venne addirittura inviato in India, come suo consigliere ). Nel 1974 fondò l'associazione per le previsioni economiche Prometeia, e nel 1976 l'AREL, Agenzia di Ricerche e Legislazione: vero e proprio gruppo di pressione cattolico-tecnocratico, da lui promosso con Prodi, Martinazzoli e Vittorio Merloni. Ancora oggi Andreatta rimane il padre di uno dei primi modelli econometrici, applicati all’economia italiana. Un modello in collegamento con quello americano ( il Brookings) e soprattutto con il progetto Link. Un progetto che mirava a collegare i vari modelli econometrici, costruiti in paesi diversi (come il modello Prometeia, quello di Andreatta), per un controllo generalizzato e "scientifico" dell’economia mondiale.
Quel che invece stupisce è il tentativo di farlo passare come un erede di Dossetti, al quale fu vicino negli anni Cinquanta ( e quindi come erede di certa sinistra democristiana, “evangelica” ma statalista, ): lo si vuole santificare, magari solo in campo economico… E anche presto… Benché manchino le premesse: visto che Andreatta fu un rigido sostenitore, anche se mai ufficialmente, del monetarismo. Diciamo così: lo fu nei fatti, con quel filo di ipocrisia "catto-democristiana", in fondo neppure cattiva.
Ad esempio, nel 1981, fu lui a decidere di separare il Tesoro dalla Banca d’Italia, su sollecitazione del suo presidente, Carlo Azeglio Ciampi. Di più: negli anni successivi sposò posizioni favorevoli alle privatizzazioni, ai tagli di bilancio, all’introduzione della flessibilità nel mondo del lavoro. A dirla tutta fu un rigorista liberale, se non proprio liberista, poco attento alla socialità. Secondo Andreatta le questioni sociali dovevano essere ridotte a variabili (econometriche) dipendenti, in primis, dall’andamento dell’economia capitalistica.
In realtà, dietro la volontà mediatica di voler far diventare Andreatta “Santo (dell’economia) subito” - si pensi alla zuccherosa intervista su di lui, rilasciata da Bazoli al Corriere della Sera (dell’8 aprile) - c’è il tentativo di accreditarlo come una specie di faro ideologico - o comunque uno dei fari più luminosi - del futuro Partito Democratico. Ed è noto, come ai santi si perdoni tutto (anche il "rigorismo economico"…). Inoltre, crediamo, che dietro il processo di "beatificazione" vi sia qualcosa di decisamente pericoloso: il tentativo, di favorire l’ingresso di Bazoli in politica, con un ruolo importantissimo all’interno del futuro Partito Democratico. Infatti, non è un caso, che nell’intervista il banchiere riveli che Andreatta, nel dicembre 1999, pochi giorni prima del grave malore, gli ordinasse letteralmente di entrare in politica, per assumere l’incarico, che poi sarebbe invece finito nelle mani di Prodi… Il che, oggi, suona anche come una minaccia ( da parte del Corriere di Mieli e degli ulivisti del mondo credizio) per l’attuale Presidente del Consiglio (che sta deludendo i moderati…). Altro che “ una Fondazione che ne raccolga l’eredità politica”, come chiede Bazoli nell’intervista! In gioco vi sono grossi interessi politici…
Comunque sia, Andreatta, non fu mai uomo fortunato. La separazione tra Tesoro e Banca d’Italia da lui decisa, favorì, fin dall’asta del luglio 1981, lo spostamento dei risparmi degli italiani, sui titoli del tesoro. Di conseguenza i tassi dei famigerati Bot crebbero subito (dal momento che il disavanzo statale, non potendo più essere finanziato dal Tesoro direttamente, doveva in qualche modo essere sostenuto…): nacque così il cosiddetto Bot-people, che negli anni Ottanta prestò al Tesoro più di due milioni di miliardi di liquidità e risparmi, sottraendoli così, agli investimenti produttivi, e probabilmente anche la fisco.
Per farla breve, il “ritorno” di Andreatta non nasce sotto una buona stella. Soprattutto per quella del nascente Partito Democratico.

