La dura polemica politica, tuttora in corso, sulle frange “antiamericane” presenti nel governo di centrosinistra impone di riflettere sulla pericolosità dell’ ”antismo”. Un termine, da noi coniato, prendendo spunto dal prefisso “anti”. Ma cerchiamo prima di scoprirne il significato sotto l’aspetto linguistico.
Sul piano definitorio è sufficiente aprire un qualsiasi dizionario, per scoprire che il prefisso "anti" indica “opposizione”, “avversione”. E che deriva dal greco ante.
Ma andiamo più a fondo.
Il termine “anti” appartiene alla cultura politica novecentesca, e ne riflette la natura dannosamente conflittuale, soprattutto sul piano culturale: quello del costruttivismo ideologico totalitario racchiuso nell' espressione: "se le mie idee non sono in linea con i fatti, tanto peggio per i fatti". Un'enfasi costruttivistica che ritroviamo in tre "antismi": antifascismo, anticomunismo, antiamericanismo.
Ovviamente, la nostra è una pura e semplice ricognizione, priva di qualsiasi pretesa di completezza scientifica. Deve rappresentare un puro stimolo per ulteriori e più approfondite indagini.
Il termine antifascismo, come “avversione al fascismo” viene fatto risalire a Mussolini: “Chi è contrario al fascismo” (1920) [Si veda M. Cortelazzo e P. Zolli, Dizionario etimologico della lingua italiana, Zanichelli, Bologna 1990, vol. I, p. 60].
Il termine anticomunismo, che a grande linee, risale al periodo tra le due guerre mondiali, è per la prima volta definito chiaramente, come “avversione al comunismo” - per l’area linguistica italiana da Paolo Alatri, storico comunista, sulla rivista “Rinascita” (1946) [ si veda M. Cortelazzo e P. Zoli, op. cit, vol. I, p. 59].
Il termini antiamericanismo, non è ancora largamente presente nei dizionari. Difficile perciò ricostruirne con precisione le origini storiche e linguistiche, anche solo per l’Italia. Ad esempio nel Dizionario della lingua italiana , La Biblioteca del Sapere - Corriere della Sera, Milano-Bologna- Bergamo 2004 (già Sabatini-Coletti), che abbiamo a portata di mano, “Antiamericano” è chiunque sia “contrario, polemico, con la politica, la cultura, l’ideologia dominante negli Stati Uniti d’ America; riferito a uno stato, a un partito avversario degli Stati Uniti”. E lo si fa risalire, senza ulteriori spiegazioni storiche al 1985 [ vol. 23-I, p. 196]. In realtà, e stando agli storici, il termine, e non solo per l’Italia, risale agli anni Trenta del Novecento, e agli ambienti fascisti e comunisti [ si vedano i lavori di Michela Nacci: L’antimericanismo in Italia negli anni Trenta, Bollati Boringhieri, Torino 1989 La barbarie del comfort. Il Modello di vita americano nella cultura francese del Novecento, Guerini e Associati, Milano 1996]. Per quello che invece riguarda la sua accezione contemporanea, la data più verosimile sembra essere il 1987. Ne parlò per primo l’ambasciatore americano Price, che in un articolo apparso all'epoca sul Guardian, definì “l’antiamericanismo (…) un modo di sentire amorfo, totalmente soggettivo (…), difficile che si trovi un accordo sul darne una definizione accettabile”. Il che però non toglieva - queste le sue conclusioni - che “oggi ne vedo moltissimo, in Inghilterra e in Europa” [ L’antiamericanismo in Italia e in Europa nel secondo dopoguerra, a cura di P. Craveri e G. Quagliariello, Rubbettino, Soveria Mannelli 2004, p. 73].
E qui purtroppo, anche per ragioni di leggibilità del “post”, dobbiamo fermarci. Ci scusiamo, naturalmente, per la premessa filologica-storica e storica e per le pedanti citazioni. Le quali, tuttavia, suggeriscono le seguenti conclusioni.
