venerdì, marzo 30, 2007

Meta (political) comics: Che fine ha fatto la proposta Amato sull'antidoping a scuola?

La notizia è passata quasi inosservata, circa una quindicina di giorni fa. Quale? Quella dell'antidoping a scuola. Amato ha lanciato l'idea. Se ne è parlato qualche giorno e poi è sceso subito il silenzio. Che Fioroni e Amato ci stiano lavorando sopra?
Comunque sia, si tratta di un altro bel passo verso la “liberalizzazione” della società italiana… Amato, già socialista e libertario (così pareva), ormai, si sente onnipotente. O forse sente solo le voci, come certi mistici medievali… Magari, crede pure, di scorgere una bella signora aureolata e di bianco vestita, con un messaggio per Prodi… Oppure no: il Ministro dell’Interno crede solo fermamente in un’Italia colombiana, dove alle otto del mattino, le mamme, al ritmo della macarena, rammentano alle figlie, già sul punto di uscire per andare scuola, “Chiaretta, ti sei ricordata di portarti il “cannone” per merenda?
Ma mi “facci” il piacere. Avrebbe detto il grande Totò.
E invece no: secondo Amato se ”noi facciamo l’antidoping solo agli atleti, perché non prevederne un uso più ampio e sistematico?”. A scuola c’è pure l’ora di ginnastica… Non si sa mai… Certi ragazzi pur di avere il massimo dei voti in educazione fisica sarebbero disposti a tutto… Fantascienza, e pure di quella dozzinale. E invece no: Amato apre la bocca e subito tutti lì a chiosare, servili, in particolare i media omologati: però sarebbe un’idea… In fondo si tratta di proteggere i nostri ragazzi…“Ma cccome è bbbbuono lllei”, direbbe Fantozzi ringraziando Amato, mentre annaspa mezzo seduto sulla sua poltrona puff d’ordinanza. Vergogna. Dopo di che è sceso il silenzio mediatico. Probabilmente a comando.
Cerchiamo invece di essere seri: difendere i ragazzi, ma da chi ? Da Amato. Visto che in classe, gli studenti, al massimo, si fanno una overdose di telefonino… Ma qui, guai a toccare gli interessi dei grandi monopolisti della telefonia mobile… Ora, Fioroni ha deciso di vietarli. Vedremo.
E poi, a dirla tutta, è il principio della colpevolezza presuntiva che disturba. E’ profondamente illiberale: uno viene condannato, ancora prima di aver commesso il reato. Certa sinistra crede che l’Italia sia una specie di Repubblica a responsabilità limitata, i cui cittadini vivono in regime di libertà vigilata: tutti evasori, tutti tossici, tutti furbi, fin dall’asilo. Di qui il must orwelliano dei controlli preventivi, che tanto piace ad Amato.
Eh sì, viva la sinistra libertaria alla Amato, ma solo sui manifesti o quando va da Vespa, col sorriso d’ordinanza, perché deve acchiappare i voti dei fessi. Dopo di che, appena entra nella stanza dei bottoni, comincia a martellare senza pietà il cittadino: ordina Dico obbligatori per tutti; pretende di misurarti la marmitta e di sapere quanta immondizia consumi; vuole scoprire quanta acqua bevi, quanta aria respiri, quanta pipì fai, eccetera. E, se potesse, ti imporrebbe la Dieta Alimentare di Stato: perché si deve essere tutti belli, magri e coi sandali, pure d’inverno, come la Melandri. E ora vuole introdurre pure l’antidoping a scuola… E dopo divise a rigoni per tutti gli studenti, come quelle dei carcerati di una volta…
E poi dice che uno si butta con Feltri...

giovedì, marzo 29, 2007

Il libro della settimana: Luca Leonello Rimbotti, La rivoluzione pagana. Edizioni di Ar, Padova 2007, pp. 120, euro 20,00

Siamo i meno adatti a recensire l'ultimo libro di Luca Leonello Rimbotti, La rivoluzione pagana, Relativismo etnico e gerarchia delle forme (Edizioni di Ar, Padova, 2007 pp. 120, euro 20,00 - www.libreriaar.it - ). Perché Luca Rimbotti è un nostro caro e vecchio amico, e dunque manca in noi la necessaria serenità. E poi siamo cattolici... Ci limiteremo perciò a porre un problema di metodo. Per fare questo, dobbiamo però prima segnalare due punti di particolare interesse metodologico.
In primo luogo, Rimbotti parla del paganesimo, come di “un plurimillenario retaggio, corrente per lo più lungo l’asse spinale della grecità, del romanesimo e del germanesimo, secondo cui l’identità etnica è il perno centrale della cultura associativa, della creatività mitopoietica, delle istituzioni, delle intraprese politiche, della religiosità e della riflessioni astratta”. E solo “così - prosegue Rimbotti - si determina con costante regolarità il prevalere della dimensione comunitaria su quella individuale, e si imprime all’essere e all’agire umani il sigillo di un insottraibile legame con la stirpe, senza il quale, nel bene come nel male, non si dà senso alla vita” (p. 21). Dopo di che Rimbotti indica una serie di autori e di scorci interpretativi, storici e letterari, sui quali fonda la sua ricostruzione storica. Sulla quale non possiamo intervenire, in modo più specifico, anche per ragioni di competenza. Però, diciamo, che metodologicamente, il paganesimo viene presentato, a un tempo, come “valore di legame” e “’identità primordiale”. Insomma, il paganesimo si fonderebbe su valori identitari forti.
In secondo luogo, Rimbotti parla di “riandare al paganesimo, riaprirsi al politeismo dei valori, reincentrarsi nel relativismo e nel particolarismo delle forme etniche”. Dal momento che "reimmergersi nei flussi geostorici che sono fonte dell’appartenenza significa re-integrarsi nella propria storia, nella sacralità del proprio suolo, nella comunanza della stirpe. Significa custodire - continua l’autore - un bene che non è proprietà, non è possesso, ma dono proveniente dalla catena genealogica che crea l’affinità, un bene che è reciprocità di arricchimenti spirituali, culturali, materiali, da condividersi con gli eredi solidali del destino delle comunità” (p. 48). Insomma, il paganesimo implicherebbe il politeismo del valori.
Ora però il problema è come conciliare le due istanze: identità forti e politeismo. Si tratta di un nodo metodologico che Rimbotti cerca di sciogliere introducendo il concetto di gerarchia delle forme, desunto in parte da Vico: “Essere uomo non basta. Occorre - scrive Rimbotti - essere uomo divino, eroe, per accedere alla sfera di una conoscenza e di una comunicazione superiore. Il dualismo vichiano (…) nel suo insistere su un ordinamento primordiale distribuito secondo specie diversificate e inaccessibili l’una all’altra, porta a concludere che ci sia una opposizione strutturale delle forme originarie. Essa è tale che, anche quando nel procedere dei tempi siano intervenute frammistioni (…) simultanee al sorgere del pensiero razionale, queste due nature, finquando possibile, continuarono a permanere distinte. La formazione dei popoli storici è il risultato di un composto tra eroi e uomini ‘volgari’: regressivo ma non così dirompente da aver spento la differenziazione originaria” (p. 61, il corsivo è nel testo). Insomma, il paganesimo rinvierebbe a gerarchie storiche e sociali di natura primordiale.
In buona sostanza, con l’introduzione del concetto di “gerarchia delle forme”, il cerchio logico ( o metodologico) costruito da Rimbotti parrebbe chiudersi. Parrebbe... Perché in realtà Rimbotti non affronta, o comunque sfiora soltanto, il problema del rapporto tra politeismo e relativismo. E questo spiega il nostro ricorso al condizionale. Ma cerchiamo di essere più chiari.
Il relativismo implica l’incommensurabilità: qualsiasi valore può avanzare una pretesa verso qualsiasi altro valore. Di qui la necessaria assenza di qualsiasi gerarchia tra i valori. E il politeismo? Secondo Rimbotti implica invece la gerarchia. Il che significa - almeno a nostro avviso - che il politeismo rimbottiano non ha nulla a che spartire con il relativismo. Ma, allora, se è così, puntare sulla gerarchia, non significa reintrodurre il concetto di commensurabilità tra i valori, e di conseguenza aderire a un “forma” di monismo morale? Tanto più pericoloso, quanto più legato a distinzioni di tipo biologico? E allora, monismo per monismo, perché si dovrebbe scegliere quello pagano? Dove sarebbe la differenza tra paganesimo e cristianesimo. Nel fatto che il primo sia popolato di "eroi etnici” il secondo no? E allora i martiri cristiani di tutte le età storiche?
Non vogliamo però concludere con un colpo sferrato sotto la cintura... La rivoluzione pagana resta un libro ben scritto, che si legge d’un fiato, grazie anche all’avvincente stile di Rimbotti. E soprattutto che invita a riflettere, anche chi non sia d’accordo, su una questione culturalmente rilevante. Il che non è poco.

mercoledì, marzo 28, 2007

Meta (political) comics: Casini? Più bravo del mago Houdini

Inutile piangere sul latte versato ieri al Senato dal centrosinistra. Prodi è quel che è. I moderati pure. Ma il più grande (si fa per dire) in assoluto è Casini. Ora, per capire come funziona il cervello cerchio-bottista di Pier Ferdinando Casini, consigliamo di rileggere una sua bislacca (ma solo in apparenza) intervista sui Dico rilasciata a Repubblica (17-2- 2007)). Concessa da uno, felicemente convivente (così pare) con Azzurra Caltagirone, mica una filippina qualsiasi. Un’ intervista degna del mago Houdini. Acrobazie verbali di altissimo livello, da cattolico 3x2: nel senso che, quando sarà venuto il momento, per tre anni di Inferno, Casini spera di scontarne due in Purgatorio. E poi volete mettere il fisico? Capello alla Richard Gere, sorriso da cucciolo cronico, gambette accavallate alla Parietti. E giù un diluvio di parole, come fa di solito da Vespa. Parole, solo apparentemente in libertà, perché Casini sa sempre dove vuole arrivare.
Del resto, ieri, si è inventato, per la gioia di Prodi e Ulivisti le maggioranze variabili… Ovviamente nel supremo interesse della Patria (con l’iniziale maiuscola) e per la sicurezza dei “nostri ragazzi in Afghanistan”. E così Prodi si è beccato al Senato 180 voti. E ringrazia. Chissà però come l'avrà presa l’elettore medio di Rifondazione. Ieri equamente divisosi tra una pastiglia di Valium e una Tavor. Pastiglie e non supposte: per non aggiungere alla beffa il pure il danno…
Del resto, se non ci fosse uno come Ferdi, bisognerebbe inventarlo. Al posto di Ruini lo nomineremmo capo ufficio stampa del Vaticano. Perché uno con una faccia di bronzo così, torna sempre utile, anche dietro il Portone di Bronzo di San Pietro (battuta scema, di cui chiediamo scusa ai lettori…). Infatti, la natura bronzea delle guance ha aiutato Ferdi a fare una bella carriera: sei legislature nella giungla Dc; non si è sporcato le scarpe di vernice con gli schizzi fangosi di Tangentopoli; si è pappato la presidenza della Camera presentandosi come uno al di sopra delle parti. E chissà dove arriverà, visto che ha superato da poco la boa dei cinquanta.
Ma torniamo ai Dico. Che ha dichiarato a Repubblica ?
Punto primo. Che il suo approccio è “lineare”, perché “difende sia la famiglia sia la libera convivenza”. Mentre non approverà mai i Dico. “che non sono nell’una e nell’altra cosa”. Contento lui che convive... Chissà che ne pensa Ruini…
Punto secondo. Che “in parlamento difende la libertà di chi vuole vivere un rapporto a due senza chiedere diritti in cambio di doveri”. E bravo Casini. Non sapevamo che fossi “un figlio dei fiori che non pensa al domani”…
Punto terzo. Che per lui “la famiglia è un valore” da difendere. Anzi, Ferdi spera “che le sue figlie si sposino e non ricorrano ai Dico”. Che papà cattolico tutto d’un pezzo… A parte quel problemino della convivenza di cui sopra…
Ora, come si dice in certi film americani, “comprereste una macchina usata da uno così?”. Noooooo!. Eppure, gli stessi italiani (di destra) che ora lo insultano, magari in passato lo hanno votato, e chissà, visto che il masochismo dell’ elettore medio non conosce limiti, probabilmente continueranno a votarlo. E soprattutto ora che grazie a Casini sembra risorto, come direbbe la nostra cara dirimpettaia CloroalClero, ‘sto “cazzo” di Terzo Polo democristo…
Del resto, si sa come vanno queste cose in Italia: molti dicono che la politica fa schifo, che è tutto un magna magna signora mia, ma quando un figlio si diploma, oppure serve la pensioncina di invalidità (ma molti cercano la raccomandazione pure per rinnovare la licenza di pesca), allora inizia la caccia all’onorevole. Certi italiani si guardano intorno, circospetti come la Pantera rosa, e partono all’attacco con il domandone ossessivo ad amici e conoscenti. Quale? “ Conosci qualche onorevole che…”. Dopo di che, ovviamente, la moralità e la coerenza del politico che dà un mano diventano un optional. Perciò Casini - e lui lo sa - può dormire tranquillo. E permettersi tutto. Tanto certi italiani preferiscono far finta di niente. Quando fa comodo, naturalmente… E poi, a dirla tutta, basta che Casini sfoderi il suo sorriso da cucciolo abbandonato in mezzo all’autostrada, e il gioco è fatto. Dopo di che può anche dire che è in contatto diretto con Santa Rita Da Cascia. Una che conta qualche cosina in più di Ruini.
Sì, è vero, il pesce puzza dalla testa. Ma pure branchie, pinne e coda lasciano piuttosto desiderare…