sabato, aprile 07, 2007

Auguri

Agli amici lettori, i miei auguri di Buona Pasqua

Carlo

venerdì, aprile 06, 2007

"Involontariamente crudeli". Il suicidio di Matteo , liceale torinese

Ogni suicidio ha sempre un quid di indecifrabile. Si può risalire alle sue cause generali, indagarne i moventi sociali. Ma poi resta sempre una zona grigia, difficile da penetrare attraverso il pensiero razionale. Si muore “soli”, e si decide “da soli” di mettere fine alla propria vita. Ogni morte per suicidio ha una propria storia, spesso difficile da scoprire. Evidentemente, nel giovanissimo liceale torinese - del cui suicidio hanno riferito ieri i giornali - improvvisamente sono venute meno le linee di resistenza individuali. Di lì la scelta di porre fine alla propria vita. Difficile per noi ricostruirne, se non per linee astratte , i moventi interni. E’ invece più facile, come accennato, risalire alle cause generali. Anche per il singolo caso.
Su questo punto, quel che ci ha colpito della triste storia di Matteo è quanto ha dichiarato un "dirigente scolastico" del suo Liceo. Ascoltiamolo: “Purtroppo (…) a questa età, succede spesso che la sensibilità di un ragazzo non sia compresa dagli altri, ma non c’era alcun bullismo né l’intenzione di far male, solo degli sciocchi scherzi involontariamente crudeli” (Corriere della Sera , del 5-4-07).
Riflettiamo: Matteo, sedici anni, due fratelli, padre italiano e madre filippina, stanco di essere umiliato da suoi compagni, per una sua presunta diversità, all’improvviso dice basta, sottraendosi in modo radicale ai suoi persecutori. Ora, la sua morte può essere spiegata chiamando in causa “’involontaria crudeltà” dei compagni?
Assolutamente no. Sul piano sociale non esiste nulla di “involontario”, nel senso di un’attività che non sia socialmente e culturalmente determinata ( o condizionata). Certo, l’ “involontarietà” invocata dal "dirigente scolastico", può assolvere l’individuo (magari secondo il diritto penale), ma non la società. Dal momento, che l’involontarietà rinvia a un preciso meccanismo sociale reiterativo. Che mostra come l’individuo tenda in modo costitutivo a reiterare meccanicamente, prima per imitazione e poi per abitudine, determinati comportamenti (socioculturali). Che possono essere sociali o antisociali, come appunto quelli che hanno condotto Matteo al suicidio.
Perciò asserire che siamo davanti a un caso di crudeltà involontaria, significa ammettere che nella nostra società la crudeltà (come necessità diffusa di arrecare dolore e sofferenza all’altro, per il puro piacere dell’atto in sé) sia ormai abitudine consolidata: di tutti i giorni. Nessuno ci fa più caso, neppure il "dirigente scolastico" di cui sopra . Il che indica - ecco la nostra tesi - che la crudeltà è talmente penetrata nel tessuto sociale, che è perfettamente “normale”, una volta identificato il “nemico” (il diverso), comportarsi con lui in modo crudele.
Pertanto il vero problema, non è tanto (o solo) “omologare” culturalmente e giuridicamente il “diverso” (accettandone la diversità o meno), quanto ripensare, più in generale i valori di una società, come la nostra, dove il ruolo della “crudeltà applicata”, per abitudine, ha ormai raggiunto una diffusione metastatica.
Ma c’è dell’altro: non dare soluzione adeguata, e preventiva, a questo problema (indotto da modelli culturali competitivi e conflittuali, probabilmente di tipo nordamericano), significa mettere a rischio ogni possibile progresso sul piano dell’accettazione della diversità dell’altro anche in termini di diritti. Perché la “crudeltà come cultura” rischia di restare - se ci si passa la metafora - l’acqua in cui possono continuare a nuotare "beatamente", anche i pesci (o pesciolini) dei diritti formali, estesi a tutti.
Avere un diritto non basta. Soprattutto se prima non cambia la "testa" delle persone...

giovedì, aprile 05, 2007

Il libro della settimana: Richard R. Wilk, Economie e culture. Introduzione all'antropologia economica, Bruno Mondadori 2007, pp. 264, euro 13,00

