mercoledì, maggio 31, 2006

Il libro della settimana: Guido Rossi, Il gioco delle regole, Adelphi, Milano 2005, pp.128, euro 13,50

Come molti ricorderanno, nelle Avventure di Pinocchio, il povero burattino, oltre a subire un furto, finisce pure in prigione. Infatti, il giudice della città di Acchiappa-citrulli, al quale si rivolge per avere giustizia, dopo averlo ascoltato con “molta benignità”, invece di ordinare l’arresto del Gatto e della Volpe, i due truffatori, lo spedisce in carcere. Perché, “fattosi derubare di quattro monete d’oro”. E subito “quattro can-mastini vestiti da gendarmi” lo accompagnano in cella. Ma Pinocchio, di lì a poco, grazie a una amnistia, tornerà in libertà.
Ma che c’entra Collodi? Anche il libro di Guido Rossi, Il gioco delle regole (Adelphi, Milano 2005, pp. 128, euro 13,50) che tratta dei rapporti tra il gioco (il mercato) e le sue regole (il diritto), descrive un mondo a rovescio. Il quadro tracciato è impietoso ma fondato, non per niente Rossi è professore di diritto commerciale alla Bocconi. Del resto la società da lui osservata, quello occidentale, così globale, veloce, caotica, stressata, appare in effetti sempre più sull’ orlo di una crisi di nervi. Una schizofrenia strisciante, che ricorda appunto la città di Acchiappa-citrulli. Dove la giustizia funziona al contrario e il gioco (del mercato) finisce per avere la meglio sulle regole (della legge). E dove le leggi sono troppe e non sempre si torna così in presto il libertà, come Pinocchio…
Di più. Stando al giurista la situazione è destinata a peggiorare: dal momento che più cresce la produzione legislativa, più diventa difficile gestirla. E soprattutto rischia di diventare sempre più complicato per il comune cittadino ottenere giustizia. “Il capitalismo finisce (…) per essere vittima di una alluvione legislativa che se da un lato tende ad affermare i principi di libertà (contrattuale, d’impresa, di mercato) dall’altro stritola quegli stessi principi attraverso la difesa burocratica delle asimmetrie, in un groviglio di regole che fanno prevalere la volontà del contraente più forte, o di quello che paradossalmente non rispetta alcuna regola” (p. 37).
Ma perché è così cresciuta la produzione legislativa? “Per sopperire alle inefficienze e alla crisi dei mercati” (p. 27), risponde asciutto Rossi. Aggiungendo che in questo modo però “l’economia non è più regolata dai giudici ma dai legislatori (p. 28). All’intervento ex post del giudice si è dunque sostituito quello ex ante della legge. Ma di quale tipo di legge?
E qui Rossi mette il dito sulla piaga. Il legislatore, e a suo avviso colpevolmente, avrebbe accettato quel luogo comune che attribuisce al mercato “una sorta di potenza magica in grado di comporre e risolvere qualunque problema economico” (p. 35) . E così il diritto, già di per sé rassegnato, a non poter mai raggiungere l’economia, si sarebbe addirittura posto al servizio della mano invisibile del mercato. In che modo? Suicidandosi… o quasi. Cioè favorendo il contrattualismo, un diritto pattizio che ha valore solo tra le parti, e non forza di legge per tutti, come il vero diritto, quello delle norme statali. Di conseguenza, per Rossi, la privatizzazione del diritto, di cui tanto si parla oggi, non significa, minore regolamentazione. Ma forte crescita di una produzione legislativa di natura privatistica: che favorisce strutture arbitrali, patrizie, societarie e attiva una normazione specifica per lobby economiche e gruppi di pressione di vario genere Questa “riduzione dell’intero corpo sociale a una folla di contraenti, e dello Stato a grande mediatore fra interessi contrattuali diversi, comporta un sostanziale svuotamento delle legge” (pp. 26-27): l’ obbligo collettivo viene sostituito da vincoli validi solo per le parti. Il che favorisce la nascita di quel “conflitto epidemico” e utilitaristico, tra amministratori, azionisti, eccetera, che si propaga poi a tutti i settori della società.
E questa, appena riassunta, è la parte più interessante del libro. Meno solida invece quella costruttiva. Ma partiamo dall’esposizione delle sue tesi.
In primo luogo, Rossi dichiara di respingere qualsiasi via d’uscita ispirata a codici etici o morali. Appellandosi, appunto da buon giurista, al fatto che “il richiamo del legislatore alla morale, o all’etica va (…) sempre guardato con sospetto”, dal momento che “spesso equivale a un’ammissione di fallimento: generalmente, infatti la morale viene chiamata in causa dove , e quando, il diritto fallisce” (p. 43).
Da ciò discende, in secondo luogo, che le due sfere devono rimanere separate, e che ai problemi giuridici, come quello della privatizzazione-proliferazione di norme particolaristiche, si deve rispondere giuridicamente. Come? Riprendendo e sviluppando la teoria pluralistica del diritto di Santi Romano. Infatti Rossi auspica di assecondare, indirizzandoli, quegli “ordinamenti paralleli o addirittura alternativi allo Stato-nazione” (p.83): sola e vera manifestazione di un pluralismo tra istituzioni nazionali e internazionali, in reciproca e pacifica relazione di subordinazione e supremazia. Un pluralismo capace però di incardinare imprese ed economie, grazie alla graduale istituzione di norme, giurisdizioni e sanzioni nazionali e internazionali. E Rossi cita come esempio la bisecolare vicenda dei diritti dell’uomo. In particolare focalizza l’ attenzione sulla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo (1950). Che, a suo avviso, richiamandosi espressamente alla Dichiarazione universale del 1948, e pur essendo “di carattere generale, priva di forza coercitiva”, si è in realtà trasformata nei fatti in elemento propulsivo. Perché grazie a quel “testo i cittadini europei, attraverso i loro governi, hanno deciso che alcuni diritti si debbano considerare inviolabili” (p. 102). Dopo di che le corti dei singoli stati hanno iniziato a decidere in materia, favorendo così anche lo sviluppo di istituzioni come la Corte europea dei diritti dell’uomo. Un processo che “può davvero essere l’inizio di un’utopia antica, quella dello ius cosmopoliticum vagheggiato da Kant. E di quello ius i diritti umani potrebbero essere, molto semplicemente la pietra miliare” (p.106). Fin qui Rossi.
E ora tre problemi, che non possono essere ignorati.
Il primo è che i “diritti dell’uomo”, fino a prova contraria, fanno riferimento a un “codice etico”, certo, di tipo illuministico, moderno, progressivo e connesso allo stato diritto e alla democrazia. Tutto quel che si vuole… Ma che, comunque sia, resta sempre un riferimento morale. Si tratta perciò di un elemento extragiuridico che finisce per infirmare le tesi di Rossi, fondate appunto sulla necessaria e totale separazione tra etica e diritto.
Il secondo è che come insegna la triste sorte dei giacobini partenopei, immortalati da Vincenzo Cuoco, sarebbe sempre meglio non confidare troppo nella naturale bontà dell’uomo e delle carte costituzionali. Anche se è sgradevole riconoscerlo, spesso la forza, specie se associata a un eroico senso di giustizia, gioca un ruolo extragiuridico non secondario. Ad esempio la dichiarazione dei diritti dell’uomo, oggi patrimonio prezioso di tutti i popoli, è tale, solo perché coraggiosamente difesa con una guerra mondiale vittoriosa. Pertanto anche la pacifica evoluzione del diritto cosmopolitico kantiano (segnato comunque da controlli e sanzioni…), auspicata da Rossi, potrebbe purtroppo non essere indolore.
Il terzo problema è che non è chiaro chi debba assumere la guida del processo di reintegrazione dell’economia di mercato (il gioco) nell’alveo della legge (le regole). I politici? I giudici? I giuristi? Si ha l’impressione che Rossi, probabilmente perché giurista, punti a sostituire agli automatismi del mercato quelli del diritto, o comunque dia per scontata nei tempi lunghi la vittoria del diritto: al mercato inanimato e imperfetto, sembra perciò opporre un diritto “vivente” e perfetto (o comunque “più perfetto” del mercato). Che si imporrebbe attraverso la pacifica discussione e il convincimento personale: per socializzazione… Il diritto, invece del mercato, come macchina delle meraviglie, capace di mettere tutti d’accordo, come per incanto. Basta saper aspettare.
Sarebbe bello ma purtroppo la realtà storica insegna che non è così.
In conclusione, un libro interessante, che spiega, e con grande chiarezza, perché talvolta tutti ci sentiamo come tanti Pinocchi nella città di Acchiappa-citrulli. Mentre è meno convincente sul piano propositivo.
Il che è un vero peccato.

martedì, maggio 30, 2006

Peter Handke e il "Corriere della Sera". Come funziona la disinformazione

Che cosa significa disinformare? Vuol dire fornire informazioni inesatte, scarse o carenti su una particolare situazione. Oppure per giustificare una certa tesi. Se "non informare" significa nascondere tutte le informazioni su un certo evento, allora "disinformare", vuol dire fornirle ma in maniera inesatta e poco attendibile. Come dire, "accentarle" in un certo modo...
Dietro la disinformazione, che funziona come una specie di filtro, c'è sempre un movente ideologico-utilitaristico: si disinforma per difendere determinate ideologie e interessi. I "disinformatori", nelle democrazie occidentali, in genere sono giornalisti o comunque operatori mediatici. Non tutti i giornalisti e gli operatori fortunatamente....
La disinformazione di regola gioca un ruolo fondamentale durante le guerre, e nel corso di qualsiasi forma di conflitto (sociale, economico, culturale): in teoria dovrebbe vincere sempre la verità ma in realtà non sempre è così.
Attualmente l' Occidente euro-americano è in "guerra" con tutto quello che non è occidentale : la definizione è piuttosto ampia, ma rende bene l'idea di conflitto.
In questo contesto la "disinformazione" ha assunto il ruolo di una vera e propria strategia politico-culturale. I maggiori giornali euro-americani esercitano quotidianamente una pressione fortissima sulla pubblica opinione, anche se apparentemente indiretta e non sempre chiaramente visibile.
In Italia, il "Corriere della Sera" è in prima linea. Ecco un piccolo ma significativo esempio.
Ieri l'altro, domenica 28 maggio, nelle sue pagine culturali è uscito un verbosissimo articolo di Bernard-Henri Lévy sul caso Handke (censurato dalla Comédie-Française per il suo appoggio a Milosevic), dove si dice "non si doveva mettere in programma Handke, ecco la verità (...). Ma una volta fatto l'errore e messo nel programma della casa di Molìere l'incensatore del fascismo serbo, non si doveva correre il rischio di un annullamento, che (...) equivale a una censura". Il che il significa che il "libertario" Lévy, non è in linea di principio contrario alla censura: ne fa solo problema di opportunità. In poche parole, censurare Handke è stato un errore solo perché lo si doveva censurare prima...
Ieri, lunedì 29 maggio, Pierluigi Battista, nella sua rubrica "Particelle Elementari", ha subito rilanciato, indicando Levy come esempio encomiabile di intellettuale liberale che difende il diritto dell'avversario di parlare. Scrive Battista: "La rarità della posizione di Bernard-Henri Lévy si segnala perché non accade quasi mai che i principi sbandierati per la propria parte vengano agitati per difendere un nemico e per tutelare il suo diritto alla parola". Come per dire: sono cose che possono accadere solo nel libero Occidente... Quanto siamo fortunati...
In realtà l'articolo di Battista è un ottimo esempio di disinformazione: si presenta, riferendone parzialmente le tesi (in questo caso il contenuto di un articolo), come liberale "integrale", un intellettuale, Bernard-Henri Lévy, che è soprattutto uno strenuo occidentalista. E che, come si è visto, è favorevole, o comunque non contrario, alla censura preventiva. Veramente un bel liberale...
Tecnicamente, dal punto di vista logico-argomentativo, Battista, incorre in una fallacia di ambiguità, detta di accento, tipica del giornalismo disinformativo: che si ha quando le tesi di altri sono riferite, a supporto delle proprie, senza contenere quelle esplicite precisazioni, a causa delle quali (guarda caso) le tesi riportate, assumerebbero un significato completamente diverso.
Insomma, si pone l' accento su quel che fa più comodo.
Ecco, questa, è disinformazione.

