venerdì, marzo 31, 2006

La morte di Angelo D'Arrigo, l'uomo-condor. Riflessioni sullo sport dei moderni

Angelo D'Arrigo non è più tra noi. Con lui scompare un personaggio straordinario. Un uomo antico con ali modernissime. Un vero atleta e "sportivo", e non un "funambolo", come è stato scritto.
E' perciò bello dedicargli queste riflessioni sullo sport degli antichi e dei moderni.
La parola sport è moderna e, come è noto, di origine ingelse. Risale al XV secolo e indica divertimento. svago e passatempo. Mentre per gli antichi, e in particolare greci e romani, lo "sport" come attività fisica e ludica era soprattutto un fatto religioso e di perfezionamento fisico e interiore. Si gareggiava per gli dei della città ma anche per migliorarsi spiritualmente: la sfida riguardava se stessi e non doveva suscitare l'invidia degli dei.
Oggi invece lo sport significa svago per gli spettatori e denaro per chi lo svolge a livello professionstico. Permane l'elemento ludico, ma quel che conta è vincere per gratificare economicamente, non gli dei ma lo sponsor, e così guadagnare favolosi compensi.
Comunque sia, non bisogna idealizzare troppo lo sport degli antichi, né disprezzare quello dei moderni, o sottovalutare la possibilità di riscoprire valori antichi in un contesto moderno. Ad esempio i cosiddetti "sport estremi" sono un ottimo esempio di fusione tra valori antichi e moderni. Si pensi a discipline come il surf, il free climbing, il rafting, lo sci estremo, il parapendio, il paracadutismo a caduta libera. In queste nuove pratiche sportive, si recupera l'elemento della crescita, non solo fisica ma anche interiore: la competizione più che altro è con se stessi. Quanto al pubblico, si tratta quasi sempre di gente che ha praticato in precedenza lo sport che segue: non è mai completamente "passiva".
Quel che insomma distingue queste attività, e ne rappresenta l'aspetto antico, è il principio che la pratica sportiva deve puntare all' "autoperfezionamento interiore": il bisogno (moderno) di superare i propri limiti viene così conciliato con un ideale (antico) di perfezione corporea che ha nell'integrità fisica e nella pace con se stessi, gli strumenti per giungere alla conoscenza del proprio io.
Va però detto che per praticare questi sport ad alti livelli, occorre essere ben allenati. Di qui la necessità di addestrarsi in spazi artificiali e anche di ricorrere agli ultimi ritrovati della tecnica moderna. Tutto questo fa crescere i costi e rende più difficile sottrarsi agli sponsor e alla commercializzazione.
Non è perciò difficile ipotizzare che gli sport estremi rischiano di essere trasformati in potenti veicoli pubblicitari, puntati come cannoni verso una platea di di spettatori-consumatori passivi.
Una passività molto ambita proprio da sponsor commerciali e media. Tutti mossi da un'avidità di profitti che potrebbe finire per favorire il costante impiego di atleti professionisti, richiamati appunto dagli alti compensi, fissati dagli sponsor. Come del resto sta già accadendo...
Angelo D'Arrigo, era cosciente di questi pericoli, e si muoveva su un piano totalmente diverso.
Era antico e moderno al tempo stesso. Peccato, non ci sia più.

giovedì, marzo 30, 2006

Riletture: Julien Freund (1921-1993)

Julien Freund (1921-1993) è un figura di sociologo-filosofo di non facile classificazione, dal punto di vista degli specialismi accademici. Studioso di filosofia politica, sociologia, epistemologia delle scienze sociali, storico del pensiero sociale, e in particolare di Carl Schmitt. La sua opera è vasta, originale, e probabilmente per il singolo specialista, difficilissima da indagare e comprendere in tutte le sue sfaccettature. Un'opera complessiva che al contempo affascina e atterrisce, come una specie di mysterium tremendum et fascinosum sociologico.
Freund nasce nel 1921 in Francia (Mosella). Il padre è un operaio socialista, la madre una contadina. Fin da ragazzo scopre, e prova sulla sua pelle, le divisioni sociali e le lotte operaie. Ma scopre anche - durante gli anni della Resistenza, cui partecipa direttamente - tutta la gravità dei delitti commessi in nome del totalitarismo ideologico e politico . Come nell'immediato dopoguerra, non può chiudere gli occhi, davanti alla grettezza della politica politicante. Deluso, dopo un' intensa attività politica e giornalistica(1945-1945) , mette a frutto l' "agrégation" in filosofia, andando a insegnare nei licei di Metz e Strasburgo (1949-196o). Ma la sua grande passione sono lo studio e la ricerca in campo politico e sociale. Negli anni Cinquanta si prepara alla tesi dottorato, sotto la guida di Raymond Aron. Nello stesso periodo entra in contatto con Carl Schmitt, all'epoca completamente isolato, per i suoi trascorsi politici: da lui riprenderà, sviluppandola, la nozione di politico come conflitto amico-nemico. Dunque, un rapporto intellettualmente fecondo, che durerà fino alla morte del pensatore tedesco (1985). Nel 1965 Freund discute alla Sorbona la sua tesi, che in seguito trasformerà un libro famoso, probabilmente la più importante opera di scienza politica e sociale della seconda metà del Novecento: L'Essence du politique ( ristampa della 3° edizione, Editions Dalloz, Paris 2004, www.dalloz.fr ). Negli anni successivi si dedica a tempo pieno all'insegnamento universitario, come professore di scienze sociali a Strasburgo. Dove crea il "Centre de Recherches et d'Etudes en Sciences Sociales"(1967), l' "Institut de Polémologie" (1970), e dove fino al 1979, anno in cui sceglie di andare in pensione anticipatemente per dissapori con l'amministrazione universitaria francese, dirige la Facoltà di Scienze Sociali. Attivissimo sul piano delle relazioni intellettuali: viaggia molto, partecipa a convegni e incontri internazionali, ottiene riconoscimenti internazionali, intreccia rapporti con studiosi, scrittori e pensatori, senza mai discriminare politicamente alcun interlocutore. In piena contestazione studentesca(1970), si dichiara "reazionario di sinistra". Muore di un male incurabile nel 1993.
L'opera di Freund si muove su due livelli concatenati. Per semplificare: quello della teoria e quello della verifica della teoria.
Il primo livello è segnato dal suo progetto, purtroppo inconcluso, di costruire una teoria generale dell'azione sociale, fondata sui concetti di essenza, dato, presupposti, finalità e mezzi. Una teoria al cui interno Freund vuole ricondurre sia quel che è costante nell'agire sociale ( a partire dall' "essenza" di quelli che per lui sono i sei campi dell'agire umano: il politico, l'economico, il religioso, lo scientifico, l'estetico e l'etico), sia quel che non lo è: ciò che è storicamente mutevole.
Il primo livello rinvia al secondo, quello della verifica della teoria. Verifica che Freund, purtroppo, ha potuto condurre a termine solo per il "politico" . Una sfera dell'agire sociale che ha come "dato" la società"; come presupposti l'ordine, l'opinione e la lotta, il conflitto-amico nemico; come finalità la protezione, come mezzi la forza e probabilmene anche l'astuzia. Con questi strumenti Freund riesce a provare come il politico, si riproponga nella storia, sempre con le stesse "forme", ma come dire, indossando abiti, o "contenuti" storici sempre diversi. Celebre, sul piano della verifica, è la sua riuscitissima critica dei movimenti pacifisti e utopisti, che sotto la candida e innocente pelle d'agnello, nasconderebbero invece una ferrea volontà di conflitto, non inferiore a quella che anima i fautori della guerra.
Ovviamente non tutti i passaggi logici sono sempre chiari, spesso affiorano contraddizioni. Di qui spesso la difficoltà, anche per la ricchezza di riferimenti personali, intellettuali, storici di cui i suoi libri sono zeppi, di riuscire a comprendere fino in fondo il senso riposto, o ultimo, della sua analisi.
Comunque sia, va però evitato l'errore di ricondurre la ricerca di Freund nell'ambito ristretto di un prudente realismo politico (magari liberale). In certo senso anche l'opera di Aristotele, di Hobbes di Schmitt può essere definita tale. Ma tutti sappiamo che questi pensatori sono anche "qualche altra cosa"... Come dire, c'è un surplus che sfugge, da sempre, agli interpreti. Qualcosa che affascina e atterrisce al tempo stesso. Difficile da indagare e capire. Un surplus che mette insieme "realismo" e "irrealismo" politico, senza però per questo essere il risultato della semplice somma delle due parti. Ecco, Julien Freund appartiene a questa categoria di grandi pensatori.
Freund, oltre come ovvio all' Essence du politique, ha scritto decine di libri, ne ha tradotti e curati altri, ma ha anche pubblicato moltissimi articoli scientifici e nei più svariati campi culturali. Si rinvia perciò alla preziosa antologia con ricca biobibliografia, a cura di Alessandro Campi, lo studioso che ha introdotto in Italia l'opera di Freund, Il terzo, il nemico, il conflitto. Materiali per una teoria del conflitto, Giuffrè Editore, Milano 1995 (www.giuffrè.it) . Notevolissmo anche lo studio di Jerònimo Molina, Julien Freund. Il politico, la politica, di prossima pubblicazione per i tipi delle Edizioni Settimo Sigillo(www.libreriaeuropa.it) , nonché Sébastien De La Touanne, Julien Freund. Penseur "machiavélien de la politique, L'Harmattan Paris 2004 (www.editions-harmattan.fr , meno interessante sotto l'aspetto interpretativo, ma ben documentato ).