Che cos’è l’economia senza la cultura e la politica? Nulla. Ad esempio, quante volte capita di sentir parlare di “filosofia aziendale”, del consumatore, eccetera. Il che indica, quanto sia viva l’idea, proprio tra la gente comune, che l’economia non nasce e si sviluppa nel vuoto. L’uomo qualunque, chiamiamolo pure così, è un essere sociale e culturale che sente spontaneamente il bisogno di riferimenti etici. Ma anche la necessità di un potere politico, capace di garantire, attraverso la legge, la libertà di tutti, dall’imprenditore al suo dipendente.
Si dirà: ecco le solite banalità sociologiche. Visto che storia dell’Occidente mostra a sufficienza come la libertà economica, abbia radici culturali nel cristianesimo. Va però ricordato che la marcia del mercato non è stata così solitaria e travolgente, come oggi asserisce il pensiero liberista. Si pensi solo all’abrogazione delle famose Corn Laws (leggi sul grano), per cui lottarono i liberisti inglesi nella prima metà del XIX secolo. Che richiese successive e mirate politiche legislative e sociali. Cosicché le riforme liberiste furono frutto non tanto della mano invisibile del mercato, quanto di quella visibile dello Stato. E, comunque sia, l’apertura del grande mercato inglese dell’Ottocento, padrone di tutti i mari, presuppose, la preventiva e graduale conquista militare dell’India e un altrettanto preventivo cambiamento culturale di mentalità, e in senso liberale. Il che, se ci passa l’espressione, non fu proprio un passeggiata, perché vi furono conflitti sociali e politici. Insomma, la cultura ha la sua importanza e i suoi tempi.
L’abbiamo presa da lontano per una ragione: oggi l’immagine prevalente è quella del mercato come Deus ex machina: una specie di divinità, calata dal cielo, due o tre secoli fa, per renderci tutti ricchi e felici. Il che è vero, ma è semplicistico. Come abbiamo cercato fin qui di spiegare.
Di sicuro, lo spiega molto meglio di noi Richard R. Wilk, in un libro finalmente ristampato ad alcuni anni dalla sua prima apparizione in Italia: Economie e culture. Introduzione all’antropologia economica ( Bruno Mondadori, Milano 2007, pp. 264, euro 13,00). Peccato che l’editore italiano non abbia potuto tenere conto della seconda edizione americana, da tempo in preparazione, uscita anch’essa nel 2007 (scritta con Lisa Cliggett, Westview Press,). Che contiene un nuovo capitolo sull’economia del dono e una bibliografia aggiornata.
Il sottotitolo lombrosiano non deve scoraggiare il lettore. Il testo di Wilk, il quale insegna antropologia economica all’ Indiana University, e di grande chiarezza, e tra l’altro è tradotto molto bene. E poi a dirla tutta, l’antropologia dai tempi di Cesare Lombroso ( per carità, studioso eccellente) ne ha fatta di strada. E, sostanzialmente, oggi, si occupa dei comportamenti culturali dell’uomo. Lasciando agli studiosi di antropometria il compito di misurare i crani.
Il libro di Wilk è interessante per due ragioni.
In primo luogo, perché smonta - ed è proprio il caso di usare questo termine - l’idea che il mercato nasca dal nulla. E che il ruolo della politica sia residuale. Wilk ricostruisce molto bene come l’idea di un uomo dedito solo ad acquistare e scambiare beni, sia frutto di una concezione razionalista, volta a ridurre le persone al solo agire economico, perché più facilmente misurabile… Wilk, sembra invece accettare, la visione di Amitai Etzioni, importante pensatore comunitarista americano: “il fulcro della società sono le istituzioni e non gli individui”. Prima vengono la famiglia, la comunità locale, le associazioni private e pubbliche: istituzioni che sono il sale di ogni “buona economia”, anche di libero mercato Gli uomini agiscono, non come macchine calcolatrici, ma sulla base “di giudizi morale e sociali” E, soprattutto, come “membri di determinate categorie, invece che come individui autonomi”. Di qui l’importanza della politica, come decisione e partecipazione. E della cultura, in particolare quella morale, come sfondo per qualsiasi tipo di azione umana. Poiché è solo dal giusto mix tra cooperazione e competizione che può svilupparsi una società ricca e sana. Gli estremisti di ogni tipo sono perciò avvisati.
In secondo luogo, il libro è fitto di esempi su come in concreto lavori l’ antropologo dell’economia. E su quanto sia importante per la politica, disporre non solo di dati economici sul funzionamento del mercato, ma anche sui presupposti culturali dalle scelte fatte dalle persone. Ci spieghiamo meglio con un esempio. Wilk racconta di una sua ricerca, commissionata dallo Stato della California, per verificare i diversi criteri impiegati dalla popolazione per far fronte all’eccessivo consumo energetico domestico. Bene, dopo avere circoscritto un campione rappresentativo e intervistato le famiglie, Wilk si accorse, che le maggioranza delle persone, non si comportava assolutamente secondo criteri freddamente ragionieristici, come invece pretendono certi economisti. Perché? Alcuni intervistati non avevano neppure l’idea di quando spendessero in consumi energetici. Altri rifiutavano l’offerta statale di procedere alla coibentazione degli ambienti domestici per ridurre i consumi energetici, solo perché consideravano non consona al proprio stile di vita la riduzione dei consumi di aria condizionata. Altri ancora non capivano che cosa si chiedesse loro: se c’era da fare manutenzione, riparazione, miglioramenti… Il che poteva provocare grande disagio e tensione con le autorità. Di qui la necessità di una successiva informazione (“culturale”) mirata alle famiglie.
Sappiamo benissimo, che qualche lettore penserà: le solite “americanate”… In realtà, al di là, del dato canonico, forse folcloristico, dell’antropologo che va a intervistare con penna, blocchetto e registratore. Oppure dell’ennesima conferma - importante - sul comportamento spesso economicamente irrazionale dell’uomo c’è un problema serio: di documentazione per la politica. Alla quale spetta sempre la decisione finale. Un’ “arte”, quella delle indagini sociali, in cui gli Stati Uniti, rispetto all’Italia, sono avanti di decenni. E allora, visto che li imitiamo in tutto, perché non iniziare seriamente a imitarli anche in questo campo?