lunedì, maggio 29, 2006

Terremoto in Indonesia. Istruzioni per l'uso

Nel 1755 un terremoto distrusse Lisbona, città ricca e splendida, provocando circa quindicimila morti. La sciagura, all’epoca di proporzioni enormi, innescò un dibattito a distanza tra le maggiori figure intellettuali del periodo, che durò a lungo. A un Leibniz, che molti anni prima della tragedia aveva definito la presenza del male nel mondo come funzionale a un disegno divino, rivolto al bene dell’uomo, si opposero Voltaire, Rousseau e in seguito Kant. Tutti d’accordo nel respingere l’idea di qualsiasi interferenza divina. E soprattutto pienamente convinti, pur con accenti diversi, della natura umana o comunque terrena del terremoto.
Nel dicembre 2004 - meno di due anni fa... - un maremoto di proporzioni gigantesche ha sconvolto il Sud-Est asiatico, provocando centinaia di migliaia di morti. Ora, pochi giorni fa se ne è abbattuto un altro su Giava, di dimensioni più ridotte, ma che comunque ha provocato migliaia di morti.
E' presto, e probabilmente per il momento fuori luogo (prima vengono i soccorsi...), parlare di giustizia divina o meno. Mentre sui media, come al solito, si è iniziato a parlare, e a sproposito, delle responsabilità umane. Generalizzando e senza fare inutili citazioni, ricordiamo le tre principali posizioni che di solito emergono quando un paese povero viene colpito da un terremoto : la tecnocratica, la razzista e quella no global o terzomondista. E' un'utile griglia per capire.
I tecnocrati, se la prendono con l’arretratezza di quei paesi: l’assenza di sistemi di segnalazione moltiplicherebbe ogni volta i danni a cose e persone; l’assenza di una burocrazia efficiente appesantirebbe invece l’opera dei soccorsi; la corruzione e l’autoritarismo impedirebbero la diffusione di informazioni e notizie, soprattutto sulla sorte - ecco di che cosa si preoccupa l'Occidente - dei numerosi turisti europei, americani. australiani, eccetera.
I razzisti, se la prendono invece con gli asiatici in quanto tali: il proverbiale fatalismo asiatico impedirebbe la costruzione di edifici a prova di sisma. Nel dicembre del 2004, dopo il maremoto che aveva sconvolto il Sud- Est Asiatico, alcuni scrissero che il "vivere alla giornata", tipico dell'asiatico, aveva condotto quelle popolazioni a dormire ( e morire) sulle spiagge... E che inoltre, solo la "totale mancanza di senso morale", poteva aver spinto gli esercenti locali a riaprire locali notturni, ristoranti e bar nei giorni successivi al maremoto, nonostante “l’odore di morte che si diffondeva nell’aria”.
I no global, chiamiamoli così per brevità, se la prendono con l’Occidente. Che continua a sfruttare i popoli asiatici e le risorse naturali del pianeta. Di qui il turismo sfrenato e indecoroso agli occhi di chi si nutre di un pugno di riso. Le capanne sulla spiaggia, la prostituzione, l’assenza di una classe politica indipendente, di scienziati e tecnici locali, capaci di studiare i terremoti, capirli, o comunque prevenirli.
Da quale parte è la ragione? I tecnocrati sognano un mondo, razionale e organizzato, che non esiste neanche in Occidente. I razzisti, hanno bisogno di capri espiatori. E inoltre di solito si occupano di terremoti in Asia, solo quando quelle le "splendide" spiagge asiatiche sono piene di turisti occidentali. I no global, qualche ragione l’avrebbero... Ma va alzato il il tiro: va messa in discussione, l' “economia della dipendenza” e la divisione capitalistica dei fattori produttivi su scala mondiale. Ma come? Su quali basi teoriche, economiche e politiche? E con quali alleati?
Insomma, per riprendere il titolo di un bellissimo libro di Conrad, Sotto gli occhi dell’Occidente, ambientato tra gli esuli russi prima della Rivoluzione, l’Occidente continua a rincorrere il mito del progresso e non capire quel che accade sotto i suoi occhi. Discute, per certi aspetti oziosamente, di come prevenire i terremoti (o magari di “abolirli”), di risorse, di corruzione, e pur guardando non vede, almeno due cose fondamentali: primo, la dignità che gli asiatici di solito mostrano quando si trovano in circostanze così avverse, un dato che dovrebbe far riflettere quell’Occidente che spesso sa solo singhiozzare sulle colpe dell’uomo bianco; secondo, la nostra costitutiva fragilità, perché in qualsiasi momento potremmo essere “spazzati via” da una catastrofe naturale o altro… Una precarietà, che spingeva Leibniz a dire, che proprio per quegli attimi di autentica felicità che l'esistenza , sempre legata a un filo, talvolta concede, la vita merita di essere vissuta.
Certo. Ma aiutando chi è "meno felice" di noi. E senza lederne la dignità. Questo è il vero problema.

venerdì, maggio 26, 2006

Prodi e la "concertazione": il ritorno della parolina magica

Sembra quasi un rito propiziatorio. Sembra...
Infatti, Prodi ieri, davanti ai vertici confindustriali ha pronunciato di nuovo la parolina magica: concertazione. Per il momento nessuno sembra aver raccolto... Ma nei prossimi giorni, come si dice, si aprirà il dibattito.
E' bene perciò fare subito chiarezza: la concertazione è uno strumento tipico delle socialdemocrazie europee, volto non soltanto a gestire i rapporti tra sindacato e associazioni dei datori di lavoro, ma anche funzionalmente capace di organizzare una rete istituzionale di rapporti stabili. Di che genere? Di regola si tratta di istituzioni con personalità giuridica pubblica, preposte a facilitare il confronto e la soluzione dei problemi di politica industriale, economica e sociale, sulla base di dati economici che vengono forniti da organismi istituzionali, al di sopra delle parti (in Italia il CNEL avrebbe potuto svolgere un ruolo del genere, ma tutte le parti sociali si sono sempre ben guardate dal valorizzarlo... ma questa è un'altra storia). Si tratta di istituto pattizio, e di vera e propria programmazione economica, che ha avuto massimo sviluppo nei paesi del Nord Europa e in Germania durante il cosiddetto "glorioso trentennio ( 1945-1975). E', insomma, uno strumento istituzionale che fa parte di quel più ampio fenomeno storico e istituzionale denominato "corporativismo democratico" (per distinguerlo dal "corporativismo" autoritario fascista). Che designa una società capace di autogovernarsi democraticamente, attraverso un sistema di do ut des tra le sue principali istituzioni economiche. E con il governo che gioca il ruolo di garante del bene comune, e in particolare di quelle fasce professionale e sociali che non sono rappresentate o sottorappresentate al tavolo della concertazione.
Ora due riflessioni.
In primo luogo, l'Italia non ha mai conosciuto la concertazione nella sua forma classica . Se si è parlato di concertazione lo si è sempre fatto solo in riferimento alla "politica dei redditi" ( come ad esempio per gli accordi del 1992-1993): soltanto per tenere basso il costo del lavoro. Perciò ecco un primo aspetto sul quale riflettere. Quando Prodi parla di concertazione si riferisce essenzialmente alla politica dei redditi. E sotto questo aspetto il sindacato dovrebbe iniziare a proeoccuparsi.
In secondo luogo, la concertazione, quella vera, richiede alcune condizioni base:
a) un tasso di sviluppo piuttosto elevato (sicuramente superiore 4-5 per cento, e noi siamo realisticamente sotto l'1 per cento), perché ci sia appunto un prodotto sociale da redistribuire e reinvestire (insomma, qualcosa per iniziare a discutere, non si può "concertare" la miseria...) ; b) nessun vincolo esterno di bilancio (come invece avviene attualmente: si pensi ad esempio al ruolo di controllo esercitato dalla Bce dal Fmi, e dalle agenzie di rating ) c) ampie possibilità di praticare una politica di svalutazioni competitive della moneta nazionale, per favorire l'esportazione (altra condizione, vedi punto precedente, oggi, irrealizzabile); d) alto senso di responsabilità e del bene comune, da parte delle organizzazioni dei datori di lavoro e del sindacato ( frutto di solide tradizioni capitalistiche e socialdemocratiche, di cui l'Italia è totalmente priva); e) autorevolezza e indipendenza del governo in carica ( fattore legato alla presenza delle tradizioni socialdemocratiche di cui sopra, e all'effettivo esercizio della sovranità nazionale) ; f) autorevolezza delle istituzioni preposte alla elaborazione e diffusione dei "fondamentali" economici: quei dati statistici che dovrebbero costituire la comune e naturale "piattaforma" di discussione ( mentre, come è noto, l' Istat, la Banca d'Italia, i centri preposti della Confindustria e dei sindacati forniscono, il più delle volte, dati contrastanti. Spesso non c'è accordo neppure sui tassi di inflazione e disoccupazione...).
Se questi sono i termini della questione. Che, tra l'altro, il professor Prodi, già docente di economia industriale, dovrebbe ben conoscere, allora perché parlare di concertazione? Solo per ragioni magico-propiziatorie? E per propiziarsi chi? I vertici dei sindacati? I vertici di Confindustria? Oppure Prodi, tenta solo di nascondere dietro la parolina magica concertazione, e piuttosto goffamente, una politica dei redditi a danno dei soli lavoratori?

giovedì, maggio 25, 2006

Riletture: Pitirim A. Sorokin (1889-1968)

La biografia di Pitirim A. Sorokin (1889-1968), sociologo russo-americano, meriterebbe una fiction televisiva. Infatti, oltre a rappresentare uno straordinario caso di mobilità professionale, Sorokin ha per tutta la sua vita suscitato intorno a sé un groviglio leggendario di polemiche e passioni politiche, teoriche, metodologiche... Probabilmente perché la sua opera costituiva, e costiuisce ancora oggi, il primo e insuperato tentativo di costruire una sociologia "totale", capace di coniugare approcci differenti se non opposti (filosofia della storia , teoria della cultura, metodi statistici), e perciò di attirare le critiche dei cosiddetti specialisti.
Sorokin nasce nella Russia Settentrionale (1889), nella regione Komi del Vologda. Orfano di madre, figlio di un doratore itinerante di icone, subito si distingue per la sua intelligenza. Compie i primi studi presso un istituto religioso ( 1903), che abbandona per dedicarsi alla politica come militante socialrivoluzionario (1905-1906). Ma viene arrestato. Uscito di prigione, si reca a Pietroburgo per riprendere gli studi (1907). Nel frattempo svolge i mestieri più diversi. Si iscrive alla Facoltà di Legge (1910), ma non abbandona la sua attività politica, e viene di nuovo arrestato altre due volte. Rimesso in libertà, si laurea (1914). La rivoluzione lo trova schierato sempre dalla parte socialrivoluzionari. Viene imprigionato più volte dai comunisti, rischia la fucilazione, per le sue "attività sovversive", all'interno dell'Università di Pietroburgo, dove insegna e ricopre l'incarico di preside dell'istituendo dipartimento di sociologia. Nel 1922 viene espulso e nel 1923 approda negli Sati Uniti. Insegna sociologia all'Università del Minnesota (1924-1930), per poi passare all'Università di Harvard (1930), dove gli viene affidato l'incarico di organizzare il Dipartimento di Sociologia. E dove resterà sino alla fine della carriera accademica (1959). Nel 1949 fonda l'Harvard Research Center in Creative Altruism. Nel 1963 viene nominato, e con grande ritardo, presidente dell'Associazione Americana di Sociologia (ASA). Muore di cancro nel 1968.
La fama di Sorokin, autore di una trentina di libri in russo e americano, è soprattutto legata a Social and Cultural Dynamics (1937-1941, 4 volumi, circa tremilacinquecento pagine, trad. it. dell'edizione ridotta, Utet, Torino 1975 - http://www.utet.it/). Un libro che rappresenta la più sistematica critica all'idea di progresso, mai tentata, nell' intera storia della sociologia. Sorokin ricostruisce la storia della cultura occidentale, sulla base di alcune personalissime tipologie di mentalità socioculturale, come periodico alternarsi di ideazionalismo (il pensiero religioso), sensismo (il pensiero materialistico) e idealismo (una sintesi delle forme precedenti). In buona sostanza, per Sorokin, il pensiero umano fluttua tra la celebrazione dello spirito e il culto della materia. Nella storia, malgrado le apparenze, non è dato progresso, ma solo fluttuazione di forme di pensiero (e dunque di società storiche, che ne riverberano "istituzionalmente" le idee) caratterizzate dalla "propensione" verso i beni ultraterreni o terreni. Come nel caso del XX secolo, epoca sensista per eccellenza, e soprattutto, secondo Sorokin, sull'orlo del precipizio storico.
Le sue tesi corroborate da una massa spaventosa di dati statistici, gli provocarono attacchi da tutte le parti, da sinistra come da destra. Il suoi studi sull'altruismo, da lui visto come forza sociologica positiva, e dunque in grado di aiutare il trapasso - per Sorokin più che certo - dalla società sensistica del XX secolo a quella altruistica e idealistica dei secoli successivi, furono ridicolizzati... E negli anni Cinquanta il suo ostentato pacifismo, attirò l'interesse della Polizia Federale (FBI).
Dopo essere stato perseguitato in Russia, Sorokin, rischiò perciò di essere perseguitato in America. Le indagini federali tuttavia non ebbero seguito, perché, tra l'altro, Sorokin era anche inviso ai pochi comunisti americani. Ma negli anni Quaranta e Cinquanta fu comunque emarginato dalla comunità sociologica americana, che aveva scelto Parsons come proprio mentore.
Troppo lungo sarebbe qui ricordare tutte le sue pubblicazioni. Si consiglia perciò la lettura di Pitirim A. Sorokin, La crisi del nostro tempo (1941), Arianna Editrice, Casalecchio (BO) 2000, pp. 288 - arianed@tin.it - commerciale@macroedizioni.it, un testo dove il grande sociologo, in meno di trecento pagine, riassume mirabilmente il suo pensiero e le sue previsioni. E dove è possibile trovare, nell'ampia introduzione del curatore, le necessarie indicazioni biobibliografiche.