martedì, marzo 27, 2007

I fischi a Bertinotti e la crisi della sinistra

I fischi ricevuti ieri da Bertinotti e la famigerata “cacciata” di Lama dall’Università di Roma indicano che per la sinistra italiana governare ( o comunque come nel 1977 aggirarsi nei dintorni del governo), facendo “cose di sinistra” è praticamente impossibile. Per quale ragione? Perché sussiste un nodo di fondo, mai sciolto, che risale, appunto, alla contestazione di Lama (che tra l’altro fu segnata anche da atti di violenza). Quella contestazione, piaccia o meno, mise simbolicamente fine a un processo di “socialdemocratizzazione” della sinistra italiana, e in particolare del Pci. All’epoca appena iniziato.
Ma procediamo con ordine.
Nel 1977 la sinistra si divide definitivamente in tre anime, da una parte i riformisti (in senso classico, con propensioni socialdemocratiche, ma largamente minoritari) e dall’altra i rivoluzionari (sempre in senso classico, anch’essi minoritari). E in mezzo una zona grigia, maggioritaria, né rivoluzionaria né riformista, diciamo continuista: nel senso della costruzione del socialismo, attraverso una via italiana, capace di coniugare riforme e rivoluzione. All’estrema destra dei riformisti, il Psi di Craxi. All’estrema sinistra, i cosiddetti gruppi più radicali (che definiamo leninisti, per semplificare) e la cosiddetta autonomia, contigua, quest’ultima, alla deriva terroristica, e perciò a rischio di strumentalizzazione.
Naturalmente abbiamo rozzamente semplificato la situazione, solo per rendere più fluido il nostro ragionamento.
Ora, che cosa è successo alle tre anime negli ultimi trent’anni?
I riformisti sono stati risucchiati dal riformismo liberale ( e in questo senso la sfida degli anni Ottanta è stata vinta post mortem da Craxi). Quella che era l’anima amendoliana del Pci oggi è rappresentata da Fassino, D’Alema, Veltroni, pur con sfumature diverse (più comportamentali che ideologiche). Anche perché questi leader si muovono tutti nell’alveo di una visione della politica fondata più sulla promozione collettiva dei diritti civili che di quelli sociali. Nonché di un sostanziale atlantismo in politica estera, al quale si affianca il liberismo (certo non estremo) in politica economica.
I continuisti (quelli che come Berlinguer, ispirandosi alla tradizione togliattiana (?), aspiravano a coniugare riforme e rivoluzione) oggi sono rappresentati dal gruppo di Mussi, e dunque dalla sinistra diesse, ma anche dalle maggioranze che controllano politicamente Rifondazione e il Partito dei Comunisti Italiani. Si tratta di un universo politico, “in grigio”, ancora oggi sospeso tra governo e lotte sociali. Ma in realtà indeciso su tutto. Che, al tempo stesso, rifiuta il riformismo liberale ma teme la rivoluzione. E che in pratica vive alla giornata. Trovando, di volta in volta, punti di contatto con i riformisti sul problema dei diritti civili. Ma non su quello della politica estera ed economica. Dove il continuismo, in quanto forza di governo, è costretto a contrattare su tutto, e non sempre con esiti vittoriosi.
I rivoluzionari, sono oggi rappresentati dai movimenti. Per usare un immagine - suggestiva ma imprecisa - si tratta di gruppi politici, a differenza di quelli del 1977, sospesi tra Lenin e Gino Strada. Tra la lotta sociale a sfondo antiatlantista e antiliberista e l’irenismo eroico, ma impolitico, del soccorso sociale ai popoli di tutto il mondo. In quest’ultimo senso si può parlare di rivoluzionarismo come tendenza a risolvere i problemi politici attraverso rivoluzioni sociali, o più spesso manifestando, in buona fede, propositi rivoluzionari. Senza valutare l’eventuale prezzo da pagare.
Ora, se Lama, all’epoca apparteneva all’area riformista, Bertinotti, oggi a quale area appartiene? La risposta è facile. A nessuna di queste. Bertinotti è la quintessenza del “confusionismo” politico. Pretende, infatti, di tenere insieme rivoluzionari, continuisti e riformisti; gli amici dell’America e i suoi nemici; il pacifismo e il liberismo (spesso armato e aggressivo). Di qui i meritati fischi dei rivoluzionari, le critiche dei continuisti, e la disistima dei riformisti. Tuttavia crediamo che il “confusionismo” bertinottiano abbia anche origini di tipo caratteriale . Siamo davanti a un uomo estremamente vanitoso e ambizioso. Il che può spiegare certi epiteti circensi, usati ieri dagli studenti …
Dal punto di vista della chiarificazione ideologica sperare in un’ evoluzione dell’intera sinistra in senso socialdemocratico è oramai praticamente impossibile. Dal momento che le socialdemocrazie europee si sono da tempo trasformate in partiti liberalriformisti (si pensi all’involuzione della socialdemocrazia tedesca). Mancano quindi referenti ideologici, alleati e appoggi concreti. Purtroppo, la fase socialdemocratica è stata a suo tempo saltata (per ragioni sulle quali sarebbe troppo lungo soffermarsi). E ormai tornare indietro è impossibile. Il treno è passato. E ora la sinistra - ripetiamo, piaccia o meno - può salire solo su quello del riformismo liberale.
Restano il continuismo e il rivoluzionarismo, tra i quali neppure scorre buon sangue. Ma anche per essi è difficile immaginare una evoluzione positiva.
Il continuismo, è ancora troppo legato a ritualismi sindacali e patti ed alleanze (soprattutto sul piano locale) difficilmente rescindibili in modo indolore, soprattutto sotto il profilo della possibile perdita di risorse economiche, e dunque di potere.
Il rivoluzionarismo, se dovesse optare definitivamente per Gino Strada, non avrebbe più alcuna speranza. Non potrebbe che restare decisamente impolitico. Ma anche l’opzione leninista, in circostanze storiche molto diverse da quelle della Russia zarista, potrebbe essere assai pericolosa per la democrazia. Inoltre la pregiudiziale antifascista, certo storicamente giustificata, che anima i seguaci sia di Lenin che di Strada, impedisce ai rivoluzionari di intercettare importanti fasce di emarginazione sociale e politica. Inoltre, come conciliare la fuoriuscita dalla Nato con il pacifismo? Gli Stati Uniti porrebbero l’Italia, una volta fuori della Nato, sullo stesso piano di uno “stato canaglia”. Di lì la necessità di battersi, o comunque di dover trovare, nel probabile isolamento europeo, altri alleati, tra paesi invisi agli Stati Uniti, oppure rischiare di trasformarsi in stato-vassallo della Russia di Putin. Insomma, le cose sono molto più complicate di quanto ritengano, certo in buona fede, i rivoluzionari.
In conclusione, se i fischi di Lama sancirono la fine di un timido esperimento socialdemocratico, quelli a Bertinotti sanciscono la crisi definitiva della sinistra. Divisa oramai tra buoni affari, immobilismo politico e un rivoluzionarismo, sicuramente generoso, ma impolitico e comunque molto diviso al suo interno.
Dispiace dirlo, ma a meno che un cataclisma economico non rimetta improvvisamente in gioco forze antisistemiche, il futuro appartiene al riformismo liberale e conservatore. E questo almeno per una generazione.
Così vogliono gli Stati Uniti così vogliono i poteri economici. E così, in fondo, pretendono i consumatori di tutti il mondo.
Non c’è dunque altro da aggiungere. Paradossalmente, solo un disastro ci può salvare. La sinistra continuista e rivoluzionaria, così com’è, sicuramente no.

lunedì, marzo 26, 2007

Quando un vecchio muore in treno...

