
Il libro della settimana: Fulvio Cammarano e Stefano Cavazza (a cura di), Il nemico in politica. La delegittimazione dell’avversario nell’Europa contemporanea, il Mulino 2010, pp. 240, euro 19,00 www.mulino.it
.Il nemico questo sconosciuto. È proprio l’espressione giusta. E spieghiamo perché. Nei sistemi democratici il nemico è colui che punta all’abbattimento della democrazia. Tutti gli altri, i rispettosi delle regole, sono invece promossi ad avversari. Altrimenti detto: a “competitori” nella e per la democrazia. Dal punto di vista politologico, la trasformazione del nemico in avversario è chiamata “legittimazione”, mentre il processo contrario “delegittimazione”.
Sono concetti importanti, che vanno appunto studiati e conosciuti per apprezzare la qualità, onestà e coerenza del dibattito politico. Purtroppo l’ Italia appare tuttora, anche all’osservatore meno informato, come la Mecca della delegittimazione reciproca: Berlusconi liquida come pericolosi comunisti i membri dell’Opposizione. I quali, di riflesso, evocano il fantasma della dittatura.
A far luce su questi concetti è di aiuto il volume curato da Fulvio Cammarano e Stefano Cavazza, storici dell’Università di Bologna: Il nemico in politica. La delegittimazione dell’avversario nell’Europa contemporanea (il Mulino 2010, pp. 240, euro 19,00).
Il testo, oltre a offrire alcune interessanti definizioni teoriche, utili per capire l’uso-abuso del termine, ripercorre velocemente le vicende otto-novecentesche della delegittimazione politica in Italia, Francia, Gran Bretagna e Germania. Un buon ripasso, insomma.
Di regola, secondo gli autori e semplificando al massimo, la delegittimazione dell’avversario sarebbe esito di una cattiva socializzazione politica: si retrocede l’avversario a nemico quando c’è un deficit diffuso di democrazia. Ma chi stabilisce il livello di “sufficienza” democratica dei cittadini e dei politici? E rispetto a quale forma “perfetta” di democrazia? Forse la storia, ci pare di capire. Come dire: tutto e niente. Oppure, a voler essere franchi, i vincitori.
Non convince perciò la tendenza dei vari autori - del resto tutti storici di professione - a rigettare sistematicamente le colpe di una difficile quanto ipotetica democratizzazione sui processi di unificazione nazionale. Anzi di Nation Building, perché non sembra più di moda parlare per l’Italia di Risorgimento. Ma questa è un’altra storia.
Dicevamo però di alcune interessanti definizioni . Ecco subito un esempio. Secondo Stefano Cavazza esistono concettualmente tre pratiche di delegittimazione dell’avversario: « La prima è senza dubbio la delegittimazione intenzionale finalizzata al cambiamento di un regime» come nel caso «dell’avvento al potere dei fascismi». La seconda «è quella in certo senso strumentale e temporanea (…) perseguita da un outsider che, per segnalare agli elettori la propria presenza sul mercato politico, enfatizza la critica al sistema e/o a singoli attori politici» , salvo poi cambiare atteggiamento «appena viene ammesso all’interno dell’arco costituzionale o nell’area potenziale del governo», come nel caso dell’Uomo Qualunque e della Lega di Bossi. Infine, prosegue Cavazza, «esiste (…) una terza forma di delegittimazione che potremmo chiamare preterintenzionale, vale a dire la delegittimazione di sistema che si realizza, di fatto, attraverso il comportamento di attori che rivendicano la specificità delle loro proposte e/o identità politiche in contrapposizione a identità sentite come inconciliabili e nemiche, anche senza avere l’intento consapevole di far crollare un regime». Di quest’ultimo caso, Cavazza non fornisce però esempi storici specifici. Ma, a voler essere maliziosi, l’ “idealtipo” sembra diretto a favorire, una volta recepito dai media, il recupero di ex compagni di strada, a destra, di Berlusconi…
A proposito, Il nemico in politica si apre a pagina sette, con una citazione ripresa da un manierato intervento dell’attuale Presidente della Camera, Gianfranco Fini. Legittimazione “intenzionale” o “preterintenzionale”? Ai lettori l’ardua riposta.
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copyright © Linea 2011 - all rights reserved. Tutti i diritti sono riservati. Per richiedere la riproduzione del post scrivere all'indirizzo e-mail: carlogambescia@yahoo.it
Sono concetti importanti, che vanno appunto studiati e conosciuti per apprezzare la qualità, onestà e coerenza del dibattito politico. Purtroppo l’ Italia appare tuttora, anche all’osservatore meno informato, come la Mecca della delegittimazione reciproca: Berlusconi liquida come pericolosi comunisti i membri dell’Opposizione. I quali, di riflesso, evocano il fantasma della dittatura.
