martedì, ottobre 31, 2006

Vietato sognare. Il declino dell'intellettuale

Angelo Panebianco ieri si lamentava sul Corriere della Sera di una scuola italiana con troppi insegnanti e priva di “qualità”.
Ma perché non parlare di cultura? E magari anche del rapporto tra politica e cultura?
Quel che oggi manca nel dibattito politico-culturale è la forza delle idee. La capacità di progettare e sognare. Il politico si è trasformato in tecnocrate. Oppure in esecutore di ordini di un potere che si trova altrove: nelle mani di finanzieri, banchieri e grande industria monopolistica. L’intellettuale, a sua volta, si è tramutato in una specie di intrattenitore. O al massimo in garante dell’ordine esistente.
Da questo punto di vista, è perciò inutile parlare in termini culturali di destra e sinistra. In passato l’intellettuale di sinistra era per la rivoluzione, e quello di destra per l’ordine. Si dirà, ecco i soliti stereotipi. Giusto. Perché poi fu compito dei processi storici reali mescolare le carte. Si pensi alla rivoluzione conservatrice tedesca: destra e sinistra, in alcuni casi fondendosi, finirono per schierarsi dalla parte della rivoluzione, o comunque, di un ordine sociale, capace, almeno per alcuni sognatori poi isolati o messi in prigione, di coniugare modernità e tradizione. La politica, insomma, mostrava di credere nella cultura e nella capacità di poter trasformare i sogni in realtà, puntando sulle idee forti. Si pensi ai comunisti rivoluzionari russi, che all’indomani della presa del Palazzo d’Inverno erano assolutamente convinti di poter abolire il denaro…
Certo, come mostra la storia del Novecento, il mix poltica-cultura ha dato vita a sintesi esplosive. E i sognatori, a destra come a sinistra, hanno dovuto fare i conti con il drago totalitario. Di qui nel secondo dopoguerra il giusto e doveroso mea culpa, ma anche un avvilente calo di tensione culturale e politica. Di più: a poco a poco, il capitalismo, con i suoi pervasivi meccanismi mediatici ha conquistato politica e cultura. L’intellettuale si è trasformato nel fiore all’occhiello da esibire ai congressi dei partiti. O peggio in giullare televisivo… E il politico in organizzatore del consenso al sistema nel suo insieme.
La decadenza della politica si è così coniugata alla decadenza della cultura. E insieme le due decadenze hanno prodotto la fine di ogni progettualità.
Pertanto, oggi, ha poco senso parlare di funzione della cultura. Del resto nella società occidentale governata da una visione economicista del mondo (non conta quel che sei ma quel che vali in termini economici (di professione, di reddito, successo, e così via), per ora, non può esservi alcuno spazio per cambiare le regole del gioco e neppure per provare a riformularne di nuove: è vietato sognare. Lo stesso discorso vale per la politica. Se conta la quantità, che senso può avere proporre a livello politico discorsi su una diversa qualità della vita? O peggio ancora, della scuola, come fa Panebianco? Quando in realtà anche la scuola riflette meccanicamente una visione "quantitativa" del mondo: lavorista e consumista… Il problema non sono gli insegnanti ( o comunque non solo) ma la pessima qualità culturale di quel che si insegna e trasmette ai ragazzi…
In questo quadro disastroso parlare di destra o sinistra è inutile. Un paio di esempi.
I politici ancora prima di essere eletti, vanno subito a prostrarsi ai piedi del potere bancocratico e finanziario di Wall Street. “Mercato! Mercato. Il Mercato prima di ogni cosa!”, dichiarano entusiasti, da Berlusconi a D’Alema…
Gli intellettuali, o presunti tali, a loro volta, fanno a gara per essere pubblicati dagli editori più importanti, ma, ovviamente, anche più vincolati all’industria culturale. Un settore che, a sua volta, è nelle mani di quelle banche (la grande editoria vive di fidi e anticipi bancari), davanti alle quali i politici sono i primi a genuflettersi.
E così il cerchio si chiude. Ma non per Panebianco… Che vuole licenziare solo gli insegnanti.

lunedì, ottobre 30, 2006

Il modello sociale americano. Avvertenze per l'uso

E’ di moda in Europa e in Italia, soprattutto tra gli economisti come Giavazzi, celebrare il modello sociale Usa. Che, si dice, sia dalla parte dei meritevoli.
Vediamo allora come funziona.
Chi incensa il modello americano dovrebbe riflettere su due fatti. Il primo, è che negli Stati Uniti la mobilità geografica è due volte maggiore di quella europea. Il secondo, è che il tasso americano di concentrazione dei redditi è molto più alto del nostro, che non è sicuramente basso): negli Usa, in media, il 20 % più ricco della popolazione assorbe il 60 % del reddito nazionale, mentre in Europa si è intorno al 35-40 % (www.census.gov/hhes/www/poverty.html - http://www.europa.eu.int/comm/eurostat - www.worldbank.org/data/ ) .
Cosa significa? Che nell’Eldorado liberista si perde lavoro molto spesso e anche l'abitazione... Perché per trovarne un altro, molti sono costretti a trasferirsi da un lato all’altro degli States: la mobilità territoriale del lavoratore è dunque elevatissima. Ma l'essere disposti a spostarsi non basta. Per quale motivo? Perché, visto che la ricchezza è molto concentrata, le possibilità di ascesa sociale, nonostante la grande mobilità geoeconomica del lavoratore, sono piuttosto ridotte. Altro che meritocrazia… E tutto ciò genera sradicamento, insicurezza e povertà. Certo, la retorica ufficiale celebra l’individuo e le sue opportunità di avere successo. Un traguardo che in termini di grandi numeri (come alla lotteria), è possibile ma poco probabile, soprattutto per coloro che non hanno mezzi o doti eccezionali.
Sotto questo aspetto gli Stati Uniti sono un ottimo esempio di come funzioni, in assenza di controlli sociali, l’anima darwinista del capitalismo. Intanto la selezione finisce per premiare i più forti e non i migliori: vince chi è più dotato di risorse familiari, relazionali, istruzione e spietatezza negli affari: doti (in particolare le prime tre) che appartengono a chi è già in alto nella scala sociale. Di qui un nucleo ridotto di attori sociali (i grandi oligopoli), un lavoro poco sindacalizzato e molto flessibile, e una politica completamente sottomessa ai gruppi di pressione economici. Per farla breve, la selezione-razionalizzazione capitalistica americana implica alti profitti, bassi salari e assenza di mediazioni pubbliche. Quindi nessuna forma di assistenza sociale e pensionistica, obbligatoria e pubblica: chi cade (e spesso è già in basso nella scala) difficilmente riesce a rialzarsi, mentre chi è già in alto procede nella sua corsa, come se nulla fosse. Esistono forme di assistenza caritativa dovute soprattutto alle Chiese e alla buona volontà dei singoli stati, ma chi vi aderisce viene subito inquadrato (e a vita) nella categoria dei falliti sociali. In buona sostanza chi sia povero e malato non ha scampo.
Insomma, si tratta di un modello sociale per ricchi, o al massimo per coloro, che hanno doti per diventarlo: il sistema ignora sistematicamente le diseguali condizioni di partenza degli individui, finendo così per privilegiare chi è già ricco, che di conseguenza, lo diviene sempre di più. Sono cose che vanno dette. E ripetute...
Se nel 1979 il 5 % della famiglie americane più ricche guadagnava 10 volte di più del 20 % di quelle più povere, oggi la proporzione è salita a 25 a 1. Il titolare di una corporation nel 1980 guadagnava (mediamente) 42 volte il salario di un suo operaio, oggi guadagna mille volte in più... Bill Gates e soci Microsoft (il volto “umano” e moderno del capitalismo Usa) hanno un reddito pari al Pil del Pakistan: la famiglia Walton (Wal-Mart), pari a quello dell’Egitto e così via… (http://www.ilo.org/ - www.forbes.com/people ).
Il sistema americano produce diseguaglianza a velocità esponenziale. E la sua crescita economica, così magnificata in Europa, è dovuta per verso a un ingiusto modello sociale, e per l'altro alla posizione egemonica degli Usa nella politica mondiale, in particolare dopo il 1989-1991. Un'egemonia che alimenta il "complesso militare-industriale". E che, a sua volta, ne è alimentata...
Perciò quando si parla di esportare in Europa il modello sociale Usa, va chiarito che si tratta di una società fortemente gerarchizzata, con circa 50 milioni di poveri e poche decine di migliaia di ricchissimi che tengono in pugno l’economia, non solo americana. E dove insicurezza e sradicamento producono criminalità divorzi, patologie mentali, con tassi doppi rispetto a quelli europei: un americano su due assume regolarmente psicofarmaci, e uno su tre ha avuto problemi di alcolismo (http://www.who.int/ ).
Il vero problema non è come imitare gli Usa, ma come evitare certi errori, o meglio, orrori sociali. Qui però si pone un’altra questione: esiste ancora un modello sociale europeo? E soprattutto vi sono politici all’altezza delle sfida? A sinistra come a destra?

venerdì, ottobre 27, 2006

La "Tradizione" secondo Claudio Magris

Il lungo editoriale di Magris sul Corriere della Sera di ieri (Dio, fede e confusione: La Chiesa, la Tradizione i teocon) è un ottimo esempio di confusa tuttologia. Magris, che come noto è di formazione uno studioso di letteratura tedesca, da qualche anno in qua, scrive su e di tutto. Con risultati alterni, e spesso non proprio esaltanti. Ovviamente, poiché viene considerato un mostro sacro del Gotha intellettuale, nessuno osa contraddirlo o criticarlo.
La tesi dell’articolo è tutto sommato semplice, se non semplicistica: teocon e “atei devoti” non avrebbero nulla a che fare con il tradizionalismo cristiano e cattolico per due motivi. In primo luogo, perché non sanno nulla della tradizione cristiana e cattolica. In secondo luogo, perché il loro uso della religione, è strumentale e politicizzato: ad usum Delphini.
Si tratta sostanzialmente, di due affermazioni che potrebbero anche essere accettate, o comunque discusse. Nulla di particolarmente originale … Quel che invece non convince assolutamente è l’idea di tradizione cristiana e cattolica, proposta da Magris. E spieghiamo perché.
Magris parte da una definizione di “Tradizione cattolica” (scritta con l’iniziale maiuscola) ripresa da Rodolfo Quadrelli (altro letterato, certo bravissimo, ma letterato). Vediamo come ne riassume il pensiero: “La Tradizione, egli diceva [Quadrelli], è la creatività spirituale della Chiesa che non perde mai la sua freschezza sorgiva e la sua vitalità, bensì si accresce di continuo, senza rinnegare nulla del passato, ma aprendosi al presente e al futuro e rispondendo alle sempre nuove esigenze della storia dell’uomo, inserendole e integrandole nella sua unità e nella sua continuità. Il tradizionalista che si ferma al passato nega e offende la Chiesa e la sua cattolicità ovvero universalità, perché la considera di fatto una morta reliquia”.
Per non allargare troppo il discorso, si evita di discutere la cattiva interpretazione che Magris traccia del pensiero di Quadrelli. Ci interessa qui il punto sociologico ( e non teologico) dell'argomentazione di Magris.
Ora, ogni tradizione, si distingue per un’ adesione (nei vari gruppi sociali), a un nucleo di principi fondamentali, dettata da differenti livelli di consapevolezza e comportamento: per fede, ragionamento, o addirittura per mimetismo collettivo. I principi-base (valori e norme) possono essere articolati, più o meno bene, nel corso della normale dialettica sociale tra idee e istituzioni. Ora però, una tradizione è tale fin quando rimane fedele ai suoi principi di fondo. Sorokin parlava di major premise (premessa maggiore). E la sua longevità e congruità sociologica è assicurata dalla capacità di influire, attraverso tali principi, sulle istituzioni sociali. Per contro, quando sono le istituzioni sociali (che poi riflettono sempre valori di altre tradizioni emergenti o contrastanti), a influire sulla tradizione, come dire, “principale”, trasformandola, ci si trova davanti a qualcosa di completamente differente. Che non ha nulla a che vedere con la tradizione, così come si qualifica, di regola, all'inizio del processo sociale.
Si tratta di una costante sociologica che non riguarda solo la tradizione cattolica e i suoi gruppi sociali, ma ogni altra tradizione (politica, culturale, filosofica, economica, eccetera): quando arriva il momento del sincretismo, piaccia o meno, una tradizione è finita. Insomma, una tradizione è viva finché plasma le istituzioni, e, soprattutto, non ne viene, a sua volta, plasmata.
Scomodare come fa Magris una generica creatività spirituale, oppure categorie storicistiche, tipicamente "moderne", come quelle di presente, passato e futuro ( ma il discorso vale anche per chi di solito ricorre a categorie “premoderne”…), significa solo fare confusione. O, se si preferisce, della tuttologia, magari elegante, ma appunto priva di qualsiasi valore conoscitivo. E soprattutto sociologico.
Una tradizione è tale perché è nel mondo senza essere del mondo. Plasma e non si lascia plasmare. Tutto il resto è poesia o letteratura….