Oggi, come si dice spesso, la gente va di fretta. Allora perché meravigliarsi del fatto che nessuno si sia accorto della morte per infarto, avvenuta in treno, di un anziano ex ingegnere torinese? L’uomo, classe 1922, è rimasto esanime, ma seduto al suo posto, per almeno quattro ore. Mentre la gente scendeva e saliva senza interrogarsi su quella sua innaturale “rigidità”. Per non per parlare poi del “personale addetto” che non si è accorto di nulla… E così il treno è andato avanti e indietro tra Torino e Savona per due volte, con a bordo quel povero fardello di ossa e carne senza un alito di vita.
Quel che invece stupisce, ma fino a un certo punto, è che sui giornali il fatto sia presentato come un disservizio. Si critica, soprattutto, “il personale delle ferrovie”, per la “disattenzione”. Quasi si trattasse non di uomo, ma di una borsa o di un pacchetto dimenticati da qualcuno sui sedili.
Cerchiano di essere seri, qui sono in gioco ben altri problemi che l’efficienza delle ferrovie italiane. Vediamo quali.
In primo luogo, è cambiata la socialità. Si ha timore dell’altro. Si comunica poco, anche in treno, e soprattutto in quelli affollati di pendolari. Tutte persone psicologicamente sotto pressione, a causa di una vita tutta di corsa, divisa tra impegni familiari, lavoro, e bollette e conti da pagare.
In secondo luogo, gli anziani, per non parlare dei vecchi (come l’ex ingegnere deceduto in treno), vivono in condizioni di marginalità. Li si ritiene noiosi, capaci solo di ripetersi e dire cose scontate. In una parola: inutili.
In terzo luogo, la nostra è una società che ha rimosso la morte. Si cerca di non parlarne. Si celebra la giovinezza. Ai bambini si racconta che i nonni scompaiono tra i fiori. E questo spiega il diffondersi dell’ impossibilità, oggettiva, di riconoscere, anche “fisicamente”, nell’altro i tratti fisici della morte. Così, per “non abitudine” di pensiero.
Infine, l’ex ingegnere torinese è morto, purtroppo per lui, in una condizione di anonimia. Su un treno locale, magari in seconda classe, tra gente comune. Insomma, niente riflettori… E non come in un altro caso, che merita di essere ricordato: la morte di Franco Scoglio. L’ ex allenatore e pensionato di lusso del calcio italiano, morì, per un infarto fulminante, in piena diretta televisiva. Per giorni e giorni non si parlò di altro: dell'uomo famoso (tra l'altro persona degnissima), morto a telecamere accese. Le immagini di quel triste evento vennero trasmesse e ritrasmesse da tutti i canali, con dovizia di particolari e commenti.
Questo fatto indica che la morte, e in particolare quella di un anziano, può interessare solo se avviene, come dire, a reti unificate. Se può appagare l’interesse morboso, opportunamente sollecitato, del telespettatore. Se la morte è in diretta, e può dunque trasformarsi in maggiore audience e in profitti pubblicitari, allora tutto cambia.
Si pensi solo alla presenza e all’insistenza delle telecamere in occasione di disastri e terremoti, ma anche di delitti, particolarmente efferati. Si pensi alle accuratissime ricostruzioni mediatiche delle tecniche di eliminazione fisica delle vittima, praticate dal serial killer di turno. Oppure a intere serate televisive, con ospiti in studio, tese a scavare nella vita delle vittime di atroci delitti per evidenziare i particolari più scabrosi. Si pensi a quei programmi che indagano sulle persone scomparse. Dove poi si scopre, regolarmente, che i “fuggitivi”, spesso con enormi problemi di adattamento alle spalle, si sono suicidati in condizioni drammatiche. E dove si disquisisce per ore di poveri resti umani, spesso irriconoscibili.
E invece, quando la morte è presente a qualche centimetro, il telespettatore di cui sopra, non la riconosce. Soprattutto se si tratta in un vecchio. Uno che scoccia… E che non ha nulla di interessante da raccontare… E col quale sul treno, che si prende tutti i giorni, non si è voluto “legare”, per evitare “noiosi” rapporti di buona conoscenza. E poi con uno sconosciuto… non sia mai.
In realtà il pendolare stressato, vuole solo tornare a casa, per gettarsi alle spalle una giornata di lavoro, accendere finalmente la televisione, per seguire, al sicuro e con la massima attenzione, storie “vere” di morti e delitti. Senza però immaginare, che la morte, quella vera, era lì davanti a lui. Appena dieci minuti prima. Sul treno Savona-Torino.

venerdì, marzo 23, 2007

Riduzione del lavoro flessibile? Non è in agenda...

I dati Istat 2006 indicano un aumento dell’occupazione dipendente del 2,3% rispetto al 2005. Dovremmo essere soddisfatti. E invece no. Purtroppo. Dal momento che la metà dei nuovi posti di lavoro si compone di contratti a termine.
Pertanto il vero problema di fondo è che il lavoro flessibile cresce. Non solo in Italia (dove siamo al 13% 2006 - 12,2 % nel 2001), ma nel resto dell’Unione Europea a 25 (14.9 % nel 2006 - 12,9 % nel 2001). (Su questi aspetti rinviamo all’ Indagine Conoscitiva sulle cause e le dimensioni del precariato nel mondo del lavoro - Audizione del Presidente dell’Istat - Luigi Biggeri - XI Commissione – Lavoro Pubblico e Privato - Bozza - Roma, 7 novembre 2006)
Lavoro flessibile significa alcune cose: una ridotta o assente copertura previdenziale; una mancanza di ammortizzatori sociali per la copertura dei periodi di vacanza contrattuale; una scarsa probabilità di transitare verso contratti stabili: una maggiore frammentazione dei percorso lavorativo; una brevità di contratti.
A questi aspetti, come dire normativi, si aggiungono gli effetti di ricaduta sociologici e psicologici. Ne ricordiamo alcuni: cattiva percezione del lavoro, turbe psichiche, difficoltà relazionali all’interno dell’ambiente di lavoro e delle famiglie di origine o di nuova formazione, eccetera. (Su questi aspetti si rinvia a G. Farrell, a cura di, Flexicurity, Sapere 2000, Roma 2006).
Pertanto si tratta di una situazione, se non ancora disastrosa, sicuramente preoccupante dal punto di vista evolutivo. E da seguire sul piano politico con la massima attenzione. Anche alla luce di una auspicabile revisione della Legge 14 febbraio 2003, n. 30 (Legge Biagi), o comunque di quell’insieme di normative che risalgono (e includono) alla Legge 24 giugno 1997, n.196 (Legge Treu).
Di riflesso, il legislatore, o almeno ogni saggio legislatore, visto che i diritti sociali non sono di destra né di sinistra, ma sono un patrimonio (di cittadinanza) comune, dovrebbe cercare di assicurare al “lavoratore flessibile” almeno una ragionevole continuità contributiva. Al fine di garantirgli una pensione dignitosa. Oltre ovviamente, a una buona e costante assistenza (dal punto di vista della tutela della salute) lungo il corso della sua, così complicata, carriera lavorativa.
Ora, sapete che cosa si è sentito rispondere chi scrive, quale membro di un osservatorio sociale sulle politiche del lavoro, dalla quasi totalità dei colleghi (economisti, ricercatori sociali, sindacalisti, esperti ministeriali) ? Che la flessibilità è in via di superamento perché gli imprenditori stanno cambiando idea a riguardo. E che, “prima o poi” si attesterà, in Italia intorno al 10/11 % . E che pertanto il problema non sussiste. Di qui l’inutilità di inserirlo nell’agenda politica. Insomma, la vecchia ricetta liberista, che il mercato (del lavoro) farà da sé. E bene. Ergo: nessuno osi disturbare i padroni del vapore. Tanto si tratta solo della vita di 2 milioni di lavoratori… E famiglie…
Un muro di gomma. Chi scrive, sta seriamente pensando di dimettersi.

mercoledì, marzo 21, 2007

Il libro della settimana: R. Dahrendorf, Erasmiani. Gl intellettuali alla prova del totalitarismo, Laterza 2007, pp. 244, euro 15,00

Se ci si passa la battuta, anche i libri, come le ciambelle, non sempre riescono col buco… Anche se a scriverli sono famosi intellettuali liberali come Ralf Dahrendorf. Sociologo e filosofo, nato nel 1929 in Germania, già direttore della London School of Economics, oggi cittadino britannico e membro della Camera dei Lord. Ha scritto libri molto importanti come Classi e conflitto di classe nella società industriale, un testo sul quale si sono formate intere generazioni di sociologi. Ma quale sarebbe il libro non riuscito? L’ultimo nato: Erasmiani. Gli intellettuali alla prova del totalitarismo (Editori Laterza 2007, pp. 244, euro 15,00). E per quale ragione? Perché Dahrendorf individua un liberalismo, come dire, ragionevole, ma in realtà, come vedremo, troppo debole sul piano politico. Che alla sfida dei totalitarismi novecenteschi, avrebbe risposto, non con l’impegno politico, ma con l’esilio interno o esterno. In particolare, Dahrendorf esamina, una generazione di “intellettuali pubblici”, nata tra il 1900 e il 1910, dove spiccano i nomi di Karl Popper, Raymond Aron, Isaiah Berlin, Norberto Bobbio, Hannah Arendt. Studiosi, che così facendo, avrebbero evitato di cadere vittime della tentazione totalitaria, a destra come a sinistra: salvando e preservando l’anima per la ricostruzione. Di qui la qualifica di “erasmiani”. Perché proprio come Erasmo, anche questi intellettuali, amanti della libertà, avrebbero preferito all’impegno attivo, a fianco di Lutero (o attualizzando, dell’antifascismo e dell’anticomunismo militante), il ritiro tra gli amati libri, o al massimo, un blando impegno culturale. Da lontano e in attesa di tempi migliori.
Per ragioni di spazio, abbiamo ricordato solo i più importanti. Dal momento che nel libro, tra gli erasmiani, compaiono anche Theodor W. Adorno, Arthur Koestler, Golo Mann, George Orwell, John Kenneth Galbraith, e altri ancora. Addirittura, in fondo al libro, c’è una tabella con i 25 nomi degli intellettuali (generazione 1900-1910), appartenenti, idealmente, alla “societas erasmiana”.
Due i punti deboli del libro.
In primo luogo, il concetto di “intellettuale erasmiano”, per quanto intrigante, è piuttosto labile. Sociologicamente parlando, gli intellettuali citati, sono troppo diversi tra di loro : non è sufficiente essere professore universitario per godere automaticamente dell’etichetta di erasmiano. Inoltre, alcuni studiosi, come Adorno e Bobbio, per dirla tutta, hanno flirtato con la “tentazione totalitaria”. Anche su Aron qualche chiacchiera c’è stata… Ma c’è dell’altro: non tutti possono essere definiti liberali di sinistra, così come piacerebbe a Dahrendorf. Di qui, guarda caso, le sue critiche all’idea di libertà negativa, prudentemente conservatrice, teorizzata dall’erasmiano Berlin. Risulta poi priva di qualsiasi fondamento politico e politologico, l’idea di raggruppare l’intellettuale erasmiano, in base a categorie morali: quelle di coraggio, giustizia, moderazione e saggezza. Non sempre, a dire il vero, tutte possedute - come si evince persino dalla lettura del libro - dagli intellettuali presi a modello. Il che genera, man mano che si procede nella lettura, sconcerto e confusione.
In secondo luogo, nonostante Dahrendorf, sia tuttora considerato uno dei padri della moderna teoria del conflitto sociale (anche come punto di partenza della socialità umana), nel libro si guarda bene dall’applicarla. Insomma, quel che vale per il resto della società, non varrebbe per l’intellettuale erasmiano. Se le società per progredire, non possono non fondarsi creativamente sui conflitti sociali, non si capisce perché solo il liberale erasmiano, debba sottrarsi, e costitutivamente, al conflitto politico. Per dedicarsi solo allo studio… E qui, per capire bene il vicolo cieco in cui finisce Dahrendorf, è necessario ricordare un aneddoto, che riguarda Julien Freund, un grande realista liberale. Nel 1965 durante la discussione della sua tesi di dottorato, consacrata all’ Essence du politique, uno dei commissari presenti, Jean Hyppolite, studioso di Hegel e Marx, fece notare a Freund, che se la sua tesi sulla natura polemologica del politico, ripresa da Schmitt, e fondata appunto sulla distinzione amico-nemico, si fosse rivelata esatta, a un fervente pacifista come lui, sarebbe rimasta, come sola via di fuga, il giardinaggio. La riposta di Freund fu bruciante: Hyppolite non avrebbe potuto dedicarsi neanche ai suoi fiori, perché il nemico non glielo avrebbe permesso. A sua volta, Hyppolite replicò che allora non gli sarebbe rimasto che il suicidio… Dando così una risposta patetica che evidenziava, ed evidenzia, la natura nichilista e irrazionale del moralismo pacifista, non meno distruttiva, per l’individuo, della guerra. In realtà, il grande valore dell’osservazione di Freund, è nel fatto che illumina una verità “effettuale” che rende patetico il moralismo erasmiano : la benevolenza non sopprime il nemico, dal momento che è il nemico stesso che ci designa come suoi nemici mortali. E, al quel punto, la fuga e il ritiro verso le alte vette della meditazione intellettuale, è perfettamente inutile.
Del resto, se altri intellettuali, a differenza degli erasmiani, non avessero deciso di impegnarsi in prima linea, e concretamente, oggi probabilmente non saremmo qui a discutere di Erasmo. Ad esempio lo stesso Freund, pur rimanendone dopo deluso, si impegnò attivamente nella resistenza francese, rischiando di essere scoperto e fucilato.
Pertanto testimoniare non basta.

