mercoledì, febbraio 28, 2007

Meta (political) comics: Ozpetek . Come ti "normalizzo" un regista

Sembra che Turigliatto ieri abbia votato sì. Ma su di lui, "normalizzato", torneremo un'altra volta. Intanto, volete scoprire come funziona il Miniculpop ufficioso della sinistra, borghese e benpensante ? Quella del birignao sui diritti civili che odia quel burino del Berlusca ma non i dané, beh, allora studiatevi attentamente il “caso” Ferzan Ozpetek, tanto per dirla con Minoli, che mai ne farà un programma…
Bene, si tratta un sensibile regista cinematografico, noto per occuparsi, con grande finezza, anche di tematiche gay. Tuttavia anche lui ha commesso un errore. Quale? Quello di girare due anni fa Cuore Sacro, non un film anticapitalista, ma poetico e (appena) critico verso una società più tirchia di Paperon de’ Paperoni. Ecco la trama : una giovane manager, single e presuntuosa, che vive in funzione del lavoro e del denaro, all’improvviso si “redime” e trasforma in una specie di santa: tutta doni e generosità verso una Roma bella e dannata ma indifferente ai poveri. Un film per tutti… Ma non per i critici che amano costose cene a base sushi, nei locali raccomandati dal Gambero Rosso. Il film di Ozpetek è stato massacrato: certa sinistra pariolina che stipendia e ride delle domestiche filippine con crestina e grembiulino bianchi, quelle “dell’ alza li piedi che devo spazzà signora”, ha annusato il pericolo dell’attacco al (suo) portafoglio. E guarda caso, lo ha definito un film al di sopra dei mezzi espressivi di Ferzan.… Come dire: torna a occuparti dei gay e lascia perdere Sua Maestà il Denaro: i diritti civili non fanno male a nessuno. Non risolvono, ma aiutano tanto come i lassativi.
Il povero Ferzan c’è rimasto male: si è dovuto accontentare di un globetto dorato per la regia, però, della stampa estera… E di corsa, lui che non è stupido, è tornato all’antico con Saturno Contro.
E subito, Natalia Aspesi, la grande sacerdotessa del birignao, gli ha dedicato su Repubblica una pagina elogiativa: Ma che bontà/Ma che bontà/Questo Ferzettino qua… Usando il film in funzione proDico e incensando il figliol prodigo Ferzan. Il quale, purtroppo, risulta pure pentito… Che magone…
Ma che pietà/ Ma che pietà/ Questa sinistra qua!

Il libro della settimana: Monica Di Bari e Saverio Pipitone, Schiavi del supermercato. Il Consapevole - Arianna Editrice, pp. 96, euro 10,50

In apparenza la schiavitù sembra essere di due tipi: involontaria, cioè non dipendente dalla volontà di chi la subisce; volontaria, ovvero dipendente dalla volontà di chi vi è sottoposto. Nel primo caso il pensiero vola subito alle piantagioni nel Sud degli Stati Uniti prima della Guerra di Secessione; nel secondo ai lavoratori addetti alle moderne "catene" di montaggio. Il proletario, a differenza dello schiavo nero, non era direttamente costretto a fare quel che doveva fare. Ma di sicuro lo era indirettamente: se voleva vivere, doveva lavorare, e dunque accettare le dure condizioni “contrattuali” imposte da altri.
Invece, a nostro avviso, esiste anche un terzo tipo di schiavitù, che qui definiamo autodiretta: quella del moderno consumatore. Il quale, in apparenza, per fare un esempio molto superficiale, non sembra obbligato, direttamente o indirettamente (nei termini di eterodirezione), a cambiare quattro volte l’anno il telefonino cellulare, come invece regolarmente avviene.
Si dirà: interpretazione semplicistica. Perché, in realtà quel consumatore famelico di telefonini, viene sistematicamente condizionato dai meccanismi di legittimazione “all’acquisto”, che rappresentano la vera forza della società dei consumi. Il che è vero. Ma è solo un parte della storia. Perché sostanzialmente, e questo è quel che conta, il consumatore di telefonini, “soggettivamente” a differenza dello schiavo nero e dell’operaio alla catena di montaggio non percepisce assolutamente il peso della sua situazione, anzi si crede libero, e si sente ancora più libero, dopo aver proceduto, ogni volta, a un nuovo acquisto. E qui il discorso si fa più complicato, perché la schiavitù autodiretta rinvia allo sviluppo dell’individualismo moderno (con i suoi pregi e difetti) e a quello di una visione materialistica o sensistica della vita, nonché, sul piano delle istituzioni sociali, alle strutture produttive, distributive e di vendita della società capitalistica. E quindi per ragioni di spazio (un post per ragioni di psicologia della lettura, non deve essere troppo lungo… ) ci fermiamo qui.
Tuttavia a tutti coloro che desiderano affrontare quest’ ultimo aspetto, quello delle strutture di distribuzione e vendita, consigliamo la lettura dell’interessante libro, appena uscito, di Monica Di Bari e Saverio Pipitone, Schiavi del supermercato. La grande distribuzione in Italia e le alternative concrete, Il Consapevole - Arianna Editrice, Casalecchio (Bo) 2007, pp. 96, euro 10,50 euro - arianed@tin.it - http://www.ariannaeditrice.it/ - commerciale@macroedizioni.it ). I due autori, provengono dalla Redazione de “Il Consapevole”, rivista che si occupa di ecologia e consumi, e dunque conoscono profondamente l’argomento.
Il libro è diviso in due parti.
Nella prima sezione è affrontato il funzionamento della grande distribuzione organizzata in Italia ( sale cinematografiche comprese). In particolare vengono esaminati analiticamente Coop, Esselunga, Auchan, Carrefour, LIDL, Mc Donalds (e superstiti), Ikea, Mediaworld . Il merito fondamentale del libro - oltre a quello della chiarezza espositiva - è di mettere a disposizione del lettore una grandissima quantità di informazioni, finora non reperibili organicamente. Il quadro tracciato, ovviamente, è sconfortante, perché il bilancio finale è tutto a sfavore del consumatore. Documentate e aggiornate, anche le analisi sulle pessime condizioni di lavoro nella grande distribuzione.
Nella seconda sezione il libro da descrittivo si fa normativo, o se si preferisce descrittivo-normativo I due autori si confrontano con le alternative teoriche e pratiche alla grande distribuzione, tutte sostanzialmente all’insegna del “piccolo e bello”, dell’idea di decrescita e di un auspicabile ritorno alla semplicità volontaria dei consumi. E vengono anche indicate alcune esperienze concrete nell’ambito del consumo di beni alimentari, del tempo libero e dei gruppi d' acquisto solidali.
Notevole la definizione della decrescita “come appello per un' inversione di rotta rispetto alla paradigma dominante della crescita” (p. 83). Un “appello”, in genere, si rivolge alla coscienza delle singole persone. E quindi punta a una “rivoluzione”, su base individuale, della mentalità consumistica, oggi vincente. Una mentalità, quella consumistica, che però come abbiamo detto all’inizio, fa anch’essa appello a un individualismo materialistico, purtroppo ben ramificato e dalle radici secolari.
Ora la domanda che ci poniamo da tempo - e che, a dirla tutta, come molti lettori hanno scoperto, quasi ci ossessiona - è la seguente: basteranno l’appello alle coscienze e la progressiva pratica sociale? Se si tratta, come detto all’inizio, di schiavitù autodiretta, come sarà possibile “parlare a un mondo” poco disposto ad ascoltare? L’immagine, come capita spesso di osservare nella realtà quotidiana, della persona, tutta presa, in strada, a conversare al telefonino, ignorando totalmente quel che le accade intorno, ci sembra esemplificativa della situazione di schiavitù autodiretta in cui oggi uomini e donne vivono.
Di qui il pericolo - stante il fatto che la politica come decisione e conflitto non ammette il vuoto - che l’idea di decrescita e sviluppo, visto che “il popolo potrebbe non capire”, possa essere imposta dall’alto e con la forza da qualche benevolo tiranno… Certo, c’è anche il pericolo che possano essere le cose stesse, considerata la crescente gravità del degrado ambientale, a imporre prima o poi una “sobrietà” di massa…
Probabilmente siamo davanti al problema tutto moderno di come conciliare libertà individuale e collettiva. E di come riuscire a concepire democraticamente, a livello diffuso, una libertà (non una schiavitù, attenzione) autodiretta, che non consista soltanto nell’acquisto dell’ultimo tipo di televisore. Ecco il vero problema.
La questione, come si può notare, probabilmente va ben oltre il notevole libro di Monica Di Bari e Saverio Pipitone. Un testo che però, anche sotto questo aspetto, costituisce un’ ottima occasione di approfondimento e speriamo dibattito . Di qui il nostro consiglio di leggerlo con grande attenzione.

martedì, febbraio 27, 2007

Le Pasque di Umberto Eco. In margine al caso di Ariel Toaff

Forse è meglio iniziare con un sorriso. Come diceva il grande Marcello Marchesi: “Che bella età/ la mezza età”. Perché si può dire e fare quel che si vuole. Se poi sei Umberto Eco, uno che i cinquanta li ha passati da un pezzo, allora è proprio fatta… E invece no, perché come canta Enzo Jannacci, ci vuole il “pacco”… Infatti, nel suo articolo, apparso sull’Espresso del 22 febbraio, Umberto Eco si è occupato del caso Ariel Toaff. Finalmente. Ma in modo tutt’altro che coraggioso. Non ne fa il nome ( lo liquida come “ un israeliano”). Evidentemente non gli era ed è simpatico (altra congrega…). E così dice e non dice. Ma soprattutto, sposta la questione sul piano “tuttologico”. Nel quale è assai versato, ma probabilmente anche per evitare eventuali scomuniche della Anti-Defamation League. Nell’insieme l’esito è piuttosto penoso.
Procediamo con ordine.
Eco dichiara subito la sua “non competenza storiografica per appurare se le fonti usate dall’autore [Toaff] siano attendibili”. Una botta di neutralità accademica... In questo modo si tira subito fuori dalla mischia, e con un solo colpo si guadagna la simpatia del lettore e si mette al riparo da eventuali strali politici e religiosi. Inoltre, nell’ asserita “non competenza” c’è un messaggio cifrato per l’autore delle Pasque di sangue che, come si faceva a scuola, proviamo a riassumere con parole nostre: “Caro Ariel Toaff, lei può far uscire tutte le edizioni rivedute e corrette che vuole, ma qui non è in gioco la verità storica ”. E qui cade subito l’asino. Perché, come vedremo, Eco offre in realtà una sua personale versione della verità storica, ma da dopo Festival di San Remo... Ecco però l’affondo da blasé che ha letto e visto tutto: “La questione [dell’uccisione dei bambini cristiani] non mi sconvolge particolarmente perché sono sempre esistiti nel corso dei secoli personaggi che riguardano più che la storia delle religioni, quella della psichiatria, i quali si sono dedicati a culti più o meno satanici”.
Ed ecco pure, puntali, i primi svarioni argomentativi.
“Non ho competenze storiografiche”. Si tratta del classico argumentum ad populum, che Eco usa per far finta di mettersi sullo stesso piano del lettore benpensante di sinistra, che non è storico di professione, e così guadagnarne la simpatia a buon mercato… Dopo di che fa capire, che comunque sia, si tratta di atrocità sempre esistite nella storia “psichiatrica” dell’ intera umanità. E qui siamo davantii all’ argumentum ad verecundiam, che Eco impiega per appellarsi al sentimento di rispetto che la gente comune nutre verso le definizioni di tipo medico-scientifico…
Però il vero punto di contraddizione è nel fatto che se gli eventi storici sostenuti da Toaff non sono veri né falsi dal punto di vista storiografico (Eco non vuole giudicare per incompetenza), allora non si deve neppure inferire circa la follia degli attori storici che li avrebbero, per così dire, interpretati (come fa Eco quando inferisce di casi psichiatrici). Per farla breve: se una premessa non è vera né falsa, anche le conclusione devono essere tali. Insomma, nella follia, che si vuole provare, deve esserci del metodo (storico)… Anche se ci si chiama Umberto Eco.
Non completamente soddisfatto, e virando bruscamente di centottanta gradi, Eco tira in ballo il concetto sociologico di “luogo comune”. E che fa? Cerca di conferirgli un fondamento storico, pur avendo dichiarato, come visto, di non avere competenze storiografiche. Altra contraddizione… Di più: incorre in una fallacia di composizione: attribuisce le proprietà di un singolo concetto (sociologico), quello di “luogo comune” a una classe, tra l’altro di pseudoeventi (storici). Quale? Quella rappresentata dalle più varie e fantastiche informazioni sulle uccisioni di bambini, da lui messe insieme confusamente e di fretta, in un’oretta di lavoro. Ma che cosa si vuole provare? Che la storia degli esseri cattivi che “mangiano i bambini” si può ritrovare nelle fonti letterarie e storiche di tutti i popoli, come già accennato. Basta cercare... E qui Eco, frugando nelle sue “memorie di lettura” cita, assemblando alla Cesare Cantù, la Cronica di Norimberga, Orazio, Ovidio, un Editto di Liutiprando di condanna delle streghe (727 d.C.), una novella antisemita di Chaucer, un documento di Psello (XI secolo) sull’ influenza dei demoni, e la Cronaca di Rodolfo il Glabro. Un centone che non prova un bel niente: né a favore né contro. Ma che gli è sufficiente per la sciabolata finale: “L’accusa a eretici, giudei, e nemici è un luogo comune nella storia dell’intolleranza razziale e religiosa, e da tempo nessuno ci fa più caso”.
Ma se nessuno ci fa più caso, perché Ariel Toaff è stato intellettualmente linciato? Si attende la riposta di Umberto Eco. Che probabilmente mai verrà
Eh, no: “Che brutta età/ la mezza età…”.