giovedì, ottobre 26, 2006

(Meta)political comics. Sei pensionato? De-vi- mo-ri-re-ta-ta-ta-ta

“De-vi-mo-ri-re-ta-ta-ta-ta”. In passato, e prima dei divieti, era di moda negli stadi ritmare questo rozzo “memento mori” all’indirizzo di arbitro e giocatori “colpevoli” di chissà che cosa, in base alle simpatie o antipatie della Curva.
Oggi, che si vive nel mondo del politicamente corretto, e che negli stadi si entra con la maschera antigas, nessuno sogna più di rivolgersi così ai giocatori… Anche perché si preferisce subito venire a vie di fatto…
Passando però dallo “sport” alla politica ci si accorge che, anche certi professori, dicono, magari in modo forbito, più o meno le stesse cose, all’indirizzo non di pimpanti calciatori che guadagnano miliardi e si cuccano appetitose veline, ma di poveri vecchietti pensionati a 700 euro al mese.
Ad esempio, sul Corriere della sera di martedì 24 ottobre, il professor Nicola Rossi, intervistato da Sergio Rizzo, ha chiesto al governo Prodi di aggiornare i coefficienti per il calcolo della pensione. Criticando governo e sindacati perché colpevoli di ritardare l’iter di revisione decennale del coefficiente di trasformazione per il calcolo delle pensioni. Ma ascoltiamo il professore: “ Intanto il governo può fare una cosa che non comporta l’approvazione di nessuna legge: aggiornare i coefficienti per il calcolo delle pensioni, come previsti dalla legge Dini. Per essere più precisi, il governo non solo può ma è obbligato a farlo”
Si dirà: questa è roba tecnica, chi ci capisce e bravo e perciò chi se ne frega… No, guai a disinteressarsi della cosa. Perché il professore dice il vero. Purtroppo le cose stanno proprio così. La riforma pensionistica Dini del 1995, che porta il nome di un vero amico del popolo, introdusse il criterio del ricalcolo dieci anni. Perciò: 1995-2005. Prodi è pure in ritardo…
L’importo annuale della pensione andrebbe perciò determinato, e quindi modificato, moltiplicando, l’importo totale dei contributi versati, per un coefficiente che riflette, guarda caso, la probabilità di sopravvivenza media del pensionato. E come osserva, Nicola Rossi, invocando, da buon curato dell'economia, le vie della Provvidenza Statistica, la necessità dell’aggiornamento è logica “ conseguenza del problema demografico [perché] come è noto, in Italia, l’aspettativa di vita per fortuna riallunga”. Tradotto: se la speranza di vita di un sessantacinquenne passa da 16 a 19 anni, a parità di contributi la sua pensione annuale dovrà essere più bassa. Altrimenti i pensionati riceverebbero più di quanto hanno versato e il sistema andrebbe in deficit.
E non sia mai…
Di qui la preoccupazione del professor Rossi che teme manovre politiche dilatorie in favore dei pensionati (che in questi dieci anni, credendo alle statistiche, sarebbero diventati più longevi), e a danno dei conti pubblici. Il che però potrebbe causare - e questo Rossi si guarda bene dall'esplicitarlo - un abbassamento, del reddito futuro delle pensioni, di quasi il 6-8 per cento, come scriveva ieri Carla Casalini sul Manifesto
Che dire? Se la vita del pensionato si è allungata, c’è chi pensa ad accorciargliela brandendo il “coefficiente di trasformazione” come la sega elettrica di Freddy Krueger. Malgrado moltissime famiglie, composte solo di vecchietti, siano in bolletta, messe a tappeto dall’introduzione dell’euro e da una pioggia di rincari, c’è chi come nel Mercante di Venezia, ancora pretende la sua libbra di carne (reminiscenze liceali… chiedo scusa).
Quali vie di fuga per i nonnetti? Togliersi di mezzo con una overdose di viagra… Sempre se avranno i soldi o la mutua per comprarselo, e ovviamente, dando per scontata la “parità” di desiderio “contributivo” sessuale con gli undersessantacinque, per usare l’economichese di Rossi
Esageriamo? Mah… Certo, la filosofia che è dietro la riforma Dini - ripetiamo noto amico del popolo - e i suoi coefficienti di trasformazione non aiuta: più campi, meno prendi di pensione, soprattutto se i contributi versati sono pochini o di ridotto valore professionale… E ancora peggio andrà per i giovani di oggi, massacrati dal lavoro flessibile, che avranno una “posizione” contributiva peggiore di padri e nonni.
In certo senso, si punta cinicamente sulla selezione naturale dei vecchietti, sperando che i più deboli, tolgano il disturbo….
Per farla breve: sei pensionato? De-vi mo-ri-re ta-ta-ta-ta.

martedì, ottobre 24, 2006

Prodi e la teoria del complotto

Nella ormai famigerata intervista al Pais, Prodi ha dichiarato, più o meno, che contro di lui sarebbe in atto un complotto. Va subito detto che Prodi non è il primo uomo politico italiano a evocare l’idea di forze oscure “in agguato”. Berlusconi, a suo tempo, aveva parlato, di complotto comunista. Ma anche in Francia, a cicli alterni, si torna a parlare parla di complotto lepenista, fascista e nazista. In Spagna, la Chiesa è sospettata di chissà quali trame antiZapatero. Mentre i cattolici spagnoli, reputano il premier socialista una marionetta nelle mani della massoneria “eterna”. Anche negli Stati Uniti non si scherza: Bush vede complotti ovunque. Per contro, i suoi avversari, non esitano a definirlo un complice segreto di misteriosi gruppi semiti, volti alla conquista del mondo. Va poi ricordato il rumore politico-editoriale suscitato dal Codice da Vinci: il libro e il film hanno suscitato, trasversalmente, nei diversi schieramenti (pro e contro il mystic-thriller di Brown), teorie complottiste, una più tendenziosa, e diciamolo pure, demenziale, dell’altra.
Come mai una società ufficialmente democratica, illuminata e razionale, come quella occidentale, usa la “teoria del complotto”come normale strumento comunicativo? In parole povere, quanto di più irrazionale, almeno in apparenza, si possa pescare nel buco nero della psiche collettiva…
Le spiegazioni possono essere tre, e in certo senso complementari.
In primo luogo, l’idea di complotto, in quanto compiuta o totale (nel senso che la sua vaghezza la rende inconfutabile) colpisce l’immaginazione collettiva perché indica il nemico ( i comunisti, i fascisti, i massoni, eccetera). E’ un esempio classico di idea-forza. Che accresce la coesione intorno alla persona (o al gruppo sociale) vittima del presunto complotto. E per contro rafforza pure la compattezza di coloro che ne siano eventualmente ritenuti autori. La teoria del complotto è conflittuale per eccellenza: unisce e divide a un tempo. E’ un’ arma, spesso micidiale, come mostra la sanguinosa storia del Novecento.
In secondo luogo, l’idea di complotto, ha una funzione socialmente esplicativa: rende chiaro quel che a prima vista appare incomprensibile e rassicura, scoprendo le eventuali colpe. Basti ricordare che le interpretazioni complottistiche della rivoluzione francese, furono dovute al fatto che molti monarchici continuarono per anni a ritenere inaudito il crollo improvviso di un antico regno europeo: non credevano ai loro occhi. Cosicché l’attribuzione della caduta alle trame massoniche svolse una funzione esplicativa e, tutto sommato, di rassicurazione emotiva e politica nei riguardi del mondo aristocratico. Che poteva auto-assolversi e così puntare sul suo riscatto sociale e storico. Si tratta di un approccio ricorrente che si ritrova anche in altre rivoluzioni.
In terzo luogo, l’evocazione del complotto ha un “sottofondo” animistico, diremmo antropologico. L’uomo, soprattutto quello collettivo, ha un “bisogno”, quasi fisiologico, di credere che dietro ogni fenomeno sociale vi sia un principio superiore che spiega, giustifica e protegge. L’idea che un re sia tale, per ragioni di diritto divino, fa il paio con quella che un complotto sia tale, per ragioni di “provvidenzialismo” sociale. Il punto è che sia l’esistenza del diritto divino sia di un grande vecchio, appagano lo stesso bisogno antropologico di veder confermata l’idea che dietro gli eventi sociali vi sia sempre qualcuno che imprime una direzione. Insomma, che il nostro mondo (grande o piccolo che sia, dalle capanne africane ai grattacieli newyorkesi) abbia comunque senso compiuto: un ordine.
Ora, può sembrare esagerato, ricorrere a un’analisi così complicata, per spiegare il comportamento politico di Prodi. Ma si rifletta un momento. Dichiarando di essere vittima di un complotto, Prodi ha colpito l’immaginazione del “popolo di sinistra”, indicando un nemico (che può essere facilmente ricondotto agli ambienti economici, politici e giornalistici del centrodestra); ha offerto una spiegazione rassicurante al suo elettorato, che in precedenza non riusciva a capire l’impasse del centrosinistra; ha dato, infine, una riposta al bisogno animistico, non solo dell’elettore di sinistra, ma dell’uomo che vi è sotto, affamato come ogni altro essere umano di significati
Il che vuol dire, ma questa è un’osservazione generale, che l’uomo ( anche politico) è antico, anzi, diremmo eterno.

lunedì, ottobre 23, 2006

(Meta)political comics. Anche Follini ha fondato il suo partitino democristiano

"(Meta)politics comics" è un nuova rubrica. Non avrà periodicità regolare, come le altre, perché legata alla voglia di sorridere di chi scrive. Che, spesso difetta, visto come vanno le cose in Italia e altrove ......
E se invece dei fascisti inviassimo su Marte i democristiani. Mica male come idea. Potremmo liberarci per sempre di gente come Buttiglione, Casini, e soprattutto Fellini, pardon Follini, che in fondo è uomo di cinema come il regista riminese… Magari meno famoso, ma sicuramente più istrionico del Federico gloria nazionale.
Come dimenticare le sceneggiate con Berlusconi. Le cenette, i giuramenti, ma anche le liti furibonde e la corte spietata del Cavaliere: “ E levate ‘a cammesella”, gli faceva il Berlusca, con l’occhio infoiato. E Follini ritroso: “Gnornò, gnornò!…”. E via così per ore… Una specie di maratona del sesso politico a base di nomine, favori, promesse e impicci vari di sottogoverno. Con Mastella che si ingelosiva (quando frequentava via del Plebiscito), Buttiglione, che al posto di Follini, si sarebbe levato pure lo slipppino. E infine Casini, nel suo enigmatico isolamento alla Greta Garbo, che gli imponeva di non mostrare al Cavaliere neppure una caviglia.
Così andavano le cose quando il centrodestra governava ( o credeva di governare). Ora che è all’opposizione niente più spogliarelli. Follini si è fatto tutto d’un pezzo. Se ne è andato. E per il momento (così dice) vuole restare al Centro. Tra i senza partito del Senato. Gente come Hulk De Gregorio, il gaucho Pallaro, Tex Cossiga. Ma fino a quando? Il centrosinistra ha fame di voti. E quindi il tiremmolla potrebbe ricominciare. Ma questa volta toccherebbe a Prodi canticchiare il ritornello della “cammesella”. E Follini, solo soletto, potrebbe pure cedere… Visto che il partito non lo ha seguito. A parte (pare) un deputato ( Riccardo Conti) e un gruppetto di litigiosissimi dirigenti democristiani, quasi tutti armati di “molletta”, della Campania e dintorni: la madrepatria di tutte le scissioni.
Perciò Follini, sospeso fra le bande del Cardinal Ruffo e il potere nudo e crudo, potrebbe pure buttarsi prima o poi con la Margherita… E a quel punto denudarsi completamente, per rivestirsi, guarda caso, solo di foglie di quercia e margheritine di campo.
Follini dice pure che crede nell’Italia di Mezzo. E sul serio: fino al punto di scegliere questo nome per il suo nuovo movimento. Dispone pure di una rivista di cultura politica: “ Formiche”. Dove si affrontano i massimi sistemi, citando raffinatissimi pensatori italiani e stranieri. Ma ai campani che ha arruolato, Follini non può però consigliare di leggere Martha Nussbaum, criptica filosofa che discetta di “fragilità del bene”. I vari Don Ciccillo non vogliono chiacchiere ma assessorati e ministeri. E tanti fondi per fare un’Irpinia più grande e più bella che pria… Come farà? Boh… Prodi non sembra uno di manica larga con la moglie, figuriamoci con gli alleati o presunti tali. Per giunta Follini sostiene che l’Udc abbaia ma non morde. E che lui se ne sarebbe andato perché vuole fare opposizione vera. Vedremo.
Diciamo però, che per ora, se Prodi dimostrasse di non fidarsi del nuovo (quasi) venuto, in mezzo all’Italia o in mezzo alla strada finirebbe Follini.
Ad abbaiare alla Luna. Certo, non sarebbe su Marte, ma neppure a Montecitorio.

