venerdì, giugno 30, 2006

Corsi e ricorsi storici. Un articolo di Beppe Severgnini

Nel 212 a.C. la conquista di Siracusa, fece scoprire ai Romani tutta la ricchezza, anche culturale, della Magna Grecia e della stessa Grecia. E nel mezzo secolo successivo Roma infittì i rapporti soprattutto politici, economici e militari con la Grecia. Fino a impadronirsene completamente. Soprattutto dopo la seconda battaglia di Pidna (148 a.C.), che permise ai Romani vittoriosi di ridurre a provincia la Macedonia.
Intanto tra il 212 e il 148 a. C. Roma si era popolata di Greci: intellettuali, mercanti, esperti nelle arti divinatorie, architetti, ma anche truffatori, ladri, prostitute. Per i Romani, soprattutto quelli legati agli antichi costumi, la Repubblica si era andata popolando di individui spregevoli: prima di "italiaoti" (gli abitanti delle Magna Grecia) e poi di "graeculi" (i Greci veri e propri). Un termine dispregiativo, quest'ultimo, che si può tradurre con "grecuzzo", come sinonimo di parassita. Ad esempio, veniva definito tale, il retore greco che viveva a spese delle aristocratiche famiglie romane, vendendo il suo sapere, e spesso costretto a incensarle. Un altro esempio, magari alto, è quello diPolibio, autore delle classicissime Storie, portato in ostaggio a Roma dopo la prima battaglia di Pidna (168 a. C.), e poi fattosi apprezzare nel circolo intellettuale di Scipione Emiliano. C'era infine anche un altro termine, "pergraecari", che indicava appunto certa dissolutezza greca. Ma questa è un'altra storia.
Quel che è significativo è che sul piano politico-militare, l'apporto dei "graeculi", di qualsiasi condizione fu praticamente nullo. Roma, proseguì vigorosamente per la sua strada, fino alla costituzione del Principato e dell'Impero. Nel 148 a.C., Roma aveva davanti a sé , più o meno, altri sei secoli di storia. E che storia.
Perché questa lunga premessa? Perché l'articolo di Beppe Severgnini apparso ieri sul Corriere della Sera, nella rubrica "Italians", ricorda per stile e tono, l'atteggiamento verso Roma del "graeculo". Per carità, Severgnini, non è un graeculo qualsiasi. Si potrebbe scomodare, per eventuali raffronti, addirittura la figura di Polibio. E non tanto per la dottrina. Severgnini, per quanto capace, come formazione resta comunque solo un buon giornalista. Ma tuttavia, Severgnini, come Polibio con Roma, giudica il nascente "impero americano", quale unico orizzonte storico possibile. E di qui sicuramente proviene quel suo desiderio di "mettersi comodo in poltrona" visto che il film sarà piuttosto lungo...
Già il titolo del pezzo è tutto un programma: "Noi amici dell'America chiediamo allo zio Sam: 'Lasciaci venire da te' ". Severgnini, che quest'estate andrà a insegnare nel Vermont, ( ancorché scriva "parola d'onore: questa non è una protesta"), critica le autorità Usa per le lungaggini burocratiche che avrebbero preceduto la concessione del suo visto. Dovute ai noti problemi di sicurezza. Che Severgnini non discute.
Ma quel che colpisce delle sue critiche è proprio la forma mentis che c'è dietro. Un atteggiamento che gli specialisti di studi post-coloniali definiscono, di sudditanza psicologica del dominato. In sostanza, Severgnini che cosa rimprovera agli Usa ? Che l'attuale "complessità gotica delle burocrazia" impedirà agli italiani e agli europei di recarsi in massa quest'estate negli Stati Uniti. Dispiace dirlo, ma si perde il conto di quante volte nell'articolo, Severgnini si rivolga ai suoi ideali interlocutori americani chiamandoli "amici", come per mettere le mani avanti... E poi, come non definire irritante quel suo continuo piagnucolio da "graeculo"? "Ma è proprio necessario - scrive Severgnini, quasi in lacrime - per evitare i malintenzionati, trattare tutti da malintenzionati". Siamo alla supplica.
Il pezzo si chiude con un aneddoto: "Per caso, uscendo dal consolato, ho incontrato un collega che sta organizzando una rassegna internazionale di cucina italiana. Tra New York e Londra ha scelto Londra: solo per la facilità di far arrivare chef e invitati. Quanti hanno fatto come lui?".
L'impero Usa si è messo in marcia, e sta schiacciando qualsiasi ostacolo trovi sul suo cammino. ... E Severgnini si preoccupa di visti e rassegne di cucina italiana.
Eh sì, abbiamo i Severgnini che ci meritiamo.

mercoledì, giugno 28, 2006

Il libro della settimana: Giancarlo Galli, Poteri Forti, Mondadori, Milano 2006, pp. 296, euro 18,00

Chi comanda in Italia? Un secolo fa Vilfredo Pareto avrebbe risposto, nel suo appuntito lessico liberista, le “plutocrazie” (“demagogiche”, se di sinistra). Ortiche velenose cresciute all’ombra di un protezionismo imposto dalla politica… Pareto però ignorava che nell’Italia del primo Novecento il “decollo” economico era appena iniziato. E le “plutocrazie”, certo contavano, ma la politica, in senso alto, contava ancora di più. Quale politica? Quella impersonata da Giolitti, e da una preparata classe di ministri, funzionari, ingegneri, professori. Un ceto politico-amministrativo che giocava un ruolo fondamentale, decidendo di tariffe, ferrovie, cantieri navali e imprese coloniali. Lo scopo era favorire la crescita, attraverso un giusto dosaggio di protezionismo e moderato liberismo. Non aveva il pedigree della classe dirigente dell’Inghilterra Vittoriana, ma assolveva, e spesso bene, il suo dovere.
E oggi? E’ difficile dire. Anche dopo aver letto l’interessante libro di Giancarlo Galli, Poteri deboli. La nuova mappa del capitalismo nell’Italia in declino (Mondatori, Milano 2006, pp. 296, euro 18,00). L’autore, noto giornalista e scrittore, è ben addentro alle cose economiche. Scrive con misura. Ma non fa sconti a nessuno, lui, cattolico, neppure alla finanza bianca. E malgrado il sottotitolo non è un catastrofista. Ma guarda con realismo al futuro economico dell’Italia. E se proprio di declino si deve parlare, per Galli si tratta di declino morale.
Ma perché è difficile rispondere? Probabilmente perché, come per le Torri Gemelle, dove prima c’erano i poteri forti di un’economia a capitalismo familiare, i due kamikaze della globalizzazione borsistica e dell’ arrembante economia cinese, hanno lasciato solo macerie. Tra le quali si aggirano, frastornati e impolverati, i superstiti che si contendono furiosamente mezza bottiglietta d’acqua. Ma lasciamo la parola a Galli. “L’impressionante vuoto di potere accomuna infatti i cosiddetti Poteri forti dell’economia (stracarichi di debiti) al ceto politico retorico, bizantinamente rissoso, in verticale perdita di credibilità. Sindacati padronali e dei vari lavoratori sono a loro volta divenuti corporazioni egoiste e autoreferenziali. Financo la gloriosa Banca d’Italia è sotto tiro, al pari delle banche che avrebbero dovuto controllare meglio, per impedire quelle disinvolture finanziarie (bond argentini, Cirio, Parmalat), che hanno tosato umiliandolo, il risparmio di milioni di italiani”(…). La carta stampata controllata non da editori puri, ma da ‘signori’ che portano i nomi di Fiat, De Benedetti, Caltagirone, assicuratori e banchieri. Nemmeno riusciamo a stupirci che il più diffuso quotidiano economico, “Il sole-24 Ore” sia di proprietà delle Confindustria” .
Fin qui Galli. Se però torniamo indietro di cento anni, scopriamo un fatto: che la differenza, tra ieri e oggi, è nella qualità della classe dirigente. Infatti il ceto politico e amministrativo formatosi a inizio secolo con Giolitti, o comunque in quel clima (alto senso dello Stato), e poi captato dal fascismo (ad esempio Beneduce, messo a capo del Iri, aveva formazione nittiana), si è poi andato esaurendo per ragioni anagrafiche, dopo un’ultima fiammata nel primo decennio del secondo dopoguerra. Periodo che coincide con l’avvio del secondo decollo economico italiano. Dopo di che, dalla fine degli anni Cinquanta a Tangentopoli, il vuoto… Nessuno si è più preoccupato di sostituire la vecchia con una nuova classe politica e amministrativa, dotandola soprattutto dello stesso senso della funzione pubblica.
Perciò alle origini della crisi attuale c’è l’assenza di un ceto politico e dirigente. Senza il quale non sarà possibile affrontare, come si dice, le sfide della globalizzazione. Si tratta di un elemento che anche Galli coglie, ma che non mette in relazione con quella che è la storia delle classi dirigenti pubbliche nel Novecento. E dove il quindicennio giolittiano gioca un ruolo formativo importantissimo. Come lo gioca in senso negativo il trentennio che va dal centrosinistra a Tangentopoli. Anni in cui partitocrazia e clientelismo hanno offuscato se non cancellato del tutto, anche nei dirigenti più motivati, ogni senso dello Stato.
A dire il vero, Galli, mostra di non nutrire stima neppure nella classe dirigente privata, soprattutto in quella, che ha dato il peggio di sé anche prima di Tangentopoli… Ed è pure consapevole che questo vuoto non poteva essere colmato, da quella generazione di economisti, studiosi e imprenditori, di tradizione azionista, che Galli comunque rispetta, formatisi, durante e dopo il fascismo, intorno a Raffaele Mattioli e poi Mediobanca di Cuccia. Pochi, elitari e troppo diversi per forma mentis (protestantesimo versus cattolicesimo), da una classe politica dedita soprattutto a lottizzare e compiacere un capitalismo familiare, preoccupato non di crescere, ma solo di conservare titoli, azioni e denaro. Per trasmetterle agli eredi, a cominciare dalla Fiat.
In questo vuoto, Galli, colloca quella specie di guerra per bande, fra politici dimezzati e gretti plutocrati, oggi in atto: tra Roma e Milano, tra finanzia laica, finanza bianca e rossa, tra post-comunisti, post-liberali, post-tutto. In un contesto dove nessuno sembra curarsi dell’Italia in quanto tale. Ma in cui sono tutti pronti a perseguire interessi economici, finanziari e politici particolari. I poteri sono deboli perché divisi, ma non per questo meno rapaci.
Il lato “cronachistico” del libro, è ricco di istruttivi aneddoti sui protagonisti dell’economia e della politica. Si ricostruisce, con grande efficacia, l’ ascesa e caduta della Fiat, di Calisto Tanzi, del Governatore Fazio. Ma anche le difficoltà oggettive incontrate da tutti i governi postTangentopoli per combattere il vero nemico dell’Italia: “ ‘Il Centro, ovvero la mitizzata area del compromesso, del non decisionismo, che né Tangentopoli né un embrione di bipartitismo sono riusciti a sconfiggere” .
Ma il vero punto della questione non è che i politici in futuro debbano tornare a fare i politici, i banchieri i banchieri, gli industriali gli industriali, come sostiene Galli. Il quale crede forse troppo nel ruolo taumaturgico di un specie surplus etico, capace di motivare politici, banchieri, eccetera. Certo, la consapevolezza del proprio ruolo sociale, è importante. Così come non può essere trascurato l’apporto dell’ etica delle professioni. Ma quel che andrebbe fatto, e subito, è avviare un processo formativo: occorre far crescere un nuovo ceto dirigente di funzionari, professori, tecnici, motivati e capaci di ridare dignità alla politica e all’amministrazione. E il discorso, non riguarda solo l’università e la ricerca. Ma la necessità di affrontare finalmente il tema delle grandi scuole di formazione quadri. Istituzioni, si pensi allo storico modello francese, che richiedono risorse, tempi lunghi, impegno da parte di docenti e studenti. Ma dalle quali nell’arco di una generazione, può venire fuori la futura classe dirigente e amministrativa.
Un ceto ben dotato di senso dello Stato, capace di mettere fine, in nome dell’ interesse superiore, alla guerra per bande, così ben ricostruita e criticata nel libro di Giancarlo Galli, con una verve e una finezza, degne di Pareto. Ma purtroppo anche di ben altre “plutocrazie”…