lunedì, febbraio 26, 2007

Ancora sulla caduta di Prodi. Cause congiunturali e cause sistemiche

La caduta del governo Prodi è indubbiamente legata a cause di ordine congiunturale e sistemico.
Iniziamo dalle cause di ordine congiunturale.
Possiamo indicarne due (o una e mezza): la prima è rappresentata dalle scarse capacità di mediazione del professore bolognese; la seconda ( o la mezza) dalla frammentazione politica della maggioranza di centrosinistra; che attenzione, non dipende completamente, dalla legge elettorale proporzionale, dal momento che anche con la legge maggioritaria, il primo governo di centrosinistra, fu altrettanto instabile. Ma rinvia a ragioni sistemiche.
Veniamo perciò alle cause di ordine sistemico.
Anche in questo caso possiamo indicarne due: la prima è legata alla politica estera, la seconda alla politica economica. Inutile sottolineare che le nostre sono constatazioni di tipo sociologico e non valutazioni di merito.
Politica estera: il problema principale consiste nel fatto che ormai un governo di centrosinistra, o comunque con l’asse politico spostato a sinistra, non può sottrarsi a una politica estera di destra. Se è vero che il pacifismo (seppure temperato) dovrebbe stare alla sinistra, come il realismo militare (per quanto moderato) alla destra, è altrettanto vero che i governi di centrosinistra sono attualmente costretti a fare una politica estera di destra in sintonia con gli Usa, oggi su posizioni decisamente di destra e bellicista. Certo, si tratta di un fattore sistemico che ha sempre condizionato le scelte di politica estera di qualsiasi governo italiano. Ma che ha maggiormente condizionato i governi della Seconda Repubblica, soprattutto di centrosinistra. Paradossalmente, il vincolo si è fatto ancora più stringente, dopo la caduta dell’Unione Sovietica e dopo lo scoppio delle guerre in Afghanistan e in Medio Oriente. La “guerra al terrorismo islamico” - piaccia o meno - si è trasformata in una priorità per gli Stati Uniti e di conseguenza, volenti o nolenti, in una necessità sistemica per gli alleati.
Politica economica: il problema principale consiste nel fatto che un governo di centrosinistra, o comunque con il baricentro politico spostato a sinistra, ormai non può più sottrarsi a una politica economica neoliberista. Se è vero infatti che interventismo pubblico e welfare dovrebbero stare alla sinistra come il neoliberismo alla destra, è altrettanto vero che i governi di centrosinistra sono attualmente costretti a praticare una politica economica di destra. Del resto è noto a tutti, il condizionamento economico esercitato sui governi italiani negli ultimi due decenni da istituzioni, apertamente neoliberiste, come il Fondo Monetario, la Banca Mondiale, la Banca Centrale Europea, le società di rating. Ciò non significa che in passato i governi italiani non abbiamo subito condizionamenti economici esterni. Ma nel quadro dell’economia mista degli anni Cinquanta-Settanta le briglie economiche internazionali erano meno corte.
Questi due fattori sistemici influiscono sui governi italiani, e divengono proporzionalmente più gravosi, in termini di autonomia decisionale, quanto più il baricentro politico si sposta a sinistra. Il centrodestra è più compatto perché, al di là dei fattori congiunturali, è più in sintonia con i vincoli sistemici. Di conseguenza, il centrosinistra italiano che non lo è affatto, appena si sposta a destra, facilita la sua integrazione sistemica ma non la governabilità, mentre appena si sposta a sinistra, rallenta o impedisce l’integrazione sistemica e neppure favorisce la governabilità… Per ovviare, a questa “disfunzione” sistemica, attualmente, il centrosinistra sta cercando faticosamente di trasformarsi in forza “sistemica”, di sinistra democratica, riformista e filoamericana simile al laburismo neoliberista blairiano e al “socialismo gentile”, ma non con i lavoratori, di Zapatero (il quale, tra l’altro, si è ben guardato dal liquidare le basi americane in territorio spagnolo). Di qui però la crescita dell’ ingovernabilità. Che la sinistra moderata cerca di recuperare facendo concessioni sui diritti civili, ma non su quelli economici e sociali, alla sinistra non sistemica, chiamiamola così. Concessioni difficili da fare in un paese cattolico come l’Italia, e dove nel governo sono presenti forze cattoliche “di sinistra”. Di qui un altro elemento di instabilità, riguardante, se ci si passa l’espressione, l’anello di unione tra le cause congiunturali e primarie. Il problema cattolico, dal punto di vista causale, rappresenta un elemento sistemico-interno di crisi, a metà strada tra i fattori esterni (propriamente sistemici) e in fattori interni ( propriamente congiunturali). L’evoluzione delle costanti sistemiche, gioca a sfavore della sinistra non sistemica. A meno che all'improvviso non entrino in gioco fattori politicamente devastanti come un guerra atomica in Medio Oriente o una crisi economica altrettanto catastrofica. L’unico terreno (ma in Italia, come abbiamo visto fino a un certo punto) sul quale la sinistra non sistemica può guadagnare qualche metro è quello dei diritti civili. Di riflesso, anche la possibilità che il governo Prodi riesca a conseguire la fiducia al Senato, non può mutare il processo in atto. Anzi potrebbe perfino favorirlo, vista la vaghezza dei famigerati "Dodici Punti" prodiani.

venerdì, febbraio 23, 2007

Crisi del governo Prodi. Perché gli uomini che "hanno già avuto tanto dalla vita" devono occuparsi di politica?

Oggi il Corriere della Sera riporta tra virgolette uno sfogo di Prodi: “Sono stanco di questo andazzo, non è scritto da nessuna parte che debba stare al governo a tutti i costi, a queste condizioni non intendo continuare a metterci la faccia: dopotutto, ho avuto tanto dalla vita, non sono disposto ad espormi ulteriormente ad uno stillicidio di questo genere”.
“Ho avuto tanto dalla vita”. Anche Berlusconi, non è nuovo a queste espressioni. Quante volte nei momenti di crisi (politica), ha dichiarato di considerare la carica di Presidente del Consiglio una specie di ciliegina sulla torta? Tante.
Si dirà, Berlusconi e Prodi usano una brillante carriera professionale per ricattare i politici di professione, e costringerli a collaborare, minacciando di piantare tutto e dunque di rovinarli, perché, come tutti i politici di professione, e su questo l’imprenditore e il professore sono d’accordo, i parlamentari "sarebbero uomini senza arte né parte”.
Può essere. Ma di fondo, crediamo, siano in gioco due fattori.
In primo luogo, personaggi come Prodi e Berlusconi, sono estranei alla politica, intesa come lotta delle idee (non delle ideologie) e ferrea volontà di trasformazione della realtà. Prodi è un tecnocrate, messo a capo di una maggioranza molto politicizzata (si pensi alla sinistra radicale), Berlusconi è un imprenditore, che si è inventato una maggioranza, altrettanto politicizzata (si pensi ad An e alla Lega), cavalcando, quella che di solito viene definita “antipolitica”, mentre invece non è che la futura forma della politica (più partecipativa e “aggressiva”). Ma questa è un’altra storia.
Inoltre sia per Prodi che per Berlusconi l’economia viene prima della politica. Di qui la loro tendenza a inquadrare ogni problema in termini di rapporto costi-benefici per il sistema economico.
In secondo luogo, sono uomini “arrivati”. Che hanno avuto tutto dalla vita, come appunto asseriscono. E non possono più avere quella “voglia di realizzare” che invece distingue coloro che non si sono ancora affermati. In questo senso mirano più al galleggiamento politico che alle grandi riforme: agli onori e non agli oneri. Il governo Berlusconi ha brillato per il suo sostanziale immobilismo. E quello Prodi è sulla buona strada. Quando parliamo di grandi riforme intendiamo riforme strutturali, e non pure e semplici “liberalizzazioni” che colpiscono le categorie più deboli e lasciano integri i grandi monopoli, come quelle di Bersani. In realtà le grandi riforme, si chiamano così, perché sono tese al miglioramento sistematico della “qualità della vita” degli italiani. Come, ad esempio, nei settori dell’istruzione, della salute, della politica estera, della sostenibilità ecologica. Parliamo, perciò, di iniziative forti che richiedono tempo, impegno e voglia di fare.
Ora, che volete importi a Prodi e Berlusconi, due uomini spenti, che “hanno avuto tutto dalla vita”, affrontare questioni la cui soluzione impone addirittura uno spreco di energia politica ? Nulla.
Il lato tragico, anzi tragicomico della questione, è che la stessa sinistra, quella più politicizzata, ha già organizzato, pare per domenica, una manifestazione in favore di Prodi: un tecnocrate che si considera “arrivato” professionalmente quanto Berlusconi. Insomma, anche la sinistra radicale vuole che il professore bolognese resti. E, quel che è peggio, si è accanita contro Franco Turigliatto e Fernando Rossi: i quali, a detta di Diliberto non avrebbero ancora compreso l’importanza di impedire il ritorno di Berlusconi al potere.
Per noi invece Turigliatto e Rossi hanno capito tutto. E da un pezzo.

giovedì, febbraio 22, 2007

Ma quale crisi di governo... A Prodi succederà Prodi

Il fatto che il governo Prodi sia caduto al Senato, non deve destare alcuna meraviglia. Con una maggioranza di voti così risicata non poteva andare lontano. Di conseguenza il vero problema per il centrosinistra era e resta l’allargamento della sua maggioranza. Dal momento che con l’attuale elegge elettorale, entrambi gli schieramenti temono il voto, perché produrrebbe un Parlamento ancora più frammentato politicamente del precedente. Perciò a Prodi, che ieri sera ha rimesso il mandato nelle mani di Napolitano succederà Prodi. Con il compito di favorire l’ampliamento della maggioranza al Senato, catturando Casini e altri centristi in ordine sparso. E con la benedizione del Presidente della Repubblica.
Perciò, l’esultanza del centrodestra ha un valore di pura facciata. Si tratta di entusiasmo a molla, rivolto più che altro a catturare i telespettatori del telegiornale delle ore venti…
Il vero problema è che il Prodi 2 sarà ancora più moderato e paraplegico del Prodi 1. Insomma, non se ne esce.
Cerchiamo invece di essere seri. Da una recente ricerca a cura di Carlo Carboni (Élite e classi dirigenti in Italia, Laterza 2007), emerge un ritratto pietoso della classe politica. E purtroppo affiora anche la disaffezione degli italiani verso la politica.
Ma procediamo con ordine.
In primo luogo è aumentato il peso della politica all’interno delle élite italiane: dal 14,4 del 1990 al 26,3% del 2004. Per farla breve: in Italia su 10 uomini al “comando” quasi 3 sono politici. Con età media intorno ai sessant’anni. Inoltre 6 italiani su 10 non si fidano dei politici. E a 7 italiani su 10 la politica non interessa affatto
In secondo luogo, a questa disaffezione, si coniuga un retropensiero, assai diffuso tra le élite della politica. E in che cosa consiste? Nel fatto che il politico medio (ad esempio un parlamentare) suppone che i problemi del paese siano praticamente irrisolvibili senza l’adozione di misure impopolari che però rischierebbero di far perdere il consenso… E dunque la "poltrona". Insomma, come nota Carboni, si crede che il decisionismo possa a mettere a rischio l’esigenza primaria delle élite politiche di durare”. Di più: i politici ritengono “che la loro esigenza ‘professionale’ di conferma (e quindi di rielezione) si risolve più facilmente nell’ambito del mercato politico del voto di scambio" (Ibid., pp. 66-67). Di qui il clientelismo, gli accordi segreti con i potentati economici e le maggioranze politiche, apparentemente traballanti, ma in realtà ben legate dal cemento del potere.
Perciò, tranquilli, al governo Prodi 1 succederà il governo Prodi 2.

mercoledì, febbraio 21, 2007

Il libro della settimana: Bruno Manghi, Fare del bene. Il piacere del dono e la generosità organizzata, Marsilio, Venezia 2007, pp.94, euro 8,00