mercoledì, maggio 24, 2006

Il libro della settimana: Giovanni Damiano, L'espansionismo americano. Un destino Manifesto?, Edizioni di Ar, Padova 2006, pp.146, euro 16,00

In un'antologia pubblicata circa trent'anni fa I profeti dell'impero americano. Dal periodo coloniale ai nostri giorni (Einaudi, Torino 1975, che tra l'altro ospitava un testo di Francis Parker Yockey, un pensatore "maledetto", secondo gli stessi americani), Piero Bairati, il brillante curatore, ricostruì in modo chiaro ma probabilmente anche didascalico , la costituzione ideologica e l'espansione storica dell'imperialismo americano.
Tuttavia il libro di Bairati, colmava all'epoca un vuoto (e una fame) di obiettività: per la prima volta si iniziava a ragionare "scientificamente", di imperialismo americano, e sulla base di testi e documenti, ancora oggi preziosi, soprattutto per "illuminare chi ancora creda che i neoconservatori Usa , siano sbucati da Marte...
In questo senso il libro, appena uscito, di Giovanni Damiano, L'espansionismo americano. Un destino Manifesto? (Edizioni di Ar, Padova 2005 - www.libreriaar.it ), ha tutte le caratteristiche per poter svolgere lo stesso ruolo chiarificatore del testo di Bairati. Soprattutto se si pensa alla marea di pubblicazioni e traduzioni sugli Stati Uniti, che affollano gli scaffali delle librerie, pur non avendo nulla di scientifico o di meritorio.
Si tratta di un testo sintetico, chiaro, ricco bibliograficamente, onesto e obiettivo. Che ricostruisce non solo sul piano storico ma anche su quello ideologico-politico lo sviluppo dell'espansionismo americano. L'autore - a differenza di Bairati - preferisce parlare di espansionismo invece che di "imperialismo (termine che a ragione ritiene " prettamente polemico"). E, inoltre, rifiuta assolutamente di scorgere dietro di esso un disegno o "piano storico" aprioristico. O peggio ancora, occulti e diabolici poteri.
Ma lasciamo la parola a Damiano.
"Credo - scrive - si possano definire gli Stati Uniti come una nazione ideocratica 'aiutata', nel suo 'tracciato' espansionista da una costellazione iniziale di favorevoli circostanze geostoriche, quali l'immenso spazio a disposizione; l'isolamento geografico; l'assenza di potenti vicini; una forte immigrazione; la conflittualità europea, specie nei primi decenni dopo l'indipendenza; il predominio inglese sui mari. A ciò va aggiunta la circostanza storica probabilmente più importante, ossia la 'deriva suicidaria dell'Europa', a partire dalla prima guerra mondiale" (p. 15).
L' altro aspetto interessante è che Damiano riprende da Costanzo Preve il termine "ideocrazia" (si veda L'ideocrazia imperiale americana, Edizioni Settimo Sigillo, Roma 2004 - www.libreriaeuropa.it). Che tuttavia non segue sino in fondo. A suo parere gli americani avrebbero invece "costruito la loro identità nazionale alla luce di un senso, via via più forte e radicato, di superiorità verso l'Europa (...). Che sin dall'inizio ha assunto nella 'narrazione' puritana i toni della contrapposizione: [del]la 'nuova Canaan' [che] si opponeva al 'nuovo Egitto' " (p. 11).
Quel che traspare dalle pagine dell'ottimo libro di Giovanni Damiano, è certo malinconico trasporto, che nasce probabilmente da una lucida consapevolezza del vuoto politico europeo. Vuoto, che ha permesso agli Stati Uniti dopo il 1945, di dettare le sue condizioni al mondo "libero", e dopo il 1989, di iniziare a imporle a tutti, proprio a tutti... Si tratta in fondo di una condizione di consapevolezza, certo dura, se non tragica, che l'autore riesce a trasmettere, al lettore, pagina dopo pagina. E che il lettore, a sua volta non può non avvertire, quasi fisicamente, una volta letto e chiuso L'espansionismo americano.
Da questa angolazione, il libro di Giovanni Damiano, al di là della sua sobrietà scientifica, va letto anche come testimonianza d'amore verso un'Europa che non c'è più... Una donna bellissima, un tempo amata, e all'improvviso sparita nel nulla...

martedì, maggio 23, 2006

Giuliano Ferrara e l'ideologia della guerra

La guerra è una questione seria. E Giuliano Ferrara sembra non averlo compreso.
Va fatta però una premessa, probabilmente lunga, ma necessaria.
Esiste un'ideologia della guerra, come esiste un'ideologia della pace. Dopo di che resta una realtà storica e sociale, in continuo movimento, in cui si mescolano al tempo stesso guerra e pace. Purtroppo, conflitto e cooperazione sono due forme di rapporto sociale, che hanno natura "scalare" e "bipolare" : si può passare dall' una all'altra rapidamente. Come pure, all'interno di ognuna di esse, esistono vari gradi di complessità e gravità. La guerra è l'esito finale del conflitto come processo sociale, così come la pace è il punto di arrivo della cooperazione. Tra la pace e la guerra esistono forme intermedie di conflitto come di cooperazione: ad esempio la guerra implica la cooperazione all'interno delle due parti combattenti, così come la pace implica forme di guerra economica ( lotte di mercato) politica (lotta partitica), sociale (lotta di classe), eccetera.
Il ruolo della politica è quello di ridurre i conflitti (in genere) attraverso la decisione, ma non certo di "cancellarli" completamente e per sempre. Il che, oltre a essere impossibile, come si è visto, implicherebbe l'uso scalare (e praticamente infinito) di "conflitti per eliminare i conflitti". Ad esempio un ipotetico governo mondiale, si limiterebbe a trasformare le guerre in operazioni di polizia, così come la forma-stato moderno, ha in precedenza trasformato le "guerre civili interne" (si pensi alla fIgura del "ribelle-brigante", e alle stesse origini storiche della mafia, in Italia), in operazioni di polizia a tutela dell'ordine pubblico.
Ora, non credere in un mondo paradisiaco, completamente pacificato, non significa però sposare l'ideologia della guerra, come invece fa Giuliano Ferrara.
In un articolo apparso ieri sul "Foglio" (22-5), l' Elefantino ha di nuovo invocato la guerra totale contro l'Islam partendo da una affermazione, come al solito capziosa, o comunque, vera a metà: "La guerra è la peggiore delle soluzioni ad eccezione dell'appeasement che ne produce una ancora più grande e fatale (...). Se dunque fai la guerra cerca di vincerla".
E' come dire che la pace (o qualsiasi tentativo ragionevole di salvarla) porti regolarmente alla guerra. Certo, che le guerre si devono vincere. Ma solo dopo che si sia eventualmente cercato di evitarle. E nel caso degli Stati Uniti è accaduto esattamente il contrario: non si è fatto nulla per evitare l'invasione dell' Afghanistan e dell'Iraq. Sotto questo aspetto è esemplare l'attuale atteggiamento di sfida nei riguardi dell'Iran.
Se l' "Occidente" ha un punto di vantaggio, se così si può dire, nei riguardi delle altre culture, è di aver elaborato una scienza sociale oggettiva della società. Scienza che consente di capire, e per quanto possibile, prevedere le dinamiche sociali. La guerra, per quanto ineliminabile, è assolutamente distruttiva, e dunque deve essere sempre fatto tutto il possibile per evitarla. E le scienze sociali offrono gli strumenti analitici e predittivi per far sì che si possa ridurre il ricorso al guerra.
E tutto quel che esula, dall'analisi oggettiva, è ideologia. E nel caso di Ferrara, ideologia della guerra.