venerdì, ottobre 20, 2006

Gli Usa alla conquista dello spazio. Un'analisi sistemica

Per quello che si riesce a capire, il documento firmato da Bush sul nuovo programma spaziale americano, ha un enorme valore simbolico e geopolitico. Dal momento che va inquadrato, non in rapporto al precedente documento approvato da Clinton (come ha fatto la maggior parte dei commentatori) ma rispetto a quella che è stata la politica estera americana dal 1945 a oggi. Una politica basata sulla riorganizzazione dello spazio geopolitico mondiale in funzione del proprio dominio di terra, mare, cielo e ora dello spazio extra-atmosferico.
Ma per capire questo è necessaria un’analisi sistemica. O comunque storicamente più ampia.
Pur non essendo possibile, per ora, una lettura diretta del testo, riteniamo che due punti del documento siano particolarmente significativi. Questi: “ (1) Gli Stati Uniti respingono ogni richiesta di sovranità da parte di ogni nazione nello spazio e nel corpo celeste o in ogni porzione di esso; respingono ogni limitazione del fondamentale diritto degli Stati Uniti di operare e acquisire dati dallo spazio (…). (2) Gli Stati Uniti considerano le possibilità spaziali – incluso il terreno e segmenti di spazio – vitali per i propri interessi nazionali. Di conseguenza si riservano il diritto di libertà d’azione nello spazio; di dissuadere altri che vogliano impedire questi diritti; di prendere ogni azione necessaria per proteggere le proprie capacità spaziali; di rispondere a ogni interferenza, e di negare, se necessario ai nemici l’uso dello spazio per fini ostili agli interessi nazionali Usa” ” (Repubblica, 19.10.06, p. 16).
Se si procede a un’analisi concreta dell’espansionismo americano, in termini di rapporti di forza e strutture sistemiche ( il complesso militare-industriale Usa), prescindendo dai valori politici dichiarati ( difesa ed “esportazione” della libertà, creazione di una pace mondiale, nascita di libero mercato mondiale), si può tratteggiare la seguente periodizzazione:
1945: conquista americana della spazio marittimo e terrestre in “condominio” con l’Unione Sovietica.
1989: fine del “condominio” statunitense-sovietico.
1989-1991: interregno
1991 (Iraq 1) – 1999 (Kosovo) – 2001 (Afghanistan) – 2003 (Iraq 2): conquista dello spazio aereo mondiale.
2006 (Programma spaziale Bush): dichiarazione di voler procedere alla conquista dello spazio extra-atmosferico.
Si tratta di un processo unitario e progressivo, di una forza travolgente: sulla carta geopolitica del mondo il blocco americano si esteso soprattutto dopo il 1989 a vista d’occhio. E alla precedente riorganizzazione terrestre, marittima e dei cieli, iniziata nel 1945, ora farà seguito quella spaziale. Si tratta di una posizione di forza militare, politica, economica inaudita: che non ha alcun precedente storico.
E l’aspetto più interessante è costituito dal fatto che nessuna potenza (di quelle residue, a cominciare dalla Russia, per non parlare dell'Ue...) ha osato prendere posizione sul programma spaziale americano, ora approvato da Bush ( e vagheggiato a suo tempo anche da Reagan, che tra l’altro nel 1986 fece bombardare la Libia per difendere i cieli dal terrorismo…) . Perché si tace? Evidemente per non essere inclusi tra i “nemici” dell’America. E per poter poi dividere le briciole delle conquista spaziali americane. Gentilmente concesse dai padroni casa.
Il dato preoccupante, e che dunque assume un valore simbolico altissimo (di impotenza diffusa tra le nazione della Terra) è rappresentato dal silenzio generale. Purtroppo pare che nessuna nazione, su questo problema così vitale, abbia voglia di criticare, se non opporsi (anche solo formalmente), all’espansionismo spaziale statunitense. Questi sono i fatti.
Ovviamente, se ci si riferisce agli altisonanti valori dichiarati, oggi come ieri (pace, libertà, eccetera), il processo qui descritto e periodizzato, può essere visto come una specie di marcia trionfale della libertà.
Libertà che di qui a qualche secolo conquisterà "pacificamente" il lontano spazio siderale. Dove finalmente potrà sventolare la bandiera americana. La bandiera della libertà.
Per chi vi crede.

giovedì, ottobre 19, 2006

Riletture: Reinhold Niebuhr (1892-1971)

Reinhold Niebuhr (1892-1971) è una figura singolare e interessante. Nel pensiero di Niebuhr, pastore protestante, teologo e filosofo sociale, l’essere cristiani implica sempre un conflitto tra l’uomo religiosamente motivato e le strutture economiche, sociali e politiche: tra “uomo morale e società immorale”, come recita il titolo di un suo libro. Tuttavia per Niebuhr prendere atto di questo conflitto non significa, come vedremo, sposare la causa dell’utopismo sociale. In questo senso, il suo realismo sociale, rappresenta ancora oggi un ottimo antidoto a ogni forma di pericoloso romanticismo politico.
Reinhold Niebuhr nasce nel 1892 a Wright City, nel Missouri, da una famiglia di immigrati tedeschi. Il padre è un pastore luterano. Fin da adolescente manifesta il suo desiderio di abbracciare la vita religiosa. Studia teologia all’Eden Theological Seminary . E dopo aver conseguito nel 1913 il diploma in teologia (B.A.) prosegue gli studi presso la Yale University, dove nel 1915 si laurea (M.A.). Pur essendo portato per la ricerca pura, preferisce accettare l’incarico di pastore a Detroit presso la Bethel Evangelical Church (1915-1928). Viene così a contatto con le durezza della vita operaia, scoprendo bruscamente i limiti del capitalismo . Nel 1928 accetta di insegnare Etica cristiana all’Union Theological Seminary di New York. Inizia a svolgere attività politica, dopo essersi impegnato negli anni precedenti in un’intensa attività pubblicistica. Negli anni Trenta fonda il “Movimento dei cristiani socialisti”. Ma guarda con simpatia, nonostante alcune perplessità iniziali, anche al New Deal. E, a poco a poco, si allontana dal socialismo “rivoluzionario”. Nel 1941 diviene presidente nazionale dell’Unione di azione democratica, movimento vicino al Partito democratico, partito con il quale inizia a collaborare, ricoprendo incarichi di prestigio e responsabilità. Nel 1952, la salute malferma, lo costringe a sospendere gli impegni politici, pur continuando a insegnare e scrivere. In questo periodo riceve riconoscimenti prestigiosi da parte di università americane e straniere. Muore nel 1971. Non potendo qui occuparci del teologo, per ragioni di preparazione personale, ci limiteremo a evidenziare un solo punto del suo pensiero, ma di grande interesse sociologico.
Niebuhr pone un problema fondamentale: l’uomo va educato alla libertà? E, se sì, quale può essere il ruolo del potere in questo processo?
A questa domanda Niebuhr risponde negativamente. A suo avviso il potere va suddiviso e imbrigliato: perché ogni forma di costrizione, che non provenga dal basso, e magari anche a“fin di bene” (come la stessa educazione "obbligatoria" alla “libertà” teorizzata dai liberali) rischia di avere implicazioni totalitarie.
Per quale ragione?
Perché l’educazione dall’alto, può dare frutti solo se riguarda l’individuo preso singolarmente. Mentre non ne può dare, se concerne il rapporto tra individuo e gruppi sociali (in particolare quelli economici e politici). Perché si tratta di un rapporto segnato, soprattutto nella società moderna, da una evidente sproporzione delle forze in campo. Perciò un individuo può anche essere “educato” alla libertà, ma, ad esempio, una volta “immesso nel circuito produttivo” scopre , e subisce, "differenze sociali", spesso ingiustificabili. E così finisce regolarmente per restare prigioniero di un enorme squilibrio di potere (come nella Detroit degli anni Venti, vennero trovarsi i singoli operai, privi di rappresentanze collettive sindacali). E magari vittima di pulsioni anarcoidi e distruttive. Pertanto il problema concerne la distribuzione del potere del sociale. Prima dell’educazione, che comunque è importante, viene l'equa divisione del potere politico ed economico , affinché anche gli individui socialmente deboli possano finalmente essere "giustamente" rappresentati da un gruppo sociale specifico e dotato di sufficiente (e dunque non invasivo...) potere contrattuale. Secondo Niebuhr, le società non si reggono sull’amore o sul puro altruismo individuale, ma dipendono principalmente dalla giusta (non perfetta…) distribuzione del potere sociale: scopo che si può conseguire puntando sulla sussidiarietà e sulla rappresentanza contrattata degli interessi. Per dirla con una formula: se la società è immorale (perché il potere è gestito da ristrette oligarchie) anche l’uomo morale è destinato, prima o poi, a divenire immorale (perché comunque, pena l’isolamento totale o la morte per inedia, sarà in qualche modo costretto a servire le élite del potere…). Di qui la necessità di una riforma in senso pluralistico e democratico della società moderna. Senza però esagerare… Perché Niebuhr ritiene che “compito dell’uomo per alcuni secoli a venire non sarà quell[o] di creare una società ideale in cui siano spontaneamente pace e giustizia perfette per tutti, ma una società in cui ci sia abbastanza giustizia, e in cui la coercizione sia sufficientemente non-violenta da impedire che il suo ordinario impiego porti al completo disastro”(Reinhold Niebuhr, Moral Man and Immoral Society. A Study in Ethics and Politics, 1932, trad. it. Jaca Book, Milano 1968, pp. 23-24; volume esauritissimo in Italia) .
Niebuhr ha scritto una trentina di libri e diverse centinaia di articoli. Tra le sue opere principali, oltre al saggio sopra citato, ricordiamo: Does Civilization Need Religion? A Study in the Social Resources and Limitations of Religion in Modern Life (The Macmillan Co., New York 1927), Reflections on the End of Era (Scribner’s, New York 1934), Christianity and Power Politics (Scribner’s, New York 1940), The Nature and the Destiny of Man ( Scribner’s, New York 1941-1943, 2 voll.), Faith and History. A Comparison of Christian and Modern Views of History, Scribner’s, New York 1949, trad. it. il Mulino, Bologna 1966), Christian realism and Political Problems (Scribner’s, New York 1953), Intellectual Autobiography of Reinhold Niebuhr (1956, trad. it. a cura di Massimo Rubboli, Queriniana, Brescia 1977 - www.queriniana.it ), The Structures of Nations and Empires (Scribner’s, New York 1959), Man’s Nature and His Communities (Scribner’s, New York 1959). In italiano si veda in particolare l’antologia a cura di Elisa Buzzi, Reinhold Niebuhr, Il destino e la storia, Rizzoli, Milano 1999 (“i libri dello spirito cristiano"- www.rcsmediagroups.it), nonché Giovanni Dessì, Niebuhr. Antropologia cristiana e democrazia, Edizioni Studium, Roma 1993 ( www.edizionistudium.it); Massimo Rubboli, Politica religione negli USA. Reinhold Niebuhr e il suo tempo, Angeli, Milano 1986 ( www.francoangeli.it) .

