venerdì, luglio 01, 2011

Storie di ordinaria violenza
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« Stav’ a passa’ j’ho dato solo du’ pugni e me ne so’ ‘annato via. E che sarà mai...». Ecco la giustificazione di uno dei due ventenni coinvolti a Roma nell’aggressione notturna a colpi di casco ai danni di un altro giovane, rimasto gravemente ferito. E per quale motivo? Punirlo per gli schiamazzi all’ uscita da un locale, dove si era esibito, con altri amici, in un concerto dal vivo.
Che dire? Lo stupore manifestato dal giovane, ricorda quello di un altro “violento normale”: il ragazzo romano che uccise, con un pugno, ripreso dalle telecamere della metropolitana, una giovane infermiera rumena, allontanandosi tranquillamente come se nulla fosse…
Facile moralismo? Le aggressioni, stando alle statistiche, dilagano non solo a Roma ma in tutte le principali città italiane. E riguardano, in particolare, gli under venticinque, tra l’altro quasi due aggressioni su tre, sono imputabili a cittadini italiani. Quindi il fatto, sociologicamente, non può essere addossato, come al solito, all’immigrazione clandestina o meno.
Che fare, al di là della pura repressione del reato? Le campagne contro il bullismo a scuola sono importanti sotto il profilo educativo. Tuttavia, nelle fasce di età tra i diciotto e i venticinque anni, pesano anche disoccupazione e flessibilità. Un lavoro stabile accresce l’ auto-rispetto e il senso di responsabilità sociale. Certo, poi ciascuno si esprime secondo la cultura ricevuta. E qui un ruolo negativo è giocato da quel culto della violenza, come mezzo più rapido per ottenere giustizia, ormai celebrato in chiave multimediale. Non vogliamo, ovviamente sostenere la facile tesi che il giovane, subito dopo la visione di un film violento, esca di casa pronto a uccidere… Tuttavia, non aiuta sicuramente la gratuità di certa violenza, un tempo solo televisiva e cinematografica, oggi invece alla portata di tutti grazie a YouTube. Si pensi a quei giovani e giovanissimi, capaci di spendere l’intera giornata davanti a un Pc ingurgitando messaggi, socialmente pericolosi, contenuti in prodotti (dal film al videogioco), spesso segnati dal totale disprezzo per la vita umana. Il rischio, come mostrano le cronache, è di finire per confondere la violenza reale con quella virtuale. Il clic sulla tastiera con quello di un grilletto.
Purtroppo, resta una questione, non nuova, che tuttavia molti sembrano tuttora ignorare: quella della crescente insofferenza verso gli altri. Si tratta di una condizione che innerva le moderne società di massa. Dove l’individuo, per riflesso, è portato a distinguersi dall’altro, anche ricorrendo all’uso della violenza, vista come mezzo di normale realizzazione dei propri, si far per dire, “valori”.
E così, una notte, con un bel colpo di casco ci si libera di un ragazzo che in qualche misura ci infastidisce. In fondo, che sarà mai…
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11 commenti:

Giacomo Gabellini ha detto...

Di fronte a queste vicende non so proprio come pormi Carlo... La mia totale incomprensione mi spinge a prestare orecchio alle parole di quanti ritengo abbiano più frecce al proprio arco rispetto a me in riferimento a tale argomento, e di sospendere il giudizio. Ma l'amarezza c'è, incancellabile... Ciao Carlo, abbraccio.

Anonimo ha detto...

Quando leggo notizie come queste, Carlo, riesco solo a pensare che l'uomo è una bestia e che non migliorerà mai. Anni e anni di scolarizzazione non ci hanno migliorati. Poi mi accorgo che non si va lontano, ragionando così.
Come scrivi tu, è qualcosa che va ben al di là della nostra natura. Non possiamo ridurre il fenomeno e la degenerazione allo sviluppo dei media, però è vero che la mancanza di socializzazione ci rende peggiori. Distrugge la nostra curiosità, insofferenti a tutto. Robert Bly ha scritto cose molto interessanti su questa deriva, al di là della discutibilità del personaggio.
Ciao!
Claudio Ughetto.

di Carlo Gambescia ha detto...

Eh sì, è dura. Grazie dei commenti, carissimi.
Un abbraccio.

IL RAGAZZACCIO ha detto...

ciao Carlo, in questi casi forse le leggi italiane permettono a questi delinquenti di commettere reati e soprattutto rimanere impuniti ahimè :-(
che tristezza
un saluto
Beppe

di Carlo Gambescia ha detto...

Bentornato al commento carissimo Beppe. Un abbraccio!

epigrammiefacezie ha detto...

Sarò molto sincero: non avevo letto quella frase del ragazzo incriminato, e adesso, leggendola qui, lì per lì mi è venuto da ridere.
Nel senso che il giovanotto in questo modo non fa che aggravare la sua posizione... che sarà mai? Sarà omicidio preterintenzionale, scimunito, con l'aggravante dei futili motivi, rischi almeno quindici anni!

di Carlo Gambescia ha detto...

Anche a me... Però.

Cataldo Marino ha detto...

La società è diventata eccessivamente competitiva. I modelli culturali diffusi dai media riflettono questa tendenza, con tutte le sue implicazioni, e la amplificano.
Di fronte a questo, come tu dici, la scuola purtroppo è condannata a giocare un ruolo marginale.
Un caro saluto
Cataldo

di Carlo Gambescia ha detto...

Giusto. Grazie del commento Cataldo.
Ricambio il caro saluto.

Michele Antonelli ha detto...

Scusa il ritardo ma, causa la mia pessima connessione, due precedenti tentativi d'inserire questo commento sono falliti:

"Caro Carlo,

forse ti sembrerà scontato, ma vorrei menzionare un altro paio di fattori che concorrono a questa escalation di violenza:
1) il relativismo etico, che ci impedisce di classificare debitamente un comportamento che in una società sana sarebbe disonorevole e causa di esclusione;
2) La perdita di coesione sociale, che impedisce la spontanea coalizione contro il prepotente.

Fino a qualche tempo fa, dalle mie parti, l'autore di una violenza gratuita doveva fare una certa attenzione, perché le persone ne comprendevano la dannosità sociale ed erano abituate a difendersi. Ora, invece, quasi tutti sono fieri dell'amicizia del prepotente, del seduttore, dello sfruttatore...
E le conseguenze sono visibili: scompariamo!

Cari saluti.

Michele"

roberto buffagni ha detto...

Caro Carlo, già che ci siamo, mettiamoci anche l'esercito di leva che non c'è più.
La voglia di menare le mani, a quell'età, è normale che ci sia (mi preoccuperei del contrario). L'obiettivo sarebbe disciplinarla, e una volta, l'esercito (anche se non tutto) insegnava anche quello.
Per esempio, quando noi allievi ufficiali di complemento (classe 27 a. C.) uscivamo dalle mani del sergente magg. Vianello, istruttore di combattimento senz'armi, una cosa l'avevamo imparata di sicuro: come è facile farsi ammazzare di botte. Ogni esempio tecnico finiva con te sdraiato per terra, e il piedone calzato di anfibio del sergente - un frillino di sessantacinque chili - che ti calava tuonando a un pelo dall'orecchio: "Zac, sei morto, ciccio..." mormorava, maligno...