martedì, giugno 27, 2006

Le critiche alla sinistra di Ernesto Galli della Loggia

In un due lunghi articoli apparsi sul "Corriere della Sera" (il 18 e il 26 giugno) Ernesto Galli della Loggia asserisce sostanzialmente due cose: a) che il populismo cattocomunista è morto; b) che la sinistra si è imborghesita.
Le due asserzioni sono collegate a una tesi ancora più ampia, sociologica e storica: quella della trasformazione sociale e culturale del ceto medio italiano (dopo il Sessantotto). Un ceto che da reazionario sarebbe divenuto progressista. Ma nel senso, e qui Galli della Loggia utilizza le tesi di Pasolini sulla mutazione antropologica dell'italiano medio, di un conformismo di massa, che avrebbe solo cambiato di segno. Ovviamente, alla base di questo processo Galli della Loggia pone l'avvento del postindustriale, il riassorbimento di parte della classe operaia nel ceto medio, e la fine, dopo la caduta dell'Unione Sovietica, seguita a quella più antica dei fascismi, di ogni possibilità reale di costruire una "terza" o "seconda" via, come alternativa al capitalismo liberale.
Galli della Loggia utilizza Pasolini, come una specie di randello, per "martellare" una sinistra, che a suo avviso, invece di essere con il Papa contro il consumismo, è contro il Papa e favorevole al consumismo (in tutti i sensi, anche sessuale).
Che valore storiografico e sociologico può avere un'analisi del genere? Tutto da discutere. E comunque non è questo il punto. Ne ha invece moltissimo sotto il profilo politico, come dire, "a breve". Perché quella che è un' incorenza sotto il profilo dell'argomentazione storica e sociologica (non si può, come fa Galli della Loggia, prima delineare un processo come progressivo, cioè l'avvento della modernità sociale postindustriale, e poi rinfacciare alla sinistra "neoconvertitasi" di non contestarla, e a quella "non convertitasi" di contestarla ancora e troppo...), si trasforma, appena ci si trasferisce sul piano della retorica politica in critica astuta e ben finalizzata. Perché lo scopo degli editoriali è quello di demolire la sinistra nel suo insieme e così indebolire il governo Prodi: Galli della Loggia per un verso critica la sinistra moderata perché non è sufficientemente tale, dal momento che è troppo libertaria sul piano morale, per l'altro critica la sinistra radicale, perché troppo statalista - e quindi fuori tempo massimo - sul piano sociale. E critica entrambe perché, seppure con modi e toni diversi, sarebbero contrarie al Papa.
In effetti, il problema politico sussiste. Il governo Prodi è diviso tra libertari e sociali. Per non parlare del rapporto con gli Stati Uniti, che per i moderati di sinistra, a prescindere da Bush, rappresentano il meglio della postmodernità sociale capitalistica, mentre per i radicali, sicuramente il peggio... Quanto al rapporto con la Chiesa sarebbe necessaria una scelta netta (anche solo di toni): o di qua o di là. Senza tentennamenti. Anche se - ma questo è il parere personale di chi scrive, e quindi discutibilissimo - la via di una mediazione politica intelligente con la Chiesa, sarebbe la soluzione migliore, soprattutto, se vincesse la politica del "mani libere" con gli americani: un Papa pacifista, potrebbe essere un prezioso "alleato interno".
Comunque sia, per sottrarsi alla critica "politicamente" demolitrice di Galli della Loggia, il governo Prodi dovrebbe saldare insieme libertarismo morale e interventismo pubblico, nonché assumere un atteggiamento di assoluta libertà nei riguardi degli Stati Uniti. E infine chiarirsi con la Chiesa.
Ne sarà capace?

lunedì, giugno 26, 2006

Che fine ha fatto il progetto Google di "biblioteca universale" on line ?

Che fine ha fatto il progetto Google di una biblioteca universale on line?.
Certo siamo tutti suoi ospiti e di questo siamo grati. Ma non possiamo fare sconti.
Ecco qualche riflessione in argomento.
Una biblioteca può essere un luogo misterioso, ricco di significati nascosti, dove si possono fare buoni e cattivi incontri o perfino smarrirsi. A loro volta i libri, come ci ha insegnato Borges, pur avendo vita e propria, spesso interferiscono, seguendo vie invisibili con quelle degli uomini. Se poi dietro questa Babele di significati, rinvii simbolici, genealogie culturali vi sia un ordine o un disegno generale è cosa molto difficile da scoprire e imporre. Ogni libro, come ogni individuo, è unico, come sono uniche le reazioni di ogni lettore. E dal momento che ogni lettore non può avere letto gli stessi libri, ogni libro letto in più o in meno può fare la differenza: può cambiare la prospettiva individuale di lettura verso lo stesso libro, magari letto insieme a centinaia di migliaia di persone. Ogni lettore ne può dare insomma una valutazione personale, proprio in base ai libri letti.
In primo luogo, si può definire come un tentativo di mettere ordine, troppo ordine, nella Babele degli intriganti significati, veicolati dai libri. Stando alle notizie di stampa, apparse sui giornali circa un anno fa, Google dovrebbe acquisire circa 16 milioni di volumi. Ma chi li sceglierà? E con quali criteri? Si darà particolare importanza al “Canone Occidentale“? Oppure alle altre tradizioni? Il numero dei volumi da acquisire può apparire enorme, ma in realtà non è così. Si dovranno fare delle scelte. E le scelte implicano gerarchie (in tutti in sensi). Di riflesso a rimetterci saranno le culture “minori” e non occidentali. L’ “ordine”, di regola, riduce la complessità, ma causa impoverimento.
In secondo luogo, l’impoverimento dei significati porta inevitabilmente con sé, l’indebolimento della cultura individuale. Ad esempio, in futuro un libro che non sarà su internet potrà essere ritenuto non indispensabile, e quindi non degno di essere letto o comunque difficile da reperire. Di qui quella pericolosa uniformità di prospettive che finisce per accomunare tutte le persone che leggono, e solo, gli stessi libri. Sembra impossibile che tutti riescano a leggere 16 milioni di libri on line. Giusto, ma non è invece impossibile, che una volta divisi per discipline, materie e generi, interessi, i testi “disponibili” possano ridursi di numero e quindi essere più o meno gli stessi.
In terzo luogo, il meccanismo del libro on-line può diventare uno strumento di controllo e filtro di tutto quello che verrà successivamente pubblicato: sia riguardo ai canoni culturali predominanti, sia riguardo alle scelte politiche. Inoltre, dal momento che per un libro ( e quindi per editori e autori), essere su internet sarebbe di per sé motivo di distinzione, potrebbero verificarsi forme di autocensura e di conformismo verso gli stereotipi dominanti. E non andrebbe neanche esclusa la nascita di un mercato degli accessi a internet, con le conseguenti guerre di mercato, prove di forza, cartelli, casi di corruzione, eccetera.
In quarto e ultimo luogo, la “biblioteca” on line può accentuare quel processo di trasformazione in museo (o sede di “eventi”) della biblioteca tradizionale, che rischia così di restare appannaggio di elitari gruppi di studiosi: gli ultimi e fortunati abitanti di Babele. In questo modo però la separazione tra togati e popolo on line consacrerebbe il fallimento dell’intero progetto moderno di massima diffusione dell’alta cultura.
Alcuni commentatori, probabilmente per nobilitarlo, hanno paragonato il progetto Google a quello messo in atto dai monaci medievali, che rinchiusi nei monasteri, ricopiarono e ci trasmisero le grandi opere dell’antichità greca e romana. Molto edificante. Ma siamo poi così sicuri che i pii monaci ricopiarono tutto? Per scoprirlo bisogna andare in biblioteca… Ed è meglio affrettarsi.

venerdì, giugno 23, 2006

Federalismo e sanità. La corruzione è il vero nodo da sciogliere

Se il referendum, che si terrà domenica e lunedì, confermasse le riforme costituzionali varate dal centrodestra, potremmo tutti ritrovarci, in un futuro neppure lontano, con tante sanità regionali diverse. Il che rappresenta un rischio per tutti i cittadini. Perché?
In primo luogo, perché se vincesse il sì, alcune regioni, potrebbero favorire certe prestazioni e altre no. Inoltre, potrebbero essere esclusi da alcuni servizi i cittadini non "non residenti" nella regione. E il diritto alla salute è invece un importantissimo diritto sociale, sancito costituzionalmente (articolo 32).
In secondo luogo, perché le regioni con minori risorse e strutture (ad esempio quelle del Sud) verrebbero penalizzate, e sarebbero comunque costrette a fornire alcune prestazione specialistiche, infittendo i rapporti, quelli in regime di convenzione, con le imprese private.
Però non basta dire " no, noi questa riforma non la vogliamo". C'è un altro problema. Qual è il vero nodo da sciogliere, a proposito della sanità italiana? Il problema sempre eluso, fin dall' istituzione del servizio sanitario nazionale, avvenuta alla fine degli anni Settanta?
E' quello dell'esistenza della cosiddetta "area grigia", dove confluiscono le prestazioni sanitarie pubbliche "erogate" da privati "autorizzati". Il cosiddetto regime dell'assistenza in convenzione. Ora, è qui inutile citare dati (si tratta di cifre da capogiro, che finiscono nelle tasche di privati...). Basti dire tre cose.
La prima è che una caratteristica esclusivamente italiana.
La seconda, ancora più grave, è che fonte di corruzione, come stanno mostrando, per l'ennesima volta, gli scandali questi giorni.
La terza è che se tutti i governi dal 1978 (anno in cui venne varata la legge di riforma sanitaria), hanno lasciato che l'erba velenosa della "connivenza pubblico-privato" crescesse senza trovare ostacoli, una ragione ci sarà pure stata? E ci sarà? Visto che anche l'attuale governo di centrosinistra, sul punto, nicchia...
La risposta è semplice. Gli studi mostrano che nelle democrazie contemporanee la corruzione aumenta in quelle aree economiche semiprivate o semipubbliche, dove pubblico (i partiti) e privato (le imprese lobbiste) vengono a contatto. Che cosa succede? Nasce una specie di "secondo mercato", ovviamente illecito, dove dal lato dell'offerta, i "politici" mettono in vendita, permessi, licenze, appalti e liquidazioni di pagamento, che dall'altro lato, quello della domanda, le imprese private (i lobbisti insomma), sono del resto desiderose di "acquistare", e in misura crescente. E così, come avviene nella sanità italiana, la corruzione autoalimentata dal regime delle convenzioni tra pubblico-provato diventa per i politici una fonte di finanziamento e per i lobbisti una forma di investimento. Non solo: come insegna la sociologia della corruzione, la rete "corruttiva" crea un sistema di complicità sotterranee basato su scambi di favori, che non giova assolutamente al buon svolgimento, in termini di controlli, di un servizio semipubblico o semiprivato.
Perciò il vero nodo da sciogliere, non è tanto (o comunque solo) quello di evitare la frammentazione "federalistica" della sanità "nazionale". Ma innanzitutto di bonificarla. Come? Facendo una scelta secca. O pubblico o privato. E comunque sia, cominciare a investire in conto capitale. Il punto è quello di creare stutture sanitarie efficienti su tutto il territorio nazionale. Che lo faccia il pubblico o il privato è questione di scelte o gusti (ideologici) personali. L'essenziale è impedire che pubblico e privato continuino a fingere di farlo insieme...
Perché la radice di ogni corruzione italiana si annida proprio lì.

mercoledì, giugno 21, 2006

Riletture: Leopold Kohr (1909-1994)