lunedì, maggio 22, 2006

La libertà sessuale, tra storia e sociologia. Un tentativo di approfondimento

Nel 1895 Oscar Wilde, oltre a venire perseguito per la sua omosessualità, dovette essere protetto da una folla inferocita. Oggi nell'anno di grazia 2006, si celebra regolarmente nelle principali città dell'Occidente (come è giusto che sia in una società tollerante) il "Gay Pride", senza che nessuno si scandalizzi più di tanto. Ma il discorso può essere esteso anche ai rapporti eterosessuali, oggi molto più liberi e "fluttuanti": ci si incontra, ci si piace,"si fa sesso", come dicono gli americani, e poi ci si separa, senza tanti drammi.
Tuttavia, nonostante la libertà sessuale, oggi la qualità della vita interiore, non è migliore di quella di un secolo fa... Le nevrosi dilagano, il senso di insicurezza individuale pure, le paure sono rimaste quelle di sempre (di perdere il lavoro, di diventare poveri, di morire...): uomini e donne continuano a non essere felici... Almeno così dicono sondaggi e analisi sociali più approfondite.
Perché? Come mai una maggiore libertà sessuale, presentata e da molti vissuta come liberazione da ogni senso di colpa, non ha condotto a un migliore equilibrio interiore? Si possono dare due risposte (diciamo tentativi di risposta...), di tipo storico e sociologico.
Sul piano storico la sessualità in Occidente ha osservato un andamento ciclico: la nostra non è l'epoca per eccellenza, come dire, del "sesso matto" o sfrenato: Lawrence Stone, uno storico inglese che ha studiato questi problemi, ha rilevato un'alternanza di fasi "repressive": ascesa del cristianesimo (secoli III-VI); nascita della città borghese (secolo XIII): riforma e controriforma (secolo XVI): consolidamento delle borghesia puritana (secolo XIX); e di fasi "permissive": il mondo greco-romano antecedente al cristianesimo; il rilassamento morale tardo medievale (secolo XI-XII); la prima modernità, già libertina, almeno in alcune sue élite (secoli XVII-XVIII); la seconda metà del Novecento che ha identificato la libertà sessuale col progresso e la civiltà.
Quel che emerge dalle indagini di Stone è che la "sessualità normale" non è mai esistita. La realtà storica è sempre stata caratterizzata da eccessi nell'uno e o nell'altro senso: o troppo o troppo poco. Di conseguenza l'equilibrio interiore dell'uomo, ma questa è una nostra considerazione, non può che risentirne ogni volta.
Sul piano sociologico invece si può parlare di regolazione sociale del "residuo sessuale": termine introdotto da Pareto. Ogni società, o gruppo sociale, ha sempre regolato questo residuo ("il semplice appetito sessuale") in chiave permissiva o repressiva, "imprimendo" su quella che è un'attività fisiologica, i più diversi valori. In questo senso è "normale" quel che rispecchia i valori e i comportamenti dominanti. Il dato costante però è quello della regolazione sociale: si va dalla pena di morte per il peccato di sodomia alla legalizzazione dei matrimoni omosessuali; dalla lapidazione dell'adultera alla separazione consensuale tra coniugi: quel che non muta mai - il dato profondo, costante - è il fattore del controllo sociale, che proprio perché è imposto dall'esterno (dal gruppo sull'individuo, e di qui la sua "artificialità"), non può risolvere mai completamente le tensioni interiori dell'uomo: ci si accontenta della sua adesione formale ai valori dominanti, e non importa se libertini o ascetici.
Riassumendo: non esiste una sessualità "normale", ma un conflitto tra differenti visioni della sessualità, che le società cercano di normalizzare di volta in volta, secondo i valori dominanti, in chiave permissiva o restrittiva. Ovviamente, come per tutti i processi sociali, c'è un punto limite. Quando si passa dal "troppo" al "troppo poco", o viceversa, l'individuo entra in crisi e inizia a desiderare una forma di sessualità opposta a quella dominante. Il problema perciò non è nella maggiore o minore libertà sessuale goduta, ma nel grado di saturazione raggiunto da una delle due forme. Un "livello" o "grado" che poi si ripercuote sull'equilibrio spirituale dell'uomo.
Oggi pare che abbiano la meglio i sostenitori della libertà sessuale. In realtà, e contrariamente a quel che alcuni osservatori sociali superficialmente sostengono, stiamo invece entrando in una fase di saturazione, dal momento che nonostante nessuno si scandalizzi più per "certe cose" (per usare un'espressione "vittoriana"), persiste una diffusa condizione di infelicità. Già si scorgono - a saperli vedere - alcuni segni cambiamento: il risveglio della morale sessuale puritana negli Stati Uniti e la riscoperta del valore della castità, da parte di molti giovani europei di fede cristiana. Si tratta di una constatazione e non di un giudizio...
Pertanto, può piacere o meno, ma nel volgere di una generazione, potremmo passare dal sesso matto al sesso morigerato.
E così via, fino a quando, la ruota della saturazione sociale non inizierà un altro giro.

venerdì, maggio 19, 2006

Il "mercato legale degli organi". Qualche riflessione

In Italia qualcuno si è mostrato spiacevolmente sorpreso. Ma perché meravigliarsi se sul "New York Time" e il Wall Street Journal" ("Corriere della Sera", 16-5-2006) si discute, e senza mezzi termini, sulla necessità di aprire un mercato legale degli organi umani?
In primo luogo, sembra che la proposta sia stata avanzata, già qualche tempo fa, da Gary Becker, che non è un economista qualsiasi ( e non solo per il Nobel Economia che può vantare), dal momento che è il principale sostenitore dell'estensione dei concetti economici all'analisi della società: un fautore dell'economicismo allo stato puro. Famosissimo il suo A Treatise on the Family (Harvard University Press, Cambridge 1981), dove applica i postulati del presupposto massimizzante, dell'equilibrio di mercato e della stabilità delle preferenze allo studio della famiglia. In buona sostanza mogli, figli e vita familiare sono studiati come forme di investimento economico. Secondo Becker, la famiglia, per ogni suo membro, deve essere esclusiva fonte di utilità (e profitti economici): una bella casa, un'ottima istruzione per i figli, eccetera.) . E si tratta di un approccio piuttosto diffuso nelle scienze sociali statunitensi (si veda Richard Swedberg, Economia e sociologia. Conversazioni con Becker, Coleman, Akerlof, White (e altri), Donzelli Editore, Roma 1994).
In secondo luogo, l'economicismo rinvia al pragmatismo materialistico americano. Una concezione, che non è prerogativa di quel popolo, ma che negli Stati Uniti è assurta a comportamento di massa (come già notò Tocqueville, nella Democrazia in America) . Se noi europei, di ogni livello sociale e culturale, ci appassioniamo all'idea di verità (se una tesi sia vera o falsa: dalla discussione sportiva a quella filosofica), l'americano è invece affascinato esclusivamente dalla sua utilità: una scelta non è buona perché riflette un criterio di verità ma perché è utile. E lo è ancora di più, se i suoi risultati possono essere quantificati. Ad esempio, un professore è bravo, e quindi le sue idee sono vere, giuste, buone, eccetera, se è pagato più degli altri colleghi; un uomo d'affari è altrettanto bravo, se realizza profitti elevati. E così via.
In terzo luogo, materialismo pragmatistico ed economicismo hanno dato vita a una forma di capitalismo per "uomini duri", molto aggressivo, molto competitivo, molto americano (sorvolando per ragioni di spazio sulla ricostruzione delle sue origini storiche e culturali)... Dove chi è in fondo alla scala sociale viene considerato colpevole della sua condizione: è lì perché se lo è meritato. Dal momento che il mercato capitalistico viene ritenuto come l'unico meccanismo in grado di giudicare l'operato tout court delle persone. Il mercato "quantifica" materialmente( prezzi X quantità) e "valuta" economicamente ( domanda X offerta). Tuttavia questa "fede" nel mercato rappresenta anche un elemento di contraddizione, perché il mercato-giudice finisce per essere implicitamente assimilato a un criterio di verità... Ma questa è un'altra storia.
Comunque sia, e per concludere, qualsiasi discussione americana sul commercio "legalizzato" di organi umani, si fonda non tanto sul fatto se sia vero, giusto, buono, bello che un uomo, anche consenziente, sia "fatto a pezzi" e venduto al migliore offerente, ma se sia utile "farlo a pezzi".
Ed eventualmente come.
Di qui la necessità, perché prima o poi il dibattito sulla "legalizzazione", si aprirà anche in Europa, di alzare il tiro, e proporre criteri veritativi.
Ma quali? La discussione è aperta.

giovedì, maggio 18, 2006

Riletture: Charles Wright Mills (1916-1962)

Charles Wright Mills (1916-1962) incarna tuttora la figura del sociologo nemico di qualsiasi regola, chiesa, accademia. Il padre dell' "immaginazione sociologica". Alla quale oggi in effetti si ricorre sempre meno. Mentre per gli aspetti politici, probabilmente, la sua opera è datata . Tuttavia, vista la ricchezza del suo pensiero, è interessante ripercorrerne vita e opere.
Charles Wright Mills nasce a Waco nel Texas nel 1916, da una famiglia della middle class di origine irlandese e di religione cattolica. Studia filosofia e sociologia all'Università del Texas (1935-1939). Dopo la laurea (M.A.) consegue il dottorato in sociologia e antropologia all'Università del Wisconsin (1941). Dopo di che passa all'Università del Maryland (1941-1945), e infine all Columbia University (1945), dove insegnerà fino alla morte (1962) Negli anni Cinquanta, Mills affina il suo radicalismo politico (più vicino alle tradizioni populiste e democratiche americane, che a quelle marxiste europee), collabora a importanti riviste "liberal", come "Dissent", mette a frutto la sua salda preparazione scientifica, scrivendo libri importanti. E soprattutto viaggia molto, in particolare negli ultimi anni della sua vita. Si reca in Inghilterra, Polonia, Messico, Brasile, Unione Sovietica e Cuba. Condivide e difende gli obiettivi della rivoluzione cubana, come la causa delle popolazioni sudamericane. Attirando su di sé l'attenzione della Polizia Federale (FBI). Tuttavia la morte prematura, causata da un attacco di cuore (Mills soffriva di una grave cardiopatia), lo mette, purtroppo, a riparo e per sempre, da eventuali rappresaglie dei "federali" (Su questi aspetti si veda M. Forrest Keen, Stalking Sociologist. J. Edgard Hoover's FBI Surveillance of American Sociolog, Transaction Publishers, New Brunswick and London 2004 (2° ed.), - www.transactionbooks - in particolare pp. 171-186, (Hour Man in Havana: C.W.Mills Talks, Yank Listens ).
L'opera di Mills segue tre direttrici.
La prima è quella della critica della società americana, da lui affrontata in White Collar. The American Middle Classes (1951, trad. it. Einaudi, Torino 1966) e The Power Elite (1956, trad. it. Feltrinelli, Milano 1959). Mills mette a frutto la lezione weberiana- marxiana, per criticare dal punto di vista sociologico (e implicitamente politico) la rigidità (e grettezza) pseudoaristocratica della società americana. L'homo americanus, secondo Mills, "vegeta", prigioniero di una serie di schemi socioculturali, utilitaristici, ottimamente manovrati dall'élite politica, economica e militare; schemi di comportamento, vere e proprie "maschere" marxiane, che impediscono la realzzazione della democrazia sociale ed economica. La sua ricostruzione dei meccanismi di inclusione-esclusione è magistrale.
La seconda direttrice è quella più propriamente teorica, e rinvia a The Sociological Imagination (1959, trad. it. Il Saggiatore, Milano 1962). Punto d'arrivo speculativo, che può essere compreso nel suo sviluppo, solo attraverso la lettura di una serie di opere, alcune delle quali pubblicate postume: Sociology and Pragmatism. The Higher Learning in America (1964, trad. it. Jaca Book, Milano 1968), la sua tesi di dottorato; From Max Weber. Essays in Sociology (1946, con H.H. Gerth, trad. it. Franco Angeli, Milano 1991); Images of Man (1960, Edizioni di Comunità, MIlano 1963), una ricca antologia sociologica, utile per capire le preferenze di Mills; Power, Politics and People (1963, trad. it, in due volumi, Bompiani, Milano 1971). Mills cerca una sua strada capace di conciliare pragmatismo (come uso pratico delle idee, in termini di riforme sociali), tecniche sociologiche (le più diverse, da quelle empiriche a quelle storiche), e immaginazione sociologica. Da lui intesa come ciò che "permette di afferrare biografia storia e il loro mutuo rapporto nell'ambito della società (...). [E'] la facoltà [di] saper passare da una prospettiva ad un'altra (...) di abbracciare con la mente le trasformazioni più impersonali e remote e le relazioni più intime della persona umana e di fissarne il rapporto reciproco" (trad. it. Il Saggatore, Milano 1962, pp. 16-17).
La terza direttrice è più propriamente politica. Probabilmente la più caduca. Anche se stimolante sotto il profilo della battaglia delle idee e dell'autobiografia politica di Mills. Si vedano perciò: The Causes of World War Three (1959, trad. it. Feltrinelli, Milano 1959); Listen Yankee: The Revolution in Cuba (Feltrinelli, Milano 1962); The Marxists (1962, trad. it. Feltrinelli, Milano 1969). In Mills c'è come elemento di fondo, certa ingenuità politica, probabilmente molto americana, ben colta da Zygmunt Bauman, nel ricordare il viaggio di Mills in Polonia verso la fine degli anni Cinquanta: "Durante il soggiorno di Mills a Varsavia, Gomulka, parlò alla radio criticando un saggio del mio amico Lezek Kolakowski. Cominciammo a tremare tutti quanti: essendoci scottati le dita così tante volte in precedenza, ci aspettavamo di peggio. Ma Mills era euforico: "Come siete fortunati e come dovete essere felici... Il leader del paese che ragisce ai trattati filosofici! Nel mio paese, nessuno uomo di potere presta attenzione a quello che faccio" ( Keith Tester, Società, etica, politica. Conversazioni con Zygmunt Bauman, Raffaello Cortina Editore, Milano 2002, p. 29).
Scherzi dell'immaginazione sociologica... o politica? Politica.
Per una buona biografia di Mills si rinvia a quella scritta - da alcuni però definita discuitibile - dal suo collaboratore e amico Irving Louis Horowitz, C. Wright Mills. An American Utopian, The Free Press, New York 1983 (www.freepress.). Tra i contributi italiani, si ricorda il saggio esauritissimo, ma ancora oggi suggestivo e accurato, di Giorgio Marsiglia, L'immaginazione sociologia di C. W. Mills, il Mulino, Bologna 1970.