martedì, marzo 28, 2006

Il "Caimano" di Nanni Moretti e i processi socioculturali

C'è un scena nel film di Nanni Moretti, "Il caimano", in cui si parla di Berlusconi, come di "uno che con le sue televisioni ha cambiato la testa degli italiani". Si tratta di un film, e quindi di cinema. Una forma d' arte, che a prescindere dai contenuti veicolati, implica sempre l'uso di una immediatezza espressiva, capace di tenere lo spettatore, come dire, con gli occhi "incollati" allo schermo. E' perciò giustificata e comprensibile la scelta di regista e sceneggiatori di veicolare un messaggio forte, e visto che si tratta di un film a tesi, quasi ai limiti della sloganistica politica.
Ma in realtà, i processi socioculturali di trasmissione dei valori funzionano così? Basta un imprenditore, più o meno capace, per "cambiare la testa della gente"? C'è un' altra scena nel film, dove Berlusconi, interpretato da Elio De Capitani, quasi rivolgendosi al pubblico in sala, parla di un "bisogno" preesistente del suo nuovo modo di far televisione. Le parole di Berlusconi, sembrano messe lì dagli sceneggiatori, come un richiamo colto alle teorie dei francofortesi, che giustamente hanno insegnato che il "bisogno" è sempre creato artificialmente dal "capitale". A dimostrazione, e questa è la tesi del film, che il "bisogno" è stato creato da Berlusconi stesso.
Ma nel caso dell'imprenditore milanese e delle sue compagnie televisive - ecco il punto - il "bisogno" non è stato creato dal nulla, ma semplicemente veicolato. I processi socioculturali di trasmissione dei valori (in questo caso "consumistici", ecc.) hanno un andamento a cerchi concentrici: un centro di irradiazione e un serie anelli, che ne rappresentano le progressive e successive sfere di diffusione. A ogni cerchio, corrisponde un nuovo veicolo sociale e un nuovo gruppo sociale da acculturare ("conquistare" ai nuovi valori). Per farla breve: Berlusconi ne è stato è il veicolo; gli spettatori italiani delle sue televisioni il gruppo sociale da acculturare.
Ora considerarlo, non come puro veicolo ma come il centro principale di irradiazione dei valori consumistici, è sbagliato sociologiamente e politicamente.
Sociologicamente, perché il centro di irradiazione della cultura consumistica è incarnato dagli Stati Uniti. Come fulcro di un processo di mutamento dei valori socioculturali che viene da lontano, e che in pratica ha attraversato tutto il Novecento. Raggiungendo negli anni Sessanta l'Italia, molto prima dell'ascesa di Berlusconi, (e qui si rinvia alla letteratura di critica del neocapitalismo dell'epoca, a cominciare da La vita agra di Luciano Bianciardi, 1962). Berlusconi si è limitato a recepire e rilanciare, fruendo delle innovazioni tecnologiche degli anni Novanta. Non va assolto ma neanche demonizzato... Nel suo caso, per parafrasare la Arendt, si potrebbe parlare di "banalità del male" televisivo-consumistico...
Anche perché la demonizzazione implica automaticamente un errore di tipo politico. Infatti far ricadere su Berlusconi tutta la "colpa" della deriva consumistica e televisiva (il cosiddetto "trash", ad esempio, è un prodotto televisivo tipicamente americano...) , comporta la credenza, totalmente impolitica, che una volta sconfitto il Cavaliere, l' Italia di colpo tornerà a essere quella povera, frugale e onesta di "Bella Ciao" e "BiancoFiore"... Ma un' evoluzione di questo tipo ( o ulteriore involuzione, dipende dal punto di vista..), considerata anche la potenza, non solo cultural-mediatica, ma politica, economica e militare degli Stati Uniti, resta per il momento piuttosto difficile.
Insomma, Berlusconi passa, l'americanismo resta.
Il vero problema, o comunque il principale, non è perciò Berlusconi, il "caimano", ma come contrastare culturalmente, e poi politicamente, il progressivo e schiacciante predominio, per ora apparentemente inarrestabile, di una cultura consumistico-televisiva che giunge dagli Stati Uniti.
Potrebbe essere argomento per il prossimo film di Moretti. Anche se pare, così almeno ha dichiarato il regista ai giornalisti, che voglia girare una commedia...

lunedì, marzo 27, 2006

Elezioni. La questione della partecipazione elettorale

Nelle democrazie un buon barometro dello stato di salute è costituito dal tasso di partecipazione elettorale. Ora, all'incirca negli ultimi 15 anni, e il trend non riguarda solo l'Italia, la percentuale dei votanti, nelle varie "tornate" elettorali (incluse quelle referendarie) è costantemente diminuita. In Europa partecipa alle elezioni in media il 60 % degli aventi diritto, in Italia il 70 %, Negli anni Settanta e Ottanta, votava rispettivamente il 70 e l'80% . Si tratta di valori medi, che non escludono, dunque, picchi occasionalmente più alti. Il dato importante è il trend negativo: si partecipa, col proprio voto, alle elezioni sempre meno.
Sotto questo aspetto gli inviti generici delle forze politiche a votare sono semplicemente ridicoli perché ignorano la naturale strutturale del fenomeno.
La bassa affluenza indica tre pericoli.
Primo: la "salute elettorale" delle nostre democrazie è pessima, dal momento che un sistema che perde elettori rischia di perdere anche legittimità.
Secondo: la depoliticizzazione è ormai un fenomeno di massa. Quasi 2 europei su 4 non votano. più. E 1 italiano su 4. E una democrazia composta solo di individui dediti al "particulare" rischia di trasformarsi in fiera degli egoismi sociali.
Terzo: per quasi la metà degli elettori l'esercizio della libertà di voto è divenuto un peso. E purtroppo una democrazia in cui la libertà politica è trascurata o disprezzata, rischia prima o poi di aprire le porte al buon tiranno.
Cerchiamo di capire le ragioni strutturali di questo grave fenomeno.
In primo luogo, le nostre sono democrazie "consumistiche": l' elettore è interessato a difendere solo il suo livello di consumi. Tutto quel che esula dal mantenimento di un certo tenore di vita, come i grandi problemi ambientali, sociali, costituzionali, culturali non è tenuto in alcuna considerazione né dall'elettore né dalle forze politiche ( a parte rare eccezioni, meritorie sul piano dei programmi, ma che per ora quanto a risultati concreti, non hanno minimamente influito sulla struttura generale dei consumi privati).
In secondo luogo, dietro l'assenteismo elettorale c'è la cultura del disimpegno politico, così massicciamente diffusa a scopo preventivo dalla cultura mediatica del "divertentismo" capitalistico. E con "buoni" risultati purtroppo. Ricerche mostrano che solo 1 giovane su 4 crede nella funzione democratica del voto. E che per contro 3 giovani su quattro credono solamente (nel seguente ordine), nel lavoro, nell'amicizia e nell'amore. Tutti valori nobili e importanti, ma "privatistici" per eccellenza. Quanto agli adulti, è noto che 2 su quattro ritengono i partiti politici poco affidabili.
Un trend dunque preoccupante. Che non sarà facile invertire. Non si può infatti premere, per così dire, l'acceleratore sociale ed economico sui valori consumistici e privatistici, e poi prentendere che un elettore, ridotto a homo consumans, possa partecipare attivamente alla vita pubblica, attraverso un voto, che in realtà, è dallo stesso elettore avvertito come qualcosa di lontano se non di totalmente estraneo ai suoi interessi di vita.
E' una gravissima contraddizione politica e sociale. Che nessuno sembra comprendere. Perché?

venerdì, marzo 24, 2006

Bot, rendite, tasse e folclore preelettorale

La polemica sulla tassazione dei bot tra Berlusconi e Prodi indica purtroppo che la campagna elettorale ha toccato il suo punto più basso. In termini di disinformazione e folclore preelettorale.
Dinsinformazione: i bot (buoni ordinari del tesoro) vissero una vera e propria epoca d'oro negli anni Ottanta. In pratica, i governi del pentapartito (socialisti + democristiani + laici vari) li usavano per finanziare il debito pubblico e garantirsi il consenso sociale dei ceti medi. Negli anni Novanta, soprattutto dopo Tangentopoli, le dure politiche monetariste per entrare in Europa li hanno gradualmente resi meno appetibili (ma non del tutto, il risparmiatore italiano è molto conservatore...). Attualmente i titoli del debito pubblico rendono meno della quinta parte di quel che rendevano negli anni Ottanta, e circa la metà di essi è nelle mani di risparmiatori stranieri (in genere banche e fondi privati, non tassabili in Italia). Quel che va sottolineato è che la tassazione sui bot (oggi al 12.5 %) è sempre stata mantenuta piuttosto bassa (dai governi Craxi a quelli di Berlusconi passando per i governi Prodi e D'Alema). Più volte si è molto discusso accesamente su come accrescerla, senza mai approdare a nulla. Come del resto è stata mantenuta più bassa, rispetto alle media europea (in rapporto di 1/1.5 a 3), la tassazione sulle plusvalenze finanziarie: per non inimicarsi i ceti medio-alti. In Italia negli ultimi trent'anni, come ha ben mostrato Geminello Alvi nel suo ultimo libro Una Repubblica fondata sulle rendite (Mondadori), le tasse hanno gravato, e in misura enorme, solo sulle spalle del lavoro. Sarà perciò difficile, chiunque vinca le elezioni, invertire una tendenza, come dire "storica", fondata sul rapporto privilegiato tra governi (di qualsiasi colore) e ceti medi e medio-alti. Quale governo, potrebbe essere così pazzo, da recidere le radici di un consenso, non tanto politico quanto sistemico, basato appunto su un sistema che si fonda sull'economia della rendita a bassa tassazione?
Folclore preelettorale : sia il centrodestra che il centrosinistra mentono agli elettori, sapendo di mentire... Non è possibile infatti che entrambi gli schieramenti siano in buona fede. Luca Ricolfi nel suo ottimo libro Dossier Italia. A che punto è il contratto con gli italiani (il Mulino) ha mostrato, in modo inoppugnabile, come nelle due ultime legislature le politiche economiche, fiscali e finanziarie dei due Poli siano state pressoché simili sul piano temporale e dei contenuti. I conti pubblici del centrosinistra gestiti con oculatezza nei primi tre-quattro anni (1996-1999), hanno poi iniziato a far acqua da tutte le parti nell'ultimo scorcio di legislatura (2000-2001). Una simile involuzione hanno subito i conti pubblici del centrodestra: migliorano nei primi due anni (2002-2003), peggiorano nei successivi tre, in concomitanza con gli appuntamenti delle elezioni europee (2004) e delle prossime politiche.
Insomma, la necessità di guadagnare e conservare consenso, manovrando le leve della spesa pubblica e del fisco, è inversamente proporzionale alla distanza temporale che separa i governi dalle elezioni: più sono vicine le elezioni, meno virtuosi si fanno i governi; meno sono vicine, più si fanno virtuosi. E come mostrano numerosi studi e ricerche sociologiche si tratta di una "costante" non solo italiana.
Ciò significa, che il vincitore del 9 aprile, a prescindere dallo schieramento politico e dal folclore preelettorale, tasserà e taglierà le spese. E visto che in Italia la rendita non si tocca da almeno trent'anni, come al solito a farne le spese sarà il lavoro. Soprattutto quello dipendente e privato.

giovedì, marzo 23, 2006

Riletture: Gino Germani (1911-1979)

