martedì, marzo 06, 2012

Oggi l’amico Carlo Pompei (*) - anzi il “metodo” Pompei - indaga il calcio per andare oltre il fenomeno sportivo. Nessun piagnisteo sui bei tempi andati, né nostalgie decoubertiniane. Nulla di tutto ciò. Pompei approfitta del calcio per parlare di meritocrazia. Ai lettori il piacere di scoprire come. (C.G.)
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Non di solo calcio...

Italia, meritocrazia e sport

di Carlo Pompei
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In tempi di austerità, tra pubblicazioni di bilanci (veri o fasulli), dichiarazioni dei redditi dei grandi manager rese pubbliche e blitz della guardia di Finanza più o meno efficaci, torna alla luce una vecchia polemica: quella relativa ai compensi degli sportivi. Su tutti, come al solito, spicca quella sulle retribuzioni d’oro ai calciatori di serie A. Qui e ora non stiamo a parlare della strana usanza, quasi tutta italiana, di assoldare giocatori stranieri per mandare in scena quello che in molti ancora definiscono il “campionato più bello del mondo”. Sarà anche così, ma tolte le “location” e i nomi delle squadre, di italiano resta ben poco.
Torniamo rapidamente al nostro ragionamento. Sebbene gli stipendi possano sembrare esagerati (anche se non tutti i giocatori della massima serie percepiscono cifre da capogiro), c’è da dire che il mondo dello sport - seppur inquinato da partecipazioni finanziarie, quotazioni in Borsa e diktat degli sponsor – rimane uno dei pochi ambiti nei quali la meritocrazia “paga” ancora. Ciò è tanto più vero negli sport individuali: se non sai giocare a tennis, non diventi numero uno al mondo per aver pagato una “mazzetta”.
Tutto ciò per dire che se fosse applicato un criterio “sportivo” anche all’attribuzione di incarichi privati, pubblici o addirittura di governo, probabilmente si verificherebbe quella che possiamo tranquillamente definire una “pulizia etnica” automatica.
Ricordate il motivatore Telecom? Quello che sosteneva che Napole(t)one, a Waterloo, fece il suo capolavoro? Ebbene, fatichiamo ad immaginarlo in un ruolo manageriale, qualora venissero applicate norme che rispondano rigidamente a parametri meritocratici e culturali. Non intendiamo dire che sapere che cosa successe veramente tra francesi e anglo-prussiani nel 1815 possa aiutare nella conduzione di un’azienda, ma sicuramente a capo (o in ruolo di rilievo) di questa deve esserci qualcuno in grado di sapere come quell’azienda funzioni, un “qualcuno” che in linea teorica dovrebbe essere in grado di mandarla avanti da solo. Perché? Per il semplice motivo che selezionare le persone che dovranno fare qualcosa per quell’azienda può essere fatto soltanto da chi si documenta e sa svolgere (o semplicemente spiegare) quello stesso lavoro per il quale cerca “manovalanza”.
Parlare a sproposito crea sfiducia in chi ci ascolta, a meno di non volersi circondare di elementi dalla cultura infima. E questo e ciò che accade: un devastante livellamento verso il basso per far ben figurare emerite nullità supportate soltanto dal portafogli, spesso familiare o, peggio, da rendita di posizione.
Quindi, se è vero che molti talenti sportivi italiani non emergono per carenze strutturali e meccanismi perversi, quanti sono quei giovani italiani che potrebbero emergere in vari campi se la burocrazia, la corruzione, il clientelismo e il familismo sparissero per incanto?
Con queste premesse, chiedersi come mai l’Italia si trovi nella situazione attuale, diventa una non-domanda: abbiamo già la risposta.



Carlo Pompei


(*) Carlo Pompei, classe 1966, “Romano de Roma”. Appena nato, non sapendo ancora né leggere, né scrivere, cominciò improvvisamente a disegnare. Oggi, si divide tra grafica, impaginazione, scrittura, illustrazione, informatica, insegnamento ed… ebanisteria “entry level”.


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1 commento:

Anonimo ha detto...

Molto buono.
Salutoni.
Daniele