martedì, ottobre 17, 2006

Fusione San Paolo-Intesa. Le mezze verità del professor Bazoli

Leggere la lunga intervista a Giovanni Bazoli, pubblicata domenica 15 ottobre sul Corriere della sera può essere difficile e noioso, soprattutto per i non addetti ai lavori. Ma ne varrebbe la pena. Esortiamo perciò i nostri lettori a visitare il sito del Corriere per leggerla con attenzione (www.corriere.it). Per quale motivo? Perché l’intervista è un concentrato di luoghi comuni, contraddizioni e mezze verità. E perciò la dice lunga su come i guru dell’economia (Bazoli è anche professore), con un posto in prima fila nella stanza dei bottoni, si divertano a rimescolare le carte, se non a truccarle (verbalmente si intende), pur di vincere, o comunque di mostrare quanto amino il popolo e il bene pubblico…
Ci limiteremo a indicare solo alcuni punti.
Punto primo. Bazoli, pur di giustificare futuri tagli e licenziamenti, cita Galbraith. Testuale: “Nella sua diagnosi critica e impietosa del capitalismo Galbraith osserva che spesso le ristrutturazioni e le integrazioni hanno più successo se maggiori sono i sacrifici imposti ai dipendenti; e i piani per il futuro sono più accreditati se si basano sui tagli piuttosto che su i ricavi”. La citazione è chiaramente strumentale, perché Bazoli non aggiunge che Galbraith ha sempre condannato le politiche monetariste ( i tagli di cui sopra). E apprezzato l’intervento pubblico in favore dell’occupazione e dello sviluppo. Bazoli manipola Galbraith. Per fare un esempio: è come dire a un gruppo di persone ignare della storia del Terzo Reich, che Hitler amava i bambini, senza aggiungere quel che è successo dopo…
Punto secondo. Bazoli definisce la fusione San Paolo-Intesa come la nascita di “un grande supporto al sistema industriale, economico e anche politico”. Nella politica, aggiunge, “ c’è (…) lo spazio per la programmazione e la predisposizione degli strumenti necessari alla crescita civile ed economica”. Chiacchiere. Di programmazione economica non si parla più da almeno trent’anni. Oggi mancano perfino gli strumenti (il CIPE è defunto da un pezzo) e soprattutto la volontà politica. In realtà un' autentica programmazione creditizia, rivolta al bene comune, avrebbe vietato, o comunque contrastato la nascita di un “mostro” come quello sorto dalla fusione San Paolo-Intesa. Una specie di Stato (economico) nello Stato (politico).
Punto terzo. Bazoli mette sullo stesso piano l’unità politica, mostrata dai partiti, all’epoca della lotta contro il terrorismo, e l’unità politica, che, sempre i partiti, dovrebbero mostrare oggi nella lotta per costruire una grande economia di mercato, licenziando e tagliando posti di lavoro… Insomma, si capisce che per Bazoli i nuovi terroristi sono coloro che non vogliono perdere il posto di lavoro… L' accostamento, a dir poco, è fuorviante: la battaglia contro il terrorismo fu sacrosanta e condivisa da tutti gli italiani democratici. Quella per il “mercato” è condivisa solo da Bazoli e da chi si trova nelle sue condizioni privilegiate.
E poi, per dirla tutta: ma l’economia di mercato, così difesa da Bazoli, non condannava, in linea di principio, megafusioni e concentrazioni economiche?
I conti non tornano. O probabilmente, tornano solo per Bazoli.

lunedì, ottobre 16, 2006

La Gregoraci come modello sociologico

Sulla partecipazione della Gregoraci a una campagna pubblicitaria televisiva di una nota marca di telefonini, non ci sarebbe nulla da rimproverare : svolge il suo lavoro.
Se non che l’ex velina televisiva fa leva sulle sue disgrazie (chiamiamole così…) per catturare l’attenzione dello spettatore. Il che rivela, nella migliore delle ipotesi, cattivo gusto. In chi l' ha scelta e dirige, e in lei stessa. Tuttavia la Gregoraci - e dispiace - credendo ( o fingendo) di fare “autoironia”, riesce solo a confermare l’idea, poco simpatica (giusta o meno), che l’italiano medio si è fatto di lei…
Perché questa mancanza di amor proprio se non di dignità? Questo non riuscire a capire che oltre una certa misura, l’autoironia, soprattutto mediatica, si trasforma in masochismo. E ci si fa del male da soli.
Denaro? Voglia di apparire o arrivare a tutti i costi? Forza delle cose? Si pensi, ad esempio, a un personaggio come Sgarbi, con lunghi e seri studi alla spalle, trasformatosi in una specie di macchietta televisiva. Per non parlare di altri personaggi minori. Perché?
In primo luogo, il mito del successo: il trionfo dell’apparire. Un trionfo, che oggi, può essere conseguito soltanto in base al numero crescente di apparizioni televisive. Il cinema è passato in secondo piano. O comunque è importante solo se abbinato alla televisione. Apparire significa, non essere se stessi, ma la maschera, che si indossa, in quel momento. Quella che appunto dà la fama. E la reiterazione della maschera, che può essere sessuale, comica, polemica, eccetera, agisce come rinforzo. E per questo è così difficile poi liberarsene. Anche perché il pubblico approva e vuole la reiterazione. E come noto, il sistema mediatico è reiterativo per eccellenza: deve ripetere e diffondere sempre lo stesso messaggio, soprattutto se di successo, e in misura crescente. Diremmo ossessiva.
In secondo luogo, il mito del successo, ha alla sua base, una società, che disconosce qualsiasi altro valore se non quello del denaro. Il denaro, oggi in particolare, cancella qualsiasi “peccato originale”: il ricco viene sempre perdonato. E a maggior ragione se di successo: perché lo spettatore si identifica, e immagina quel che lui potrebbe fare se disponesse degli stessi miliardi del suo eroe ( o eroina) preferito… E’ una psicologia collettiva piuttosto rozza, ma è così. Di qui la corsa alle apparizioni televisive e quel desiderio “di sfondare” nello spettacolo, comune a molti giovani, che caratterizza appunto il “modello sociologico Gregoraci”.
Il che significa pure un’altra cosa. Che la nostra società applica due morali: una per i ricchi e una per i poveri. Al ricco viene perdonato tutto, anche in senso giudiziario… Per l’Italia, ancora non si può parlare di modello americano, dove chi è ricco e famoso, viene quasi sempre assolto dai tribunali, ma è sicuramente sulla buona strada.
In questo contesto, è perciò spiegabile, l’autoironia a sfondo masochistico della Gregoraci: vuole restare a galla, o se si preferisce nel giro televisivo. Il suo sogno è ancora quello di “sfondare”, nonostante le “disgrazie”. Sicura, che una volta in vetta, nessuno si ricorderà più delle sue disavventure.
Auguri.

venerdì, ottobre 13, 2006

Nuova legge tv. Il vero problema non è (solo) Mediaset

A Berlusconi è finalmente tornata la voce. Il solo pericolo di perdere parte dei suoi giganteschi introiti pubblicitari e di perdere Rete Quattro ne ha risvegliato la vis polemica.
Il Cavaliere ha parlato addirittura di “atto di banditismo” nei suoi riguardi.
Non vorremmo però che gli insulti berlusconiani, divenissero una specie di sentenza assolutoria, nei riguardi della trascorsa politica televisiva del centrosinistra. E anche verso quella futura.
Che cosa intendiamo dire?
Che la nuova legge, per quel che se ne può capire ora, si limita, come è tipico del riformismo di centrosinistra, a penalizzare Berlusconi, ma non il modello culturale che è dietro di lui, e soprattutto, non va a incidere su quella che è la carne viva della realtà oligopolistica del mercato televisivo. Che non dimentichiamolo e sostanzialmente dominato sul piano mondiale da poche grandi catene, e quasi tutte con sede negli Stati Uniti. Quanto all’Italia, il vero problema ( o comunque non il solo) non è mai stato quello del duopolio Rai-Mediaset, ma quello di far sorgere un vero mercato televisivo fondato su un buon numero di attori economici, di buon livello e medie dimensioni, in grado di offrire una pluralità di posizioni informative, culturali.
Il che non è mai avvenuto. Al contrario si è preferito rendere sempre più difficile la vita delle piccole televisioni private. Con risultati che sono appunto sotto gli occhi di tutti. Rispetto a trent’anni fa è sopravvissuto meno di un quarto delle televisioni allora esistenti. Inoltre le cosiddete “piccole televisioni private”, per ragioni legate alla ristretta configurazione del mercato pubblicitario, informativo e culturale, si sono nel tempo concentrate solo sullo sport e l’intrattenimento. Riproducendo in scala minore il “modello culturale” Mediaset. Che è quello americano. Non dimentichiamolo mai, a differenza di certa sinistra... Ma, del resto, se pure la Rai-Televisione, si è appiattita sullo stesso modello, perché prendersela solo con le reti televisive minori?
Due sono perciò i veri problemi.
In primo luogo, va creato un mercato televisivo libero. Come?
Uno. Lottando sul piano legislativo contro le concentrazioni di testate televisive private ( tra l’altro, la nuova legge, a quanto pare, non affronta il grande tema della privatizzazione di una Rete Rai…).
Due. Favorendo reale parità di accesso alla raccolta pubblicitaria. Anche agli attori economici "minuscoli". Ad esempio le televisioni di quartiere o di strada.
In secondo luogo, occorre un mutamento di modello culturale. Meno intrattenimento, più informazione e formazione politica, sociale, artistica, musicale, eccetera. Va assolutamente evitata la riproduzione ( spesso meccanica) di contenuti specifici televisivi Usa ( e getta, se ci si perdona la battuta...).
Si dirà, mercato e “mutamento culturale” non vanno d’accordo. Il primo è fondato sulla libertà, mentre il rifiuto dell’americanismo televisivo ( o comunque di una cultura) implica un'attenta regìa politica. Il primo rinvia a Smith il secondo a Lenin...
Può darsi… Ma perché non provare?

giovedì, ottobre 12, 2006

Veltroni: prima la "Festa del Cinema"... Poi il "terzo" mandato? Riflessioni semiserie

Roma paradiso dei cinematografari. Ma non dei romani. La "situazione traffico" come dicono certi tassisti acculturati è precipitata. Se qualche giorno fa non si circolava ora siamo alla paralisi. Ma che ci vuoi fare è il cinema bellezza (soprattutto quello hollywoodiano è cultura... No?).
Ma non è questo l'unico problema. Sembra che il sindaco Veltroni, si vocifera, si voglia ricandidare alle prossime comunali. E' da questa estate che se ne parla. Nei corridoi.
Va bene che Veltroni è un patito della storia politica americana. Ma Veltroni come Roosevelt (Franklin Delano), che fu eletto quattro volte alla presidenza degli Stati Uniti, è troppo. Certo, per il buon Walter, si tratterebbe di un terzo mandato come sindaco di Roma. Una cosa più alla amatriciana. Ma “il pericolo sussiste” , come direbbero all’Unità di Crisi della Farnesina.
E pensare che in un’ intervista azzerbinata, apparsa a fine agosto sul “Venerdì” di Repubblica Veltroni si è così autodefinito: “ Sono un uomo con il dono della serenità, una serenità malinconica forse, ma potente. Ho molte altre vite che avrei voluto e vorrei esplorare. Per qualcuna, forse, sono ancora in tempo”. Dopo di che, evidentemente, si è accorto, che gli piace troppo questa, da sindaco… E che sarebbe un peccato privare i romani...
Attenzione però: nella stessa intervista dichiara pure, un po’ orwellianamente, “di vivere”, come primo cittadino, “in una comunità di duemilioni e ottocentomila persone e qualunque cosa succeda loro mi riguarda. E’ come se vivessi ogni giorno tutte queste vite”…
Piaciuta la metafora organicista? Mica tanto. Il buon Veltroni, sia detto con tutto il rispetto, straparlicchia (direbbe Totò)… Perché se fosse davvero così, dovrebbe essere sempre incavolato. E altro che tre mandati.
Come appunto lo sono i duemilionieottocentomila di Tafazzi (perché poi lo votano), di cui sopra. Perché? Facile: Roma è piena di turisti che sporcano. I prezzi sono alle stelle. I lavori sempre in corso. Perfino, la metropolitana, meraviglia delle meraviglie, con l’aria condizionata, provoca, soprattutto d'estate, bronchiti e raffreddori. Insieme al biglietto dovrebbero darti un kit (non mi chiedete di che genere) per le broncopolmoniti galoppanti. E poi, come dessert, piccola criminalità che cresce... (ma si sa queste sono critiche reazionarie...).
E lui, Walter, lì ha tagliare nastri, raccogliere consensi, fare cose, prendere appunti, vedere gente, e perfino scrivere libri, come quello appena uscito: La scoperta dell’alba. Dacia Maraini, per recensirlo sul Corriere della Sera , ha scomodato addirittura Pirandello. Questo non è un sindaco è un major americana
Che dire? Se il governo Prodi regge, di qui a qualche anno (sai che ci vuole a cambiare la normativa elettorale…), Veltroni potrebbe ricandidarsi per la terza volta. E vincere. E così Walter forever.
A meno che, come insegna Eduardo in un vecchio film, L’oro di Napoli, non si decida tutti, di ricorrere al pernacchio moralmente debilitante. Vi ricordate? “Duca, eccetera, eccetera”, è giù il pernacchio, da parte di un intero vicolo, stanco dei soprusi automobilistici di un antipatico nobile napoletano. Mi spiego.
Se “Veltroni-terzo mandato” dovesse reiterare quel che ha dichiarato nell’intervista al “Venerdì , cioè che “rinunciare a posizioni di privilegio non [gli] costa niente”, un bel pernacchio, probabilmente potrebbe costringerlo a ritirarsi.
Non dico di tutti i duemilionieottocentomila Tafazzi, ma almeno della metà più uno. Ma mi viene un dubbio: Veltroni è antipatico? Più che altro, come ogni primo della classe, è noioso.
Però è cinefilo, e potrebbe capire. Vai pernacchio vai…

mercoledì, ottobre 11, 2006

Il libro della settimana: Amartya Sen, Identità e violenza, Editori Laterza, Roma-Bari 2006, pp.221, euro 15,00

