giovedì, settembre 30, 2010



Il libro della settimana: Matthew Fforde, Desocializzazione. La crisi della post-modernità, Cantagalli pp. 390, euro 15.50, - www.edizionicantagalli.com

A chi abbia letto con gusto e attenzione il nostro post di ieri sul neo-corporativismo, consigliamo di recuperare un libro uscito nel 2005: Matthew Fforde, Desocializzazione. La crisi della post-modernità (Cantagalli, Siena, pp. 390, euro 15,50). Dove c’è un gustoso capitoletto proprio sul mercatismo. Che da solo vale la lettura dell’intero libro. L’autore, storico e filosofo sociale, già docente a Oxford, vive in Italia da una ventina di anni. Attualmente insegna Storia della cultura inglese e Storia contemporanea presso la Libera Università Santissima Assunta di Roma (LUMSA). Desocializzazione, oltre a vincere il "Premio Capri-San Michele 2006", è uscito nel 2009 anche in Gran Bretagna. Di prossima pubblicazione l'edizione francese.
Piccolo inciso: già il titolo è dirompente, perché sottolinea la fine di ogni legame sociale: ognuno per sé e neppure Dio per tutti… Va inoltre ricordato che Fforde ha scritto anche un’avvincente Storia della Gran Bretagna (1832-2002), tradotta da Laterza. Dove attraverso le lenti di un intelligente e ribelle (per l’Inghilterra) conservatorismo a sfondo cattolico, ricostruisce, parafrasando Battiato, la lenta disgregazione spirituale e sociale, della sua “povera patria”. Un processo, da lui visto, come anticipatore, di movimenti similari, poi rifluito verso il resto dell’Europa nei termini di quella “desocializzazione” di cui sopra. Capace, appunto, di recidere ogni legame sociale in nome di una visione egoistica dei diritti dell’individuo, e in particolare di quelli economici.
Ma, attenzione, Fforde non è un reazionario. Il suo cattolicesimo pur essendo esplicito è della stessa stoffa, finemente lavorata al cesello del ragione, dei Chesterton, dei Belloc, dei Dawson. Il suo è un pensiero fondato sull’accettazione del dettato di Papa Wojtyła: Quale? Quello di un mondo moderno da ri-evangelizzare, non con la spada, ma con la testimonianza della ragione, o meglio delle “ragioni” cristiane. Non vorremmo però metterla sul religioso, rischiando di confondere - o far scappare - il lettore, magari poco “frequentante”… Anche perché desideriamo parlare di “mercatismo”.
Ora però entriamo nel merito. A pagina 267 di Desocializzazione si legge:
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“Negli ultimi decenni il dibattito politico (e la politica) sono stati caratterizzati anche dal conflitto fra le varie forme di collettivismo e un approccio che mette in netto risalto i benefici del libero mercato. ‘Mercatismo’ potrebbe essere una definizione adatta a quest’ultima dottrina”. Ma che cos’è il mercatismo? Per saperlo, basta voltare pagina: “ Secondo il mercatismo, in una società è di primaria importanza l’economia della libera impresa, ciò che il mercato promuove ha senz’altro un grande valore, e il futuro della civiltà va garantito tramite l’adesione ai principi del mercato. Questo “orientamento” - prosegue Fforde - è però “chiaramente economicistico, in quanto si privilegia la dimensione economica dell’uomo e della società. Per molti aspetti il mercatismo, al pari del collettivismo e del dirittismo [come culto secolarizzato dei diritti dell’uomo], diventa una sorte di filosofia di vita che influisce sul comportamento, sui valori e sugli atteggiamenti, sull’identità individuale e sulle prospettive collettive” .
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Il che però non significa, che si debba sostituirlo con lo statalismo, o peggio ancora con il collettivismo: entrambi nemici del vero comunitarismo. Su questo Fforde è molto chiaro: si deve impedire che “il pensiero e la pratica mercatista” operino “in direzione di uno sgretolamento della comunità”. Recidendo - o “desocializzando” - tutti i legami che non siano di tipo economico: familiari, parentali, amicali e comunitari; legami che invece dovrebbero essere alla base di una sana economia di mercato.
Ma, ancora una volta, lasciamo che sia Fforde a spiegarsi:
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“Nel recepire l’economia o il mercato come una macchina indipendente” si è grandemente “sottovalutato l’importanza e il valore del patrimonio antropologico della comunità sia per l’economia sia per la comunità nel suo insieme”: un “errore elementare che, visto a distanza, sembra incredibile. Chiunque abbia viaggiato ha potuto constatare come la cultura imprima tracce profonde sul mondo delle ricchezza e della sua produzione. Basta andare in Italia per rendersi conto di quante siano le imprese a carattere familiare, di piccole o medie dimensioni; oppure in Giappone, con i suoi valori legati all’unità aziendale” (p. 269).
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In buona sostanza la tragedia del “mercatismo contemporaneo” è che
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"tralascia gli aspetti strutturali della società (...) sminuendone la portata. Si mette in opera una tendenza distruttiva: ci potranno essere anche stipendi elevati e abbondanza di beni grazie alle politiche mercatiste, ma le tradizioni che sostengono la comunità vanno perdute” (p. 270)
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In poche parole, conclude Fforde, il mercatismo
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“può incoraggiare una sorta di fissazione sull’economia a detrimento di altri elementi vitali della nostra vita comune… questa dottrina, inoltre può ridursi a nient’altro che un contratto sociale da due soldi fondato sul reciproco laissez-faire mirato al perseguimento del profitto personale” (Ibidem) .
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Ovviamente Fforde, che non è un economista, piuttosto che risposte formula domande. Ma di quelle buone, come questa:
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“Può l’uomo vivere di solo pane? Il successo del mercato gli può davvero portare la felicità? Può l’economia dare all’uomo ciò di cui ha veramente bisogno? Dobbiamo davvero inquadrare la nostra vita nella società in termini di realizzazione economica?" (Ibidem)
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Probabilmente qulcuno penserà che le domande poste sono troppo filosofiche… Certo, il problema, al quale Fforde non risponde, per ragioni di formazione, è come contenere tecnicamente il mercatismo. Probabilmente la riposta è quella, molto classica, del capitalismo sociale di mercato: di un sistema economico, capace di conciliare mercato e comunità, come ad esempio avvenne nella Germania di Adenauer ed Erhard. O se si vuole, in grado di coniugare un moderato interventismo pubblico nei settori delle infrastrutture sociali (scuola, università, sanità, pensioni), lasciando però larghi spazi alle autonomie locali, in termini di sussidiarietà e di partecipazione dei lavoratori agli utili ma anche alla gestione delle imprese. Perciò, sul piano politico, si tratterebbe di innescare un meccanismo virtuoso capace di favorire il rafforzamento di una società civile, economicamente sviluppata ma al contempo non priva di legami comunitari. Per farla breve: passare dalla desocializzazione alla risocializzazione, attraverso la gestione del mercato, fondata su una visione sociale dell’impresa (in termini di responsabilità verso la collettività e non solo nei riguardi degli azionisti).
Qualcuno però penserà che il capitalismo sociale è una sorta di quadratura del cerchio mai riuscita, se non per puro caso nella Germania del secondo dopoguerra. E che il mercato, per produrre ricchezza, non può essere imbrigliato. O al massimo “sottoposto a regole”. In effetti... Ma come far rispettare le regole in un mondo “desocializzato”, che “adora l’economia” e non rispetta l’uomo? regola delle regole. Nonché, quella che è la Regola delle regole delle regole... Quale? Dio, of course.
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mercoledì, settembre 29, 2010

