mercoledì, novembre 16, 2011

Chi dice popolo…
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Secondo Vico, «la natura de’ popoli prima è cruda, dipoi severa, quindi benigna, appresso dilicata, finalmente dissoluta» (Scienza nuova). Insomma, il popolo era « uno istrumento», instabile e pericoloso da maneggiare. E oggi? Dopo alcuni secoli di democrazia, le cose sono cambiate? No. Infatti, nelle democrazie liberali e parlamentari si continua a diffidare: il populista - colui che inneggia al popolo - continua a non essere ben visto. In genere, si scorge nel populismo il tentativo di trovare facili consensi tra classi considerate poco evolute (per usare un eufemismo): roba da “arruffapopoli” per aspiranti dittatori. E qui Aristotele, Tocqueville e pure Vico (per non parlare di Angelo Panebianco), si darebbero soddisfatti la mano…
Per ragioni di spazio (ma anche per non annoiare il lettore) tralasciamo ogni discussione sul populismo russo e americano di fine Ottocento. Ci limitiamo però a ricordare che questi movimenti, pur seguendo percorsi differenti, rappresentarono un tentativo di coinvolgere il popolo, visto come punto di riferimento alto, o etico, nella lotta culturale e politica.
Il populismo, insomma, pone al centro il popolo, quale fonte ideologica di ogni potere democratico. I suoi critici, invece, ritengono che l’appello al popolo sia puramente strumentale e basato sul ricorso ai suoi peggiori “istinti animali”.
Va però ricordato, che tutti i movimenti politici moderni, nella fase di “stato nascente” (prima di “acchiappare” il potere) si sono sempre appellati alla sovranità popolare, persino quelli liberali (si pensi alle rivoluzioni ottocentesche per le Costituzioni). Dopo di che, nella fase post-rivoluzionaria (una volta catturata la “poltrona”) , il ricorso diretto al popolo è caduto, in favore di forme istituzionali di tipo parlamentare.
Del resto, nella politica moderna, sprovvista di altre forme di legittimazione, l’appello al popolo è un dato sociologico costante, che vale per tutti. Perciò, l’accusa di populismo è certamente strumentale, ma “a doppio senso di marcia”. Perché, per un verso, riguarda il tentativo delle forze al potere (istituzionali) di tutelarsi, screditando, a priori, ogni opposizione movimentista (allo stato nascente, appunto), definendola nemica della democrazia rappresentativa. Per l’altro però, il movimentista, pur di conquistare il potere, attacca strumentalmente le istituzioni esistenti, liquidandole a priori come nemiche di un popolo- parte-sana per eccellenza, che viene così “reinventato” per puri scopo politici.
Non facciamo nomi. Saranno il lettori, a cimentarsi nelle verifiche storiche, magari leggendo e rileggendo, qualche discorso di Bossi, prima e dopo l’ingresso della Lega negli ultimi due governi Berlusconi…
Comunque sia, e per farla breve: sia le istituzioni che i movimenti populisti si ritengono depositari della sovranità popolare. Di qui quella feroce lotta, spesso sotterranea, che ha come obiettivo la conquista o la difesa della legittimità politica. Inoltre, i movimenti populisti tendono ad avere maggiore forza di penetrazione nella società rispetto ai movimenti sociali e politici della sinistra classica (socialdemocratica e rivoluzionaria), perché rifiutano l’internazionalismo e puntano sull’idea del popolo-nazione. Rifiuto tanto più efficace, in tempi dove la globalizzazione viene vissuta dal ceto medio (predominante nelle nostre società) come causa della propria disgregazione.
Qualche conclusione.