Si può “demolire” il libro di un premio Nobel Economia come Amartya Sen? Chi si accinge a scrivere questa recensione, è già assodato, il Nobel non lo vincerà mai… E poi, molto modestamente, ha una formazione sociologica. Pertanto di titoli per incrociare la spada con il celebre economista anglo-indiano ( uno che dal tu a Blair e Clinton), ne avrebbe pochini. Però talvolta non si può farne a meno. Soprattutto quando, un pensatore delude. Infatti il primo Sen, e in particolare l’attento studioso dello sviluppo economico come fenomeno qualitativo (si veda per tutti Risorse, valori, sviluppo (Bollati Boringhieri 1992), meritava pienamente ogni attenzione: una volta letti, si chiudevano i suoi libri, quasi con dispiacere, perché ricchi di stimoli. Dopo il Nobel Economia, conferitogli nel 1998, Sen ha invece subito una metamorfosi. E’ seccante ammetterlo, ma il primo Sen, il creativo studioso di economia, è finito in soffitta, per fare spazio a un secondo Sen: un tuttologo, abile a parlare di tutto senza in realtà dire niente. Il che spiega, soprattutto negli ultimi tre-quattro anni, l’apparizione di una pletora di volumi lontanissimi dai suoi interessi accademici, come ad esempio Libertà individuale come impegno sociale (Editori Laterza 2003), oppure L’altra India: la tradizione razionalista e scettica alle radici della cultura indiana (Mondadori 2005).
Anche il testo di cui ci occupiamo, Identità e violenza (Editori Laterza 2006, pp. 221), purtroppo non si discosta da questa deriva. Il tema affrontato - quello dell’identità - farebbe tremare le vene dei polsi a qualsiasi sociologo. E invece l’autore, che in modo civettuolo (?), si autodefinisce “filosofo a tempo perso” (p. 20), lo affronta, come usavano dire i nonni, alla “garibaldina”. La sua tesi è semplice se non semplicistica: “Un ruolo centrale nella vita di un essere umano, scrive, è occupato dalle responsabilità legate alle scelte razionali. Per contro, a promuovere la violenza è la coltivazione di un sentimento di inevitabilità riguardo a una qualche presunta identità unica - spesso belligerante - che noi possederemmo e che apparentemente pretende molto da noi (spesso cose del genere più sgradevole). L’imposizione di una presunta identità unica spesso è una componente fondamentale di quell’arte che consiste nel fomentare conflitti settari” (p. IX). Perciò “la speranza di armonia nel mondo contemporaneo risiede[rebbe] in gran parte nella comprensione più chiara della pluralità dell’identità umana e nel riconoscimento che tali pluralità sono trasversali e rappresentano un antidoto a una separazione lungo una linea divisoria fortificata e impenetrabile” (p.X).
In sostanza, per Sen, un cristiano, un musulmano, un indù, un buddista non dovrebbero essere “solamente” cristiani, musulmani, eccetera, ma soprattutto padri di famiglia, lavoratori, tifosi di una squadra sportiva, di una band musicale, hobbysti, membri di una onlus, eccetera. Perché più le varie identità si riducono a una sola, più crescono i rischi della radicalizzazione politica e dunque di una violenza diffusa. Di riflesso, il pericolo di guerre e conflitti sarebbe massimo nelle società totalitarie teocratiche, dove le affiliazione sociali si riducono a una sola (Sen parla di “solitarismo” identitario, termine linguisticamente traballante, come del resto tutta la traduzione del libro).
Ora, la sociologia insegna che la violenza, non dipende dalla quantità di affiliazioni ma dalle attribuzioni valoriale e sociali che la violenza riceve. Tradotto dal sociologhese: dall’importanza che una società conferisce al “valore conflitto”. E ciò implica che il pericolo sarà massimo nelle società in cui si celebra il conflitto in quanto tale, e minima in quelle dove il conflitto viene sublimato, o comunque rimosso culturalmente. E proprio le società moderne, a partire dall’economia, sono altamente conflittuali. Dato che Sen, sembra ignorare. Fermo restando, che il conflitto è presente in misura fisiologica, come del resto la cooperazione, in ogni società.
Ma c’è dell’altro. Sen, come terapia contro il “solitarismo” identitario suggerisce la laicizzazione. Esemplare è la sua posizione verso il confessionalismo religioso scolastico inglese, oggi di ritorno, che teme e riprova. Sentiamolo: “La politica ufficiale di promuovere attivamente le ‘nuove scuole religiose’ appena istituite per i bambini musulmani, induisti e sikh (in aggiunta alle preesistenti scuole cristiane), che è la dimostrazione di questo approccio, non solo è discutibile sotto il profilo educativo, ma incoraggia anche una percezione frammentaria di ciò che è necessario per vivere in una Gran Bretagna ‘desegregata’. Molti di questi nuovi istituti stanno nascendo proprio in un momento in cui il fatto di dare la priorità alla religione rappresenta una delle maggiori fonti di violenza a livello mondiale” (p. 162).
Osservazione che non è del tutto sbagliata. Ma che in Sen sfocia nella teorizzazione di una scuola di Stato, che finalmente metta in grado gli scolari di fede non cristiana di “sviluppare la capacità di ragionare” e decidere se accettare o meno “l’ethos dei padri” (p. 163). Insomma, di saper scegliere fra tradizione e modernità”, sperando, in cuor suo, che i giovani scelgano quest’ultima… Un’opzione che, viste le difficoltà di inserimento non tanto economico quanto di legittimazione sociale (nell’interazione quotidiana faccia a faccia, come per i neri negli Stati Uniti), rischia però di trasformarsi, davanti alle quotidiane umiliazioni, in rabbiosa risposta terroristica. Quel che stupisce è l’ingenuità sociologica di Sen. In particolare il suo credere che moltiplicando le affiliazioni sociali, come per incanto, possano sparire i tutti i problemi legati all’integrazione sociale concreta, quella di tutti giorni. Se non ricordiamo male, uno dei terroristi dell’11 luglio londinese, anche rappresentativo, oltre a essere un insegnante era membro di varie istituzioni sociali. E perciò immune, almeno stando a Sen, da qualsiasi scelta violenta, E invece…
Inoltre, nonostante le critiche alle culture comunitarie. anche Sen finisce per propugnare, la solita pseudocultura unica ( e perciò in certo senso anch’essa identitaria ma livellatrice di tutte le differenze), fondata “sull’impellente necessità di interrogarsi anche sui valori, sull’etica e sul senso di appartenenza che dà forma alla nostra concezione del mondo globale” (p. 188): cultura che dovrebbe scaturire non dall’operato di uno “stato Mondiale” ma dal basso. Ma Sen non spiega come. Resta poi difficile capire come possa conciliarsi l’ etica globale (dal basso) con il confessionalismo “laico” di Stato (dall’alto)…
Evidentemente i problemi sono altri. E forse hanno a che fare, oltre che con la geopolitica, con l’immagine (immagine?) che volente o nolente l’Occidente spesso trasmette di se stesso: gaudente e ricco e poco virtuoso. Ma anche la povertà dei popoli non occidentali, gioca un ruolo fondamentale nei conflitti attuali. Di certo per estirparla non saranno sufficienti la forza pura delle armi o quella di una fittizia etica democratica globale basata sulla “discussione pubblica”, come auspica il Premio Nobel. E neppure la carità pubblica internazionale… Forse potrebbe riuscirvi l’economia di mercato, dal momento, che a detta dello stesso Sen - e qui torna a farsi sentire la concretezza dell’economista - “è impossibile raggiungere la prosperità economica generale senza fare largo uso delle opportunità di scambio e specializzazione offerte dai rapporti di mercato” (p. 139). Ma sulla base di quali valori? Quelli di mercato? Sen tace. E probabilmente fa bene. Perché la cultura di mercato, senza la cornice di una cultura comunitaria, la stessa che Sen critica, rischia di trasformarsi nel fondamentalismo di segno opposto.
E allora ? Il problema, è complesso. Andrebbe individuata una terza via tra Marte e Mercurio... Tra guerra e buoni affari, spesso buoni solo per una sola delle due parti… Ma come? Quel che occorre è un universalismo comunitario, basato sul reciproco rispetto tra le diverse identità. Un universalismo frutto di una millenaria saggezza diffusa ( filosofica, spirituale e religiosa) che non può non avere radici identitarie, almeno per quel che concerne i diversi contesti di origine e sviluppo. Quelle stesse radici che Sen invece vorrebbe estirpare in nome di una modernità assoluta.
E conflittualistica.

martedì, ottobre 10, 2006

Il rialzo del tasso di sconto e le giustificazioni della BCE: l' inflazione questa sconosciuta.

La Banca Centrale Europea ha giustificato il recente rialzo del tasso di sconto principale al 3,25 %, il quarto da dicembre, evocando il pericolo di “una ripresa inflazionistica”… Ma che cos’è l’inflazione, soprattutto da un punto di vista sociologico. Cerchiamo di capirlo insieme. Soprattutto per comprendere in senso più profondo le decisioni della BCE.
Come un terremoto l’inflazione apre voragini sociali, inghiotte classi e ceti, distrugge patrimoni, stati, imperi. Nella Roma vincitrice di Cartagine elevò i Cavalieri, prestatori di denaro, e iniziò a erodere le laute rendite del patriziato. Nel tardo Impero, il problema di pagare le truppe, attraverso successive riduzioni del contenuto metallico delle monete, rovinò i Cavalieri, ormai “imborghesitisi” e il notabilato provinciale, oppresso da tasse elevate e dalla caduta del potere d’acquisto. Nel XVI secolo l’afflusso di metalli preziosi dall’America distrusse l’economia spagnola: l’orò facile svuotò le campagne e le casse imperiali, disabituò al lavoro un intero popolo, che quando il flusso si interruppe, credeva ancora di poter vivere di rendita. All’inizio del XIX secolo l’inflazione provocata dalle guerre napoleoniche divorò quel che rimaneva delle rendite terriere aristocratiche e favorì l’ascesa di una rapace borghesia degli affari. La guerra civile americana, e l’inflazione che ne seguì (dovuta al cambio delle moneta imposto dal Nord vittorioso), cancellò le aristocrazie sudiste.
Ovviamente alle inflazioni si accompagnano le deflazioni: fasi di brusca diminuzione dei prezzi. Che essendo in gran parte causate anche da un senso di scoraggiamento generale verso il futuro rischiano di sfociare in periodi di stasi economica e poi in sommosse, rivoluzioni e persino guerre, come negli anni Trenta del Novecento.
Va però ricordato, che con l’avvento del capitalismo consumistico post-1945 (dal credito facile), l’alternanza tra inflazione e deflazione si è interrotta o comunque si è fatta più episodica, almeno fino alla seconda metà degli anni Ottanta. Periodo in cui si è affacciata una nuova spirale inflazionistica con successive, pur lievi, cadute deflazionistiche. Attualmente i prezzi, soprattutto dopo il passaggio all’Euro, sono in crescita. Niente che per il momento riporti ai fenomeni storici di cui sopra, ma sicuramente è in atto, come dire, un sommovimento sociologico, composto di tante piccole scosse, avvisaglie o sintomi appena percettibili. Ma il terremoto, il maledetto terremoto sociale, che ogni inflazione porta con sé, è purtroppo nell’aria. Di qui l’ attuale atteggiamento restrittivo della BCE. A dire il vero poco responsabile, perché i suoi dirigenti ignorano, o fingono di ignorare (per favorire servilmente il dollaro e l'economia americana), i bassi tassi di sviluppo europei. Anche a rischio di soffocare la ripresa economica europea, a causa del crescente costo del denaro.
Ma torniamo alle avvisaglie.
Il primo sintomo è la sfiducia delle classi medie a reddito fisso verso la crescita del proprio potere d’acquisto: operai specializzati, dipendenti pubblici, quadri intermedi, statali e privati. Purtroppo, come già si scriveva nel Cinquecento, il primo segno di inflazione è rappresentato dalla sensazione che intorno a noi tutto aumenti. Una specie di sintomo dell’assedio, avvertito psicologicamente da chi non abbia altre entrate, come un pensionato pubblico ( monoreddito, come si dice...) . Dopo di che, per contagio sociale, la sensazione di diffonde, provocando ulteriori aumenti dei prezzi, e preparando la successiva deflazione ( che sarà tanto più dura quanto più elevato il tasso di inflazione).
Un secondo sintomo è il consumismo euforico che distingue lo stile di vita delle classi a reddito variabile: imprenditori, professionisti, industriali, grandi distributori, operatori del “lusso” e della finanza. I quali assecondano l’ascesa dei prezzi, e vivono come tutte le classi sedute su un vulcano acceso, molto al di sopra dei mezzi disponibili, convinte e fiere della giustezza del loro stile di vita, ma ignare che la successiva deflazione può sancirne la sparizione.
Il terzo sintomo è l’incapacità dei governi. In primo luogo, come mostra la vicenda dell’Euro (il cui cambio troppo elevato ha penalizzato monete debole come la Lira), si registra una sudditanza totale nei riguardi dell’economia, come accadeva nella Spagna del Cinquecento. Se i re spagnoli erano nelle mani di voraci prestatori di denaro, i governi di oggi sono prigionieri di banchieri ed economisti (con alcune eccezioni..,) al servizio dei poteri forti. In secondo luogo, molti governi mostrano di non voler o saper affrontare adeguatamente i problemi di coloro che hanno redditi saltuari o non ne hanno affatto: una massa di poveri (disoccupati, pensionati sociali, immigrati, eccetera) destinata perciò a crescere e, purtroppo ad assorbire i nuovi poveri (i ceti medi declassati da una più che probabile ripresa della spirale inflazione-deflazione).
Classi medie in difficoltà, ceti ricchi irresponsabili, governi imbelli, povertà crescente. I sintomi ci sono tutti, come del resto mostrano le statistiche sociali. La terra potrebbe perciò iniziare a tremare di nuovo e sul serio. Complici la crisi petrolifera, le guerre americane e il terrorismo. E come sempre l’insipienza degli uomini.

lunedì, ottobre 09, 2006

C'era una volta la sinistra. Partito Democratico? Ma per andare dove?

