Rileggere Max Weber.
Oggi, al di fuori dei circoli accademici, si parla troppo di Zygmunt Bauman, il cosiddetto teorico della società liquida (un pugno di banalità in stile immaginoso), e poco del grande Max Weber (1864-1920), che invece il capitalismo lo studiò sul serio, intuendone le contraddizioni di fondo, con maggiore senso storico di Marx ( e ovviamente di Bauman…). Perciò riteniamo giusto riproporre, magari in pillole, il suo pensiero in argomento.
Piccola precisazione: di solito, anche in ambienti colti, quando durante una conversazione, si fa il nome di Max Weber qualcuno ricorda subito la tesi sulle origini puritane e calviniste del capitalismo moderno. Dopo di che però cala il silenzio, e si cambia argomento… In realtà l’opera weberiana è talmente vasta che non può essere ridotta alle analisi da lui dedicate alle origini del capitalismo. In realtà, Weber, analizzò il capitalismo in lungo e in largo, comparandolo ad altri sistemi economici. Con serietà da professore tedesco, e per giunta sociologo, Weber, studiando il capitalismo si occupò anche di storia universale, di sociologia economica e del lavoro ma anche di scienza, musica, nonché di teoria del potere e del diritto. Il suo era un sapere enciclopedico, ma accurato e profondo, che si nutriva di sterminate letture storiche. E di dosi massicce di superlavoro intellettuale, fino al punto che appena trentenne, rischiò di perdere il lume della ragione. Poi però si riprese, tornò ai suoi studi e anche alla politica, su posizioni di realismo democratico e liberale, soprattutto dopo la prima guerra mondiale. Morì all’improvviso, probabilmente vittima dell’epidemia di Febbre Spagnola, nel 1920 a cinquantasei anni.
Insomma, un vero gigante. Cerchiamo perciò di cogliere alcuni punti fondamentali del suo pensiero.
Un primo elemento di riflessione, come abbiano già accennato è rappresentato dalla larghezza degli interessi storici weberiani. Una ricchezza di vedute che permette al lettore di comprendere subito come l’economia capitalistica, sia storicamente solo uno dei numerosi sistemi economici. E come il capitalismo resti legato alla sua volontà di apertura “esterna”. Vista da Weber sia come conquista dei mercati, sia come espansione di una cultura economica di tipo individualistico e razionalistico. Il che spiega anche le ragioni del conflitto, sempre latente, tra capitalismo e culture di tipo comunitario e tradizionalistico.
Un secondo punto di riflessione, verte sulla frattura, ben individuata da Weber, tra sviluppo economico e razionalizzazione. Secondo il grande sociologo, lo sviluppo del capitalismo avrebbe condotto alla nascita di un’enorme gabbia di acciaio, dove in nome dei principi dell’utile e dell’organizzazione razionale del mondo, l’uomo moderno si sarebbe presto trovato rinchiuso, impercettibilmente, quasi per sua scelta: una gabbia, per alcuni dorata, per molti meno, ma destinata a rimanere tale per tutti…
Il problema della razionalizzazione, conduce al terzo elemento di riflessione, che riguarda strettamente il capitalismo. A parere di Weber la burocratizzazione, come forma sociale di razionalizzazione, rischiava, a sua volta, di uccidere l’innovazione, e di far prevalere all’interno del capitalismo economie parassitarie, fondate sulla rendita se non sulla speculazione pura e semplice. Secondo Weber “ciò che in definitiva” aveva “creato il capitalismo”, come “la razionalizzazione della condotta di vita”, se sospinto oltre un certo limite, si sarebbe tradotto nel suo contrario, riducendo la vita dell’uomo medio a quella di un essere dedito irrazionalmente a consumare per lavorare e viceversa.
Weber aveva capito tutto. Di qui la sua grande attualità. Soprattutto laddove parla di “capitalismo politico”: un capitalismo, se ci si passa la battuta, abituatosi nel tempo a “socializzare” le perdite, appoggiandosi allo stato durante il bisogno, e “privatizzare”i profitti, una volta superate le crisi. Rifiutandosi così di reinvestire nell’innovazione e nel sociale, come oggi accade, e non solo in Italia.
