venerdì, febbraio 17, 2012

Il moralismo giudiziario della Corte dei Conti e i rischi di una rivolta fiscale
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Della Corte dei Conti che esula dalle sue attribuzioni di pura revisione contabile, ci siamo già occupati qui (http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/2011/05/corte-dei-conti-banconcentrica.html ). Sbagliavamo? No. Anche ieri, infatti, il suo Presidente Luigi Giampaolino, in occasione dell’inaugurazione dell’Anno Giudiziario, piuttosto che strali contabili ha scagliato accuse sociologiche nel nome di un improprio moralismo, soprattutto in quella sede.
In realtà, il fatto nuovo degli ultimi venti anni (visto che in questi giorni si parla tanto di anniversari…), è il gigantesco stravolgimento politico della funzione giudiziaria. Il che ha implicato un passo indietro degli altri poteri dello Stato. O, se si preferisce, un triste andare a rimorchio, talvolta, perfino dei minuti capricci organizzativi ed economici della Magistratura.
A tutto ciò, ovviamente, non ha corrisposto, alcun miglioramento nella gestione quotidiana della giustizia: in venti anni la durata media dei processi è raddoppiata, e di tutti i processi: penali, civili e amministrativi. Una vergogna.
Quanto alla questione della corruzione e dell’evasione fiscale, impropriamente sollevata da Giampaolino, si fa finta di non sapere che la prima attecchisce in quella zona grigia pubblico- privato, ancora preponderante nell’economia italiana. Quindi, piaccia o meno, servirebbero vere privatizzazioni. Mentre l'evasione fiscale è collegata alla pressione fiscale, altissima nello Stivale. Come prova una valanga di studi empirici: il rapporto tra pressione ed evasione fiscale è direttamente proporzionale, più aumenta l’una più cresce l’altra. Pertanto, piaccia o meno, le tasse andrebbero abbassate.
Quel che è più pericoloso è che la gigantesca invasione di campo della Magistratura (inclusa quella Contabile), agisce come rinforzo alla nascita e sviluppo di uno Stato di Polizia Fiscale e Giudiziaria. Scelta molto pericolosa, ripetiamo, per la vita dello Stato stesso. E spieghiamo subito perché.
Come ricorda Bertrand de Jouvenel, in un bellissimo libro oggi dimenticato (Du Pouvoir), partendo da un' intrigante visione magico-religiosa del potere, « la disobbedienza voluta, dichiarata, ostentata alle leggi dello Stato, conserva un certo carattere di sfida agli dèi, costituisce d’altro lato un segno del loro vero potere. Fernando Cortes abbatté gli idoli dell’isola Columel affinché la sua impunità provasse agli indigeni che si trattava di falsi dèi , l’Hampden si rifiutò di pagare l’imposta - ship-money - istituita da Carlo I e la sua assoluzione fece sentire che le folgori celesti non erano più nelle mani dello Stuart. Si sfogli la storia delle rivoluzioni: si vedrà che la caduta di ogni regime fu preannunciata da una sfida impunita. Oggi come diecimila anni or sono, un potere che abbia perduto il suo prestigio magico non si regge più» (trad. it. Il Potere, Rizzoli, 1947, p. 80).
Perciò, in conclusione, più si tartassano i cittadini, più si rischia di incorrere nella sfida finale, cui accenna Bertrand de Jouvenel. Sfida decisiva , per dirla con Hobbes, dei sottomessi al Dio mortale, lo Stato. E che oggi ha un solo nome: rivolta fiscale.
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4 commenti:

Anonimo ha detto...

Con tutto il rispetto per la sua vastissima cultura scoiologica, ho il sospetto che non sia la pressione fiscale che determina l'evasione, ma l'evasione che determina la pressione: se le tasse le pagassimo tutti, forse sarebbero un tantino più basse, non crede.Con tutto il rispetto per le visioni "magico-religiose" del potere.

Antonio Cassato

di Carlo Gambescia ha detto...

Con tutto il rispetto per lei, anch'io ho un sospetto: che come al solito, si legga solo quello si vuole leggere e capire. Personalmente, temo la rivolta fiscale: per questo consiglio di non tirare troppo la corda. Tutto qui.
Sul rapporto tra pressione ed evasione fiscale la rinvio ai lavori della scuola della Public Choice e agli scritti di scienza della finanze di Luigi Einaudi (tra l'altro grande avversario del mito utilitarista-redistributivo dell'imposta perfetta calata dall'alto), nonché per il presente alle ricerche di Francesco Forte.

P.S.
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Giampaolo ha detto...

Salve,

mi permetto una notazione lessicale a favore del binomio pressione-evasione.

Le metafore in uso quando si parla di evasione, paradisi fiscali etc., sono di per loro significative dello staus quo. Più precisamente, se ci sono i paradisi fiscali è perché esistono gli inferni, paesi il cui rapporto tra pressione fiscale e servizi è imbarazzante.
Ancora, si evade da uno stato di prigionia, chi, se prigioniero, non evadrebbe, qualora gli fosse possibile? L'evasione dice della condizione di prigionia in cui si trova l'esercente letteralmente assediato da oneri a dir poco insostenibili, a fronte di servizi inesistenti.

Non è casuale l'affermarsi di questa terminologia e riflette una situazione che dir anomala è poco.

Cordialità

di Carlo Gambescia ha detto...

;-) Grazie Giampaolo.