Celebriamo la Festa della Donna il giorno dopo. È una scelta voluta, e di protesta. Come è intenzionale la scelta della donna da ricordare: Lea Garofalo (nella foto), uccisa e sciolta nell’acido dal convivente e dai suoi complici perché aveva scelto di collaborare con la giustizia. Magistratura che, una volta istituito il processo, ha rigettato nei riguardi degli imputati il riconoscimento dell’ aggravante mafiosa... Non è certo un bel modo di "celebrare" la giustizia, né, per dire, la Festa della Donna, visto che il rigetto del PM risale a pochi giorni fa. Decisione, detto per inciso, in linea con la sorprendente derubricazione del reato da omicidio di stampo mafioso a omicidio passionale, già decisa nello stesso processo dal giudice Grisolia. Di qui, la nostra protesta. Ora, lasciamo la parola all'amico Roberto Buffagni (*) che, purtroppo, riesce a cogliere il punto della questione anche questa volta. Perché purtroppo? Non certo per Buffagni che scrive e argomenta benissimo, ma per la giustizia italiana... (C.G.)Però, nel luglio 2011 mi è capitato di leggere una notizia che mi ha scosso, e garantisco che a cinquantacinque anni, con quello che ho visto e non solo visto succedere in Italia, per scuotermi ce ne vuole. La notizia diceva che il dr. Filippo Grisolia, presidente il processo per l’assassinio di Lea Garofalo, aveva accolto la richiesta dei difensori e derubricato l’imputazione da omicidio di stampo mafioso a omicidio passionale. (Pochi giorni fa, il PM Marcello Tatangelo ha respinto anche la richiesta di parte civile di contestare agli imputati l’aggravante di aver agito con modalità mafiose, adducendo ragioni tecniche, in quanto si tratta di un’aggravante “a dolo specifico”: dev’essere l’unica finalità dell’azione, mentre gli imputati avrebbero agito per una serie di motivazioni).
Sapendo cos’era successo, la cosa era effettivamente un po’ forte. Lea Garofalo era un donnino calabrese, figlia d’una famiglia di ndranghetisti importanti, che, trovato un compagno di vita nel suo ambiente, Carlo Cosco, a diciassette anni ci aveva fatto una figlia oggi ventenne, Denise. Una dozzina d’anni fa, Lea si disgusta di vivere in quel modo e con quella gente. Lascia Cosco, e si rivolge agli organi di polizia giudiziaria. Racconta quel che sa, chiede protezione e aiuto per iniziare una vita diversa per sé e per la figlia. Non succede niente. Cioè, da un canto Lea non ha commesso crimini in proprio, e dall’altro le sue deposizioni non danno luogo ad azioni giudiziarie. Perché? Non lo so. Forse, come ha detto in aula il difensore del suo compagno di vita e assassino, Lea “riferiva notizie che conoscevano tutti, anche i sassi”, tant’è vero che “nessuna Procura della Repubblica ha ritenuto attendibili le [sue] testimonianze.” Come collaboratrice di giustizia, dunque, Lea vale poco, e le danno una protezione light. La mandano un po’ in giro per l’Italia insieme alla figlia passandole qualche soldo, ma non le creano la nuova identità necessaria per ricominciare. Nel frattempo, Cosco ha già saputo attraverso i suoi canali, meno intasati da Law’s delay ed insolence of Office[1], che la madre di sua figlia sta a Campobasso. D’altronde Lea, visto il trattamento ricevuto dalla Giustizia italiana, ha rinunciato a nascondersi, e per sopravvivere conta su due punti a suo favore: è sorella di un pezzo grosso della ‘ndrangheta, uno molto più importante di Cosco; e Cosco è pur sempre il padre di sua figlia. Così, avendo anche bisogno di soldi per Denise, si sente al telefono con Cosco, che infatti si dimostra molto disponibile, e nel maggio del 2009, quando si rompe la lavatrice a casa di Lea, premurosamente le manda subito un tecnico. Il tecnico però non può eseguire la riparazione (non può ammazzare Lea) perché quel giorno Denise, invece di liberare il campo andando a scuola, è rimasta a casa con la febbre, e il suo assassinio non è previsto dalla commessa.