Intellettuali, politica e metapolitica. Una riflessione.

Oggi, in Italia, quale rapporto può intrattenere l’intellettuale con la politica? Non è facile rispondere. Per una serie di ragioni. Elenchiamole.
In primo luogo, il potere della politica è enorme e condizionante. E dal momento che è strettamente collegato al potere economico, controlla carriere e mobilità professionale, soprattutto ai livelli più alti. Si tratta di un potere trasversale. Ad esempio, si diventa direttori di giornali o manager di grandi imprese solo se si ha il placet di quei pochi che contano e che appartengono a una melmosa oligarchia politico-economica.
In secondo luogo, il coacervo di interessi politici ed economici di cui sopra, controlla l’apparato mediatico. Di qui l’impossibilità di poter lavorare, all’interno delle alte sfere del mondo giornalistico, se non si ha il salvacodotto rilasciato da chi conta.
In terzo luogo, per accedere alle carriere universitarie è necessario fare atto di pubblica sottomissione agli idola del nostro tempo (a cominciare dal filo-occidentalismo). O comunque mostrare un atteggiamento da professori weberiani, tormentati da chissà quali dubbi, ma in realtà ben lontani dal rinunciare a un impiego sicuro… Oppure, e questo capita soprattutto nel giornalismo, rifugiarsi nel raffinato cinismo da vecchia terza pagina, che non scontenta nessuno. In genere, però, tra la massa dei docenti e dei giornalisti, prevale il nicodemismo. Vincono, insomma, i Farisei.
In questa situazione, qualsiasi tentativo, da parte di un intellettuale, di “remare contro”, viene subito bloccato. O consentito, ma solo attraverso rivistine e libri pubblicati in non più di mille copie. Regolarmente ignorati dai grandi media. Perciò al giovane intellettuale di belle speranze, non restano che due strade: o schierarsi con il potere, o scegliere un vita, piuttosto grama, tra i (pochi) veri oppositori del sistema.
A questo aspetto se ne aggiunge un altro, altrettanto grave. L’intellettuale di opposizione (chiamiamolo così), a destra come a sinistra, si trova a vivere in un mondo dove regna la più totale frustrazione. Perché tutti i compagni di cordata (soprattutto i più anziani), ritengono di essere vittime (e in parte è anche vero) di grandi ingiustizie. Ma al tempo stesso, si mostrano fieri di aver rifiutato qualsiasi compromesso col potere (sempre ammesso che si siano mai realmente trovati nella condizioni di scegliere...): una miscela esplosiva. E umanamente composta di invidia verso gli “arrivati” e di fierezza per essere restati “duri e puri”. In realtà, si tratta di una fierezza, sempre pronta a trasformarsi in cupezza ( secondo l’umore prevalente del giorno...). Di qui, e dal momento che capi e capetti, per compensazione psicologica, devono sentirsi uno più intelligente e più puro dell’altro, l’ ulteriore divisione in gruppi e sottogruppi “metapolitici”, sempre in lotta fra di loro. E prontissimi, non solo a non collaborare (preferendo coltivare il proprio microscopico orticello), ma anche a censurarsi a vicenda: uno spettacolo patetico e volgare al tempo stesso. Perché spesso dietro i veti e le censure si nascondono le stesse debolezze umane, che innervano le scelte degli intellettuali organici al principe. Gli stessi intellettuali che secondo i “duri e puri” avrebbero tradito la rivoluzione o la ricerca di sintesi diverse.
E così, chiunque sia in buona fede, e soprattutto tenti di ricercare liberamente una “Terza Via” intellettuale, basata sul rapporto intelligente con le persone e sulla possibilità di potere usare spazi, altrimenti non accessibili, finisce per vivere molto male. Perché gli intellettuali schierati col potere lo considerano un intruso poco affidabile, e quelli non schierati un traditore della causa. E così l’intellettuale veramente libero, perché paga di tasca propria, finisce per ritrovarsi isolato, proprio sul piano della lotta metapolitica. E per giunta senza gli stipendi dei professori weberiani e le ricche prebende degli organici. Di più: al primo “passo falso” (che in realtà non è tale), viene subito censurato da tutti: dagli "appagati" (organici al potere) e dai "frustati" (disorganici al potere). I quali non capiscono che così si facilita solo la vittoria degli organici (al potere), e quel che è peggio il conservatorismo politico.
Ed è un peccato perché come nota Alain de Benoist, nella bellissima introduzione alla riedizione dei “Cahiers du Cercle Proudhon" (Avatar Editions 2007 – http://www.avatareditions.com/ ), “ i rivoluzionari, pur di diversa appartenenza, sono più vicini far di loro, di quanto mai potranno esserlo i riformisti” (p. 92).
Giusto. Ma dovrebbero capirlo…

martedì, marzo 20, 2007

Il "Secolo d'Italia" scopre "Bella ciao"

Vi sono episodi che possono sembrare marginali, perché interni a una particolare area politica, e dunque non meritevoli di essere presi in considerazione, e figurarsi quando si tratta della destra post-missina, incarnata da Alleanza Nazionale.
E invece no. Perché all’interno di questo mondo politico è in atto un interessante processo di trasformazione culturale che va seguito. Il cui ultimo atto è rappresentato dal recupero di “Bella ciao”, avvenuto domenica scorsa sulle pagine del Secolo d’Italia. In un corsivo (a firma di Conan), la si definisce una canzone che rinvia, andando oltre la sua specificità storica, a una comunanza ideale tra i giovani, fatta “di stati d’animo”, a destra come a sinistra. Una gioventù che quando oggi la canta, pensa “solo a una bella ragazza e alla libertà: ‘O bella ciao, bella ciao, bella ciao’ “…
Che dire? Se si esclude la strumentalizzazione, si tratta di un tentativo di “reinventare” un immaginario comune… Una specie di “via pop” alla ricomposizione della storia civile d’Italia (nel senso di valorizzare tutto quello che è popolare sul piano musicale, eccetera). Tra l’altro il corsivista del Secolo, accenna a una dichiarazione a Repubblica di Biagio Antonacci. Anche per il cantante "Bella ciao" sarebbe solo “una bella canzone che rappresenta la libertà”.
Un tentativo indubbiamente interessante. Ma anche con i suoi costi politici: perché rischia di approfondire la frattura, già creatasi da un pezzo, tra An e la cosiddetta destra radicale, mai allontanatasi dalla "Casa del Padre": Mussolini e il fascismo. Ma anche, per ragioni correntizie, con alcune fazioni interne, non del tutto favorevoli alla nuova linea... Comunque sia, il punto di arrivo di questo processo è facilitare la decantazione a destra, tra una destra riformista ( di governo) e un destra movimentista (di lotta). Come del resto, sta accadendo anche a sinistra, con la nascita del Partito Democratico, che condurrà a ulteriori e nette divisioni, tra una sinistra ministeriale e una sinistra a suo agio nelle piazze. E, piaccia o meno, sono dinamiche di ricomposizione-scomposizione politica, di tipo storico e sociologico, successive alla caduta del Muro di Berlino”, che difficilmente potranno essere frenate.
Sostanzialmente, l'ambizione della “via pop” (si veda a questo proposito il libro di Angelo Mellone, qualcosa di destra. Da Caterina va in città a Paolo Di Canio, Marsilio 2006) è quella di andare oltre la frattura del 1943-1945. Lavorando sull’immaginario collettivo. E sotto tale aspetto merita di essere letto il libro di Luciano Lanna, attuale direttore, insieme a Flavia Perina, del Secolo d'Italia (Fascisti immaginari, Vallecchi 2003, scritto con Filippo Rossi).
Tuttavia, la “via pop”, molto attenta a tutti gli aspetti dell’immaginario culturale, legati al cinema, alla musica, alla televisione, ha un suo lato debole, o comunque in via di definizione. Quale? Quello della cultura politica. Ad esempio, lo stesso giorno in cui è uscito l'intrigante corsivo su “Bella ciao”, è invece apparsa nel “Paginone” una lunga intervista di Adriano Scianca a Stefano Vaj, coltissimo intellettuale della destra radicale, dedicata alla “riscoperta” di Giorgio Locchi. Ora, nessuno dubita delle grandi capacità intellettuali di Locchi, scomparso alcuni anni fa(autore di notevoli studi su Nietzsche, Wagner, e sul cosiddetto “male americano”), ma il suo apporto positivo alla teoria politica democratica resta alquanto dubbio. Stesso discorso può essere fatto per Guillame Faye, pensatore affascinante e scoppiettante, ma che non ha mai esplicitato alcun interesse per la democrazia rappresentativa liberale.
Si tratta sicuramente di piccoli incidenti di percorso, tipici di una fase di transizione storica. E, neppure degni di rilievo, soprattutto se consideriamo l’ambiziosità e il valore del progetto culturale, ancora in pieno sviluppo.
Tuttavia, lungo la sua strada, il progetto di una destra “ pop” - di una destra che non voglia rifugiarsi nel pragmatismo politico - non potrà non fare i conti con il grande liberalismo politico realista, l’unica scuola di pensiero in grado di fornire alla destra riformista il giusto retroterra politico, democratico, e tutto sommato, antieconomicista. E qui si pensi all’attenzione che il Secolo, attualmente riserva, in particolare nelle sue pagine culturali, dirette da Aldo Di Lello ad autori, come Weber, Sombart, Schmitt, Aron, Röpke, Miglio, Ricossa, Shils, Eisenstadt, Freund, solo per fare alcuni nomi.
Ma come conciliare la “via pop” con l’elitismo liberale? Ecco il problema.

