lunedì, gennaio 10, 2011

Crisi Fiat. Perché non riscoprire la cogestione?
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Sulla questione della “ Grande svolta” imposta da Marchionne” o della “Nuova resistenza” animata da Landini, tanto per usare il lessico da opposte tifoserie così in voga, nessuno si è interrogato a proposito di una questione basilare: chi deve comandare in fabbrica? Chi investe? O chi vi lavora come dipendente? Noi ritieniamo che possano "comandare" insieme. E spieghiamo perché.
Una piccola premessa. Storicamente, almeno in Italia, il sindacato si è sempre accontentato di contrattare salari e diritti disinteressandosi della gestione aziendale vera e propria. Per contro le imprese hanno sempre visto nel sindacato un avversario - del resto ricambiate... - da blandire o spegnere, in base alle circostanze.
Diciamo perciò che nella ennesima "vertenza Fiat", tuttora in corso, i diversi attori sociali (impresa e sindacato) rappresentano, anche simbolicamente, l'idea della “fabbrica” come luogo elettivo dello scontro sociale. In questo senso, la mediazione di Bonanni, l’ opposizione di Landini, l’ attacco di Marchionne, sono tutte azioni che confermano la persistenza di una cultura del conflitto sociale. Dove un contratto vieno inteso come un armistizio e uno sciopero come un atto di guerra.
Ovviamente, la logica del conflitto implica ogni volta vincitori e vinti. Ma anche il riconoscimento, da parte del sindacato, che in fabbrica “comanda il padrone”. E, da parte del "padrone, che il sindacato non deve comandare in fabbrica. Una specie di scambio a somma zero, in cui però perde la comunità nazionale.
Un padrone al quale - così in fondo pensa il sindacato - una volta soddisfatte clausole contrattuali (ivi incluso "il piano industriale"), si deve lasciare la responsabilità di tutte le decisioni. Atteggiamento, duro a morire, che spiega la scarsa presa in Italia, perché invisa sia al sindacato che alle imprese, della cultura della cogestione. E dunque della codecisione. O se si preferisce: della cooperazione e non del conflitto a tutti i costi.
Alcune conclusioni.
Se Marchionne vincesse, la sua potrebbe essere una vittoria di Pirro. Dal momento che una battaglia vinta non implica la fine della guerra di posizione con il sindacato, frutto, come abbiamo detto, di una cultura conflittuale. Per contro, se dovesse vincere la Fiom anche Landini si troverebbe davanti a un’altra vittoria di Pirro, proprio come Marchionne.
Certo, verrebbero salvati alcuni diritti importanti, come quelli di rappresentanza e di sciopero. Ma, prima o poi, la "guerra", come portato di una stratificata cultura del conflitto sociale, riprenderebbe come prima...
In realtà, la vera risposta alla crisi e alla globalizzazione consiste nell’introduzione della cogestione nelle imprese, da non confondere con la più blanda partecipazione agli utili d'impresa (per approfondire si veda: http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/2008/04/cogestione-appunti-sociologici.html )
E qui la parola dovrebbe passare alla politica. Purtroppo, né Berlusconi né Bersani né tantomeno Vendola osano parlare di cogestione. Berlusconi fa tifo per Marchionne, Bersani nicchia, Vendola crede solo nella “forza delle grandi lotte sociali” . Che malinconia.
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2 commenti:

Mauro Scarpitta ha detto...

E se osassimo l'inosabile, ovvero la richiesta di forti linee guida statali di politica industriale, almeno nei settori strategici?
Ah già bisognerebbe ci fosse uno Stato (con la S maiuscola) e soprattuto il senso dello Stato nelle classi dirigenti.

di Carlo Gambescia ha detto...

Grazie della breve ma efficace riflessione.
Diciamo che si è già riposto da solo :-)
Abbraccio.
Carlo