In primo luogo, il prefisso “anti” privilegia una concezione del mondo totalitaria. Chi è "anti" è radicalmente contrario alla concezione che reputa opposta alla sua. Che, subito però viene difesa, con altrettanta violenza da chi subisce l'attacco. E così via, lungo una spirale dell’odio. Il che significa, sul piano della cultura politica, la fine di ogni libero dibattito.
In secondo luogo, quanto sopra, mostra la natura ideologica dell’ “antismo”, e soprattutto come sia legato a una forma di comunicazione politica fortemente simbolica, nata in un “secolo di ferro” volta a squalificare totalmente il nemico, mettendolo completamente fuori gioco. A ogni costo, anche limitando la democrazia. Il che significa, sul piano della pratica politica, la fine di ogni libera partecipazione.
In terzo luogo, come abbiamo già accennato, condividere l’ “antismo” significa, in certo senso, autorizzare, il “nemico” a farne uso, a sua volta. E qui, ad esempio, si pensi alle guerre, non solo ideologiche, tra comunisti “antiamericani” da una parte, e “antifascisti” “anticomunisti” ma non antiamericani dall’altra. Gli uni odiano gli altri, come nemici “ assoluti”. Il che ha provocato e provoca l’ imbarbarimento progressivo del conflitto politico, perché all’avversario, al quale si dovrebbe in qualche misura umano rispetto, si sostituisce meccanicamente il nemico assoluto, da sterminare per ragioni di barbara prevalenza ideologica.
Ora, dovrebbe essere chiaro quanto l’ ”antismo” sia pericoloso. E continuare a screditare i movimenti “antiamericani”, enfatizzandone per ragioni ideologiche la pericolosità, ne favorisce, oggettivamente, la radicalizzazione.
L’ ”antismo” è una strada senza ritorno.
Siamo lieti di pubblicare il commento dell'amico Federico Zamboni, giornalista, critico musicale e buon conoscitore della cultura americana.
L’altra faccia del problema “antismo”. Conflitti veri, nemici inconciliabili.
Sono antiamericano? Dipende. Dipende da ciò che si intende per America. Se in quest’unica parola si vuole racchiudere tutto quello che riguarda gli Stati Uniti - popolazione, storia, arte, cultura, tutto - va da sé che la risposta è negativa. Non si può essere ostili, in via generalizzata e definitiva, a qualcosa di così vasto e multiforme. E persino contraddittorio. Persino antitetico.
Accanto all’America peggiore, quella del denaro come unità di misura dell’universo, e del profitto come obiettivo supremo delle azioni umane, c’è infatti l’America migliore: piena di vitalità e di slancio, capace di sfidare ogni genere di difficoltà pur di realizzare i propri sogni, ricca di una gamma pressoché infinita di linguaggi espressivi, e di talenti artistici. I libri di Steinbeck, di Kerouac, di Palahniuk. I film di John Ford, di Kubrick, di Scorsese. Il blues. Il jazz. Il rock’n’roll.
Un’America che mi interessa e mi coinvolge. Un’America di cui non è difficile innamorarsi. E nella quale credo che vivrei volentieri: anche se non dappertutto; e men che meno per sempre.
Ma proviamo a cambiare prospettiva. Proviamo a immaginare (immaginare?!) che per America si intenda qualcosa di più preciso. Di più circoscritto. Di più unilaterale. Invece di un intero popolo, entità talmente ampia da implicare di per sé innumerevoli differenze e, dunque immense possibilità di cambiamento, di evoluzione, una specifica e inderogabile concezione dei rapporti sociali ed economici. Un sistema di potere che privilegia determinati interessi a scapito di altri. Una rete, magari vasta ma pur sempre limitata, ed estremamente gelosa dei suoi privilegi, di persone e di organizzazioni che sono disposte a tutto pur di raggiungere i loro scopi. Scopi - a cominciare dalla speculazione finanziaria - che per essere realizzati esigono scelte spietate e comportamenti brutali, nel presupposto che il vantaggio di pochi giustifichi lo sfruttamento di tanto. O di tutti.
