
Intellettuali. Istruzioni per l’uso
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La nuova alba che non c’è stata
Chi si ricorda di Francis Fukuyama? Per lui, come per altri osservatori-sognatori, dalle ceneri del comunismo sarebbe nato un mondo nuovo, finalmente libero da ogni devastante guerra e ideologia.
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La nuova alba che non c’è stata
Chi si ricorda di Francis Fukuyama? Per lui, come per altri osservatori-sognatori, dalle ceneri del comunismo sarebbe nato un mondo nuovo, finalmente libero da ogni devastante guerra e ideologia.
Il che però non è accaduto sul piano politico-militare. Quanto a quello culturale si continua a scomunicare e imporre veti, probabilmente più di prima. Ad esempio, la polemica giornalistica, che ogni tanto si riaccende, anche in Italia, sulla destra che cerca di appropriarsi di autori di sinistra, e viceversa, mostra come in fondo nulla sia cambiato. E soprattutto rivela le origini giacobine di certo modo, ancora oggi diffuso, di intendere la cultura e gli intellettuali. Al quale spesso non si sottrae neppure la destra. Anzi...
Ma ci spieghiamo meglio.
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Tagliatori di teste
L’intellettuale moderno, come intellettuale militante e di parte, nasce con la Rivoluzione francese, o meglio giacobina. Che cancella il chierico e il dotto della tradizione universalistica di tipo platonico, cristiano e umanistico-rinascimentale. Nel 1789, e in particolare con la rivoluzione robespierrista del 1793, nasce l’intellettuale totalitario, che vuole trasformare la realtà in toto, “tagliando le teste”. Di qui la necessità, per i suoi possibili interlocutori, di schierarsi pro o contro, e perciò dividere il mondo in buoni e cattivi.
E nel preciso momento in cui Robespierre designa il nemico, in chiunque provi a opporsi alla “Marcia della Dea Ragione”, piaccia o meno, cessa di esistere l’universalismo, come condivisione e attribuzione di universalità a valori come il bello, il vero, il buono e il giusto.
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L’intellettuale moderno, come intellettuale militante e di parte, nasce con la Rivoluzione francese, o meglio giacobina. Che cancella il chierico e il dotto della tradizione universalistica di tipo platonico, cristiano e umanistico-rinascimentale. Nel 1789, e in particolare con la rivoluzione robespierrista del 1793, nasce l’intellettuale totalitario, che vuole trasformare la realtà in toto, “tagliando le teste”. Di qui la necessità, per i suoi possibili interlocutori, di schierarsi pro o contro, e perciò dividere il mondo in buoni e cattivi.
E nel preciso momento in cui Robespierre designa il nemico, in chiunque provi a opporsi alla “Marcia della Dea Ragione”, piaccia o meno, cessa di esistere l’universalismo, come condivisione e attribuzione di universalità a valori come il bello, il vero, il buono e il giusto.
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E vai con gli steccati!
Dopo di che, verrà il turno di Marx, che farà da tramite tra la rivoluzione giacobina e russa, affermando, come è noto, che il vero filosofo non deve interpretare il mondo ma cambiarlo. Mentre Lenin e i vari comunismi armati del Novecento ne completeranno l’opera. Per reazione, la società culturale (e politica) novecentesca si dividerà in compartimenti stagni: fascisti, liberali, cattolici, democratici, eccetera. Tutti a ranghi serrati con i propri intellettuali militanti e limitanti: di “parte”, e per così dire, “armati” e “inquadrati“, pronti a raccogliere la sfida comunista, o quella dell’avversario del momento. Il Novecento perciò, non è solo il secolo delle guerre, ma anche quello delle ideologie armate: delle scelte di campo, degli steccati, delle genealogie intellettuali obbligatorie e chiuse, secondo la contingenza politica. Per farla breve: del trionfo della sindrome giacobina. O se si vuole, delle culture politiche non comunicanti, ma al tempo stesso onnivore, pronte ad aprirsi e chiudersi solo in nome dell’ideologia e dell'inevitabile "vittoria finale".