lunedì, marzo 19, 2007

Padoa-Schioppa e Marini. Due nipotini di Laffer

Sabato a Cernobbio il Ministro dell’Economia Padoa-Schioppa aveva sottolineato che gli sgravi fiscali spettano prima alle imprese e poi alle famiglie. Ieri Marini, Presidente del Senato ed ex sindacalista Cisl, ha invece sostenuto, sempre nella stessa sede, l’esatto contrario.
Che cosa significa? Che magari Padoa-Schioppa sia dalla parte dei “padroni” mentre Marini da quella degli operai? O che il primo difenda i ricchi, il secondo i poveri). Assolutamente no.
Il doppio registro sulle tasse indica in realtà due cose.
In primo luogo, che Padoa-Schioppa e Marini credono nell’economia dell’offerta e nell’equazioncina racchiusa nelle cosiddetta curva di Laffer, l'economista che influenzò Reagan: minori tasse = ripresa economica. L’unica differenza tra Padoa-Schioppa e Marini è perciò di target elettorale.
In secondo luogo, credere nella Curva di Laffer, significa avere fede nel liberismo più ortodosso: basta un “colpetto” (fiscale) e il mercato si rimette in moto da solo, producendo ricchezza per tutti. Pertanto Padoa-Schioppa e Marini si muovono entrambi nell’alveo di un liberismo di seconda mano e socialmente pericoloso. E spieghiamo perché.
Il punto di forza della Curva di Laffer è fondato sull’idea, tutta da verificare, che oltre una certa soglia la pressione fiscale disincentivi gli investimenti e favorisca l'evasione fiscale. Di qui due necessità.
Innanzitutto, come detto, quella di abbassare le tasse, tagliando le imposte sul reddito. Dopo di che, per evitare che il disavanzo pubblico cresca (perché non più finanziato da una pressione fiscale crescente), deve essere comunque ridotta la spesa sociale, anche in presenza di una lieve, ma non immediata, diminuzione dell'evasione fiscale (la distonia temporale tra le due variabili, sottovalutata da Laffer, è invece molto importante, perché riguarda la distribuzione temporale dei sacrifici tra i cittadini... ). Ma in che modo? Favorendo un vasto programma di privatizzazioni. Per far così rientrare nell’ambito delle crescita economica “annunciata”, anche le strutture pubbliche di previdenza e assistenza, dopo averle però trasformate in imprese basate sulla ricerca del profitto.
Naturalmente abbiamo semplificato al massimo. Ora però, prescindendo dalla riuscita o meno, delle politiche lafferiane (sui cui esiti, ripetiamo, i giudizi sono contrastanti), va chiarito un fatto di tipo sociologico: si tratta di politiche che si basano su una visione utilitaristica dell’uomo e della società. E che pretendono di gestire settori come previdenza, sanità, istruzione e lavoro, sulla base di un solo principio. Quale? Che l’unica aspirazione dell’uomo sia di accrescere in modo utilitaristico il reddito individuale (dalla famiglia all’impresa). E che per questo sia disposto ad accettare, più o meno consapevolmente, la crescente mercificazione della sua vita.
Dietro la Curva di Laffer e il liberismo di personaggi come Padoa-Schioppa e Marini c’è una visione della società come impresa totale. Il che deve far riflettere sui futuro programma economico del nascente Partito Democratico.

venerdì, marzo 16, 2007

Caso Sircana. Per andare oltre i fatti

Davanti al caso Sircana sono possibili tre reazioni. Vediamo quali.
La prima è di tipo moralistico-spengleriano, e dunque di aprioristica condanna, dal momento che il polverone mediatico non si è ancora diradato. L’approccio moralistico, di solito, si conclude con la condanna dell’intera classe politica (con sfumature diverse a seconda dell’appartenenza di chi critica…). E con un giudizio catastrofico circa il futuro delle classi dirigenti italiane, ritenute corrotte e incapaci di governare. Il moralista-spengleriano, in genere, ama annunciare periodicamente, la dissoluzione “del regime”, tra i fulmini e le fiamme di una specie di nuovo giudizio universale. Che però, sembra, non giungere mai.
La seconda è di tipo psicologico-libertario, e dunque di aprioristica assoluzione. Anche in questo caso, seppure più sottilmente, si dà per scontata, la “colpevolezza” di Sircana, pur riconducendo la questione nell’alveo della sua vita privata, e invocando la “sospensione del giudizio”… Ovviamente, la scuola di pensiero psicologico-libertaria, si guarda bene dal giudicare in modo catastrofico l’evoluzione del profilo morale delle classi dirigenti italiane. Inoltre, spesso, utilizza per i politici due pesi e due misure: chiunque rubi va condannato senza alcuna pietà, mentre chiunque mostri inclinazioni sessuali non conformiste non va giudicato, perché si tratta della sua privacy. E di conseguenza, se proprio necessario, piuttosto che al giudice, ci si dovrà rivolgere allo psicologo.
La terza reazione, la meno diffusa, è di tipo realistico. E ci spieghiamo subito: il periodico succedersi di scandali e inchieste giudiziarie senza che poi cambi nulla, indica un fatto preciso: che il sistema di potere è molto forte. E che, in sostanza, è praticamente impermeabile a ogni opera, diciamo così, di “bonifica giudiziaria”. Di conseguenza, la sua fine, a differenza di quel che ritengono i moralisti spengleriani, è piuttosto lontana. Per contro - e a prescindere dal caso Sircana - la visione della scuola di pensiero psicologico-libertaria, che scinde la responsabilità del politico, in due tronconi (il pubblico e il privato), accresce la professionalizzazione della politica. Che per un verso è sicuramente un fatto positivo. Ma per l’altro favorisce l’idea, piuttosto gretta, che un uomo politico debba rispondere ai suoi elettori, solo per gli atti compiuti, diciamo così, tra le ore 8 e 17. Il che significa che la politica finisce per essere vissuta dall’interessato, non come una “missione” ma come un lavoro. Con tutto quel che segue in termini di frustrazioni personali, relazionali e familiari. E conseguenti ricadute negative, delle stesse, sul piano “politico-professionale”. Che il tema, da noi sottolineato non sia di secondaria importanza, è provato, per contrasto, dal desiderio dei politici di apparire, nonostante gli impegni “professionali”, sempre al centro di una ricca e felice vita familiare e relazionale. Favorendone la documentazione, anche fotografica, su riviste dirette al grande pubblico, senza minimamente preoccuparsi della privacy.
Per il realista - e si tratta della nostra posizione - impermeabilità del potere e professionalizzazione della politica vanno di pari passo. L’una si appoggia all’altra. Di qui la loro forza comune.
Perciò il vero problema è quello di come deprofessionalizzare la politica: di come far sì che l’ingresso di “uomini nuovi”, privi di motivazioni grettamente professionali, possa finalmente incidere sulla struttura dei rapporti di potere.
Certo, a prima vista, si tratta di una mission impossible, soprattutto nella situazione attuale. Tuttavia non bisogna demordere. Dal momento che non scorgiamo alternative all’attesa messianica della fine, auspicata dagli spengleriani, o alle dotte disquisizioni giuridiche sulla privacy dei politici.
Serve un’inversione di rotta.

giovedì, marzo 15, 2007

Il libro della settimana: George Crowder, Isaiah Berlin, il Mulino, Bologna 2007, pp. 294, euro 19,50

Oggi che quasi tutti i politici si proclamano liberali, resta ancora più difficile definire che cosa sia il liberalismo. Diciamo, semplificando, che può essere definito liberale chi anteponga l’individuo alla società e allo stato. Dopo di che nascono però altri problemi. Perché troveremo pensatori liberali, come Aron che ritengono irrealistica l’idea dell’individuo isolato e autosufficiente. Oppure, liberali, come Mises, che invece asseriscono la necessità di costruire la teoria politica liberale, proprio partendo dall’individuo, come unico attore razionale. O liberali di sinistra, come Rawls, per i quali lo stato gioca un ruolo decisivo nello stabilire condizioni di partenza eguali per tutti.
Il vero punto della questione è che Aron, Mises e Rawls considerano la politica con sospetto. Aron, da buon realista, la sopporta, cercando di addomesticarla, attraverso la lezione della storia. Mises, invece antepone l’economia alla politica. Rawls invece trasforma la politica in regole e procedure.
Un liberale intelligente, che per sensibilità politica a curiosità intellettuale, può essere affiancato ad Aron piuttosto che a Mises e Rawls, è certamente Isaiah Berlin (1909-1997). Un liberale molto particolare, al quale Norberto Bobbio rimproverava che per argomentare il suo liberalismo, ricorresse ad autori poco liberali come Machiavelli, Vico e Sorel… In effetti Berlin, da autentico storico delle idee, si è sempre mosso a suo agio, tra i pensatori più diversi, cogliendone genialmente contraddizioni e potenzialità. Nato a Riga, ma presto trasferitosi con la famiglia in Gran Bretagna, che diverrà la sua patria d’adozione e d’insegnamento, Berlin era e resta un modello di raffinato “saggismo” universitario. Ma rimane anche un instancabile critico del dogmatismo: da quello comunista a quello liberista. Ha pubblicato ottimi libri come Il riccio e la volpe (Adelphi 1986), Il legno storto dell’umanità (Adelphi 1994), Il senso della realtà (Adelphi 1998), i Four Essays on liberty (raccolti poi nel volume La libertà, Feltrinelli 2005). E quello che è il nostro libro preferito: Le radici del romanticismo (Adelphi 2001), dove traccia un magistrale ritratto del movimento romantico cogliendone bene luci e ombre. Un testo che andrebbe letto insieme a Romanticismo Politico di Carl Schmitt : quello che il giurista e politologo tedesco chiama - semplifichiamo - l’opportunismo politico del romanticismo, che spinge l’intellettuale romantico a sposare cause politiche anche opposte (progressiste e reazionarie), per Berlin è puro antideterminismo storico: volontà di non dare mai un senso definitivo alla storia. E soprattutto alla libertà umana.
Una buona occasione per conoscerlo meglio è la biografia, appena uscita, di George Crowder (Isaiah Berlin, il Mulino, Bologna 2007, pp. 294, euro 19.50), uno studioso australiano di scienze politiche, Si tratta di una buona sintesi, con ricca bibliografia (dove per ogni libro di Berlin sono addirittura riportati i titoli dei capitoli). Anche la traduzione dall’inglese è accettabile. Meno incisiva, la presentazione di Mauro Barberis, troppo ripiegata sul solo dibattito liberalismo-universalismo. Del resto, un limite (inevitabile) del libro è quello di dipendere troppo dal contesto culturale e politico anglofono. Nel senso che anche l’analisi di Crowder risente troppo della polemica in corso, in ambito anglo-americano, sulla necessità di conferire una base universalistica al liberalismo. Una preoccupazione lontanissima dalla mentalità antideterministica di Berlin, che si è sempre rifiutato di deificare il liberalismo politico E, ovviamente, il “minimalismo” berliniano è criticato da Crowder.
In realtà, Berlin, è prezioso, proprio per il suo liberalismo realista, a piccoli passi, o se si vuole, malinconico. Perché consapevole, come quello aroniano, ma si potrebbe citare anche la Arendt, dei limiti insiti nella natura umana. E dunque della pericolosità sociale delle visioni salvifiche, anche se apparentemente liberali. In proposito, sono molto interessanti le pagine, che Crowder dedica alla critica di Berlin, a ogni forma di pseudolegge storica, incluse quelle storico-economiche, a cominciare dai cosiddetti principi della domanda e dell’offerta. Perché lesive delle umane capacità morali . Ecco in pillole la tesi di Berlin: se si ritiene che un certo evento (ad esempio l’avvento della società comunista, liberale, eccetera) debba accadere, perché allora organizzare un movimento col compito di favorire quel che comunque accadrà? Di qui due rischi: l’inazione fatalistica, oppure l’iperattivismo, perché alcuni, potrebbero cercare di affrettare i tempi, e a tutti i costi…
Questo non significa che si non debba decidere e agire. Il realismo politico, scrive Berlin, nel Potere delle idee, non impone la fede in leggi storiche assolute ( cosa ben diversa, a suo avviso, dal ritenere, giustamente, che esistano “ritmi storici”). Ma richiede alcune qualità: “ la capacità di giudizio, l’abilità, il senso del tempo, la comprensione immediata del rapporto tra mezzi e risultati”. Tutti aspetti che “dipendono da fattori empirici come l’esperienza, l’osservazione, e soprattutto quel ‘senso della realtà’ che consiste in buona parte di un’integrazione semiconsapevole di un gran numero di elementi apparentemente irrilevanti o impercettibili presenti nella situazione; elementi che presi insieme formano un qualche tipo di disegno che di per sé ‘suggerisce’ (‘sollecita’) l’azione appropriata” (p. 216).
Troppo complicato? No, perché, qualche riga più in là, Berlin attribuisce tali qualità a statisti come Bismarck, Lincoln e Roosevelt. Tutti “statisti di successo”: un “conservatore” e due “liberali”. Probabilmente, dal punto di vista politico, la verità è nel mezzo. E si chiama conservatorismo liberale. Certo, non è il massimo… Ma la storia delle istituzioni politiche segue percorsi complicati e spesso indecifrabili... E perciò non va dimenticato che Bismarck pose le basi dello Stato Sociale e Lincoln e Roosevelt, rispettivamente, quelle della liberazione dei neri e di un’economia non attenta solo alle ragioni del profitto
Tutte decisioni, ancora oggi, politicamente epocali.