“Io ho quel che ho donato”… Ecco il motto favorito di Gabriele D’Annunzio. Parole che oggi accolgono i visitatori all’ingresso del Vittoriale. Nel bellissimo libro di Claudia Salaris, Alla festa della rivoluzione. Artisti e libertari con D’Annunzio a Fiume (il Mulino), pubblicato qualche anno fa, si dedica un capitolo all’economia del dono praticata a Fiume… Dove si mostra come tra i legionari, capeggiati da un D’Annunzio, precursore di Alain Caillé, l’antiutilitarista francese, prevalesse l’etica del donare. O meglio, del ridistribuire gratuitamente, tra legionari e popolazione fiumana, quel che si incamerava “sequestrando”, in perfetto stile filibusta, navi di passaggio.
Si dirà: eccezione e non regola. Cose da nobilissimi ribelli in lotta con l’intera storia del Novecento. Certo. Ma con il Comandante, elegantissimo nei suoi cappotti dal collo di pelliccia, pronto a dividere il rancio con una truppa di giovani volontari dagli occhi ridenti ed eccitati. Per poi proclamare, solenne, come “Grande Uscocco” (pirata), l’assoluzione collettiva: “Non avete predato se non per donare. Io non ho mai predato se non per donare”.
In realtà, il dono non è una eccezione storica. E non riguarda solo le esperienze “estreme” come Fiume, che ne rappresentano comunque un momento “alto”. Le società, anche quelle “normali”, lo hanno sempre praticato. Si pensi al mondo “primitivo” regolato da meccanismi, volti a sublimare le guerre, e perciò legati allo scambio reciproco di doni rituali (collane, bracciali, cibi particolari). Oppure al mondo antico dove privati e ricchissimi, cittadini, di regola, donavano alla collettività acquedotti, templi, anfiteatri. E a quello tardo medievale, caratterizzato da anonimi e ricchi donatori, pronti a finanziare la costruzione di imponenti chiese. E poi, si ricordi, l’assistenza ai poveri: un fenomeno sociale che attraversa il medioevo e l’età moderna, prolungandosi fino ai nostri giorni, anche nell’ opera delle organizzazioni filantropiche laiche.
Esiste, insomma, nelle società una sfera del dono, che nel tempo si allarga e restringe, senza però mai scomparire.
A questo argomento è ora dedicato un interessante testo di Bruno Manghi, Fare del bene. Il piacere del dono e la generosità organizzata (Marsilio, Venezia 2007, pp. 94, euro 8,00).
La prima nota positiva è che l’autore, pur essendo sociologo, non fa uso del “sociologhese”. Probabilmente si è giovato della sua esperienza sindacale alla Cisl, come esperto ma anche formatore delle giovani leve, alle quali si deve parlare chiaro e forte… Di qui il suo stile, al tempo stesso, limpido, ironico ma anche distaccato.
Il secondo aspetto positivo è che Manghi è un realista. A suo avviso, esiste nell’uomo un generoso impulso al “far bene”, che “sembra essere una delle costanti della ‘natura umana’ in contrasto perenne con le azioni malvagie o con la semplice indifferenza” . Tuttavia, la spontanea disponibilità ad aiutare l’altro, non va mai sopravvalutata. Manghi non è perciò un dannunziano: non crede nella pur nobile arte dell’ improvvisazione eroica collettiva. Le società non possono reggersi solo sugli slanci di generosità. Serve sistematicità.
E veniamo così alla terza nota positiva. Che può essere articolata in tre punti.
In primo luogo, secondo Manghi, le odierne società “benestanti”, racchiudono “un potenziale di ricchezze, immateriali, di tempo di vita e ovviamente anche tecniche ed economiche, sconosciuto a generazioni precedenti, tale da moltiplicare l’offerta oblativa”. Un ricchezza che va perciò preservata. Dal momento che una società più si impoverisce più diventa avara. Pertanto “far bene” agli altri e neopauperismo non vanno d’accordo. Queste le sue conclusioni.
In secondo luogo, “la generosità privata”, oltre a richiedere condizioni economiche favorevoli, ha bisogno di punti di riferimento pubblici. Di riflesso, appena “le organizzazioni in qualche misura si istituzionalizzano e diventano capaci si attrarre con continuità risorse pubbliche e private”, deve imporsi una regolamentazione, ma anche una divisione funzionale dei compiti. Di qui la necessità se interpretiamo correttamente il suo pensiero, di riservare al pubblico la gestione di attività connesse all’esercizio diritti sociali (come l’assistenza medica diretta, prolungamento del diritto alla salute ) e invece di demandare alle organizzazioni di volontariato, altri compiti, come ad esempio nell’ambito della cura delle tossicodipendenze. Mentre le attività di pura filantropia ( si pensi campo delle adozioni a distanza), devono saldamente restare, come è logico, in mani private.
In terzo e ultimo luogo, Manghi è consapevole che “nessun progetto globale potrà mai catturare l’universo delle buone azioni, spontanee e arbitrarie”. Perciò anche quando “una buona politica pubblica sarà riuscita a captare una parte delle energie private, altre polemicamente si costituiranno fuori di quel perimetro, chiedendo anch’esse d’essere legittimate e aiutate”. Il che spiega il perenne insorgere di nuovi conflitti tra prudenza dello Stato e, diciamo così, dannunziana generosità dei privati. Si pensi solo alle interferenze tra aiuti pubblici e privati, che regolarmente si ripetono in occasione di grandi emergenze internazionali, come un terremoto ad esempio.
Probabilmente il merito maggiore di questo libro è rappresentare plasticamente, due forze sociali, primordiali e in lotta: da un lato, la creatività umana, che si manifesta nella volontà collettiva del “fare del bene”; dall’altro, l’ordine politico, che paradossalmente deve arginarne agli eccessi. I “comportamenti generosi” - ecco in breve la tesi di Manghi - non devono mai diventare “occasioni per nuove profezie”.
In conclusione, ogni eccesso, anche quello di volere a tutti i costi il bene dell’altro, può ottenere l’effetto contrario. Insomma, noi abbiamo quel che abbiamo donato, come notava D’Annunzio, ma a patto - ci scusi, di lassù, Comandante - che i doni siano graditi e liberamente accettati.

martedì, febbraio 20, 2007

La cultura ideologica dell' "antismo": antiamericanismo, antifascismo, anticomunismo

La dura polemica politica, tuttora in corso, sulle frange “antiamericane” presenti nel governo di centrosinistra impone di riflettere sulla pericolosità dell’ ”antismo”. Un termine, da noi coniato, prendendo spunto dal prefisso “anti”. Ma cerchiamo prima di scoprirne il significato sotto l’aspetto linguistico.
Sul piano definitorio è sufficiente aprire un qualsiasi dizionario, per scoprire che il prefisso "anti" indica “opposizione”, “avversione”. E che deriva dal greco ante.
Ma andiamo più a fondo.
Il termine “anti” appartiene alla cultura politica novecentesca, e ne riflette la natura dannosamente conflittuale, soprattutto sul piano culturale: quello del costruttivismo ideologico totalitario racchiuso nell' espressione: "se le mie idee non sono in linea con i fatti, tanto peggio per i fatti". Un'enfasi costruttivistica che ritroviamo in tre "antismi": antifascismo, anticomunismo, antiamericanismo.
Ovviamente, la nostra è una pura e semplice ricognizione, priva di qualsiasi pretesa di completezza scientifica. Deve rappresentare un puro stimolo per ulteriori e più approfondite indagini.
Il termine antifascismo, come “avversione al fascismo” viene fatto risalire a Mussolini: “Chi è contrario al fascismo” (1920) [Si veda M. Cortelazzo e P. Zolli, Dizionario etimologico della lingua italiana, Zanichelli, Bologna 1990, vol. I, p. 60].
Il termine anticomunismo, che a grande linee, risale al periodo tra le due guerre mondiali, è per la prima volta definito chiaramente, come “avversione al comunismo” - per l’area linguistica italiana da Paolo Alatri, storico comunista, sulla rivista “Rinascita” (1946) [ si veda M. Cortelazzo e P. Zoli, op. cit, vol. I, p. 59].
Il termini antiamericanismo, non è ancora largamente presente nei dizionari. Difficile perciò ricostruirne con precisione le origini storiche e linguistiche, anche solo per l’Italia. Ad esempio nel Dizionario della lingua italiana , La Biblioteca del Sapere - Corriere della Sera, Milano-Bologna- Bergamo 2004 (già Sabatini-Coletti), che abbiamo a portata di mano, “Antiamericano” è chiunque sia “contrario, polemico, con la politica, la cultura, l’ideologia dominante negli Stati Uniti d’ America; riferito a uno stato, a un partito avversario degli Stati Uniti”. E lo si fa risalire, senza ulteriori spiegazioni storiche al 1985 [ vol. 23-I, p. 196]. In realtà, e stando agli storici, il termine, e non solo per l’Italia, risale agli anni Trenta del Novecento, e agli ambienti fascisti e comunisti [ si vedano i lavori di Michela Nacci: L’antimericanismo in Italia negli anni Trenta, Bollati Boringhieri, Torino 1989 La barbarie del comfort. Il Modello di vita americano nella cultura francese del Novecento, Guerini e Associati, Milano 1996]. Per quello che invece riguarda la sua accezione contemporanea, la data più verosimile sembra essere il 1987. Ne parlò per primo l’ambasciatore americano Price, che in un articolo apparso all'epoca sul Guardian, definì “l’antiamericanismo (…) un modo di sentire amorfo, totalmente soggettivo (…), difficile che si trovi un accordo sul darne una definizione accettabile”. Il che però non toglieva - queste le sue conclusioni - che “oggi ne vedo moltissimo, in Inghilterra e in Europa” [ L’antiamericanismo in Italia e in Europa nel secondo dopoguerra, a cura di P. Craveri e G. Quagliariello, Rubbettino, Soveria Mannelli 2004, p. 73].
E qui purtroppo, anche per ragioni di leggibilità del “post”, dobbiamo fermarci. Ci scusiamo, naturalmente, per la premessa filologica-storica e storica e per le pedanti citazioni. Le quali, tuttavia, suggeriscono le seguenti conclusioni.
In primo luogo, il prefisso “anti” privilegia una concezione del mondo totalitaria. Chi è "anti" è radicalmente contrario alla concezione che reputa opposta alla sua. Che, subito però viene difesa, con altrettanta violenza da chi subisce l'attacco. E così via, lungo una spirale dell’odio. Il che significa, sul piano della cultura politica, la fine di ogni libero dibattito.
In secondo luogo, quanto sopra, mostra la natura ideologica dell’ “antismo”, e soprattutto come sia legato a una forma di comunicazione politica fortemente simbolica, nata in un “secolo di ferro” volta a squalificare totalmente il nemico, mettendolo completamente fuori gioco. A ogni costo, anche limitando la democrazia. Il che significa, sul piano della pratica politica, la fine di ogni libera partecipazione.
In terzo luogo, come abbiamo già accennato, condividere l’ “antismo” significa, in certo senso, autorizzare, il “nemico” a farne uso, a sua volta. E qui, ad esempio, si pensi alle guerre, non solo ideologiche, tra comunisti “antiamericani” da una parte, e “antifascisti” “anticomunisti” ma non antiamericani dall’altra. Gli uni odiano gli altri, come nemici “ assoluti”. Il che ha provocato e provoca l’ imbarbarimento progressivo del conflitto politico, perché all’avversario, al quale si dovrebbe in qualche misura umano rispetto, si sostituisce meccanicamente il nemico assoluto, da sterminare per ragioni di barbara prevalenza ideologica.
Ora, dovrebbe essere chiaro quanto l’ ”antismo” sia pericoloso. E continuare a screditare i movimenti “antiamericani”, enfatizzandone per ragioni ideologiche la pericolosità, ne favorisce, oggettivamente, la radicalizzazione.
L’ ”antismo” è una strada senza ritorno.
Siamo lieti di pubblicare il commento dell'amico Federico Zamboni, giornalista, critico musicale e buon conoscitore della cultura americana.
L’altra faccia del problema “antismo”. Conflitti veri, nemici inconciliabili.