Bè, a questo punto non ci voleva un veggente per capire come andava a finire. Lea lo capisce benissimo. Infatti scrive – a mano, come un testamento olografo - una lettera aperta al Presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano, tipico atto di chi non spera più niente in questo mondo. Nella lettera di Lea si leggono brani che, sebbene l’autrice, titolare di licenza media inferiore, avesse poca dimestichezza con gli splendori della lingua italiana, attingono un’ innegabile forza espressiva: ad esempio, “Signor Presidente della Repubblica, chi le scrive è una giovane madre, disperata allo stremo delle sue forze. […] Siamo da circa 7 anni in un programma di protezione provvisorio. In casi normali la provvisorietà dura all'incirca 1 anno, in questo caso si è oltrepassato ogni tempo e, permettetemi, ogni limite. […] Vengo ascoltata da un magistrato dopo un mese delle mie dichiarazioni in presenza di un maresciallo e di un legale assegnatomi, mi dissero che bisognava aspettare di trovare un magistrato che non fosse corrotto. […] Oggi mi ritrovo, assieme a mia figlia isolata da tutto e da tutti, ho perso tutto, la mia famiglia, ho perso il mio lavoro (anche se precario) ho perso la casa, ho perso i miei innumerevoli amici, ho perso ogni aspettativa di futuro […] e sa qual è la cosa peggiore? La cosa peggiore è che conosco già il destino che mi spetta, dopo essere stata colpita negli interessi materiali e affettivi arriverà la morte… indegna inesorabile! […] Lei oggi, signor presidente, può cambiare il corso della storia, se vuole può aiutare chi, non si sa bene perché, o come, riesce ancora a credere che anche in questo paese vivere giustamente si può nonostante tutto!”
Non succede niente. I giornali non pubblicano la lettera; o meglio, qualche giornale locale come il “Quotidiano della Calabria” la pubblica, ma solo quando Lea è diventata celebre, cioè dopo che l’hanno ammazzata e sciolta nell’acido. Sempre dopo la morte di Lea, dal Quirinale faranno sapere che a loro non è arrivata posta. Chissà, forse un disguido: certo che se Lea mandava una raccomandata a. r. era tutt’altra cosa. E arriviamo a Milano; è una serata del novembre 2009, cinque mesi dopo la lavatrice di Campobasso. Denise ha finito le scuole superiori, vorrebbe andare all’Università. Ci vogliono i soldi, Lea non ne ha. Prende appuntamento con Carlo Cosco per parlarne. Naturalmente la sconsigliano, ma lei all’appuntamento va lo stesso. E’ stanca, vuole farla finita? “and by a sleep, to say we end the heart-ache, and the thousand Natural shocks that Flesh is heir to? 'Tis a consummation devoutly to be wished”[2]. O nonostante tutto, non riesce a credere che il padre di sua figlia la voglia ammazzare sul serio e di persona? Non lo so, vedete voi. Fatto sta che fa un’ultima passeggiata insieme a sua figlia (per gli spiriti e gli stomaci forti, c’è anche il video in rete, ripreso dalle telecamere di sorveglianza stradale del Comune di Milano) e poi incontra Cosco, che la sequestra, la fa salire su un furgone che si è fatto prestare da un cinese, la porta in un’officina dell’hinterland milanese, insieme a certi amici suoi la tortura per sapere nei dettagli che cosa ha detto alla polizia, la uccide, la scioglie nell’acido, e quando i parenti chiedono che fine ha fatto casca dalle nuvole, ipotizza vacanze ai Caraibi.
Denise va a stare con il padre e i parenti in Calabria, perché deve convincerli che non è pericolosa, altrimenti c’è il rischio che ammazzino anche lei (segnalo en passant che tra i complici di papà nell’omicidio della mamma c’era anche un ragazzo calabrese di cui Denise si era innamorata, un suo fidanzatino).