mercoledì, marzo 14, 2007

Crisi della scuola. Una risposta a Giuliano Ferrara

Ieri sera nel corso di Otto e Mezzo, quel “grande semplificatore” di Giuliano Ferrara, tra il silenzio generale dei presenti, ha rilevato, in modo perentorio, che la scuola deve veicolare ordine e disciplina. Troppo facile. E troppo tardi. Spieghiamo perché.
Diciamo subito che il Novecento è stato il secolo della scuola di massa. Un secolo, che ha in messo in pratica, l’ideale nazionalista-giacobino, tutto moderno, dell’ ”educazione armata” come corollario della “nazione armata”. La scuola, insomma, come veicolo della “nazionalizzazione delle masse”. Ovviamente, a seconda del tipo di regime politico, si è avuta un’ accentuazione del carattere gerarchico e socialmente intrusivo della scuola. Nei regimi totalitari, si è puntato sul “cittadino-soldato”. In quelli liberali e democratici sul “cittadino (civicamente) informato”. Ma in entrambi l’istruzione è stata collegata all’educazione, allo scopo di togliere definitivamente alla Chiesa, nelle sue vari espressioni nazionali, il privilegio sulla formazione delle nuove generazioni. Di quest’ultimo fatto non diamo alcuna valutazione, ci limitiamo a una semplice constatazione.
Il sistema dell’educazione di massa (armata e/o informata) ha implicato la trasmissioni di valori nazionalistici, gerarchici disciplinari e nozionistici: andavano formati cittadini pronti a morire per la patria, e in grado di servirla, professionalmente, ai vari livelli, anche nella vita civile. Di qui la nascita e lo sviluppo della “scuola-caserma”
Questo sistema che, grosso modo, ha attraversato due guerre mondiali, è entrato in crisi negli anni Sessanta del Novecento, con la graduale estensione a livello mondiale della società dei consumi.
Il Sessantotto, come Giano Bifronte, per un verso ha puntato su una “rivoluzione” antiautoritaria, contro l’idea di “nazione armata e/o informata”, ma per l’altro, a parte alcune fiammate iniziali, ha finito per venire a patti con il sistema economico, ben felice di mercificare l’immaginario rivoluzionario, costruito - attenzione - sull’idea di una democrazia dei soli diritti.
In pratica è accaduto questo: l’idea di cittadino “armato e/o informato”, caduta sotto i colpi della rivoluzione sessantottina, non è stata sostituita da alcuna idea alternativa di cittadinanza. La scuola all’improvviso è diventata inutile. O sede di esperimenti, che durano tuttora. Il Sessantotto, come fabbrica dei diritti, per un verso più che necessari per “svecchiare” la società, non è stato capace di elaborare una fabbrica dei doveri, altrettanto importante. E questo vuoto è stato colmato dalla rivoluzione dei consumi. Ma in misura mercificante. Perché non controbilanciata da una nuova teoria dei doveri sociali. Probabilmente la generazione del Sessantotto, riteneva che la rivoluzione finale avrebbe reso superfluo, in una società liberata, ogni discorso sui diritti e sui doveri. Purtroppo non è andata così.
In sostanza, oggi, la scuola non funziona, perché dietro di essa, non c’è alcuna idea forte di cittadinanza (capace di coniugare diritti e doveri). E dunque ispirata a un’ entità (la si chiami come si vuole), sovraordinata ai singoli. Sotto questa aspetto il semplicistico ritorno ai valori gerarchici e disciplinari, proposto da Giuliano Ferrara, non ha alcun senso. Non sarebbe capito, neppure dai docenti, formatisi in un periodo di transizione non ancora terminato. E figuriamoci da famiglie e studenti, ossessionate dalle necessità del consumo: sia come preoccupata difesa degli attuali livelli di consumo, sia come volontà di essere al passo con il consumo crescente di beni, imposti dalla globalizzazione economica.
Ferrara vuole riproporre, se ci si passa la metafora, una specie di religione (scolastica) basata sul rispetto delle gerarchie, ma priva del suo nucleo trascendente o sacro (in passato rappresentato dalla nazione). Fa finta di nulla. E pretende che studenti-robotizzati “obbediscano” per il solo piacere di obbedire… Gli uomini, e a maggior ragione i giovani, hanno invece bisogno di motivazioni profonde. Che una società orientata esclusivamente sui consumi distrugge sistematicamente.
Del resto, tornare indietro all’idea di nazione armata e/o informata è impossibile, e probabilmente anche pericoloso. Ma andare avanti alla cieca, e nel vuoto politico e culturale, è altrettanto nocivo.
Purtroppo, ci troviamo in un vicolo cieco. E, uscirne, sarà durissimo.

martedì, marzo 13, 2007

Giovanni Sartori. Gratta il liberale, e sotto trovi il reazionario

Ieri sul Corriere della Sera, Giovanni Sartori, Primo Liberale d'Italia, ha toccato il fondo. Come si dice, ha gettato la maschera e mostrato l’anima reazionaria di certo liberalismo italiano, a dir poco, qualunquistica e forcaiola. Titolo del suo editoriale: “Società fiacca Governo debole”. Tocqueville se non ricordiamo male, sosteneva invece l’esatto contrario: Società fiacca Governo forte”… Nel senso che quanto più una società si atomizza, tanto più il governo riesce a controllare i singoli individui. Di qui - secondo il grande pensatore francese - la necessità di promuovere le libere associazioni tra cittadini, come veicoli di democrazia e di educazione civile e politica. E soprattutto come antidoto a ogni forma di centralismo autoritario.
Invece Sartori punta decisamente sull’intervento di polizia e carabinieri... Altro che associazioni… La sua tesi è questa: in giro c’è troppo disordine, il governo è fiacco, i cittadini fanno i loro comodi (bloccano le strade, scioperano, distruggono gli stadi, chattano a scuola, eccetera). Insomma, gli italiani si fanno i fatti propri, noncuranti di qualsiasi regola e il governo, guarda dall’altra parte… Peccando, a sua volta, di “menefreghismo”, “noncuranza” e “irresponsabilità”. Qui ci vuole ordine.
Il liberalismo di Sartori assomiglia a quello di Bava-Beccaris, il generale umbertino dai cannoni facili. Ora, nessuno nega il deficit italiano di senso civico. Ma che il problema di come aiutarli a ritrovarlo riguardi esclusivamente le forze dell’ordine, come sostiene Sartori, è un’idea reazionaria. E molto pericolosa. Anche perché l’Italia, fortunamente, non è ancora la Colombia. E può “recuperare”, senza bisogno di trasformarsi in carcere a cielo aperto.
Che farsene di certi liberali? I famigerati “liberali”, che nel 1920 borbottavano perché i treni non arrivavano in orario. E che poi appoggiarono Mussolini, ritenendolo capace di tramutarsi nel Primo Capotreno d’Italia... Che dire, i Primi Liberali d'Italia finiscono sempre per andare d'accordo con i Primi Capitreno d'Italia...
Eh sì, gratta il liberale, o comunque un certo tipo liberale, e sotto trovi il reazionario. Come il professor Sartori. Che tristezza per ogni vero liberale.

lunedì, marzo 12, 2007

Qualche riflessione sul concetto di rivoluzione tradita

A Lev Trotzki dobbiamo un importante concetto politico, quello di “Rivoluzione tradita”. Che semplificando al massimo, e mettendola in termini sociologici, può essere tradotto così: un gruppo di dirigenti, di un certo partito rivoluzionario, una volta impossessatosi del potere, invece di accelerare il processo rivoluzionario, diciamo così, si siede, trasformandosi in oligarchia politica, rinnegando gli ideali della rivoluzione, e dunque tradendola.
Questo schema ha praticamente attraversato il Novecento, ed ha caratterizzato il conflitto politico a sinistra come a destra. A sinistra, in particolare all’interno dei partiti comunisti, ha vivificato il dissenso dei cosiddetti trotzkisti, ma anche di altri gruppi a sinistra del Pci. A destra invece, ha inconsapevolemente caratterizzato, all’interno di quel complesso fenomeno che è il fascismo novecentesco, la lotta politica della cosiddetta sinistra fascista, ma anche di quei gruppi, che in nome di un certa idea di tradizione, eterna, avevano inizialmente creduto nel fascismo, come transeunte reincarnazione storica, di certi valori tradizionali assoluti.
Ovviamente, il trotzkismo viene qui utilizzato, come categoria sociologica, che abbraccia sia la destra e la sinistra. E la difesa della rivoluzione tradita, anche se magari non la si è fatta e vinta, viene qui intesa in chiave estensiva, come difesa psicologica e ideologica della purezza dell’idea rivoluzionaria… Anche se Trotzki redivivo, sicuramente, non sarebbe d’accordo.
Ora, quattro osservazioni.
In primo luogo, lo schema della rivoluzione tradita, poco si adatta, alle democrazie parlamentari, post-seconda guerra mondiale. Dal momento che introduce elementi fortemente ideologico-affettivi e antisisistemici, all’interno di un sistema politico che ha freddamente accantonato qualsiasi idea di rivoluzione.
In secondo luogo, la distanza tra una destra e sinistra non ideologiche (neutralmente affettive, per dirla con Talcott Parsons) e una destra e sinistra ideologiche (affettive), crea un costante conflitto interno alle diverse aree politiche. Contrasto che diventa, tanto più dirompente quanto più la destra e la sinistra neutralmente affettive, accettano di essere cooptate all’interno del sistema democratico-parlamentare.
In terzo luogo, quanto più cresce il conflitto tra i due schieramenti, tanto più si sviluppa una retorica politica e simbolica tra le parti. I neutralmente affettivi difendono le loro posizioni facendo leva sul realismo politico. Gli affettivi invece giudicano il realismo politico come un paravento dietro il quale nascondere le miserie del sottogoverno e la rinuncia alla trasformazione della società. Di qui l’uso di un linguaggio dove termini come rivoluzionarismo puerile e tradimento ideologico sono piuttosto diffusi.
In quarto luogo, entrambi le parti (i neutralmente affettivi e gli affettivi), si giocano la credibilità su una specie di scommessa con la storia. Per i neutralmente affettivi l’idea di rivoluzione non avrebbe più alcun ruolo storico, di qui la giustificazione, di una politica conservatrice (a destra), e riformista (a sinistra). Per gli affettivi, invece l’idea di rivoluzione in senso fascista (a destra) e comunista (a sinistra) avrebbe ancora senso storico. E qui ovviamente il giudizio di merito, dipende dalla posizione del lettore nei riguardi dell’idea di rivoluzione, e dal suo giudizio sull’evoluzione della situazione politica generale. Per ora, preferiamo non entrare nel merito.
Possiamo solo aggiungere due considerazioni. Che in sostanza si tratta di due atti fede. E che, in effetti, il quadro politico, dopo il 1989, si è rimesso in moto. Difficile però individuare la direzione della sua evoluzione complessiva. Sicuramente, la dialettica riforme-rivoluzione, si muove all'interno di un quadro dove le costanti politiche sono costituite da un processo di riorganizzazione imperiale a guida americana che privilegia il liberismo sul welfare ( e che lascia poco spazio al riformismo di destra come di sinistra). Di qui la possibile ripresa, a destra come a sinistra, dei movimenti legati al mito della rivoluzione tradita. Resta però difficile dire se questi movimenti abbiano attualmente la necessaria compattezza culturale politica e sociale per svolgere un ruolo guida. Il problema è tutto qui.