“Partito Democratico più di un sogno”. Così ieri titolava Repubblica. Ma può essere il partito democratico l’unico futuro possibile per la sinistra italiana? Un partito, come quello che si sta profilando, che rifiuti persino i principi storici (redistribuzione e programmazione) della socialdemocrazia? E che creda soltanto nel vago riformismo?
No. Piuttosto che di un sogno si dovrebbe parlare di incubo. O di vera e propria crisi. E si tratta di una crisi che riguarda non solo la sinistra nella sua componente "riformista". Ma anche la sinistra avvicinatasi, magari in ritardo, alla socialdemocrazia... Ad esempio, di recente, il ministro Paolo Ferrero di Rifondazione ha dichiarato al Manifesto (7-10-06) che con la finanziaria si "è invertita la lotta liberista". Contento lui...
E’ perciò proprio il caso di dire: c’era una volta la sinistra…”. Può piacere o meno, ma è così. Si tratta ovviamente di un fenomeno non solo italiano, ma che riguarda l’intero Occidente democratico. Tuttavia, la crisi della sinistra è così generale e profonda, che prima di parlarne, è necessario fare un passo indietro: che cosa significa, o meglio che cosa voleva dire essere a sinistra ?
In primo luogo, significava condividere i valori della libertà (come libertà da ogni credo imposto dall’esterno), dell’eguaglianza (soprattutto economica), della fraternità, (principalmente di classe tra lavoratori, o comunque tra uomini sfruttati). In secondo luogo, la condivisione di questi valori implicava un atteggiamento negativo verso il capitalismo, posizione che poteva evolvere in senso riformista o rivoluzionario. In terzo luogo, e qui le posizioni tra socialisti e comunisti divergevano (ma non troppo), la leva per “sollevare” il mondo, era rappresentata dalla politica , dallo stato e dalle sue istituzioni. Per i socialisti, all’economia capitalista si doveva sostituire l’economia mista, la programmazione, lo stato sociale, senza però sopprimere la piccola proprietà privata: al socialismo si sarebbe arrivati per gradi e democraticamente. Per i comunisti invece, gli obiettivi socialisti, non erano che un primo passo verso la trasformazione della società in senso comunista, anche attraverso una "rottura" rivoluzionaria: si doveva a ogni costo costruire un “nuovo mondo” basato sulla proprietà collettiva e (solo in una prima fase) su quella statale dei mezzi di produzione.
I primi in certo senso si accontentavano, i secondi no.
Oggi queste idee (soprattutto quelle comuniste in senso stretto), molto dibattute fino a vent’anni fa, sono completamente passate di moda, anzi chi ne parla rischia di essere definito un passatista o un pericoloso romantico.. Il crollo del comunismo reale, la lenta erosione della “classe operaia”, la dipendenza dal e da potere di molti politici di sinistra hanno giocato un ruolo decisivo nella dissoluzione del “vecchio modo” di essere a sinistra. Basta dare un’occhiata ai programmi della sinistra italiana e alle scelte dell’attuale governo Prodi, per capire, come dei tre valori fondamentali, cari alla sinistra, sia rimasto ben poco: la libertà è intesa soprattutto come libertà esclusivamente civile, se non proprio “privatistica”; l’eguaglianza è ancora accettata ma non deve contrastare i valori di mercato (flessibilità e concorrenza), e in questo senso si preferisce parlare di equità, come eguaglianza delle regole o procedure di trattamento, e non delle condizioni economiche di partenza o di arrivo; la fraternità, infine, è soprattutto rivolta all’esterno, verso categorie indeterminate, come i “poveri” della terra. Il che è nobile e giusto, ma non basta: per cambiare il mondo serve la politica come designazione del nemico e realistica analisi dei rapporti di forza e degli obiettivi. Certo, resta l’antiamericanismo di fondo, che spesso viene però utilizzato strumentalmente, in funzione antigovernativa ( quando si è all’opposizione…): non va infatti dimenticato che nel 1999, con le sinistre al governo, in occasione del via libera italiano all’intervento Nato nel Kosovo, Veltroni patrocinò la prima manifestazione dell’intera storia del movimento operaio italiano in favore di una guerra, praticamente imposta dagli americani agli alleati europei.
Sono rimaste perciò solo le grandi parate e gli slogan politicamente minimalisti (“Contro"o "A Favore" della legge finanziaria di Tizo o Caio) o politicamente incongruenti (“No agli Usa in Iraq, sì all’Onu“), mentre l’atteggiamento nei riguardi del capitalismo, quello che una volta era il nemico principale, si è fatto meno limpido, più pragmatico, e in alcuni casi addirittura servile. A sinistra, come del resto a destra, oggi si parla solo di sviluppo, produttività, competitività e, quel che è peggio, di come ingraziarsi i mercati finanziari.
Di chi è la colpa? Delle idee? Degli uomini? Idee, come quelle di eguaglianza, libertà e fraternità, sono idee forti, sulle quali si può costruire ancora oggi. Le élite (di sinistra) sicuramente non sono state all’altezza dei valori. Ma va anche detto, ad esempio a proposito del principio di eguaglianza, che se questo valore viene preso alla lettera, magari attribuendo allo stato poteri eccessivi in materia, si rischia la deriva totalitaria, come del resto insegna la storia.
Il problema insomma è come declinare concretamente questi tre grandi principi. E al tempo stesso, come sottrarli agli artigli del burocratismo ottuso e feroce (che spesso ha contagiato la sinistra come la destra totalitaria) e del mercato capitalistico ( celebrato dalla destra del denaro e dalla sinistra pseudoriformista) . E’ il vecchio problema della ricerca di una Terza (o Quarta) Via tra sistemi politici diversi: di come liberarsi dal totalitarismo ermeneutico del “di qua o di là”: si può essere di sinistra senza essere di sinistra? (e qualcuno sottovoce aggiungerà di destra senza essere di destra?).
Ai lettori di sinistra (e di destra) la risposta.

venerdì, ottobre 06, 2006

Perché il governo Prodi non funziona

E’ molto facile criticare in modo qualunquistico il governo Prodi, come sta facendo certa destra. Ma in effetti c’è un aspetto che va sottolineato. Mentre il governo Berlusconi era attaccato dal centrosinistra, il governo Prodi è attaccato dal centrodestra e da una parte della sinistra, sia moderata (sindaci, Margherita, democristiani di sinistra), sia radicale (Verdi, neocomunisti, movimenti, si vedano le reazioni agli sgomberi di Roma e in altre città, per non parlare dellle critiche alla politica sociale prodiana). Si può così ritenere che il governo Prodi, rispetto a quello Berlusconi sia due volte instabile: rispetto all’opposizione (esterna) di centrodestra e rispetto all’apposizione (interna di centrosinistra). In queste condizioni non può assolutamente andare lontano. Anche perché Prodi non ha alcuna forza politica sulla quale contare, se non un ristretto numero di colonnelli, privi di esercito, a partire da Parisi. Ma questa è politica politicante. Non ci interessa ( o comunque fino a un certo punto…)
Infatti la colpa di come stanno le cose non è solo di Prodi. Il vero problema è che le democrazie rappresentative pluripartiche sono in crisi in tutta Europa. Esclusa ovviamente la Gran Bretagna, tradizionalmente bipartitica. Come al solito la prendiamo da lontano. Ma ne vale la pena.
Il bipartitismo non è certamente la più alta forma di democrazia, ma è sicuramente più stabile ( o meno instabile) del pluripartismo, anche se di coalizione, ad esempio come in Italia. Non vogliamo però qui sciogliere alcun peana in onore del bipartitismo. Anche perché come mostra la letteratura in argomento i partiti democratici tendono poi a dividersi in correnti sulla base delle consuete divisioni (destra, sinistra, centro), oppure intorno a leader interni. Perciò anche nel bipartismo, alla fin fine i “partiti” (divisi in correnti) finiscono per essere almeno sei, se non di più. Pertanto, e può sembrare paradossale, una riforma elettorale maggioritaria, dovrebbe essere collegata a un riforma nello stesso senso dei sistemi elettorali interni dei singoli partiti. Insomma, la stabilità di un sistema politico democratico, richiede metodi di voto capaci di ridurre la democrazia interna alle istituzione e ai partiti. Ci spieghiamo meglio.
Nelle democrazie rappresentative il processo democratico, come è noto, si divide in tre fasi: quella del voto elettorale, quella della discussione parlamentare e quella della decisione politica finale. Ora, di regola, la democrazia rappresentativa per funzionare, richiede che nella fase di discussione come in quella decisionale siano in pochi a discutere e soprattutto decidere: il popolo vota, e dunque esercita la sua sovranità, ma poi le discussioni politico-tecniche, e principalmente le decisioni devono assolutamente essere prese da pochi, decisi e affidabili uomini. In caso contrario: quanto più la fase della discussione risente di pressioni esterne (economiche, sociali, culturali, morali), tanto più i temi affrontati perdono significato e valore primitivi . Fino al punto che la decisione politica finale, finisce per essere una forma di cattivo compromesso tra posizioni completamente diverse, e dunque priva di qualsiasi riferimento con le posizioni iniziali delle diverse fazioni politiche.
Insomma, la democrazia rappresentativa "funziona" solo se si regge sul governo dei "pochi", come accade in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. Ovviamente, ciò che può essere funzionale sul piano politico può non esserlo su quello sociologico. Infatti gli effetti di ricaduta sociale delle democrazie rappresentative bipartitiche e decisioniste (come assenza di qualsiasi compromesso, anche cattivo), spesso sono dannosi. Ridurre al solo voto il momento democratico, provoca nell’elettore un crescente disinteresse per la politica, che favorisce il rafforzamento delle cosiddette élite del potere. Inoltre, non è detto che una volta venute meno le pressioni esterne sociali, culturali e morali, non possano continuare a esercitare un ruolo determinante i gruppi di pressione economica, spesso contigui per formazione e frequentazione sociale all’élite politiche. Un ruolo rilevante viene poi giocato dalla élite militare, ovviamente in relazione alle diverse tradizioni nazionali. Di solito, nelle società a sistema politico bipartico (si pensi in particolare agli Stati Uniti), il predominio delle élite politiche, economiche e militari (segnato dall’approvazione di leggi favorevoli alle classi abbienti) conduce inevitabilmente a grandi sperequazioni e discriminazione sociali. Si pensi, anche in questo caso, alla società statunitense.
Per tornare al governo Prodi, si può ritenere, che all’interno della democrazia rappresentativa, pur nelle sue due forme (pluripartitica e bipartitica), non abbia alcuna alternativa. Se dovesse cadere verrebbe sostituito da un governo di centrodestra o di grande coalizione, dalle stesse caratteristiche. Più o meno. Mentre un eventuale (per quanto difficile) passaggio al bipartitismo (magari rafforzato dal presidenzialismo), rischia di accrescere l’indifferentismo politico ed elettorale dei cittadini e favorire nuove discriminazione sociali ed economiche. La stabilità sarebbe perciò solo apparente. E solo politica...
Servono altre forme di democrazia. Ma quali?

giovedì, ottobre 05, 2006

Riletture: Othmar Spann (1878-1950)

