Spesso intorno al fascismo, nell'ambito della ricerca accademica (per non parlare della Rete...), si chiacchiera a vuoto: fu una rivoluzione, non fu una rivoluzione, fu una rivoluzione a metà, e così via, diminuendo o aumentando secondo convenienza politica il dosaggio degli "ingredienti" ideologici. Il post dell'amico Teodoro Klitsche de la Grange (*) pone invece dei paletti teorici molto precisi, partendo da Tocqueville, per il quale, come è noto, la Rivoluzione Francese completò l'opera accentratrice dei re borbonici... Ergo...
Buona lettura. (C. G.)
Rivoluzione fascista? Non basta la parola...
di Teodoro Klitsche de la Grange
.Quando avviene un cambiamento di regime politico (“costituzionale” in senso radicale) di solito l’attenzione, anche degli “addetti ai lavori” è rivolta assai di più agli elementi di novità/innovazione del nuovo che a quelli di continuità del vecchio. Tuttavia anche nel caso di mutamenti “epocali” come la Rivoluzione francese, questi ultimi non mancano mai. E anzi spesso sono prevalenti: è stato il caso di quel classico del pensiero politico che è L’ancien régime et la revolution in cui la tesi di fondo di Tocqueville è che la rivoluzione non aveva fatto altro che realizzare in pochi anni ed al prezzo di centinaia di migliaia di morti, quello che la monarchia borbonica avrebbe realizzato con qualche decennio in più (e tanti morti in meno). Aveva cioè accelerato i cambiamenti ma senza mutarne – sostanzialmente – la direzione.
Analoga è la tesi centrale sostenuta da Sabino Cassese, insigne studioso di diritto pubblico e amministrativo, in suo recente e interessante lavoro, (Lo Stato fascista, Il Mulino); tesi originale perché come il regime fascista esaltava il carattere innovativo e “rivoluzionario” a scapito degli aspetti di continuità col regime liberale precedente, così la classe dirigente repubblicana (e spesso anche la dottrina giuridica), ha sottolineato la diversità, la cesura del nuovo rispetto al precedente ordinamento, oscurandone gli elementi di continuità.
Cassese invece evidenzia quest’ultimi e ben a ragione perché, malgrado la contraria opinione, è un fatto che tre (su quattro) dei codici fondamentali sono ancora quelli fatti (forse) da Rocco e da Grandi; che la continuità è data anche da quella istituzionale (molti enti pubblici sono nati durante e per volontà del fascismo e sono tuttora esistenti) e personale (la burocrazia, epurata solo in minima parte). Peraltro vi sono delle costanti, come ad esempio la dialettica Stato/società civile; unità (pubblica), pluralità (privata), che apparentemente negate erano soltanto dislocate. Così “a mano a mano che concentrava nello Stato-governo il potere (e a mano a mano che quest’ultimo invadeva la società civile, quasi assorbendola dentro di sé), il regime si pluralizzava. Si considerino tre fenomeni. Il primo, quello della riproduzione nell’ambito delle corporazioni dei conflitti allora denominati di classe (lavoratori-datori di lavoro). Secondo i corporativisti più intelligenti, lo Stato fascista non annullava la conflittualità sociale in una generica solidarietà. La trasportava all’interno dello Stato, tenendola sotto controllo”. Ovvero lo “sdoppiamento, con l’istituzione di organi speciali: accanto allo Stato appare il parastato; accanto alla polizia, la Milizia volontaria per la sicurezza nazionale e il Servizio speciale di investigazione politica” e così l’entificazione (l’amministrazione per enti) “in alcuni di essi sono concentrate funzioni prima statali; altri servono a dare rilievo pubblico a interessi di natura collettiva o privata”.
Ma cos’è lo Stato fascista? Sul punto l’attenzione si focalizza sul dibattito “antico” se quello fascista fosse uno Stato totalitario o meno.