Gino Germani (1911-1979) è un esempio di come si possa essere studiosi di politica, senza però cadere nella trappola degli specialismi e soprattutto del presentismo politologico. Che si intende con questo termine? Si indica una politologia (ma il problema oggi riguarda tutte le scienze sociali), come quella attuale, ripiegata quasi esclusivamente sullo studio del "presente" (e delle sue implicazioni temporali immediate, dai cicli elettorali a quelli politico-economici), come unica realtà meritevole di essere approfondita. E quel è che più grave è che il "presente" - e soprattutto le sue forme politiche (che riflettono le istituzioni consolidatesi nell'Occidente euro-americano dopo due guerre mondiali) - spesso viene utilizzato ideologicamente da larga parte della politologia contemporanea in modo acritico e astorico come modello storico per giudicare tutte le forme politiche del passato, del presente e del futuro.
Gino Germani nasce a Roma nel 1911. Figlio di un sarto socialista e di una madre di origine contadina e fervente cattolica. Studia ragioneria e nel 1930 si iscrive alla Facoltà di Economia e Commercio. Ma lo stesso anno viene arrestato e condannato a cinque mesi di prigione per aver distributo letteratura antifascista. Nel 1934, poco dopo la morte del padre, per evidenti ragioni economiche e politiche, emigra con la madre in Argentina. Nonostante la giovane età, oltre al ricordo di Roma e dell'Italia, porta con sé un notevole bagaglio intellettuale di letture e interessi, musica, filosofia, scienze sociali. Nel 1938, dopo aver provato a continuare gli studi di economia, decide di iscriversi alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Buenos Aires (UBA). Dove grazie a Ricardo Levene, titolare all'epoca dell'unica cattedra di sociologia dell'UBA, scopre la sua vocazione di sociologo e scienziato politico. Negli anni Quaranta studia intensamente, fonda e scrive su riviste antifasciste, scopre e fa tradurre, introduce i classici della sociologia europea e americana, lavora per il ministero dell' Agricoltura e in campo editoriale. Addirittura si occupa del "Correo Sentimental", la rubrica di piccola posta della rivista "Idilio", rispondendo alle lettrici. E' un "hombre multifacético", pur conservando un forte accento italiano, parla fluentemente lo spagnolo e conosce molte lingue ( giungerà a scrivere libri e articoli direttamente in spagnolo, italiano, francese, inglese, portoghese). Uomo dall' intelligenza acutissima, lettore onnivoro e dotato di visione storica profondissima, oltre che sociologica. Soffre la dittatura di Peron. E sale perciò in cattedra solo nel 1955. E nei successivi undici anni (1955-1966), quale capace organizzatore non può non lasciare una forte impronta sul processo di istituzionalizzazione della sociologia argentina (crea cattedre, fonda istituti, promuove ricerche, forma discepoli, prende contatti con l'estero ). Acquisisce fama internazionale. Si reca spesso, invitato, negli Stati Uniti, dove tiene corsi all'Università di Harvard. Nel 1966, dopo il colpo di stato, lascia l'Argentina proprio per Harvard. Nel 1976 si traferisce in Italia, torna a vivere nella sua Roma, mantenendo però l'insegnamento americano. Ottiene una cattedra all'Università di Napoli, dove insegna fino al 1979, anno in cui muore.
L'impianto teorico della sociologia di Germani è di tipo struttural-funzionalista, e leggendo i suoi libri si avverte il forte influsso , oltre che di alcuni classici (Durkheim, Pareto, Weber), della sociologia parsoniana. Senzà però dimenticare il ruolo giocato nel suo pensiero da Marx e Freud. Questa sua scelta "americana" gli attirò purtroppo critiche in Argentina, a destra e sinistra: per i primi la sua sociologia era "antinazionale", per i secondi "serva" degli statunitensi. Mentre in realtà nelle sue opere Germani si è soprattutto sforzato di capire, da vero teorico, partendo da un impianto olistico (la società come un tutto), la reale portata sociologica di fenomeni come la modernizzazione, la secolarizzazione, il totalitarismo. Certo, non in chiave "presentistica", come puri e semplici fatti politici e sociali appartenenti a fasi di sviluppo precedenti: reperti archeologici sui quali gli scienzati sociali non devono indugiare più di tanto. Ma come costanti di tutte le società umane, e soprattutto come fenomeni connessi ai processi di disorganizzazione, organizzazione e rioganizzazione sociale. Dei quali la modernità è certo portatrice, senza per questo dover autorappresentarsi come l'unica depositaria dei valori di una specie di "migliore dei mondi possibili". Perciò Germani, non segue fino in fondo la sociologia di Parsons: non ne condivide l'ottimismo storico. Inoltre, per quel che concerne lo studio della società moderna Germani riprende e sviluppa il problema fondamentale della sociologia classica, quello dell'ordine sociale . A suo avviso le tensioni strutturali tipiche delle democrazie e della società moderne, nascono dalla tensione tra sviluppo crescente dei processi di secolarizzazione e perdurante necessità di un nucleo di valori condivisi e prescrittivi, ai quali nessuna società può rinunciare, pena la sua disintegrazione. Insomma, Germani è consapevole che senza un punto di riferimento comunitario, sociopsicologico, identitario (e non puramente contrattualistico) capace dunque di trascendere l'individuo, senza però tradirne il consenso, nessuna società è in grado di guardare con fiducia al futuro: di crescere e perpetuarsi. E questo spiega perché oggi le scienze sociali, in quanto riflesso di una società priva di un nucleo comunitario, siano così passivamente ripiegate sul presente.
Tra le sue opere ricordiamo: Estructura social de la Argentina (1955); Estudios del Psicologia Social (1956); La sociologia en America Latina (1964); Politica y sociedad en una epoca de transicion (1965, trad. it. parziale Sociologia della modernizzazione, Editori Laterza, Bari 1971); Sociologia de la modernizacion (1971, trad. it, parziale, Sociologia della modernizzazione, cit.). In italiano si veda anche Autoritarismo, fascismo e classi sociali , il Mulino, Bologna 1975); Saggi Sociologici a cura di A. Cavicchia Scalamonti e Luis Sergio Germani, Edizioni Libreria dell'Ateneo di G. Pironti, Napoli 1991 (con un'importante bibliografia delle opere, articoli e saggi, pubblicati da GG). Va infine ricordato il "Centro Gino Germani di Studi Comparati sulla Modernizzazione", che dispone di una ricca biblioteca diretta dal figlio, dottor Luis Sergio Germani, (Via Della Dogana Vecchia, 5 - Roma 00186 telefax 066876878). Il Centro, di cui è presidente il sociologo, professor Luciano Pellicani, pubblica il quadrimestrale "Modernizzazione e Sviluppo".

mercoledì, marzo 22, 2006

Lo scaffale delle riviste: rassegna mensile

Da non perdere l'ultimo fascicolo di Diorama Letterario ( n. 275, Febbraio-Gennaio 2006 - www.diorama.it) che ospita un ricco dossier sulla "società della sorveglianza". Articoli di A. de Benoist, M. Lhomme e un'intervista di M. Marmin al filofoso Eric Werner( del quale si ricorda il bel libro L'anteguerra civile. Il disordine come come condizione dell'ordine nelle democrazie contemporanee, Edizioni Settimo Sigillo, Roma 2004 - www.librerieuropa.it). Tratta ovviamente di altri argomenti l'intrigante l'intervista di Valentina Meroni e Sergio Terzaghi a Enrico Ruggeri.
Tutto da leggere l'informatissimo articolo su Thomas Mann, il tedesco di Marino Freschi, appparso sulla "Nuova Informazione Bibliografica" (n. 4, Ottobre-Dicembre 2005, pp. 635-660 - www.mulino.it/rivisteweb). Un'utilissima e accurata ricostruzione biobliografica ricca di spunti e osservazione stimolanti sul grande e politicamente controverso scrittore.
Altrettanto interessante "Le Monde diplomatique il manifesto (n. 3 anno XIII, marzo 2006 - www.ilmanifesto.i/MondeDiplo/ ). Da meditare il commento di Gerges Corm su Rivolte e rifiuto in nomedell'Islam (pp. 1 e 4). Secondo lo studioso, i palestinesi saranno colpevolizzati e puniti "per aver esercitato i loro diritti democratici (...). Gli Stati Uniti e l'Unione Europea hanno aderito a questa logica immorale che potrà solo aggravare la situazione (...): 'l'idea è quella di mettere i palestinesi a dieta, ma di non farli morire di fame' " (p.1). Tempestivo e documentato il "dossier lavoro" (pp. 12-16), articoli di D. Linhart, A. Racinoux, F. Lefresne, F. Ruffin, R. Fantasia.
Si parla invece di "Italia Globale" nell' ultimo numero di "Imperi" (n.7, anno 3, 2006 - tel. o6 39738949 - fax o6 39738665) , la rivista di geopolitica, con il cuore a destra, diretta dal poliedrico Aldo Di Lello. "Una parte consistente delle élites intellettuali e del ceto politico, scrive Di Lello, pare abbia smesso di sognare e parla, con gusto un po' autoafflittivo di "declino" (...). Prevale la cultura del sospetto (...) Come ne usciamo? (...) C'è bisogno di reinventarsi la patria" (pp. 5-6). Articoli di F. Eichberg, R.R. Venturi, A. Marcigliano, M. Leofrigio, S. Santangelo e altri.
Sempre in argomento si veda il sondaggio sui "10 super italiani" lanciato da "Storia in Rete" (n. 4 -febbraio 2006 - www.storiainrete.com), la nuova rivista di alta divulgazione storica diretta da Fabio Andriola. Classifica provvisoria: 1° Dante Alighieri, Camillo Benson Conte di Cavour (ex aequo), Alcide De Gasperi; 2° Leonardo da Vinci; 3° San Francesco e Cristoforo Colombo (ex aequo); 4° Giovanni Giolitti.
A chi invece voglia uscire intellettualmente dai confini italiani si raccomanda la lettura dell'ultimo fascicolo del "Journal of Economics Issues" ("JEI", n. 4, December, XXXIX, 2005 ). Particolarmente interessante, tra gli altri, l'articolo di James Forder Why Is Central Bank Independence So Widely Approved? (pp. 843-865), che si apre con due divertenti, ma non troppo per gli economisti, citazioni di George Bernard Shaw e Winston Churchill... Si ricorda che si tratta del periodico "sponsored" dall' "Association for Evolutionary Economics" (Department of Economics, Bucknell University, Lewisburg, Pennsylvania, 17837 Usa. Attuale "editor" della rivista: prof. Glen Atkinson - atkinson@unrnevada.edu ). Un' associazione di economisti "non ortodossi", che si ispira al primo istituzionalismo americano (Veblen e Commons, in particolare).
Infine a chi desideri saperne di più sul "passato, presente e futuro" della borghesia, si consiglia di leggere l'interessante focus in argomento apparso sull'ultimo numero di Italicum (anno XXI, Gennaio-Febbraio 2005, pp. 3-9 - www.centroitalicum.it). Articoli di L. Tedeschi, direttore della rivista e studioso di problemi economici, L.L. Rimbotti, A. Scianca, G. Adinolfi, A. Segatori, R. Olivieri. Notevole l'intervista al filosofo Costanzo Preve, Borghesia e postborghesia nell'era neocapitalista, a cura di Luigi Tedeschi (p. 6-7).

martedì, marzo 21, 2006

La rivolta dei giovani precari francesi. Un nuovo Sessantotto?