mercoledì, aprile 04, 2007

I Dico, il bipolarismo e il concetto di normalità

Ci piace ricordare che all'indomani della manifestazione pro-Dico di febbraio, nella romana piazza Farnese, Michele Serra, descrisse “la folla" partecipante, “normale, perfino anonima”. Il che ci trovava e trova assolutamente d'accordo. Purtroppo, come vedremo, il vero problema non concerne la “normalità” di chi sia già favore dei Dico.
Anche il bipolarismo politico viene di solito presentato come “normale" per una democrazia moderna. E da chi? Da noti commentatori politici, non meno importanti di Serra, di tendenza liberal come Polito, direttore del Riformista, o liberalconservatori come Sartori, editorialista del Corriere della Sera. Di qui la loro richiesta di un intervento politico-legistativo, per “normalizzare” la situazione politica italiana.
Non è nostra intenzione formulare alcun giudizio morale e politico sui Dico e sul bipolarismo. Quel che invece ci preme evidenziare è la contraddizione di tipo logico in cui incorrono, probabilmente senza accorgersene, i difensori dei Dico e del bipolarismo. Prima di procedere, dobbiamo però definire il termine “normale”.
Prima distinzione. Esiste una normalità statistica, quella rappresentata dalla curva normale. Che indica una distribuzione di frequenza in cui alcuni fattori (moda, media e mediana) coincidono. Il che indica che la curva è distribuita intorno alla sua media. Parliamo, quindi, di norma numerica.
Seconda distinzione. In termini sociologici normale significa usuale o abituale. Durkheim (uno dei padri della sociologia moderna) descrisse per primo il termine normale come indicativo di una caratteristica comportamentale diffusa, in senso maggioritario, all’interno di un gruppo o di più gruppi sociali. Sotto questo aspetto, il delinquere, pur essendo anormale, dal punto di vista individuale, perché riguarda una minoranza sociale, sarebbe normale da quello della società, dal momento che tutte le società hanno soggetti che delinquono.
Ora, i sostenitori dei Dico e del bipolarismo che cosa sostengono? Che le forme di unione di tipo non matrimoniale e il bipartitismo sono due fenomeni normali. I dati statistici però confermano il contrario. Perché, malgrado siano numerose e bisognose di aiuto, le coppie di fatto, non rappresentano ancora la norma sociale in termini numerici (si veda il nostro post del 12-2-2007). Stesso discorso, per quanto riguarda il bipolarismo: si tratta di una cultura istituzionale, diffusa soprattutto nei paesi di tradizione anglofona, e che perciò non può rappresentare la “norma" numerica. O comunque, lo costituisce solo in quei paesi.
Per farla breve: in entrambi i casi si dà per scontata l’esistenza di una “normalità statistica” che di fatto non sussiste.
Ovviamente, i fautori dei Dico e del bipolarismo, sono liberissimi di invocare il criterio della normalità. Tuttavia - e veniamo al punto - l’uso di questo criterio, che richiede l’esistenza di un comportamento sociale, diffuso o maggioritario, mal si concilia con la pressante richiesta, rivolta alle pubbliche istituzioni, di intervenire per “favorire” la normalità.
La normalità sociale, in quanto “fatto sociale” non si “favorisce” per via legislativa. O c’è o non c’è…
Sarebbe perciò logicamente corretto ( e probabilmente intellettualmente onesto), riconoscere, come alcuni già fanno - passando dal piano quantitativo a quello qualitativo - che i Dico e il bipolarismo, hanno un valore in se stessi , e che quindi possono migliorare il funzionamento delle nostre società. E assumersi così l’onere di una battaglia politica a viso aperto.
Di minoranza, almeno per il momento.

martedì, aprile 03, 2007

Tronchetti Provera chiama lo straniero. Come Ludovico il Moro...