Sono antiamericano? Dipende. Dipende da ciò che si intende per America. Se in quest’unica parola si vuole racchiudere tutto quello che riguarda gli Stati Uniti - popolazione, storia, arte, cultura, tutto - va da sé che la risposta è negativa. Non si può essere ostili, in via generalizzata e definitiva, a qualcosa di così vasto e multiforme. E persino contraddittorio. Persino antitetico.
Accanto all’America peggiore, quella del denaro come unità di misura dell’universo, e del profitto come obiettivo supremo delle azioni umane, c’è infatti l’America migliore: piena di vitalità e di slancio, capace di sfidare ogni genere di difficoltà pur di realizzare i propri sogni, ricca di una gamma pressoché infinita di linguaggi espressivi, e di talenti artistici. I libri di Steinbeck, di Kerouac, di Palahniuk. I film di John Ford, di Kubrick, di Scorsese. Il blues. Il jazz. Il rock’n’roll.
Un’America che mi interessa e mi coinvolge. Un’America di cui non è difficile innamorarsi. E nella quale credo che vivrei volentieri: anche se non dappertutto; e men che meno per sempre.
Ma proviamo a cambiare prospettiva. Proviamo a immaginare (immaginare?!) che per America si intenda qualcosa di più preciso. Di più circoscritto. Di più unilaterale. Invece di un intero popolo, entità talmente ampia da implicare di per sé innumerevoli differenze e, dunque immense possibilità di cambiamento, di evoluzione, una specifica e inderogabile concezione dei rapporti sociali ed economici. Un sistema di potere che privilegia determinati interessi a scapito di altri. Una rete, magari vasta ma pur sempre limitata, ed estremamente gelosa dei suoi privilegi, di persone e di organizzazioni che sono disposte a tutto pur di raggiungere i loro scopi. Scopi - a cominciare dalla speculazione finanziaria - che per essere realizzati esigono scelte spietate e comportamenti brutali, nel presupposto che il vantaggio di pochi giustifichi lo sfruttamento di tanto. O di tutti.
Immaginiamo che col termine “America” (e già ci sarebbe da riflettere sul perché questo termine lo si utilizzi abitualmente come sinonimo dei soli Stati Uniti) si intenda un modello di società che ambisce a espandersi in tutto il pianeta. Vuoi attraverso il cosiddetto soft power dei condizionamenti politici e culturali, vuoi attraverso la famigerata, e armata, “esportazione della democrazia” in stile iracheno.
Già. Se per America intendiamo tutto questo - ovverosia un progetto organico di dominio su scala planetaria, perseguito sul triplice binario dell’economia, della politica e, infine, del modo stesso di concepire l’esistenza, sia a livello individuale che collettivo - allora sì, potrei senz’altro arrivare a definirmi antiamericano.
Salvo poi, naturalmente, restare pronto, anzi prontissimo, a riconoscere e apprezzare tutto ciò che, pur provenendo dagli Usa, sia estraneo a quell’odioso/aggressivo/cinico disegno di controllo globale.
Eccolo, l’elemento decisivo. Ciò che rende un atteggiamento di condanna assoluta, come quello sintetizzato nel prefisso “anti”, non solo accettabile ma addirittura doveroso. Ecco: ci troviamo di fronte a un pensiero, a uno schieramento, che non è solo diverso dal nostro, come lo possono essere delle posizioni differenti ma che restano comunque iscritte in un medesimo orizzonte di valori e di principi, ma che è tout court incompatibile. Qualcosa che travalica di gran lunga il semplice dissenso politico e che, non appena si passi dall’astrattezza delle discussioni teoriche alla concretezza delle decisioni da prendere, conduce per forza di cose a un dissidio inconciliabile. E dunque a un conflitto, non foss’altro di natura ideale.
Non dovrebbe esserci nulla di strano, in tutto questo. Ben lungi dal dogmatismo, specie se esasperato, c’è la consapevolezza della propria identità e, quindi, degli effettivi margini di coesistenza con identità differenti.
Che le ideologie possano degenerare in deliri di onnipotenza è un fatto: ma si tratta, appunto, di una degenerazione. Di un esito che dipende innanzitutto dai vizi di chi se ne rende responsabile. La contaminazione di un’idea forte da parte di un carattere, di un intelletto, di un individuo debole.
L’attuale demonizzazione delle ideologie, del resto, ha ragioni estremamente precise. Essa costituisce l’architrave stesso di quell’omologazione generalizzata che ha, come proprio obiettivo finale, il pensiero unico. L’assioma è che ormai, nei suoi tratti fondamentali, il sistema politico ed economico (o meglio: economico e politico) abbia trovato il suo assetto definitivo. Se restano delle questioni aperte, esse riguardano gli aspetti “applicativi” di principi ritenuti indiscutibili. Principi che vengono presidiati (blindati) non solo a livello statale ma attraverso sbarramenti successivi, e concentrici, di carattere sovrannazionale. Sia sull’asse politico, vedi Ue e Onu, che su quello economico, vedi Bce, Banca mondiale, WTO, etc. .
Una mistificazione, quella del “migliore dei mondi possibili”, da cui scaturiscono innumerevoli forzature. Innumerevoli ipocrisie. A partire, appunto, dal postulato secondo cui non esistono più, non possono più esistere, avversari che siano anche nemici, nel senso pieno e intransigente del termine. Tutti a fingere che dietro lo sfacelo nel quale affondiamo vi sia una sostanziale e inossidabile buona fede: che permette, e pretende, di scusare ogni bruttura come un incidente di percorso, che non diminuisce di un nulla il valore, e persino la sacralità, del sistema nel suo complesso.
Federico Zamboni

lunedì, febbraio 19, 2007

Oltre Vicenza. Qualche riflessione

Come sarà il dopo Vicenza? Intanto, per dirla in sociologhese, il movimento di protesta, da “espressivo” (di un dissenso di tipo sociale locale), si è trasformato in un movimento di “riforma politica”, che esprime scopi “universalistici”. Tradotto: dopo la manifestazione di sabato scorso, il no all’allargamento della base americana si è tramutato ufficialmente nel no alle “guerre americane”. E, benché possa apparire retorico, nel sì alla pace universale tra i popoli: due obiettivi, di certo, non localistici.
In genere, le moderne istituzioni liberali (governo, parlamento, magistratura) blandiscono o reprimono i movimenti “espressivi” ( di malessere, spesso, locale) e privi di una chiara identità ideologica “antisistemica” : si pensi alle origini locali e politicamente confuse del movimento contadino alla fine dell’ Ottocento liberale italiano ( ad esempio alla protesta dei “Fasci siciliani”, duramente repressa da Crispi). Si tratta di movimenti che vengono contrastati in modo contraddittorio attraverso concessioni paternalistiche e/o misure di polizia. Per contro, quando le istituzioni, si accorgono di trovarsi davanti a un movimento di riforma “universalistica”, quel che più temono è la sua trasformazione in fattore rivoluzionario o destabilizzante: si pensi alle traversie dei movimenti socialisti ottocenteschi, antecedenti alla loro “costituzionalizzazione”. Mentre nel caso dei “movimenti espressivi” si tratta semplicemente di gestire una protesta confusa, in quello dei “movimenti di riforma” è in gioco la legittimazione del sistema stesso. Per semplificare al massimo: un contadino affamato si accontenta di un pezzo di terra, un operaio e un intellettuale rivoluzionari chiedono nuovi rapporti di proprietà e produzione.
Di qui due opzioni.
Prima possibilità: se tra le istituzioni (ad esempio governo e partiti), vi sono forze democraticamente flessibili e capaci di recuperare e “canalizzare” le richieste di “riforma”, allora il movimento può essere riassorbito e istituzionalizzato, attraverso la cooptazione politico-parlamentare dei capi del movimento stesso. Come è avvenuto storicamente con il movimento socialista.
Seconda possibilità: se, invece, prevale l’inflessibilità politica, allora il movimento o viene represso con la forza, mettendo nel conto, che la repressione può determinare, anche in tempi brevi, derive di tipo terroristico. In quest’ultimo caso il movimento di “riforma” rischia di trasformarsi in movimento integralista ( si pensi alla deriva nichilista, delle protesta sociale, nella Russia autocratica zarista).
E qui va fatta una precisazione. Il terrorismo è sempre difficile da contrastare “culturalmente”, non solo da parte del potere costituito, ma, paradossalmente, anche dagli stessi interessati: il terrorismo, come modello socioculturale implica in coloro che vi aderiscono il settarismo (tipico in tutti i gruppi sociali “marginalizzati”). Una forma di mentalità “chiusa” che rinvia alla tipologia sociale del “combattente politico”. Il quale finisce per “introiettare” la sua condizione “eroica” di deviante, e comportarsi esattamente, come ci si aspetta si comporti un “terrorista”. Insomma, secondo le aspettative sociali dell’ordine costituito. Non solo: il terrorismo esercita sui possibili nuovi “adepti” certo fascino romantico . Insomma, la devianza, in quanto tale, si trasforma in elemento identitario (negativo) e in modello (da imitare). E agisce da costante rinforzo psico-sociale, facilitando il reclutamento e l’integrazione individuale “al contrario”. E pur non essendovi, alcun meccanico rapporto causa-effetto, si può ritenere, semplificando al massimo, che il grado di devianza sia inversamente proporzionale al grado di emarginazione sociale ed economica (provata o percepita) del soggetto a rischio: quanto più è maggiore la sua integrazione sociale (anche grazie alla partecipazione democratica), tanto più è minore il pericolo che si trasformi in terrorista.
Tornando ora alla questione vicentina, riteniamo che i governi che si sono succeduti (di destra e sinistra), abbiano prima sottovalutato l’importanza della questione sul piano locale, e poi mal compreso l’iniziale natura “espressiva” del movimento sociale. Cosicché la protesta si è potuta facilmente trasformare in movimento di “riforma” sistemica (o “universalistica”). Ora molto difficile da gestire sul piano politico, anche per due ragioni tipicamente italiane.
In primo luogo, perché le profonde divisioni subculturali interne al governo di centrosinistra, riducono la sua flessibilità esterna. Per essere chiari: il conflitto tra le rispettive subculture (riformista e postmarxista), ogni volta, finisce per fare premio sulla cultura di governo in senso stretto. E, questo, in chiave oggettiva, a prescindere perciò dalla qualità o meno dei rispettivi “subprogrammi”.
In secondo luogo, perché le richieste vicentine di “riforma”, chiamano in causa - piacciano o meno - due fattori sistemici: la politica estera filoamericana dell’Italia e il rispetto dell’articolo 11 della Costituzione (finora aggirato grazie al sotterfugio delle “missioni di pace”). Un principio costituzionale, che pur avendo per alcuni puro valore retorico, resta comunque un elemento portante e “universalistico” del dibattito politico pubblico italiano. Di qui il dilemma davanti al quale si trova il governo di centrosinistra: fare marcia indietro, perdendo la faccia con gli Usa, oppure proseguire, rischiando però di esacerbare il conflitto politico e sociale.
Di certo, il sensazionalismo mediatico contro il pericolo terroristico e la catena di arresti, che stranamente ha preceduto di pochi giorni la manifestazione vicentina, non contribuiscono a rasserenare il clima. Stampa e televisione, in particolare, enfatizzano il rischio terroristico, senza analizzarne seriamente le cause. E, questo, in un’Italia in cui i partiti hanno scarsa presa sociale e dove la società civile procede tra alti e bassi.…
Ora, il clima è così compromesso, che potrebbero mettersi in moto quei meccanismi identitari e mimetici di cui sopra. Con quale risultato? Quello di rafforzare, in alcune frange socialmente ed economicamente deprivate, la convinzione “culturale” che ormai l’unica strada da percorrere sia quella del terrorismo. Il che sarebbe una vera sciagura per il movimento vicentino, per l’Italia e per la libertà di tutti.
Possibile che Prodi non si sia ancora reso conto di avere preso la strada sbagliata ?

venerdì, febbraio 16, 2007

Meta (political) comics: Prodi alla supercazzola

Sui Pacs non si dovrebbe scherzare. Ma su come si stanno comportando Prodi e compagnia ulivista cantante, c’è di che sbellicarsi dalle risa… Vi ricordate il Tognazzi di “Amici miei”? E, in particolare la famosa gag della “supercazzola”. Il grande attore, al vigile che gli chiedeva ragione di un’infrazione, rispondeva con una faccia più bronzea di quella dei Bronzi di Riace: “No, mi permetta. No, io; eh scusi, noi siamo in quattro. Come se fosse antani anche per lei soltanto in due, oppure in quattro anche scribai con cofandina; come antifurto, per esempio”. E poi, al vigile già nel pallone, il colpo di grazia: “Tarapia tapioco. Prematurata alla supercazzola o scherziamo”… Chiaramente, il conte Mascetti-Tognazzi tentava di fregarlo… E in sala, gli spettatori, tutti a ridere.
E qui sta accadendo la stessa cosa: la Chiesa Cattolica è contro. Come quel vigile, che voleva multare Tognazzi, era contrario alle violazioni del codice stradale… E che ti fa Prodi-Mascetti? Risponde “come se fosse antani”: la vuole prendere per il naso…
Il segretario generale della Cei definisce “superflua” una legge sulle coppie di fatto. E Prodi risponde di essere disposto al dialogo” e al tempo stesso di volere una legge… Insomma, tira fuori la “supercazzola prematurata”. Dario Franceschini, altro emulo del conte Mascetti, dichiara che come cattolico, lui ascolta, “con grande attenzione il Papa”, ma che poi deve fare le sue scelte, pur continuando “a rispettare la Chiesa”. Ci risiamo: “in quattro anche scribai con confondina”…
Di più: Giuliano Amato, il “Dottor Sottile”, se ne esce così: “Ci sono fin troppe bocche aperte sui Pacs, io come altri sono contrario, ma prima di parlare guardiamo le carte”. E vai: “Come se fosse antani”.
Ora c’è un progetto di legge che sembra scritto di sana pianta dal conte Mascetti, dal capocronista Perozzi, coi contributi del professor Sassaroli, dell’oste Necchi e dell’architetto Melandri. La Chiesa, che non è nata ieri, se n' è accorta. E sembra non voglia farsi richiudere nella sua stessa valigia, come invece accade, in uno dei film, alla patetica contorsionista, sedotta e turlupinata dall'inossidabile e mitomane conte Mascetti...
Pensierino (finale) del mattino: di solito, il Corriere della Sera, titola i servizi in argomento (su tre-quattro pagine) : “Etica e Politica. I Pacs”. No, troppo lusso… Ne basta uno, semplicissimo: Prodi alla supercazzola.