Uno degli aspetti più curiosi del dibattito italiano sul federalismo è quello della totale assenza di riferimenti sociologici. Ci si sofferma sugli aspetti costituzionali e politici - il che non è neppure sbagliato visto che siamo in piena campagna elettorale - , ma raramente si approfondisce, come dire, il federalismo sociologico. Che si intende con questo termine? Lo studio del federalismo, non solo come sistema istituzionale, ma come forma di organizzazione sociale. Si tratta di un' analisi che parte dalla seguente constatazione storica: dove c’è pluralismo sociale non può non esserci anche pluralismo costituzionale e politico. Tuttavia la reciproca non vale: il federalismo è sociologico o non è. Insomma, il federalismo implica come precondizione il pluralismo.
Sotto questo aspetto Leopold Kohr (1909-1994) è sicuramente il pensatore più rappresentativo. Il suo libro, The Breakdown of Nations (Routledge & Kegan Paul, London 1957), un piccolo classico del federalismo sociologico, venne tradotto nel 1960 dalle Edizioni di Comunità, sicuramente per volontà di Adriano Olivetti ( industriale, editore, uomo politico, probabilmente il solo "federalista sociologico" italiano del secolo XX), tuttavia non è stato più riedito...
Leopold Kohr nasce nel 1909 a Oberndorf, località nei pressi di Salzburg (Salisburgo) in Austria. Di famiglia modesta, nel 1928, dopo gli studi ginnasiali, si iscrive alla Facoltà di Legge dell' Università di Innsbruck. Si laurea nel 1933, dopo aver frequentato nel frattempo anche la London School Economics. Nel 1935 consegue un’altra laurea in Scienze Politiche. Dopo di che si trasferisce in Spagna come corrispondente di alcuni giornali antifascisti, e dove fa amicizia con Ernest Hemingway e George Orwell. Nel 1938, per sfuggire a Hitler, si trasferisce in Nordamerica. I primi tempi vive tra il Canada e gli Stati Uniti, privo di mezzi e costretto a svolgere il lavori più umili e faticosi. Ma la ruota gira: Kohr inizia a scrivere per i giornali (pubblica anche una serie di editoriali antinazisti sul "New York Time" sul "Washington Post" e sul "Los Angels Times). E comincia pure a insegnare. Dal 1943 al 1973 è docente di scienze politiche alla Rutgers University, all'American University di Città del Messico, e infine all’ Università di Puerto Rico (1955-1973). Conclude la sua carriera accademica, in Gran Bretagna, come professore dell' University College of Wales, ad Aberystwyth nel Galles (1974-1977). Nel 1983, per le sue idee, così originali e anticonformiste, riceve il "Right Livelihood Award"" (una specie di “premio Nobel alternativo”). Nel 1986 viene fondata la Leopold Kohr Academy (Neurkirchen - www.tauriska.at/kohr/kohr_fr) . Nel 1994 Kohr pensa di stabilirsi per sempre a Oberndorf. Ma un attacco cardiaco, che lo coglie nella sua casa di Aberystwyth, non gli consente di realizzare questo sogno.
Il pensiero di Kohr si articola intorno a tre punti fondamentali.
Il primo è che la grossezza o grandezza (“the bigness”) è una patologia sociale. Kohr è il teorico della piccola comunità, da lui presentata come perfetto esempio di fisiologia sociale. Il famoso slogan “small is beatiful”, che comunemente viene ricondotto a Schumacher, risale invece a Kohr. Per lo studioso di Oberndorf quanto più un gruppo sociale cresce di dimensioni, rispetto ad altri gruppi, tanto più esso tende a dominarli. Tra i tanti esempi citati da Kohr, si ricorda qui, la città-stato antica (ad esempio Roma), e lo stato-nazione moderno (ad esempio la Prussia, e poi la Germania).
Il secondo è che l’ aggressività dell’uomo non può essere eliminata ma può comunque venire “addomesticata”. In che modo? Spingendolo a vivere all’interno di piccoli gruppi. Più una società si compone di piccoli gruppi e più la crescita dei piccoli gruppi viene tenuta sotto controllo (democraticamente), più si fa rara, se non impossibile, la possibilità che possano scoppiare sanguinosissime guerre, come nel Novecento.
Il terzo punto - ancora più difficile da "digerire" - è che lo stato-nazione di origine ottocentesco deve scomparire ... Al suo posto dovrebbero sorgere unità regionali (secondo Kohr le dimensioni ideali sono quelle del “cantone svizzero”): tutte più o meno delle stesse dimensioni, e dunque in grado di rispettarsi a vicenda (visto che nel sistema pluriregionale "circola" in tutti la consapevolezza di non poter prevalere su nessuno). L’Europa sognata da Kohr - tra l’altro fin dall'inizio acceso critico "del superstato con sede a Bruxelles" - è quella delle “piccole nazioni”: dei Bavaresi, dei Sassoni, dei Branderburghesi, dei Normanni, dei Catalani, degli Alsaziani, dei Baschi, dei Borgognoni, dei Lombardi, eccetera. “Piccole nazioni”, capaci ai autogestirsi, ma anche di collaborare politicamente creando strutture federali "minime": concepite in maniera tale che potere "centrale" non possa mai superare, se non in misura modesta, quello di uno dei paesi membri della federazione. Kohr parlava, citando il federalismo americano - da lui giudicato esemplare, dopo quello svizzero -, di un "rapporto medio" di forza in ragione di 50 (stati) a 1 (stato): in genere - ecco la "regola" di Kohr - il potere federale non deve mai superare quello costituito dall'insieme degli stati federati. Deve sovrastarli ma di poco.

Utopie? Fino a un certo punto. Perché il principio delle piccole dimensioni, come causa sociale di non prevalenza sull’altro ( perché il fattore incertezza, pur non eliminando del tutto il pericolo delle guerre, scoraggia dall’iniziarle), è un principio sociologicamente e storicamente fondato. E qui per ragioni di spazio, rinviamo agli esempi storici e sociali, forniti con dovizia da Kohr in The Breakdown of Nations.

Tra le sue pubblicazioni (circa una quindicina ), ricordiamo: Is Wales Viable ? (Davies, Llandybie 1971; The Breakdown of Great Britain ( South Place Ethical Society, London 1971); The City Of Man (The Duke of Buen Consejo), Editorial Universitaria de Puerto Rico, San Juan 1976); The Overdeveloped Nations: The Diseconomies of Scale (Davis, Llandybie 1977); Development Without Aid: The Translucent Society (Davis Llandybie 1979). Su di lui si veda Gerald Lehner, Die Biographie des Philosophen und Okonomen Leopold Kohr, Deuticke, Wien 1994. Per ulteriori risorse biobibliografiche si rinvia www.oberndorf.co.at/museum

Lo scaffale delle riviste: rassegna mensile

Va subito segnalata l'uscita dell'ultimo fascicolo della "Revue du Mauss semestrielle" (n. 27, premier semestre 2006): un grosso volume di 54o pagine, celebrativo dei venticinque anni (1981-2006) della rivista e dell'associazione (M.A.U.S.S. - Mouvement anti-utilitariste dans les sciences sociales - www.revuedumauss.com - www.editionsladecouverte.fr), il suo sottotitolo infatti è "Anniversaire, bilan et controverses". Il fascicolo è diviso in tre corpose sezioni (dono, individualismo, utilitarismo), e una quarta più ridotta di recensioni. E ospita contributi di Alain Caillé, Mary Douglas, Jacques Godbout, Serge Latouche, Jean-Louis Laville e di numerosi altri studiosi. Va però detto, che al di là delle ricchezza dei contenuti teorici del fascicolo, e, ovviamente, del ruolo critico svolto dalla "Revue" nel campo delle idee sociali nell'ultimo quarto secolo, appare piuttosto maldestro il tentativo di Alain Caillé di ricondurre, quasi a forza, il M.A.U.S.S., nell'alveo di una tradizione, come dire, politicamente corretta: Mauss (appunto), Jaurès e il gruppo di "Socialisme ou barbarie (p. 25, nota 26). Come stupisce la sua liquidazione in termini di "sympathies intempestives que nous a vouées un temps la nouvelle droite" (Ibid.), del proficuo e seminale dialogo politico-ideologico (al quale nessuno aveva costretto Caillé), apertosi tra de Benoist e la rivista diretta dal sociologo francese, nella seconda metà degli anni Ottanta.
E, ora, visto che si è evocato il diavolo, ne approfittiamo per ricordare la pubblicazione dell'ultimo numero di "Nouvelle Ecole", rivista diretta, appunto da Alain de Benoist (n. 56, 2006 - www.labyrinthe.fr). La parte monografica è dedicata a un altro scrittore largamente "demonizzato", ma di grandissima qualità: Knut Hamsun (pp. 11-96). Articoli di Tarmo Kunnas e Michel d'Urance, con ricchissima bibliografia curata da Alain de Benoist. Il fascicolo ospita anche tre interessanti interventi di Frédéric Mirefleurs, Physique et systémique: un regard sur la totalité (pp.111-126), Luc-Olivier d'Algange, Méditations dionysiennes (135-146), e, nuovamente, del poliedrico de Benoist, Le centenaire de Hannah Arendt (pp. 127-134) . Infine, bella e ricca la parte iconografica, che resta uno dei punti di forza della rivista.
In meno di due mesi sono usciti due interessanti fascicoli di "Telos", la notevole rivista newyorkese fondata da Paul Piccone, e ora diretta dal germanista Russell Berman. E' bello ricordare che la rivista continua a uscire grazie all'impegno della signora Marie Piccone, vedova di Paul, e ora Excutive Director Telos Institute. Chi scrive ha conosciuto Paul Piccone e ne conserva un ricordo indelebile. Si tratta di due fascicoli speciali. Il primo è dedicato al fascismo italiano (n. 133, winter 2006 - www.telospress.com), e ospita scritti di Danilo Breschi, Giorgio Petracchi, Giuseppe Parlato, Maurizio Cabona, Frank Adler (pp. 3-130). Ricca anche la sezione documentaria, dove sono riportati testi di Ruggiero Grieco, Torquato Nanni e sulla politica razziale del fascismo (pp. 131-175). Il secondo fascicolo si occupa del rapporto tra "politica e religione (n. 134, spring 2006 - www.telospress.com), con articoli di Russell Berman (che introduce), John Milbank, Alain de Benoist, Raymond Dennehy, Philip Goodchild, Aryeh Botwinick, Mark North, Joshua Robert Gold, Nick Hoff (pp. 3-159). Da non perdere il duello intellettuale su "Liberality versus Liberalism", tra Milbank e de Benoist (pp. 6- 30), largamente vinto dal pensatore francese, che a differenza delle suo interlocutore americano, così filosoficamente ingenuo da sconcertare , non ritiene possibile, in una società "disincantata" come l'attuale, alcun ritorno di quella cultura fondata sulla tradizionale saggezza di impiano biblico e neoplatonico, difesa, appunto, da Milbank.
Si vedano su "Stato e Mercato" (1-2006 - www.mulino.it/rivisteweb), i notevoli articoli di Moreno Bertoldi, Struttura e limiti del welfare americano(pp. 55-90), e di Gianluca Busilacchi, Nuovo Wefare e capacità dei soggetti (pp. 91-125); ben documentati e assai utili per farsi un idea scientificamente corretta sulla parabola welfarista in Europa e Stati Uniti.
Da non perdere la messa a punto su istituzioni e processi istituzionali, con particolare riferimento all'economia, di Geoffrey M. Hodgson (probabilmente il maggiore specialista della materia), apparsa sull'ultimo fascicolo del "Journal of Economic Issues" (volume XL - n. 1 - march 2006 - atkinson@unr.nevada.edu ): What Are Institutions ? (pp. 1-25). Gradito e simpatico (per noi italiani) il suo accenno a Vico, come primo studioso moderno a occuparsi, nella Scienza Nuova , del concetto di istituzione. Notevole invece dal punto di vista teorico la critica serrata di Hodgson a certe rigidità di derivazione neoclassica, che segnano l'istituzionalismo di Douglass C. Norton (si veda in particolare l'appendice A dove è riprodotto il breve scambio epistolare in argomento tra North e Hodgson, pp. 19-21).
Da non perdere infine l'editoriale di Ignacio Ramonet, intitolato Pianeta Calcio, apparso su "Le Monde Diplomatique il manifesto" ( anno XIII, n. 6, giugno 2006 - www.ilmanifesto.it/MondeDiplo/). Scrive Ramonet: " Tanto denaro conduce alla follia. C'è tutta una fauna di affaristi che ruota intorno al pallone. E controlla i mercati dei trasferimenti di giocatori, o quelli delle scommesse sportive. Per assicurarsi la vittoria, alcune squadre non esitano a ricorrere a trucchi (...). Così vanno le cose in questo affascinante sport, a metà strada tra splendori impareggiabili e lerciume, col rischio del noto effetto ventilatore. Che schizza fango su tutti".
Come appunto sta avvenendo in Italia.