venerdì, marzo 09, 2007

Qualche riflessione (del giorno dopo) sulla Festa della Donna

La Festa della Donna può essere utile per capire come funzionano i meccanismi sociologici di istituzionalizzazione del fatti sociali. Ma anche per valutare, in prospettiva, le dinamiche socioculturali dei movimenti femministi. Ci spieghiamo meglio.
C’è una prima fase, in cui un movimento sociale non può ancora avere una forma istituzionale precisa. Esprime valori, atteggiamenti e comportamenti in contrasto con i valori, gli atteggiamenti e i comportamenti, già socialmente istituzionalizzati. E' la fase delle lotte.
C’è un seconda fase in cui un movimento sociale, non è più tale, perché i suoi valori, atteggiamenti e comportamenti, sono stati socialmente istituzionalizzati. Ai vecchi valori, eccetera, se ne sono sostituiti di nuovi. Ma questo però non accade subito: per un certo periodo di tempo, i nuovi valori, atteggiamenti e comportamenti devono mescolarsi ai vecchi. Immaginiamo una coperta patchwork… Ed è molto importante, dal punto di vista del movimento sociale - e soprattutto di chi lo guida - non confondere mai l'autentica e piena istituzionalizzazione, con la fase intermedia, che può essere definita fase patchwork.
Due ulteriori spiegazioni sul carattere e la durata del processo di istituzionalizzazione.
Quanto al carattere, l’istituzionalizzazione implica la “scontata” accettazione sociale di valori, atteggiamenti e comportamenti in precedenza ritenuti socialmente difformi, e persino contrastanti, con quelli “ufficiali”, socialmente condivisi e praticati. Quanto alla durata, non ci sono tempi storici definiti. Si pensi all’avvento dei cosiddetti “valori moderni”, ancora non compiutamente istituzionalizzati all’interno delle nostre stesse società.
Ora tornando, alla Festa della Donna, si può dire, che oggi, dopo circa un secolo di battaglie sociali, il “movimento femminista” abbia finalmente ottenuto qualche risultato, di tipo istituzionale, almeno sul piano del riconoscimento formale dei diritti: quello della “formalizzazione” giuridica dei valori. Mentre sul piano degli atteggiamenti e dei comportamenti, non si è avuta ancora una piena istituzionalizzazione. Siamo in piena fase patchwork. Di qui l’ibrido di una Festa della Donna, vissuta dalle autorità pubbliche in termini di dichiarazioni di intenti, più o meno verbose. E dalla "base" delle stesse donne (non tutte ovviamente), come pura e semplice evasione da una realtà sociale (fatta di atteggiamenti e comportamenti) ben più complessa, da cui in qualche modo fuoriuscire, anche solo per qualche ora, non più attraverso manifestazioni di massa (visto che i diritti “ci sono”), ma partecipando a riunioni conviviali. E dunque in un clima molto privatistico e poco politico.
Perché accade questo? Perché con il riconoscimento formale dei diritti, si è concessa, ma a metà, una qualche forma di istituzionalizzazione, mentre in realtà sul piano concreto la situazione è segnata da luci e ombre: le donne continuano a guadagnare di meno, a subire spesso l’ingiusta arroganza maschile, eccetera. In questa discrasia sociale (tra forma giuridica e concreti atteggiamenti e comportamenti) si è inserito il sistema dei consumi, che ha fornito “magicamente” alle donne ( la cui autonomia economica, tutto sommato, è cresciuta), una valvola di sfogo consumistica. Di qui le celebrazione, privatistiche e divertentistiche… Il messaggio è questo: “Care donne i diritti ci sono, il resto verrà… Ma intanto consumate….”.
Un consiglio “sociologico” alla nostra (possiamo?) bellissima "Altra Metà del Cielo": l’istituzionalizzazione, vera e propria (negli atteggiamenti e nei comportamenti), è ancora lontana.
Perciò, meglio non abbassare troppo la guardia.

mercoledì, marzo 07, 2007

Meta (political) comics: Operazione "Borat". Ma gli italiani devono ridere a comando?

E’ partita l’”Operazione Borat”. Borat chi? Il finto giornalista kazako dell’omonimo film, politicamente scorretto. E’ partita, ovviamente, con il placet della sinistra culturalmente corretta, quella mediatico-giornalistica. Insomma, la situazione è questa: prima i liberal, americani e poi italiani (vedi Repubblica e dintorni) hanno imposto il politicamente corretto: guai a parlare male delle donne, degli immigrati, delle minoranze, eccetera. Il che è anche giusto. Ci mancherebbe. Dopo di che, sulla scia di quel che è accaduto in America, dove il film ha avuto grande successo, è arrivato il contrordine: bisogna ridere di uno che insulta donne, immigrati e minoranze… Perciò, come diceva il famigerato Ferrini: gli italiani pur non capendo devono adeguarsi. E ridere a comando alla battute un po’ sceme del giornaliste simil-kazako…
E così subito l’anima liberal della sinistra ha mobilitato le sue truppe scelte: quelle dei comici e dei cabarettisti. La Littizzetto, completamente militarizzata, sul “Venerdì” di Repubblica, dichiara che lei ride solo con Borat. Al quale addirittura concederebbe un dopocena. E qui però, se fossimo in lei chiederemmo prima a Borat se è d’accordo. Perché diciamo la verità, la ragazza è intelligente, ma quanto a bellezza… E pure i kazaki non si accontentano di organismi che si limitino a respirare. Alcune pagine indietro Vittorio Zucconi, che non è un comico ma che spesso ce la mette tutta per diventarlo, ci spiega che il successo non conformista di Borat, in fondo ma proprio in fondo, è una risposta al militarismo di Bush. La solita vecchia storia, della risata che uccide il potente. Tuttavia il problema è che Borat, pare, non se la prenda con Bush…
Per fortuna sembra che gli italiani non siano accorsi in massa a vederlo. Meglio così. Aridatece “Totò e Peppino divisi a Berlino”…

Il libro della settimana:Piero Rocchini, L'altra faccia dell'angelo, Herald Editore, Roma 2007, pp. 164, euro 12,00

Piero Rocchini non ha bisogno di presentazioni. Psichiatra, psicoanalista, già consulente in Psicologia Clinica della Camera dei Deputati, fondatore del Movimento Mani Pulite, docente universitario e autore di numerose pubblicazione scientifiche.
In questo romanzo, L’altra faccia dell’angelo (Herald Editore, Roma 2007, pp. euro 12,00, http://www.heraldeditore.it/ - heraldeditore@libero.it ), offre al lettore la possibilità di scoprire e capire i meccanismi segreti della psicologia politica. E per giunta senza annoiarsi, perché il libro si legge d’un fiato.
Ma procediamo per gradi. I piani di lettura del romanzo sono tre.
Il primo è di tipo autobiografico e riguarda l’esperienza diretta di Piero Rocchini, a un tempo esaltante e frustrante, quale fondatore del Movimento Mani Pulite. I lettori, non tarderanno a scoprire, quanto Giuseppe Gallo, l’ ”angelo” di cui si parla nel titolo, assomigli nel lessico e perfino nella mimica facciale a un noto magistrato, oggi ministro nel governo Prodi.
Il secondo piano di lettura, riguarda la storia in sé. Il romanzo descrive, con buona resa narrativa e stilistica, la carriera “esemplare” di un magistrato bramoso di potere. Rispondendo, tra le righe, a una domanda moralmente intrigante e al tempo stesso ingenua (almeno per il routinier della politica) : come fa a trasformarsi in popolarissimo capo di stato, un uomo privo di rigore morale, tutto furbizia e arrivismo sociale? Il romanzo si chiude con un colpo di scena. Al lettore il piacere di scoprirlo.
Il terzo piano di lettura, il più interessante, è di tipo psicologico-politico. Il romanzo rappresenta un’occasione unica per capire, in poche e intelligenti battute, come funzioni, e male, la politica nelle nostre democrazie. E per giunta, discutendone i mali non dal punto di vista moralistico, ma da quello dei meccanismi psicologici, individuali e collettivi. Ci piace immaginare, che Rocchini, da fine studioso, si sia imposto un difficile compito, dal quale sistematicamente rifugge una psicologia politica, oggi divisa tra l’introspettivismo utilitarista a buon mercato e il comportamentismo spicciolo. Quale? Rocchini, nel suo romanzo - e non crediamo sia solo una nostra impressione - cerca di fondere insieme Le Bon e Pareto. Due classici, oggi purtroppo dimenticati: con il primo, seziona il comportamento politico collettivo della gente comune, spesso irrazionale e non sempre spiegabile in termini di costi-benefici, come invece molta letteratura attuale pretenderebbe; con il secondo, scarnifica l’agire, a un tempo da volpe e leone, del protagonista Giuseppe Gallo. In particolare, Rocchini, ne ricostruisce magistralmente la patologia narcisista. Un male oscuro che lo spinge a “usare” gli altri senza alcuni rimorso. E che nasce, come ammette Gallo, in un momento di abbandono, dalla “paura… paura della miseria e di non arrivare… paura di tornare ad essere un Signor Nessuno”. Una paura, aggiunge ancora il protagonista, che “ho nello stomaco da quando sono nato”…
Ma possono gli uomini e le democrazie essere fondati sulla paura? No. E Piero Rocchini, con questo denso romanzo, ci aiuta a capire perché.