La rivolta dei giovani precari francesi indica che il processo di precarizzazione del lavoro in Europa è giunto a un punto di svolta.
Si tratta di un processo iniziato negli anni Ottanta con le cosiddette rivoluzioni neoliberiste. E che ha radici nell'economicismo angloamericano ("l'economia innanzitutto"). Dal momento che questo pensiero considera il lavoro un puro e semplice fattore di produzione. La maggiore libertà di cui discutono accesamente i liberisti implica una crescente libertà d'impresa. E la libertà d'impresa, a sua volta, impone assoluta autonomia decisionale: l' imprenditore deve disporre liberamente (nei limiti imposti dai codici) dei fattori produttivi: capitale (macchine, materie prime, ecc.), natura (terreni coltivabili, miniere, pozzi petroliferi, ecc.) e appunto lavoro (materiale, intellettuale, specializzato e così via).
Il lavoro umano viene così posto sullo stesso piano della materia morta, inanimata. Che, secondo la vulgata liberista, si trasformerebbe in materia viva, animata, soltanto grazie al soffio vitale del dio-imprenditore. Il lavoro, insomma, non sarebbe altro che un fattore che deve garantire, come gli altri fattori, produttività crescente. Dal punto di vista economico.
Pertanto quel che sotto l'aspetto sociologico è "precario" (come condizione di provvisorietà, incertezza, instabilità nel rapporto di lavoro), sotto l'aspetto economico-impreditoriale è "mobile"(come condizione di un lavoro, quello umano, che può essere mosso, spostato, trasferito, secondo le esigenze dell'impresa).
Ora, protestare contro la precarizzazione economicista del lavoro come fanno i giovani francesi, indica che la mobilità dei fattori non può essere spinta oltre un certo limite. La ricerca capitalistica della produttività non può (e non deve) fagocitare l'intera "sostanza" umana di cui è "fatta" la società. L'uomo, come insegnano gli antropologi culturali, ha una grande capacità di adattamento (plasticità), la cui finalità è però la sua conservazione e non autodistruzione... E i giovani francesi hanno fiutato il pericolo di una deriva "antropologicamente" distruttiva. E prima di altri (perfino degli stessi sindacati) hanno "sentito", e sulla propria pelle, che è in gioco la riproduzione sociale, se non fisica, di una intera generazione, e di conseguenza della futura società nel suo insieme.
E ciò significa che si è giunti a una svolta. Dal momento che sussiste la possibilità che politici e imprese possano fare marcia indietro. E se così fosse la "retromarcia" francese (il ritiro di una legge che, tra le altre cose, prevede per i giovani fino a 26 anni assunti da imprese sopra i 20 dipendenti, il licenziamento senza giustificato motivo nei primi due anni) , potrebbe costituire un ottimo esempio anche per tutti gli altri paesi minacciati da una incombente precarizzazione del lavoro (non solo giovanile). E magari una "riflessione" anche in Italia sulla Legge 30.
Il che proverebbe anche la difficoltà di trasferire e applicare il modello economico-sociale angloamericano in Europa.
Non è invece il caso di parlare in un nuovo Sessantotto studentesco. La situazione economico-sociale è totalmente diversa. All'epoca primeggiavano (e si confrontavano) due modelli politici, sociali, economici differenti (quello euro-americano e quello socialista, cinese e sovietico. Mentre oggi ne è restato uno solo, quello statunitense. Il che indica che mancano alternative geopolitiche e sociali concrete. Inoltre, nel Sessantotto gli studenti come gruppo sociale miravano a sostituire, come parte dirigente, lo stesso movimento sindacale: agivano. Oggi invece si battono, certo giustamente, ma solo per sopravvivere alla precarizzazione: reagiscono. Infine, la protesta studentesca del Sessantotto esplose alla fine di un periodo di grande sviluppo, mentre oggi l'incendio francese divampa in una società sull'orlo del "desviluppo".
Di qui la necessità di evitare facili ed erronei raffronti e mitizazzioni. Lasciamoli a giornali e televisioni sempre affamati di rivoluzioni in diretta.
La "Sorbona brucia"? Forse. Ma non è assolutamente il caso di farsi venire il torcicollo.

lunedì, marzo 20, 2006

Berlusconi e Confidustria: il tragico paradosso italiano

Il fuori programma di Berlusconi a Vicenza è significativo. Almeno per due ragioni.
La prima è che il Cavaliere ormai sente odore di sconfitta. E di conseguenza punta tutto sui numeri a effetto. E' un ottimo venditore, e lo ha provato di nuovo a Vicenza : è riuscito a dividere e infiammare l'uditorio. E comunque a riscuotere un certo consenso, soprattutto tra i peones (i medi imprenditori). Il che però non gli permetterà di vincere.
La seconda è che finalmente è venuto allo scoperto l'atteggiamento di totale chiusura dei vertici di Confidustria nel riguardi del fondatore di Forza Italia. Basta leggere i giornali di oggi ("Berlusconi ci vuole dividere, eccetera.."). Ora, è vero che nel 2001, Berlusconi fu appoggiato da D'Amato, altro outsider, ma è altrettanto vero che già all'epoca, tra gli industriali aveva più nemici che amici. Venne appoggiato da Confindustria più per porre riparo alla dannosa litigiosità del centrosinistra, (quattro governi in cinque anni), che per meriti propri.
Perché questa ostilità nei riguardi di Berlusconi?
In primo luogo, perché i vertici dell'economia italiana lo considerano un parvenu. Si pensi all'atteggiamento snobistico nei suoi riguardi della famiglia Agnelli (ad esempio il rifiuto di Montezemolo di far parte, anche come esterno, del governo di centrodestra, proprio lui che in passato, come in occasione dei Mondiali '90, aveva invece accettato incarichi parapolitici dal Pentapartito). Berlusconi perciò viene considerato un avventuriero: un uomo venuto dal nulla. Il che è vero. Ma va detto che anche gli Agnelli, fino alla prima guerra mondiale furono giudicati tali. E qui basta sfogliare qualsiasi buona storia sociale dell'industria moderna, per scoprire che sussistono pesanti "differenze di classe" anche all'interno degli ceti economicamente dominanti. La ricchezza per diventare "onorevole", deve avere almeno un secolo di consolidamento alle spalle. E La fortuna di Berlusconi ha meno di trent'anni.
In secondo luogo, e questo è un dato di sociologia politica (documentato da ricerche), nelle democrazie post-seconda guerra mondiale, e non solo in Italia, i vertici economici hanno sempre preferito governi di centrosinistra (attenzione di centrosinistra, non di sinistra in senso stretto), dal momento che questi hanno garantito e garantiscono, grazie al rapporto privilegiato con i sindacati, eventuali riforme del mercato del lavoro, o comunque di ancorare, grazie al consenso concertato tra le parti sociali, riforme e alta produttività del lavoro. Un solo esempio: le riforme italiane in senso liberista del mercato del lavoro, sono state introdotte negli anni Novanta dai governi di centrosinistra. Di qui l'inutilità per Confidustria di un Berlusconi incapace, non solo di controllare i sindacati, ma addirittura di trattare...
La vera domanda, al di là del folclore pro o contro il Cavaliere, è appunto questa: può Berlusconi garantire quella radicale riforma del mercato del lavoro in chiave liberista, che Confidustria invoca da anni. No. E chi può garantirla? Prodi e il centrosinistra.
Il tragico paradosso italiano è tutto qui. Da un lato un Berlusconi che vara leggi ad personam, e dall'altro un centrosinistra che si prepara a realizzare, malgrado alcune sue componenti minoritarie non siano d'accordo, una radicale riforma del mercato del lavoro. E probabilmente anche delle pensioni.
Altrimenti come spiegare il totale appoggio di tutta la stampa ( che una volta si chiamava in senso spregiativo confindustriale) al centrosinistra. Prodi che di solito è così cauto, dovrà pure aver promesso qualcosa a Montezemolo.
E sarebbe bello, prima di andare a votare, magari per il centrosinistra, capire che cosa...

giovedì, marzo 16, 2006

Riletture: Robert Morrison MacIver (1882-1970)

Robert Morrison MacIver (1882-1870) è un sociologo oggi poco studiato, se non del tutto dimenticato. Ed è un peccato. Perché la sua opera è di grande spessore teorico e soprattutto distinta da una studio attento dei rapporti tra tecnica, cultura e società. Per MacIver la sociologia non è una scienza iperspecialistica, frammentata nei più diversi saperi disciplinari ed esclusivamente basata sulla ricerca empirica, come è considerata oggi in ambito accademico.
A suo avviso la sociologia, pur avendo come base l'individuo, non può ignorare, il sistema di relazioni culturali e materiali, intorno al quale ruota l'agire umano. Per questa ragione lo studioso sociale deve saper maneggiare, oltre agli strumenti empirici, quell'immaginazione sociologica, per dirla con Wright Mills, che creativamente consente di intuire come un tutto la relazione tra l 'uomo da un lato, e la tecnica, la cultura e la società dall'altro.
MacIver nasce nelle Ebridi scozzesi nel 1882, da una famiglia di agiati commercianti di tessuti, religiosamente molto devota, ma apertissima ai bisogni culturali del figlio. Studia all'Università di Edimburgo lettere classiche (1898). Poi passa a Oxford (1903) dove prende il suo B.A. (1907) e allarga gli orizzonti culturali, aprendosi alle scienze sociali del suo tempo (Simmel, Durkheim, Lévy-Bruhl). Consegue il Ph.D presso l'università di Edimburgo (1905). Dopo di che la sua grande passione verso la filosofia sociale e poltica gli fa accettare un incarico insegnamento di filosofia e sociologia (disciplina all'epoca all'avanguardia) presso l'Università di Aberdeen (1907-1915) Un dissidio intellettuale sul valore della filosofia politica hegeliana (criticatissima da MacIver, che parte dall'individuo e non dallo stato) con il suo superiore di facoltà, il professor J.B.Baille (il traduttore inglese della Fenomenologia), lo spinge a trasferirisi in Canada (1915). E qui insegnerà all'Università di Toronto finoa ad assumere la direzione del Dipartimento di Scienza Politica. Dopo di che si trasferisce negli Stati Uniti per insegnare alla Columbia University di New York (1927). Fonda, con altri studiosi la New School for Social Research (1935), che accoglierà molti studiosi europei rifugiatisi in America, a causa delle persecuzioni nazionalsocialista. Nel 1940 viene nominato presidente dell'American Sociological Society. Nel 1950 lascia l'insegnamento di filosofia politica e sociologia alla Columbia per dirigere una serie di importani progetti di ricerca sulla libertà accademica, la discriminazione sociale e la deliquenza giovanile. Nel 1963-1964 è chiamato a dirigere la New School for Social Research. Muore nel 1970, ultraottantenne.
Tra le sue opere principali: Community: A Sociological Study (1915, che meriterebbe, ancora oggi, una traduzione italiana), The Modern State (1926), Social Causation (1942, trad. it a cura di Leonardo Allodi, Franco Angeli Milano 1998), The Web of Government (1947, trad. it. il Mulino, Bologna 1962, intr. di G. Poggi, ancora utilissima), Society: An Introductory Analysis (1949); As a Tale That Is Thold. The Autobiography of R.M. MacIver (1968). Per un'ottima introduzione al suo pensiero si veda Leonardo Allodi, Quello che non è di Cesare. Comunità, società e Stato in R.M.MacIver (Franco Angeli, Milano 2000 - www.francoangeli.it).
Insomma, un sociologo-filosofo di altissimo livello. Di particolare importanza è la sua visione triarticolare del sociale. Che MacIver suddivide in tre ordini: "l'ordine culturale", che comprende religione, filosofia, arte, tradizioni, costumi, e che rappresenta lo schema di riferimento in cui trovano espressione i processi di socializzazione e di riconoscimento individuale; "l'ordine sociale", che concerne le relazioni umane organizzate, in gruppi e istituzioni; "l'ordine tecnologico", che consiste in un insieme di tecniche o "strumenti per vivere", nel senso dell'idea di civilizzazione spengleriana, applicabili dall'uomo alle condizioni biofisiche.
Dalla triarticolazione fra questi ordine nasce e si consolida la società. Sul cui destino però l'ultima parola spetta sempre all'uomo. Scrive MacIver, rimasto per tutta vita un fiero di avversario di Hegel: "Gli strumenti che la civiltà forgia possono essere simboleggiati da una nave pronta a salpare verso i porti più diversi. Il lido verso cui veleggiare rappresenta invece l'esito di una scelta culturale. Senza la nave non potremmo partire. Le sue carattersitiche potrebbero rendere il viaggio più o meno lungo. Potremmo adattarci o meno alla vita di bordo, lasciando che la nostra esperienza muti in funzione di essa. Ma la direzione verso cui potremmo andare non è predestinata dal ' design' della nave" (Society: An Introductory Analysis, Reinehart & Co., New York 1949, p. 51). Insomma, siamo sempre a noi, uomini, a decidere individualmente e non lo stato, l'economia, o qualsiasi altra incarnazione di uno spirito assoluto.
E questa è la lezione di Robert Morrison MacIver. Da non dimenticare mai.

