
I funerali di Yara e la società dell'applauso
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I funerali di Yara saranno pubblici come quelli di Sarah? Probabilmente sì. Secondo il sindaco di Brembate Sopra si starebbe cercando “ di seguire i desideri della famiglia e di trovare un luogo adatto alla presenza della tanta gente che verrà - ha detto Locatelli -, qui in paese non ci sono molti posti adatti, la città dello sport (il palazzetto sportivo dai cui pressi Yara è scomparsa il 26 novembre scorso, ndr), la piazza comunale e il parco della casa di riposo”.
Che dilemmi… Significativa anche la nota redazionale (ndr), rivolta allo sfortunato lettore rimasto indietro con le puntate…
Su questo fenomeno (per alcuni moda) del funerale pubblico, dilatatosi negli ultimi anni fino a riguardare le esequie di persone comuni ma decedute in circostanze mediaticamente rilevanti, si potrebbe fare l’ennesimo esercizio sociologico sulla “società dello spettacolo”. Crediamo invece che sotto ci sia qualcosa di più profondo, fermo restando un fatto. Quale? Che l’agenda dell’evento viene comunque fissata dai media, come impone una società fortemente mediatizzata che vive economicamente sulla vendita di emozioni, spesso fin troppo facili.
Cosa c'è sotto? Il rifiuto sistematico della morte, come del resto prova la letteratura in argomento. Di qui la necessità di elaborare non il lutto ma il rifiuto del lutto. E in che modo? Mediante riti collettivi che non celebrino l’espulsione o l’allontanamento dello scomparso dalla comunità dei viventi, come nelle culture arcaiche e antiche, né il mesto accompagnamento nell’ “ultimo viaggio”, come nella cultura cristiana. Occorrono invece riti capaci di raffigurare lo scomparso come vivo e presente: o comunque se non più vivo, almeno non morto… (Un vampiro? Lasciamo quest’ultima interpretazione ai malevoli).
Di qui le grandi cerimonie pubbliche, i discorsi, le esecuzioni musicali, eccetera, concepite e organizzate come celebrazioni collettive del rifiuto della morte. Questa antropologia deviata della morte - perché elabora il rifiuto del lutto - si interseca con i meccanismi della società della spettacolo. Che ne spettacolarizzano superficialmente il rifiuto. Si pensi ad esempio all’uso di applaudire ai funerali, oggi così diffuso. In realtà l’applauso, amplificato dai media, resta un semplice veicolo. Di che cosa? Di un fenomento culturale: si applaude all’ attore protagonista che il giorno dopo tornerà di nuovo in scena, per la replica.
Come esprimere meglio il rifiuto dell’elaborazione del lutto e quindi della morte?
Che dilemmi… Significativa anche la nota redazionale (ndr), rivolta allo sfortunato lettore rimasto indietro con le puntate…
Su questo fenomeno (per alcuni moda) del funerale pubblico, dilatatosi negli ultimi anni fino a riguardare le esequie di persone comuni ma decedute in circostanze mediaticamente rilevanti, si potrebbe fare l’ennesimo esercizio sociologico sulla “società dello spettacolo”. Crediamo invece che sotto ci sia qualcosa di più profondo, fermo restando un fatto. Quale? Che l’agenda dell’evento viene comunque fissata dai media, come impone una società fortemente mediatizzata che vive economicamente sulla vendita di emozioni, spesso fin troppo facili.
Cosa c'è sotto? Il rifiuto sistematico della morte, come del resto prova la letteratura in argomento. Di qui la necessità di elaborare non il lutto ma il rifiuto del lutto. E in che modo? Mediante riti collettivi che non celebrino l’espulsione o l’allontanamento dello scomparso dalla comunità dei viventi, come nelle culture arcaiche e antiche, né il mesto accompagnamento nell’ “ultimo viaggio”, come nella cultura cristiana. Occorrono invece riti capaci di raffigurare lo scomparso come vivo e presente: o comunque se non più vivo, almeno non morto… (Un vampiro? Lasciamo quest’ultima interpretazione ai malevoli).