Mercatismo o neo-corporativismo democratico?
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Mercato o “Corporativismo? L'alternativa può sembrare desueta, stando almeno ai "gusti" iperliberisti oggi prevalenti. Ma non è così. Soprattutto se per corporativismo si intende il neo-corporativismo democratico.
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Qualche precisazione
Per i neoliberisti il mercato capitalistico resta l’unico sistema economico in grado di produrre ricchezza. Per gli avversari il mercato, se abbandonato a se stesso, provoca sfaceli sociali. Qui però le strade si dividono: perché per i riformisti il mercato va contenuto, mentre per i radicali di sinistra e destra, va soppresso. Chi dice la verità?
Probabilmente, a parte i riformisti, nessuno dei contendenti. Sul comunismo, visti i risultati, è inutile “ritornare”. Più interessante resta la posizione corporativa, che sembra animare la destra radicale nelle sue varie e pittoresche sfumature. Ma di quale corporativismo parlare?
Al tempo. Il mercato capitalistico accumula ricchezze che poi devono essere ridistribuite nel rispetto delle regole e della dignità umana.. Di conseguenza serve un “potere terzo ”: uno Stato-Arbitro. Ma ad alcuni non basta. Di qui l’ipotesi corporativa che punta sulla naturale l’insocievolezza socievole dell’uomo. Tradotto: un atavico unirsi per ma anche contro qualcuno. E appunto per questo anche il corporativismo (buono), se non vuole degenerare in “corporativismi” (cattivi) deve puntare sullo Stato. Ma non più sul “potere terzo” dello Stato-Arbitro, ma sul “potere primo” dello Stato Corporativo.
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Il compromesso socialdemocratico
E qui la questione si ingarbuglia. Si pensi alla società come a un elastico: da un capo il Mercato dall’altro lo Stato. Se lo si tira troppo, anche da uno solo dei due lati, si rischia di irrigidirlo fino a provocarne rottura…
Il polo del Mercato puro (mercatismo) risale all’Ottocento. E termina, verso la fine del secolo, con la nascita della prima legislazione sociale. Mentre il polo dello Stato puro (statalismo) si sviluppa nella prima metà del Novecento, attraverso il collettivismo comunista e - appunto - il corporativismo, soprattutto nella variante fascista. Al quale segue, nella seconda metà del secolo, lo Stato a economia mista aperto sia al capitale (economia sociale di mercato), sia al sociale (welfare state): una giusta via di mezzo, uno Stato, non proprio arbitro, ma neppure padrone. In quest’ultimo caso si può perciò parlare di “compromesso socialdemocratico” (nelle varianti cattolico-sociale e liberal-socialista) e soprattutto di “neo-corporativismo democratico”. Per quale ragione “democratico? Perché i rappresentanti della classe operaia vengono integrati nel processo di formazione delle decisioni economiche (concertazione democratica), grazie a un’ estesa politica dei diritti politici e sociali (welfare state), in cambio del rispetto delle “compatibilità” dell’economia capitalistica e del controllo della base operaia, soprattutto in termini di moderazione salariale (politica dei redditi). Ovviamente, semplifichiamo mettendo insieme esperienze diverse ( principalmente scandinave, britanniche, tedesche).
Per contro, il corporativismo fascista tra le due guerre, puntando al superamento del capitalismo ( si pensi in Italia alla versione “fascio-comunista” di Ugo Spirito) non poteva andare tanto per il sottile con le libertà democratiche. Di qui la nostra necessità di definirlo “autoritario”. Soprattutto perché siamo davanti a due modi di strutturare il rapporto tra Stato e società civile.
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Corporativismo autoritario e neo-corporativsmo democratico

Nel corporativismo autoritario le organizzazioni che rappresentano i grandi interessi sociali sono subordinate all’autorità dello Stato, se non addirittura una sua creazione. Mentre nel neo-corporativismo democratico, che ha distinto la politica europea nel primo trentennio post-Seconda Guerra Mondiale, siamo davanti a un movimento che proviene dal basso - dalla società civile - e che difende l’autonomia degli attori collettivi coinvolti nel processo.
Il corporativismo autoritario, oltre che monopartitico, è monistico “di dentro”, in quanto si impone di ricondurre ad unità la molteplicità degli interessi presenti nella società civile: la sua caratteristica più evidente resta l’identificazione tra società civile e Stato. Un fattore che implica l’eliminazione del confine tra pubblico e privato. Perciò il corporativismo autoritario, quale “agente organizzativo” di vertice, trasforma le organizzazioni di rappresentanza nella cinghia di trasmissione di una volontà politica verticale, a prescindere da qualsiasi iniziale auto-organizzazione corporativa. In termini formali, lo Stato riconosce le corporazioni come enti pubblici dotandole di personalità giuridica. Dopo di che le riconduce nell’alveo del diritto pubblico investendole dei relativi poteri pubblici e incaricandosi di coordinarne l’attività e dirigerne l’azione.
Il neo-corporativismo democratico, oltre che pluripartitico, è un sistema policentrico nel quale le organizzazioni degli interessi si mantengono autonome ed entrano in un rapporto con gli altri attori istituzionali. Rapporto che si presume basato sulla collaborazione reciproca e sulla negoziazione. Nel corporativismo democratico, oltre al permanere, rispetto al corporativismo autoritario, della libertà politica, la coercizione gioca un ruolo molto marginale; l’accento è messo sullo scambio, la contrattazione, il reciproco adattamento, la concertazione. Le sanzioni tendono ad essere più positive che negative: la partecipazione a strutture corporative è incentivata più che imposta. Dal punto di vista giuridico il fondamento dell’associazionismo corporativo continua ad essere privatistico: non vi sono norme che impongano doveri “corporativi” .
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Le "rivoluzioni" neo-liberiste e il mondo che verrà...
Tuttavia, negli ultimi trent’anni, con le cosiddette rivoluzioni neo-liberiste, il neo-corporativismo democratico ha perso colpi. E gli effetti, in alcuni casi devastanti, sono sotto gli occhi di tutti. Quel che sorprende è la stupidità del fronte neo-liberista: ci si rifiuta di capire, giocando sul mito della “modernizzazione”, quanto il mercato allo stato puro faccia male allo stesso capitalismo.
E in un senso politico ben preciso. Perché il mercatismo rischia di innescare reazioni uguali e contrarie. E così di fare il gioco del corporativismo autoritario, rischiando di uccidere anzitempo la gallina dalle uova d’oro: il mercato capitalistico. Nonché di cancellare alcuni secoli di preziose libertà democratiche. Perché, sia chiaro, mercatismo e corporativismo autoritario, elidendosi a vicenda, elidono anche la democrazia… E coloro che oggi a destra credono nella possibilità del corporativismo di reincarnarsi magicamente in una specie di armoniosa società corporativa, priva però, questo giro, di un centro politico (lo Stato), dovrebbero più propriamente parlare non di corporativismo fascista ma di utopico “gildismo” socialista.
In definitiva, il neo-corporativismo democratico resta il migliore strumento per governare una moderna società liberale e capitalistica. Del resto le incoraggianti esperienze del welfare state e del capitalismo sociale di mercato sono lì a dimostrarlo. Che nell’ultimo trentennio lo si sia messo in discussione, non significa che il neo-liberismo sia più affidabile. Anzi. Il pericolo resta quello di buttare l’acqua sporca (gli sprechi) con il bambino (il welfare e la concertazione). Perché rifiutarsi di capire che il neo-corporativismo democratico, stupidamente cacciato dalla porta, potrebbe rientrare dalla finestra? E, questa volta, in veste “autoritaria”?
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Bibliografia minima
Di solito non facciamo seguire ai nostri post alcuna biblibiografia, ma questa volta, considerato l'interesse dell'argomento, faremo un'eccezione. Le indicazioni (ragionate) seguono l'ordine di svolgimento della materia.
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Marco Maraffi (a cura di), La società neo-corporativa, il Mulino, Bologna 1981 ( ottimo studio introduttivo, storico e sociologico, imprescindibile)
Gaetano Rasi, La società corporativa, Istituto di Studi Corporativi, Roma 1973 (interessante rilettura neofascista, scientificamente in regola).
Luigi Cerasi, Corporativismo e Corporativismo (storiografia), in Alberto De Bernardi e Scipione Guarracino (a cura di), Dizionario del fascismo. Storia, personaggi, cultura, economia, fonti e dibattito storiografico, Burno Mondadori, Milano 2003.
Ugo Spirito, Il corporativismo, seconda edizione accresciuta, Sansoni, Firenze 1970 (per l'approccio "fascio-comunista").
George Douglas Howard Cole, Guild Socialism Restated, Transaction Books, New Brunswick (Usa) and London (UK) 1980 (testo "fondativo", 1920, del gildismo socialista novecentesco)
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martedì, settembre 28, 2010