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Dopo di che, verrà il turno di Marx, che farà da tramite tra la rivoluzione giacobina e russa, affermando, come è noto, che il vero filosofo non deve interpretare il mondo ma cambiarlo. Mentre Lenin e i vari comunismi armati del Novecento ne completeranno l’opera. Per reazione, la società culturale (e politica) novecentesca si dividerà in compartimenti stagni: fascisti, liberali, cattolici, democratici, eccetera. Tutti a ranghi serrati con i propri intellettuali militanti e limitanti: di “parte”, e per così dire, “armati” e “inquadrati“, pronti a raccogliere la sfida comunista, o quella dell’avversario del momento. Il Novecento perciò, non è solo il secolo delle guerre, ma anche quello delle ideologie armate: delle scelte di campo, degli steccati, delle genealogie intellettuali obbligatorie e chiuse, secondo la contingenza politica. Per farla breve: del trionfo della sindrome giacobina. O se si vuole, delle culture politiche non comunicanti, ma al tempo stesso onnivore, pronte ad aprirsi e chiudersi solo in nome dell’ideologia e dell'inevitabile "vittoria finale".
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Guai alle intromissioni…
E’ perciò chiaro che quando si rimprovera alla destra di appropriarsi di autori di sinistra, o viceversa, continua a prevalere l’ approccio totalitario alla cultura. Certo, il tono che oggi viene usato, è quello soft da rivista patinata, così diverso da quello leninista di una volta, ma la sostanza non cambia: guai a intromissioni, “fuori tempo”, che possano nuocere alla purezza e alla vittoria dell’ideologia progressista. Quanto alla destra, non crediamo che guardi altrove perché in “crisi di identità”. Oppure, come a volte si legge, perché provi stanchezza verso certa ideologia, tutta novecentesca, di cui è impregnata, e che quindi cerchi di aprirsi, ma faticosamente, all’universalismo “pre-1789”.
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Imitazione non riuscita
In realtà, crediamo, che la destra ( o almeno certa destra) tenti un’operazione ideologica molto simile a quella della sinistra, ideologico-onnivora, alla Adelphi: si “pesca” in campo avversario, ma sulla base di quelle che sono le (proprie) predilezioni (novecentesche) di fondo, obbedendo a un riflesso carnivoro, che guarda più alla quantità che alla qualità. O se si preferisce alla conquista, pura e semplice, dell’ egemonia sulla società delle lettere, come porta d’ingresso alla società in quanto tale. Il recupero del cosiddetto “fascismo libertario”, non è altro che un’operazione di questo tipo. O comunque un’imitazione non riuscita del modus operandi della sinistra novecentesca.
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E’ perciò chiaro che quando si rimprovera alla destra di appropriarsi di autori di sinistra, o viceversa, continua a prevalere l’ approccio totalitario alla cultura. Certo, il tono che oggi viene usato, è quello soft da rivista patinata, così diverso da quello leninista di una volta, ma la sostanza non cambia: guai a intromissioni, “fuori tempo”, che possano nuocere alla purezza e alla vittoria dell’ideologia progressista. Quanto alla destra, non crediamo che guardi altrove perché in “crisi di identità”. Oppure, come a volte si legge, perché provi stanchezza verso certa ideologia, tutta novecentesca, di cui è impregnata, e che quindi cerchi di aprirsi, ma faticosamente, all’universalismo “pre-1789”.
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Imitazione non riuscita
In realtà, crediamo, che la destra ( o almeno certa destra) tenti un’operazione ideologica molto simile a quella della sinistra, ideologico-onnivora, alla Adelphi: si “pesca” in campo avversario, ma sulla base di quelle che sono le (proprie) predilezioni (novecentesche) di fondo, obbedendo a un riflesso carnivoro, che guarda più alla quantità che alla qualità. O se si preferisce alla conquista, pura e semplice, dell’ egemonia sulla società delle lettere, come porta d’ingresso alla società in quanto tale. Il recupero del cosiddetto “fascismo libertario”, non è altro che un’operazione di questo tipo. O comunque un’imitazione non riuscita del modus operandi della sinistra novecentesca.