martedì, giugno 20, 2006

Alvi , D' Alema e le rendite

Geminello Alvi sul "Corriere Economia" di ieri ha nuovamente proposto di "privatizzare" e "tagliare pensioni e statali". Alvi è un acceso nemico delle rendite ( frutto, a suo avviso, di affitti, pensioni, stipendi statali, titoli pubblici). Come, del resto, risulta anche dal suo ultimo libro Una Repubblica fondata sulle rendite (Mondadori) dove mostra come le rendite italiane corrispondano al 30,6 % del reddito disponibile netto per famiglia e come invece il lavoro dipendente produttivo sia al 26%. Anche D'Alema lo è, ma vuole tassarle. La riflessione di Alvi parte proprio dalla tesi dalemiana, che cita, del colpire "là dove si è accumulata la ricchezza prodotta dalla rendita a scapito spesso di lavoro e imprese che dovrebbero essere alleate".
Alvi propone una politica liberista, (meno tasse, meno tutele, più mercato), D'Alema (ma in genere anche il centrosinistra) ipotizza invece una politica riformista (più tasse, più investimenti). Alvi teme che le nuove tasse possano invece andare a gonfiare proprio le rendite (sotto forma di finanziamento occulto delle pensioni e degli stipendi degli statali). D'Alema, o chi lo consiglia, ritiene invece che le tasse su case, titoli privati e pubblici) possano rilanciare gli investimenti, persuadendo chi specula sulle rendite, a privilegiare gli investimenti produttivi.
Chi ha ragione?
In primo luogo le rendite esistono. E qui è nel giusto Alvi. Ma bisogna distinguere. E' vero che il patrimonio medio per famiglia - secondo i suoi calcoli, che diamo per buoni - è elevato (321 mila euro, tra casa e titoli). Ma qui bisogna tenere conto (del balzo in avanti dei valori immobiliari negli ultimi anni e che nei due terzi dei casi si tratta della casa di abitazione). Anche sulle pensioni, se è vero che l'età media dei pensionati italiani è piuttosto bassa (cinquant'anni), è anche vero che stiamo pagando gli errori di politica sociale ( le famigerate "babypensioni") concesse dai governi democristiani e di centrosinistra. Il ciclo però si è ormai concluso e l'età dei pensionati è destinata ad aumentare. Non le pensioni però. E questo è un bel problema sociale (per il futuro), sul quale Alvi sorvola. Quanto ai possessori di titoli pubblici, cone Alvi ben sa, si tratta di minoranze sociali.
In secondo luogo, è vero che occorrerebbe un "nuovo patto tra produttori". E qui D'Alema non ha del tutto torto. Ma il punto è che i produttori andrebbero "pescati" tra le piccole e medio-piccole imprese dove il ruolo del sindacato è residuale. E di conseguenza un "patto", implicherebbe una "sindacalizzazione", particolarmente invisa alle microimprese... Quanto alle grandi imprese, che brillano per egoismo, il patto proposto da D'Alema, si risolverebbe nella divisione di benefici e privilegi, a danno però dei più deboli: le piccole imprese. Quanto al sindacato, va rilevato che sta perdendo rappresentatività (come mostra il crescente calo di iscrizioni). Di qui scarsa autorevolezza, incapacità di rinnovarsi, e soprattutto mancanza di visione. Conta invece ancora troppo, è qui Alvi ha ragione, nel mondo del pubblico impiego. Dove andebbe ridimensionato...
Perciò sono entrambi fuori strada: Alvi enfatizza le rendite (che sono frutto di equilibri più complessi), D'Alema il "patto tra produttori" (che esiste solo nell'immaginario, forse criptoberlingueriano, dei suoi consiglieri economici).
Invece i veri problemi sono tre. Quello di introdurre una legge antimonopolistica, ferrea, in grado di liberalizzare sul serio i mercati, per poi "privatizzare", e coi proventi ridurre il debito pubblico. Quello di riformare seriamente la pubblica ammistrazione, e non semplicemente di "licenziare". Quello infine di concentrare, ma davvero, gli investimenti pubblici nei settori delle ricerca e delle infrastrutture economiche (si pensi solo al settore delle fonti di energia alternative...).
In questo senso continuare a parlare di rendite e di patti non serve assolutamente a nulla. Anzi distoglie dal perseguire politicamente, e con decisione, la soluzione dei veri problemi.

lunedì, giugno 19, 2006

"Uccido ridendo una famiglia irachena": il "video musicale" che imbarazza i militari Usa. Gli Stati Uniti sono una società violenta?

La storia del video-shock del marine che inventa (?) una strage, e poi la canta, accompagnandosi con la chitarra, tra gli applausi dei commilitoni, non può non suscitare almeno due domande: la società americana è una società "costitutivamente" violenta? E se sì, quali sono i rapporti tra violenza "costitutiva" ed espansione imperialistica Usa?
Proviamo a rispondere.
Soprattutto quando ci si riferisce ai popoli, è sempre pericoloso parlare di attitudini alla violenza collettiva, o addirittura di caratteri nazionali precostituiti. Come invece accadeva in certa letteratura pseudo-scientifica di fine Ottocento che divideva i popoli in superiori e inferiori, in "mansueti" e "feroci", inventandosi presunte differenze antropologiche, che qui è inutile a ricordare. Va però ammesso che esistono delle costanti, come dire, sociologiche, che incarnano la storia, la tradizione e la cultura di ogni popolo. Sotto questo aspetto l’America è stata definita una società violenta e individualistica, quasi hobbesiana, perché sarebbe distinta da una costante guerra di tutti contro tutti. Che c’è di vero in queste affermazioni?
La risposta è impegnativa. Cominciamo col dire che in effetti la storia degli Stati Uniti è segnata da quel mito della frontiera, che porta con sé la figura di un pioniere, abituato a farsi giustizia da sé e usare liberamente le armi. Dopo di che vanno ricordate le componenti bibliche: in particolare quella del popolo americano come il nuovo popolo eletto (bianco, protestante e di origine anglosassone). E ciò spiega l’atteggiamento di durezza verso i presunti popoli “inferiori” (nativi e minoranze), e illumina le ragioni culturali di una politica estera, divenuta nel tempo sempre più aggressiva.
A questi aspetti vanno poi aggiunti quelli più strettamente economici e sociali. In primo luogo, il primato attribuito all’economia, e in particolare a valori economici come il successo e il denaro. In secondo luogo, l’individualismo del pioniere, una volta coniugatosi, con quello economico, ha dato vita sul piano dei comportamenti collettivi a una società conflittuale e competitiva, o come si dice a somma zero: chi vince prende tutto, chi perde, magari per due volte di seguito, va a fondo.
Ovviamente, questi elementi, e in particolare i fili che li collegano, non vanno intesi in chiave di puri automatismi sociali e storici, nel senso dello stereotipo dell’americano eterno cowboy. Tuttavia questa miscela di individualismo aggressivo ed etnocentrismo, che rinvia al Far West, ai pionieri e a una certa lettura della Bibbia, ha prodotto non solo uno straordinario progresso economico (non condiviso però da tutti gli americani…) ma anche una società dura, a tratti spietata, e sul piano esterno, un imperialismo altrettanto privo di riguardi e spesso incontrollato.
A queste costanti sociologiche del “carattere” americano, che dunque esistono, vanno poi affiancati quelli che sono gli elementi “circostanziali”: le necessità dell’economia, la qualità e la sete di potere delle élite, il bisogno di trasferire, e quindi sopire i conflitti sociali, dall’interno all’esterno della nazione. Tutti elementi contingenti che di volta in volta possono frenare o accelerare l’aggressivo etnocentrismo individualistico di fondo.
Attualmente tutto sembra congiurare verso la crescita esponenziale dell’imperialismo incontrollato: dalla volontà di potenza chiaramente rivendicata dall’amministrazione Bush alla necessità di dare sfogo all‘economia, attraverso le classiche “commesse” militari. Naturalmente, giocano un ruolo decisivo, sia l’assenza di alternative politiche all’amministrazione repubblicana, sia la totale mancanza sul piano internazionale di un potere capace di controbilanciare quello Usa.
Ma quel che ripugna, e si tratta di un dato morale più che politico, è la scelta americana di ridurre ogni volta a danno collaterale, o “tragico incidente“, qualsiasi vittima causata dalla marcia trionfale dei “liberatori”, come ad esempio è accaduto per il nostro Calipari. Per non parlare poi delle migliaia di iracheni caduti sotto le bombe “intelligenti“. In tali frangenti gli americani, non fanno distinzioni, e trattano le vittime alla stessa stregua di quei perdenti che la società Usa emargina in modo sistematico: disoccupati, senza casa, poveri, minoranze riottose. Come una specie di prezzo, neanche troppo caro, da pagare al cammino del progresso.
Ma in che direzione?

venerdì, giugno 16, 2006

D'Alema l'Amerikano.

Nel primo quindicennio del Novecento, l'Italia pur essendo alleata con l' Impero Austro-Ungarico e la Germania, intrattenne rapporti più che amichevoli con nazioni ostili ai suoi due alleati (come nel caso dell'invasione della Libia, avvenuta grazie al via libera, non tanto di tedeschi e austriaci quanto di inglesi e francesi). Per non parlare poi dell'ingresso in guerra nel 1915, mercanteggiato soprattutto con gli inglesi. Ma come dimenticare la "pugnalata alla schiena" francese nel 1940... E, dulcis in fundo, il tentativo di Badoglio, respinto in malo modo soprattutto dagli inglesi, di allearsi con gli anglo-americani, dopo aver combattuto (piaccia o meno) con i tedeschi.
Questi sono solo alcuni episodi che segnano la storia della politica estera italiana. Come storia di una "media potenza", giunta tardi all'unità politica, con una struttura sociale ed economica arretrata, povera di risorse naturale (quelle per fare le guerre) e dunque sempre in bilico tra velleità di grandezza e calcoli opportunistici.
Nel secondo dopoguerra l'Italia sconfitta, volente o nolente, si è dovuta schierare con il blocco atlantico. Alleanza che ha subito una vera e propria svolta (nel senso dell'assunzione di impegni politico-militari sempre più impegnativi da parte dell'Italia) con il crollo dell'Unione Sovietica e lo sviluppo del gravissimo scontro militare con il mondo islamico, in particolare dopo la prima guerra del golfo.
Pertanto, nella situazione attuale, proprio il realismo politico - sempre invocato da tutti - imporrebbe all'Italia, una scelta netta tra neutralismo (alla Zapatero) o filoamericanismo (alla Berlusconi). Infatti il quadro militare è così grave, da essere ormai privo di qualsiasi spazio di mediazione, in grado di favorire i soliti calcoli opportunistici della tradizionale politica estera italiana.
Sarebbe necessario un salto di qualità: una specie di svolta storica...
E invece, che cosa si propone di fare l'attuale governo, e in particolare il suo neoministro degli Esteri D'Alema? Di ritirare le truppe dall'Iraq, lasciando un certo numero di istruttori militari (sembra 39) con l'incarico di addestrare le locali forze di polizia (per fare che cosa? Scuola di antiterrorismo? Un lavoro a dir poco ambiguo e sicuramente ingrato...). E protetti da chi? Magari dai marines e dagli scherani locali, come accadeva, di regola, agli "istruttori amerikani" che negli anni Sessanta-Settanta tramavano in America Latina per mantenere al potere i narcodittatori filostatunitensi... In cambio l'Italia aumenterà le truppe in Afghanistan, e sicuramente anche altrove.
Insomma, una "missione di pace"...
Così D'Alema l'Amerikano scontenterà tutti: gli statunitensi (sconcertati, ma fino a un certo punto, dagli italiani "traditori"), i pacifisti ( delusi per il brusco risveglio dal sogno zapaterista), e i filoamericani italiani, che, presentandosi come i veri difensori della causa "amerikana" rinfacceranno al governo di centrosinistra questa politica a mezzo servizio degli Usa.
Complimenti.

giovedì, giugno 15, 2006

Il libro della settimana: Natalino Irti, Nichilismo giuridico, Editori Laterza, Roma-Bari 2005, pp. VIII-148, euro 16,00