A far luce su questi concetti è di aiuto il volume curato da Fulvio Cammarano e Stefano Cavazza, storici dell’Università di Bologna: Il nemico in politica. La delegittimazione dell’avversario nell’Europa contemporanea (il Mulino 2010, pp. 240, euro 19,00).
Il testo, oltre a offrire alcune interessanti definizioni teoriche, utili per capire l’uso-abuso del termine, ripercorre velocemente le vicende otto-novecentesche della delegittimazione politica in Italia, Francia, Gran Bretagna e Germania. Un buon ripasso, insomma.
Di regola, secondo gli autori e semplificando al massimo, la delegittimazione dell’avversario sarebbe esito di una cattiva socializzazione politica: si retrocede l’avversario a nemico quando c’è un deficit diffuso di democrazia. Ma chi stabilisce il livello di “sufficienza” democratica dei cittadini e dei politici? E rispetto a quale forma “perfetta” di democrazia? Forse la storia, ci pare di capire. Come dire: tutto e niente. Oppure, a voler essere franchi, i vincitori.
Non convince perciò la tendenza dei vari autori - del resto tutti storici di professione - a rigettare sistematicamente le colpe di una difficile quanto ipotetica democratizzazione sui processi di unificazione nazionale. Anzi di Nation Building, perché non sembra più di moda parlare per l’Italia di Risorgimento. Ma questa è un’altra storia.
Dicevamo però di alcune interessanti definizioni . Ecco subito un esempio. Secondo Stefano Cavazza esistono concettualmente tre pratiche di delegittimazione dell’avversario: « La prima è senza dubbio la delegittimazione intenzionale finalizzata al cambiamento di un regime» come nel caso «dell’avvento al potere dei fascismi». La seconda «è quella in certo senso strumentale e temporanea (…) perseguita da un outsider che, per segnalare agli elettori la propria presenza sul mercato politico, enfatizza la critica al sistema e/o a singoli attori politici» , salvo poi cambiare atteggiamento «appena viene ammesso all’interno dell’arco costituzionale o nell’area potenziale del governo», come nel caso dell’Uomo Qualunque e della Lega di Bossi. Infine, prosegue Cavazza, «esiste (…) una terza forma di delegittimazione che potremmo chiamare preterintenzionale, vale a dire la delegittimazione di sistema che si realizza, di fatto, attraverso il comportamento di attori che rivendicano la specificità delle loro proposte e/o identità politiche in contrapposizione a identità sentite come inconciliabili e nemiche, anche senza avere l’intento consapevole di far crollare un regime». Di quest’ultimo caso, Cavazza non fornisce però esempi storici specifici. Ma, a voler essere maliziosi, l’ “idealtipo” sembra diretto a favorire, una volta recepito dai media, il recupero di ex compagni di strada, a destra, di Berlusconi…
A proposito, Il nemico in politica si apre a pagina sette, con una citazione ripresa da un manierato intervento dell’attuale Presidente della Camera, Gianfranco Fini. Legittimazione “intenzionale” o “preterintenzionale”? Ai lettori l’ardua riposta.
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8 commenti:
Gli argomenti schmittiani di solleticano sempre, caro Carlo ;). Dovrebbe essere interessante questo libro, se non altro per la portata dell'argomento che tratta. Vedrò di procurarmelo. Un saluto e un abbraccio.
E' proprio così.
Grazie del commento Giacomo.
Abbraccio.
Carlo
Chissà che ne pensa il prof. M. Maraviglia?
Quello che si evidenzia oggi nello scontro politico è forse una replica della famosa dialettica servo/padrone, mentre l’alternativa dovrebbe il reciproco RICONOSCIMENTO (non so se sia un equivalene della legittimazione). Molto tempo fa, girando tra i blog, ho trovato un’interessante esposizione, che riporto solo e soltanto nei passi e per i passi che qui interessano (tralasciando i riferimenti personali e le concrete espressioni di schieramento politico, di esclusiva pertinenza del -controverso - autore!), mentre il link completo è [sempre se permetti]: http://kelebek.splinder.com/post/11377171/Il+Riconoscimento+e+il+Dialogo#11377171:
IL RICONOSCIMENTO E IL DIALOGO
« […] Per esistere, dobbiamo riconoscere ed essere riconosciuti come esseri umani.
Il PADRONE (nella ruota della fortuna, cambia facilmente chi impersona questo ruolo) si specchia nei Servi, i quali però, sorridendo mitemente, gli rimandano solo il suo volto riflesso: il Padrone non potrà mai soddisfare il suo desiderio di un riconoscimento autentico.