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Modesta proposta
Pertanto, ammesso e non concesso, che i contenuti ideologici di appartenenza si siano indeboliti, resta ben viva, sia a sinistra che a destra, la mentalità giacobina: la cultura come strumento da porre sempre al servizio del Principe o della "Causa giusta“ e non di valori prepolitici. Con questo però non si vuole predicare il disimpegno totale, il nichilismo relativista e nemmeno mitizzare l’universalismo assoluto. Anche Impero e Chiesa medievali, pur dichiarandosi universalisti, di fatto spesso veicolarono i valori della propria parte.
Pertanto, ammesso e non concesso, che i contenuti ideologici di appartenenza si siano indeboliti, resta ben viva, sia a sinistra che a destra, la mentalità giacobina: la cultura come strumento da porre sempre al servizio del Principe o della "Causa giusta“ e non di valori prepolitici. Con questo però non si vuole predicare il disimpegno totale, il nichilismo relativista e nemmeno mitizzare l’universalismo assoluto. Anche Impero e Chiesa medievali, pur dichiarandosi universalisti, di fatto spesso veicolarono i valori della propria parte.
Crediamo invece si debba puntare su una mediazione tra giacobinismo moderno e universalismo antico. Fondata su interessi culturali “puri” e sulla libertà per ogni intellettuale di scegliersi i padri che vuole. Ma anche di non rinunciare a cambiare il mondo, se quel mondo dovesse rivelarsi ingiusto.
Si tratta soltanto di una modesta proposta, che però richiede coraggio. O se si preferisce schiena dritta.
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copyright © 2011 - all rights reserved. Tutti i diritti sono riservati. Per richiedere la riproduzione del post scrivere all'indirizzo e-mail: carlogambescia@yahoo.it
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4 commenti:
Caro Carlo, ti faccio una domanda inutile:perché una testa pensante e un'anima come la tua, non ha incarichi politici istituzionali, a capo, che so', di qualche dicastero per dare un serio contributo al destino dell'Italia? Perché vedo continuamente 'utili idioti' che fanno politica per sbarcare il lunario - e ché lunario - e rappresentano la tragica zavorra di una società già complessa e collassata come la nostra? Perché ad una certa destra - tipo quella di Fini - fa paura la presenza di donne e uomini liberi, che pongono il valore come guida dell'agire?
Domande inutili, credo.
Veneziani, tu e pochi altri, potevate essere delle risorse per una Destra moderna che guarda al passato senza imbarazzo. Invece, tutti i farefuturisti, i liberisti dell'ultima ora, i 'sinceri democratici di destra', si son fatti il make-up ideologico e pronti a conquistarsi uno strapuntino di potere - penso a quel tale Filippo Rossi - invadono ogni spazio. Io osservo un po' con disincanto, un po' con indignazione, lo stato delle cose. Verrebbe voglia di andar per boschi.
Perché caro Angelo mi sono sempre tenuto a distanza di sicurezza dalla politica politicante.
E poi un cane sciolto... è poco affidabile...
Grazie del commento.
Abbraccio!
La thraison del clers Carlo. Julien Benda ci aveva visto chiaramente purtroppo. Questo giacobinisimo oltranzista alberga nell'animo di moltissimi intellettuali contemporanei, memori di tutto tranne della lezione di Voltaire. Da quando i patiboli sono passati di moda si è passati a un integralismo più soft, come giustamente suggerisci, da rivista patinata. Condivido per filo e per segno Carlo. Cari saluti e un abbraccio.
Grazie Giacomo...
Tu però non mi tradire... :-)
Abbraccio
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