Immaginiamo che col termine “America” (e già ci sarebbe da riflettere sul perché questo termine lo si utilizzi abitualmente come sinonimo dei soli Stati Uniti) si intenda un modello di società che ambisce a espandersi in tutto il pianeta. Vuoi attraverso il cosiddetto soft power dei condizionamenti politici e culturali, vuoi attraverso la famigerata, e armata, “esportazione della democrazia” in stile iracheno.
Già. Se per America intendiamo tutto questo - ovverosia un progetto organico di dominio su scala planetaria, perseguito sul triplice binario dell’economia, della politica e, infine, del modo stesso di concepire l’esistenza, sia a livello individuale che collettivo - allora sì, potrei senz’altro arrivare a definirmi antiamericano.
Salvo poi, naturalmente, restare pronto, anzi prontissimo, a riconoscere e apprezzare tutto ciò che, pur provenendo dagli Usa, sia estraneo a quell’odioso/aggressivo/cinico disegno di controllo globale.
Eccolo, l’elemento decisivo. Ciò che rende un atteggiamento di condanna assoluta, come quello sintetizzato nel prefisso “anti”, non solo accettabile ma addirittura doveroso. Ecco: ci troviamo di fronte a un pensiero, a uno schieramento, che non è solo diverso dal nostro, come lo possono essere delle posizioni differenti ma che restano comunque iscritte in un medesimo orizzonte di valori e di principi, ma che è tout court incompatibile. Qualcosa che travalica di gran lunga il semplice dissenso politico e che, non appena si passi dall’astrattezza delle discussioni teoriche alla concretezza delle decisioni da prendere, conduce per forza di cose a un dissidio inconciliabile. E dunque a un conflitto, non foss’altro di natura ideale.
Non dovrebbe esserci nulla di strano, in tutto questo. Ben lungi dal dogmatismo, specie se esasperato, c’è la consapevolezza della propria identità e, quindi, degli effettivi margini di coesistenza con identità differenti.
Che le ideologie possano degenerare in deliri di onnipotenza è un fatto: ma si tratta, appunto, di una degenerazione. Di un esito che dipende innanzitutto dai vizi di chi se ne rende responsabile. La contaminazione di un’idea forte da parte di un carattere, di un intelletto, di un individuo debole.
L’attuale demonizzazione delle ideologie, del resto, ha ragioni estremamente precise. Essa costituisce l’architrave stesso di quell’omologazione generalizzata che ha, come proprio obiettivo finale, il pensiero unico. L’assioma è che ormai, nei suoi tratti fondamentali, il sistema politico ed economico (o meglio: economico e politico) abbia trovato il suo assetto definitivo. Se restano delle questioni aperte, esse riguardano gli aspetti “applicativi” di principi ritenuti indiscutibili. Principi che vengono presidiati (blindati) non solo a livello statale ma attraverso sbarramenti successivi, e concentrici, di carattere sovrannazionale. Sia sull’asse politico, vedi Ue e Onu, che su quello economico, vedi Bce, Banca mondiale, WTO, etc. .
Una mistificazione, quella del “migliore dei mondi possibili”, da cui scaturiscono innumerevoli forzature. Innumerevoli ipocrisie. A partire, appunto, dal postulato secondo cui non esistono più, non possono più esistere, avversari che siano anche nemici, nel senso pieno e intransigente del termine. Tutti a fingere che dietro lo sfacelo nel quale affondiamo vi sia una sostanziale e inossidabile buona fede: che permette, e pretende, di scusare ogni bruttura come un incidente di percorso, che non diminuisce di un nulla il valore, e persino la sacralità, del sistema nel suo complesso.
Federico Zamboni