giovedì, febbraio 15, 2007

I libri della settimana: P. Capuzzo, Culture del consumo, il Mulino 2006, euro 19,50; V. De Grazia, L'impero irresistibile, Einaudi 2006, euro 30,00

Che strano il destino la destino società dei consumi. Odiata, amata e ora perfino nostalgicamente rievocata: si pensi alla fresca fortuna televisiva della fiction Raccontami, che mostra con quale e quanto gusto gli italiani negli anni Sessanta assaporassero i primi frutti proibiti del nascente consumismo: a cominciare dalla conquista del primo apparecchio televisivo, quasi un oracolo da interrogare, a orari fissi, nel salotto di casa. Ed è proprio grazie alla tv e alla conseguente diffusione visiva di modelli di consumo sempre più coinvolgenti, che la società “divertentistica”, come la chiamava, con più che un punta di cattiveria Luciano Bianciardi, avrebbe conquistato il cuore e il portafoglio degli italiani.
Di sicuro, quel che spesso difetta, soprattutto nel pubblico delle persone di media cultura, è la conoscenza di come sia formata e sviluppata la moderna società dei consumi. In effetti, nel diluvio di pubblicazioni in argomento, non è facile orientarsi. Ecco perché, non possiamo non segnalare, due recenti pubblicazioni storiche che possono intelligentemente aiutare il lettore a inquadrare la questione.
Iniziamo dal volume di Paolo Capuzzo, Culture del consumo (il Mulino, Bologna 2006, pp. 334, euro 19,50). Il titolo, serioso e “sociologico”, non deve spaventare, perché si tratta di un libro di storia. L’autore, infatti, insegna storia contemporanea a Bologna. E nel testo ricostruisce, con grande acume, la nascita e lo sviluppo della società dei consumi, tra il Seicento e l’inizio del Novecento. Un fenomeno che Capuzzo riconduce a due elementi fondamentali: la forza politica ed economica della società europea, moltiplicatasi attraverso la conquista dell’intero spazio mondo, e la sua capacità, al tempo stesso, di democratizzarsi e ampliare la sfera dei consumatori. Di far nascere, insomma, le cosiddette “culture del consumo” (di questo o quel bene, a cominciare dai primi prodotti importati dall’Oriente): frutto non tanto di imposizioni dall’alto quanto di appropriazioni consapevoli dal basso. Scrive Capuzzo “Ricostruendo la storia della diffusione dello zucchero, del caffé, del tabacco, del tè, della cioccolata è possibile mettere in evidenza i rapporti tra la domanda europea, la conquista di basi e monopoli commerciali, l’organizzazione delle produzione di questi beni. La diffusione delle nuove bevande mostra poi come, una volta approdate nei grandi porti commerciali europei, queste merci subissero un variegato processo di appropriazione da parte dei consumatori… Le nuove culture del consumo che si costruiscono in Europa attraverso queste bevande non sono insomma, un epifenomeno dell’espansione coloniale, ma rispondono” a liberi cittadini “che si appropriano di tali risorse”: un autentico atto di libertà. Si tratta di un nesso, tra progresso della democrazia politica e progresso dei liberi consumi, che si sviluppa proprio dalle (e nelle) prime discussioni nei caffé politici e letterari settecenteschi. E che ancora oggi è al centro di ogni dibattito sulle natura democratica della società dei consumi.
Il testo di Victoria de Grazia, che insegna Storia europea alla Columbia University di New York, inizia dove finisce quello di Capuzzo. Come del resto si evince dal titolo: L’impero irresistibile. La società dei consumi americana alla conquista del mondo ( Einaudi, Torino 2006, pp. XXX-534, euro 30,00). La de Grazia studia il Novecento dei consumi, inquadrandolo all’interno del cosiddetto “Secolo Americano”. E il suo realismo geopolitico lascia senza fiato: “Rispetto a ogni altra forma di impero dell’età moderna, gli Usa hanno sempre avuto una marcia in più: quella di essere costantemente riusciti a dare alla propria popolazione non solo armi, ma anche il pane. Anche laddove si siano imposti con la forza, si sono sempre ripromessi di intervenire con sostanziosi aiuti economici allo scopo di ricostruire la propria immagine compromessa. In questo modo, il ‘soft power’ dei consumi di massa che serviva a legittimare l’Impero pareva cosa da nulla a confronto del pesante ricorso alla forza con il quale esso stabiliva, e periodicamente ribadiva, la propria egemonia”. Tuttavia, il “ristabilimento” egemonico - ecco di nuovo il nesso, tra consumi e democrazia - non impediva, secondo l’autrice, che il modello americano traesse la sua forza anche dall’affermare “senza titubanze, che votare alle elezioni non era un atto sostanzialmente diverso da una scelta di acquisto”. E che perciò le due libertà dovevano procedere di pari passo.
Il che non sempre è avvenuto...

mercoledì, febbraio 14, 2007

San Valentino. Festa degli innamorati? No, commemorazione dell'amore romantico

La festa di San Valentino più che festeggiare commemora l’amore romantico. Non è bello né simpatico asserirlo, ma purtroppo è così: al di là di quelle che sono le intenzioni individuali, i fiori, i cioccolatini e altri doni più costosi hanno essenzialmente significato mimetico e commerciale.
Mimetico, nel senso di ciò che riguarda le facoltà imitative dei singoli, e quindi il grado di conformismo sociale. Si compie un’azione perché la compiono anche gli altri: “Si fa così perché si deve fare così”. Ecco la riposta più comune della gente quando si indaga sui comportamenti rituali.
Commerciale, nel senso che la festa di San Valentino, così come la conosciamo, è un’invenzione dei pubblicitari per accrescere i profitti dei potenti interessi economici da cui dipendono. Insomma, uno dei tanti e succosi frutti (economicamente parlando) del consumismo moderno.
Ma perché commemora e non festeggia? Perché l’amore romantico (in senso sociale) è morto da un pezzo. Senza farla troppo lunga, si può ricordare che si chiama così, proprio perché nasce nell’Ottocento: il secolo per eccellenza del romanticismo. Certo, stando agli storici della cultura, le sue origini sono nell’amor cortese, nella donna “angelicata“, che i borghesi dell’Ottocento, più prosaicamente ridurranno ad “angelo del focolare”. O, se in vena di trasgressioni, a eroina disperata e pazza d’amore, che si piega al suo tragico destino sulle potenti note di Richard Strauss e Puccini. Vanno però ricordate anche le due figure maschili rispondenti: la prima è quella del marito, eroe romantico del lavoro, che trova rifugio dalle asprezze della vita nelle braccia materne dell’angelo del focolare. La seconda è quella dell’amante, eroe romantico del non lavoro (generalmente uno studente, un musicista povero, eccetera), che si insinua nel tranquillo ménage borghese, devastandolo. In ogni caso, l'amore è vissuto dai suoi protagonisti (mariti, mogli, amanti) come qualcosa di “eterno”, da condividere, “finché morte non separi”: che può capitare solo una volta nella vita, e purtroppo anche con la persona sbagliata, o quando è troppo tardi…
Sostanzialmente l’amore romantico è un impasto di normalità e anormalità, che, quando amore e matrimonio coincidono, ha nella famiglia borghese la sua consacrazione. Appena però questo tipo di famiglia è entrato in crisi sono iniziate le disavventure dell’amore romantico. Ed così cominciata la sua lenta agonia, prolungatasi per tutto il Novecento. E dovuta, piaccia o meno, all’incremento del lavoro femminile e al mutamento radicale dei costumi sessuali, frutto di un più generale processo di polverizzazione della vita sociale: di riduzione del sociale in minuscole particelle rappresentate da individui-desideranti, spesso egoisti per paura e cinici per scelta. Si potrebbe persino fissare simbolicamente la data di morte dell’amore romantico: maggio 1968. Sotto i colpi dei contestatori del sesso ( si pensi ai dreamers di Bertolucci, piuttosto che ai giovani dimostranti, manganellati nelle piazze dalla polizia...), cadono i mariti le mogli e gli (o le) eventuali amanti, e la stessa idea di un compagno ideale da amare per tutta la vita. Cadono certe menzogne e ipocrisie borghesi, ma cade anche quella purezza, o ingenuità di sentimenti, di chi giudicava naturale trascorrere la propria vita accanto alla “ persona del cuore“. Cade la famiglia, impasto di bene e di male, ma non l’individuo che ora può vivere, al di la del bene e del male, ma in una condizione di solitudine, spesso sofferta: come molti sanno, il peso della libertà assoluta, soprattutto se portato da soli, talvolta può essere più gravoso di quello della libertà limitata che offre la famiglia; una "semilibertà", che a volte consola, perché condivisa con gli altri membri...
Certo, le società cambiano lentamente, ci si continua a sposare e innamorare (magari meno di prima), ma da quel maggio, e non solo simbolicamente, un senso di precarietà si è insinuato nelle relazioni uomo-donna. Stranamente oggi solo i tredicenni (e neppure tutti...) continuano a credere se non nel matrimonio, almeno nell'amore eterno... E, tutto sommato, a godersi la festa di San Valentino.
E la purezza di sentimenti va sempre rispettata. Meno rispetto invece meritano quelli che “vendono” San Valentino, come festa degli innamorati, sapendo di mentire. Quelli del “diamante per sempre”, che non spiegano se il “per sempre” è riferito al diamante o all’amore.
In realtà, come è noto, poi finiscono per deciderlo giudici e avvocati

martedì, febbraio 13, 2007

Il blitz contro le Br. A proposito di "uso mediatico" delle emergenze

Non si può non tirare un respiro di sollievo per i quindici arresti operati dalle forze dalle forze dell’ordine su mandato della Procura di Milano. Il terrorismo è l’esatto contrario della democrazia e del dialogo politico. Ben vengano perciò operazioni di questo genere, soprattutto se rivolte a evitare brutali spargimenti di sangue innocente.
Sull’uso mediatico delle “emergenze” va invece fatto un discorso diverso.
Che intendiamo dire con “uso mediatico”? Che, spesso, un pericolo, anche reale e immediato, viene utilizzato come arma per screditare le voci intellettuali e politiche fuori dal coro.
Si pensi, ad esempio alla valenza negativa-estensiva, che ha acquisito, dopo l’attentato alle Torri Gemelle, il termine “antiamericano”. Oggi, chiunque osi criticare la politica di Bush e dei governi alleati o amici del presidente Usa, viene subito giudicato un antiamericano: un nemico tout court del “valori” e del “popolo” americano. E subito intellettualmente squalificato e zittito.
Si pensi, ancora, all’ equiparazione, ormai automatica, che certa stampa impone tra due termini profondamente diversi come antisionismo e antisemitismo, confondendo di nuovo, e ad arte, le critiche al governo israeliano, o a una parte di esso, con antichi e ripugnanti ideologemi.
Ora, il pericolo è che la doverosa lotta al terrorismo, possa essere mediaticamente “usata”, per screditare e tacitare chi non la pensa come Feltri e il professor Ichino ( entrambi, tristemente, nel mirino dei terroristi, come informano i giornali). Il direttore di Libero e l’editorialista del Corriere della Sera, ai quali va tutta la nostra solidarietà, hanno ogni diritto di scrivere e pensare quel che vogliono. Ci mancherebbe altro. Ma, in una vera democrazia, lo stesso diritto è giusto che sia riconosciuto anche a coloro che dissentono. Sempre che, ovviamente, manifestino il dissenso in maniera pacifica e democratica.
E purtroppo, il tono di sadico e sottile piacere, usato dai media per comunicare, già nei titoli, che tra i quindici arrestati vi sono anche iscritti alla Cgil, non promette nulla di buono.