La difficoltà della risposta al quesito è data da un lato dalla capacità dello Stato fascista “ 'di combinare una grande varietà di retaggi ideologici e di collegarsi alla dottrina sociale cattolica conservatrice'. Sfruttò tutti gli elementi di autoritatismo dello Stato esistente, introducendovi nuovi elementi, di tipo cesaristico e totalitario”; dall’altro avvenne un cambiamento/evoluzione della politica fascista durante il ventennio “Diventa quindi cruciale – come si è detto -, per rispondere alla domanda relativa al tipo di 'Stato fascista', stabilire a quale fase del fascismo si fa riferimento”. Infatti fino al 1930, scrive Cassese, prevalgono gli elementi di continuità con lo Stato liberale; mentre successivamente quelli dello Stato-provvidenza, di guisa che non pochi istituti della Costituzione italiana vigente si ricollegano alla prassi ed all’elaborazione dottrinaria del fascismo maturo. “Dunque il punto di separazione delle due fasi non proviene dall’interno, ma dall’esterno, non dipende dal fascismo, ma dalla grande crisi economica mondiale. Dunque, a rigore, non si potrebbe parlare di uno 'Stato fascista', perché, per denominarlo, bisognerebbe invece usare il plurale, riferendosi distintamente allo Stato della prima fase (1922 o 1925-1930) e allo Stato fascista della maturità (1930-1943)”. Quanto al metodo dell’analisi, in parte è storiografica, in parte di scienza politica e comparativa; e mentre la prima richiede “l’esame di fatti singoli, la seconda la ricostruzione di modelli”. L’autore sottolinea come per alcuni settori dello Stato l’azione del fascismo fu profonda, in particolare nel settore costituzionale: il Parlamento divenne monopartitico (con l’eccezione di pochi senatori non nominati durante i governi di Mussolini); il governo fu rafforzato e se ne aumentò la “presa” sulla pubblica amministrazione. Ma “in altri campi 'sensibili', quello della giustizia, quello dell’istruzione e quello delle professioni, l’azione del fascismo fu interstiziale".
Ritornando sulla natura totalitaria o meno del fascismo Cassese giudica che “lo Stato fascista presenta una varietà di elementi tra di loro contraddittori e tutti in contrasto con la presentazione che si fa correntemente dello Stato totalitario… Dunque, chi voglia comprendere quale tipo di Stato fosse lo Stato fascista deve esercitarsi nell’analisi delle capacità combinatorie proprie del fascismo”. E ne enumera (sette) paradossi (contraddizioni), i quali tutti ridimensionano la tesi che il fascismo sia stato totalitario (in contraddizione – è l’ottavo – tra quanto proclamato dal medesimo).
Per portare un ulteriore contributo si potrebbe mutuare una tesi di Ernst Nolte (contaminata con René Girard) e dall’altro, una concezione di Carl Schmitt. La prima che il nazi-fascismo è, in gran parte, una reazione (mimetica) all’instaurazione in Russia del totalitarismo comunista: reazione fin troppo chiara se si guardano i fini, mimetica se si osservano i mezzi. A fini opposti corrispondono mezzi simili o uguali, a cominciare dall’uso sistematico della violenza sia per la conquista che per la gestione del potere. Tuttavia il fascismo italiano si differenziò grandemente dagli altri due nei mezzi: fino al 1943 in Italia non ci fu un campo di concentramento, invece da anni (in U.R.S.S. da decenni) istituiti in Germania; e neppure le periodiche mattanze di oppositori e dissidenti (anche interni al partito unico al potere), dovute non solo al carattere italiano, ma anche alla pratica compromissoria seguita da Mussolini nella conquista del potere: per cui “reazione” fu ma non (o non del tutto) “mimetica”.
Quanto alla tesi di Schmitt: è quella dello Stato totale, tale non solo perché aspira a irreggimentare, controllare e mobilitare la società civile (il c.d. “Stato totale qualitativo”), ma anche – nella versione dello Stato totale quantitativo, (elaborata da Schmitt per Repubblica di Weimar) a controllare prevalentemente la vita economico-sociale attraverso un sistema pluralistico-policratico, fondandosi sull’identità di Stato e società. Il fascismo sarebbe, in coerenza a questa tipologia un tertium genus dello Stato totale: differendo dal primo perché limitantesi sia negli ambiti (dati i compromessi, con monarchia e Chiesa in primo luogo) sia nei mezzi. Dal secondo perché negante (da una parte) ogni pluralismo-policrazia, ma d’ altra parte riconducendolo nell’ambito istituzionale-statale e così controllandolo.
In definitiva, e tornando al punto da cui siamo partiti, tra i tanti modi di osservare un cambiamento di regime, se ci si pone dall’angolo visuale ideologico, si finisce per esaltarne le differenze e le novità, perché nessuna classe dirigente nuova ammette – et pour cause – di essere la continuazione delle vecchie élites. Se si osserva il tutto con sensibilità giuridica e istituzionale, si arriva necessariamente a conclusioni diverse se non opposte, perché sono evidenziati gli elementi di continuità.