Per gli amici visitatori

A quattro mesi circa dall' "apertura" del BLOG chiedo gentilmente agli amici visitatori giudizi, indicazioni, consigli per indirizzarlo e/o migliorarlo sul piano dei contenuti, dei temi scelti, della scrittura, della chiarezza, eccetera.
Grazie,
Carlo Gambescia

mercoledì, marzo 15, 2006

I libri della settimana: J.B. Schor, Nati per comprare, Apogeo, euro 18; J.F: English, The Economy of Prestige, Harvard University Press, usd 29.95

Ecco due libri per capire come funziona la società dei consumi.
Il libro di Juliet B. Schor, Nati per comprare. Salviamo i nostri figli ostaggi della pubblictà (Apogeo, 2005 pp. 291, www.apogeoline.com), ricercatrice della Boston University è importante per scoprire come la pubblicità sia ormai diventata un elemento della socializzazione infantile. Secondo le sue ricerche il bambino americano medio a 18 mesi è capace di riconoscere i loghi pubblicitari, e a due anni di chiedere ai genitori prodotti pubblicizzati in televisione, con parole proprie e indicandone "col ditino" la marca. Questo indica che negli Stati Uniti la pressione sociale al consumo sui bambini è fortissima. Il che implica enormi investimenti nel marketing per l'infanzia. Ad esempio, alcuni canali televisivi, come Channel One, hanno stipulato accordi con le scuole primarie, scambiando la fornitura di materiale audiovisivo e attrezzature con la visione obbligatoria, nei luoghi di ricreazione se non addirittura in classe, di dieci minuti giornalieri di pubblicità. La Schor esamina anche il rapporto, purtroppo di causalità diretta, tra bombardamento pubblicitario e comportamenti antisociali. Dal momento che i bambini sottoposti a stress da acquisti forzati, non crescono in ambienti familiari sani e creativi, ma mercificati e votati "istituzionalmente" al culto del possesso. E ciò accade a prescindere dalla qualità e dal livello del reddito familiare. In tal senso si può parlare per il bambino medio americano di una vera e propria perdita dell'infanzia. Il "disadattamento" da stress pubblicitario non potrà perciò non avere pesanti conseguenze sul futuro della società americana. Queste le pessimistiche conclusioni dell'autrice. Sarebbe molto interessante condurre un analogo studio sulla situazione dell' infanzia europea italiana, per individuare, si spera, possibili dissonanze con la realtà americana, e comunque, eventuali rimedi.
Il testo di James F. English, The Economy of Prestige. Prizes, Awards, and Circulation of Cultural Value (Harvard University Press, 2005, pp. 409 www.hup.harvard.edu/catalog/engeco), professore di letteratura della Pennsylvania University, è utile per scoprire i meccanismi che regolano l'industria culturale. L'autore riprende e sviluppa le tesi sul "capitale sociale" del sociologo francese Pierre Bourdieu. I premi letterari, artistici, cinematografici, musicali, eccetera, sono studiati come meccanismi riproduttivi di un valore economico che attribuisce, moltiplicandosi, a vincitori, produttori e organizzatori, un enorme potere sociale analogo a quello degli oligopoli di mercato. Di qui la necessaria "commercializzazione" a ogni livello del "valore sociale di riproduzione" del "bene sociale-premio" Un processo che si estende a tutti. Anche agli stessi avversari del consumismo culturale. I quali, pur istituendo "contropremi" e "controfestival", finiscono inghiottiti, appena le "contromanifestazioni hanno successo (e l'autore cita, tra gli altri, il caso del "Sundance Festival") nel circuito mediatico della commercializzazione e della riproduzione del valore sociale di mercato. L'analisi di English non assume mai alcun connotato moralistico, ma pecca probabilmente di economicismo (come del resto anche l'analisi del suo maestro Bourdieu; notevole a riguardo la polemica, tutta francese, negli anni Ottanta tra Bourdieu e Alain Caillé...). Si tratta, comunque, di un libro interessante perché documentatissino e ricco di informazioni, in particolare sull' industria anglo- americana dei premi. E di cui si raccomanda la traduzione italiana.

martedì, marzo 14, 2006

Milosevic e i macellai del diritto

L'improvvisa morte di Milosevic ha lasciato i giudici dell'Aja di stucco. Ovviamente anche da morto, Milosevic non è sfuggito al rituale di degradazione, cui era stato sottoposto da vivo. La stragrande maggioranza dei giornali mondiali (in particolare americani ed europei) ha continuato a usare verso "Slobo" lo stesso tono impietoso che di solito si impiega per informare i lettori della morte in carcere di un pericoloso pedofilo, stupratore, serial killer: un rifiuto dell'umanità.
Ora, qui, non si vuole assolutamente negare le responsabilità politiche di Milosevic. Né ricostruirne la biografia o le tragedie giudiziarie. Per questi aspetti si veda l' articolo, molto equilibrato, di Tommaso di Francesco e Danilo Zolo, apparso sul "Manifesto" (domenica 12 marzo, p. 7 - www.ilmanifesto.it). Ma più semplicemente soffermarsi su un punto particolare: la dichiarazione del procuratore del Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia Carla del Ponte riportata dal "Corriere della Sera" in un servizio sulla morte di Milosevic, firmato da Elisabetta Rosaspina (lunedì 13 marzo, p. 15 (www.corriere.it). Una dichiarazione, questa sì, che veramente lascia di stucco, chiunque creda nel diritto e nella giustizia,
Ecco quel che ha dichiarato la del Ponte: "No, non credo che abbiamo sbagliato a riunire le imputazioni in un unico processo, anche se molto più lungo e complicato di un procedimento diviso in tre tronconi per Croazia, Bosnia, Kosovo. Volevamo ricostruire la verità storica di un unico conflitto. No, tornassi indietro, non farei nulla di diverso".
Quel che, oltre alla protervia, suona, in modo particolarmente sinistro è il fatto che un giudice dichiari di voler "ricostruire la verità storica". Una visione a dir poco aberrante, che dal punto di vista della procedura e del diritto penale moderni non ha alcun fondamento. Il giudice infatti deve applicare la legge esistente, e non conformarla, di volta volta, alla verità storica del momento. Il diritto concerne i principi, la storia i fatti . La verità da "ricostruire", al massimo, può essere processuale, interna al giudizio e accertabile giuridicamente, ma mai storica: la verità processuale concerne un "diritto" offeso; la verità storica riguarda invece un "fatto": la relazione politica (accertabile, e giustificabile, solo politicamente e non giuridicamente), tra vinti (i giudicati) e i vincitori (i giudici). Il giudice può temperare il suo giudizio, nel caso singolo, ricorrendo al principio di equità, che tuttavia non può mai essere contrario ai moderni principi del diritto e della procedura penale, i quali escludono l'accertamento di qualsiasi forma diverità extragiuridica. Infine, la verità storica invocata dalla del Ponte, rappresenta giuridicamente un passo indietro: il ritorno a una specie di medievale "giudizio di Dio", che vede però la Storia sostituirsi a Dio.
Si potrà dire: anche il diritto penale moderno, ha origine da precisi fatti (storici): le rivoluzioni borghesi. Certo, ma la rivoluzione del 1789 (per citarne una) come portata storica (dal punto di vista dello sviluppo giuridico moderno), può essere messa sullo stesso piano della guerra tra la Stati Uniti e Nato da una parte e la piccola Serbia dall'altra? Che invece ricorda da vicino una guerra coloniale per eliminare un "ras"o un sultano sgradito...
Milosevic, "il macellaio dei Balcani" è morto. Ed è probabile che politicamente lo fosse sul serio. Ma come definire certi giudici, se non macellai dei diritto?

lunedì, marzo 13, 2006

Il Cavaliere , Lucia Annunziata e l'irrealtà della politica di oggi

Ora, di sicuro, fino al confronto con Prodi si parlerà solo della "fuga" di Berlusconi dal programma di Lucia Annunziata. Come fino all'altro ieri si era parlato soltanto del confronto televisivo tra il Cavaliere e Diliberto... E così via, tra prese di posizione politiche, dichiarazioni, eccetera.
Per definire tutto questo c'è un solo termine: irrealtà.
Oggi la politica, e non solo in Italia, si svolge su tre piani.
Il primo è quello militare, e riguarda le guerre euro-americane in Medio Oriente. Si tratta di un settore in cui domina l' iperrealismo della volontà di potenza. Un iperrealismo che si manifesta come una forma di realismo esasperato: un "più che realismo" che esige l'eliminazione fisica del nemico. All' "avversario", come figura nella quale si dovrebbe, comunque e sempre, individuare e riconoscere (apprezzandola) almeno una "traccia" di comune umanità, si è sostituito il "nemico", come rappresentazione iperrealistica del male assoluto.
Il secondo è quello economico, e concerne il controllo delle risorse materiali, in primis il petrolio. Si tratta di un ambito in un cui domina il realismo degli interessi economici. Un realismo che si esprime per quello che è : il "realismo affaristico" di chi affronta la realtà nella sua concretezza di fatto, senza badare a componenti ideali o emotive. Un atteggiamento che qualche volta si coniuga con gli interessi militari, e qualche volta no ( di qui le "guerre" soltanto "economiche") . Attualmente interessi petroliferi e volontà (militare) di potenza procedono di pari passo.
Il terzo è quello mediatico che concerne il controllo delle risorse ideali, culturali ed emotive. Si tratta di un settore in cui domina l'irrealtà della politica-spettacolo. Una irrealtà voluta e imposta, dal momento che il mondo dei media dipende funzionalmente e strutturalmente (per risorse, mezzi e uomini) dal settore economico. Di qui un atteggiamento rivolto sistematicamente a falsificare, mascherare, abbellire gli aspetti iperreali (militari) e reali (economici) della politica. In che modo? Presentando la politica, come una specie di "reality" televisivo, un mondo "similvero", ma in realtà immaginario o comunque finto, con scambi di accuse, "lieto fine", o magari colpi di scena e "fughe", come quella di Berlusconi davanti a Lucia Annunziata.
Quel che conta, insomma, per la politica-spettacolo è evitare qualsiasi dibattito serio sugli aspetti iperrealistici e realistici della politica attuale. Perciò più si discute del Cavaliere e di Lucia Annunziata, più la verità si allontana.
Perché prestarsi a questo gioco?