lunedì, febbraio 12, 2007

I Dico. Qualche riflessione senza (si spera) pregiudizi

E’ possibile fare un’analisi “empirica”, senza pregiudizi, dei Dico? Proviamo.
Partiamo dal fenomeno delle coppie conviventi. Quante sono in Italia? Secondo i dati del Lemur (http://www.lemur.unisa.it/ ) sarebbero il 3,6 % (2001) di tutte le coppie: circa 500 mila coppie su 14 milioni di coppie: un milione di persone su 28 milioni. Inoltre una coppia non coniugata su due non avrebbe figli . Esiste un’ emergenza sociale? Lasciamo giudicare al lettore.
Tuttavia il problema della percezione concreta di un’ emergenza sociale non è secondario. Perché, una volta che la si è inserita nell’agenda politica, si mette subito in moto la “macchina” legislativa pubblica. Una dinamica, che spesso, come nel caso delle coppie conviventi, implica la regolamentazione pubblica anche di un ambito privato, come quello dei diritti civili. Diritti, che se per un verso acquisiscono rilevanza pubblica, per l’altro cessano di essere squisitamente privati. Cosa vogliamo dire? Che in genere la legiferazione ( anche fin di bene) rappresenta sempre un rischio per la libertà individuale, perché lo Stato, di regola, quel che dà al cittadino con un mano, con l’altra lo toglie: conferisce diritti ma delimitandoli, spesso in modo ferreo. E soprattutto, apre la strada all’ intervento di terzi: giudici, avvocati e burocrazie. Ma su questi aspetti torneremo più avanti.
I difensori del progetto di legge Pollastrini-Bindi sostengono che il provvedimento non avrà conseguenza sulla solidità della famiglia. I critici sostengono il contrario. Ma qual è lo stato di salute della famiglia italiana? Qualche dato, tratto dal Rapporto Eures 2006 (http://www.eures.it/ ) sulla famiglia, probabilmente aiuterà a capire meglio la questione. Il che, pur non essendo molto giornalistico, è necessario.
L’andamento del numero dei matrimoni in Italia nell’ultimo trentennio (tra il 1975 e il 2005) segna una costante diminuzione (-32,4%, con un calo medio annuo dell’1,1%), passando da 373.784 nel 1975 (indice pari a 6,7 ogni 1.000 abitanti) a 250.974 nel 2005 (4,3 ogni 1.000 abitanti). L’età media degli sposi è salita negli ultimi tre decenni di 7 anni tra gli uomini (da 26,3 anni nel 1975 a 33,2 nel 2003) e di oltre 5 anni tra le donne (da 24,4 anni a 29,9), con un aumento costante nell’intero periodo. Tra il 1975 ed il 2005 sono cresciuti i matrimoni celebrati con rito civile (da 31.317 a 81.339) rispetto a una consistente diminuzione di quelli religiosi (da 342 mila nel 1975 a meno di 170 mila nel 2005). Dal 1995 al 2004 crescono anche le separazioni (+59%, da 52 a 83 mila) e i divorzi (+66,8%, da 27 a 45 mila). Nel 2004 si contano, in totale, oltre 128 mila separazioni e divorzi (rispettivamente 83.179 e 45.097), cioè 352 sentenze al giorno, pari a circa una ogni 4 minuti: quasi una coppia due si è divisa ( separata o divorziata). Negli anni Settanta-Ottanta il 15 % dei matrimoni si chiudeva con la separazione mentre nel 2004 le media è salita a circa il 30 % . Il dato indica una “mortalità matrimoniale crescente”, le cui reali dimensioni, in termini di divorzi, per l’ultimo decennio, saranno visibili soltanto a distanza di altri 10-15 anni. Più a rischio risultano i matrimoni celebrati con rito civile,che registrano un tasso di divorzi maggiore che per i matrimoni religiosi (con valori doppi per i matrimoni celebrati nel decennio 1975-1985). Il più alto numero di separazioni si verifica tra il terzo ed il quinto anno di matrimonio:tra le separazioni censite nel 2003, una ogni 7 (il 13,6%) riguarda matrimoni celebrati da non più di tre anni; una su 4 (24,9%) i matrimoni celebrati negli ultimi 5 anni, e una ogni 3 (34,2%) nei primi 7 anni. L’aumento dei divorzi e delle separazioni in Italia ha avuto come diretta conseguenza un incremento delle famiglie monogenitoriali e di figli affidati: nel 2004 il numero di minori affidati in casi di separazione è 64.292, e quello degli affidamenti nei divorzi 21.175. Dal 1980 al 2004 vi è stato un aumento del 117%, relativamente ai figli minori di separati, e del 193% per quanto riguarda i figli di divorziati (erano 7.235 nel 1980). Per quanto concerne il tasso europeo di divorzi, Estonia, Lettonia e Repubblica Ceca hanno “l’indice di divorzialità” più alto in Europa ( 3,1 divorzi ogni 1.000 abitanti). Per contro Irlanda e Italia, due paesi con una forte tradizione cattolica, registrano invece i valori più bassi (0,7 divorzi ogni 1000 abitanti).
Ora, in tale quadro, negativo per quel che riguarda il futuro della famiglia, ma positivo per la crescente libertà dei singoli, il disegno di legge Pollastrini-Bindi va chiaramente in quest’ultima direzione. Tuttavia, benché i Dico sembrino essere più liberali perché meno impegnativi giuridicamente, la loro sempre possibile rescissione (visto che sanciscono diritti e doveri, si pensi solo all’educazione dei figli e agli alimenti) potrebbe richiedere l’intervento di specialisti: avvocati o comunque consiglieri legali. Una ricaduta che rischia di provocare un aggravio di lavoro e spese per le strutture giudiziarie. Di qui, certo nostro scetticismo sulla diminuzione dei costi economici per i singoli (a seguito di quei contenziosi, che inevitabilmente sorgeranno). Ma anche per la giustizia civile nel suo insieme. Ma possono farsi anche altre ipotesi.
La maggiore “volatilità” dei Dico, visto il già elevato “indice di divorzialità” dei matrimoni civili, potrebbe accrescere il numero delle “unioni-Dico” monogenitoriali e di figli-Dico in affidamento. Inoltre, la facilità di stipularli, potrebbe far scendere l’età media dei membri delle “unioni-Dico”, e così far crescere il rischio di partner troppo giovani, ancora meno maturi e responsabili. Tra l’altro, si tratta di valori caratteriali specifici che una società, come la nostra, che teorizza il disimpegno “presentista” e pratica la precarizzazione lavorativa, non favorisce affatto neppure tra gli adulti. Ed è una grave contraddizione “sistemica”, probabilmente insolubile: i diritti civili “forti”, auspicati dal liberalismo politico, domandano una società civile moralmente coesa, mentre la libertà assoluta di comprare e vendere, praticata dal liberalismo economico, la mercifica e disgrega. I Dico, per “funzionare”, dovrebbero fondarsi proprio su quel rispetto per l’Altro e quella sensibilità interiore (così diversa dall’imperante mordi e fuggi relazionale) che il mercato globale liberista, progredendo, distrugge in modo sistematico.
Questo è quanto, almeno sul piano “empirico”. Dopo di che spetta a ognuno di noi, fare i conti con la propria coscienza, soppesando le ragioni avanzate dagli opposti partiti ideologici.

venerdì, febbraio 09, 2007

Ridi che ti passa. Lezioni semiserie di sociologia televisiva

“Ridi che ti passa”: ecco la filosofia spicciola dell’intrattenimento televisivo. Con la controindicazione, che dopo le risate, i problemi personali o sociali sono ancora tutti lì. Dove erano prima…
Certo, si tratta, in fondo di una constatazione banale, che tuttavia molti si guardano bene dal fare. Si sta zitti e si preferisce far sognare la gente a reti televisive unificate. Per dirla ancora una volta con Guy Debord, laicamente santificato dopo morto: “Lo spettacolo è il cattivo sogno della moderna società incatenata, che non esprime in definitiva se non il proprio desiderio di dormire. Lo spettacolo è il guardiano di questo sonno” (§ 21).
Ma non solo. Perché lo spettatore ama pure identificarsi con il suo sogno e parteggiare, appena si presenta l’occasione, per i protagonisti della società della spettacolo. Come impone l' l’homo ludens che è in tutti noi.
Di recente, hanno fatto rumore certe dichiarazioni di Pippo Baudo, sulle quale gli italiani si sono subito “divisi”. Ma anche qualche anno fa accadde lo stesso, quando tra Antonio Ricci e Claudio Bonolis scoppiò la crisi “dei pacchi”. Ricci, se ricordiamo bene, accusò Bonolis di favorire alcuni concorrenti raccomandati. E di recente le stesso accuse (infondate) sono state mosse a Flavio Insinna. Oggi Bonolis è a Mediaset…
Ma, al di là, dei contenuti delle polemiche (spesso create e vivificate ad arte) quel che va sottolineato è l’interesse morboso, che le telecontese destano ogni volta nel “videodipendente ridens”.
Dopo che è scoppiato il "caso televisivo dell'anno" (si dice sempre così), se ne continua a parlare per giorni e giorni. E le domande sono sempre le stesse. Che farà Bonolis? Cosa risponderà Ricci? Che farà Pippo? Cosa risponderà il Papa? Ma Pippo non era democristiano? Chi vincerà la battaglia degli ascolti? E così via, con scemenze a pioggia sul telespettatore-spugna.
Debord, direbbe, che così, chi “dorme, continua a dormire, sognare, a non accorgersi di quel che gli accade intorno: guerre, povertà, disoccupazione, eccetera. I “dormienti" invece di dividersi sulle scelte che contano (ad esempio, pro o contro la politica estera italiana), si dividono su quelle che non contano: il Gabibbo ( del resto irreale, come un sogno).
La “sonnolenza” è indotta dal sistema stesso: chi si diverte acconsente. O se preferite, l'antico proverbio: chi dorme non piglia pesci. Per contro, rissosità e spirito partigiano vengono da lontano. All’ homo ludens di cui sopra, va affiancato lo stupido vizio italiano di litigare su problemi secondari (campanile e famiglia), per poi farsi invadere dallo straniero di turno (ad esempio, in campo televisivo, il Murdoch di turno). Ma quel che è tragicomico , è l’aspetto serioso che assume il videodipendente quando viene intervistato sulle ragioni delle contese fra Vip televisivi: si sente importante! O si fa l’Italia televisiva o si muore! Se, all’epoca della Seconda Guerra del Golfo, per ipotesi, si fosse discusso pubblicamente se inviare a Bagdad, invece dei carabinieri un reggimento di quizettari e strisciolinari televisivi, l’ Italia si sarebbe sicuramente divisa in due. Da un lato i tifosi di Mediaset, e dall’altro quelli della Rai. E tutti con striscioni, fumogeni e spranghe di ordinanza.
Se non che la partita, anche quella volta, l’avrebbe vita, come al Casinò, il banco: la conservazione dello status quo. Favorita, appunto, da una concezione melmosa del reale, dove spettacolo e vita, realtà e finzione, problemi veri e falsi sono mescolati insieme. Un palude, dove trovi chi ci sguazza (i media), chi ci campa (i Vip televisivi), chi ci crede (i videodipendenti).
I primi stanno diventando sempre più pervasivi, i secondi più ricchi, i terzi più…
L’aggettivo lo indovinino i lettori.

giovedì, febbraio 08, 2007

Il fascino (discreto) del declino economico italiano

Ciclicamente si torna a parlare del declino economico italiano. Sembra quasi che destra e sinistra si siano date il cambio, solo per accusarsi a vicenda. Insomma, ci si accapiglia sul famigerato mezzo punto di Pil in più o in meno. C’è chi auspica più Stato, come talvolta chiede Tremonti; chi più concorrenza, come i professori del Corriere della Sera; chi più Stati Uniti come Giuliano Ferrara; chi meno tasse come Cordero di Montezemolo...
Ognuno dice la sua, ma tutti insieme ripetono a pappagallo: ripresa economica-ripresa economica-ripresa economica… Come se si trattasse di macchine da riparare e non di uomini e donne in carne e ossa. E ignorando un fatto fondamentale: che il declino è prima culturale e poi economico. Ci spieghiamo meglio.
In primo luogo, gli economisti, soprattutto quelli di tendenza liberista, quando sentono nominare la parola cultura, se avessero una pistola a portata di mano, la userebbero subito. Per quale motivo? Perché temono che le “chiacchiere” culturali, se tradotte in investimenti pubblici, possano incidere, e negativamente, sui conti dello Stato. Ad esempio, per l’economista di scuola liberale, un tasso di disoccupazione del tre per cento è fisiologico o frizionale (frutto della maturali “frizioni” tra domanda e offerta). Mentre per i lavoratore che è “dentro” quel tre per cento è una tragedia. Perdere il lavoro in una società, come la nostra, malata di successo e avvelenata dal denaro, significa essere considerati “culturalmente” falliti. Ma il liberista guarda altrove. Perché crede nel dio-mercato. Quel che conta è la crescita del Pil… E se poi qualcuno, come accade, perde il lavoro? Pazienza.
In secondo luogo, i politici pendono dalle labbra degli economisti. Di che si discute in questi giorni? Di tasse e solo di tasse: maggioranza e opposizione sono divise su tutto ma non sul fatto di volere frenare il declino italiano abbassando le tasse. Certo, poi si dividono su aliquote e tempistica. Ma non sul principio (semireligioso), e condiviso da tutti , che la riduzione delle tasse possa, prima o poi, far crescere gli investimenti (e dal quel "poi", dipendono, chissà, quante complicate microstorie umane...). Il che in assoluto non è del tutto falso. Ma, in realtà, quel che conta sul serio per un' economia umana e morale, non è tanto la crescita del Pil, ma lo sviluppo di infrastrutture culturali e sociali. Ad esempio, di università e scuole migliori o almeno funzionanti. Ma il politico, guarda altrove. O magari fa qualche vaga promessa. Chiedendo, ovviamente, all’elettore di avere pazienza. Tanta pazienza…
Ecco, questo “menefreghismo”, per le persone in carne e ossa, condensa bene le ragioni culturali del male italiano (e probabilmente, più in generale, della società tardo capitalistica). Fin quando economisti e politici si preoccuperanno della sola crescita economica, l’Italia continuerà a decadere.
Ma parlare di declino può anche essere utile. Dal momento che anche un dibattito, come l’attuale, così viziato dai tanti, forse troppi, pregiudizi liberisti, può - se si ha la giusta onestà intellettuale - far riflettere sugli errori compiuti. Crescere è importante, ma prima si deve investire “culturalmente”. Ma come? Investendo nei servizi sociali, nelle educazione civica e civile dei cittadini, nelle scuole, nelle università, nella ricerca… La crescita economica, deve cedere il passo alla crescita culturale collettiva. E in questo senso si potrebbe anche parlare di decrescita economica (rispetto ai precedenti, e fin troppo elevati in senso storico, tassi di crescita puramente economica).
Non è facile, ma sarebbe doveroso tentare. Crescere, moltiplicando le fratture sociali e la deprivazione culturale, non porta da nessuna parte.