Sono Porci Questi Romani...
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E bravo il signor "Ce L'Ho Duro"”( per alcuni maligni Ce l’Aveva…). Anche questa volta è riuscito a scatenare il putiferio. Bravo si fa per dire. Bossi, se potesse calerebbe su Roma con i suoi Galli. Oddìo, secondo alcuni, sarebbe sufficiente fare un giretto intorno a Montecitorio per scoprire che Bossi e la truppa già si sono accampati da un pezzo. E magari affacciarsi sulla porta di un certo ristorante per scoprire un elmo con le corna lì, una lancia guarnita in pelle (verde) là, eccetera.
Ma veniamo alla ragione del contendere. "Il Bossi” in una serata di gala padana, probabilmente inebriato dal fascino emanato da alcune cavallone se ne è uscito con il famigerato SPQR “reso” (come diceva una traduttrice amica mia, molto snob) con "Sono Porci Questi Romani"… Roba, se ricordiamo bene, da scuole elementari (quando andavamo noi, primi anni Sessanta), che faceva arrabbiare le vecchie maestre ammalate di romanità fascista…
Insomma, la battuta non è fresca. E comunque fiacca come certe uscite “autoironiche” tipo “Er Monnezza”. Perciò non fa nemmeno ridere. Soprattutto i romani, tra l'altro, abituati da millenni a mandare giù di tutto.
Quel che sorprende, più della sparata bossiana sulla quale ritorneremo , è la reazione della sinistra. Quella che discende “per li rami” da quei bruti che nel 1918 insultavano invalidi di guerra e ufficiali; nel 1945 fucilavamo chiunque avesse simpatie monarchiche e unitarie, anche tra “i loro”; nel 1968, bruciavano le bandiere nazionali. Ma che ora hanno “scoperto” la patria, addirittura al punto di voler sfiduciare Bossi Ministro… Oddìo, come diceva quello, meglio tardi che mai. Ammesso però che siano sinceri… Cosa di cui dubitiamo. Soprattutto se Bossi, esprimesse all'improvviso il desiderio di passare con Bersani…
Ma torniamo al nostro Vergingetorige padano. Diciamo subito che Bossi è antiromano quando gli pare. Poi buono buono vota con il Governo. Inutile qui ricordare quante volte, troppe. Forse non tutti hanno capito, nonostante il buon Diamanti - sì, proprio lui il politologo di “Repubblica” - abbia più volte spiegato, che la Lega è una forza politica comunitaria e... trasversale, proprio perché comunitaria. E quindi disponibile a cavalcare, in nome dei suoi scopi identitari (federalismo, eccetera) sia la destra che la sinistra. In certo senso, la Lega - espressione non nuova, neppure per Bossi - è "un partito di lotta e di governo". Che a Roma (ladrona o meno) dice della cose di governo, buone, mentre, mettiamo, a Desenzano sul Garda, durante la festa dell’Anatra, ne dice altre, cattive…
Ma a voler approfondire - per buttarla sul socio-antropologico - tra il “Sono Porci Questi Romani” e il comunitarismo leghista (ma non solo), c’è un legame diretto. Ci spieghiamo. Una comunità è al tempo stesso per e contro. Si unifica sulla base di un per: per noi che abbiamo gli occhi azzurri, mettiamo. Ma sempre contro qualcuno, quelli che, ad esempio, hanno gli occhi castani. Purtroppo, il comunitarismo, in senso stretto, è così: non tollera differenze al suo interno, e se le gioca sempre, per ragioni di coesione identitaria, contro qualcuno. Quindi per tornare "all'Umberto", i porci sono sempre gli altri: romani, meridionali, tunisini, marocchini, e giù a scendere fino al Capo di Buona Speranza, per poi fare la circumnavigazione del globo, e infine tornare indietro all’interno del filo spinato che nei sogni di Bossi, dovrà, prima o poi, circoscrivere la Padania…
Come rintuzzarlo? Ad esempio, Alemanno ha fatto bene a ricordargli la sua qualità di Ministro della Repubblica, e quindi di tutti gli italiani, inclusi i “porci” romani. Come dire: caro Bossi, o cambi o ti dimetti. Un bravo al Sindaco di Roma.
Il punto però è che il Cavaliere non può fare a meno dei voti della Lega. E questo grazie anche i giri di valzer di Gianfranco Fini…
Perciò per ora - come sembra che Berlusconi sussurri a suoi - BSPB: “Bisogna Sopportare Pazientemente Bossi”.
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venerdì, settembre 24, 2010

Senso dello Stato e crisi italiana. La parola ai lettori.
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Che cos’è il Senso dello Stato? In un attore politico è consapevolezza. E di che cosa? E' quasi banale dirlo: del fatto che gli uomini passano mentre le istituzioni restano. E che quindi le istituzioni sono più importanti dei singoli.
Il Senso dello Stato si interseca e spesso confligge con la Ragion di Stato. Ossia - parliamo da sociologi - con la tendenza a considerare le istituzioni, oltre ogni ragionevole limite, come "proprietà" personale o di gruppo.
Perciò il confine tra Senso dello Stato e Ragion di Stato resta piuttosto labile, soprattutto quando un uomo politico identifica se stesso con una determinata istituzione. In linea di principio l' identificazione dovrebbe essere massima nella monarchia, minima o pari a zero nella democrazia. Abbiamo usato il condizionale perché non sempre è così. La storia mostra re che hanno favorito la democrazia parlamentare e politici democratici assurti a monarchi.
Dal punto di vista sociologico un’istituzione (monarchica o democratica) è una rappresentazione sociale. Il che significa che le istituzioni si nutrono di “consenso sociale”: la rappresentazione, oltre a rinviare al rappresentante, rimanda, perché ne vive, al rappresentato. Dove non c’è il consenso sociale ( di qualsiasi tipo, non semplicemente espresso con il voto) non c’è rappresentazione. Certo, sussiste il rappresentante, ma presto privo di qualsiasi rappresentatività.
In questo quadro, il Senso dello Stato, principalmente nelle democrazie moderne, assolve un ruolo confermativo delle istituzioni: le legittima. Nel senso che maggiore sarà il Senso dello Stato mostrato dagli attori politici ( di maggioranza come di opposizione), maggiore sarà la rappresentatività delle istituzioni. In certa misura il vero uomo di Stato, non “lavora per se stesso” ma “lavora” altruisticamente per le istituzioni, affinché possano “durare nel tempo”.
Su queste basi come giudicare quel che sta accadendo in questi giorni nella politica italiana? Lasciamo la parola ai lettori.
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giovedì, settembre 23, 2010









I libri della settimana: Hans Morgenthau, Il concetto del politico. ‘Contra’ Schmitt, a cura di Alessandro Campi e Luigi Cimmino, Rubbettino 2009, pp. CXVIII-200, euro 16,00; Ernst Nolte, La rivoluzione conservatrice nella Germania della Repubblica di Weimar, a cura di Luigi Iannone, Rubbettino 2009, XI-76, euro 10.00 - www.rubbettino.it ; Lorenzo Zambernardi, I limiti della potenza, Etica e politica nella teoria internazionale di Hans J. Morgenthau, il Mulino 2010, pp. 251, euro 23,00 - www.mulino.it
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Ci sono libri che vanno letti uno dietro l’altro o insieme perché affrontano, senza magari dichiararlo nel titolo, la stessa questione, ovviamente anche per contrasto... Ne citiamo tre, e non tanto a caso, visto che sono la “materia prima” della nostra recensione: Hans J. Morgenthau, Il concetto del politico. ‘Contra’ Schmitt, a cura di Alessandro Campi e Luigi Cimmino (Rubbettino 2009, pp. CXVIII-200, euro 16,00); Ernst Nolte, La rivoluzione conservatrice nella Germania della Repubblica di Weimar, a cura di Luigi Iannone (Rubbettino 2009, XI-76, euro 10.00), Lorenzo Zambernardi, I limiti della potenza. Etica e politica nella teoria internazionale di Hans J. Morgenthau, (il Mulino 2010, pp. 251, euro 23,00).
Qual è argomento dominante? Hans Morgenthau? Carl Schmitt? La rivoluzione conservatrice? No, il realismo politico. E nelle sue tempestose relazioni con l’etica e con gli alti e bassi della storia, fatti di trionfi, cadute, guerre e rivoluzioni,
Hans Morgenthau, politologo e internazionalista tedesco-americano, si muove, più o meno abilmente, tra realismo politico e comando etico. Carl Schmitt, giurista, espunge l’etica dei valori dalla politica, anzi dal “politico”. Mentre un profeta della rivoluzione conservatrice, come Moeller van de Bruck, proietta la politica oltre l’etica borghese, verso i sentieri scoscesi del sentire storico di "un popolo" per alcuni, di "una razza" per altri.
Tre figure fatte per non intendersi. A partire dal giovane Morgenthau - come rileva Alessandro Campi - che muovendo da "una concezione psico-sociologica del politico" si “contrappone apertamente alla concezione metafisica, astratta e per di più frammentaria e logicamente incongruente, avanzata invece da Schmitt” ( Il concetto del politico. 'C0ntra' Schmitt , p. CVII). Povero Schmitt… un tempo così apprezzato da Campi. Sic transit gloria mundi.
Del resto secondo Zambernardi, autore di un eccellente studio, Morgenthau sperimenterà “su di sé quell’enorme ‘potenza del niente’ che un pensatore tedesco come Jünger riteneva esperienza necessaria per conoscere la propria epoca”. E con un effetto di ricaduta, questa volta positivo: Morgenthau “trasformerà la tentazione nichilista, in cui grandi filosofi quali Heidegger e Schmitt e lo stesso Jünger erano caduti, in una forma di sobria lucidità, in critica nei confronti di qualsiasi dogmatismo, e, infine, in prudenza nei rispettivi campi di conoscenza, della morale e, soprattutto, in quello dell’agire politico” ( I limiti della potenza. Etica e politica nella teoria internazionale di Hans J. Morgenthau, p. 242).
Insomma, realismo, sobriamente lucido, non ignaro dei valori (Morgenthau) contro realismo nichilista, per un tratto a braccetto con il Belzebù nazista (Schmitt). Ai lettori l’ardua sentenza. Anche se probabilmente la storia l’ha già pronunciata.
Qui però si apre la questione del complicato rapporto tra realismo politico e liberalismo. Altro piano inclinato della storia. Un liberalismo, accettato scetticamente come male minore da Morgenthau. Ma contrastato, come sappiamo, da Schmitt e Moeller van de Bruck. Scrive Nolte a proposito di quest’ultimo: “Moeller condusse un attacco al liberalismo già nella raccolta Il nuovo fronte, pubblicata nel 1922: il liberalismo sarebbe espressione di una società che non è più comunità; avrebbe ‘sepolto culture, annientato religioni, distrutto patrie’ e rappresenterebbe l’autodissoluzione dell’umanità” (La rivoluzione conservatrice nella Germania della Repubblica di Weimar, p. 52).
Come conciliare realismo politico ed etica della libertà? Difficile dire. Come scrive Iannone, nella sua Introduzione: “Nei periodi di profonda crisi gli intellettuali hanno il dovere di esplorare tutte le strade possibili, anche le più ardite” (p. XI). Giusto. Ma come capire dove fermarsi per salvare la libertà di tutti ? Carl Schmitt lo comprese troppo tardi: dopo essere passato attraverso il fuoco della catastrofe nazionalsocialista. Morgenthau, emigrato in America dopo l'avvento di Hitler, vittima delle leggi razziali, aveva invece intuito tutto fin dall'inizio. Mentre Moeller van de Bruck, scomparso nel 1925, non farà in tempo a scoprire dove avrebbe condotto il sentiero "non interrotto" da lui intravisto...
Concludendo, tre libri aperti, che alle risposte definitive preferiscono anteporre le domande giuste. Lasciando che sia il lettore a interrogarsi e giudicare. Il che di questi tempi non è poco.
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mercoledì, settembre 22, 2010