mercoledì, maggio 17, 2006

Lo scaffale delle riviste: rassegna mensile

Questo mese lo scaffale delle riviste è particolarmente ricco.
Si segnala subito l'interessante articolo di Eduardo Zarelli, Perché siamo all'opposizione, pubblicato sull'ultimo numero di "Diorama Letterario" (n.276, marzo-aprile 2006, pp. 6-7 - www.diorama.it), storica rivista, fondata e diretta da Marco Tarchi. Zarelli asserisce la necessità per le forze sociali, realmente movimentiste, di non abbassare la guardia, "di fronte a qualunque risultato delle elezioni italiane". Soprattutto sul piano della critica culturale al modello di "sviluppo illimitato", che segna il capitalismo.
Da non perdere l'ultimo fascicolo di "Filosofia Politica" (n.1/2006 - www.mulino.it/rivisteweb), che affronta nei suoi "materiali per un lessico politico europeo" il tema della biopolitica (pp. 5-76). Articoli di Roberto Esposito (che introduce), Michele Cammelli (Comte, Foucault, Canguilhelm), Gaetano Rametta (Biopolitica e coscienza), Laura Bazzicalupo (Economia e dispositivi di governo), Simona Forti e Olivia Guaraldo (Il corpo femminile tra biopolitica e religione materna).
Come sempre ricca di spunti e idee "Eurasia - Rivista di Studi Geopolitici" (n.1 - 2006 - www.eurasia-rivista.org). Prezioso il "dossario" sulla Cina (pp. 43-163). Articoli di Yives Bataille, Braccio, Carminati, de la Nive, Enrico Galoppini, Hu Yeping, Preve, Scalea, Thion, Venier, Vernole). Particolarmente interessanti, ma su altri argomenti, le interviste di Tiberio Graziani a Sergio Romano (pp. 191-195) e di Enrico Galoppini a Lorenzo Trombetta, specialista del Vicino Oriente (197-201).
Il numero appena uscito della "Rassegna Italiana di Sociologia" (1/2006 - www.ilmulino.it/rivisteweb), si fa apprezzare per il notevole saggio di Carla Facchini e Marita Rampazzi su Generazioni anziane tra vecchie e nuove incertezze (pp. 61-88), che evidenzia limiti e le difficoltà di integrazione sociale dell'anziano, in un modello basato sui rischi di mercato; modello che non riesce a gestire il rapporto tra certezze e incertezze in maniera adeguata.
E' invece dedicato al cinema francese (Le cinéma français est-il le plus bete du monde?) l'ultimo fascicolo di "Eléments" (n.120 - Printemps 2006 - www.labyrinte.fr). Molto interessante l'intervista di Maurizio Messina a Danilo Zolo (Danilo Zolo s'élève contre une vision paroissiale de la vie politique, p. 54), già apparsa in Italia sulla rivista "Italicum" ( Novembre- Dicembre 2004 - www.centroitalicum.it).
Si segnala sulla "Nuova Informazione Bibliografica" (n.1, Gennaio-Marzo 2006 - www.mulino.it/rivisteweb) la rassegna tematica sulla mafia a cura di Antonio La Spina (pp. 59-75), ricca di riferimenti bibliografici e "telematici".
Sul fascicolo in libreria di "Alfa e Omega" (n.5 - Settembre-Ottobre 2005 - info@edizionisegno.it), rivista diretta da Siro Mazza, si legga, in particolare, l'articolo di Thomas Molnar, L'americanologia quattordici anni dopo, pubblicato in concomitanza con l'uscita in Italia dell' Americanologia. Trionfo di un modello Planetario? (Edizioni Settimo Sigillo, Roma 2005 - www.libreriaeuropa.it).
Molto ricco anche "Le Monde diplomatique - il manifesto" (n.4 -aprile 2006 - www.ilmanifesto.it/Mondediplo/), articoli di Gabriel Kolko (Casa Bianca e Cia), Lahouari Addi (il conflito sociale in Algeria), Odile Goerg (Guinea). Notevole l'analisi di Emilie Guyonett sui rapporti strategici in funzione anticinese tra Tokio e Washington (pp. 10-11).
Da non perdere l'ultimo numero di "Italicum" (Marzo-Aprile 2006 - www.centroitalicum.it), la rivista teorica e di sintesi politiche, diretta da Luigi Tedeschi. Il numero si apre con il brillante editoriale di Enzo Cipriano, un editore sempre più al di là della destra e della sinistra: politicamente inclassificabile. E infatti ne ha per tutti... Molto intrigante anche il focus sul sindacato (pp. 3-10: articoli di Tedeschi, Rimbotti, Landolfi, Preve (intervista), Segatori.
Ai cultori dell'alta filosofia politica, si segnala la nuova rivista "Metàbasis. Filosofia e comunicazione", disponibile solo in Rete, (www.metabasis.it), diretta da Claudio Bonvecchio, professore ordinario di Filosofia delle scienze sociali e comunicazione politica, presso l'Università degli Studi dell'Insubria (di cui è anche rettore) Il primo fascicolo (marzo 2006) è dedicato al Conflitto. Prospettive interdisciplinari. Articoli di Bonvecchio, Wunenburger, Limone, Pinchard, Bellini, Musso, Segatori e altri ancora. E vale veramente la pena di una "visitina".

martedì, maggio 16, 2006

Pierluigi Battista, le "sirene totalitarie", e gli errori argomentativi della retorica liberale

Ogni epoca storica ha i suoi "commissari politici". Il "pensiero unico" risponde a determinati meccanismi sociologici di inclusione-esclusione, che prescindono da qualsiasi presupposto storico e dottrinario. Ma risponde anche a meccanismi tipo argomentativo, spesso erronei. Dai quali non è esente neppure il liberalismo. Che però a differenza di altre ideologie "totalitarie", dovrebbe essere più tollerante con gli avversari politici e intellettuali. E soprattutto, argomentativamente coerente, visto che il liberalismo è una specie di scienza (politica) del dibattito pubblico. E invece non è così.
Un buon esempio, di retorica liberale e di cattive argomentazioni, viene regolarmente offerto dagli articoli di Pierluigi Battista, vicedirettore del "Corriere della Sera". Il quale da buon aspirante "commissario politico" del partito-unico liberale d'Italia è completamente privo di dubbi.
E' perciò interessante ricostruire il suo ragionamento, dal punto di vista delle fallacie informali (errori di argomentazione), di cui è infarcito. Si prenda ad esempio il suo articolo di ieri (15-5-2005, p. 26, www.corriere.it) , sulle "sirene totalitarie (da Castro a Chavez) [che] irretiscono gli intellettuali".
Lo scopo del pezzo, come è evidente, è quello di squalificare e demonizzare, al contempo, sia politici come Chavez (e dunque favorire oggettivamente la politica estera Usa), sia gli intellettuali favorevoli all'esperimento politico venezuelano.
In primo luogo, Battista, parte da un premessa erronea, o comunque vera a metà, commettendo subito l'errore argomentativo dell' "accidente converso" (generalizzazione affrettata) . Dire che gli intellettuali siano "perennemente ammaliati dalle dittature" vale solo per alcuni casi... Sarebbe invece più corretto ammettere la possibilità che alcuni intellettuali (non tutti) talvolta restino ammaliati dalla fascino perverso di un potere, che può essere democratico o meno.
In secondo luogo, Battista cerca di dimostrare la sua tesi fornendo un ridotto elenco di intellettuali (Brecht, Heidegger, Shaw, Drieu La Rochelle, Cantimori) che avrebbero scelto la causa sbagliata (quella totalitaria). Se la prende in particolare con Brecht (e qui, commette l'errore argomentativo "dell'appello all'autorità", argumentum ad verecundiam ", citando da uno dei peggiori libri mai scritti sugli intellettuali. Quello di Paul Johnson (Longanesi 1988): un testo privo di qualsiasi autorità scientifica, scritto da un saggista da "reality show", abituato a intrufolarsi e sguazzare nelle vicende intime degli scrittori.
In terzo luogo , ed ecco la "petitio principii" (ammettere per dimostrata una questione), Battista mette Chavez sullo stesso piano di Lenin, Mao, Stalin, Hitler, Mussolini e Fidel Castro. Dando per scontato quel che invece non è: visto che non fornisce alcuna prova sulla natura totalitaria della politica di Chavez (che tra l'altro è stato democraticamente eletto dal popolo). E qui cade nell'errore argomentativo "di composizione": attribuisce le proprietà del tutto "dittatori totalitari" al singolo "dittatore" Chavez. Che tra l'altro, come si è detto, lo è solo per "petitio principii". Giornalisticamente la " fallacia di composizione", è denominata, in latino maccheronico, come "reductio ad hitlerum" (alla "classe" o tipologia hitleriana).
C'è da aggiungere altro?
In argomento si veda anche il documentatissimo articolo di Gennaro Carotenuto (L'anatema del globalista) su www.comedonchisciotte.org e ovviamente su www.gennarocarotenuto.it .
Carlo Gambescia

lunedì, maggio 15, 2006

Il calcio italiano: qualche riflessione

Quel che sta (ri)accadendo nel mondo del calcio italiano può suscitare due tipi di di reazioni.
La prima di natura morale (o peggio moralistica) di condanna della corruzione e dell'affarismo che vi imperano, in nome del "ritorno" a una mitica età dell'oro. Dove finalmente si giocherà non per vincere ma per il piacere di partecipare, e nel più totale rispetto dell'avversario e delle regole.
La seconda è invece di natura più profonda e impegnativa: cercare di capire perché periodicamente il mondo del calcio, mediatizzato e globalizzato di oggi, dia il peggio di sé.
In primo luogo, corruzione c' è sempre stata, basta sfogliare qualsiasi storia del calcio, non solo italiano... Nella stessa misura lo sport (calcistico) novecentesco è segnato dall'ascesa e dal consolidamento del professionismo. Una società fondata sulla divisione capitalistica del lavoro, come la nostra, ha funzionalmente bisogno di attori sociali capaci di svolgere , ciascuno nel suo campo, e dunque "professionalmente", il proprio lavoro. Il che implica valori di riferimento ( ciò che buono e cattivo per e nel calcio), istituzioni di gestione e controllo (squadre professionistiche, tornei organizzati, dirigenze specializzate, giustizia sportiva, eccetera). E infine un processo di selezione di giocatori, dirigenti, arbitri (delle élite: dai calciatori al funzionariato sportivo), come avviene di regola in tutti i gruppi sociali.
In secondo luogo, e questo è il dato interessante, il calcio ha sempre più svolto una funzione sostituitiva sul piano delle "passioni sociali" collettive. Può sembrare banale ma ha funzionato, e in misura crescente, soprattutto nel secondo dopoguerra, come fabbrica di nuovi valori e comportamenti collettivi (per usare la terminologia di Moscovici). Meno pericolosi, meno vendicativi, di quelli politici... Gradualmente il calcio, in particolare dagli anni Sessanta, è però diventato non solo strumento di evasione dalla realtà, ma quasi la realtà stessa. Processo che, dopo la parentesi del Sessantotto, si è accentuato negli anni Ottanta, con la ripresa della globalizzazione economica e della conseguente mediatizzazione pubblicitaria della vita sociale, e dunque anche dello sport, e in particolare del calcio.
Mancano analisi precise, ma sembra che oggi il calcio, come argomento di conversazione, preceda la politica e il lavoro. Il che comprova (almeno tendenzialmente) come il calcio stia sostituendo la realtà. Il fenomeno del cosiddetto tifo sportivo politicizzato da gruppi di estremisti, è un altro segno della "mutazione" in atto: non indica infatti un ritorno della politica, come movimento sociale negli stadi, ma l'esatto contrario: la fine della politica come passione collettiva, come desiderio di cambiare il mondo, tipico di ogni autentico movimento collettivo.
Come hanno influito sul calcio (non solo italiano) la mediatizzazione e la globalizzazione economica? Ovviamente si tratta di un processo in corso: la mediatizzazione ha posto il calcio al centro della vita delle persone, trasformandolo, come si è detto, in fabbrica delle passioni; la globalizzazione ha trasformato le società di calcio - come qualsiasi altra impresa economica (come prova la nascita delle spa e l'ingresso in Borsa) ) - in macchine per competere e vincere a tutti costi: il calcio, dunque, come "fabbrica delle vittorie" a qualunque "prezzo". Soprattutto quest'ultimo fenomeno - sul quale ovviamente ha influito anche il calcio "fabbrica delle passioni" - ha provocato una diversa selezione del personale dirigente che ha condotto al potere personaggi privi di scrupoli come quelli che ora sono sulle prime pagine dei giornali.
Il calcio come fabbrica delle passioni e delle vittorie rappresenta oggi il nuovo universo di valori (sulle cui basi si decide appunto quel che è buono e cattivo per e nel calcio: chi vince e bravo, buono, giusto, bello, eccetera, mentre chi perde non lo è...). E le élite del calcio, una volta messo da parte Moggi, continueranno a essere scelte sulla base degli stessi valori, comportamenti e moventi mediatici ed economici.
Perciò per il momento è meglio rassegnarsi. Il calcio di oggi esprime una precisa fase della globalizzazione capitalistica. E fin quando durerà questa fase ( e i valori, comportamenti e moventi che esprime) la situazione difficilmente cambierà.
Per un ulteriore approfondimento, lungo le linee qui delineate, si veda l'ottimo articolo di "Roberto", Calcio: un altro fallimento del capitalismo reale, pubblicato oggi su www.comedonchisciotte.org.
Carlo Gambescia