Hothmar Spann (1878-1950), ha subito il triste destino del filosofo sociale che crede di poter influire direttamente sulle vicende politiche del suo tempo. Insomma, che "sogna" di vedere le proprie idee realizzate storicamente. Ma come insegna la storia, spesso i tiranni prendono altre strade e non ascoltano i filosofi, almeno da Platone in poi, e spesso li imprigionano o uccidono. E Spann, se ne scelse, uno tra i più terribili e protervi della storia: Adolf Hitler. Ciò non toglie che alcuni aspetti della sua filosofia sociale olistica - parliamo ovviamente di Spann - fondata sull’ idea di Ganzheit (“interezza”, in lingua tedesca) non meritino, se non di essere recuperati, almeno studiati.
Othmar Spann nasce nel 1878 ad Altmansdorf, vicino Vienna, da un’ agiata famiglia borghese, il padre è un ricco imprenditore. Studia nelle Università di Vienna, Zurigo, Berna e infine Tubinga. Dove nel 1903, sotto la guida di Albert Schäffle, il celebre teorico dell’organicismo sociologico, si laurea in Scienze Politiche. Tra il 1903 e il 1907, lavora presso la "Centrale für private Fürsorge" (Centro di Previdenza Sociale) di Francoforte sul Meno. Nel 1907 consegue la libera docenza in Economia Sociale presso il Politecnico di Brünn (oggi Brno, Repubblica Ceca), Nel 1911 riceve la nomina a professore ordinario. Nel 1914 si arruola, ma viene ferito gravemente e, in seguito, trasferito ad altri incarichi presso il Ministero della Guerra a Vienna.
Nel 1919, costretto a lasciare la cattedra di Brünn, perché inviso ai nazionalisti cecoslovacchi, si trasferisce a Vienna per insegnare Economia Politica e Dottrina della Società. Nella caotica situazione del dopoguerra austriaco e tedesco, non fa mistero delle sue posizioni filotedesche (favorevoli all’unione tra Germania e Austria), antiliberali e anticomuniste. La fine degli anni Venti, in un’Austria sempre più politicamente divisa, lo trova schierato, ma con grandi riserve, con il corporativismo cattolico. Tuttavia non apprezza l’operato politico di Dollfuss. E ne è ricambiato. Negli anni Trenta si avvicina ai nazionalsocialisti. E dopo l’arrivo di Hitler al potere nel 1933, Spann si illude di poter addirittura influenzare il nazionalsocialismo grazie allo Spannerkreis, formatosi intorno a lui a Vienna e Berlino. Ma Hitler ha altri progetti: punta alla costruzione di uno stato totalitario (monistico), e non organico-corporativista (moderatamente pluralista), e le teorie di Spann vengono bruscamente accantonate. Nel 1938, dopo l’annessione dell’Austria al Reich, Spann viene arrestato dalla Gestapo, e con lui il figlio Raphael e il discepolo Walter Heinrich. Dopo qualche mese di carcere viene liberato insieme al figlio. Heirinch invece dovrò trascorrere un anno e mezzo di prigionia a Dachau. Deluso e timoroso per la sua vita, Spann si ritira a vita privata in campagna. Nel dopoguerra non viene reintegrato e perde così definitivamente la cattedra universitaria. Muore, completamente isolato, nel 1950: a Dio spiacent[e] e ai nemici suoi…
Due osservazioni sul suo pensiero.
In primo luogo, va sottolineato il grande spessore teorico, concettuale e metodologico della sua concezione, come si evince dall'analisi di un testo come Kategorienlehre (La dottrina delle categorie, 1924), dove Spann mette a punto la su epistemologia. Lo studioso austriaco, come è noto, parla di universalismo (concetto che rinvia all’ “interezza” del soggetto studiato) per contrapporlo all’individualismo (che invece rimanda sua alla “incompletezza” o “parzialità) . In realtà il suo è un autentico approccio olistico. Spann sviluppa analiticamente e in modo concreto la triplice dipendenza funzionale e dinamica (“in movimento”): (1) tra le varie parti; (2) tra le parti e il tutto; (3) tra il tutto e le parti. Il che non è poco, in tempi come quelli oggi, dove si preferisce spacciare per olismo le più bislacche teorie, magari di esotica provenienza…
In secondo luogo, l’ elemento di differenza tra l’olismo di Spann (a sfondo gerarchico o verticale) e l’olismo contemporaneo ( “democratico” e orizzontale) ad esempio di un Capra o di altri, non è tanto nel fatto (accettato da entrambe le correnti) che la somma delle singole parti, o tutto, sia maggiore delle singole parti, quanto che in Spann, il tutto preesiste sempre alle parti, e perciò assume un valore fondante, e di conseguenza la possibilità delle singole parti di influire sul tutto è nulla. E questo è indubbiamente un limite (su questi aspetti, e anche per capire le differenze tra l’organicismo “verticale” di Spann e quello più propriamente totalitario, si veda O. Spann e W. Heinrich, Lo Stato Organico: il contributo della scuola di Vienna a “Lo Stato” di Costamagna, a cura di G. Franchi, premessa di G. F. Lami, Edizioni Settimo Sigillo, Roma, s.d. - http://www.libreriaeuropa.it/ ). Ciò non toglie che la Kategorienlehre per la sua ricchezza analitica ed espositiva, resti un’opera fondamentale non solo per ricostruire il pensiero di Spann, ma per studiare l’olismo come categoria epistemologica e filosofica, anche (o soprattutto per alcuni) a prescindere dal pensatore austriaco… Un testo che perciò andrebbe riscoperto e studiato attentamente.
Tra le suoi scritti ricordiamo: Zur Logik der sozialwissenschaftlichen Begriffsbildung (1905), Zur Kritik des Gesellschaftsbegriffes der modernen Soziologie (1905) Wirtschaft und Gesellschaft (1907), Der logische Aufbau der Nationalökonomie (1908), Die Haupttheorien in der Volkswirtschaftslehre (1911, trad. it. Sansoni, Firenze 1936), Kurzgefasstes System der Gesellschaftslehre (1914) Vom Geist der Volkswirtschaftslehre (1919), Der wahre Staat (1921) (trad it. Edizioni di Ar, Padova 1982-1984, 3 voll. - http://www.libreria.ar/ ) Gesellschaftsphilosophie (1928), Irrungen des Marxismus (1929, trad. it. SEB, Milano 1995)), Hauptpunkte der universalistischen Staatsauffassung (1929), Geschichtsphilosophie (1932) Ganzheitliche Logik, (1932), Naturphilosophie (1937), Religionsphilosophie (1947). Per una bibliografia esaustiva si rinvia alla Gesamtausgabe, a cura di W. Heinrich e altri, Akademische Druck und VerlagsanstaltUniversitäts-Buchdruckerei und Universitäts-Verlag Dr. Paul Struzl GmbH, Graz 1963-1979, voll. 1-21 - http://www.adeva.com/ ). Sul suo pensiero si veda in lingua italiana l’ approfondita sintesi sempre di Giovanni Franchi, La filosofia sociale di Othmar Spann (Jouvence, Roma 2002 - http://www.jouvence.it/), con ricca bibliografia di e su Spann, a cui rinviamo il lettore curioso. Per capire l’uomo Spann, apparentemente pieno di sé, ma anche lo strano clima di paura e sospetto in cui egli viveva nella Vienna di fine agosto 1934 (circa un mese dopo l’ assassinio di Dollfuss…), si veda Antonio Scaglia, La sociologia europea del primo Novecento. Con la traduzione di “Avventure Sociologiche” di Dirk Käsler (Franco Angeli, Milano 1992, pp. 161-168 - http://www.francoangeli.it/ ). Dove sono raccolte le puntuali osservazioni dello studioso americano Earle Edward Eubank, che in quegli anni lavorava a una storia della sociologia, giunto a Vienna il 24 agosto del 1934 per intervistare Spann, come tappa intellettuale non secondaria di un tour europeo, che lo avrebbe portato a colloquio con i principali sociologi dell’epoca.

mercoledì, ottobre 04, 2006

Il libro della settimana: Juan J.Linz, Democrazia e autoritarismo, il Mulino, Bologna 2006, pp. 614, euro 40,00

Finalmente una gradita sorpresa editoriale. Parliamo della raccolta di scritti del politologo Juan J. Linz, ancora fresca stampa, curata da Marco Tarchi (Democrazia e autoritarismo. Problemi e sfide tra il XX e il XXI secolo, il Mulino, Bologna 2006, pp. 614, euro 40,00).
Chi scrive, ricorda di aver scoperto tanti anni fa Juan J. Linz, leggendo la sua densa introduzione al celebre libro di Roberto Michels, La sociologia del partito politico nella democrazia moderna, riedito dal Mulino nel 1966, e mai più ristampato (tra l’altro sarebbe interessante scoprire perché…). In quello scritto Linz, notava che Michels, con la “sua figura di uomo politico romantico deluso, di patriota di una patria adottiva, e di scienziato, riflette come poche altre i conflitti di realtà e le contraddizioni che caratterizzano i primi decenni del XX secolo” (p. XXXVIII). Circa trent’anni dopo, tornando sull’argomento, scriverà che il suo interesse, “forse” era dovuto al fatto che anche Michels, come lui, si “collocava nel punto di intersezione di molti problemi e ‘circoli vitali’ ” (si veda l’Introduzione di Tarchi, p. 28).
Linz come Michels? Non proprio. Eppure qualcosa li accomuna. Probabilmente, da un lato, la visione di una scienza politica che per verificare le ipotesi faccia finalmente largo ricorso alla storia e alla comparazione tra regimi, e dall’altro la consapevolezza del ruolo dinamico e sulfureo delle élite politiche. Due affinità alle quali può esserne aggiunta una terza: l’idea che storia e società abbiano matura magmatica. I regimi politici e sociali sarebbero soggetti a continue trasformazioni. Di qui l’ interesse, particolarmente in Linz, per le crisi e le transizioni politiche: dalla democrazia al totalitarismo (e all’autoritarismo), e viceversa: la storia come un immenso e tragico laboratorio. Con tutti i “problemi” e “circoli vitali”, che inevitabilmente sorgono e si intrecciano… Di qui, per affrontarli, quella sua necessaria apertura umana e “metodologica”, da alcuni liquidata come eclettica (come avvenne, puntualmente, anche con Michels).
Del resto la stessa vita di Linz, nato in Germania nel 1926, da padre tedesco e madre spagnola, non assomiglia, come si dice, a una passeggiata. Perde il padre, ancora piccolo. Lascia la moribonda Repubblica di Weimar, per trasferirsi nella Spagna sull’orlo della guerra civile. Dove si laurea in Scienze politiche e Diritto (1947-1948). Ma all’inizio degli anni Cinquanta mette le ali della libertà e vola negli Stati Uniti. Prende il Ph.D in Sociologia alla Columbia University (1959), dove resta nei dieci anni successivi (1960-1968), per poi passare, lo stesso anno, a Yale, dove ancora insegna. Concedendosi però frequenti soggiorni in Europa, soprattutto in Spagna, come in occasione della transizione democratica post-franchista, da autorevole politologo. Nonché poliglotta, e stando ai suoi collaboratori, gran fumatore di “Ducados”… E con un piccolissimo, e ormai giudicato con distacco, peccato di gioventù: un adolescenziale entusiasmo per José Antonio Primo de Rivera.
Ma veniamo al libro.
Va dato atto a Marco Tarchi, politologo di lungo corso, dell’ottima e aggiornata scelta. La raccolta è divisa in tre blocchi tematici: Problemi di teoria politica (pp. 61-203); Problemi dell’autoritarismo (pp. 207-422); Problemi della democrazia (pp. 425- 614). Risulta evidente che si tratta di un grosso e denso volume, di cui non è facile riferire integralmente, nell’esiguo spazio di una recensione giornalistica. Ci limiteremo perciò ad alcune indicazioni selettive.
Si può cominciare a leggerlo dalla seconda parte (Problemi dell’autoritarismo) dove è raccolto il meglio della produzione sul fascismo del Linz “comparativista” : due notevoli studi sul fascismo come fenomeno storico-sociologico e come “latecomer”. Un fascismo “ultimo arrivato” (in senso cronologico-politico), che doveva forzosamente ragionare per “nuove sintesi”, e soprattutto opporsi e distinguersi dalle ideologie precedenti. E che dunque innovava originalmente il dibattito politico e ideologico. Ovviamente semplifichiamo, e soprattutto non assolviamo… Ma ad esempio, secondo Linz, il fascismo italiano, pur restando una dittatura, non va incluso nella categoria del totalitarismo. Lo studioso di Yale parla del fascismo come di un “regime autoritario di mobilitazione in società post-democratiche”. Si dirà, sottigliezze da politologi… Eppure come nota Tarchi, la definizione “ha alienato a Linz le simpatie di alcuni storici, che dell’equazione fascismo-totalitarismo hanno fatto una sorta di dogma più ideologico-politico che scientifico (p. 29, nota 63). Anche italiani.
Quanto alla prima parte (Problemi di teoria politica), si raccomanda in particolare la lettura del saggio sull’Uso religioso della politica e/o l’uso politico della religione (pp. 95-126). Dove Linz, seziona abilmente il rapporto tra politica e religione. Da un lato vi sono le religioni politiche, come quelle rappresentate dal nazionalsocialismo tedesco (ma anche forme pure, teocratiche e cesaro-papistiche, storicamente più rare), e dall’altro la religione politicizzata, come certo cattolicesimo nazionale spagnolo, anni Trenta, di stampo più autoritario che totalitario. Mentre al centro vi è la separazione tra Stato e Chiesa (consensuale e pacifica, oppure conflittuale, come nella Spagna repubblicana pre-guerra civile). Il discorso di Linz è meno astratto di quel che appare. Perché riesce a dimostrare come il separatismo conflittuale (si pensi a quello dei repubblicani spagnoli del 1936), provochi controreazioni altrettanto dure di natura cattolico-nazionale (la guerra civile…). Mentre una saggia separazione consensuale, o comunque un blando autoritarismo, come nell’ultima parte del franchismo, può facilitare il passaggio a forme di democrazia liberale e consensuale. Anche religiosa. Sono argomenti sui quali Zapatero dovrebbe riflettere…
Infine la terza parte (Problemi della democrazia), ospita un magnifico saggio sulla Legittimità democratica e il sistema socioeconomico (pp. 483-539). Il titolo non deve spaventare, perché lo scritto in pratica analizza i gradi di consenso (degli europei) al sistema economico capitalistico. I dati usati da Linz, riguardano sondaggi di opinione che risalgono alla prima metà degli anni Ottanta (1981-1985). Ne viene fuori un quadro sostanzialmente consensuale. Benché Linz, già mostri di intuire, possibili fonti di delegittimazione nell’ascesa di nuovi valori (e movimenti) post-materialisti, e dunque critici del capitalismo. Come poi in parte è avvenuto. L’aspetto interessante è che Linz fa dipendere la legittimità economica da quella politica: dove c’è fiducia nella democrazia, è probabile che presto o tardi fiorisca anche quella nel mercato. Ecco ciò che scrive dei paesi di recente democratizzazione: “La valutazione positiva delle istituzioni democratiche, a prescindere dalla loro capacità di cambiare il sistema socio-economico, può rivelarsi il fattore che consente alla macchina capitalistica di continuare a funzionare e di raggiungere livelli accettabili di rendimento. A sua volta questo, successo legittimerebbe molte delle istituzioni sistemiche (le organizzazioni degli imprenditori, i sindacati), anche se non è scontato che crei nei confronti del sistema capitalistico un clima di legittimazione analogo a quello che si respira nelle prime democrazie dei paesi industriali dell’Occidente” (p. 539).
Ecco, quel “non è scontato”, riassume magnificamente lo spirito della sua opera: rispetto dei fatti e soprattutto del divenire storico, così pieno di sorprese. Ma anche realismo sociologico, come rifiuto di idealizzare la politica, a cominciare dalla figura dell’elettore: “La qualità della classe politica, nota Linz, non è indipendente dalla ‘qualità dell’elettorato’ e si potrebbe stilare un elenco delle caratteristiche negative di quest’ultimo. Non è sempre chiaro se siano i cattivi leader a ‘corrompere’ gli elettori - spesso è così - o se siano questi a perdonare le azioni che vanno a detrimento della qualità della democrazia, quando non si curano di chi li rappresenti e li governi” (p. 613).
Giusto. Spesso la libertà per alcuni è un peso. E questo non è un problema “politologico” ma morale. Tuttavia, si può costringere l’uomo a essere libero? Linz, da studioso delle istituzioni democratiche, risponderebbe di no: perché la democrazia è consenso ma anche rischio.
Proprio come la libertà.