venerdì, marzo 10, 2006

La vita "low cost" dei giovani

Stando a certi giornali sembra che oggi sia di moda tra i giovani mostrare di saper vivere con mille euro al mese. In realtà, tra i ventenni-trentenni non affiora grande entusiasmo per la vita low cost, ma soltanto rassegnazione.
Infatti, secondo alcune ricerche sociologiche, i giovani tra i 25 e il 35 anni (ma si è ancora "giovani" a 35 anni?), avrebbero smesso di lottare per migliori condizioni lavorative. Anche se con titoli accademici finiscono per accontentarsi (1 laureato su 2) di lavori precari. Perché?
Per almeno quattro ragioni.
La prima ragione, risale al fatto che i giovani sono le vittime più facili, e in certo senso predestinate, di una società che dipinge la "flessibilità" come il migliore dei mondi possibili. Chiunque oggi accetti di buon grado un lavoro a termine e sottopagato, è subito definito un "buon lavoratore": gode di consenso sociale. E se giovane, si ritiene che sia più che giusto per lui "fare gavetta". La flessibilità rinvia a sua volta al nuovo modello di relazioni lavorative adottato in Europa negli ultimi 15-20 anni. Che tendenzialmente è molto simile (anche se non ancora uguale per fortuna) a quello americano, basato sulla discontinuità del rapporto di lavoro.
La seconda ragione, risale a un fatto culturale: il mordi e fuggi delle imprese nei riguardi del lavoratore precario è dovuto a un vero e proprio mutamento di valori. Anche se in passato lo era, oggi non è più accettata (e se lo è, spesso a fatica) l'idea di una soglia dignitosa, per tutti, di benessere, sicurezza e stabilità lavorativa.
Pertanto, ed ecco la terza ragione, per gli under 35, formatisi (in termini di processi di socializzazione e "acculturazione") negli ultimi 15-20 anni, "precarietà" e "basso stipendio" oggi rappresentano la "normalità". E qui ha giocato e gioca un ruolo determinante la pressione sociale (la "coazione" ad assorbire e imitare certi comportamenti ritenuti socialmente vincolanti e inclusivi). Soprattutto sul piano mediatico, il messaggio, per così dire "subliminale" è di dover accettare qualsiasi lavoro anche malpagato, precario e privo di tutele, per mostrare al mondo "quanto si è bravi". Per "sentirsi" con se stessi, come quel attore, oggi, importante, ma che ieri, faceva anche lui cameriere o il dipendente di un call center... Insomma, il precariato viene presentato come un segno di distinzione sociale: il biglietto fortunato per una carriera luminosa.
Infine, e questa è la quarta ragione, la rassegnazione dei "giovani perdenti", che è pero mitigata dalla speranza di poter prima o poi emergere, o comunque "sistemarsi bene", si accompagna a una socialità conflittuale, segnata da bassa sindacalizzazione e da una insufficiente vita relazionale sul posto di lavoro. Tutti, pensano a se stessi, e nell'altro non c'è lo specchio del proprio precariato, ma un potenziale e pericoloso concorrente, nella gigantesca gara che ha come traguardo rinnovi contrattuali e premi di produzione. Tutti rigorosamente individuali.
Quali conclusioni?
Sicuramente non positive Dal momento che quanto più si diffonde la flessibilità tanto più si afferma il processo collettivo di degradazione del lavoro.
Perciò per molti giovani il "low cost" potrebbe diventare una condizione permanente di vita.

giovedì, marzo 09, 2006

Riletture: Reinhard Bendix (1916-1991)

La sociologia attuale si presenta al profano come un sapere sempre più specializzato, empirico e soprattutto "schiacciato" sul presente. La storia, che per i classici della disciplina da Durkheim a Weber, era il terreno ideale per formulare e verificare ipotesi teoriche e studiare in chiave comparativa le istituzioni, oggi non ha più alcun interesse per il sociologo. Basta sfogliare un qualsiasi manuale per trovarsi dinanzi a una specie di "prontuario del pronto soccorso sociale".
Ecco perché sarebbe utile rileggere le opere di Reinhard Bendix, uno dei pochi sociologi che nella seconda metà del Novecento abbia cercato di coniugare sociologia e storia.
Reinhard Bendix nasce in Germania, a Berlino nel 1916, da una famiglia benestante e colta di origine ebraica. Il padre, un brillante avvocato e studioso di problemi giuridici e sociali, ben introdotto negli ambienti socialdemocratici, ma poco favorevole all'estremismo comunista e nazionalsocialista, sarà per il giovane Bendix la "sua università". Nel 1938 la famiglia, a causa delle persecuzioni, emigra in America. Il giovane Reinhard studia a Chicago dove consegue il Phd in filosofia e scienze sociali (1943). Dopo di che insegna per un breve periodo presso l'Università del Colorado. Nel 1947 si trasferisce all'Università della California Berkeley, dove insegnerà fino alla morte (1991). Nel 1969 è nominato presidente dell'American Sociological Association. Nel corso della sua carriera è chiamato a insegnare anche all'estero e insignito di prestigiosi premi. Negli anni Ottanta infine ritorna in Germania, nel periodo dell riunificazione, per ricordare agli studenti berlinesi, proprio lui che giovanissimo aveva sofferto l'esperienza dell' "utopia a sfondo totalitario" nazionalsocialista e comunista, come democrazia e libertà siano i beni più preziosi, da conservare e difendere a ogni costo.
Il filo conduttore dell'opera di Bendix, che aveva intellettualmente alle spalle, a differenza della sociologia statunitense del suo tempo, lo storicismo tedesco (frutto di consuetudini di studio giovanili, legate alla lezione paterna), è rappresentato dalle trasformazioni sociologiche del concetto di autorità. Bendix ne studia in chiave storico-comparativa, e sviluppando le intuizioni weberiane su potere razionale e tradizionale, tutti i passaggi dall'età medievale a quella moderna, dalle varie modernizzazioni (culturali, politiche, sociali, economiche) ai processi di colonizzazione e decolonizzazione. Con una ricchezza di informazione storica e sociologica che non ha eguali, se non nell'opera di Max Weber.
Per Bendix il concetto di autorità, non è un costrutto operativo puramente empirico e "misurabile", ma una concetto sociologico da verificare storicamente.
Tre sono le ipotesi intorno a cui ruota la sua analisi: a) l' autorità è un fatto culturale prima che economico; b) la moderna secolarizzazione del concetto di autorità non è un processo irreversibile, dal momento che l'uomo è al tempo stesso un essere razionale-irrazionale, perciò aperto alla dialettica storica tra fato, destino e libertà; c) le costruzioni del concetto di autorità sia sul piano "economico" (come nel caso dello sviluppo della grande industria), sia su quello "nazionale" ( come a proposito della nascita dello stato-nazione) sono sempre il portato di un'opera di socializzazione. Attraverso la quale le élite intellettuali che "trasmettono" (dall'alto) i nuovi valori, non possono non riceverne di ritorno dal popolo ( e dunque dal basso) una versione, non meccanicamente consensuale, ma "ragionata". Pertanto i processi di socializzazione politica e dell'autorità sono bidirezionali: dove c'è "unidirezionalità", come nei totalitarismi e nazionalismi fanatici, si aprono sempre crisi spaventose in cui non solo viene messa in discussione una classe politica e intellettuale al potere, ma la stessa idea di autorità in quanto tale.
Il suo approccio, ad esempio, sarebbe oggi particolarmente utile per capire gli sviluppi e il significato della crisi irachena, dove la democrazia "importata" e imposta con le armi dagli americani e grazie compiacenti élite locali è frutto di un tipico processo "unidirezionale", che potrebbe causare la scomparsa definitiva, o comunque per un lungo periodo di tempo, di qualsiasi idea di autorità condivisa da tutta popolazione.
Opere principali: Social Mobility in Industrial Society (con S.M. Lipset, 1959, trad. it. Marsilio, Padova 1969-1972), State and Society: A Reader in Comparative Political Sociology ( et al, eds, 1968, 1974), Work and Authority in Industry: Ideologies of Management in the Course of Industrialization (1956, 1974, trad. it, Etas, Milano 1973), Nation-Building and Citizenship (1964, 1976, trad. it. Laterza 1969), Max Weber: An Intellectual Portrait (1960, 1977, trad. it. Zanichelli 1984), Kings or People: Power and the Mandate to Rule ( 1978, trad. it. Feltrinelli 1980), Force, Fate, and Freedom (1984, trad. it. il Mulino 1987), Embattled Reason. Essay on Social Knowledge (1988-1989, 2 voll.), From Berlin to Berkeley. German-Jewish Identities (1986) .

mercoledì, marzo 08, 2006

Il libro della settimana: Costanzo Preve, Il popolo al potere, Arianna, Casalecchio (BO) 2006, pp.210, euro 12,95

Costanzo Preve, come si diceva un tempo, è autore fecondissimo. Tuttavia, a differenza di altri studiosi altrettanto prolifici, ogni suo nuovo libro offre sempre un'idea, un concetto, uno spunto originale che ne rende la lettura preziosa. Il filosofo torinese appartiene a quella categoria di pensatori che addirittura regala, a quei lettori che sanno apprezzare, autentici tesori. Lo si può giustamente definire un generoso pescatore di perle...
E questa volta in cosa consiste il suo dono?
Il popolo al potere. Il problema della democrazia nei suoi aspetti storici e filosofici (www.ariannaeditrice.it) è interessante e importante per almeno due ragioni.
In primo luogo perché fornisce una "reinterpretazione" storica e filosofica della storia della democrazia come idea e fatto al tempo stesso. E in duecento pagine non è poco. Soprattutto perché Preve a differenza di un libro, che tra l'altro lui garbatamente cita, come quello di Luciano Canfora, La democrazia storia di un'ideologia (Laterza 2004), riesce a conservare un equilibrio e una "aporeticità" ( dal momento che i "lati positivi e negativi" della democrazia "non possono essere separati con la lama di un coltello", p. 152), totalmente assenti nel fin troppo celebrato studio di Canfora. Il quale nel suo libro laterziano confonde disastrosamente, a differenza di Preve, ideologia e utopia (nel senso dato ai termini da Mannheim): perdendo il bandolo della matassa, fino al punto di disorientare i lettori e scontentare gli specialisti.
In secondo luogo perché Preve non analizza la democrazia come forma e/o contenuto, ma ne studia a fondo la matrice antropologica, come dire, l' a priori antropologico (non in senso kantiano dunque, ma lévi-straussiano). E in quest'ultimo aspetto consiste l'originalità del libro. Per il filosofo torinese il problema della democrazia non è istituzionale (come separazione tra ideologia e utopia, tra reinterpretazione dell'idea e duri fatti, tra forma e contenuto come ad esempio in Canfora), ma "antropologico", dal momento che la "democrazia è un insieme di pratiche comunitarie" (p. 15): è forma e contenuto. La "democrazia, scrive, essendo una pratica politica in corso e non un obiettivo statico e conclusivo da perseguire, è indistingubile dalle forme della sua messa in atto attiva" ( p.152). Appunto perché l'uomo, dal punto di visto antropologico, è un' entità plastica, sociale, aperta al mondo, mai predeterminata (su questi aspetti si veda anche il suo Del buon uso dell'universalismo, Elementi di filosofia politica del XXI secolo, Edizioni Settimo Sigillo 2005, www.libreriaeuropa.it): è anch'esso forma e contenuto. Insomma anche l'uomo è una "pratica antropologica in corso". L'uomo è un essere "in fieri" e di conseguenza politica e democrazia non sono una scienza, o se proprio devono essere tali, vanno trattate come discipline eraclitee, in divenire... Di qui l'importanza di una educazione alla democrazia, come un "processo" capace non di "trasformare" scientificamente l'uomo, come ha sempre preteso ogni forma di totalitarismo, ma di "formarlo" partendo dalla sua apertura al mondo.
Come si vede si tratta di un libro ricco e coinvolgente, che ruota intorno a una originale visione "antropologica" della democrazia. Che tuttavia, come ogni concezione in certo senso precorritrice non può rispondere subito a tutti problemi sollevati. Uno in particolare : se il processo democratico e dunque educativo, come scrive Preve, è "per sua natura interminabile e, nello stesso tempo, si determina spazialmente e temporalmente di volta in volta" (p. 116), chi stabilirà, di volta volta, come dire, il "giusto mix" di valori, sotto l'aspetto spaziale e temporale? Preve risponderebbe, il popolo stesso... Certo, ma allora perché parlare di un processo che "progressivamente costituisce l'umanità, intesa come società universalistica e razionale" (p. 116)? Non si introduce così un elemento "finalistico" estraneo al processo stesso? E che confligge con l' apertura antropologica dell'uomo e con la non conclusività del processo democratico?
Se c'è un fine ultimo, prestabilito (la "società universalistica razionale") l' apertura non rischia di trasformarsi in chiusura?