La forza di un movimento populista, come quella delle istituzioni che ne ostacolano la crescita, dipende dal grado di “scollamento” tra politica e società. Non è un problema ( o comunque non solo) di “questione morale”, come spesso si ritiene, ma di pura sopravvivenza della società (in termini materiali). Di riflesso, quanto più la soddisfazione dei bisogni sociali minimi (alimentazione, salute, sicurezza) diviene difficile tanto più la protesta dei movimenti populisti tende a rafforzarsi. Di qui la necessità per le istituzioni di introdurre per tempo miglioramenti e riforme, al fine di evitare che il conflitto sociale, capeggiato dai movimenti, possa trasformarsi in rivoluzione politica.
Attualmente, le istituzioni, un po’ ovunque, sembrano sorde a qualsiasi interventismo di tipo sociale. La globalizzazione e il mercatismo si sono sostituiti alle politiche nazionali di welfare, favorendo così la crescita dell’ incertezza e della precarietà sociale. In un contesto del genere, la protesta dei movimenti populisti rischia perciò di svilupparsi in modo sempre più aggressivo. Si pensi, ad esempio, alla possibile involuzione antidemocratica e violenta su scala mondiale, di un movimento come quello degli Indignados, nato in Spagna con ben altre finalità.
In realtà, resta però difficile prevedere l’evoluzione sociologica di un populismo vittorioso. In genere, come mostra la storia del Novecento, la critica alle istituzioni democratiche e liberali rischia sempre di sfociare in forme autoritarie, se non proprio totalitarie. Tuttavia non si può neppure escludere che il populismo contemporaneo possa essere cooptato sul piano istituzionale, dando così un suo contributo politico di rinnovamento, senza sfasciare tutto…
Si pensi, ad esempio, all’evoluzione, tutto sommato, governativa della Lega in Italia (anche se ora con il possibile arrivo di Monti...). Sono processi di cooptazione politica, che però richiedono, per così dire, grandi capacità di seduzione da parte delle élite al potere. Nonché, fattore non secondario, che la situazione sociale non peggiori troppo rapidamente. Ciò però dipende dal ritmo di introduzione delle politiche mercatiste: quanto è più veloce in entrata, tanto più il populismo tende a sviluppare, in uscita, processi involutivi di tipo autoritario, per dirla in sociologhese.
Un bel dilemma, insomma. Anche se non bisogna disperare, perché secondo Pareto, che se ne intendeva, i popoli, di regola, sono più conservatori di coloro che li governano.
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Il populismo in libreria
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Franco Venturi, Il populismo russo (Einaudi, 1952), un gioiello storiografico; Ludovico Incisa di Camerana, Fascismo, populismo, modernizzazione (Pellicani, 1999), altro classico; Guy Hermet, Atlante del populismo (Bollati Boringhieri. 2003), ineludibile messa a punto; John Lukacs, Democrazia e populismo (Longanesi, 2006), riflette, e bene, le critiche della destra liberale; Guido Caldiron, Populismo globale. Culture di destra oltre lo stato-nazione ( Manifestolibri, 2008), critica da sinistra; Flavio Chiappone, Il populismo come problematica della scienza politica. Un primo bilancio (Cormagni, 2008), analisi accademica, non priva di interesse; Piero Ignazi, La fattoria degli Italiani. I rischi della seduzione populista (Rizzoli, 2009), aggiornata introduzione alla crisi italiana; Confronting the Crisis: Writings of Paul Piccone, Edited and Introduced by Gary Ulmen (Telos Press, 2008), importante raccolta degli scritti di Paul Piccone, neo-populista statunitense, di origine italiana, scomparso nel 2004
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4 commenti:

Anonimo ha detto...

Caro Carlo,
Non hai citato il libro "L'Italia populista. Dal qualunquismo ai girotondi", di Marco Tarchi. L'hai dimenticato o non lo consideri valido?
Ciao da Marcello Teofilatto

di Carlo Gambescia ha detto...

Ma tu sei amico mio o del giaguaro? ;-) Quello di Ignazi è più aggiornato.
Ciao!

Anonimo ha detto...

Oddio, mi hanno definito in tanti modi, ma finora nessuno mi aveva dato dell'animalista :-). M.T.

di Carlo Gambescia ha detto...

:-))) Buona giornata!