La tolleranza questa sconosciuta
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Impedire di parlare a un sindacalista, come è capitato qualche settimana fa a Raffaele Bonanni è un brutto segno dei tempi. Purtroppo, pare si sia dimenticato il clima di intolleranza, non solo verbale, che poi sfociò nella violenza terrorista degli “Anni di piombo”… Possibile sia così difficile capire che dietro l’ intolleranza c’è sempre il settarismo? E che dietro il settarismo, si nasconde il delirio di onnipotenza del fanatico che ritiene di possedere la storia chiavi in mano?
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Tolleranza, “trucchetto” o conquista?
Per contro, la moderna idea di tolleranza, come è possibile leggere in qualsiasi manuale storico, nasce, “per stanchezza” alla fine delle Guerre di religione: conflitti che avevano insanguinato il Cinquecento e il Seicento. Una conquista preziosa, liquidata però come “trucchetto” liberal-borghese dai totalitarismi novecenteschi. Ma snobbata anche dai pittoreschi profeti della controcultura anni Sessanta, storditi dal contorto messaggio di liberazione, anche sessuale, della filosofia marcusiana. E qui torna giusto ricordare che per il Marchese di Sade, poi riscoperto e apprezzato dagli pseudo-rivoluzionari sessantottini, “la tolleranza è la virtù del debole”. Ma su questi aspetti “genealogici” rinviamo al notevole libro di Riccardo De Benedetti, La Chiesa di Sade. Una devozione moderna (Medusa ).
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Che fatica essere tolleranti…
Torniamo a noi. Che cosa vuol dire essere tolleranti? Sul piano umano e politico significa rispettare le idee degli altri. Cosa che richiede un’attitudine a mostrarsi ragionevoli, comprensivi verso le idee religiose, politiche, economiche, diverse o contrarie.Facile, no? E invece metterla in pratica non è così semplice. Si pensi ad esempio al rapporto tra lotta politica, tolleranza e intolleranza. Questione ignorata dagli stessi politologi. I quali talvolta non si pongono alcune domande fondamentali: la tolleranza è un fatto di costume? Nel senso che dipende da abitudini storiche condivise? Oppure può essere sancita e rafforzata da leggi in grado di imporre ai cittadini il rispetto di alcune procedure? Ma fino a che punto si può essere tolleranti? Come fissare i confini tra tolleranza e intolleranza? Il costume richiede secoli. Una legge pochi giorni o mesi. E di regola le leggi non fondate su costumi consolidati sono disattese dai cittadini.
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Lo “zampino del “Divin Marchese”
Quindi, per tornare ai fischi a Bonanni, i contestatori hanno mostrato di non essere “accostumati” alla democrazia. Potremmo perciò definirli “scostumati”: perché fautori di un comportamento contrario alla morale, certo, non sessuale, ma democratica… E qui si pensi anche ai possibili legami intellettuali con il “Divin Marchese” - sessualmente “scostumato”, e al tempo stesso nemico della tolleranza e della democrazia. Ovviamente si tratta di un pura ipotesi, suggestiva ma da dimostrare.
Ma va segnalata - onestamente - una contraddizione. La tolleranza rinvia a una visione relativistica della politica, capace di porre tutte le credenze sullo stesso piano. Mentre la politica - o il Politico se si preferisce - rinvia alla decisione. E la decisione implica la scelta fra credenze diverse, e quindi il “sacrificio” della credenza minoritaria.
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Chi decide?
La democrazia contemporanea, permeata di valori liberali, ha però tentato di aggirare l’ostacolo della decisione, imponendo per legge, anzi per costituzione, la mediazione procedurale. Come? Garantendo la rappresentanza partitica alle credenze minoritarie, libere di esprimersi duranti le fasi dibattimentali, come accade in Parlamento. Al prezzo però di annacquare talvolta i contenuti legislativi in discussione. Alcuni ritengono che questo sia il giusto tributo da pagare alla democrazia.Ma come comportarsi con una credenza basata su aspirazioni di tipo monopolistico? Ad esempio quella di un partito “settario”. Basterà - ammesso che sia giusto - escluderla dal gioco procedurale?
I contestatori, come nel caso Bonanni, per dirla tutta, mostrano di fregarsene delle procedure…. Forse perché si sentono esclusi.
Di qui il pericolo del “colpo di forza”, al culmine ovviamente di un’escalation. Perché l’escluso, o presunto tale, conferma e dà voce alla propria identità attraverso il conflitto nei suoi vari gradi di intensità, fino alla vittoria, alla sconfitta o all’ “armistizio che prelude alla democratizzazione “procedurale” dell’ escluso.
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Il dilemma della democrazia
Purtroppo, siamo davanti al più noto dilemma della democrazia moderna. Una democrazia illuminata e discorsiva che ha tentato di sostituire, almeno sul piano interno, alla forza il ragionamento; alla decisione imperativa la mediazione procedurale.Mediazione che purtroppo non sempre può essere condivisa da tutti e che spesso viene accettata strumentalmente dai partiti “settari”, soltanto per agguantare il potere. Di solito, i “settari” rischiano di rendere necessario, da parte dei “tolleranti”, l’uso difensivo della forza. Ma come definire una forza politica “settaria”? Basterà la sua volontà, pubblicamente espressa, di non rispettare le regole della democrazia liberale procedurale?No. Un intervento repressivo potrebbe essere giustificato solo “se e quando” il “settario” si trasformasse in terrorista.
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Il “tasso di democraticità”
Perciò lasciamo che i Bonanni italiani vengano fischiati anche in futuro? Non è facile rispondere. Come stabilire con sicurezza il tasso di “democraticità” dei fischiatori? Fischiare non è argomentare, ma non è neppure sparare… Il discrimine può essere rappresentato da quanto sia messa a rischio l’incolumità fisica del “fischiato”. Valutazione che spetta agli organizzatori e alle forze di polizia, se presenti. I problemi però non finiscono qui. Perché coloro che sono pronti a reprimere in nome della democrazia, a loro volta, possono essere monopolisti della forza legale (perché al potere), ma non di quella legittima (perché possono non godere del consenso della maggioranza dei cittadini). Esistono, infatti, anche le finte democrazie. Ma chi decide circa la qualità della democrazia? Gli elettori. Ma se gli elettori, ingannati, a loro volta errano?
Insomma, anche per i “democratici” e i “tolleranti” vale lo stesso discorso che si è fatto a proposito dei “settari”. Come stabilirne con sicurezza il “tasso di “democraticità” e “tolleranza”?
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Nessuno è perfetto
Inoltre, si tratta di valutazioni e decisioni che devono essere fatte e prese in situazioni storiche spesso tumultuose. Perché legate, ad esempio, alle condizioni economiche, politiche e culturali, all’ abilità dei capi, all’amore per la libertà di un popolo e a fattori minori e contingenti, come il “tasso di democraticità” delle forze di polizia e della magistratura:
Il che significa che la qualità democratica di un sistema politico è frutto di circostanze storiche: una specie di lotteria… E che la tolleranza spesso è stabilita dai vincitori o dia più forti. I quali impongono una “propria” idea di tolleranza, che di regola penalizza o rimuove le ragioni dei vinti. Di qui spesso l’accusa di ipocrisia, ovviamente da parte degli sconfitti.
Per contro, dove domina una dittatura monopartitica, di tolleranza ce ne sarà poca. Certo, spesso la tolleranza rischia di sfociare nell’ipocrisia. Concludendo, per dirla con Bernanos: “Le democrazie non possono fare a meno di essere ipocrite più di quanto i dittatori possano fare a meno di essere cinici”.
Insomma, nessuno e perfetto. Ma probabilmente argomentare è sempre meglio che fischiare. Per non dire di altro. O no?
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martedì, settembre 21, 2010