Viene prima il diritto o la società? Messa così, la domanda non è di quelle che invitino a continuare la lettura… Tuttavia l’interrogativo è meno astratto di quel che sembri. E spieghiamo subito perché.
Per alcuni viene prima la volontà giuridica del legislatore, che come un piccolo dio, cerca di plasmare la società a sua immagine. Per altri invece è la società stessa a darsi le leggi, attraverso quei filamenti invisibili che uniscono le volontà umane. Nel primo caso sono le leggi a foggiare i costumi, nel secondo sono i costumi a modellare le leggi.
In genere, come ha insegnato Montesquieu, sarebbe preferibile che le leggi riflettessero costumi consolidati, proprio per evitare pericolose fratture tra legislatore e società. Si tratta però di una preoccupazione che il diritto moderno, e in particolare quello di derivazione razionalista e illuminista, ha sempre tenuto in scarsa considerazione.
Perciò si tratta di una questione molto seria. Che non può essere lasciata - come si diceva un tempo per la guerra - ai soli generali, e dunque, nel caso specifico, ai giuristi… Non è un puro problema teorico da professori: è una questione politica. Dal momento che chi ritiene che il diritto preceda la società, finisce quasi sempre per inerpicarsi lungo un sentiero piuttosto pericoloso. Perché attribuisce al diritto, derivante dalla volontà di un legislatore (spesso eletto da minoranze…), una funzione esclusivamente educatrice o formatrice. Che spesso però rispecchia, non il sentire comune, ma soltanto quello delle élite dominanti.
Ciò però non significa che debbano essere ignorati contributi importanti, come quelli di Natalino Irti. Un giurista, oggi assai raro, che riesce al tempo stesso, come dire, a essere nel mondo ma non del mondo. In che senso? Irti, professore di diritto civile e accademico dei Lincei, è anche noto e apprezzato avvocato d’affari, già vicepresidente dell’Enel, membro del Cda Iri e del Comitato Privatizzazioni. Un attivismo professionale - ecco il suo “essere nel mondo”… - , che non gli ha però impedito di scrivere libri non di non comune apertura per un giurista. Di qui il suo “non essere del mondo”, in primis quello dei pedanti fautori di un diritto astratto, formalistico, e sganciato dalla filosofia e dalle scienze sociali .
Si pensi a un libro controcorrente come L’ ordine giuridico del mercato (Editori Laterza, Roma-Bari, 2003, nuova edizione), dove Irti, ricorda ai “liberisti della cattedra” che il mercato non è mai frutto di naturalistiche “leggi economiche”, ma di “decisioni politiche”: quando lo “Stato si ritira dall’economia e ‘privatizza’ beni e imprese, non c’è vuoto di politica (…), ma pienezza della politica, di quell’umano volere che ha scelto un dato regime della proprietà e degli affari” (p. IX). Per farla breve: si tratta di “volontà politica tradotta in statuizioni giuridiche” e infine economiche.
Oppure un testo intrigante come Norma e luoghi. Problemi di geo-diritto (Editori Laterza, Roma-Bari 2005, 5° edizione), dove Irti riprendendo Schmitt e puntualizzando la natura spaziale e volontaristico-politica del diritto, demolisce “certo fiducioso neo-illuminismo”. Che, come scrive, “da un lato, riscopre le ‘magnifiche sorti e progressive’, e, dall’altro, offre in compensazione universali diritti dell’uomo. I quali in assenza di un diritto naturale che i neo-illuministi non ardiscono di riproporre, appaiono sospesi nel vuoto, privi della volontà storica degli Stati (perché altrimenti non sarebbero né universali né dell’astratto ‘uomo’, ma ‘particolari’ e di concreti ‘uomini’), e privi, a un tempo, di qualsiasi altro fondamento” (p. 100).
Ecco, il problema dell’assenza del fondamento, conduce a quello che è il tema del suo ultimo libro, Nichilismo giuridico (Editori Laterza, Roma-Bari, 2005, pp. VIII-148, euro 16,00). Un testo, che tra l’altro, si pone la domanda da cui siamo partiti: viene prima il diritto o la società?
Irti non ha dubbi, viene prima la società. Secondo l’autore il “nichilismo giuridico” nasce proprio dalla “solitudine a cui oggi si è “consegnata (…) la volontà umana” (p. 22). Solitudine che è al tempo stesso esistenziale e sociale: l’inevitabile prodotto dissolutivo della modernità secolarizzante: di lì viene il diritto “nichilista”. “ Cadute le garanzie di natura o di ragione, - scrive Irti - il diritto si aggrappa a principî intra-mondani : spirito del popolo, unità dei codici, Stato-nazionale, ideologie politiche, e via seguitando. Ma essi si rivelano per ciò che sono: criterî storici ed effimeri, proiezioni della volontà che ha bisogno di appoggiarsi a qualcosa di ‘vero’ e di stabile. E dopo, allorché queste unità e totalità si disgregano e dissolvono, la volontà rimane ancora solitaria; nessuna voce più risuona dal di fuori, e intorno grava un terribile silenzio, il vuoto agghiacciante dell’universo” (p. 23). E dal “vuoto” non può che sorgere un diritto provvisorio, instabile, che culmina nel vorticoso, e solo apparentemente virtuoso, succedersi di norme giuridiche, emanate, modificate, abrogate, eccetera.
Anche perché si aprono continuamente crepe, che legislatore cerca di “chiudere”, ricorrendo alle tecniche di un “diritto [che] nasce dalle forze in campo, da rapporti di volontà, affidati a contingenza e causalità. Ogni norma è labile e provvisoria” (p. 24).
Quali sono le “frequentazioni” culturali dell’autore? Irti cita, a parte Schmitt, pensatori che di solito i giuristi poco apprezzano o conoscono: Nietzsche, Sartre, Camus, Valéry, Ortega, Simmel, Severino. Con quest’ultimo, Irti ha pubblicato l’avvincente Dialogo su diritto e tecnica (Editori Laterza, Roma-Bari 2001). Dove entrambi sostengono che il diritto sia ormai divenuto una pura tecnica “produttiva” di norme per e del mercato: il diritto “ricava le cose dal niente e le riporta al niente”. E’ un puro “fare” umano che distrugge e edifica: dà e toglie la vita.
Irti però, a differenza di Severino, ritiene che “il frammentismo normativo” possa stimolare “proposte ideologiche” E sceglie come modello di “nichilismo attivo” l’ homme révolté di Camus. Si tratta, come è noto, di un uomo che accetta la sua condizione per quel che è, e va avanti incontro alla vita, senza rimpianti per trascorse età dell’oro. “Il nichilismo - scrive Irti - ci salva e protegge; smaschera falsi idoli, da cui pensavamo di trarre il nostro ‘valore’. E tutto risolve nelle differenze della volontà, nel loro conflitto, nel loro vincere o soccombere. Esso non è rinuncia, ma accettazione; non è inerte angoscia, ma serena fraternità col divenire” ( p. 148).
Nichilismo giuridico, come ogni libro ricco di stimoli, può essere letto con profitto dal giurista, ma anche dal sociologo, dal politico intellettualmente curioso, nonché da chiunque sia intrigato dagli aspetti filosofici del diritto. Inoltre, è uno studio che presenta il diritto come “fatto sociale”. Dal momento che lo riconduce al divenire, o comunque a una decisione politica, che ha dietro di sé un ordine sociale, volontaristico ma concreto. E non un legislatore, convinto di sapere in astratto quale sia il “vero” bene dei cittadini. E magari d’ imporlo in modo totalitario.

mercoledì, giugno 14, 2006

La vittoria della nazionale Italiana: chi si diverte acconsente

La nazionale vince e la febbre da mondiali cresce. Il sistema calcio sembra più forte che mai. Nonostante gli scandali la gente tifa e si diverte. E divertirsi significa dimenticare e dunque acconsentire... E "concedere respiro" al sistema stesso: già si parla di amnistia per giocatori e dirigenti in caso di vittoria finale. E non tutti sono contrari.
Certo, la prima reazione non può che essere di sdegno. Ma possono bastare le solite parole di condanna di qualche anima (moralmente) bella del tipo "Questo Paese non cambierà mai", "Gli italiani hanno la classe 'calcistica' che si meritano"? No. Prima è necessario capire.
Perché la gente di diverte?
In primo luogo, perché il tifo sportivo (soprattutto quello televisivo, mentre andare allo stadio già richiede più impegno, e riguarda comunque minoranze sociali, ...), come ogni forma di partecipazione competitiva, anche indiretta e dunque sublimata, annulla ogni distanza morale: quel che conta è vincere, e pur di vincere si accetta tutto, anche di farsi rappresentare da un grumo di indagati: basta che siano bravi. Il che è facilitato dal fatto che la società italiana, eccelle da secoli nel criterio della doppia morale: una pessima abitudine che la spinge a glorificare vincitori, e per contro, a "scaricare" i perdenti.
In secondo luogo, la nazionale di calcio, nel secondo dopoguerra, ha sublimato le passioni nazionalistiche italiane. Si tratta di un processo incorraggiato dall'alto. Per molti, se non per tutti, ogni vittoria o sconfitta della nazionale è questione di vita o di morte. Di qui il dovere di non sottrarsi a un "sano" tifo per gli azzurri.
In terzo luogo, oggi il calcio è diventato soprattutto intrattenimento. Uno spettacolo da vendere e sul quale guadagnare cifre enormi. Si noti come i media, che sono i primi veicoli e fruitori degli introiti pubblicitari, dopo lo sconcerto iniziale, dovuto a Calciopoli, si siano subito riorganizzati. E come ora stiano enfatizzando, grazie a un esercito di opinionisti, il mondiale tedesco, soprattutto dopo il primo successo della nazionale italiana . Si esercita sulle persone ( i telespettatori) un pressione sociale tremenda: chi non segue le partite della nazionale deve essere messo nella condizione di sentirsi un "fuori casta". Non per ragioni di malinteso patriottismo calcistico (o comunque non solo), ma principalmente per questioni economiche: "di cassa". E nel caso italiano anche per coprire le magagne, magari con una amnistia...
Perché meravigliarsi dunque, se sette-otto italiani su dieci (e dunque anche chi non segue abitualmente il calcio) pare gioiscano per la vittoria di un pugno di indagati? Come dimenticare, la foto apparsa su tutti i giornali, del "severo" giurista Guido Rossi, felice come un bambino, dopo aver ricevuto in dono la maglietta d'onore della nazionale.
Chi si diverte acconsente. Appunto.

martedì, giugno 13, 2006

La moda. Divagazioni sociologiche

Che vuol dire essere alla moda? Secondo i dizionari significa saper individuare ciò che è giusto e adeguato al momento presente. Ad esempio sono alla moda, in questa per nulla torrida quasi estate, le giovani donne con l’ombelico in bella mostra… Come lo sarebbero, ma d’inverno (un freddo inverno), le stesse ragazze di cui sopra, completamente rivestite di felpe, jeans, scarpe da tennis e con zainetto sulle spalle. Per contro chi tiene coperto l’ombelico e non porta felpe e jeans non è sicuramente trendy: né in estate né in inverno.
A prima vista perciò essere alla moda, significa seguire un certo modello (di abiti, e più in generale di consumi) apprezzato da alcuni e rifiutato da altri. Chi va in giro mezzo nudo si sente diverso da chi è più pudico, e al contempo uguale a chi condivide la sua scelta. Ovviamente tra coloro che sbandierano l’ombelico, c’è chi ama esibirlo, “impreziosendolo” con piercing e tatuaggi, un elemento, quest’ultimo di ulteriore diversità, che consente maggiore stratificazione: chi mostra l’ombelico è alla moda, chi ha un piercing “ombelicale” lo è ancora più , e chi oltre al piercing ha anche un tatuaggio, è decisamente supertrendy ( se però nel frattempo la moda fosse cambiata, desiderei essere avvisato... Grazie).
Questo per chiarire che la moda, come il poker, si basa sul costante rilancio delle somme puntate: più si corre dietro alla moda più si aspira a essere diversi dagli altri: persino da chi provvisoriamente condivide i nostri stessi gusti. Di qui un processo a spirale, che spesso, come nel caso delle diete estreme, finisce per stritolare chiunque capiti tra suoi ingranaggi.
E’ anche lecito chiedersi perché e come nasca la moda. Per dirla con Georg Simmel, ogni società, anche quella tradizionale si fonda su un contrasto sociale che nasce dal bisogno dell’uomo di essere al contempo uguale e diverso dall’ altro. Per sanare questo conflitto ogni gruppo sociale fissa, o prova a fissare, il suo punto di equilibrio, che ovviamente sarà diverso a seconda dei valori condivisi: una società sacerdotale punterà sulla riduzione dei consumi e controllerà rigidamente le mode, invece una società liberale incentiverà gli uni e le altre. Ma entrambe dovranno fare i conti col bisogno umano, insopprimibile, di confrontarsi con l’altro anche attraverso la moda.
Ora, il problema è che le nostre società, e probabilmente per ragioni economiche (un capitalismo che cessasse di produrre sarebbe perduto), devono ignorare il senso del limite. Pertanto il “punto di equilibrio” tra l’essere uguali è diversi viene costantemente sposato in avanti: l’individuo non può e non deve avere tregua, il consumo di mode è tutto, la persona nulla. Ha perciò importanza relativa scoprire se la moda oggi nasca dall’ imitazione in basso dei gusti del jet set, o dalla ripresa in alto, da parte di guru musicali e pubblicitari, di tic e atteggiamenti del sottoproletariato nordamericano. Il vero problema è il rifiuto del limite, o comunque di un equilibrio stabile.
Non ci si deve perciò scandalizzare per un ombelico scoperto, ma per l’infernale meccanismo che vi è dietro: quello di una macchina mediatica ed economica, che pur inneggiando alla creatività del singolo, lo spinge, attraverso il frenetico susseguirsi delle mode, verso il precipizio di una nevrosi dell’apparire. Un male “sociale” che inizia da giovani col culto dei consumi inutili, per poi diventare sempre più insidioso, soprattutto da adulti, quando si scopre che il capitalismo non è il Paese dei Balocchi. A quel punto però è già tardi, le frustrazioni hanno avuto il sopravvento. E l’uomo troppo impotente e avvilito per reagire, privo di autentiche radici, continua a comprare di tutto, sperando così di guarire, mentre in realtà si consegna alle sue due ossessioni: comprare e apparire, apparire e comprare…
Ovviamente, va anche respinta ogni pericolosa nostalgia per l’Età della Pietra, o per la Cina di Mao, dove ci si vestiva tutti uguali. Si dovrebbe invece riscoprire il senso del limite, almeno sul piano individuale, come giusto equilibrio interiore tra essere e apparire, tra uguaglianza e diversità.
Anche perché, come abbiamo visto, seguire la moda è una gran fatica: si corre e si suda, per poi ritrovarsi sempre al punto di partenza. Misteri dell’uomo? Della moda? No, del capitalismo.