venerdì, maggio 12, 2006

Mario Tronti e l' Ici

Non può non essere segnalato l'interessante articolo di Mario Tronti, apparso sul Manifesto di mercoledì 10 maggio, come anticipazione del numero in uscita di "Democrazia e diritto" (fascicolo che ha per titolo Una legislatura da scrivere).
Ora, per discutere un pensiero, così ricco e articolato, come quello di Tronti, sarebbe necessario maggiore spazio. Quindi nessuna pretesa di compiutezza...
L'articolo intitolato, Il problema è la mela tutta intera, si occupa del voto e soprattutto dell'Italia post-voto, ovviamente dal punto di vista della teoria politica, così congeniale a Tronti.
A una prima parte, ampiamente condivisibile, dove il filosofo, mette in luce l'assiomatica utilitaristica su cui si fonda la vita sociale e politica italiana (a destra come a sinistra), ne segue una seconda meno convincente. Ma è meglio procedere per gradi.
Secondo Tronti l'alta affluenza è spiegata dal fatto che sarebbe sceso in campo "il popolo dei telespettatori, popolo politicamente muto, non rilevabile nei sondaggi, non controllabile dagli exit poll. La novità non è la mela spaccata, ma la mela intera che si lascia spaccare così. Con l'ottimismo della volontà, si può vedere una attiva partecipazione democratica. Col pessimismo dell'intelligenza, si vede una passiva mobilitazione di massa".
Tronti è dalla parte dei pessimisti. Infatti ritiene che abbia vinto l'Italia dell'antipolitica, degli slogan, del rapporto diretto coi capi carismatici, dell'egoismo e dell' utilitarismo borghese contro le passioni politiche del cittadino: "si è chiamati "a scegliere non l'interesse pubblico, ma l'interesse privato. Scelgo chi mi fa pagare meno tasse, chi mi toglie l'Ici dall casa", eccetera.
Secondo Tronti, e qui viene il punto debole e meno convincente della sua analisi, il "guasto sta a monte", e sarebbe dovuto al "dissolversi del legame di classe", nella "forma organizzata che aveva assunto nel Novecento"; dissoluzione che "ha aperto la via a processi selvaggi di privatizzazione, che nessuno sa più controllare".
Ora, se quel che si legge può essere impeccabile dal punto di visto dell'evoluzione del pensiero di Tronti... Il cui percorso, come è noto, si dipana dall'operaismo alla difesa dello stato socialdemocratico, come rivendicazione dell'autonomia del politico, all'interno del processo di sviluppo del capitalismo, come conflitto permanente tra irrazionalità (economica capitalistica) e razionalità (le politiche sociali della classe operaia come soggetto storico). Non lo è però da un punto di vista, come dire, esterno, oggettivo...
Tronti critica le sinistre "post-comuniste e post-socialdemocratiche" per avere sottovalutato gli aspetti "restaurativi" (negativi) del processo dissolutivo. In realtà, le cose non potevano andare diversamente. Il Novecento ha dimostrato che per la sinistra ci sono state ( e in fondo ci sono) due possibilità: o il processo rivoluzionario o la socialdemocratizzazione. Nel primo caso, i leninisti, chiamiamoli così, hanno mostrato di non saper gestire il passaggio dal movimento all'istituzione (la forma stato-socialista). Nel secondo caso i socialdemocratici hanno gestito l' istituzione esistente (la forma stato-liberaldemocratico) . Il leninista ha rifiutato il capitalismo, ma non lo sviluppo sociale. Il socialdemocratico ha accettato il capitalismo, cercando di modificarlo dall'interno, introducendo elementi di sviluppo sociale (gli "aspetti apparentemente innovativi" delle liberaldemocrazie, di cui parla Tronti). La questione è che, una volta accettata la "socialdemocratizzazione" e dunque lo scambio (dissolversi del legame di classe X consumi e assistenza sociale) gli aspetti innovativi finiscono per confondersi con quelli negativi. Tutto diventa una questione, e a maggior ragione per le sinistre "post-comuniste e post- socialdemocratiche" (ideologicamente debolissime) di "utilitarismo sociale": di danni massimi e di minimi; di contabilità dei caduti e feriti nelle guerre di mercato. E infine di Ici.
La via operaista, né completamente leninista né compiutamente socialdemocratica, auspicata da Tronti negli anni Sessanta, che doveva tenere separato, ciò che il capitalismo, almeno ideologicamente, si proponeva di continuare a tenere unito (il rapporto capitale-lavoro, e le sue contraddizioni), non poteva dunque portare da nessuna parte. La mela del capitalismo non poteva e non può non restare divisa. Paradossalmente la sua forza è proprio nella "divisione" e nella promessa di salvezza ("riunificazione" sulla terra) della "Chiesa" capitalistica", come nota lo stesso Tronti: l'una è funzionale all'altra.
E' perciò mancata la scienza, anche questa auspicata da Tronti, e soprattutto quella forte esaltazione di una morale operaia, invocata da Georges Sorel più di un secolo fa, suscitando l' ironia di leninisti e socialdemocratici... Sorel, non per niente fu attento studioso del cristianesimo antico e delle modalità con cui i cristiani conquistarono Roma, trasformandosi da movimento in istituzione. Un'istituzione, come nota con un pizzico d'invidia lo stesso Tronti, che è lì "da venti secoli" mentre "noi qualche decennio, e abbiamo chiuso bottega".
Per parlare, e Tronti qui sarebbe d'accordo, solo di Ici...

giovedì, maggio 11, 2006

Riletture: Alvin Ward Gouldner (1920-1980)

A più di venticinque anni dalla sua prematura morte chi ricorda la figura di Alvin Ward Gouldner? Sociologo e marxsta "outlaw", come amava definirsi. In pochi... Nessuno purtroppo vuole più confrontarsi con un pensiero, certo difficile, ma ricco di intuzioni.
Gouldner nasce a New York nel 192o, sviluppa fin da giovane un notevole interesse, per le scienze sociali, all'epoca in pieno sviluppo. E soprattutto per i problemi sociali. Si forma professionalmente alla Columbia University. Studia con Merton e Lazarsfeld, i quali lo apprezzano, da subito, per le sue capacità di ricercatore e promettente studioso. Alle iniziali attività tutoriali presso l' università di Buffalo, segue una breve parentesi come "consultant" per la Standard Oil (1951-1952), Nel 1953 consegue il suo Ph.D. in sociologia. Dopo un periodo all'Antioch College, passa all'Università dell'Illinois (1954). Per approdare infine al Dipartimento di Sociologia della Washington University, Saint Louis (1959). Dove insegnerà (dal 1967, come Max Weber Research Professor), fino alla morte per infarto, avvenuta a Madrid nel 1980. Dunque una carriera, formalmente ineccepibile - tra l' altro costellata di riconoscimenti e incarichi di ricerca - che evidenzia due particolarità: una precoce conoscenza del marxismo teorico, che risale agli anni quaranta, sempre rivendicata, ma in modo critico, appunto da "outlaw"; e un periodo (1972-1976) di insegnamento presso l'Università di Amsterdam, dove affina i suoi strumenti metodologici alla luce del dibattito europeo dell'epoca (neo-marxismo, tardo strutturalismo, teorie sociolinguistiche) . Due elementi che conferiscono alla sua opera sociologica, che sostanzialmente si fonda sulla lettura incrociata di quattro autori (Marx, Durkheim, Weber e Mannheim), un taglio poco americano e molto europeo. Nel senso di una grande attenzione alle idee, non solo, come processo materiale (socioculturale), ma come elemento trainante della trasformazione socioculturale, grazie al ruolo che può essere giocato dagli intellettuali.
Nei suoi primi lavori: Patterns of Industrial Bureacracy e Wildcat Strike (1954, trad. it. di entrambi i volumi, Etas Kompass, Milano 1970), si occupa di modelli organizzativi, nonché della struttura "di comando" nella società industriale, come negli Studies in Leadership (1954, opera da lui curata). La vera e propria svolta avviene con la pubblicazione di Enter Plato: Classical Greece and the Origins of Social Theory (1965) , e The Coming Crisis of the Western Sociology (1970, trad. in Il Mulino, Bologna 1970 ). Due libri dove Gouldner spiega il distacco tra pensiero sociale e società, come tipico dell'esperienza storica dell' Occidente: l'intellettuale si è sempre isolato dal mondo reale. E la società - come potere sociale - ha sempre favorito questo auto-emarginazione dell'intellettuale spesso dorata. Per contro, Marx avrebbe tentato di rovesciare la situazione, ma purtroppo, secondo Gouldner (che scrive queste cose prima del "grande crollo"), il comunismo reale, rischia di dimostrarsi come potere sociale altrettanto conservatore...
Su queste basi, Gouldner passa negli anni successivi a esaminare il "dark side" della dialettica, da lui intesa come un' ideologia, tesa a mascherare il potere sociale di pochi intellettuali e politici. Analisi che si sviluppa attraverso una trilogia The Dialectic of Ideology and Technology:: The Origins, Grammar and Future of Ideology (1976); The Future of Intellectuals and the the Rise of New Class (1979); Against Fragmentation. The Origins of Marxism and Sociology of Intellectuals (1985, postumo). In questi tre libri, fondamentali per capire l'evoluzione del suo pensiero, Gouldner, oltre a utilizzare gli strumenti più aggiornati (all'epoca) della teorica critica europea ( a partire da quelli forniti da Habermas), rivendica la figura dell'intellettuale: che deve essere capace di andare oltre il proprio tempo, e al tempo stesso condizionarlo, senza però restarne, a sua volta, condizionato: un missione difficilissima, se non proprio impossibile. Ma essere "marxista Outlaw" significa appunto questo: lottare contro ogni forma di potere sociale. E infatti nel libro postumo, Against Fragmentation, Gouldner descrive il marxismo come frutto di una continua (e irrisolta) dialettica "ideale" tra Marx e Bakunin. Tra chi vede solo una parte del problema: lo sviluppo economico (Marx), e chi invece vede il tutto: la libertà come scelta di fondo (Bakunin). In questo senso Gouldner punta su una visione "olistica" del marxismo (usa proprio questa espressione..), capace di tenere insieme il tutto (la libertà) con la parte (l'economia, e dunque il potere sociale).
Sotto questo aspetto è interessante la raccolta di saggi, pubblicata tra le due fasi ( cioè tra"Platone-Crisi della sociologia" e "Trilogia sul lato oscuro della dialettica"), intitolata For sociology: Renew and Critique in Sociology Today (1973, trad. it. Liguori, Napoli 1977), dove Gouldner accenna alla categoria sociologica del dono intellettuale. Attraverso lo studio della "Norma di Reciprocità", nei rapporti sociali il sociologo sembra porre le basi (sembra, perché purtroppo non è più tornato sull'argomento) di una riunificazione della parte con il tutto (economia e libertà) attraverso il dono alla società del capitale intellettuale da parte dei singoli "uomini di cultura": la gratuità intesa come rinuncia a mettersi al servizio (anche indirettamente, rinchiudendosi nella famigerata torre eburnea...) del potere sociale. Purtroppo Gouldner non riuscirà mai a spiegarci come giungere a tutto questo. Peccato.
Su di lui si veda, la non soddisfacente monografia, di James J. Chriss, Alvin Ward Gouldner: Sociologist and Outlaw Marxist, Ashgate Publishing, Andershot (U.K.) 1999 (www.ashgate. com). E in italiano Alvin W. Gouldner, La sociologia e la vita quotidiana, Armando, Roma 1997), in particolare l'introduzione di Raffaele Rauty (www.armando.it).