A questo punto, comincia a succedere un sacco di roba. Succede che arrestano Cosco e i suoi complici, e li traducono in giudizio. Parte il processo, presieduto come dicevo dal dr. Filippo Grisolia. Testimone chiave dell’accusa, Denise Cosco. Succede che l’imputazione viene derubricata dal dr. Grisolia da omicidio di stampo mafioso a omicidio passionale: insomma, a quanto pare Cosco avrebbe ammazzato Lea perché ferito nei sentimenti e nell’onore dall’abbandono e dal tradimento della compagna di vita; se poi l’ha ammazzata in quel modo, dipenderà dalla cultura del suo ambiente (un po’ di multiculturalismo non guasta mai). Tra i vari benefici che comporta la derubricazione, c’è anche la possibilità di accedere al patrocinio gratuito. Cosco dichiara un reddito di 10.000 € circa, e dunque può nominare suo difensore il noto professionista milanese Avv. Daniele Sussman Steinberg, che presenterà la parcella al contribuente italiano. Succede che si insedia il Governo Monti, e che il dr. Grisolia ottiene la nomina a capo di gabinetto del Guardasigilli Paola Severino. Il dr. Grisolia abbandona immediatamente il processo Garofalo. Esercitando il loro diritto, i difensori esigono che siano escussi daccapo tutti i testi davanti al nuovo presidente della Corte, dr. Anna Introini. Alle polemiche, il dr. Grisolia risponde che non se lo aspettava, e che comunque il processo va avanti. Vero, però se non arriva a sentenza entro il luglio 2012, gli imputati escono per decorrenza dei termini di carcerazione preventiva. Due deputati PdL, A. Mantovano ed E. Crosetto, lanciano un appello alla “ben nota sensibilità” del Guardasigilli perché “disponga che la completa assunzione del nuovo incarico da parte del dott. Grisolia gli permetta di completare almeno il processo in questione” com’è d’altronde nella “prassi, raccomandata dal Csm e dall' Anm, che chi cambia funzione salva le pendenze più importanti, per evitare rischi (sussistenti nel caso specifico) di liberazione per decorrenza termini degli imputati, e comunque gravi disagi per i testimoni.” Non succede niente. Evidentemente, il dr. Grisolia non può fare il part time al Ministero. Però il Ministro Severino, dandoci conferma della sua “ben nota sensibilità,” a proposito di Denise Cosco dice che “sotto il profilo umano rimane il profondo disagio e la sincera vicinanza a una testimone che vedrà rinnovato il suo dolore”.
Sapute queste cose, per la primissima volta nella mia vita mi metto a scrivere lettere ai giornali, come un pensionato. Scrivo ai principali quotidiani di destra, sinistra, centro, opinione. Non succede niente, nessuno pubblica. Leggo che Massimo Gramellini, in una trasmissione TV, ha detto che in aula il dr. Grisolia s’era comportato “da vero papà” nei confronti di Denise, e gli scrivo illustrandogli la dissonanza cognitiva tra l’appellativo “vero papà” e le decisioni processuali del dr. Grisolia. Gramellini gentilmente mi risponde e mi dice che approfondirà la vicenda, che ne scriverà: poi però non scrive niente. Gli scrivo di nuovo e sono anche, fatto per me più unico che raro, abbastanza sgarbato, così che mi tocca riscrivergli e scusarmi. Poi scrivo a tutti i componenti la Commissione Giustizia della Camera dei Deputati, riassumendo la vicenda e invitandoli a chiedersi se era indispensabile che tra tutti i magistrati in servizio, proprio il dr. Grisolia venisse nominato capo di gabinetto del Guardasigilli, il tecnico Paola Severino. Non succede niente. Cerco anche di parlarne al filo diretto della rassegna stampa mattutina di Radio Tre. Non succede niente, non mi passano mai il giornalista. Poi qualche giorno fa succede qualcosa. Sempre a Radio Tre, alle dieci del mattino, la rubrica “Tutta la città ne parla” sceglie di trattare l’argomento del processo Garofalo. Una signora (non ricordo il nome, mi dispiace) che lavora in una associazione antimafia ha mandato una lettera al Ministro della Giustizia Paola Severino, lamentando che nel processo Garofalo si sia derubricata l’imputazione da omicidio di stampo mafioso a omicidio passionale, e protesta che non è successo niente: nessuno le ha risposto. Alla velocità della luce, mando un sms, naturalmente firmato con nome e cognome, al conduttore della trasmissione radiofonica, e gli condenso in una folgorante pillola com’è andata la faccenda. Il conduttore reagisce immediatamente. “Riceviamo un sms molto articolato sulla vicenda…” Io tripudio. Il conduttore continua: “Non possiamo leggerlo tutto” (sono dieci righe) “ma è importante quel che ci segnala, è cioè il ruolo di Denise Cosco, una giovane donna che coraggiosamente si ribella alla mafia.” E insieme alla signora dell’associazione antimafia e a una sociologa, prosegue per tutta la mezz’ora della trasmissione ad analizzare in chiave femminista-surrealista il nuovo ruolo delle donne sia nelle varie mafie, sia nelle varie antimafie istituzionali e non. Delle curiose scelte processuali e di carriera del dr. Grisolia, degli assassini che potrebbero uscire a luglio prossimo, di Denise che rischia la pelle, zero. Insomma, non succede niente.