lunedì, giugno 12, 2006

Il "dialogo tra politica e giustizia". Un'analisi realistica

Gli inviti al dialogo tra politica e magistratura e i ripetuti giuramenti, anche di figure autorevoli, di voler difendere l’indipendenza della magistratura, fanno parte di una specie di repertorio dei luoghi comuni della modernità liberale…
Sarebbe invece più onesto parlare di battaglia per il controllo della magistratura. Perché? La magistratura dello stato liberale, in più o meno due secoli di storia, è sempre stata sottomessa al potere politico. Il problema non è solo italiano...
Le istituzioni, come veri e propri organismi biologici, hanno una loro vita naturale: si espandono se non trovano ostacoli, e si bloccano o regrediscono se ne incontrano. Ma per espandersi servono risorse economiche proprie. E la magistratura, uno dei bracci del moderno stato liberale, non ne ha mai possedute, come del resto ogni altro corpo amministrativo. Ha perciò sempre confidato in poteri più forti di lei: che pagano i conti ma pretendono… Ad esempio, in Italia, i giudici sono sempre stati ligi al potere, ma anche attenti a ingraziarsi le forze politiche che sembrava fossero lì lì per conquistarlo, come negli anni di Tangentopoli. Ovviamente, tutte le forze politiche in campo hanno sempre issato la bandiera dell’indipendenza della magistratura. Qualsiasi riforma, come ogni controriforma, è tuttora presentata come “tesa a ripristinare la libertà e l’indipendenza dei giudici”. In realtà, si tratta solo di una lotta all’ultimo sangue - è bene ripeterlo - per il controllo politico della magistratura.
E i giudici? Generalmente si sono sempre divisi tra minoranze politicizzate di destra e sinistra (più di destra, almeno fino agli Sessanta del Novecento) e maggioranze politicamente indifferenti, pronte però a ubbidire, come ogni altro dipendente statale, a chi può aprire o chiudere i cordoni della borsa (in termini di offerta politica di mezzi e risorse istituzionali)
Pertanto si continua ad assistere, come nella commedia umana balzachiana, a un ripetersi di ipocrite discussioni giuridiche, che servono solo a nascondere le asprezze di una lotta di potere, del resto naturale, tra forze politiche opposte, prontamente affiancate da quelle minoranze di magistrati che ne condividono gli scopi. E nonostante tutti sappiano come stiano le cose, si continua ad aspettare la riforma definitiva: il miracoloso giorno in cui la magistratura diverrà indipendente, e per sempre…
Non è necessario essere sociologi, per capire che i poteri non sono soltanto tre come sostengono i liberali (esecutivo, legislativo, giudiziario), ma molti di più: economico, religioso, culturale, tanto per indicarne alcuni. Che dietro il potere politico e formale dello stato, ci sono poteri concreti (partiti, forze economiche, potenze straniere), inclini a espandersi “naturalmente”, ognuno per sé e danno degli altri. E che in mezzo a questi giganteschi lottatori di Sumo il giudice assomiglia al famoso vaso di coccio tra i vasi di ferro.
Che fare? Prendere atto della realtà: la magistratura, come potere sociale autonomo non è mai esistita. Ma anche capire che se lo diventasse, acquisendo risorse economiche proprie, si trasformerebbe da organo dello stato in istituzione privata, pronta a lottare pur di espandersi. Certo, la magistratura cosi com’è, senza risorse proprie, subisce chi comanda. Tuttavia se ne avesse (il che però in pratica è impossibile: come privatizzare la magistratura penale?), potrebbe emanciparsi ma anche entrare in conflitto con le altre istituzioni, giuridiche o meno.
Detto in breve: da un lato c’è la sottomissione al potere, dall’altro la guerra civile tra poteri. E in mezzo, le chiacchiere pseudoliberali sulle “riforme” e le finte liti di cortile tra politici e magistrati, le promesse di Mastella e i giuramenti di Napolitano.
Altro che "Terzo Potere"...

venerdì, giugno 09, 2006

La morte di Al Zarqawi: il trionfo della biopolitica

Il "problema del terrorismo fondamentalista" in Iraq, come viene definito da Bush, è troppo radicato in una gravissima situazione sociale, economica e politica, per potere essere risolto, con l'uccisione di uno dei suoi capi riconosciuti, Al Zarqawi.
E qui può essere fatto un parallelo col terrorismo russo prima del rivoluzione del 1917: l'uccisione e la deportazione di capi e quadri ma anche di semplici oppositori politici, rese solo più feroce la guerra civile, i cosiddetti anni del comunismo di guerra. L'autocrazia russa invece di riformare la società eliminava fisicamente i suoi oppositori... Insomma, applicava rigorosamente i principi della biopolitica.
In realtà, il "terrorismo", sorvolando sulle diverse ideologie che storicamente lo animano, nasce dalla distruzione di ogni tessuto sociale e politico, come appunto accadde nella Russia prerivoluzionaria. E come avviene, di regola, nelle società in "avanzato stato di decomposizione" come l'Iraq attuale. Una ex nazione ormai totalmente priva di una qualsiasi traccia di borghesia autoctona e delle più elementari infrastrutture civili. E soprattutto dove il "terrorismo" viene contrastato esclusivamente con la forza delle armi americane. Tuttavia la "biopolitica" del controllo e dell' eliminazione dei corpi degli avversari (incarcerati, torturati, uccisi...) non solo non basta, ma finisce per innescare, come sta avvenendo, una innarrestabile spirale di violenza.
Questo è l' "errore", se così si può definire, che stanno commettendo gli americani e i loro alleati. Distruggono i corpi e trascurano le "anime" ( le ragioni culturali, sociali e politiche della resistenza e del terrorismo): fanno precedere alla "ricostruzione" dell'Iraq, la distruzione totale del "terrorismo". Liquidando per giunta con questo termine chiunque osi criticare il disegno politico-militare occidentalista.
Gli americani, insomma, commettono lo stesso errore dell'autocrazia russa, che con la sua rigidità aprì le porte prima all rivoluzione e poi agli orrori della guerra civile.
L'uccisione di Al Zarqawi va perciò interpretata in termini biopolitici: dalla sua eliminazione, fisica (frutto della rozza equazione: eliminazione dell'uomo = eliminazione dell'idea), all'istantanea diffusione mediatica delle foto del suo cadavere.
Il punto è particolarmente importante: perché "puntare i riflettori" sul corpo di Al Zarqawi? Per due ragioni: in primo luogo, per provare la morte dell'uomo e dunque dell'idea stessa; in secondo luogo, per sottoporre l'uomo e perciò anche l'idea, a quei rituali propiziatori di degradazione mediatica, rivolti a favorire, mediante la "distruzione" pubblica dell'immagine del nemico, la diffusione dell'idea che la vittoria "finale" sia ormai vicina. E a giustificazione di tale ferocia biopolitica, le autorità militari americane enfatizzano la natura (orrenda) di tagliatore di teste di Al Zarqawi. Come dire: ecco vedete, la nostra biopolitica è una necessaria risposta alla biopolitica del nemico...
E' il trionfo della biopolitica. La pace, purtroppo, è più lontana che mai.

giovedì, giugno 08, 2006

Riletture: Gianfranco Miglio (1918-2001)

Gianfranco Miglio non ha lasciato "grandi" libri, nel senso di opere organiche e compiute, come Pareto, Mosca, Michels, eppure può essere ritenuto un pensatore della stessa levatura dei grandi della politologia del Novecento. In effetti, la sua produzione si compone principalmente di saggi scientifici, alcuni molti lunghi, e brillanti interventi accademici. è ricchissima di intuizioni storiche e politiche. Tutte meritevoli di essere studiate e sviluppate. Ma come è noto i tempi delle idee sono lunghi... Quel che invece va assolutamente evitato è ricondurre, svilendolo, il pensiero di Miglio, così complesso e intrigante, alle sue scelte politiche, soprattutto quelle che risalgono all’ultimo periodo della sua vita. Scelte che ogni studioso deve comunque rispettare, ma che non possono assolutamente essere utilizzate per interpretare in modo retrospettivo il suo pensiero.
Gianfranco Miglio nasce a Como nel 1918, da una agiata famiglia della media borghesia; il padre è pediatra. Miglio andrà fiero per tutta la vita fiero delle origini lombarde. Dopo aver frequentato il Liceo Como, si iscrive all’Università Cattolica del Sacro Cuore (1936), Facoltà di Giurisprudenza. Si laurea nel 1940, anno in cui l’Italia entra in guerra. Un difetto congenito all’apparato uditivo ne causa l’esonero dal servizio militare. Inizia la carriera universitaria come assistente volontario presso la Facoltà di Scienze Politiche (sempre alla Cattolica). Nel 1948 ottiene la libera docenza Nel 1956 diviene professore ordinario, e va a occupare come “straordinario” la cattedra di Storia delle dottrine politiche” (materia già insegnata da libero docente). Nel corso degli anni insegnerà Storia del Trattati e politica internazionale, Storia delle istituzioni politiche, Dottrina dello Stato, e infine Scienza della Politica. Nel 1959 viene nominato preside della Facoltà di Scienze politiche, carica che ricopre fino al 1988. All'inizio degli anni Sessanta fonda con Feliciano Benvenuti l’Isap [Istituto per la scienza dell’amministrazione pubblica] , e poi sempre su sua inziativa nasce la Fisa [Fondazione italiana per la storia amministrativa] (1961-1971). Dal 1980 al 1983, dirige i lavori del Gruppo di Milano, che studia e propone una riforma delle costituzione italiana in chiave semipresidenzialista. Nel 1983 fonda la prestigiosa collana di scienza politica "Arcana Imperii" . Dal 1992 viene eletto al Parlamento come indipendente nelle liste della Lega Nord, e regolarmente rieletto nel 1994 e nel 1996, anno in cui però passa al gruppo misto senatoriale. Muore nel 2001.
Per capire l’approccio di Miglio alla politica va tenuto presente il suo essere abituato a pensare “per millennî” (caratteristica che Miglio diceva di aver ereditato dal suo maestro Alessandro Passerin D’Entrèves, si veda Gianfranco Miglio, Le regolarità della politica. Scritti scelti raccolti e pubblicati dagli allievi, Giuffrè Editore, Milano 1988 vol. I, p. XXXII, http://www.giuffrè.it/ ). Una “buona” abitudine, oggi scomparsa tra i politologi, che determina due conseguenze.
In primo luogo, lo spinge a studiare quelle che sono le strutture invariabili della politica (“regolarità”). E Miglio ne cita alcune nella “prefazione” all’antologia schmittiana (curata con Pierangelo Schiera), Le categorie del “politico”. Saggi di teoria politica (il Mulino, Bologna 1988,1° ed. it. 1972, p. 13 - http://www.mulino.it/ ): la ricerca di un dominio esterno (Tucidide); il competere degli egoismi umani (Machiavelli); la presenza nel gruppo politico di un “capo decisivo” (Bodin); la natura fittizia, ma altrettanto necessaria, al fine della rappresentanza, dello scambio protezione-obbedienza tra cittadini e potere politico(Hobbes); la natura ciclica e minoritaria della classe politica (Mosca); l’antitesi comunità-società (Tönnies); il ruolo delle ideologie politiche nei processi di legittimazione (M.Weber); la contrapposizione amicus-hostis (Schmitt).
In secondo luogo, nel quadro di queste regolarità formali, Miglio colloca anche il rapporto tra uomo e potere, o se si preferisce, tra libertà, autorità e protezione, in termini di logica concreta delle istituzioni. Cioè non indaga le istituzioni dal punto vista formale come nel liberalismo giuridico, ma in chiave realistica: ne analizza il funzionamento effettivo . Il nodo teorico che Miglio cerca di sciogliere è il seguente: le istituzioni politiche e sociali nascono per proteggere la libertà dell’uomo, ma purtroppo nel tempo finiscono per rispondere a una propria logica interna di tipo utilitaristico-funzionale, dove, ad esempio, l’obbedienza finisce per avere la meglio su protezione e libertà. Si tratta di un processo, o ciclo, che rende le istituzioni politiche, al tempo stesso, coercitive e superate, perché non più adeguate alla realtà storica, e, ancora peggio, incapaci di tutelare le libertà concrete, a cominciare da quella economica. Di qui la necessità di istituzioni, come ad esempio il federalismo, capaci di riflettere politicamente, quella fluidità sociale ed economica, che nel tardo Novecento, sembra segnare la fine del ciclo politico dello stato moderno.
Oltre al volume citato (che raccoglie quasi tutti i suoi scritti principali), si veda per un ulteriore approfondimento critico e bibliografico il volume di studi a lui dedicati, e raccolti da Lorenzo Ornaghi e Alessandro Vitale, Multiformità e unità della politica Giuffrè, Milano 1992), nonché l’acuto profilo di Alessandro Campi, Schmitt, Freund, Miglio. Figure e temi del realismo politico europeo, Akropolis/La Roccia di Erec, Firenze 1996, pp.113-148 ( http://www.libreriaeuropa.it/ ).