La questione della vendita di Telecom “allo straniero”, può essere analizzata su tre piani.
Il primo è quello interno. E riguarda i problemi insoluti di Tronchetti Provera con la politica italiana, e in particolare con il centrosinistra. E più in dettaglio le sue scarse capacità imprenditoriali. Probabilmente Tronchetti Provera si aspettava più sostegno ( probabilmente da Fassino e D’Alema ). Commettendo così un errore di valutazione: in Italia, sostanzialmente, solo la Fiat ha goduto e gode di uno “statuto speciale”. E, ovviamente Torino non può, assolutamente permettere, per grette ragioni di controllo delle risorse, che i suoi privilegi siano estesi ad altri. Di qui il suo remare contro Tronchetti Provera, lungo le segrete vie del credito bancario. Il quale per ripicca ( e probabilmente anche per disperazione) vuole giocarsi contro il “sistema” la carta At&T e America Movil. Vedremo.
Il secondo piano è internazionale. E concerne il problema dei settori strategici e dell’impossibilità, nel presente clima liberista, di difenderli dallo “straniero”. Si pensi, ad esempio, alla strigliata che Sarkozy “il protezionista” ha ricevuto da Bruxelles. Un rimprovero che indica che le politiche economiche europee sono di fatto controllate dal “Commissario Europeo alla Concorrenza”. Il che, detto in soldoni, significa affidare le chiavi di casa nostra a uno che ruba negli appartamenti. Ora, se si ignora la cosa, si può essere scusati. Ma se invece non la si ignora, è puro autolesionismo.
Pertanto, in questo quadro è (e sarà) difficile contenere “l’assalto dello straniero”. Assalto che viene strumentalizzato, anche per ragioni interne ai singoli contesti nazionali. Si chiama lo straniero per farsi aiutare contro il nemico interno, o per ricattarlo. E qui sarebbe interessante poter leggere nella mente di Tronchetti Provera...
Il terzo piano di indagine è di tipo storico. Ma in senso lato. Nel 1494, Ludovico il Moro (Sforza) chiamò Carlo VIII, re di Francia, per combattere contro il Regno di Napoli, prima suo alleato, Di lì seguirono, l’ internazionalizzazione del conflitto italiano, e alcuni secoli di servitù. Dai quali, a voler essere cattivi, non ci siamo mai più ripresi.
Si dirà: banalità storiche. Dal momento che Tronchetti Provera è un moderno uomo d’affari, mentre Ludovico il Moro un piccolo tiranno rinascimentale… Decida il lettore. Dopo adeguata riflessione.

