martedì, gennaio 10, 2012

Ormai l'argomento tasse è diventato tabù. Chiunque in questo mogio gennaio provi ad avanzare timide critiche, viene subito liquidato come il peggiore dei “negazionisti” fiscali. A quando una bella Legge Mancino anche in materia?
Giunge perciò a proposito l’acuminato post dell’amico Teodoro Klitsche de la Grange(*). Il quale, senza peraltro cadere nella trappola di certo libertarismo alle vongole, ci aiuta a ristabilire la realtà delle cose… fiscali. Buona lettura. (C.G.)
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La "secchia bucata". Su tasse, evasori e dintorni...
di Teodoro Klitsche de la Grange
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In coincidenza e dopo la “suonata” del decreto “Salva-Italia” che ha aumentato le imposte a carico dei soliti noti (proprietari di immobili, automobilisti e così via) il Governo “tecnico” ha pensato bene di rilanciare una campagna pubblicitaria in TV in cui si indica un nuovo/vecchio nemico all’opinione pubblica: l’evasore fiscale, ribattezzato – per fare impressione – “parassita sociale” e accomunato così a tutti quegli organismi, non propriamente attraenti, che hanno la caratteristica di vivere alle spalle di un altro organismo “ospite”.
Il tutto stimola due riflessioni: una lessicale, l’altra politica.
Quanto alla prima: parassita (v. dizionario Treccani) in italiano definisce ogni animale o vegetale “il cui metabolismo dipende, per tutto o parte del ciclo vitale, da un altro organismo vivente, detto ospite, con il quale è associato più o meno intimamente , e sul quale ha effetti dannosi traendo alimento dall’ospite”. Ma se questa è la definizione non si attaglia granché all’evasore fiscale. Questi non trae alimento dal portafogli di qualcuno, ma si rifiuta di provvedere col proprio ai comandi impositivi dello Stato-apparato. Non è un parassita; caso mai gli si attaglia a “misura” la definizione di egoista, asociale. Si potrebbe sostenere (forzando il senso) che il di esso parassitismo consiste nel godere – più o meno a sbafo – degli splendidi servizi della Pubblica amministrazione italiana, invidiatici da tutto il mondo (sviluppato). Ma anche qua, a parte l’improprietà del linguaggio, non si sa quanto ma sicuramente tanto, proprio l’eccellenza di quei servizi contribuisce allo sviluppo della “parassitosi”; giacché nessuno è disponibile a pagare 100 per avere 1 (o magari 10 o 20). E tutti sono convinti, tranne gran parte della “classe dirigente” (governo in testa) che quei servizi ricambiano poco e male il prezzo (ossia le imposte) con cui li si paga.
E questo perché, diversamente, la maggior parte dei “governati” sono convinti che lo Stato-apparato (cioè il settore pubblico allargato) sia popolato e costituito in maggioranza da un tipo umano che, come la Natura di Leopardi “non rende poi quel che promette allor”. Attorno e dentro alla pubblica amministrazione (e connessi) c’è tutto un popolo di endoparassiti (analoghi a vermi, batteri) ovvero quelli che sono strutturati al suo interno: amministratori, funzionari, impiegati, che percepiscono indennità, retribuzioni, pensioni (ed altro) faticando poco per ottenerle, comunque assai meno dei loro omologhi nel settore privato; ed ectoparassiti (tipo zecche, pidocchi e pulci) che vivono all’esterno (non strutturati) come fornitori di beni e servizi al settore pubblico e la cui menda è inversa agli endoparassiti: quelli si fanno retribuire (non molto) per servizi di cattiva qualità; questi si fanno pagare tanto per servizi magari anche di buona qualità, ma comunque non proporzionati all’esborso relativo.
Ambo le categorie traggono la loro remunerazione dai nostri portafogli, tramite il fuggevole passaggio del contenuto in quello dello Stato: onde è loro più appropriata che all’evasore fiscale, la definizione di parassiti. E la convinzione che (in parte) l’apparato dello Stato è parassitario si ritrova in tanti pensatori (e non solo nei berluscones): da Max Weber il quale di solito, chi si occupa di politica vive anche in qualche misura di politica; a Pareto; a Giustino Fortunato secondo il quale il bilancio dello Stato è la lista civile del parassitismo sociale.
Quanto alla politica: la domanda ingenua che si presenta è: ma perché un governo di tecnici, così culturalmente attrezzati, insiste nel ricorso a tecniche di persuasione ed argomentazione trite e ritrite? Qua le risposte sono due.
Da un lato ogni classe di governo ha bisogno, scriveva Weber, di suscitare la fede (dei governati) nella propria legittimità. Dato che i tecnici non fruiscono né della “grazia di Dio” né della “volontà della nazione”, e non possono allegare gran risultati (anche per il breve tempo del loro incarico), non gli resta che cercare di sfruttare all’uopo gli idola tribus radicati, almeno in una parte minoritaria degli italiani, che crede alla strana teoria, logicamente sottesa, che chi fa pagare le tasse ai soliti noti lo fa per combattere l’evasione dei soliti ignoti. E' un contentino pagato alla sinistra, oltre che un’operazione di ricerca di consensi.
Dall’altro che, in politica, il nemico (Schmitt), il capro espiatorio (Girard) è una categoria insopprimibile: neppure il governo tecnico riesce a farne a meno, provando così di essere politico, o quanto meno che la funzione (politica) piega la (conclamata) natura tecnica dei governanti. Ma che lo sconquasso finanziario dell’area euro sia dovuto non a qualche grande speculatore (o forse a qualche Stato interessato), ma al barbiere dell’isolato accanto che non rilascia la ricevuta fiscale (anche se i barbieri sono tanti) è cosa più che dubbia, incredibile. Meglio sarebbe se il governo tecnico, cui bisogna dar atto che qualche problema ce lo sta risolvendo, cominciasse a riflettere (e ad agire) in base alla convinzione condivisa dalla maggioranza degli italiani: che le casse pubbliche sono una secchia con tanti buchi, dove più ci metti il liquido più se ne perde in mille rivoli. E finché non la ripari quello che ci versi è sprecato. Per cui il problema reale non è di aumentare il liquido, ma di turare quei buchi (almeno la maggior parte), perché una secchia perfetta non è di questo mondo.
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Teodoro Klitsche de la Grange
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(*) Avvocato, giurista, direttore del trimestrale di cultura politica "Behemoth" ( http://www.behemoth.it/ ). Tra i suoi libri: Lo specchio infranto (1998), Il salto di Rodi (1999), Il Doppio Stato (2001), L'apologia della cattiveria (2003), L'inferno dell'intellettuale (2007), Dove va lo Stato? (2009).