mercoledì, giugno 07, 2006

Il libro della settimana: Massimo Fini, Il Ribelle dalla A alla Z, Marsilio, Milano 2006, pp.295, euro 17,00

Si resta per un attimo interdetti davanti allo scorpione che spicca sulla copertina dell’ultimo lavoro di Massimo Fini, Il Ribelle dalla A alla Z (Marsilio Milano 2006, pp. 295, euro 17.00). In genere gli aracnidi non sono proprio di bell’aspetto… Ma, basta girare il libro per scoprire in controcopertina, come compensazione, un piacente Massimo Fini, nel casual look da professore della Berkeley che gli è solito: non sorride, ma benevolo, fissa il lettore.
Del resto mai fermarsi alle copertine. E probabilmente lo scorpione è lì a indicare la natura “urticante” dei libri di Massimo Fini, che pungono e irritano il lettore conformista a destra come a sinistra, mentre piacciono a un crescente numero di lettori stufi dei luoghi comuni occidentalisti. Di qui il successo editoriale. Che però rischia di trasformarsi in un’arma a doppio taglio: la banalizzazione è sempre in agguato. O se si preferisce il sociologhese: sussiste il risch,io di essere trasformati in “prodotti culturali di massa”, da acquistare nei supermercati del libro, settore apocalittici integrati.
Non è ancora questo il caso di Fini. Più battagliero e “Ribelle” che mai, come mostra il suo ultimo libro. Che è interessante per due ragioni.
In primo luogo, è una preziosa enciclopedia del Fini-Pensiero dalla A alla Z, come recita il titolo. Pertanto il lettore, può leggerlo sia tutto di seguito, sia saltando da un voce all’altra, grazie all’efficace sistema di rinvii tra un “lemma” e l’altro. Per scoprirne però tutta la carica antimoderna, e cogliere il suo filo conduttore, si consiglia di iniziare dalle voci, democrazia, globalizzazione, illuminismo, occidente, progresso e relativismo culturale.
Esemplare, anche dal punto di vista stilistico (per certa proverbiale icasticità finiana), la voce capitalismo: “Un bel mattino di sole - scrive Fini - viaggiavo per le campagne del Ciskei (un bantustan nero all’interno del Sud Africa allora governato dai bianchi) fra huts dignitose e campi ben coltivati ma a metà. Mi accompagnava mio cugino, Valerio Baldini, un geologo che aveva vissuto molti anni da quelle parti: Valerio, indicandomi col braccio la campagna circostante, mi disse: ‘Vedi? La differenza fra un nero e un bianco sta in questo: che un nero, se ha un campo, lo coltiva per quanto gli basta , il bianco lo coltiva tutto’. Ecco, in due parole, la definizione di capitalismo”(p. 42).
In secondo luogo, il libro è ricco di spunti biografici, che permettono al lettore di scoprire l’itinerario finiano: capire finalmente come il giovane giornalista, “col suo bravo bagaglio di certezze illuministe”, sia diventato un fiero nemico del “modello paranoico”, quello occidentale: perché basato, secondo Fini, sulla folle e inarrestabile caccia ai beni di consumo. I primi dubbi lo assalgono a Nairobi, all’inizio degli anni Settanta, quando scopre per la prima volta gli effetti negativi dell’urbanizzazione imposta da certe ex potenze coloniali: bidonville, alcolismo e miseria. Dubbi che diverranno certezze dopo altri viaggi e inchieste sul cosiddetto “Terzo Mondo. E infine libri-denuncia contro l’ “illuminato” Occidente, frutto di intense ricerche, a cominciare dalla Ragione aveva torto? (1985).
Fini non vuole però essere considerato partigiano dell’irrazionalismo o della reazione: “Non sono un irrazionalista alla Guénon o alla Evola (gente rispettabilissima ma con la quale ho poco a che vedere), che si rifanno a primigenie e inverificabili epoche iperboree, né un cultore di una mitica Tradizione, che nessuno ha mai capito bene cosa sia, alla Elémire Zolla. Porto argomenti, studi, ricerche, cifre, dati, statistiche e confronti possibili e verificabili con altre culture, altre società, altri popoli, altri modi di vivere e di pensare (…). Insomma critico la ragione illuminista, con i suoi derivati e le sue realizzazioni (…). Non pretendo di avere la verità in tasca, però desidererei che alle mie argomentazioni si replicasse con altre argomentazioni e non con le scomuniche (…). Io non voglio provocare nessuno. Chiedo risposte” (pp. 163-164).
Giusto. Sarà però difficile che Fini possa riceverne. Perché? Paradossalmente, proprio a causa dello status sociologico che si è stoicamente ritagliato, spesso pagando di persona: quello del “Ribelle”. Quando si “dice no” en bloc, anche motivandolo “scientificamente”, si rischia sempre di restare isolati. Dal momento che non si lascia all’avversario alcuno spazio di discussione, o via d’uscita… Resta però un’altra possibilità: quella di trasformarsi in rivoluzionario. O comunque di sporcarsi le mani con la politica. Il che tuttavia implica un credo ideologico e un’organizzazione: un creare o entrare a far parte di un partito, o comunque di una qualche struttura di rappresentanza. Una scelta che tuttavia qualsiasi ribelle, proprio perché “aristocratico” e individualista, non può accettare. Come prova la stessa vicenda di Catilina, così apprezzato e citato da Fini come esempio, ma la cui ribellione è appunto “personale, sentimentale, ideale e romantica” (p. 214). In una parola impolitica. Purtroppo.
A dirla a tutta, Il Ribelle dalla A alla Z, pur così avvincente sotto l’aspetto biografico e culturale, non persuade del tutto sotto quello della proposta politica. Ad esempio, Fini suggerisce come via d’uscita, sia la riscoperta delle piccole patrie e delle identità locali, sia un’ “Europa, neutrale, armata e autarchica”.
Ora, pur sorvolando sul tema non secondario dell’opzione atlantica europea, non si capisce come sia possibile unire le due cose. La scelta autarchica impone una struttura decisionale centralizzata. Altrimenti come coordinare gli scambi interni ed esterni? E inoltre richiede un’economia di tipo misto, o in ogni caso basata su una programmazione generale (per settori economici e aree geografiche). Il che dunque impone la persistenza degli stati nazionali e di burocrazie “centralizzate”. Senza i quali resterebbe difficile, se non proprio impossibile, non solo attuare ma perfino parlare di autarchia economica. E figurarsi in un’ Europa, frammentata in molteplici economie locali: quelle delle “piccole patrie” auspicate da Fini (il Galles, la Provenza, la Savoia, eccetera). Per non parlare poi della scelta nucleare: un’Europa priva di stati nazionali e segnata da pulsioni centrifughe, come potrebbe coordinarsi militarmente? E di riflesso, su quali forze militari potrebbe costruire la sua neutralità armata?
Sono problemi di non facile soluzione. Che impongono il ricorso alla politica in senso alto: come capacità di leadership, e soprattutto esercizio di saggio realismo. Mentre Fini nel suo libro alla lettera P, omette addirittura il termine “politica”. E il perché lo si intuisce da quel che scrive qualche pagina più avanti: “Il ribelle non ama la vittoria perché non ama la vita o se ne sente comunque estraneo” (p. 216).
Bello! Ma per fare politica è necessario schierarsi dalla parte della vita, soprattutto quella degli altri. E in modo istituzionale, sistematico… Ed è una regola che dovrebbe valere per tutti. Dovrebbe… Perché, come non fare un’eccezione per un Ribelle del calibro di Massimo Fini?

martedì, giugno 06, 2006

La società del rischio. Qualche riflessione

Il XIX secolo teorizzò che l’uomo civilizzato della società industriale sarebbe vissuto in un clima di pace: sereno, soddisfatto, consapevole dei propri diritti, l’uomo del futuro avrebbe goduto delle grandi conquiste della scienza e della tecnica.
A tutti è noto che purtroppo non è andata così. Oggi, nel XXI secolo, l’uomo vive male: incertezza, angoscia e paura segnano la sua condizione in tutti i campi. Sul terreno economico (insicurezza del posto di lavoro), sociale (apprensioni diffuse per l’ incolumità fisica e la protezione dei beni posseduti ), politico ( timori di guerre e attentati terroristici), scientifico (diffidenza verso l’ambiguo linguaggio degli scienziati) e ambientale (paura di catastrofi ecologiche, provocate dall’ intensivo sfruttamento tecnologico della natura).
Alcuni studiosi hanno definito la nostra società come “società del rischio”. Se la società del tardo XIX secolo, o della seconda metà del XX, era una società della sicurezza, basata su alcuni punti fermi (valori borghesi, crescita economica, welfare), la nostra è una società dell’ “insicurezza”, priva di valori stabili. Ma questo è risaputo.
Meno noto è che la società del rischio tende a generare individui vulnerabili: uomini e donne con una particolare disposizione a essere moralmente feriti, incapaci di difendersi e reagire, e quindi bisognosi di aiuto. Il confuso groviglio di paure sociali produce in misura crescente individui, così oppressi dalla vita (o comunque che si ritengono tali), da rifugiarsi in un mondo privato, fatto di microcertezze (piccole abitudini quotidiane: vedere un film, andare a cena al ristorante, fare shopping, un piccolo viaggio, eccetera): un universo privatissimo “inaccessibile” allo spaventoso mondo delle “macroincertezze” .
L’equilibrio tra i due mondi è garantito dall’accettazione di massa della “macrorealtà” , così com’è: esternare le proprie paure e imputarle alla società del rischio, significherebbe infatti, per i singoli rimettersi in gioco, e soprattutto porre in discussione le microcertezze: le piccole e in apparenza piacevoli abitudini. Dal momento che la perdita del posto di lavoro per ragioni “politiche” ( magari per “troppa” attività sindacale…), implicherebbe il venire meno di quelle risorse economiche che consentono però di vivere all’ombra, delle microcertezze individuali.
Tuttavia più si allarga la sfera sociale e soprattutto ideologica del rischio, più l’individuo si chiude in se stesso rifiutando ogni responsabilità politica e sociale: la “cognizione” (ma forse si dovrebbe parlare di “rappresentazione”) del rischio genera paura, e la paura persone timorose di perdere quel poco che hanno, e disposte a tutto pur di conservarlo. Ciò significa pure che l’ “esercizio del coraggio” viene sempre più delegato alle istituzioni: si rafforzano così i poteri di eserciti e forze dell’ordine, gli unici professionisti autorizzati a gestire i “rischi” della repressione poliziesca e militare . Il che in linea di principio non sarebbe sbagliato, se non fosse che al rafforzamento concreto delle istituzioni segue regolarmente quello dell’ideologia del rischio e della dissuasione. Si assiste al seguente fenomeno: per un verso le istituzioni politiche, economiche, sociali, creano un clima di allarme che le rafforza, e per l’altro le stesse istituzioni vietano ai singoli di intervenire, trattandoli come minori incapaci d’agire, anche in situazioni dove potrebbero cavarsela da soli, come soccorrere una persona o impedire che qualcuno sia ingiustamente maltrattato…
Ora, non si desidera assolutamente celebrare l’ individualismo del cowboy: del pistolero che si fa giustizia da solo. Ma non va neppure incoraggiata o giustificata l’ “ideologia del rischio”. Che punta alla costruzione sociale di un individuo impaurito, funzionale agli attuali equilibri politici ed economici. Tuttavia, come mostra il modello americano, anche il cittadino troppo “intraprendente”, dire regola produce solo altra violenza.
Il coraggio, non va mai confuso con la temerarietà o la prepotenza. Il punto è che chi non lo possiede, non può darselo da solo. Servirebbe un nuovo modello culturale: più che di società del rischio, che purtroppo già esiste, si dovrebbe teorizzare una auspicabile ideologia del coraggio. Ma ci vorrebbe appunto coraggio…

lunedì, giugno 05, 2006

Il ritiro delle truppe italiane dall'Iraq. Un buon inizio ma non basta.