Dal secondo dopoguerra ad oggi, riguardo al fascismo – e allo Stato fascista – ha prevalso largamente il primo punto d’osservazione: è merito di questo libro di avere tenuto in debito conto, non occultandolo, ma in una logica di equilibrio, il secondo.
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Analoga è la tesi centrale sostenuta da Sabino Cassese, insigne studioso di diritto pubblico e amministrativo, in suo recente e interessante lavoro, (Lo Stato fascista, Il Mulino); tesi originale perché come il regime fascista esaltava il carattere innovativo e “rivoluzionario” a scapito degli aspetti di continuità col regime liberale precedente, così la classe dirigente repubblicana (e spesso anche la dottrina giuridica), ha sottolineato la diversità, la cesura del nuovo rispetto al precedente ordinamento, oscurandone gli elementi di continuità.
Cassese invece evidenzia quest’ultimi e ben a ragione perché, malgrado la contraria opinione, è un fatto che tre (su quattro) dei codici fondamentali sono ancora quelli fatti (forse) da Rocco e da Grandi; che la continuità è data anche da quella istituzionale (molti enti pubblici sono nati durante e per volontà del fascismo e sono tuttora esistenti) e personale (la burocrazia, epurata solo in minima parte). Peraltro vi sono delle costanti, come ad esempio la dialettica Stato/società civile; unità (pubblica), pluralità (privata), che apparentemente negate erano soltanto dislocate. Così “a mano a mano che concentrava nello Stato-governo il potere (e a mano a mano che quest’ultimo invadeva la società civile, quasi assorbendola dentro di sé), il regime si pluralizzava. Si considerino tre fenomeni. Il primo, quello della riproduzione nell’ambito delle corporazioni dei conflitti allora denominati di classe (lavoratori-datori di lavoro). Secondo i corporativisti più intelligenti, lo Stato fascista non annullava la conflittualità sociale in una generica solidarietà. La trasportava all’interno dello Stato, tenendola sotto controllo”. Ovvero lo “sdoppiamento, con l’istituzione di organi speciali: accanto allo Stato appare il parastato; accanto alla polizia, la Milizia volontaria per la sicurezza nazionale e il Servizio speciale di investigazione politica” e così l’entificazione (l’amministrazione per enti) “in alcuni di essi sono concentrate funzioni prima statali; altri servono a dare rilievo pubblico a interessi di natura collettiva o privata”.
Ma cos’è lo Stato fascista? Sul punto l’attenzione si focalizza sul dibattito “antico” se quello fascista fosse uno Stato totalitario o meno.
La difficoltà della risposta al quesito è data da un lato dalla capacità dello Stato fascista “ 'di combinare una grande varietà di retaggi ideologici e di collegarsi alla dottrina sociale cattolica conservatrice'. Sfruttò tutti gli elementi di autoritatismo dello Stato esistente, introducendovi nuovi elementi, di tipo cesaristico e totalitario”; dall’altro avvenne un cambiamento/evoluzione della politica fascista durante il ventennio “Diventa quindi cruciale – come si è detto -, per rispondere alla domanda relativa al tipo di 'Stato fascista', stabilire a quale fase del fascismo si fa riferimento”. Infatti fino al 1930, scrive Cassese, prevalgono gli elementi di continuità con lo Stato liberale; mentre successivamente quelli dello Stato-provvidenza, di guisa che non pochi istituti della Costituzione italiana vigente si ricollegano alla prassi ed all’elaborazione dottrinaria del fascismo maturo. “Dunque il punto di separazione delle due fasi non proviene dall’interno, ma dall’esterno, non dipende dal fascismo, ma dalla grande crisi economica mondiale. Dunque, a rigore, non si potrebbe parlare di uno 'Stato fascista', perché, per denominarlo, bisognerebbe invece usare il plurale, riferendosi distintamente allo Stato della prima fase (1922 o 1925-1930) e allo Stato fascista della maturità (1930-1943)”. Quanto al metodo dell’analisi, in parte è storiografica, in parte di scienza politica e comparativa; e mentre la prima richiede “l’esame di fatti singoli, la seconda la ricostruzione di modelli”. L’autore sottolinea come per alcuni settori dello Stato l’azione del fascismo fu profonda, in particolare nel settore costituzionale: il Parlamento divenne monopartitico (con l’eccezione di pochi senatori non nominati durante i governi di Mussolini); il governo fu rafforzato e se ne aumentò la “presa” sulla pubblica amministrazione. Ma “in altri campi 'sensibili', quello della giustizia, quello dell’istruzione e quello delle professioni, l’azione del fascismo fu interstiziale".