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6 commenti:

Anonimo ha detto...

... "che lo sconquasso finanziario dell’area euro sia dovuto non a qualche grande speculatore (o forse a qualche Stato interessato), ma al barbiere dell’isolato accanto che non rilascia la ricevuta fiscale (anche se i barbieri sono tanti) è cosa più che dubbia, incredibile".
Mi sembra eloquente anche il volto scelto per rappresentare il prototipo del "parassita sociale" nella pubblicità progresso.
Una faccia, una razza.

Saluti
Sergio

di Carlo Gambescia ha detto...

Grazie Sergio, anche a nome dell'amico de la Grange.

roberto buffagni ha detto...

Annotazione psicopolitica. Stamattina (mercoledì 11 gennaio), al rientro dalla mia consueta passeggiata di salute, accendo incautamente la radio. C'è la rassegna stampa di Radiotre. Apprendo con vivo stupore che l'ex presidente Carlo Azeglio Ciampi si è preso la briga, alla sua fantascientifica età, di indirizzare una lettera ai giovani italiani, nella quale li esorta a non buttarsi giù di morale: lo so, ragazzi, va male, il lavoro non c'è, ma voi continuate a lottare, etc., etc., con profluvio di virtù stoiche e via cianciando. E qui, di fronte alla faccia di tolla di questo ultranovantenne, certo, trasecolai: ma trasecolare non basta.
Questo tipino, questo incapace di tutto raccomandato e miracolato da tutte le massonerie e i vaticani e i powers that be del mondo industrializzato, che con i suoi amichetti Amato & C. negli anni novanta "difese la lira" mandandola a remengo e svalutandola del 30% per poi presiedere allo smantellamento e alla vendita a prezzi di saldo dell'ex IRI (= tre generazioni di lavoro del popolo italiano)beneficiandone soprattutto potenze straniere, e in subordine subpotentati locali (ah, le autostrade alla famiglia Benetton, che rivoluzione liberale! che stimolo alla concorrenza!)e distruggendo PER SEMPRE industrie, saperi e posti di lavoro italiani, si permette di fare la morale ai nostri figli! Di sbrodolare le sue bugiarderie in fintoplutarco, il Padre Nobile della Miseria e dell'Indecenza!
Insomma, per farla corta, la mia domanda è questa. Escludendo che si tratti di una menzogna pienamente cosciente e propagandistica da parte del malandrino, perchè intelligente non è stato mai e ormai ha quasi cent'anni, e dando dunque per scontato che in un certo senso Ciampi "ci creda", a quel che scrive, che diavolo di significato prende, per lui e in generale per il ceto di parassiti a cui appartiene, l'espressione "crederci"? In materia di schizofrenia e di contorsioni ipocrite, dopo la Compagnia di Gesù e il comunismo sovietico si pensava di aver visto tutto, e invece, to'! Mai dire mai! E' proprio inarrestabile, il progresso!

di Carlo Gambescia ha detto...

Grazie :-) Stai però attento, guai all'indignato di segno contrario...
A proposito, Roberto, che fine hanno fanno gli Indignati, quelli con la maiuscola?

roberto buffagni ha detto...

Non lo so come vanno a finire gli Indignati, caro Carlo, so molto poco anche di come sono cominciati. Devo ammettere che il titolo che si sono dati mi ha tutt'altro che invogliato a seguirne le vicende, perchè l'indignazione fu sempre un sentimento al quale mi sentii estraneo. M'inalbero anche troppo facilmente, l'insofferenza la conosco bene, qualche volta mi riesce anche l'odio vero e proprio, e in sintesi fonti degne di fede dicono che ho un carattere insopportabile, ma l'indignazione, con quel suo corredino di superiorità incravattata, non è nel mio giro d'amicizie. (Se il mio ti è parso uno sfogo di indignazione, mi preoccupa un po', vuol dire che cambio e non in meglio).
Quanto a questi Indignati, per quel pochissimo che so prima si disindignano meglio è. Per indignarsi, uno deve credere di avere dei diritti che qualcun altro ha ingiustamente violato, etc. Qui però la situazione, purtroppo, non mi pare consenta certi lussi. I diritti positivi uno ce li ha se ha la forza per farli valere, e ora come ora il diritto a un posto di lavoro decente per i giovani, per esempio, non c'è, perchè mancano le forze sufficienti a concretarlo. Dunque, chiedessero a me risponderei: prima capire quali forze ti impediscono di accedere a quel diritto, poi costruire una controforza con relative alleanze e prospettive (hai detto nulla!). Dell'indignazione, i powers that be se ne fanno uno stuzzichino aperitivo. Ciao.

di Carlo Gambescia ha detto...

Grazie Roberto. Nessuna ironia nei tuoi riguardi. Ci mancherebbe altro.
Abbraccio!