mercoledì, maggio 10, 2006

Il libro della settimana: Max Weber, La scienza come professione-La politica come professione, Mondadori, Milano 2006, LXXXIV-138, euro 7,80

Chiunque voglia comprendere la natura del rappporto tra politica e scienza non può prescindere dalla lettura delle due famose conferenze di Weber, da lui tenute a Monaco nel 1917-1919, ora ripubblicate negli Oscar Mondadori, e introdotte da Massimo Cacciari: La scienza come professione - La politica come professione.
Vanno subito segnalati due punti interessanti, e dunque degni di riflessione.
Il primo è che per Weber lo scienziato “per professione”, deve mantenersi al di sopra della mischia: può scegliere, sulla base dei propri valori, un tema di ricerca, ma se i poi fatti dovessero contraddire le sue ipotesi, non gli resterebbe che modificare queste ultime. Un professore, se non vuole trasformarsi in demagogo, deve indicare allo studente solo le alternative e le conseguenze di ogni azione politica: “Se volete questo o quell’altro scopo, allora dovete mettere in conto questa o quell’altra conseguenza concomitante”, eccetera (p.40). La scienza, nota ancora Weber, è al “servizio dell’autoriflessione e della conoscenza di connessioni oggettive, e non un dono grazioso di visionari e profeti, dispensatrice di beni di salvezza e di rivelazioni” (p.42).
Il secondo punto è che l’esercizio della “la politica come professione”, impone di credere fermamente nei valori (“etica dei principi”) e di saper padroneggiare le situazioni prevedendo le conseguenze delle proprie azioni (“etica delle responsabilità”). Perciò, scrive Weber, “ l’etica dei principi e l’etica della responsabilità non costituiscono due poli assolutamente opposti, ma due elementi che si completano a vicenda e che soltanto insieme creano l’uomo autentico, quello che può avere la ‘vocazione per la politica’ “ (p. 133). E come si distingue il vero politico? Dal fatto che non è disposto a cedere “anche se il mondo (…) è troppo stupido o volgare per ciò che egli vuole offrirgli”. E’ colui che sconfitto dice: “Non importa andiamo avanti” (135).
Quanto alla lunga introduzione di Massimo Cacciari, va detto che al filosofo-sindaco, sfuggono le basi sociologiche del pensiero weberiano. Weber è un pluralista: per il sociologo tedesco la società è frutto del complesso equilibrio tra forze sociali differenti . Politica e scienza, se correttamente intese, devono rispettare, a prescindere dai contenuti di verità difesi dalle diverse forze sociali, l'equilibrio pluralistico della società. Pertanto, la tesi cacciariana sul valore tragico della scelta in Max Weber, non riguarda "ogni singola scelta" (del politico, dello scienziato, ecc. ) ma la preservazione dell'equilibrio pluralistico della società. Una volta accettato il pluralismo (ecco la "grande scelta" che Weber impone a politici e scienziati), ci si può anche dividere, e laicamente (senza quel pathos, enfatizzato da Cacciari...), su tutto il resto.
Il punto non è secondario, perché se si accetta la tesi di Cacciari, e si sottovaluta, come dire, il pluralismo a priori weberiano, si rischia poi di mettere Weber sullo stesso piano di pensatori socialmente monisti, e decisionisti, come Carl Schmitt, per i quali il politico, come scelta, conflitto e decisione viene prima del pluralismo sociale, e che comunque non ha come compito la sua preservazione. Mentre in Weber è l'accettazione del pluralismo sociale che deve precedere la scelta.
Il che spiega perché Weber, a differenza di Carl Schmitt, sia ancora oggi apprezzato dalla cultura liberaldemocratica.

martedì, maggio 09, 2006

Il "nuovo ordine mondiale" e l'ottimismo di Stephen Roach e di "Repubblica"

Su "Repubblica - Affari & Finanza" di ieri sono apparsi alcuni stralci di un "Report" per clienti della Morgan Stanley, redatto da Stephen Roach, Chief Economist e Managing Director della grande banca d'affari americana. Istituto che dispone di uno staff di 500 economisti, dislocati in tutto il mondo, tutti monetaristi e liberisti, allineati alla politica Usa.
Le previsioni di Roach per l'economia mondiale sono rosee. Secondo l'economista americano tre sarebbero i fattori positivi: a) la crescita equilibrata dell'economia mondiale; b) il controllo dell'inflazione mondiale attraverso la "redistribuzione" della produzione su scala mondiale; c) la capillare estensione dei controlli del FMI, ormai estesa a tutte le nazioni. "Oggettivamente -scrive Roach - dobbiamo constatare che il mondo non è stato mai così bene".
Ora, indubbiamente, dietro la pubblicazione degli stralci, ci sono ragioni di bassa cucina economico-giornalistica: invogliare i lettori-clienti di "Repubblica" e della Morgan Stanley a investire. Fatte ovviamente le debite proporzioni tra i due target. Ma questo è solo un aspetto, e minore, della questione.
Il vero punto è che l'ottimismo e il fondamentalismo liberista di Roach - che sul piano dei fatti può essere contestato punto per punto - ha una precisa funzione di legittimazione ideologica di un nuovo ordine politico mondiale, il cui braccio militare e politico è rappresentato dagli Stati Uniti.
Del resto non è credibile parlare di sviluppo equilibrato sulla base degli attuali differenziali di crescita tra Stati Uniti (3,4), Area Euro (2,1) da una parte , e Cina (9,5) e India (7,3) dall'altra. Per non parlare degli effetti socialmente nefasti delle delocalizzazioni (la "redistribuzione della produzione su scala mondiale"), dell'alto prezzo del petrolio (che non ha precedenti, almeno nell'ultimo sessantennio). E dei crescenti e irrisolti problemi ambientali sociali e umani, che si vanno profilando, proprio dove il tasso di sviluppo risulta più elevato, come in India e Cina.
Di più: va tenuto presente un importante dato storico-economico. Negli ultimi sessant'anni lo sviluppo economico ha conosciuto una fase crescente, negli anni Cinquanta e Sessanta ( con tassi altissimi, quasi il doppio di quelli cinesi di oggi), per poi entrare negli anni Settanta (e il fenomeno è ancora in atto), in una fase, non di desviluppo, ma di basso sviluppo economico (con tassi di crescita di due terzi inferiori ai tassi degli anni Cinquanta e Sessanta, compresi nella media mondiale i tassi cinesi e indiani di oggi). Perciò per dirla con Kondratieff, a una fase espansiva del ciclo capitalistico, ne è seguita, dagli Settanta in poi , una depressiva (a prescindere dai successi di immagine e ai progressi delle tecniche comunicative e dei relativi alti profitti settoriali).
A questa fase depressiva sul piano economico, se ne è affiancata un'altra di tipo espansivo sul piano politico e militare, apertasi con la dissoluzione dell'Unione Sovietica, e la conseguente fine del bipolarismo. E l'elemento ideologico di raccordo tra i due fattori, nel senso di una legittimazione del nuovo potere politico-militare Usa, è rappresentato dal liberismo economico, che per un verso giustifica la fase depressiva, mascherandola come espansiva, e per l'altro legittima la globalizzazione economica e militare americana (ed europea), come una vittoria della libertà di mercato nel mondo.
L'aspetto più preoccupante è che si è solo all'inizio di una nuova fase storica. E' in atto, infatti, la costruzione di un ordine imperiale, di tipo liberistico-militare, a guida americana. E questo spiega l'enorme e capillare sforzo mediatico (un'autentica e inarrestabile globalizzazione delle parole d'ordine liberiste) per giustificare e sostanziare idelogicamente, il nuovo edificio politico.
E chiarisce anche il ruolo di interventi, come quelli di Roach, e le prontissime "amplificazioni" su piccola scala di "Repubblica".

lunedì, maggio 08, 2006

Il caso Peter Handke e i meccanismi del pensiero unico

La censura subita da Peter Handke può essere un' occasione per riflettere sui meccanismi socio-conoscitivi del pensiero unico, oggi dominante.
Partiamo da ciò che ha dichiarato il "censore", Marcel Bozonnet, amministratore della Comédie Français: "Quando ho letto che era andato al funerale di Milosevic e letto cosa aveva detto, sono rimasto secco: Peter Handke non sa dov'è il mondo, dove la verità, non crede alle testimonianze, è questo che ha detto sulla tomba di Milosevic (...). Andare al funerale è stato un gesto molto forte. Stupefacente. Rispetto il principio della separazione dell'uomo e dell'opera. Ma in questo caso non posso". (il Manifesto 5-5-2006, www.ilmanifesto.it).
Il che significa che l'opera di Handke, Voyage au pays sonore ou l'art de la question prevista per il gennaio del 2007, non verrà più rappresentata.
Nella discorso di Bozonnet possono essere distinti tre livelli: il livello argomentativo; il livello ideologico; il livello meta-ideologico.
Sul piano argomentativo, dire che le opere di Handke vanno espunte dal cartellone della Comédie Français, solo perché lo scrittore si è recato al funerale di Milosevic, significa usare l' argumentum ad hominem : non si discute il contenuto di verità di quel che si dice, ma lo si invalida a priori: nel caso di Handke, sulla base delle sue cattive "frequentazioni". Chiunque vada al funerale di Milosevic, non può essere che una "cattiva persona". E le "cattive persone" sono di "cattivo" esempio per tutti gli altri. Di qui la necessità della censura
Sul piano ideologico (prescindendo da quel che Handke abbia dichiarato o meno al funerale di Milosevic), assserire che lo scrittore austriaco non sappia dove sia di casa la verità, implica due conseguenze, sulle quali riflettere: che i personaggi come Bozonnet, e il sistema politico-economico-ideologico che li spalleggia, si ritengono gli unici detentori della verità. E che nel caso di Milosevic, l'unica indiscutibile verità, quella che "libera", sia quella imposta dai vincitori.
Sul piano meta-ideologico, è pressoché scontato, che le due precedenti affermazioni di Bozonnet, conducano poi, come infatti accade, alla sua conclusione, che nel caso di Handke, non sia possibile "rispettare il principio della separazione dell'uomo e dell'opera". Il che è di una assoluta gravità, perché impone come corollario non solo il silenzio sull'uomo e cittadino Handke, ma anche sulla sua opera. Bozonnet, da perfetto giudice "unico" che rappresenta la società del "pensiero unico" emette una condanna a(lla) morte civile (come cittadino) e pubblica (come scrittore) di Peter Handke.
Così funziona il pensiero unico. I tre livell conoscitivi, e i conseguenti processi sociali, soprattutto sul piano della reiterazione mediatica, che li caratterizzano, possono essere estesi all'indagine di fenomeni politici e culturali simili. Possono cambiare i contenuti, ma non la forma argomentativa, ideologica e meta-ideologica.
E non sarà facile liberarsene.