Ritirare le truppe italiane dall'Iraq è un buon inizio. Ma non basta. Perché andrebbe rimnesso in discussione l'intero rapporto Europa-Stati Uniti. Dal momento che l'Italia da sola non può e non potrà fare molto in questa direzione...
Può perciò essere interessante riesaminare le origini storiche e ideologiche del secolo americano e trarne qualche utlile lezione per il presente
Qual è il fattore di fondo che ha differenziato lo sviluppo storico e politico americano da quello europeo? In molti si sono interrogati da Tocqueville a Marx, da Maritain a Molnar. E tutti, pur partendo da posizioni diverse, hanno ricondotto la diversità americana a un preciso fattore storico: l’assenza di feudalesimo, dello stato assoluto e delle altre istituzioni di ancien régime.
E qui vale la pena di ricordare un libro dello storico Louis Hartz, scritto negli anni Cinquanta del Novecento, proprio per documentare e comprovare questa tesi. Il succo di The Liberal Tradition in America (testo tradotto da Feltrinelli nel 1960, e mai più ristampato) è questo: il feudalesimo e lo stato assoluto hanno prodotto e difeso in Europa ingiusti privilegi, che a loro volta, hanno provocato rivoluzioni, giacobinismo, socialismo, e poi un bieco conservatorismo che non ha assolutamente giovato all’ordine sociale, perché è sfociato per reazione nel fascismo, nel comunismo e in due guerre mondiali. Per contro il “non feudalesimo” avrebbe prodotto in America una società di individui eguali e un liberalismo naturale, spontaneo, frutto di buon senso, che ha garantito libertà, progresso, crescita economica e ordine sociale.
Hartz, era una grande semplificatore... Ma la tesi del “non feudalesimo” americano, che ha una sua consistenza almeno “cronologica” e un esercito di influenti sostenitori, non va sottovalutata, soprattutto sotto l’aspetto ideologico e storico. Vediamo perché.
In primo luogo, la consapevolezza ideologica di avere creato una società di individui eguali (esistente o meno, qui non importa), ha spinto l’America a considerare come arretrate e ingiuste tutte le società non ritenute all’altezza dei suoi standard culturali, tutti basati su valori individualistici ed egualitari. Di qui però è scaturita l’incomprensione statunitense di eventi piuttosto complessi : il ruolo giocato dalla Chiesa Cattolica nel medioevo; la funzione storica delle aristocrazie europee; e da ultimo, l’influenza esercitata dalla religione islamica nel mondo arabo come elemento identitario, e non come fattore puramente folcloristico o terroristico.
In secondo luogo, questa consapevolezza ha prodotto sul piano storico, la volontà di “esportare”, o meglio di imporre a tutto il mondo il modello Usa di vita sociale. “Siamo i migliori, perché non dovremmo farlo?”: ecco l‘espressione preferita dai politici americani, quando si rivolgono ai propri elettori per giustificare la politica estera bellicista. Alcuni analisti hanno scorto in ciò addirittura un sostrato religioso dai forti accenti messianici: il popolo americano come il nuovo popolo, di individui eguali, eletto da Dio. Comunque sia, il calore (e a volte anche lo stupefacente candore) con cui presidenti di orientamento diverso come Clinton o Bush difendono i valori americani, è sicuramente di origine religiosa, o per dirla con Costanzo Preve, di natura “ideocratica”: termine che indica una specie di religione secolarizzata, con una sola idea-guida, America First.
Dovrebbe perciò ora essere chiaro, su quale potente idea-forza sia stato costruito il “secolo americano” (tutto il Novecento ed oltre…). Messo così, il rapporto tra Europa e Stati Uniti , ricorda, soprattutto sul piano culturale e ideologico, quello hegeliano tra servo e signore. Infatti se si accetta la visione americana del “popolo eletto“, e molti in Europa hanno da tempo sposato supinamente tale tesi, ci si pone subito in una posizione di inferiorità. E lo si scopre appena si prova a contestare qualsiasi scelta politica o economica Usa: subito scatta l’accusa (spesso primo gradino di una pericolosa escalation) di non capire il senso degli eventi, di essere nemici del progresso storico, ovviamente incarnato dai valori americani, e soprattutto (ecco che il cerchio si chiude) di essere difensori di un aristocratico “tribalismo premoderno“: in una parola feudale.
Per contro, più si indica nella società americana e nelle sue articolazioni sociali (che poi egualitarie non sono, ma questa è un’altra storia…) il mondo del futuro, tutto latte e miele, più lo squilibrio culturale e persuasivo cresce. Perché non è facile convincere la gente del contrario. Il secolo è americano, soprattutto perché gli Stati Uniti, e in particolare la sua industria dell’intrattenimento ( cinema, editoria, musica, televisione) hanno conquistato l’immaginario collettivo. E non è semplice persuadere milioni di spettatori che dietro le star del rock e di Hollywood c’è una società che crede solo nel dio dollaro, e poco tenera verso deboli e poveri.
Perciò una buona battaglia, anche se apparentemente di minor rilievo, può essere quella di limitare o sostituire ai “prodotti culturali” made in Usa (film, serial, programmi musicali, libri, ecc.), opere di autori e registi europei, come ad esempio si tenta di fare in Francia. E qui purtroppo sorge un problema di tipo politico: le classi dirigenti europee e americane hanno formazione e frequentazioni simili . Molti economisti, funzionari di livello, operatori economici, e spesso anche uomini politici si sono formati nelle università americane: conoscono e frequentano gli stessi ambienti dei “colleghi” americani. E praticamente parlano la stessa lingua del ”popolo eletto”, perfino all’interno di quella che una volta si chiamava la stanza dei bottoni.
Certo, non va sottovalutato il ruolo di una possibile e auspicabile “controideologia”. Ovviamente, non basata sulla rivalutazione acritica del medioevo europeo e sul confronto inventato tra un “vecchio” popolo eletto (quello europeo), e un “nuovo” popolo eletto (quello americano): sarebbe ridicolo. Anche perché l’Europa ha comunque altre magnifiche e “moderne” carte da giocare: si pensi ai valori della socialità racchiusi nell’idea europea di diritti sociali, oppure al principio di sussidiarietà, difeso non solo dalla Chiesa, ma anche da pensatori, mai stati in sintonia col cattolicesimo, come Proudhon. Ma il punto purtroppo è un altro, e non riguarda solo la riflessione, ma concerne soprattutto la vita: ci sono ancora uomini (politici e non) disposti ad ascoltare, capire e agire?

giovedì, giugno 01, 2006

Riletture: Alfred Weber (1868-1958)

Alfred Weber (1868-1958), fratello del più famoso Max [Weber 1864-1920], pur avendo scritto opere importanti, resta tuttora una specie di oggetto misterioso. La critica lo ritiene troppo filosofo e dunque poco adattato a contribuire alla costruzione di una sociologia scientifica. Di qui il disinteresse nei riguardi della sua opera. In realtà il pensiero di Alfred Weber è ricco di intuizioni e squarci prospettici. E non inferiore, per apertura intellettuale e rigore, a quello del fratello Max.
Alfred Weber nasce a Erfurt nel 1868, da ricca e colta famiglia. Il padre è un uomo politico liberale, la madre, religiosissima, dedita a opere caritative . Il rapporto col fratello Max, è segnato, fin dall’inizio, dalla forte supremazia intellettuale di quest’ultimo, più grande di quattro anni. Che si considera tutore morale del fratello Alfred, il qual accetterà sempre di buon grado il “tutoraggio”di Max. Dopo aver compiuto studi di archeologia, storia dell’arte, filologia (1888), Alfred Weber si laurea in giurisprudenza a Berlino (1892). Si addottora anche in Economia (1897), con Schmoller ed entra a far parte del “Verein für Sozialpolitik” (famoso centro di ricerche sociali ed economiche che raccoglieva le migliori menti delle scienze sociali tedesche), occupandosi di problemi del lavoro. Consegue poi la Libera Docenza (1899). E inizia a insegnare economia politica e sociologia all’Università di Praga (1904), dove si afferma come docente particolarmente carismatico e dalla cultura enciclopedica (così viene ricordato da allievi di eccezione come Max Brod e Franz Kafka). In seguito è chiamato all’Università di Heidelberg (1907). Dove praticamente insegnerà per tutta la vita, salvo durante la dittatura nazionalsocialista. Nel 1914, a quarantasei anni, si arruola e combatte sul fronte alsaziano fino alla primavera del 1916. Nel 1918 si dichiara a favore della nuova Repubblica tedesca, ed entra in politica nelle file del Partito democratico ( di orientamento liberalnazionale e “antiburocratico”). Teme però la repubblica comunista. Ma rifiuta anche il totalitarismo nazionalsocialista. Nel 1933, si ritira dall’insegnamento ed entra a far parte dell’ “emigrazione interna” Nel 1946 riprende l’attività di docente, e fonda due riviste: “Die Wandlung” con K. Jaspers, e “Kiklos” con A. Aftalion e L. Einaudi. Entra nel partito socialdemocratico, e subito inizia a battersi per una forma di socialismo libertario. Muore novantenne nel 1958, appena alcune settimane dopo aver terminato il semestre invernale di insegnamento all’Università di Heidelberg… E qualche mese dopo essersi fatto promotore di una campagna contro l’installazione di basi militare atomiche in Germania…
Alfred Weber è un vero socialista libertario e democratico, privo di padrini filosofici, politici e partitici (la sua adesione alla socialdemocrazia, creerà non pochi problemi ai quadri del partito…). Nemico di qualsiasi forma di totalitarismo filosofico e politico. Ma al tempo stesso consapevole che l’uomo non è una tabula rasa. Ma è plasmato dalla cultura del mondo in cui vive. Di qui la necessità che ogni mutamento sociale sia graduale e rispettoso delle scelte culturali dei singoli. E dunque mai imposto dall’alto.
Sul piano sociologico Alfred Weber, sviluppa una teoria “triarticolare” dei processi sociali, che può essere analiticamente così suddivisa: a) i processi sociali provocati dalla perpetua spinta della volontà degli individui e dei gruppi; sono fenomeni che hanno carattere ciclico, e che possono essere studiati utilizzando i modelli idealtipici, concepiti da suo fratello Max; b) i processi di civilizzazione, che scaturiscono dalla necessità dell’uomo di dominare la natura; sono processi universali e trasferibili che seguono ritmi di natura evolutiva, difficilmente controllabili; c) i processi culturali, che sono frutto di forze psico-culturali che seguono uno sviluppo discontinuo e imprevedibile, condizionato dallo loro unicità e non trasmissibilità. Dalla confluenza di questi tre processi sorgono quei grandi corpi storici che Weber chiama costellazioni storico-sociologiche”. Ad esempio, il conflitto sociale è una forma di processo sociale che si ripete nel tempo; il contenuto tecnologico del conflitto riguarda invece il processo di civilizzazione: le tecnologie usate per confliggere ; il conflitto + i mezzi rinviano al processo culturale, che determina (culturalmente) la natura del conflitto. Sotto questo aspetto, infine, sia la lotta di classe, sia la guerra, come altre forme storiche e sociali di conflitto rientrano nell’alveo delle “costellazioni storico-sociologiche”.
In Italia dei circa dieci libri scritti da Alfred Weber, ne è stato tradotto solo uno: Storia della cultura come sociologia della cultura [Kulturgeschichte als Kultursoziologie (1935, 1950, 2° edizione)], Edizioni del Novecento, Palermo 1983, trad. e intr. di Mirella Scaduto D’Alessandro, con un’interessante profilo biografico e bibliografico di Eberhard Demm. Ed è un vero peccato perché Weber si è occupato di crisi dello stato moderno, di sociologia del tragico, filosofia della storia, socialismo libertario. E come economista di un’opera ancora oggi molto apprezzata: Ueber den Standort der Industrien. Reine Teorie des Standorts (1909), sui processi di localizzazione dei siti industriali.
Per ulteriori informazioni critiche e bio-bibliografiche rinviamo perciò all’ottimo studio di Leonardo Allodi, Alfred Weber. Una introduzione, Armando Editore, Roma 1991 ( www.armando.it). Si veda anche Giovanna Sarti, Alfred Weber. Economia politica, sociologia della cultura e filosofia della storia, Olschki, Firenze 1999 ( www.olschki.it). Infine è disponibile in lingua tedesca l’opera completa di Alfred Weber: Gesamtausgabe, a cura di E. Demm, Metropolis-Verlag, Marburg, 1997-2003, 10 volumi (www.metropolis-verlag.de ).