martedì, marzo 07, 2006

Italia e Libia . Un passato che non passa

I rapporti tra le ex potenze coloniali e le ex colonie non sono mai stati facili. I processi di "colonizzazione" e "decolonizzazione", spesso segnati da durezze inaudite e conflitti sanguinosi, come in Congo, Algeria, Angola, Mozambico hanno fatto sì che i "colonizzatori bianchi" non siano tuttora amati. Certo l'economia globalizzata, oggi può unire, ma nonostante ciò la cultura continua ad avere il suo peso. Molti di quei popoli non dimenticano le passate discriminazioni politiche, economiche, sociali e civili. Un'eredità oggi resa più pesante dalle, a dir poco, spericolate iniziative militari americane e dal conseguente sviluppo di movimenti antioccidentali a sfondo religioso.
In questo quadro i rapporti con la Libia, non sono l'ultimo dei problemi italiani. Ma probabilmente il principale. Dal momento che una Libia amica può rappresentare un leale partner nelle questioni legate all'immigrazione dal Nord Africa, al petrolio e al terrorismo. Dal punto di vista politico le "provocazioni" Calderoli sono inqualificabili. Un ex ministro, o comunque un parlamentare italiano, dovrebbe misurare parole e comportamenti.
Ma oltre al realismo, che pure è una componente importante di ogni azione politica, l'Italia dovrebbe meditare a fondo sul suo passato coloniale. Che, di certo, per durata e ferocia non è pari a quello francese, potoghese belga, ma che resta comunque, almeno per i libici, una brutta pagina di storia. E qui non si tratta di sollevare, e tenere vivi, opprimenti sensi di colpa (il famigerato "singhiozzo dell'uomo bianco"), ma, come chiede Gheddafi, di fare un gesto, esplicito che metta fine una volta per tutte sul piano simbolico ed economico a un passato che non vuole passare.
Quel che continua a ferire ancora oggi i popoli "ex coloniali", come del resto è testimoniato dalla letteratura politica ( come ad esempio dal Libro Verde di Gheddafi), è l'atteggiamento di "superiorità" che tuttora caratterizza i comportamenti politici dell'Occidente. E qui, ad esempio, fa testo il ritratto folcloristico (mezzo cammelliere, mezzo terrorista) che la stampa italiana ha da anni cucito addosso a Gheddafi (ma la stessa cosa sta accadendo con Chavez...). Quel che dispiace e irrita i "non occidentali" è quel nostro senso di "saperla più lunga", sempre pronto a tradursi in disprezzo, come nel caso di politici come Calderoli e di intellettuali come la Fallaci.
Non si tratta qui di "inginocchiarsi" e chiedere in lacrime perdono, come alcuni vorrebbero, ma di capire e rispettare le tradizioni altrui per quello che sono, e soprattutto comprendere che in passato le stesse tradizioni sono state calpestate, o comunque, considerate come inferiori: come appartenenti a un stadio primitivo della storia umana.
E il passato (coloniale) italiano non passerà fin quando non sarà raggiunta questa "parità psicologica e culturale".
Possibile che l' Occidente (e dunque anche l' Italia) che ha "relativizzato" ogni valore non sia capace di "relativizzare" la propria cultura?

lunedì, marzo 06, 2006

Forex di Cagliari. Il debutto di Draghi tra forma sostanza.

L'intervento di Draghi al Forex di Cagliari è significativo per due ragioni.
La prima perché mostra come sia in atto da parte della grande stampa la costruzione mediatica dell'immagine del nuovo Governatore. Che viene presentato come un uomo molto British, efficiente e dinamico, a differenza del suo predecessore, ormai consegnato alla storia, come una specie "maneggione", un notabile di paese col sigaro sempre in bocca...
La seconda perché stando ai contenuti del suo intervento (cfr. www.bancaditalia.it ), e al di là della dinamicità di facciata, o presunta tale, fatta di cravatte blu, pranzi veloci, aerei di linea, non sono emerse grandi discontinuità "dottrinarie" rispetto ai due ultimi governatori Governatori (Ciampi e Fazio).
Per giungere a questa conclusione è però necessario distinguere tra forma e sostanza, tra immagine mediatica (che va comunque per il momento messa da parte) e documenti scritti. Dando però anche attenzione a quelli che la stampa ha definito gli interventi "fuori testo", uno in particolare. Per "incrociarlo " col testo dell'intervento.
Va perciò subito fatta una distinzione.
Quello che il Governatore dovrebbe essere (secondo i media): lontano dalla politica politicante, antimonopolista e antiprotezionista.
Quello che il Governatore potrebbe essere (secondo il testo dell'intervento): molto attento agli equilibri della politica politicante, e per il momento non sfavorevole a scelte monopoliste e protezioniste.
Nel suo discorso, Draghi accenna ai "costi di un possibile protezionismo" ma lo fa dipendere dal prevalere o meno di un auspicabile "spirito razionale e costruttivo"che il Governatore collega all'introduzione di una "parità regolamentare" nei mercati finanziari (p. 16). Il che dunque non esclude (basta leggere attentamente il testo) che qualora tale parità non fosse possibile, ogni paese sarà libero di praticare politiche neoprotezioniste, sì "involutive", ma talvolta obbligate, dalle oscillazioni del ciclo economico. Quanto alle aggregazioni bancarie, già avvenute, Draghi, le interpreta positivamente in termini di "processi di integrazione e razionalizzazione" e di "significative riduzioni di costi" (p.15). E attenzione: il Governatore si mostra anche favorevole "alla realizzazione delle notevoli sinergie implicite in un processo di consolidamento nazionale" (p. 15). Il cosiddetto "fuori testo" riferito dai giornali (ad esempio " La Repubblica, 5.3.05, p. 2) sui "personalismi e le logiche di campanile" che andrebbero contrastati, va riferito alla necessità di favorire aggregazioni interne, in grado di competere all'esterno. Secondo Draghi la contendibilità dei mercati europei, non esclude la nascita di grandi monopoli bancari italiani, in grado di contendere il mercato del credito alle banche europee. Il che non è molto dissimile da quel che si proponeva Fazio, e prima di lui Ciampi. E soprattutto, spiega, un certo atteggiamento prudenziale di Draghi, sotto l'aspetto politico. E che tuttavia mostra anche come il Governatore non sia in realtà così distante dalla politica politicante, di quanto lo fossero Fazio e Ciampi: "prudentemente" attende l'esito delle elezioni per schierarsi... Tuttavia gli abbracci di Cossiga, presente in prima fila al Forum, e i colloqui di Draghi con Ciampi, suo mentore, indicano come il mondo bancario e politico dia già per scontata la sconfitta di Berlusconi. E come già pensi al dopo. Si tratta di segnali che valgono molto più di qualsiasi sondaggio d'opinione.
Quanto al contenuto dottrinario del suo intervento, Draghi non si discosta, come i suoi due predecessori dalla richiesta di maggiore "produttività" ( in particolare le "conclusioni", p. 16-17) e di "riforme strutturali" (p.7). Anche il nuovo Governatore è un rigido monetarista.
Ma per capirne di più, soprattutto sulla statura dell'uomo e sulla sua capacità decisionale, sarà necessario attendere il 9 aprile.

venerdì, marzo 03, 2006

Bush, Berlusconi e il mito del liberismo americano

Fa sempre un certo effetto vedere in tv Bush e Berlusconi a colloquio. Tutti e due ricchi, ma anche "alleati", conservatori, "occidentalisti", e come noto, liberisti accaniti. In teoria... Perché in pratica il primo proviene da una famiglia di oligopolisti petroliferi, mentre il secondo è il monopolista della televisione commmerciale in Italia.
Ora, che Berlusconi faccia finta di essere liberista è cosa nota, almeno in Italia. Ma che finga anche Bush, un po' meno. Non sono forse gli Stati Uniti il paese più liberista del mondo? No. E lo ha scritto Paul Bairoch, storico dell'economia, in un libro pubblicato qualche anno fa, e purtroppo passato inosservato, Economia e storia mondiale. Miti e paradossi (Garzanti 1996).
Ecco qualche dato interessante tratto dal libro.
Tra il 1820 e il 1931 le aliquote medie doganali Usa sui prodotti industriali importati raggiunsero all'incirca il 43% (in Europa il 19%), e tra il 195o e il 1990 l'8,6% (in Europa il 10%), per cominciare a risalire, ma di poco, verso la fine degli anni Novanta. Attualmente sono intorno al 10%(in Europa il 12%), ma variano per prodotto e settore e paese (nostri dati).
Per ragioni di spazio va tralasciata la voce aiuti indiretti di Washington al cosiddetto complesso militare-industriale, altrettanto ingenti. Insomma, i dati statistici dimostrano come gli Stati Uniti abbiano praticato il protezionismo, o comunque una grande pragmaticità.
Se è permessa un battuta: quando si tratta di affari l'amico americano tanto amico non è... E Berlusconi sicuramente lo sa. Ma non lo dice.
Certo, rispetto alla prima fase (di decollo imperiale,1820-1931, citiamo sempre da Bairoch), i dazi della seconda ( di consolidamento imperiale, 1931-1990, cui corriponde il declino dell'impero inglese), sono indubbiamente più bassi. Perché? Come per l'altro impero moderno, il britannico, anche gli Usa, nella prima fase hanno raccolto le proprie forze (di qui i dazi elevati), mentre nella seconda, certi della propria superiorità militare ed economica, hanno "imposto" il liberismo, per sommergere di prodotti americani, come un fiume in piena, il "mercato imperiale" (di qui le tariffe più basse). Il leggero tasso differenziale in favore dell'Europa, testimonia soltanto il timido tentativo di opporsi all'espansione commerciale americana dopo il 1945.
La situazione del disavanzo commerciale Usa, è decisamente peggiorata negli anni Novanta ( periodo non trattato nel libro di Bairoch), fino a toccare di recente cifre record. E questo a causa del finanziamento delle guerre in Medio Oriente e del sostegno ai consumi interni, che può essere spiegato solo per ragioni di ordine pubblico, pace sociale e di crescita del Pil. Sotto questo aspetto un ruolo importante è giocato dal dollaro, che grazie a un progressivo aumento dei tassi di interesse (almeno così pare), potrebbe ora tornare ad attirare capitali esteri. Ma andrebbero studiati più attentamente i flussi commerciali, vantaggiosi per gli Stati Uniti, verso paesi come l'Australia, Singapore, Hong Kong, Egitto eccetera. Potrebbero riservare soprese.
Attualmente gli Stati Uniti vedono nemici ovunque, e soprattutto stanno comprendendo che "gli imperi costano". E che perciò hanno davanti due strade: 1) perserverare in un costoso "liberismo imperiale", cercando di imporlo al mondo con le armi; 2) ritirarsi ed erigere intorno a sé un muro tariffario. Probabilmente la prima strada è più costosa della seconda. E comunque per entrambe le opzioni è difficile parlare di autentico liberismo.
In ogni caso, si profilano tempi duri e di grandi delusioni per chi ancora creda, in buona o cattiva fede, nel mito del liberismo Usa.