Di qui le grandi cerimonie pubbliche, i discorsi, le esecuzioni musicali, eccetera, concepite e organizzate come celebrazioni collettive del rifiuto della morte. Questa antropologia deviata della morte - perché elabora il rifiuto del lutto - si interseca con i meccanismi della società della spettacolo. Che ne spettacolarizzano superficialmente il rifiuto. Si pensi ad esempio all’uso di applaudire ai funerali, oggi così diffuso. In realtà l’applauso, amplificato dai media, resta un semplice veicolo. Di che cosa? Di un fenomento culturale: si applaude all’ attore protagonista che il giorno dopo tornerà di nuovo in scena, per la replica.
Come esprimere meglio il rifiuto dell’elaborazione del lutto e quindi della morte?
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11 commenti:
molto interessante, con parecchi spunti di riflessione ulteriori...
Nulla da eccepire né da aggiungere. Ottima riflessione. Ciao Carlo, abbraccio.
Eh sì, il nostro padron di casa ha proprio ragione. Applausi in chiesa (alle cresime, ai battesimi, ai matrimoni) e anche applausi al morto ai funerali. Non a tutti, però (non ancora?).
A certuni, per esempio gli incauti che si fanno seppellire con rito civile, li buttano proprio via, perhè da noi non si è ancora affermato il cerimoniale del memorial anglosassone, con i discorsi degli amici/parenti, etc., così che infornato o murato il de cujus, ci si spolverano le mani e si ritorna in pista.
Per meritarsi l'applauso bisogna essere andato in TV, almeno da morto: perchè così si entra nella Hall of Fame dei morti, in un'eternità warholiana di celebrità...
"Bravo, come sei morto bene! Beato te!"
E' un discorso lungo e interessante, a volercisi soffemare. Ad esempio, nelle serie TV americane, che sono il massimo del rispecchiamento della psiche sociale, c'è un'invasione di morti che parlano tranquilli coi vivi, che pettegolano, si intrufolano, mettono becco...quasi mai - cosa significativa - quasi mai ti dicono la frase celebre, la perla di saggezza, l'enigma dall'aldilà: no, cazzeggiano come noi, col vantaggio che tanto, a loro chi li ammazza?
Grazie a voi, cari amici, per l'attenzione con cui mi seguite.
Caro Carlo, sei il miglior osservatore-analista degli eventi sociologici che io conosca. Hai inquadrato perfettamente il punto. Si teme sempre più la morte perché non la conosciamo più.
Grazie Angelo. Sicuramente tra i sociologi,mentre tra gli storici al mio stesso livello c'è Cardini...
Concordo con te, Carlo... E resto letteralmente allibito da questa "società dello spettacolo".
Grazie Dario. E buona giornata!
Ciao Carlo!
Ottimo e divertente. Anch'io sono rimasto allibito quando, invitato ad una cresima, il vescovo si è messo a fare lo show-man, intervistando i ragazzi. Con applausi scroscianti.
E mi è capitato anche il funerale, con l'applauso. Era di un diciannovenne. Ho fatto un certo sforzo per non gridare "Bravo!". Però, io non vi ho colto la celebrazione del rifiuto della morte. Al contrario, ho pensato che, data l'inversione di valori in virtù della quale assicurare la continuazione della propria comunità è diventato fuori moda, uno che lascia il mondo in netto anticipo è una sorta di eccellenza (come il vescovo!). Da cui l'applauso.
Un abbraccio.
Michele
Michele, bentornato al commento.
Grazie della spiegazione alternativa. Frutto di una riflessione, come dire, sul campo, ma comunque interessante. Grazie ancora.
Abbraccio!
Carlo
Hai centrato in maniera ineccepibile uno dei punti caratterizzanti la cultura attuale: il rifiuto sistematico della morte.
Già da tempo un sacerdote agostiniano di Pisa me l'aveva fatto notare. Tutti ormai pensiamo "l'importante è la salute"; verissimo che è importante, ma, citando la predica di un sacerdote cappuccino, dico che la cosa più importante è mantenere la fede!
Per concludere, "la morte è sicuramente un male, ma non è il peggiore dei mali" (Card. Angelo Bagnasco alla veglia di Pentecoste 2010).
Un abbraccio,
Roberto
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