venerdì, maggio 05, 2006

Le passioni e gli interessi. Qualche riflessione

In un libro, tradotto in Italia da Feltrinelli, circa trent'anni fa, Le passioni e gli interessi, Albert O. Hirschman, economista, sociologo, storico delle idee, mise magnificamente a fuoco il principio intorno al quale girava, e gira, la politica moderna: l'interesse.
Hirschman non sottovaluta il ruolo svolto dalle motivazioni materiali in altre epoche storiche, ma sostiene che i moderni siano stati gli unici nella storia a teorizzare sistematicamente, la "naturalità" dell' interesse come spontanea e benefica. Non solo: ma anche i soli che abbiano presentato come una necessità politica, economica e sociale la sostituzione dell 'egoismo calcolato all' altruismo appassionato...
Hirschman ricostruisce la genealogia storico-culturale del moderno concetto di interesse, indicando gli autori che tra il Cinquecento e il Settecento (grosso modo da Machiavelli a Smith), ne avrebbero giustificato il ruolo positivo nella vita sociale, economica e politica.
Stando alla sua ricostruzione due fattori avrebbero giocato un ruolo determinante: a) la tesi della forza pacificatrice degli interessi; nel senso che mentre lo scontro tra le passioni (anche tra due altruismi opposti...) può provocare conflitti, il misurato calcolo degli interessi in gioco, può evitarli o comunque facilitarne la soluzione; b) la capacità dei moderni di poter tradurre, grazie alla diffusione del denaro moderno, l'interesse in termini di guadagni e perdite monetarie, oggettivamente quantificabili.
Hirschman, pur dicendo cose interessanti, sopravvaluta la forza pacificatrice del capitalismo, da lui presentato come il naturale sbocco di una società fondata sull'interesse.
In realtà, qual è oggi il vero problema ? Che il capitalismo, o comunque una certa forma di "capitalismo realizzato", come cultura degli interessi, non riesce più a svolgere - se mai c'è riuscito - alcun ruolo di pacificazione sociale. Di qui la necessità, avvertita da molti, di ricostruire una cultura delle passioni. Ma come tornare alla cultura della solidarietà? La cosa non è facile. Perché sussistono due rischi.
In primo luogo, c'è il pericolo di sostituire al "fondamentalismo" degli interessi il "fondamentalismo delle passioni. Col rischio di scontrarsi con la realtà delle istituzioni, del vivere concreto, che si muove lungo le linee più prosaiche dei piccoli calcoli quotidiani. A dirla rozzamente: come introdurre la cultura dell'altruismo e della solidarietà nell'agire istituzionale?
In secondo luogo, c'è un altro, rischio legato al precedente: quello rappresentato dall'intellettuale idealista, figura piuttosto nota, che in genere appena scopre che l'uomo spesso preferisce farsi guidare più dai propri interessi che dalle nobili passioni si propone subito di educarlo alla libertà dagli interessi, favorendo, magari a "fin di bene", forme politiche coercitive.
Insomma, non basta essere contro la cultura degli interessi, così ben descritta da Hirschman. E' necessario, pur non rinunciando a contrastarla, soppesare le conseguenze sociali, economiche e politiche, di ogni critica intellettuale alla società capitalistica.
Le parole degli intellettuali, purtroppo, spesso possono trasformarsi in pietre.

giovedì, maggio 04, 2006

Il libro della settimana: Arlie Russell Hochschild, Per amore o per denaro. La commercializzazione della vita intima, il Mulino, pp.270, euro 15,00

Arlie Russell Hochschild insegna sociologia all'Università della California. In italiano è già uscito un suo studio su Donne globali: Tate, colf e badanti ( scritto in collaborazione con B. Ehrenreich, Feltrinelli 2004). E' una studiosa che esplora un campo nuovo e interessante, quello della "sociologia dei sentimenti". Si dirà: ma se la sociologia già incontra tanti problemi metodologici quando studia realtà sociali più concrete come la politica e l'economia, figurarsi quante ne incontrerà il tentativo di indagare l' inafferrabile universo dei sentimenti umani?
In realtà la Hochschild se la cava piuttosto bene, e la nuova sociologia del sentimenti (o delle emozioni) arricchisce il sapere sociologico. Per scoprirlo basta aprire Per amore o per denaro (il Mulino 2006), ai capitoli III-IV-V ( pp. 71-137), praticamente il cuore teorico della sua ricerca.
Sulla scorta delle analisi di Freud, Goffman, Geertz, per citare solo gli autori più noti, la studiosa americana individua nei sentimenti qulacosa che è a meta strada tra i valori socialmente interiorizzati e i moventi psicologici e proiettivi individuali. In questo senso le "regole" del sentimento (alcune universali come il "non gioire nell'uccidere", altre a livello di gruppo, come ad esempio i sentimenti di genere ) rinviano per un verso a un framing (un quadro ideologico di riferimento) e per l'altro a una serie di reazioni individuali di tipo cognitivo, fisico ed espressivo. Si gioisce o meno, in relazione, al quadro di valori interiorizzato, ma anche in rapporto allo sviluppo delle nostre capacità psichiche di reazione. Che dipendono dall'educazione ricevuta, dal carattere, dal temperamento; da componenti psicosociali, oppure strettamente individuali, come la sensibilità innata del singolo vero il dolore umano: la soffrenza degli altri. Un quadro dunque complesso e interessante, che può arricchire anche il lettore, "non addetto ai lavori".
La sociologia dei sentimenti viene applicata dalla Hochschild alla studio della società dei consumi, e in particolare all'influsso, non propriamente positivo, che questa esercita sulla "vita intima" degli individui. Al di là delle critiche, del resto giustificate ma non molto originali alla società dei consumi, il lato più innovativo della sua ricerca è rappresentato dall'analisi dell'ambivalenza sociale (ambiguità), che segna le strategie individuali di difesa. Ad esempio la "cultura del disimpegno" è vista come una zona di confine tra quel che è commerciabile e quel che non lo è, che noi attraversiamo e riattraversiamo continuamente. Da un parte c'è l'innato e universale sentimento di rifiuto della commercializzazione totale delle vita umana, che ci impone di fuoriuscire da una vita sociale sempre più regolata dal denaro e dall'interesse, ma dall' altra, ecco il punto interessante, gli strumenti per "fuggire" ci vengono forniti in forma standardizzata dalla stessa società dei consumi (dal viaggio "tutto organizzato" verso improbabili terre esotiche, all'autismo dell' i-pod e di una vita sessuale povera di sentimenti ). Di qui quel senso di insoddisfazione permanente e di inorientamento emozionale, che ci fa vivere in una specie di zona grigia. Dove quel che proviamo non è falso ma non è neppure vero. E dunque di difficile definizione, sia in termini soggettivi che oggettivi, come tutto ciò che è inderminato.
In questo senso il libro della Hochschild è un'ottima guida per penetrare in nuova "Terra di Nessuno": quella dove vive oggi, e male, l'Homo Consumans. E così scoprirne il mondo emozionale.
Un testo da non perdere.

mercoledì, maggio 03, 2006

Ancora sulle "democrazie bloccate". Una replica

Devo dire che il Blog "funziona": è (o meglio sono) abbastanza indipendente. Qualche tempo fa sul forum di "Indymedia Italia" sono stato definito, da un partecipante (schierato a destra), una "quinta colonna comunista". Ieri invece sul forum di "comeDonChisciotte" Truman (schierato a sinistra) mi ha liquidato, bruscamente, come "commentatore di destra".
So benissimo che quel che scrivo qualche volta possa apparire sgradito a chi abbia una visione della politica militante ( a destra come a sinistra)... Ma credo sia sempre necessario, oltre che moralmente doveroso, soprattutto nell'ambito delle scienze politiche e sociali, andare oltre le polemiche politiche e le appartenenze ideologiche. Ciò non significa però che non si debbano avere idee politiche. L'uomo non è una "tabula rasa". Ognuno di noi fa le sue scelte politiche. Sarebbe ingenuo ignorare un fatto del genere. E anch'io ho le mie. Anche se devo sinceramente dire che non mi riconosco pienamente in nessuno dei due attuali schieramenti politici. E poi - e ciò valga per coloro che vogliono assolutamente affibbiarmi un' appartenenza politica - il vero problema non è questo, dal momento che il mio blog non è un blog "politico" ma "metapolitico". E qui rinvio, di nuovo, i lettori ai contenuti dell'Url.
Insomma, se si vuole che la scienza sociale serva a migliorarci, va assolutamente evitato di sovrapporre alla realtà i propri schemi ideologici e le proprie passioni politiche. Qual è la differenza tra lo "scienziato" ( o se si preferisce lo studioso) e il militante? Il primo analizza la realtà per quel che è "realmente" . Il secondo la filtra attraverso i suoi schemi politici o ideologici. Certo, anche gli schemi "scientifici" possono essere "ideologici", e dunque essere fuorvianti (esiste anche una vischiosa ideologia della "neutralità scientifica"... ). Ma la differenza tra lo scienziato e il militante consiste nel fatto che se il primo si accorge che i fatti smentiscono le sue ipotesi, se è scienziato sul serio, cambia subito idea, mentre il secondo, se è militante sul serio, non può non farsi trascinare dalla passione politica e dal richiamo del "tanto peggio per i fatti". Il primo vuole capire, il secondo vincere o convincere l'avversario. Il primo osserva e descrive, il secondo argomenta, e spesso in modo sofistico.
Ma tornando al post di ieri, perché ho definito "bloccato" il sistema politico? Il punto è che non basta più vincere le elezioni, come è avvenuto in Italia al centrosinistra. Dal momento che poi si deve, e soprattutto, governare. Il che non sarà facile neppure per il centrosinistra, a causa di alcuni problemi di fondo, la cui presenza è alle origini stesse del "blocco" politico.
C'è un problema, come ho già detto, di sudditanza della politica nei confronti dell'economia, come predominio degli interessi dei grandi gruppi monopolistici sul bene comune; c'è il problema di una vasta e diffusa mentalità economicistica, mentalità che ci separa da altre età storiche, dove, certo, il potere economico contava, ma non era così programmaticamente inclusivo, di qualsiasi attività, come oggi; c'è un problema di formazione della classi dirigenti (e di omologazione sociologica, a prescindere dall'appartenenza politica), che chi mi segue, sa che ho affrontato più volte, e credo in modo molto indipendente e assolutamente non "complottologico"; c' è infine il dato di un diffuso assenteismo elettorale (e la rondine del 9 aprile non può fare primavera, dinanzi a un trend europeo negativo), funzionale al mantenimento dello status quo politico. In un sistema che privilegia i consumi rispetto alla cittadinanza politica, la scheda punti dell 'ipermercato sta diventando più amata della scheda elettorale. Può piacere o meno, ma è la tendenza è questa.
E questi sono problemi che riguardano il sistema nel suo complesso, e di conseguenza, per quel che concerne la loro soluzione storica, andrebbero affrontati da tutte, dico tutte quelle forze politiche (da destra a sinistra) ancora capaci di apprezzare sinceramente la democrazia a la libertà. Ritenere di poter superare questi problemi strutturali, sulla base anche di cento voti in più al Senato, è a dir poco superficiale. Comprensibile sul piano della passione politica, ma non su quello della scienza, che è analisi spassionata della realtà. E soprattutto è ingiusto usarlo come argomento polemico verso chi cerca, in assoluta buona fede, di allargare il proprio e l 'altrui orizzonte di analisi e comprensione della realtà.
Del resto è verissimo che c'è una sinistra, ancora attenta al rapporto struttura-sovrastruttura ( e qui penso ad esempio a Costanzo Preve, ma anche a un bravissimo economista come Gianfranco La Grassa), e che quindi dimostra maggiore sensibilità, rispetto alla destra liberista, proprio sul problema della democrazia bloccata.
Ma Costanzo Preve e Gianfranco La Grassa, pur essendone all'altezza (e prescindendo dal loro assenso...), quante possibilità hanno di poter far parte del prossimo governo Prodi, rispettivamente, come Ministri della Pubblica Istruzione e dell'Economia?
Zero.