Weber immaginava il capitalismo politico del futuro come il naturale sbocco politico autoritario della “gabbia d’acciaio” di cui sopra. Un capitalismo nemico delle vere libertà di mercato, pronto addirittura a trasformarsi in pericoloso socialismo di stato.
Tuttavia la domanda a cui Weber non ha potuto rispondere per evidenti ragioni cronologiche, è quella sull’ esistenza di una terza via tra capitalismo di mercato, spesso selvaggio e capitalismo politico, dai tratti burocratici, se non socialisti in senso deteriore.
Crediamo, infatti, che tuttora la vera sfida sia quella di conciliare, fin dove possibile, libertà economiche e politiche. Ad esempio, fin dove è accettabile dal punto di vista politico quella che Weber, a proposito del capitalismo, chiamava “organizzazione razionale del lavoro salariato formalmente libero”? Fondata sull’esistenza di lavoratori che si offrono “dal punto di vista formale, liberamente, di fatto, costretti dal pungolo della fame”? Si pensi solo alla crescente diffusione del lavoro precario e alla necessità di tutelarlo, affinché un lavoratore “formalmente libero”, non sia costretto ad accettarlo a ogni costo, perché “pungolato”, magari non proprio dalla “fame” weberiana, ma da un’umiliante, anche se temporanea, disoccupazione.
Pertanto, una “certa” organizzazione razionale del lavoro, basata sulla precarietà, non può essere il punto di partenza, o, peggio ancora, di ritorno allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Di qui -ecco il senso della lezione weberiana - la necessità di un “capitalismo politico”, ma non nel senso di un’economia capitalistica (il capitalismo selvaggio) o anticapitalistica (il collettivismo comunista), che sfrutti la politica, mettendola al servizio di interessi particolari o di pericolose utopie. Ma di una politica in grado di ricondurre l’economia capitalistica nel suo alveo naturale che è quello della produzione di beni e servizi utili alla collettività. E non di permettere che pochi privilegiati fruiscano in misura crescente di rendite parassitarie o speculative.
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Weber in libreria
L’etica protestante e lo spirito del capitalismo ( Bur, 2009), per capire il nesso individualismo-capitalismo; Storia economica. Linee di una storia universale dell'economia e della società (Donzelli, 2007), importante ricostruzione storico-sociologica; La scienza come professione-La politica come professione (Mondadori, 2008), piccola “Bibbia” per politici e intellettuali; Il metodo delle scienze storico-sociali (Einaudi, 2003), per comprendere la differenza tra scienza e propaganda; Parlamento e governo. Per la critica politica della burocrazia e del sistema dei partiti (Laterza, 2002), attualissimo; Sociologia della religione (Edizioni di Comunità, 2002) ed Economia e società, Edizioni di Comunità, 1999), due testi, certamente impegnativi, ma utilissimi per scoprire e apprezzare i profondi legami, individuati da Weber, tra religione, sistemi economici (capitalismo compreso) e comportamenti collettivi; Scritti politici (Seam,2008), un buon antidoto al pettegolo e incolto giornalismo politico di oggi. Infine, resta di grande utilità, per comprendere il complesso mondo interiore e culturale di Weber, la suggestiva sintesi scritta dalla moglie, Marianne Weber, Max Weber. Una biografia (il Mulino, 1995).
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6 commenti:
Caro Carlo,
Per dirla con Stravinskij: "Torniamo all'antico e sarà un progresso!".
Ciao da Marcello Teofilatto
Grazie, :-) Abbraccio!
Bellissimo questo pezzo su Weber. Peccato che la gente ricordi di Weber solo la sua tesi sulla genesi del capitalismo..
Grazie. Ma a chi devo il complimento? ;.)
Salve, mi chiamo Serena. Lavorando alla mia tesi magistrale, mi sono imbattuta sul sito Arianna editrice, ho letto il suo pezzo su Storia Economica di Weber e ho dato un'occhiata al suo sito.
un saluto,
Serena
Grazie.
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