mercoledì, febbraio 07, 2007

I libri della settimana: H.J. Berman, Diritto e rivoluzione, il Mulino (euro 25,00); S. Einsentadt, Sulla modernità, Rubbettino (euro 28,00)

Oswald Spengler, il grando morfologo delle civiltà, nel Tramonto dell’Occidente (1918-1922) si pone domande radicali: perché nascono, si sviluppano e muoiono le culture? Si interroga su quella malattia morale che corrode dall’interno ogni civiltà. Un male che i popoli contraggono, appena viene meno l’idea di un destino comune. E culmina, a suo parere, nel declino geopolitico.
Di sicuro, si tratta di una filosofia della storia, poco gradita ai sostenitori del progresso lineare. Ai quali i tramonti non piacciono, perché convinti che sulla storia umana il sole continuerà a brillare alto per sempre. Ma purtroppo per loro - ecco la lezione di Spengler - le civiltà seguono un destino, certo millenario, che però ricorda quello del corso solare: alba, zenit e tramonto.
Vi è però un punto sul quale, pur nella sua grandezza, Spengler, non si interroga a fondo. E probabilmente - a nostro modestissimo parere - perché la sua visione chiusa, e talvolta determinista delle civiltà storiche, non prende in sufficiente considerazione le possibilità di trasformazione, non tanto delle civiltà in quanto tali, ma di certe sue particolari istituzioni. Perciò spesso alla “decadenza”, come hanno mostrato anche gli studi di Sorokin. non fa seguito la completa dissoluzione, ma la trasformazione, e spesso, la rinascita, sotto altre vesti, di alcune sue componenti culturali. Ad esempio, si pensi al destino del diritto romano, che ha segnato la cultura giuridica, non solo dell’Occidente, ma anche di altri popoli. Oppure, agli aspetti molto particolari che la modernità occidentale ha assunto, una volta recepita da altre culture, come quelle giapponese, indiana, cinese.
Su questi aspetti, come dire, “integrativi” della grande sintesi spengleriana, consigliamo due libri particolarmente interessanti. Complessi ma intriganti. Vediamo quali.
Il primo si intitola Diritto e rivoluzione. Le origini della tradizione giuridica occidentale (il Mulino, Bologna 2006, pp. 581, euro 25,00, www.ilmulino.it ). E ne è autore Harold J. Berman, professore emerito alla Harvard Law School. Il suo approccio è di tipo sociologico e storico. Ma anche di grande ricchezza intellettuale. Scrive Berman: “Parte del diritto romano sopravvisse, infatti, nel diritto popolare germanico, e quel che è più importante, nel diritto della Chiesa; anche una parte delle filosofia greca sopravvisse, ancora nella Chiesa; la Bibbia ebraica, naturalmente rimase in vita come Vecchio Testamento… In questa prospettiva non è che l’Occidente sia la Grecia, Roma e Israele, ma ci si riferisce ai popoli dell’Europa occidentale, che guardano ai testi greci, romani ed ebraici in cerca di ispirazione e li trasformano in un modo che avrebbe stupefatto i loro stessi autori”. In certo senso il diritto - e dunque anche quello romano - è nato e rinato più volte, mostrando così di essere creazione e rivoluzione al tempo steso. Ecco perché, aggiunge Berman, “un popolo che vive in una società in un determinato periodo” ha “la convinzione che la società stia in realtà crescendo o sviluppandosi decadendo e morendo”. Insomma, sotto la cenere delle morti e rinascite, cova sempre il fuoco dello spirito vitale dei popoli .
Il secondo testo consigliato è Sulla modernità (Rubbettino, Soveria Mannelli 2006, pp. 420, euro 28,00, www.rubbettino.it ). Ne è autore Samuel Eisenstadt, uno studioso di sociologia delle civiltà comparate, che attualmente è professore emerito nella Hebrew University di Gerusalemme. Il testo si avvale tra l’altro di una notevole prefazione di Luciano Pellicani, altro eminente studioso di sociologia storica. Ebbene, Eisenstadt ci accompagna per mano tra le “molteplici modernità”. E mostra come sia grande la capacità del moderno di incarnarsi in altre culture e di dare così vita a “tradizioni” moderne, ma “altre”. Ma lasciamo la parola all’autore: “ Una delle più importanti implicazioni del termine ‘molteplici modernità’ è che la modernità e l’occidentalizzazione non sono la stessa cosa: i modelli occidentali di modernità non sono le sole autentiche ‘modernità’, sebbene godano di una storica precedenza e continuino ad essere un punto di riferimento basilare per le altre”. Il che è provato dalla capacità indiana e giapponese di conciliare tradizione e modernità, in forme inconsuete, ma tutto sommato di successo. Al punto di creare società vivacissime, ma che non sono copie del “modello occidentale”. Oppure, al contrario, si pensi alle difficoltà cinesi, dinanzi alla complicata sintesi in corso d’opera tra giacobinismo occidentale, penetrato in Cina attraverso il comunismo e libertà economiche e di consumo di derivazione statunitense. “Non è la fine della storia” quella che stiano oggi vivendo, nota Eisenstadt, ma il frutto di una caratteristica tipica della modernità: quella dell’ “autocorrezione”, come capacità “di affrontare problemi non ancora immaginati nel suo programma originale”. E così di rimettersi così in gioco.
Probabilmente, uno Spengler redivivo, non sarebbe del tutto d’accordo. Ma apprezzerebbe il vigore e il coraggio di queste tesi. Al morfologo tedesco piacevano le sfide (per una rapida ma accurata sintesi del suo pensiero si veda O. Spengler, Morfologia economica, a cura di Luciano Arcella, Edizioni Settimo Sigillo, Roma 2005, http://www.libreriaeuropa.it/ ).
In conclusione, i tramonti sono suggestivi, ma non è detto, che ogni volta, come abbiamo visto, si debba ricominciare da capo. Bisogna avere pazienza, diremmo tenacia, e soprattutto essere capaci di riuscire a “scorgere l’alba dentro l’imbrunire”, come poeticamente notava uno spengleriano, molto particolare, come Franco Battiato. E in sostanza, questa, è la lezione di Berman e Einsenstadt. E non è poco.

martedì, febbraio 06, 2007

Carl Schmitt, i valori assoluti e il diritto di criticare Israele.

Il Guardian ha pubblicato un appello di 130 intellettuali ebrei inglesi, volto a rivendicare il diritto di critica all’attuale politica israeliana verso i palestinesi (www.guardian.co.uk) . In Italia, un professore torinese di filosofia è stato accusato di antisemitismo e sospeso per aver criticato in classe la politica "sionista" del governo israeliano (www.comedonchisciotte.org ).
Probabilmente in Inghilterra c’è maggiore libertà che in Italia.
Quel che però più ci preoccupa dell’intera questione, è il muro contro muro in corso tra coloro che vogliono l’applicazione di leggi che puniscano estensivamente l’antisemitismo (fino a includervi la possibilità stessa di fare ricerche in argomento o su temi affini), e coloro che pur non essendo antisemiti, condannano la politica israeliana, in quanto "sionista" (colonialista), rivendicando un'assoluta libertà di critica politica e storica.
Per quale ragione si tratta di un fenomeno preoccupante? Perché ci troviamo dinanzi a due forme di assolutismo morale, o di etica dei principi. I sostenitori di leggi liberticide e i fautori della libertà di ricerca hanno in comune qualcosa di nobile e spaventoso al tempo stesso. Che cosa? La comune accettazione dell’ineluttabilità dell' obbligo morale (collettivo). E non importa qui analizzarne gli eventuali contenuti (etici). Va però fatta una precisazione: se l'obbligo etico ( fondato sull'idea del "crolli il mondo, ma io...") può avere valore e significato sul piano dei rapporti personali (da individuo a individuo), o su quello personale dell'esame di coscienza (l'individuo che riflette sul proprio comportamento morale), appena viene esteso ai rapporti tra collettività diventa pericoloso. Per quale motivo?
Perché le due parti si ritengono subito collettivamente depositarie di valori assoluti. E di conseguenza non possono non bollarsi reciprocamente come criminali e disumane. In questo senso, la logica della dialettica tra valore e non valore, implica una pericolosissima consequenzialità che attraverso un diabolico gioco al rialzo, spinge le parti in conflitto a "svalorizzare" progressivamente l’avversario, fino al suo annullamento totale.
Siamo perciò dinanzi alla schmittiana inimicizia assoluta. Che precede e implica necessariamente, ripetiamo, l’annientamento prima etico e poi fisico del nemico. L’inimicizia è tale, che qualsiasi prezzo da pagare per l’annullamento dell'Altro (collettivo), viene giudicato ragionevole . Il celebrato illuminismo delle leggi morali e delle libertà civili, appena si trasforma da individuale in collettivo, rischia perciò di divorare se stesso. E quel che è più grave i suoi fedeli...
Pertanto, l’esito finale del conflitto in atto, tra libertà di critica e imperio della legge, rischia di trasformarsi, prima in imbarbarimento collettivo, e poi nell’annientamento assoluto (etico e materiale) del più debole.
Quel che può essere eticamente giusto per il singolo, può essere catastrofico per la collettività. Di qui la necessità di un'etica della responsabilità ("quali conseguenze, se io, eccetera, eccetera?"), che tenga appunto conto del pericolo insito nei determinismi della "ragione collettiva" (o strumentale). E soprattutto della pericolosità sociale di ogni conflitto collettivo fondato sull'idea di obbligo assoluto verso qualsivoglia principio etico. Il che non è (e non sarà) mai facile, perché il richiamo delle grandi sfide etiche collettive affascina gli uomini, soprattutto se ricchi di ingegno e ambizione. Inoltre, l'etica della responsabilità, spesso transigendo troppo, favorisce la pura e semplice conservazione dello status quo, e dunque di certe storture sociali e politiche , giudicate come il mare minore.
Una cosa però è importante comprendere: la strada dell'etica (collettiva) dei principi, benché lastricata di buonissime intenzioni, è senza ritorno.

lunedì, febbraio 05, 2007

La violenza negli stadi. Sarà sufficiente la repressione?