Il “Secolo d’Italia” tra Santoro, Vespa e Baudrillard
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Sappiamo bene che è roba da addetti ai lavori. E poi qualche lettore penserà “Che palle ‘sto Gambescia, ancora con Fini...”. L’osservazione è questa: oggi che tutti i giornali aprono con il “terremoto Unicredit”, il “Secolo d’Italia” che fa? Sbatte in prima Santoro, titolando: “Ed è subito emergenza ‘Anno zero”( http://www.secoloditalia.it/publisher/In%20Edicola/section/ ). Certo, perché “Michele chi?” è il primo problema degli italiani: uno si alza all'alba con la preoccupazione di non poter vedere Santoro alle ore ventuno...
Che vogliamo dire? Che Fini si è costruito un partitino su misura che vive all’insegna del “cogito (televisivamente), ergo sum”. Anzi, dell' “Appaio dunque sono”: proprio come le odiatissime veline berlusconiane. Detto altrimenti: sotto il vestito niente. Senza ovviamente disdegnare la rissa. Si pensi solo al botta e risposta estivo, quasi quotidiano - quando il “Secolo d’Italia” era in vacanza con l’immaginario al sole - tra Feltri-Belpietro e le truppe cammellate di “Fare Futuro” : roba, insulti compresi, da salottificio televisivo. Dunque, non solo Santoro. Diciamo che i secolisti, brancolano tuttora tra Vespa e Baudrillard.
Perciò il diuturno sforzo ( citazione demodè da Almirante…) di farsi riprendere da “Repubblica” & Company, l’esserci (non heideggeriano, ma rossiano-campiano) alle canoniche ore venti, non è un “genere letterario”, coniato da qualche bizzarro avversario, ma la causa sui di un gruppetto post-tutto di giornalisti con la foto incorniciata di Veltroni sulla scrivania. Ma con trent’anni di ritardo. E per giunta solo per tirare la volata a un burocrate di se stesso come Gianfranco Fini.
Concludendo, destra maggioritaria? No, immaginaria. E presto a spasso.
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lunedì, settembre 20, 2010

Elezioni svedesi. Attenzione, con la xenofobia non si scherza
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Apprezziamo molto il no del Primo Ministro svedese uscente, Fredrik Reinfeldt, tra l’altro di centrodestra, a qualsiasi collaborazione con la destra xenofoba di Jimmie Åkesson, leader dei ”Democratici di Svezia” (Sd). Non si deve scherzare con il fuoco. E in Italia Berlusconi - ma anche una sinistra disposta a vendere l’anima al diavolo pur di farlo cadere - dovrebbe riflettere sulla questione. I fatti di Adro rivelano una propensione della Lega, seriamente psicopatologica, verso tutto ciò che non sia “nordico” (tra l’altro coivolgendo Gianfranco Miglio, eccellente studioso, per un periodo vicino a Bossi, ma in realtà fedele solo alla scienza politica e perciò al di sopra di ogni sospetto xenofobo).
In effetti, esiste un problema fondo. Quale? Quello dell’esistenza in Europa di due destre: una destra conservatrice e democratica e una destra radicale e demagogica. La prima va incoraggiata, la seconda contenuta o addirittura isolata. Dal momento che la xenofobia, sempre disponibile in natura (sociale), può trovare e dare alimento, seguendo un processo a spirale, a un pericoloso radicalismo di destra disposto a tutto pur di agguantare il potere.
Nella Vienna d’inizio Novecento, quella che vide mescolarsi tra le sue folle il giovane Hitler in cerca di fortuna, la stampa pangermanista, chiaramente di estrema destra, chiedeva con forza di prendere misure durissime ( e inumane) “per combattere la piaga degli zingari ”, come qui:
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“ Ogni zingaro catturato doveva venire identificato in modo da poter essere riconosciuto in qualsiasi momento. Si sarebbe potuto, ad esempio, tatuare una cifra sotto l’ascella destra che avrebbe dovuto essere aggiunta al nome dichiarato dallo zingaro”. Così ‘le cifre tatuate sugli zingari potevano essere comunicate ai singoli tribunali distrettuali, come si faceva con le targhe automobilistiche che venivano comunicate alle circoscrizioni’ ”
(Brigitte Hamann, Hitler. Gli anni dell’apprendistato. Adolf Hitler a Vienna 1908-1913, Tea 2001, p. 157).
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La proposta, all'epoca non ebbe seguito… La Grande Vienna era umana, colta e civile. Però, non finì lì. Il veleno era entrato in circolo. E trent'anni dopo qualcuno la mise in pratica...
Perciò, qual è la lezione? Che il “fuoco" della xenofobia è pericolosissimo. Alla lunga ci si brucia sempre.
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venerdì, settembre 17, 2010