lunedì, aprile 02, 2007

Adriano Sofri, il Burkina Faso e il neocolonialismo dei buoni sentimenti

Le vie del neocolonialismo sono infinite, come quelle della Provvidenza e del Mercato. Ieri su la Repubblica è apparso il consueto editoriale di Adriano Sofri, tutto cuore e ragione (tipo Cime tempestose in settemila battute, ma con lieto fine, come piace all’ultimo Sofri neoromantico). Questa volta Sofri ha difeso l’acquisto “equo e solidale” di fagiolini, prodotti da una cooperativa del Burkina Faso (Africa Occidentale), da parte dell’Unicop di Firenze. Fagiolini che giungono in Italia per via area. Sofri replica alle critiche piovute da Liberazione sull’ intera operazione. Ma vediamo prima le accuse.
Il trasporto per via aerea inciderebbe sull’effetto serra; minerebbe la ”sovranità alimentare” del Burkina Faso incrementando solo l’agricoltura per le esportazioni; infine rovinerebbe, attraverso la concorrenza sleale, gli agricoltori italiani.
Sofri risponde puntando, non tanto sulla natura altamente morale dell’operazione, quanto sul fatto che grazie alla forza espansiva del libero mercato del "fagiolino burkinabè" tutti possono trarne vantaggio: il contadino del Burkina Faso, che vende il suo prodotto; la Coop che ne ricava il giusto guadagno; il consumatore italiano che invece di pagare i fagiolini 5,50 euro al chilo, può pagarli alla Coop di Firenze 3,50. Senza volere offendere nessuno, sembrano i conti della serva…
In realtà, Sofri fa lo stesso ragionamento di Bersani, di Padoa-Schioppa, dei professori del Corriere della Sera, e così via fino agli economisti della Scuola di Chicago. Ragionamento che in sostanza si riduce alla formuletta "Meno Stato più Mercato, o meglio "Solo Mercato niente Stato". Ed è quello che è avvenuto nel Burkina Faso. Gli esperti di economia dello sviluppo che ne sanno più di noi, parlano di un Paese che a causa delle radicali privatizzazioni, iniziate nel 1991 si è enormemente impoverito, perché costretto a ricorrere sempre più al capitale straniero, privilegiando così le produzioni destinate all'esportazione (cotone, arachide e karité) rispetto a quelle di sussistenza (miglio, riso, mais, soia, manioca e patata dolce). In realtà, l’esportazione di fagiolini, che non rientra nelle produzioni per la sussistenza, e che non è una voce importante tra quelle per l’esportazione, nulla toglie e nulla aggiunge a una situazione già disastrosa… Tuttavia quel che infastidisce è la difesa sofriana di un libero mercato che nel tempo potrà solo accrescere la povertà delle popolazioni del Burkina Faso. Dove la mortalità infantile è ancora al 106 per mille e la durata media della vita è di 47 anni. Dati, che insieme al basso reddito e all’elevato tasso di analfabetismo, contribuiscono a collocare il paese al quintultimo posto nella graduatoria mondiale dello sviluppo umano (per questi dati e per altre informazioni più aggiornate rinviamo al sito http://www.socialwatch.org/ ).
Il che significa che quanto più il Burkina Faso si aprirà al mercato internazionale, puntando sulle monocolture da esportazione (fagiolini inclusi) tanto più si impoverirà. Che poi i lavoratori di una cooperativa esportatrice, possano o meno migliorare, le proprie individuali condizioni economiche, non cambia certo il dato strutturale (e collettivo) della dipendenza neocoloniale dall’Occidente. Di più: si tratta di processi, che come è noto, influiscono, rendendola ancora più rigida, sulla struttura sociale a piramide dei cosiddetti paesi a economia neocoloniale: alti gradi militari e pochi ricchi esportatori in alto e molti poveri disperati in basso; in mezzo le cooperative, come quelle idealizzate da certa sinistra dei buoni affari. Le quali non sono altro che piccole e fragili isole. La cui esistenza finisce per dipendere dai desideri di viziatissimi consumatori occidentali e dai venali e mutevoli interessi degli importatori internazionali. Pertanto il problema va ben oltre quello della pura sovranità alimentare, dal momento che riguarda la struttura sociale di tipo oligarchico di molti paesi africani. Struttura che dipende dai rapporti di forza internazionali e dagli equilibri geopolitici e militari controllati dagli Stati Uniti, ai quali le oligarchie di cui sopra devono la loro fortuna. Si tratta di relazioni, ripetiamo strutturali, sulle quali il “commercio equo e solidale”, anche quello animato dalle migliori intenzioni, non può e non potrà influire che in misura minima. L’economia, purtroppo, si regge su preventivi rapporti di forza. E dove non c’è equilibrio politico, spesso serve la spada… Il dolce commercio non basta. Ma questa è un’altra storia.
Di riflesso, sperare di risolvere i problemi dell’Africa occidentale solo con "il fagiolino equo e solidale" è vergognoso.
In primo luogo, perché è da ipocriti far finta di nulla. In secondo luogo, perché girandosi dall’altra parte, o ammirando solo quel che folclore buonista impone di guardare, si favorisce chi punta a mantenere l’Africa nelle pietose condizioni attuali: innanzitutto i grandi importatori internazionali), e poi gli Usa che fanno affari d'oro con le oligarchie di cui sopra. Che poi questi importatori si chiamino Coop, e siano difesi sulla "progressista" Repubblica da un Adriano Sofri, convertitosi al liberismo, sono solo fatti che indicano quanto certa sinistra “riformista”, tutta buoni affari e pace universale, sia caduta in basso.
E quanto le sarà difficile rialzarsi.