Mi do dello scemo, e ricordando a me stesso i miei tanti sarcasmi sulla figura del cittadino scomodo, mi riprometto di lasciar perdere e non pensarci più. Passano alcuni giorni e mi torna in mente questa brutta faccenda. Allora scrivo questo pezzo per il blog dell’amico Carlo Gambescia, anche per celebrare la Festa della Donna, e in particolare di una donna coraggiosa e sfortunata. Mi sento un po’ meglio, non tanto ma un po’ meglio sì. Lui lo pubblicherà. Non succederà niente.
[1] "I ritardi della legge,/l’arroganza del burocrate". Dal celeberrimo monologo di Amleto, “To be or not to be”. Traduzione, un po’ libera, mia.
[2] “E con una dormita, dire che mettiamo fine/ al crepacuore e ai mille colpi che Natura/ lascia in eredità alla carne? E’ una soluzione/ che anche il devoto può desiderare” . Come sopra, mia traduzione dallo stesso monologo .
(*) Roberto Buffagni è un autore teatrale. Il suo ultimo lavoro, attualmente in tournée, è Sorelle d’Italia – Avanspettacolo fondamentalista, musiche di Alessandro Nidi, regia di Cristina Pezzoli, con Veronica Pivetti e Isa Danieli. Come si vede anche dal titolo di questo spettacolo, ha un po’ la fissa del Risorgimento, dell’Italia… insomma, dell’oggettistica vintage...
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8 commenti:
A voi che ne sapete di più, chiedo:
Ché fare?
(mi sento proprio come i cafoni di Fontamara)
Sergio
Ottima citazione, Sergio. Come Silone, sono per le riforme, le buone riforme.
Il post dell'amico Buffagni va letto correttamente. Roberto non è contro la magistratura o contro i media, ma critica un certo modo, eccetera, eccetera.
La critica è nel sistema, non contro il sistema. Quindi coloro che si schierano pro o contro "tutta" la magistratura sono fuori strada. Quanto al tipo di riforme da intraprendere (nel dettaglio), non spetta a me dirlo. Il "metapolitico", può indicarne la necessità, al politico tocca realizzarle. Non mi confonda perciò con un profeta o con un tuttologo, o peggio ancora con un capopopolo... ;-) La Rete è piena di questi personaggi. Purtroppo.
Buona giornata.
Carlo Gambescia
P.S.
Ho affrontato più volte il tema della magistatura, come qui ad esempio: http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/2011/02/magistratura-e-politica-una-guerra.html
Che fare, bella domanda. Premesso che quanto le ha appena replicato Carlo Gambescia mi pare sacrosanto, provo a dire due cosette anch'io. Il mio avvocato (civilista, per fortuna sinora del penalista non ho avuto bisogno) un giorno, nelle chiacchiere post colloquio di lavoro mi disse una cosa che mi è rimasta impressa: "Quando viene da me uno che ha ragione, mi metto le mani nei capelli". Perchè la lentezza paradossale, i costi stratosferici, la tortura della goccia cinese di una causa civile fanno sì che, come concludemmo insieme, "se per te la causa è decisiva, sei fottuto". E qua si parla solo di soldi. Quando si parla anche di sangue, pelle, figli, bidoni di acido cloridrico, etc., altro che mani nei capelli! E senza ipotizzare malafedi o addirittura complicità con gli assassini tra gli organi di polizia e la magistratura. Bastano e avanzano la sordità, l'indifferenza, l'incompetenza, la pigrizia, la complicazione delle procedure di routine, etc.: da quel che posso capire, nel caso di Lea Garofalo si è trattato proprio di questo, e niente più (!)
Poi c'è l'altro aspetto, quello politico. Le mafie sono forze politiche con le quali chiunque faccia politica deve fare i conti. Ogni tanto qualcuno, nelle istituzioni dello Stato, prova a trattarle come va trattato il nemico eversore in una guerra civile non dichiarata (le mafie sono molto più forti, pericolose e radicate dei terrorismi politici che conoscemmo negli anni Settanta/Ottanta). E' però più facile, e nel breve periodo più redditizio, trattarle come un concorrente che opera sul tuo stesso mercato, e che è troppo grosso per pensare di spazzarlo via: dunque lo si combatte, ma all'interno del tacito patto di mutuo riconoscimento e accettazione.