Mentre i SERVI sono in continua trasformazione, alla ricerca del riconoscimento che il Padrone nega loro. E questo processo, che sembra un astratto ragionamento filosofico, è il motore concreto di tanti elementi della storia.
Ovviamente, la soluzione – rara e difficile – di un simile processo può consistere solo nel reciproco riconoscimento tra esseri umani LIBERI, UGUALI E DIVERSI.
Il RICONOSCIMENTO non è la stessa cosa del DIALOGO, che costituisce la base di una successiva solidarietà tra questi esseri umani liberi, uguali e diversi, perché il Dialogo richiede la condivisione di premesse.
Ma il Riconoscimento è l’inizio dell’umanità e la fine, certo provvisoria, della dialettica del Padrone e del Servo.
[…] usa un termine preciso: onore. Un termine ambiguo, perché richiama anche ad ambiti come i “delitti d’onore”.
Ma se intendiamo “onore” come riconoscimento dell’umanità, la definizione di “NEMICO ONOREVOLE” è certamente il più bel complimento che abbia mai ricevuto e compensa ampiamente le errate interpretazioni del mio pensiero che il post di […] contiene.
Il Riconoscimento è una COSA RARA, da tutte le parti, nei conflitti veri.
Ovviamente nei conflitti falsi, come quelli tra […], c’è una “correttezza” che maschera una realtà molto più banale: quella dell’INCIUCIO.
In genere, nei conflitti veri, il Riconoscimento è del tutto assente, perché si parte dal presupposto di essere Padroni: se non di qualcosa, almeno della Verità (con la sua rigorosa maiuscola).
Gli altri sono Servi, e quindi inferiori, spregevoli, da domare a frustate verbali, mossi da istinti bassi, come sarebbe nella loro natura.
Ogni dubbio sull’inferiorità dell’Altro, mette in crisi la nostra certezza di superiorità.
A QUESTO DESIDERIO DI ESSERE PADRONI, SI ACCOMPAGNA L’ANSIA – COMPRENSIBILE – DI EVITARE L’INCIUCIO, ritenuto l’unica alternativa al disprezzo. Leggo tra le righe che qualcuno della parte avversa deve aver borbottato per il Riconoscimento che […] hanno comunque voluto dare. E anch’io ho sentito qualche borbottio analogo tra quelli che posso chiamare i miei alleati.
Ecco perché è importante anche il sostantivo scelto da […]: un nemico onorevole. In questo senso, non esiste alcun Dialogo inteso socraticamente, ed è giusto che sia così, a meno che un giorno non ci troveremo a condividere anche delle premesse.
Certo, si può chiamare “DIALOGO”, CON LA MINUSCOLA, il fatto che la comunicazione comunque avviene attraverso le parole, ma è un’altra cosa.
In questo senso, il RICONOSCIMENTO non implica minimamente un CEDIMENTO ALL’AVVERSARIO, o un indebolimento delle proprie scelte.
In realtà NON ESISTE ALCUN MOTIVO per cui uno che fa concretamente parte di uno schieramento nemico debba essere più spregevole sul piano umano delle persone che fanno parte del “nostro” schieramento […] ».
"Nei sistemi democratici il nemico è colui che punta all’abbattimento della democrazia. Tutti gli altri, i rispettosi delle regole, sono invece promossi ad avversari"
Interessante. Proviamo una variante:
"Nei sistemi totalitari il nemico è colui che punta all’abbattimento del totalitarismo. Tutti gli altri, i rispettosi delle regole, sono invece promossi ad avversari".
Non vi suono molto simile? ;-)
Permetto, permetto:-) Anche se si tratta di rimasticature hegelo-marxiane ("Fenomenologia dello spirito" e dintorni). Diciamo che Miguel, che è un cara persona, ha saputo dare prova di interpretazioni e riletture molto più profonde.
Ti abbraccio Luigi!
Carlo
Caro Stefano,
sempre arguto :-)
Abbraccio
Carlo
Certo che è quasi come l'acqua calda. Ma oggi non sembra un'evidenza forte. Eppure, la "non demonizzazione" dell'avversario dovrebbe appartenere alla deontologia del politico.
La questione è complicata.
Anche, se in effetti, l'amico Massimo Maraviglia potrebbe sicuramente chiarirci le idee...
Un abbraccio!
Carlo
Un conto è la non-demonizzazione anche di quello che viene definito come "nemico", e che mi pare resti l'unico avversario effettivamente *politico*.
Un conto è il fatto appunto di legittimare unicamente chi in realtà avversario politico non è più, è soltanto membro di un comitato di affari concorrente nella lotta per il potere.
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