martedì, marzo 06, 2007

Amato e la teoria delle maggioranze variabili: partitocrazia allo stato puro

Giuliano Amato è uomo di notevole cultura e intelligenza politica. Altrimenti non sarebbe sopravvissuto, e bene, alla catastrofe del Psi craxiano. Certo, per alcuni, probabilmente, si dovrebbe parlare, più che altro, della sua furbizia politica... Ma non sottilizziamo, dal momento che è risaputo quel che vale (poco), nella media, la classe politica italiana. E Amato, tra l’altro apprezzato studioso di diritto pubblico e costituzionale, spicca su tutti gli altri…
Detto questo, non si può però fare a meno di criticare la sua intervista di ieri al Corriere della Sera Perché? Vi si teorizza, emulando i virtuosismi dialettici di un Aldo Moro, maggioranze variabili sulle singole misure. Ecco la sua proposta (riassumiamo): all’Italia in questo momento serve un governo stabile, e la stabilità, visto che il governo non ha i numeri, può essere assicurata dalla formazione di maggioranze ad hoc sui singoli provvedimenti (inclusive, se d’accordo, anche dell’ opposizione).
Che cosa dire? Che, con questa idea, si torna agli anni più bui della Prima Repubblica. Non a caso, Amato cita un saggio di Carlo Lavagna (Maggioranza al governo e maggioranze parlamentari, 1974), “suo maestro”, dove si giustifica questo criterio delle doppie maggioranze, in nome appunto della “governabilità”.
Ma che cos’è la “governabilità? Ecco il punto dell’intera questione. Un problema che Amato si guarda bene dall’affrontare. Dando per scontato, così almeno lascia intendere, che la governabilità debba sempre coincidere con la durata dei governi democraticamente eletti. Più si dura, più si dà prova di governabilità, a prescindere dall’utilità sociale dei provvedimenti presi. Principio che non è giuridico, ma neppure politologico e sociologico. E allora di che cosa si tratta? In pratica, dietro l’idea di “governabilità”si nasconde un criterio di tipo partitocratico. Che assegna, per usare una tipologia vecchia ma sempre efficace, al paese legale (il cui potere risiederebbe nei partiti...) di decidere ciò che sia bene per il paese reale (il popolo degli elettori). Secondo Amato, i cittadini devono limitarsi a votare e delegare… Per poi, purtroppo, subire tutto e il suo contrario, in nome di una governabilità che coincide quasi sempre, guarda caso, con i tempi tecnici per maturare la pensione parlamentare. Infine, Amato assegna al capo dello Stato, il compito di stabilire quando le “maggioranze variabili” stiano andando “oltre un certo limite” (notare la vaghezza). Per farla breve: si rimette il potere (di scioglimento), costituzionalmente decisivo, alla discrezionalità di una figura, il Presidente della Repubblica, che è espressione - visto che non è eletto direttamente dal popolo - di accordi partitocratici. Dove servirebbero “regole trasparenti”, Amato, grande difensore della “trasparenza giuridica”, si guarda bene dal chiederle.
Quest’ultima soluzione, se ci si passa l’espressione, è la classica ciliegina sulla torta partitocratica. Ecco, perciò, un altro chiaro esempio di che tipo sia il “riformismo” del centrosinistra.

lunedì, marzo 05, 2007

Prodi e Padoa-Schioppa. Le tasse e la crisi del riformismo. Quello vero

Il “duetto” tra Prodi che promette di diminuire le tasse e Padoa-Schioppa che frena sui tempi dei “tagli”, esemplifica bene la crisi della sinistra italiana (postsocialista e postcomunista).
Si dirà: ma Prodi e Padoa-Schioppa non hanno alcun rapporto con la sinistra “storica” italiana. Certo. Ma rispettivamente sono il Presidente del Consiglio e il Ministro dell’ Economia di un governo di centrosinistra. Il che vorrà pur dire qualcosa…
Ma entriamo in argomento. Se si passano in rassegna i programmi politici della sinistra italiana del secondo dopoguerra, almeno fino agli anni Settanta, si possono notare tre cose importanti sotto il profilo del riformismo forte.
In primo luogo, la presenza di un’ accentuata politica di riforme sociali strutturali, in tutti campi. In secondo luogo, la richiesta di introdurre una forte progressività fiscale. E in alcuni casi (in particolare, all’interno del programma del vecchio Pci), addirittura, di una tassa sui grandi patrimoni. In terzo luogo, la volontà di attuare una politica economica fondata sulle progressive nazionalizzazioni.
Insomma, accantonando discussioni di tipo ideologico (ad esempio sul tasso di “rivoluzionarismo” presente nei programmi riformisti…), si può riconoscere, nei punti di cui sopra, un riformismo forte, strutturale di tipo socialdemocratico.
Il primo partito, a rompere le righe (ideologiche) del riformismo sociale forte, fu il Psi di Craxi negli anni Ottanta, il secondo il Pci, a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta. Entrambi abbracciarono il verbo neoliberista. E l’alleanza, anche per ragioni elettorali, con il Centro, finì per completare l’opera.
Va riconosciuto che la pressione esterna, anche in seguito, è stata fortissima (FMI, Banca Mondiale, eccetera). Come il peso degli avvenimenti internazionali (a partire dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica fino alle guerre in Afghanistan Medio Oriente). E continua tuttora ad esserlo. Di qui il progressivo ripiegamento, anche della sinistra radicale, su posizioni di rapsodico ribellismo sociale misto a migliorismo debole. Un solo esempio, sul problema del Tfr, che è una vera e propria rapina neoliberista ai danni dei lavoratori, perché, in sostanza ne mette i risparmi nelle mani dei broker, una sinistra riformista autentica avrebbe dovuto puntare i piedi. E invece, proprio in questi giorni, siamo entrati in piena fase attuativa. Vergogna.
Si dirà, questo è successo, perché negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento la sinistra si era affrettata a rinunciare alla rivoluzione. Il che è vero e falso al tempo stesso. In un mondo diviso in blocchi conservatori, la “rivoluzione” sarebbe finita in un bagno di sangue. Pertanto, la sinistra fece molto bene a tirarsi fuori. Tuttavia, nel tempo, l’assenza di un vero “pungolo” rivoluzionario, ha finito per indebolire lo stesso riformismo sociale, addormentatosi sugli allori dell’ombrello militare americano e del tasso crescente di sviluppo.
No, quel che è mancato in Italia, è un riformismo forte, di struttura. Guidato da una sinistra socialdemocratica alla tedesca, capace di creare un vero stato sociale e un’economia pubblica seria. Noi, purtroppo, non abbiamo mai avuto veri politici riformisti. Le idee non sono mai completamente venute meno, mentre è mancata la fermezza negli uomini politici di sinistra(in particolare negli anni Ottanta). E soprattutto, è mancato, quell’ottimismo sociale (che, certo, talvolta può essere anche pericoloso…), che deve distinguere il politico di sinistra, da quello destra più pessimista nei riguardi della natura umana.
Ragioni, perciò legate, “anche” all’antropologia italiana: guicciardiniana e poco aperta al “nuovo” sociale, quello vero. Al fondo del mancato riformismo italiano si può scoprire una debolezza antropologica. Oltre che storica, come abbiamo visto.
Comunque sia, oggi, l’Italia si ritrova, con Prodi e Padoa-Schioppa, che, come due vecchie volpi liberiste, discutono solo di sgravi fiscali. Il che, ripetiamo, non è riformismo di sinistra.
Che tristezza.

venerdì, marzo 02, 2007

Sociologia del Festival di Sanremo

Sarebbe fino troppo facile criticare l’”evento Festival di Sanremo”, dal punto di vista di una sociologia dei contenuti della società dello spettacolo. Siamo, infatti, davanti a una specie di macchina, l’industria dell’intrattenimento, che ormai ha forza propria e si autoriproduce economicamente e socialmente attraverso la costruzione di tanti “microeventi”, come appunto Sanremo. Ma il discorso potrebbe anche essere esteso al cinema, alla musica, all’editoria, eccetera. Pertanto nulla di nuovo sotto il sole della modernità capitalistica.
Il vero punto del problema è quello della crescente assuefazione psichica e culturale delle masse mediatizzate (chiamiamole così). La macchina si riproduce perché gode di un crescente consenso sociale. Nessuno è obbligato, almeno direttamente, ad accendere la televisione. Formalmente si è liberi. Se è così, perché si accende la televisione e si segue Sanremo?
Per due ragioni, concernenti, come vedremo, la struttura formale dei processi sociali.
In primo luogo, nelle nostre società, apparentemente democratiche, il controllo dei valori culturali ricevuti e trasmessi (quel che ci forma e di cui si discute) è strettamente sorvegliato. Si tratta di una forma di controllo invisibile, compiuta dalle stesse organizzazioni mediatiche, man mano che si sono sviluppate nella seconda metà del secolo scorso. Di qui una progressiva povertà di autentici contenuti culturali. I media dipendono dal potere economico, il potere economico rinvia a quello politico, e quello politico, a sua volta, rimanda a quello economico. Si tratta di un processo circolare che culturalmente privilegia la conservazione dello status quo: dei rapporti politici ed economici esistenti. Per farla breve: possono cambiare gli attori politici ed economici, ma non la struttura politica, economica e sociale, e i valori sui cui essa poggia. Valori “autentici” per il sistema, ma non sempre per ogni singolo individuo
In secondo luogo, la povertà di autentici valori culturali - dovuta anche alla particolare conformazione sociale dei media che dovendo parlare a tutti, devono banalizzare i contenuti - ha implicato lo sviluppo di un ristretto nucleo di valori, come dire, divertentistici, innocui, sotto il profilo politico e sociale. Si è trattato di un processo in parte eterodiretto e in parte, una volta avviatosi, frutto dei meccanismi autoriproduttivi della macchina stessa (l’industria dello spettacolo). La pressione è stata ed è così forte che i valori divertentistici (in senso lato) sono ormai ritenuti dalle masse mediatizzate come autentici. E questo spiega il largo seguito di eventi come il “Festival di Sanremo”.
Questa spiegazione potrebbe essere liquidata come meccanicistica. E in effetti lo è. Ma non per colpa di chi scrive. Purtroppo il condizionamento sociale, che si fonda su processi di tipo mimetico (“faccio quello che fanno gli altri perché è giusto così”), e di post-razionalizzazione individuale (“ ho fatto quel che ho fatto perché era giusto farlo, cosicché la prossima volta lo rifarò”), è un processo di tipo meccanicistico.
Però nel sistema potrebbe aprirsi un falla. Infatti, se è vero che nelle nostre società il controllo dei valori culturali è strettamente sorvegliato, è altrettanto vero che i processi sociali non consistono solo nei processi di condizionamento. Esiste anche il processo di innovazione creativa, spesso opera di minoranze, se non proprio di singoli individui guidati da un bisogno di autenticità sociale. E l’innovazione, una volta “partita”, può diffondersi, attraverso gli stessi processi meccanicistici di cui sopra. I quali, sono socialmente neutrali, nel senso che possono veicolare il bene come il male… Pertanto vanno difese e utilizzate tutte sfere di libertà, anche di dimensioni ridotte, capaci però di favorire l’innovazione politica e sociale. E una di queste speriamo possa essere la blogsfera.
Purtroppo il processo di liberazione da Pippo Baudo (se ci passa la quasi battuta) non è facile: perché, attualmente, il comportamento meccanicistico prevale su quello innovativo. Ma noi, come appena detto, sappiamo che i processi sociali, sono basati anche sull’innovazione. In genere, le società cambiano per saturazione. A un certo punto, l’individuo "inautentico" avverte la “saturazione valoriale”. La sensazione individuale, che si prova singolarmente, ricorda quella della mancanza di ossigeno: si respira a fatica, perché l'ambiente in cui ci si trova è saturo di tossine. E di scatto si va alla finestra, per aprirla e far entrare aria fresca.
Come questo avvenga, e come si riesca ad avvertire il pericolo, un attimo primo di perdere conoscenza (e rischiare di morire) è un mistero sociologico.
Possiamo solo prenderne atto.