Italia "invertebrata"
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Italia invertebrata? L’espressione non è nostra ma di José Ortega y Gasset. Che in un libro, scritto nel 1920 (España invertebrada), addossò la responsabilità della decadenza spagnola ai conservatori poco illuminati, senza per questo risparmiare la sinistra invece accecata dai lumi del progresso. Si dirà ma che c’entra una Spagna che sarebbe entrata di lì a qualche nel vortice di fuoco della “guerra civile”, del franchismo, con la crisi italiana? Dove si discute fiaccamente di bipartitismo alla camomilla e si ridacchia di scandali e scaldaletti politici?
C’entra. E in un senso preciso: mancanza di “spina dorsale” Detto altrimenti, e in sociologhese: di solidarietà nazionale (verticale) e sociale (orizzontale). Qui sono tutti contro tutti. Proprio come nella Spagna di Ortega, frammentata in mille separatismi regionali, politici e sociali. Certo, quelle erano “fratture” novecentesche fortemente ideologizzate, oggi ci muoviamo in un contesto diverso E se non deideologizzato, di sicuro più soft: meno Marx, più Apicella e Ivano Fossati.
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Bipolarismo alla frutta
Scherziamo, ma fino a un certo punto.
Sotto questo aspetto che cosa accadrebbe nell’ “Italia invertebrata,” se il Centrosinistra e il Centrodestra si sciogliessero come neve al sole?
Di sicuro, il “Neo-Centrismo” di Casini e Rutelli perderebbe la sua funzione di “grande moderatore” tra i due poli. Per tornare a tenere insieme l’Italia dal Centro, grazie a una nuova DC”, serve un “nemico esterno” come negli anni della Guerra Fredda. Che oggi potrebbe essere l’Islam fondamentalista… Ma, per dirla con lo Stalin che irrideva l’inesistente forza militare di Pio XII, su quante divisioni contano gli scalcinati Talebani?
Più interessante è il discorso su che cosa ne sarebbe dell’attuale schieramento politico.
A sinistra, in caso di disgregazione dei Democratici dove finirebbero i voti? Probabilmente, in parte a un PD, tornato ad essere la vecchia “Quercia” in parte a Di Pietro e Grillo, ma anche a Vendola e ai post-comunisti. Avremmo però quattro alberelli, litigiosissimi fra di loro… A destra, la situazione potrebbe essere ancora più devastata e devastante. Perché di alberelli potrebbero nascerne il doppio, se non il triplo: i “berlusconiani d.o.c”, i “cicchitttiani”, i quagliariellani”, “i larussiani”, i gasparriani”, e altri cespugli. Ovviamente i finiani. E ancora a più destra, Storace, Forza Nuova, e chi più ne ha ne metta… Infine la Lega, tosto baobab padano.
Insomma, saremmo davanti a un quadro generale frastagliato, se non del tutto aggrovigliato.
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Elettori allo sbando
Come reagirebbe l’elettorato? Molto, dipende dalla legge elettorale scelta e dalla possibilità di accorpamento (legata a una soglia minima: il 5%?). Di sicuro gli italiani stufi da sempre - quelli che non votano da anni - non tornerebbero a infilare la scheda dell’urna. Inoltre ai non votanti “stabilizzati” andrebbero ad aggiungersi i “disgustati” dell’ultima ora: quelli messi a tappeto dalla fine del bipolarismo.
Morale della favola: lo torta-elettori potrebbe scendere sotto il cinquanta per cento. E ad avere la meglio elettoralmente sarebbero le forze politicamente più caratterizzate, magari su un tema particolare: ad esempio, il federalismo (Lega); giustizia (Di Pietro e Grillo), anticomunismo - sì proprio così (Berlusconiani d.o.c), identità nazionale (“La Destra” di Storace), Diritti civili (Vendola). Vediamo invece piuttosto male la sorte dei finiani, una volta privati della ragione (lo strapotere di Berlusconi) di un cavilloso, spesso comico, contendere, nonché di altri gruppetti a sfondo personalistico, provenienti dal PdL, ma privi di leader carismatici o adeguati… Oddìo rinunciare a Cicchitto e Bocchino che si “beccano” quotidianamente come i capponi di Renzo, non sarebbe poi una grande perdita…
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Il tecnocrate sul tetto
Dove potrebbe condurre tutto ciò? Gli animali invertebrati (insetti e vermi) non vivono a lungo. Probabilmente un’ Italia prigioniera dei ricatti di una folla di micropartiti, affamati di potere, cadrebbe nelle mani dei poteri veri: quelli che contano, economici, nazionali e internazionali.
Potremmo allora assistere alla nascita di governi tecnici - altro che “governicchi”- solidamente manovrati dall’esterno. In seno ai quali la micropolitica dei “partiti Sette Nani” finirebbe per contare meno di zero.
Va detto - altra utile indicazione di Ortega - che quando la politica, si fa “echinodermica” la parola passa ai pochi vertebrati rimasti. Nella Spagna dell’epoca il potere passò ai militari e ai partiti ormai “militarizzati. La crisi spagnola, anche per altre ragioni, sfociò nella guerra calda: quella civile, Oggi invece in Italia, il potere passerebbe subito ai tecnocrati, o comunque ai tecnici “puri”, quelli che svolazzano come pipistrelli sulla Banca d'Italia. Di qui non “guerre calde” o “fredde” ma una bella immersione collettiva nella dolciastra melassa delle cifre, della tabelle e dei conti che tornano, sempre e solo, per quelli che Ernesto Rossi chiamava “i padroni del vapore”: i grandi monopolisti economici privati, tra l’altro favorevoli, a delocalizzare o importare mano d’opera dall’esterno. Sai che allegria per il lavoro italiano…
Con un’eccezione: la Lega. Che, grazie alla sicura conservazione della fortissima base locale, potrebbe puntare, in via definitiva sulla secessione. E così provocare una controreazione politica unitaria... E vai con la guerra civile o quasi...
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Fantapolitica?
Concludendo: fantapolitica? Mica tanto. Ortega chiudeva il suo profetico libro, parlando della necessità di lavorare di scalpello, per “mettersi a forgiare un nuovo tipo di uomo Spagnolo”: Purtroppo sarebbero serviti sessant’anni e una disastrosa “guerra civile”… Qui, in Italia, tutti parlano parlano, ma poi se ne fregano, se ci si passa l’espressione poco sociologica. E in più esiste una differenza con la Spagna di allora: la storia prova che dalla guerra civile si esce, dalla dittatura pure, ma sulla possibilità di sortire o meno dal vischioso potere dei tecnocrati, la storia tace.
Perché allora infilarsi in questo tunnel? Forse siamo ancora in tempo...
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mercoledì, settembre 15, 2010

La Francia vieta il volto coperto in pubblico. Forza o debolezza?
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La Francia vieta la “dissimulazione del volto nei luoghi pubblici”, divieto che include strade e piazze e "i luoghi aperti al pubblico (negozi, bar e ristoranti, parchi, trasporti)" o "destinati a un servizio pubblico (scuole, ospedali, uffici)". Le donne che insisteranno a indossare il burqa o il niqab "dovranno pagare una multa di 150 euro, o seguire uno stage di educazione civica". Chiunque invece obblighi una donna a coprirsi completamente rischierà "un anno di carcere e 30 mila euro di multa”. Inoltre la legge introduce un nuovo reato la "dissimulazione forzata del viso". Chiunque costringa "una donna a coprirsi completamente rischia un anno di carcere e 30 mila euro di multa". Se si tratta di una minorenne, "la condanna è doppia (due anni di prigione e 60 mila euro di multa)". La legge prende così di mira gli uomini che obbligano la partner a indossare il velo integrale "con minacce, violenza (...) abuso di potere o autorità" (http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/mondo/2010/09/14/visualizza_new.html_1783294478.html).
La legge è definitiva o quasi, dal momento che la sua l'applicazione, per ora, resta sottoposta a un ricorso presentato al Consiglio costituzionale.
Che dire? Che la Francia “repubblicana”, prima in Europa nel prendere un provvedimento del tipo, fa sul serio? Oppure, che nella pratica si finirà per chiudere un occhio, lasciando la decisione di applicare o meno la legge alla discrezione delle autorità di polizia? Mah... Forse in Italia potrebbe accadere una cosa del genere… In Francia, “paese giacobino”, di sicuro la legge verrà applicata in modo inflessibile.
Quali conseguenze? Sicuramente, la principale sarà quella di scontentare tutti: islamici moderati e non. Inoltre, in questo modo si rischia di perdere una grande occasione. Quale? Dare prova che in Europa non si parla a vuoto di tolleranza, ma la si pratica. Evidentemente, Sarkozy (che piace tanto a Fini, perché, come rileva Campi, non si allea con fascisti e populisti come Berlusconi...) è più vicino a Robespierre che a Montesquieu e Voltaire. Ne prendiamo atto.
Alcuni sostengono, infine, che in certe questioni debba valere una contorta idea di reciprocità negativa: le donne occidentali, si sottolinea, nei paesi islamici non sono costrette a indossare il velo? Bene, noi ricambiamo “la cortesia”, imponendo alle loro di non indossarlo…
Che malinconia. Perché la tolleranza, quella vera, non è virtù dei deboli ma dei forti. E la Francia, “vietando il velo” mostra soltanto la sua debolezza.
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martedì, settembre 14, 2010

La Costituzione, gli intellos di sinistra e il "Gran Ciarlatano"

di Teodoro Klitsche de la Grange

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Gli amici lettori sicuramente ricorderanno il nostro intervento, piuttosto recente, sul rapporto tra costituzione sostanziale e formale ( http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/2010/08/costituzione-formale-materiale-e.html ): quasi un'invasione di campo... Alla quale poniamo rimedio con la pubblicazione dell'ottimo e - crediamo - dirimente contributo dell'amico Teodoro Klitsche de la Grange, avvocato, giurista, direttore del trimestrale di cultura politica “Behemoth" (http://www.behemoth.it/ ).
Tra i suoi libri: Lo specchio infranto (1998), Il salto di Rodi (1999), Il Doppio Stato (2001), L'apologia della cattiveria (2003), L'inferno dell'intellettuale (2007), Dove va lo Stato? (2009).
Buona lettura.
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Carlo Gambescia