Risultato: la situazione che viviamo oggi, in cui la debolezza delle forze politiche rafforza le mafie, secondo le leggi della concorrenza.
Per come la vedo io, se lo Stato italiano volesse riaffermare la propria sovranità, il suo primo obiettivo strategico dovrebbe essere la battaglia contro le mafie. Ma lo vuole? A me non pare; anzi, anzi...tutti non vedono l'ora di liberarsene, di questa sovranità ingombrante, come se fosse un gatto morto...e la buttano nel giardino della UE, nel parco degli USA, nel chiostro del Vaticano...
Grazie mille per le risposte.
Per Carlo:
"non mi confonda perciò con un profeta o con un tuttologo, o peggio ancora con un capopopolo"
Per carità: la considero (però nel recente passato, sul blog. ci siamo dati del tu) una persona che per mestiere e (intuisco) per passione guarda con occhio allenato a quel che accade nel nostro mondo.
Per Roberto:
"tutti non vedono l'ora di liberarsene, di questa sovranità ingombrante"
Poco più di trent'anni fa ho consumato il mio primo cheeseburger a Milano, in Corso Buenos Aires.
Circa quindici anni fa ho assaggiato per la prima volta il kebab, a Parigi.
Nel luogo in cui vivevo all'epoca non non c'erano tracce di queste prelibatezze.
Attualmente, al bar. il cappuccino è quasi sempre preparato da un cinese: a questo proposito, ho letto con molto interesse il suo racconto sull'evoluzione di Prato:
http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/2012/02/ecco-unaltra-bella-storia-dellamico.html
Non è che Vito Corleone ha aperto una filiale anche in Cina?
Un caro saluto.
Sergio
A quanto mi risulta i cinesi, che hanno inventato tutto, hanno inventato anche la mafia, e davanti alle Triadi, Cosa Nostra si toglie la coppola,cede il passo, forse chiede anche l'autografo...
Girovagando in rete mi sono imbattuto in un articolo di Pier Paolo Pasolini, "Perché il processo", apparso sul Corriere della Sera del 28 settembre 1975: riporto un brano che si riferisce ai processi sull'eversione e le stragi, ma credo non sia estraneo alla terribile vicenda narrata nel post.
"Dunque, al centro e al fondo di tutto, c’é il problema della Magistratura e delle sue scelte politiche. Ma, mentre contro gli uomini politici, tutti noi, cari colleghi della «Stampa», abbiamo coraggio di parlare, perché in fondo gli uomini politici sono cinici, disponibili, pazienti, furbi, grandi incassatori, e conoscono un sia pur provinciale e grossolano fair play, a proposito dei Magistrati tutti stiamo zitti, civicamente e seriamente zitti. Perché? Ecco l’ultima atrocità da dire: perché abbiamo paura."
Sergio
A me viene in mente "Il Prefetto di ferro" di Pasquale Squitieri, dove a Cesare Mori fù affidato il compito di bonificare la Sicilia dalla cupola mafiosa; certo che se al Prefetto Mori furono dati poteri straordinari
sotto il fascismo, adesso con uno Stato così a sovranità limitata, penso sia impossibile raggiungere un qualche risultato apprezzabile; anzi penso proprio che per le Mafie si apriranno delle stagioni d'oro...
PS: complimenti per l'ottimo post
Per Sergio:
Concordo. La paura funziona (quasi) sempre. Funziona quando il giornalista si chiede se criticare un magistrato, e a maggior ragione funziona quando un magistrato si chiede se perseguire fino in fondo un mafioso.
Per Walter:
grazie mille per i complimenti. Purtroppo concordo con lei. Con l'indebolimento della politica e delle istituzioni, per le mafie si sono già aperte stagioni d'oro. Inoltre, l'aggravarsi e cronicizzarsi della disoccupazione al Sud sono una vera e propria campagna di propaganda e reclutamento per le mafie. Ci vorrebbero (ahimè, questi condizionali...) sia il bastone della repressione per far diminuire la paura, sia la carota del lavoro per far diminuire il consenso alle mafie. Temo invece che si continuerà, un po' tutti, a far finta di non vedere, per poi piangere lacrime di coccodrillo sui titoloni dei giornali...
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