Repressione, solo repressione. Dopo i fatti di Catania tutti sembrano essere d’accordo nell’auspicarla. Si liquida il tifo violento, che coinvolge in particolare i giovani, giudicandolo un fenomeno puramente delinquenziale. E non invece un fenomeno identitario, ritualistico e di folla. Che, indubbiamente, ha una sua pericolosità sociale, nessuno lo nega. Tuttavia se è comprensibile l’atteggiamento delle forze dell’ordine (che in fondo cercano di fare solo il proprio lavoro), non lo è quello di certi giornalisti e studiosi di scienze sociali.
E qui va fatta una breve digressione.
Le ricerche mostrano che il riflusso verso il privato degli anni Ottanta, ha implicato un progressivo calo di interesse verso la militanza politica. Un vuoto che i giovani hanno colmato “investendo” in altri settori del tempo libero, e dunque anche nell’ambito delle pratica sportiva e del tifo calcistico ( si veda il Quinto Rapporto 2002 sulla condizione giovanile a cura dell’Istituto Iard Franco Brambilla, http://www.istitutoiard.it/). Il mutamento di interessi si spiega con la crescente sfiducia verso partiti, istituzioni, forze dell’ordine. Se all’inizio degli anni Ottanta, due giovani su tre si fidavano delle istituzioni, oggi di fida solo un giovane su due. Questo dato fa il paio con l’accresciuta fiducia nei riguardi di famiglia e amici. E soprattutto con il diffuso apprezzamento (tre giovani su quattro) dell’amicizia come valore in sé. Ora, nessuno vuole sostenere che la sfiducia nelle istituzioni e la fiducia nel gruppo dei pari (età) si sia trasformata automaticamente in tifo calcistico e il tifo, a sua volta, in tifo acceso e violento. Ma in particolari condizioni di deprivazione culturale, isolamento sociale e incertezza lavorativa (un giovane su due tra i 25 e i 34 anni svolge un lavoro flessibile, e solo uno su due, tra i 15 e il 24 ha un’occupazione), il vischioso mondo del calcio e del tifo, incensato dai media sette giorni su sette e favorito dalle stesse società sportive, ha sicuramente rappresentato, per alcuni giovani “deprivati”, il terreno socioculturale perfetto per trasformarsi in ultrà.
Sotto questo aspetto, il tifo violento risponde perciò a una logica di tipo identitario. E spieghiamo perché. Il gruppo ultrà si riconosce e legittima, negando lo stesso diritto a un gruppo avversario (spesso altrettanto violento): è un riconoscimento “contro” qualcuno. E di questa contrapposizione identitaria, ne fanno le spese le forze di polizia, costrette istituzionalmente a frapporsi tra i due gruppi, come purtroppo è avvenuto a Catania. Inoltre, su questa forte logica di gruppo, si innescano i cosiddetti ritualismi collettivi (striscioni, cori, e coreografie varie), che agiscono da rinforzo psicologico, favorendo la “militarizzazione” del tifoso e la sua adesione a una visione mitologica e totalizzante della squadra di appartenenza. Il processo è questo: 1) l’isolamento socioculturale facilita l’aggregazione tra tifosi; 2) l’individuazione del nemico (l’ altro tifoso o il poliziotto), rafforza la coesione del gruppo; 3) il gruppo, grazie all’intervento del rito, acquisisce maggiore coesione e forza, espandendosi socialmente fin dove non incontra ostacoli (in genere istituzionali). La logica processuale del gruppo risulta perciò più importante dei suoi contenuti, che possono essere ripresi, in chiave occasionalistica, dalle ideologie più differenti. Pertanto, parlare di una curva di “stampo fascista” o “comunista”, è approssimativo e fuorviante, perché non consente di individuare la dinamica sociologica del fenomeno. In questo senso, il ferimento e l’uccisione di un tifoso avversario o di un agente di polizia (al di là della loro gravissima rilevanza penale), non sono fenomeni legati a una particolare ideologia politica, ma fatti simbolici. Perché assumono lo stesso valore rituale dell’uccisione del capro espiatorio. Infatti, come ci insegnano gli antropologi, si tratti di “atti” che fondano, rifondano, e consolidano il gruppo. Insomma, il gruppo ultrà è una vera e propria (micro)struttura sociale, che nell’universo hobbesiano del tifo violento, stabilizza e soddisfa, seppure in modo deviato e antisociale, uno spontaneo bisogno individuale di identificazione. E quanto più cresce lo stato di isolamento socioculturale in cui i membri del gruppo vivono, tanto più resta difficile impedire che i singoli cedano al richiamo protettivo “del branco” per dirla nel linguaggio sbrigativo di certi giornali.
Infine, lo stadio di calcio, è il luogo per eccellenza, dove i fenomeni di gruppo (fondati su identificazione e rito) si trasformano in fenomeni di folla. Perché?
In primo luogo, ogni individuo, anche se non appartenente a un gruppo di tifosi violenti, una volta immerso nella folla, acquisisce un pericoloso senso di onnipotenza: si sente psichicamente all’unisono con una grande quantità di persone, finendo per condividerne gli scopi immediati. In secondo luogo, certi sentimenti di odio e violenza, si trasmettono dal gruppo alla folla rapidamente, quasi per “contagio” psichico tra individui, per dirla con Le Bon. In terzo luogo, la folla subisce facilmente, come in stato di ipnosi, ogni improvvisa e nuova suggestione psichica (si pensi al panico che provocò tra i tifosi la falsa notizia della morte di un tifoso, diffusasi durante il derby Roma-Lazio nel 2004). Con tutte le tristi conseguenze del caso.
Questi tre fattori (identificazione attraverso il nemico, ritualità rafforzativa, trasformazione del gruppo in folla), sono alle origini di quel che è accaduto venerdì scorso a Catania. Ma identificazione e ritualità, sono fattori che rinviano a cause strutturali. Cosicché reprimere non serve a nulla. Mentre, sulla trasformazione del gruppo in folla si potrebbe intervenire, non chiudendo gli stadi, ma rendendoli meno anonimi e più vivibili sotto l’aspetto ambientale e architettonico.
In conclusione, il problema di fondo è quello di offrire alternative di vita a giovani che vivono in condizioni di isolamento e deprivazione socioculturale. Come? Tentando di sostituire alla logica del branco la logica della società civile. Il che non è certo facile, e nell’attuale situazione, può apparire degno di un utopista settecentesco. Ma puntare solo sulla repressione, senza almeno tentare di rimuovere le cause di fondo del "tifo violento", non è altrettanto irrealistico?

venerdì, febbraio 02, 2007

Meta (political) comics: Liberalizzazioni e venditori di caldarroste

Qualche tempo fa, sulle pagine romane di una grande quotidiano nazionale è apparso uno di quei titoli che scompisciano, come diceva il grande Totò. Cito a memoria: “Caldarrostai, via libera alla sanatoria - Approvata al municipio tal dei tali la delibera per il rilascio di diciannove concessioni stagionali nel centro storico della capitale”.
Insomma, in un’Italia dove tutti si professano liberali e liberisti, da Berlusconi a Prodi, se uno decide di mettersi a vendere le caldarroste nel centro di Roma deve chiedere il permesso. Ed è inutile illudersi: quel che capita nel regno di San Veltroni da Pietralcina accade anche in altre città…
Il fatto è che quando uno legge certe notizie, non può non pensare che in Italia il “liberismo selvaggio” sia roba da venditori di fumo più che di caldarroste. Anche perché, a dirla tutta, di gretto corporativismo in giro ce n’è tanto, troppo. E ovviamente non mi riferisco agli ambulanti, che sicuramente non diverranno mai ricchi come Berlusca e De Benedetti (detto pure, dopo l'affondamento dell'Olivetti, "pochi (De)Benedetti e subito"), ma allo straripante corporativismo delle congreghe parasindacali, dei circoli ricreativi fasulli, dei birrai sociali, delle cooperative di plastica, eccetera. Troppo comoda prendersela solo con benzinai, tassisti e venditori di caldarroste, magari additandoli alle folle come nemici del popolo.
Per non parlare poi dei politici, di destra e sinistra, sempre pronti a favorire ogni forma di patteggiamento sottobanco: accordi, sanatorie, deroghe, condoni. Per poi andare da Vespa a difendere il libero mercato, con la coccardina del Rotary bene in vista.
Vedremo ora che succederà con le liberalizzazioni. Vedremo.
Eh sì, vita difficile, felicità a momenti... Soprattutto per chi avversa il liberismo ( ma anche lo statalismo), come il sottoscritto: non si riesce mai a trovare un nemico vero. Prevale il grigio: a parole sono tutti liberisti, ma di fatto inciuciano… Salvo poi far passare, come nel caso delle norme sulla flessibilità, il liberismo che piace ai poteri forti: massima mobilità per i dipendenti, minima o nulla per i pacchetti azionari. Pensate a quel che è accaduto a proposito della scalata di Ricucci e gnomi vari al Corriere della Sera: un bel pattone di sindacato, un bel pattuglione di magistrati, e l’Harry Potter dei Castelli Romani è subito ritornato alla casella di partenza… Magari con qualche miliardo in meno. E le ossa rotte... Gli stavano per sequestrare pure la consorte.
Certo, non vogliamo qui difendere gli “scalatori” alle pere cotte. Ma va riconosciuto che il capitalismo, quello vero (vedi gli Usa), è roba da mazzate: scalate fulminee, pacchetti azionari che cambiano di mano in pochi minuti, fortune che svaniscono in un attimo, gente che si suicida (oddìo pure da noi, ogni tanto…). Insomma, è una cosa seria, spesso tragica: e perciò ha una sua fosca grandezza... Nel paese di Rockefeller puoi vendere tutte le caldarroste che vuoi, dove vuoi, a chi vuoi, ma se il consumatore ti gira le spalle (perché le caldarroste sono care o cattive) vai a fondo come il Titanic. Altro che sanatorie circoscrizionali.
Vilfredo Pareto, forse uno dei pochi veri liberisti italiani, già un secolo fa si inferociva con gli industriali, da lui ritenuti vigliacchi, e soprattutto più amici dello stato che del mercato. Chi ha tempo e voglia si vada a rileggere le sue dense Cronache pubblicate sul Giornale degli Economisti. Anche all’epoca si sanava e si inciuciava, altro che libero mercato…
Lui, Pareto, ci si ammalò. Stanco di un' Italia che lo ingnorava, andò a insegnare economia e sociologia in Svizzera, a Losanna. E lì morì. Dopo essere stato abbandonato dalla prima moglie, una russa, scappata con il cuoco. Statalista pure lei? Boh...
Ma, per tornare agli ambulanti, va pure detto, che quest’anno per una, diciamo una, castagna arrosto chiedono 1 Euro.
Scrivete a Prodi.

giovedì, febbraio 01, 2007

Veronica e Silvio: cosa c'è dietro

Sulla vicenda delle scuse chieste, e prontamente concesse da Silvio Berlusconi a Veronica Lario, sua consorte, non bisogna assumere un atteggiamento snobistico. Perché l’episodio può invece essere un’occasione per capire come funzioni la politica-spettacolo, e come sia uno strumento per far sì, che lettori e telespettatori restino alla larga, dalla politica. Quella vera, fatta di conflitti su problemi concreti.
In primo luogo, il meccanismo mediatico funziona oggi sulla base dell’agenda mediatica ( i temi che devono essere affrontati, secondo criteri politicamente corretti), e della possibilità di accrescere e monopolizzare l’interesse del pubblico e dunque gli introiti pubblicitari. E l’agenda, attualmente, impone la valorizzazione di vicende private, meglio se sentimentali e scabrose, da portare a conoscenza, per ragioni puramente commerciali, del più ampio numero di spettatori e lettori. Su queste basi, appena si presenta l’occasione ( ma spesso viene creata a tavolino, si pensi, appunto alla pubblicazione, non certo causale, della lettera di Donna Veronica su Repubblica), si mette in moto un meccanismo a spirale, che in pratica, costringe i media di ogni tipo a essere sulla notizia prima degli altri. Dopo di che entra in atto un specie di moltiplicatore al rialzo (approfondimenti, interpretazioni, ulteriori dettagli sensazionalistici). Cosicché la macchina mediatica procede a velocità folle, fin quando non interviene, per linee interne, un veto dalle alte sfere economiche e politiche, oppure, come spesso accade, una “saturazione del mercato” di "quella certa" notizia. Il sistema, nel suo insieme, è molto rozzo ma efficace.
In secondo luogo, e qui entriamo nello specifico, la lite tra Veronica e Silvio, chiamiamola così, ha subito rappresentato una ghiotta occasione. Per quale ragione? Innanzitutto, perché rifletteva i principali temi fissati e discussi dell’ agenda del politicamente corretto mediatico-politico: famiglia, diritti delle donne, Silvio, “fascista e macho”, Veronica “democratica e antifascista”, eccetera. E inoltre vista la notorietà dei due personaggi era in gioco la possibilità di trasformare il “salotto” di casa Berlusconi, in una specie di “salotto” mediatico nazionale: qualcosa a metà strada tra “il Grande Fratello” e “Anche i ricchi piangono”. E così è stato. Quest’ultimo l’elemento (il ricco che piange), rinvia alla politica-spettacolo, dove il politico si trasforma in attore e lo spettatore in curioso guardone e giudice (per una volta) delle vite dei più fortunati … Di solito, e in modo interessato, questo aspetto viene presentato come una forma di umanizzazione delle politica. Se ci si passa la battuta, chi si contenta gode…
In terzo luogo, ed è quel che è accaduto ieri, episodi del genere, se opportunamente “lavorati” (titoli a tutta pagina, aperture a ogni telegiornale, editoriali di rinforzo, speciali opportunamente mirati, alla Vespa o alla Lerner, ), possono “veicolare" l’attenzione del pubblico verso problemi, che in realtà non hanno alcuna importanza. Facciamo qualche esempio: è più importante la felicità dei coniugi Berlusconi o quel che stanno combinando gli americani a Vicenza? Sono più importanti le lacrime e lo sdegno di Donna Veronica o il fatto che la legge 30 sulla flessibilità rimarrà tale e quale? Sono più importanti le proteste contro la Tav (e il destino di quelle popolazioni) o le scuse del Cavalier Berlusconi? Insomma, il black-out informativo di ieri ( fino a notte fonda si è parlato solo della coppia “più famosa” d’Italia), mostra quanto sia facile per i mezzi di comunicazione sociale “veicolare” l’attenzione del cittadino verso tematiche di politica-spettacolo, prive di qualsiasi rilevanza politica concreta. Quel che è accaduto ieri è da manuale. E, soprattutto, mostra quanto sia pericolosa una macchina mediatica, funzionante, solo sulla base di criteri puramente commerciali. All’interessato coro mediatico, infatti, si sono subito uniti intorno, e trasversalmente, giornali, televisioni e radio, anche locali.
Il che dovrebbe far riflettere sulla forza dirompente della macchina mediatica. Che, ma questa è una nostra privata opinione, ormai sa benissimo da sola, quando aprire il fuoco, intensificarlo, e soprattutto smettere. Di qui la difficoltà di scoprire e dunque controllare democraticamente i suoi referenti politici (del resto ormai trasversali).
Probabilmente, oggi più che mai, i media, rispondono a un solo dio: il denaro.