Quando si dice «casta » ( se le parole hanno un senso...)
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I lettori avranno sicuramente notato che negli articoli, in particolare se legati alla politica italiana, non usiamo mai il termine «casta». Per quale ragione?
Perché si tratta di un vocabolo che rinvia ad altri contesti storici, ad esempio all’India dell’antica tradizione Indù: un mondo totalmente diverso da quello dell’ Italia Repubblicana, segnata dalle moderne eredità della Rivoluzione francese e del Risorgimento.
Dove vogliamo andare a parare? Semplice: spiegare perché Stella e Rizzo, i due giornalisti del Corriere della Sera cui è dovuta la fortuna italiana del termine, si sono ben guardati dal parlare di oligarchia in chiave politica e sociologica (dal greco, oligoi, “pochi”, più un derivato di arché, “comando”). Insomma, nel significato - più consono, almeno in Occidente - di un regime politico dove il potere viene esercitato da pochi a danno della maggioranza.
Per contro, il termine «casta » (dal latino castus, “puro”), rinvia concettualmente a una classe ristretta che per razza e/o religione, come nell’India tradizionale, forma un gruppo sociale chiuso con uffici e privilegi particolari.
Si dirà, sfumature filologiche… E invece no. Perché - ecco la “furbata” - “lanciare” il mantra «casta» nell’ Italia di oggi, significa puntare su un valore esotico dal forte impatto emotivo. Georges Sorel, che se ne intendeva, parlava di idee-forza, ossia della capacità dell’idea-simbolo, se opportunamente evocata, di spingere le persone all’azione senza andare troppo per il sottile. Cosa vogliamo dire? Che, nell’anno di grazia 2011, il membro di una «casta» , nel “civile Occidente” viene automaticamente considerato un razzista. E, come è noto, in una società democratica, il razzista, o presunto tale, non ha voce in capitolo. Quindi, per tornare alle questioni italiane, il politico nostrano, solo perché membro di una « casta», reinventata da due giornalisti, quella dei politici di Montecitorio, viene presuntivamente bollato come una specie di razzista della politica, da eliminare alla prima occasione, magari dandolo in pasto alla folla.
E qui si apre un’altra questione. Il ricorso, ormai apparentemente inarrestabile, al termine «casta », può avere una pesante ricaduta su quel poco di democrazia che ancora esiste in Italia. Infatti, imporsi di sondare a ogni costo i pericolosi fondali dell’immaginario collettivo italiano, rischia di provocare il risveglio di qualche gigantesco mostro marino... Ad esempio, quello dell’odio popolare per le classi dirigenti, giudicate come corrotte e inette solo perché dirigenti. Parliamo delle arcinote ondate ribellistiche che hanno distinto (e distinguono) la storia dell’Italia moderna, da Masaniello a Beppe Grillo.
Naturalmente, prendere atto del pericolo non implica alcuna rinuncia al sacrosanto diritto di criticare le non poche “oligarchie” economiche e politiche esistenti. Il nostro è un semplice invito a non scherzare troppo con il fuoco della demagogia politica.
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Copyright © Linea 2011 - all rights reserved. Tutti i diritti sono riservati. Per richiedere la riproduzione del post scrivere all'indirizzo e-mail: carlogambescia@yahoo.it
Perché si tratta di un vocabolo che rinvia ad altri contesti storici, ad esempio all’India dell’antica tradizione Indù: un mondo totalmente diverso da quello dell’ Italia Repubblicana, segnata dalle moderne eredità della Rivoluzione francese e del Risorgimento.
Dove vogliamo andare a parare? Semplice: spiegare perché Stella e Rizzo, i due giornalisti del Corriere della Sera cui è dovuta la fortuna italiana del termine, si sono ben guardati dal parlare di oligarchia in chiave politica e sociologica (dal greco, oligoi, “pochi”, più un derivato di arché, “comando”). Insomma, nel significato - più consono, almeno in Occidente - di un regime politico dove il potere viene esercitato da pochi a danno della maggioranza.
Per contro, il termine «casta » (dal latino castus, “puro”), rinvia concettualmente a una classe ristretta che per razza e/o religione, come nell’India tradizionale, forma un gruppo sociale chiuso con uffici e privilegi particolari.
Si dirà, sfumature filologiche… E invece no. Perché - ecco la “furbata” - “lanciare” il mantra «casta» nell’ Italia di oggi, significa puntare su un valore esotico dal forte impatto emotivo. Georges Sorel, che se ne intendeva, parlava di idee-forza, ossia della capacità dell’idea-simbolo, se opportunamente evocata, di spingere le persone all’azione senza andare troppo per il sottile. Cosa vogliamo dire? Che, nell’anno di grazia 2011, il membro di una «casta» , nel “civile Occidente” viene automaticamente considerato un razzista. E, come è noto, in una società democratica, il razzista, o presunto tale, non ha voce in capitolo. Quindi, per tornare alle questioni italiane, il politico nostrano, solo perché membro di una « casta», reinventata da due giornalisti, quella dei politici di Montecitorio, viene presuntivamente bollato come una specie di razzista della politica, da eliminare alla prima occasione, magari dandolo in pasto alla folla.
E qui si apre un’altra questione. Il ricorso, ormai apparentemente inarrestabile, al termine «casta », può avere una pesante ricaduta su quel poco di democrazia che ancora esiste in Italia. Infatti, imporsi di sondare a ogni costo i pericolosi fondali dell’immaginario collettivo italiano, rischia di provocare il risveglio di qualche gigantesco mostro marino... Ad esempio, quello dell’odio popolare per le classi dirigenti, giudicate come corrotte e inette solo perché dirigenti. Parliamo delle arcinote ondate ribellistiche che hanno distinto (e distinguono) la storia dell’Italia moderna, da Masaniello a Beppe Grillo.
Naturalmente, prendere atto del pericolo non implica alcuna rinuncia al sacrosanto diritto di criticare le non poche “oligarchie” economiche e politiche esistenti. Il nostro è un semplice invito a non scherzare troppo con il fuoco della demagogia politica.
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2 commenti:
Alla lettera, come tu giustamente fai notare, i ceti sociali cui si riferisce Stella non costituiscono una casta. Ci vedo però alcuni elementi che li avvicina ad essa: i rilevanti privilegi di cui godono e soprattutto la scarsa mobilità sociale. L'Occidente andava fiero della figura del self-made man, ma negli ultimi decenni la società tende ad essere più ingessata. Certi lavori, ed i relativi status sociali, oggi si ereditano; ne sono un esempio significativo i figli di Bossi e Berlusconi, ma anche di tutti gli imprenditori ed i liberi professionisti, che sistematicamente sbarrano la strada agli "altri" per spianarla invece ai propri eredi o ai figli degli "amici". A prescindere dai meriti personali.
Un caro saluto e la consueta stima.
Cataldo Marino
Grazie Cataldo dell'interessante commento, come dire, integrativo :-) . Che condivido.
Ricambio saluto e stima.
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