Ritornando sulla natura totalitaria o meno del fascismo Cassese giudica che “lo Stato fascista presenta una varietà di elementi tra di loro contraddittori e tutti in contrasto con la presentazione che si fa correntemente dello Stato totalitario… Dunque, chi voglia comprendere quale tipo di Stato fosse lo Stato fascista deve esercitarsi nell’analisi delle capacità combinatorie proprie del fascismo”. E ne enumera (sette) paradossi (contraddizioni), i quali tutti ridimensionano la tesi che il fascismo sia stato totalitario (in contraddizione – è l’ottavo – tra quanto proclamato dal medesimo).
Per portare un ulteriore contributo si potrebbe mutuare una tesi di Ernst Nolte (contaminata con René Girard) e dall’altro, una concezione di Carl Schmitt. La prima che il nazi-fascismo è, in gran parte, una reazione (mimetica) all’instaurazione in Russia del totalitarismo comunista: reazione fin troppo chiara se si guardano i fini, mimetica se si osservano i mezzi. A fini opposti corrispondono mezzi simili o uguali, a cominciare dall’uso sistematico della violenza sia per la conquista che per la gestione del potere. Tuttavia il fascismo italiano si differenziò grandemente dagli altri due nei mezzi: fino al 1943 in Italia non ci fu un campo di concentramento, invece da anni (in U.R.S.S. da decenni) istituiti in Germania; e neppure le periodiche mattanze di oppositori e dissidenti (anche interni al partito unico al potere), dovute non solo al carattere italiano, ma anche alla pratica compromissoria seguita da Mussolini nella conquista del potere: per cui “reazione” fu ma non (o non del tutto) “mimetica”.
Quanto alla tesi di Schmitt: è quella dello Stato totale, tale non solo perché aspira a irreggimentare, controllare e mobilitare la società civile (il c.d. “Stato totale qualitativo”), ma anche – nella versione dello Stato totale quantitativo, (elaborata da Schmitt per Repubblica di Weimar) a controllare prevalentemente la vita economico-sociale attraverso un sistema pluralistico-policratico, fondandosi sull’identità di Stato e società. Il fascismo sarebbe, in coerenza a questa tipologia un tertium genus dello Stato totale: differendo dal primo perché limitantesi sia negli ambiti (dati i compromessi, con monarchia e Chiesa in primo luogo) sia nei mezzi. Dal secondo perché negante (da una parte) ogni pluralismo-policrazia, ma d’ altra parte riconducendolo nell’ambito istituzionale-statale e così controllandolo.
In definitiva, e tornando al punto da cui siamo partiti, tra i tanti modi di osservare un cambiamento di regime, se ci si pone dall’angolo visuale ideologico, si finisce per esaltarne le differenze e le novità, perché nessuna classe dirigente nuova ammette – et pour cause – di essere la continuazione delle vecchie élites. Se si osserva il tutto con sensibilità giuridica e istituzionale, si arriva necessariamente a conclusioni diverse se non opposte, perché sono evidenziati gli elementi di continuità.
Dal secondo dopoguerra ad oggi, riguardo al fascismo – e allo Stato fascista – ha prevalso largamente il primo punto d’osservazione: è merito di questo libro di avere tenuto in debito conto, non occultandolo, ma in una logica di equilibrio, il secondo.
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Teodoro Klitsche de la Grange
.(*) Avvocato, giurista, direttore del trimestrale di cultura politica“Behemoth" (http://www.behemoth.it/ ). Tra i suoi libri: Lo specchio infranto (1998), Il salto di Rodi (1999), Il Doppio Stato (2001), L'apologia della cattiveria (2003), L'inferno dell'intellettuale (2007), Dove va lo Stato? (2009).
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2 commenti:
Tagliente come un rasoio questa sintetica ma densa riflessiono di Teodoro Klitsche. Proprio sabato mattina ho ordinato il suo libro "Il doppio stato", che dovrebbe esser assai interessante. Ciao Carlo, abbraccio.
Perfetto!
Abbraccio.
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