martedì, ottobre 03, 2006

La finanziaria "tutta equità e sviluppo". La "forza propria" delle parole...

Le parole, e i principi che incarnano, spesso acquistano forza propria, soprattutto in politica: a forza di sentirle ripetere, si finisce per accettarle senza discutere, come evidenti in se stesse: Insomma, le si continua a usare sicuri che nessuno chiederà alcuna “dimostrazione” o prova. Ad esempio, in questi giorni ne vengono usate due in particolare: equità e sviluppo. Il centrosinistra ritiene che la finanziaria sia "tutta equità e sviluppo" mentre il centrodestra contrattacca.
Ora, qual è lo scopo dichiarato della legge finanziaria? Quello del rientro nei parametri di disavanzo pubblico fissati da Maastricht. Il che può essere ottenuto in tre modi: o tagliando la spesa pubblica, o introducendo nuove tasse, oppure con un mix di tagli e tasse. E sembra che Prodi abbia scelto questa terza strada.
E qui il vero punto è che i tagli e le tasse, anche mescolati insieme, non hanno nulla a che fare con l’equità e lo sviluppo. L’equità consiste non nel dare a tutti la stessa cosa (eguaglianza) , ma nel fare in modo che ognuno ottenga il più possibile di quel che gli è dovuto. Piuttosto che aspirare all’eguaglianza in sé, si ricerca la massimizzazione sostenibile del minimo, vale a dire una ripartizione o una redistribuzione che attribuisca quanto è più possibile a coloro che possiedono meno, tenendo tuttavia conto, nel loro stesso interesse, dell’effetto positivo che alcune disparità economiche possono avere sullo sprone a investire o risparmiare.
Lo sviluppo consiste non nel solo sviluppo economico (quantitativo) ma anche in quello qualitativo. Che concerne i servizi sociali, la tutela dell’ambiente, la qualità della vita, eccetera. E perciò consiste nel fare in modo che i guadagni di produttività non si traducano in perdite sociali. Piuttosto che puntare solo sulla crescita economica lo sviluppo, in senso alto, deve tradursi in un’economia sociale di mercato, interna al capitalismo, consapevole dell’effetto positivo delle disparità economiche, ma contraria e esasperarle, moltiplicandole sotto il profilo sociale.
Come si vede si tratta, di principi che rinviano alle teorie socialdemocratiche. Niente di particolarmente eversivo per l'ordine capitalistico.
Ora, senza entrare nel merito dei singoli provvedimenti, poniamoci due domande: una legge finanziaria, che punti solo su tagli e tasse può favorire l’ equità? Una legge finanziaria che parta unicamente da rigidi vincoli di bilancio può favorire lo sviluppo?
Certo, se per equità si intende, quella di far sì che i provvedimenti presi non peggiorino la situazione di coloro che sono in basso e non migliorino quella di coloro che sono in alto, allora la finanziaria di Prodi, può essere definita equa... Certo, se per sviluppo si intende soltanto la ripresa della crescita economica, ammesso che avvenga, allora la finanziaria di Prodi, con i suoi incentivi (come il taglio al cuneo fiscale), può essere definita favorevole allo sviluppo...
Solo che in questo modo ci si accontenta di una finanziaria che in realtà non cambia nulla. Infatti le disparità sociali restano tali ( non sono pochi euro in più o in meno nel portafoglio del contribuente ad alleviarle). E lo sviluppo a cui si punta (a causa del tagli ai servizi sociali e pensioni), rischia di rimanere solo quantitativo. Seppure avverrà.
La teoria socialdemocratica implica un’estrema fiducia nelle forza della spesa pubblica e della tassazione progressiva redistributiva (poche aliquote, ma durissime, mentre la finanziaria addirittura le riporta a cinque). In realtà, quella di Prodi, è una pura e semplice parodia, perché in ultima istanza, punta sul potere quasi magico del mercato e non su quello reale dell’ intervento pubblico. Non si è forse definito il primo dei “privatizzatori italiani”?
Perciò continuare a parlare di finanziaria “ tutta equità e sviluppo”, puntando sulla “forza propria” delle parole, è decisamente sbagliato, fuorviante e, per dirla tutta, poco onesto.

lunedì, ottobre 02, 2006

La finanziaria, Prodi e il pericolo di un "Grande Centro"

E se il governo Prodi, per l’approvazione della finanziaria, dovesse avere bisogno di voti al Senato? Che accadrebbe? Potrebbe tornare a galla il “Grande Centro” democristiano. Non subito, ma l’approvazione di una finanziaria ritoccata ( o taroccata), potrebbe ricompattarlo...
Ci spieghiamo meglio.
“Le democrazie si governano al centro”. Ecco una bella frase fatta che piace tanto ai vecchi e nuovi dinosauri democristiani dei due schieramenti: tutti vogliosi di un revival scudocrociato. Ma che, quanto a originalità, ricorda la scoperta della “patata lessa” da parte di quel bislacco Mago Merlino, protagonista di uno spot pubblicitario… Ci sembra quasi di sentirli i Marini, i Follini, i Mastella, i Casini, e altri nostalgici dei bei tempi in cui venivano inaugurate bretelle autostradali da ministri col faccione di Alberto Sordi: “Ecco l’idea… Rifacciamo la Democrazia Cristiana”. Bravi non fatevela fregare…
Ora, che esista un elettorato moderato è fuori discussione: un italiano su due si definisce di centro. Ma il centro “partitico”, come ha notato Sartori, è altra cosa: una politica moderata può essere fatta da un governo di centrosinistra come di centrodestra. Non è necessario un partito ad hoc. Va poi detto che la Democrazia Cristiana, che Mastella, Casini & co. rimpiangono, si definiva di centro solo perché non poteva dirsi di destra, in un paese come l’Italia del dopoguerra dove dichiararsi tali causava l’immediata espulsione da quello che poi verrà chiamato “arco costituzionale”…
Una riprova interessante è costituita dall’atteggiamento della Dc nei riguardi del vero “centro”, quello economico: i cosiddetti poteri forti, Fiat e grandi industriali del Nord. Gruppi che hanno sempre mescolato genuflessioni verso il mercato e intrallazzi nelle sagrestie politiche, solo per fare buoni affari e difendere lo status quo: più centro di così… E che avevano nella Dc, più che nel partito liberale, un prezioso esecutore e garante. C’erano anche i cattolici di sinistra, con la fissa dell’ impresa pubblica: quattro gatti, e pure velleitari. Anche perché a decidere poi erano sempre i moderati di origine confindustriale controllata. E ovviamente sempre in favore del centro economico. Basta ricordare la stabilizzazione della lira, le commesse pubbliche, le nazionalizzazioni pagate a peso d’oro, le svalutazioni competitive, i finanziamenti a pioggia. Un sistema in cui viene risucchiato (o si fa risucchiare...) anche il Psi di Craxi, che alle blandizie gesuitiche dei democristiani cerca di sostituire l’irruenza in stivali dei suoi colonnelli. Pagandone però le conseguenze.
Infatti con Tangentopoli la pacchia finisce. Il sistema di connivenze si incrina e si sfalda (guarda caso…) il sistema economico pubblico. Berlusconi va al governo, ma viene silurato subito: il centro economico non lo stima e chiama Dini. Come non apprezza il successivo centrosinistra, malgrado i buoni uffici di D’Alema e Amato. Dopo di che torna il Cavaliere ma fallisce di nuovo. Al centro economico non resta perciò che puntare di nuovo su Prodi. Il quale, ora, potrebbe avere bisogno di quei voti democristiani di cui sopra…
Tuttavia la voglia di democrazia cristiana è voglia di una normalità tutta speciale: coi poteri forti che ordinano e un partito che ubbidisce. Una normalità che favorisca quell’ unipolarismo economico, concreto e gestito dai salotti buoni, che ha segnato la storia della Repubblica fino a Tangentopoli. E che dopo circa dodici anni di bipolarismo politico, astratto e straccione, potrebbe prendere di nuovo il sopravvento. Infatti, è più che probabile, che per l’approvazione della finanziaria, il condizionamento del centro democristiano (e quindi dei poteri forti “unipolaristi”) su Prodi, torni a farsi sentire e in modo piuttosto pesante. Si pensi, ad esempio, alle pretestuose polemiche di Mastella sui ceti medi “strangolati” dalle tasse… Pretestuose perché in realtà, come è noto, statisticamente appartengono al ceto medio solo coloro che guadagnano tra i 15 e i 30 mila euro, circa il 30 per cento dei contribuenti e non quell’ 1,5 per cento che è tra i 70 e i 200 mila euro… difeso da Mastella . E anche a certe concessioni tipicamente "democristiane" di Prodi alle grandi imprese, come la Fiat, con problemi di ristrutturazione (si parla di seimila prossimi licenziamenti), in termini di mobilità lunga: un istituto, reintrodotto dalla legge finanziaria in approvazione, che mette a carico dell’Inps i lavoratori cinquantenni messi in “esubero” portandoli fino alla pensione. Il che è giusto sul piano sociale. Ma non su quello economico e politico: le ristrutturazioni se frutto di cattiva gestione, dovrebbero essere pagate fino all'ultimo centesimo dalle imprese colpevoli. Come nel caso della Fiat...
Perciò, come in Jurassic Park, il professore bolognese, se non si divora da solo, rischia di essere divorato da rettili preistorici democristiani clonati dal Dna di dinosauri estinti come Moro, Fanfani e Forlani.
Ma come è stato possibile conservarne così bene il Dna? Facile. Per mezzo di Forza Italia e della Quercia: due splendide macchine biotecnologiche, inventate rispettivamente da Berlusconi, Occhetto, D’Alema, Fassino e compagnia cantante.
Come non ringraziarli?