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Caro Carlo,
non Ti devi meravigliare se da quando Berlusconi – o meglio i suo accoliti – contrappongono la “costituzione materiale” o la “costituzione sostanziale” a quella formale vigente, gli intellos di centrosinistra, dall’università agli asili – e anche altrove – si mettono a esorcizzare, sostenendo che questo è un artifizio o un raggiro del “Gran Ciarlatano”: una cosa inesistente o inventata da Berlusconi di sana pianta. Fanno sempre così.
Piuttosto e limitandomi alla costituzione materiale:
a) se li sentisse la buonanima di Costantino Mortati (costituzionalista e costituente) si rivolterebbe nella tomba: convinto (e giustamente) che il termine – non il concetto – l’aveva espresso, egli per primo, nel suo libro del 1940 La costituzione materiale.
In effetti Mortati, uomo di vasta cultura, sapeva bene che, nell’epoca moderna, ad avere formulato per primo il concetto (non il termine) di “costituzione materiale”, contrapponendolo a quella formale, era stato… non Berlusconi (di la da venire) né Gianni Letta, ma Ferdinand Lassalle nella nota conferenza “Über Verfassungswesen”, ove riconduceva la costituzione agli “effettivi rapporti di potere che sussistono in una data società” alla forza attiva “che determina le leggi e le istituzioni giuridiche”
[1].
D’altra parte e a ben vedere concetti di costituzione del tutto irriducibili a quello di “costituzione formale” erano stati già formulati da Hegel, de Maistre, de Bonald, poi ripresi nel secolo scorso da Romano, Schmitt, Hauriou e molti altri che per economia di spazio non ricordo. Ma non è questo – che il “brevetto” non spetta a Berlusconi - la cosa più importante, in particolare nel momento attuale.
b) Come scriveva Mortati, riprendendolo da Lassalle, la costituzione materiale consiste essenzialmente nelle forze politiche e sociali che hanno voluto e sostengono l’assetto fondamentale di poteri delineato da quella formale in norme collocate “al sommo della gerarchia delle fonti”. E qua occorre una riflessione che dalle parti del centrosinistra non si fa.
La nostra costituzione fu votata da quasi il novanta per cento dei deputati alla Costituente.
Le successive elezioni politiche del 18/04/1948 diedero al complesso dei partiti ciellenisti (e che approvarono la Costituzione formale) oltre il novanta per centro dei suffragi popolari. Con ciò la costituzione – e quello che sarebbe stato poi l’arco costituzionale – otteneva un consenso “bulgaro”. Si può dire quel che si vuole, che la costituzione delineasse un governo debole, tendenzialmente consociativo e così via, ma non che non fosse stata se non voluta, almeno così accettata dalla stragrande maggioranza degli italiani.
La situazione costituzionale resta tale fino agli anni ’80, in cui si percepirono vistose crepe, per poi essere superata – come tutte le conseguenze di Yalta – dal crollo del comunismo e dell’Unione Sovietica (1991) seguito a brevissima distanza da quello dell’arco costituzionale, per mano (apparente) delle Procure. E così il sostrato reale che sosteneva la costituzione formale, cioè l’arco costituzionale, veniva meno. Divenivano extraparlamentari tutti i partiti laici, dai socialisti ai liberali, del già CLN; la democrazia cristiana, allo sbando, si spezzava in due tronconi, di modesta consistenza numerica; i comunisti – scissi anche loro – erano costretti a continui cambiamenti di nome, ormai impresentabile.
Diventavano forze maggioritarie – nel paese prima che in parlamento – soggetti politici o totalmente nuovi (Lega e Forza Italia), o dichiaratamente fuori dall’arco costituzionale ciellenista (MSI poi AN).
Sta di fatto che, indipendentemente dai meccanismi elettorali, dal 1994 in poi i partiti che si dichiararono eredi (di parte) dell’arco costituzionale, e cioè dell’insieme di forze politiche che sostengono la costituzione formale, ottengono i suffragi di una minoranza degli italiani, la maggioranza dei quali vota per altri partiti, a quella costituzione (formale) estranei, e che dicono di voler cambiare.
Conclusione prima: da oltre 15 anni la costituzione formale non ha il consenso della maggioranza degli italiani. La “costituzione materiale” in atto è diversa da quella formale. Emerge in specie nelle leggi elettorali, costituzionali per materia ma non per forma, approfittando che, per modificarle, non occorre il procedimento di revisione costituzionale.
Conclusione seconda: abbiamo due costituzioni e quel che ne risulta è una situazione di dualismo di potere che si protrae da oltre quindici anni, con una maggioranza che si richiama alla realtà, alla sostanza, ed una minoranza alla forma. Resta da capire quanto possa durare a “vigere” una costituzione formale che non ha più una costituzione materiale coerente e le “forze collettive” maggioritarie di supporto, e se in genere sia giuridicamente e scientificamente corretto trascurare completamente il dato reale – forza e consenso di un regime politico – rispetto a quello formale.
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Teodoro Klitsche de la Grange
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[1] Ovviamente sintetizzo ai minimi termini la tesi di Lassalle; per chi la voglia leggere per intero veda "Behemoth" n. 20, pp. 5-14, traduzione di Clemente Forte.
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Si pubblica qui di seguito, visto l'interesse della questione, il commento di Cinghios e la replica di Teodoro Klitsche de la Grange. (C.G)
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Ciao a tutti,
il ragionamento fila via liscio e potrei essere sostanzialmente d'accordo: la sinistra non si può attaccare ad un pezzo di carta, la costituzione va fatta vivere. Però sulle conclusioni ho qualche obiezione:perchè se da oltre 15 anni la Costituzione formale non ha il consenso della maggioranza degli italiani, in oltre 15 non sono riusciti ad "adeguare" anche il pezzo di carta? Ci hanno provato con la bicamerale... e niente. Quando ci hanno provato con il referendum, la (contro)riforma costituzionale è stata bocciata, non in maniera bulgara, ma comunque con un chiaro 62% di NO. Certo sono stati proprio "sfortunati"... in tutto il quindicennio il periodo di minimo storico del centrodestra. Un saluto.
Cinghios
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Il lettore Cinghios ha notato l’unico dato (apparentemente) in controtendenza alla tesi esposta nel mio articolo.
Tuttavia a ben vedere non è così rilevante. E per due ragioni: La prima che il quesito del referendum del 2006 era di approvare o meno la novella costituzionale del centrodestra. Ovvero: non era stato chiesto agli elettori se si “approvava” o meno la Costituzione del ’47, ma le modifiche alla stessa, per cui quel NO era un dissenso rispetto alle modifiche (non entusiasmanti) e non appare – se non per la probabile intenzione di gran parte dei votanti NO – come un SI' “a prescindere” alla Costituzione del ’47.
Ancor più il dato “reale”. Se è vero che al referendum i suffragi per il NO sono stati 15.791.293, dato l’altissimo numero degli astenuti (dovuti in gran parte, probabilmente, allo scarso entusiasmo per una revisione relativamente importante, ma non certo decisiva) il NO ha riportato il 61,3% dei voti espressi che erano complessivamente pari al 52,30% degli elettori. Cioè a interpretare tutti i NO alle modifiche come un Sì alla Costituzione formale, l’esito anche di questo referendum conferma la mia tesi: il consenso alla Costituzione formale è affetto da anemia cronica da più di tre lustri: è stabile a circa un terzo dell’elettorato.
Tanto per fare un paragone col dato reale del 18/04/1948: i partiti ciellenisti conseguirono complessivamente oltre 24 milioni di voti su 26.264.452 votanti validi e su 29.117.270 elettori: cioè ottennero il consenso dell’80% del corpo elettorale e di oltre il 90% dei voti validi.
L’abissale divario tra questi risultati schiaccianti e perciò legittimanti e quelli anoressici delle elezioni (e del referendum) degli ultimi decenni confermano che la costituzione formale non gode del consenso degli italiani.
Quanto alla… sfortuna, per ragioni di spazio ci ritornerò un’altra volta.
Anticipo che: a) come dice don Abbondio, se uno il coraggio non ce l’ha non se lo può dare; b) come insegna Montesquieu il potere consiste di due facoltà: quella di deliberare (statuer) e quella di impedire (empécher). Spesso si riesce in una e non nell’altra.
Ringrazio il lettore Cinghios per l’attenzione e per avermi consentito di ritornare sul tema.
Teodoro Klitsche de la Grange
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lunedì, settembre 13, 2010

Rapporto Ocse. Dove va la scuola italiana?
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Povera Italia, certo, non bocciata, ma rimandata a settembre… Ecco ciò che decretano le cifre dell’ultimo Rapporto Ocse (Oecd) sull’istruzione (http://www.oecd.org/document/52/0,3343,en_2649_37455_45925620_1_1_1_1,00.html. ). Qualche dato "a spizzico", vista l'ampiezza di un testo che meriterebbe ben altro spazio...
In media, i paesi dell’Ocse dedicano all’istruzione il 13,3% della spesa pubblica complessiva, l’Italia, invece, è ferma al 4,5. Inoltre, sempre in area Ocse, il 90% dell’istruzione primaria, secondaria e post-secondaria non universitaria è pagato con fondi pubblici. E qui l’Italia è in media perfetta, facendo però schiattare di rabbia i professori ipermercatisti del “Corriere della Sera” … Di più: se nei paesi Ocse, in media, il 70% del bilancio in materia è destinato alle retribuzioni del personale, in Italia, viaggiamo intorno il 90 %.
Negli ultimi trent’anni, sempre in ambito Ocse, i livelli di istruzione sono molto cresciuti: in media la quota di 25-34enni con almeno un’istruzione secondaria superiore è di 22 punti percentuali superiore a quella della fascia di età 55-64. Tra i più giovani (17-20 anni), il tasso di conseguimento di un titolo di istruzione secondaria superiore supera il 70% in più dei due terzi dei paesi Ocse, raggiungendo il 90% in nove paesi.
E qui, a dire il vero, l’ Italia non è rimasta indietro. Perché, seppure lentamente, ha recuperato mettendo a segno una rapida espansione dell’istruzione superiore e terziaria con livelli medi, in ambito universitario, balzati di oltre il 5% l’anno rispetto a dieci anni fa. Si tratta di un successo, legato alla nascita delle lauree brevi, che ha condotto a un 20% di laureati nel 2008 ( ma solo tra i 24 e i 34 anni). Per contro la percentuale di scolarizzazione terziaria si è dimezzata per la fascia tra i 45 e i 54 (12%), per abbattersi al 10% per quelli tra i 55 e 64 anni. Nel complesso però la media dell’istruzione terziaria in Italia resta bassa rispetto a quella dei cosiddetti paesi industrializzati: solo il 2,4% di tutta la popolazione contro il 33,5% degli Usa, il 14,7% del Giappone, il 5,8% della Germania.
Infine, il Rapporto Ocse sottolinea l’importanza della relazione tra istruzione universitaria, reddito ed occupazione. Dal momento che le cifre provano che, di regola, un laureato produce più reddito, più entrate fiscali, e rischia assai meno, rispetto a un non laureato, di perdere il posto di lavoro.
Qual è il succo? Che l’Italia, pur facendo qualche piccolo progresso, continua ad investire poco nell’istruzione. Pertanto la politica dei tagli del ministro Gelmini non aiuta…
C’è però un dato, in particolare, sul quale riflettere. In Italia, la media delle ore di permanenza a scuola è elevata. Gli alunni italiani tra i 7 e gli 8 anni passano ogni anno 990 ore a scuola contro una media Ocse di 777. Tra i 9 e gli 11 le ore salgono a 1023 contro 882 per poi salire sopra i 12 anni a 1089 (la media Ocse è di circa 959 ore). Come mai, malgrado lo stazionare (o riscaldare…) sui banchi, il rendimento degli studenti della scuola dell’obbligo non è tra i più elevati, e per giunta rivela scarsi risultati in matematica, scienze e nella comprensione dei testi? Mentre in paesi come la Norvegia e la Finlandia , da sempre considerati importanti punti di riferimento, le ore passate sui banchi degli studenti sono largamente inferiori a quelle italiane?
Probabilmente qualcosa non funziona nei metodi di insegnamento. In particolare, nella capacità, da parte degli insegnanti di trasmettere agli alunni, non tanto le nozioni di base in alcune materie, quanto la “volontà di sapere”. In questo senso, il vecchio Giuseppe Mazzini, ormai letto da quattro gatti, parlava dell’istruzione come vero “pane dell’anima”. Certo, si tratta di un’impresa non facile, e per una serie di ragioni: perché gli insegnanti andrebbero motivati (non solo economicamente), perché non tutti gli studenti sono al medesimo livello cognitivo e, infine, perché le famiglie di oggi sono quel che sono…
Ma perché non provarci?
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venerdì, settembre 10, 2010