giovedì, marzo 02, 2006

Riletture: Harry Braverman (1920-1976)

Harry Braverman è autore di un libro molto importante, Labour and Monopoly Capital. The Degradation of Work in the Twentieth Century (1974, trad. it. Einaudi Torino 1978). Si tratta probabilmente dello studio più approfondito sui rapporti tra lavoro e strutture economiche e sociali mai apparso dalla pubblicazione del Libro I del Capitale di Marx. Il giudizio può apparire eccessivo ma una volta letto il capolavoro di Braverman, come accade quando si legge Marx, si capisce perché che il capitalismo plus ça change plus c'est la meme chose.
Harry Braverman nasce nel 1920 a New York City da modestissima famiglia. E' costretto per ragioni economiche a interrompere gli studi al primo anno di college. Lavora per sette anni come calderaio al Brooklyn Navy Yard, e poi per altri sette nell'industria metalmeccanica come raccordatore, lamierista e tracciatore. Al lavoro operaio unisce dal 1937 un'intensa attività politica all'interno del Socialist Work Party ( di derivazione trotzkista). Dal quale viene espulso all'inizio degli anni Cinquanta, per le sue posizioni moderate. Nel 1954 fonda e diviene coeditore dell' "American Socialist". E dopo la sua chiusura (1959), diviene redattore della Grove Press (1960), e in seguito direttore editoriale della "Monthly Review Press" (1967). Un male incurabile lo uccide a cinquantasei anni nel 1976.
Giornalista (spesso firmandosi Harry Frankel), saggista politico , attento studioso di Marx e del marxismo, e in particolare del Libro I del Capitale , Harry Braverman ha colto in Labour and Monopoly Capital due aspetti costitutivi dell'organizzazione capitalistica del lavoro, che non riguardano solo la realtà americana, da lui attentamente studiata nel libro.
Il primo è che il lavoro è sottoposto a un costante processo di razionalizzazione e degradazione. La razionalizzazione, frutto della divisione capitalistica del lavoro, è dovuta soprattutto alla costante necessità di ridurre i costi e accrescere i profitti. La degradazione sociale ne è invece l'effetto collaterale: al lavoratore, a poco a poco, non si richiede più alcuna partecipazione ideativa, ma solo una meccanica esecuzione di compiti prestabiliti. Fin qui, si potrebbe, dire nulla di nuovo. Ma il valore dell'analisi di Braverman è nel fatto che egli reputa questo processo così profondo da trasformare il lavoratore, non tanto (o solo) nel proletario sociale di Marx, quanto in un proletario psichico: una specie di uomo-macchina, che viene privato di qualsiasi capacità creativa.
Il secondo è che il rapporto capitalistico di lavoro è sempre di tipo gerarchico. Secondo Braverman, le teorie sulla democrazia sindacale sono una specie di "libretto dei sogni" del riformismo borghese. Il capitalismo è divisione del lavoro e perciò non può non essere anche gerarchico. Altrimenti l'organizzazione produttiva non potrebbe funzionare. Ma attenzione, a differenza di Marx, Braverman ritiene che un sistema economico, come quello capitalistico, che si riproduce, solo crescendo in chiave monopolistica, sia condannato a diventare sempre più gerarchico. Di qui la difficoltà di contrastare e superare una così perfetta macchina dello sfruttamento umano. E questo perché la gerarchia produttiva, economica e sociale, può avvalersi in misura crescente di docili lavoratori "addestrati" a pensare secondo le esigenze del capitale. Una proletarizzazione delle menti, che si avvale anche di un ben costruito sistema di stratificazione sociale (Braverman, parla di "proletariato commerciale" i termini di lavori svolti, ma anche come soggetto-oggetto di gratificazioni consumistiche). Si tratta perciò di un nemico molto articolato e difficile da combattere.
E in questo senso, a differenza di Marx, Braverman non confida nella dialettica delle forze produttive e sociali. Ma nella capacità delle scienza moderna di fornire all'uomo gli strumenti conoscitivi e pratici per fuoriuscire dal capitalismo (un aspetto che si coglie soprattutto leggendo i suoi scritti giornalistici sul futuro del socialismo).
A dire il vero, questo ottimismo scientista mal si concilia con il lucido realismo ( e per alcuni pessimismo, ad esempio Christopher Lasch) delle sue analisi. Comunque sia, gli strumenti forniti da Braverman (proletarizzazione delle menti e riproduzione gerarchica) consentono di criticare e respingere come erronee le teorie che oggi giustificano l'evoluzione postfordista del capitalismo. Dal momento che Braverman spiega, e con grande lucidità, perché il capitalismo malgrado gli sforzi di sembrare diverso (si leggano ad esempio le pagine illuminanti sul "mito della qualificazione del lavoratore", sembrano scritte oggi) continui invece ad apparire, all'osservatore attento, identico al capitalismo dei Taylor e dei Ford.

mercoledì, marzo 01, 2006

Il libro della settimana: Fulvio Abbate, Sul conformismo di sinistra, Gaffi, Roma 2005, pp. 80, euro 4.00

Sul conformismo come costante sociologica ci sono intere biblioteche. Dispiace ammetterlo ma in realtà l'uomo è un animale conformista. C'è un conformismo "attivo" che tacitamente ordina di parlare bene di certe persone, idee e questioni. C'è un conformismo "passivo" che vieta invece di parlarne male. E infine c'è un conformismo "orwelliano" che vieta di parlarne proprio.
Ecco, in Italia nei riguardi della sinistra, e da sinistra, ha sempre prevalso il conformismo attivo: se ne doveva parlare, e bene . Anche per giuste ragioni di autodifesa: a parlarne male bastava già una destra, tutta dio, patria e famiglia, tradimenti e buoni affari.
Il primo a violare il tabu fu Mughini, alla fine anni Settanta, con un caustico libro di "addio ai compagni". E una delle sue accuse alla sinistra era quella della totale mancanza di autoironia.
Sicuramente Abbate non gradirà l'accostamento. Dal momento che Mughini, come si diceva una volta, oggi vive e lotta col Cavaliere... E lui invece scrive sull' "Unità". Ma la tesi che espone e difende nel suo godibilissimo pamphlet è la stessa : quella di una sinistra, incapace di lasciarsi andare e ridere di sé. Che probabilmente è frutto dell' incapacità costituiva di pensare la rivoluzione ( e poi tutto il resto, fino a Occhetto e Fassino) come "festa". A cominciare da Marx e Lenin, ideologicamente monomandatari, e stando alle biografie più accreditate, di una "pesantezza" assoluta. Ma questa è un nostra opinione.
Comunque sia, l' aspetto è ben colto da Abbate, quando a proposito delle ridanciane incursioni televisive anni Novanta di Chiambretti, ricorda la reazione cominformista di un addetto stampa di Rifondazione: "Chiambretti, cercava di uscire [dalla sala stampa in cui l'avevano confinato], faceva domande, e allora quello, l'uomo fidato del servizio d'ordine di Rifondazione, lo guardava con l'occhio da pazzo che si riserva al provocatore e ripeteva 'Chiambretti siamo comunisti, veniamo da lontano e andiamo lontano, Chiambretti, siamo comunisti..." (p. 43).
Ciò non significa che per Abbate Chiambretti abbia la stessa levatura di Marx, ma che questa supponenza, che "viene da lontano" è trapassata alla sinistra di oggi. Che si sente in dovere, cadendo spesso nel ridicolo, di difendere d'ufficio certi registi, attori e cantanti, stilisti e pubblicitari, solo perché iscritti nell'Albo d'Oro Del Progressismo Mondiale... Iscritti, ma da chi? Dalla stessa sinistra che li difende... Perché? Per la semplice ragione, crediamo, che Dio è morto, Marx pure, e non resta allora che Carla Bruni...
C'è nella critica di Abbate, solo apparentemente semiseria, un'intuizione profonda, metapolitica, che non può non essere condivisa: quella di riuscire a coniugare politica e leggerezza, rigore e fantasia (ma non nel senso della "pubblipolitica"...), volontà di cambiare e autoironia. E soprattutto di non nascondere mai le debolezze e miserie dietro un principio d'ordine. Quell' appellarsi a un'autorità indiscussa per ottenere l'assenso della gente.
Ed è questa una delle ragioni per cui Abbate ha smesso "di sentirsi compiutamente comunista" a far tempo dal "tardo pomeriggio del 1 maggio 1972". Ecco l'episodio: "Saranno state all'incirca le sette di sera quando una signora sovietica residente in Italia, coniugata con un dirigente del partito locale, incaricata di gestire un gruppo di suoi concittadini in vacanza premio nell'Europa capitalistica, all'obiezione mossa da un'altra compagna': 'Ma perché li tenete ad aspettare qui la freddo, sulla banchina del porto, non sarebbe meglio farli salire tutti insieme a bordo?', rispose con un fulmineo scatto carnivoro, replicando con una sentenza assoluta, da tavole delle leggi speciali di polizia: ' il comunismo è ordine!' "(p. 7).
Risposta che avrebbe meritato, e pienamente, il famigerato pernacchio di Eduardo. Questa nostra caduta di stile può infastidire, ma sicuramente Abbate sarà d'accordo e perdonerà, benedicente, come era uso fare con i bizzarri ospiti di "Teledurruti"...
In conclusione, un pamphlet che è più istruttivo e di certo più divertente di uno studio sociologico. Che creererà all'autore non pochi nemici. E anche all'editore, al quale va però il grande merito di averlo pubblicato (www.gaffi.it).