Rom, basterà una "vittoria di principio" a Strasburgo?
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Come interpretare la censura europea, anzi del centrosinistra europeo, alle politiche anti-Rom e anti-immigrazione di Sarkozy e di riflesso anche di Maroni? Una “vittoria di principio”. Come appunto ha dichiarato David Sassoli, capogruppo del Pd a Strasburgo. Citiamo dall’Ansa:
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“Nel testo - approvato con 337 voti a favore, 245 contro e 51 astensioni - i riferimenti più duri sono alla “xenofobia e al razzismo” che la politica dell’estate francese ha evocato. E dopo il voto - accolto dai leghisti italiani al grido di 'Si' alle espulsionì - i commenti di parte Pd (Sassoli: "Questo è un voto che impone uno stop alle politiche xenofobe dei governi di destra"), Idv (de Magistris: "Oggi si è scritta una pagina di democrazia e civiltà censurando le politiche di discriminazione e criminalizzazione delle minoranze") sono di soddisfazione per il principio affermato e per l'alt preventivo imposto all'Italia”
(
http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/mondo/2010/09/09/visualizza_new.html_1785236876.html )
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Giustissimo. Ma, di fatto, cambierà qualcosa per i Rom? Nei famigerati campi la vita migliorerà? I bambini frequenteranno la scuola regolarmente? I genitori cercheranno e troveranno un lavoro stabile? Mah… Vogliamo, comunque, entrare nel merito? Magari partendo dalla situazione italiana? Proviamoci.
Zingari, Rom, nomadi… Quanti sono in Italia? La popolazione zingara, secondo varie stime (Istat, ERCC, Fondazione Migrantes), ammonta a 200.000 persone di etnia Rom e Sinti. I Rom di antico insediamento sono 45.000 ( per l’ 80 % cittadini italiani). Mentre il restante 20 % è costituito da Rom provenienti dai paesi dell’Est Europa. Per metà è composta da minori, bambini e adolescenti. Mentre solo il 2,5-3 % supera i 60 anni. Il tasso di natalità è particolarmente elevato: circa 5/6 figli per nucleo familiare. Per contro, il tasso di mortalità tra i bambini sarebbe di almeno due-tre volte superiore alla media. Spazialmente, il nomade ama concentrarsi intorno alle grandi e medie città. Particolarmente elevati i tassi di analfabetismo e disoccupazione.
Insomma, un quadro socioeconomico poco brillante. Al quale va ad aggiungersi, diciamo così, l’ostracismo dell’ italiano medio. Per metterla in termini statistici con il nomade vale purtroppo la regola del sette su dieci: “non piacciono” (almeno) al settanta per cento degli italiani. E di ogni età e ceto.
Perché? Alla base del rifiuto c’è l’atavica avversione del sedentario per il nomade. Purtroppo, siamo davanti a un esempio di “pressione sociale” negativa.
Si pensi al diffuso stereotipo “dello zingaro che ruba i bambini”. Una “leggenda nera” ampiamente smentita dallo studio (2008) dell’Università di Verona promosso dalla Fondazione Migrantes: un gruppo di studiosi ha analizzato 40 casi accaduti nell’arco di vent’anni, tra il 1986 e il 2007, casi che avevano al centro il supposto rapimento di un bambino da parte dei rom. Bene, analizzando tutti i fascicoli aperti dai tribunali si è scoperto che in nessuno di essi “la sottrazione dell’infante risulta effettivamente avvenuta e provata oggettivamente”. [Si veda la Sabrina Tosi Cambini (a cura di), La zingara rapitrice. Racconti, denunce, sentenze (1986-2007), CISU 2008 ]
Quando il rifiuto dell’Altro persiste, nonostante i fatti dimostrino il contrario, evidentemente c’è qualcosa di negativo nell’aria (sociale): una “pressione” che non può essere combattuta “razionalmente” con l’arma della persuasione. Del resto il nomade è nomade proprio perché rifiuta di “sedentarizzarsi”. E il rifiuto della “normalità”, favorito dal fatto che il nomade ha costumi di vita diversi e spesso in violazione della legge, provoca la nascita di leggende e “contro-leggende nere a scopo “difensivo” e su entrambi “i fronti”, alimentando così la spirale del rifiuto reciproco. Perché anche i nomadi, in termini di “tradizione orale” (le contro-leggende…), diffidano dei sedentari. Soprattutto, quando tentano di “rubare loro i figli” per mandarli a scuola.
Che fare? Certo, si può imporre come in Francia il rispetto delle regole repubblicane. Ma può bastare la “durezza”? Per contro, l’uso della “dolcezza” richiede collaborazione da parte del nomade. Che pur “non rubando” i nostri piccoli, mai probabilmente capirà perché noi vogliamo “rubare” i suoi.
Spiace dirlo, ma al di là delle pur nobili dichiarazioni di principio, la situazione sembra essere senza via di uscita.
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giovedì, settembre 09, 2010



La rivista della settimana: “Tropinka” vol. 1, no.1, 06/2010, pp. 112, euro 15 – www.avatareditions.com
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Eppur si muove. Che cosa? L'intelligenza. Perché in una Francia che, stando al conformismo mediatico, sembra esistere solo per essere pro o contro Sarkozy, nascono ancora riviste non conformiste e di qualità. E che soprattutto volano alto, oltre il chiacchiericcio politico. Come appunto prova il primo numero di “Tropinka. Revue d’escriture internelle contre-révolution” culturelle” (vol. 1, no.1, 06/2010, pp. 112, euro 15). La rivista è diretta da Thierry Jolif, scrittore, musicista, studioso delle culture e filosofie tradizionali, dalla celtica e bretone alla russa, passando per la patristica (per approfondire si veda il suo sito: http://thierryjolif.hautetfort.com/).
Tropinka in russo significa “ la via stretta”. Secondo i padri del deserto, leggiamo nella presentazione, percorrere “la via stretta significa (…) lasciare tutto quel che si possiede” a cominciare “dalle “proprie idee, buone o cattive che siano”. Insomma, bisogna fuoriuscire “dal dominio mortifero della ‘lettera’ “ . O detto altrimenti: della parola scritta, quasi sempre frutto di un linguaggio codificato e oggi mercificato. Di conseguenza “lo scrivere" va inteso come "riscrittura interiore, segreta” di noi stessi, non in chiave narcistica ma di apertura all'assoluto, di cui l'uomo è icona. In questo senso, come si intuisce, la via stretta è quella di una poïètique generosa, capace di recuperare il sacro quale scelta “non antimoderna”, ma sicuramente “non moderna”
Al riguardo si legga il giudizio assai critico di Thierry Jolif sul piccolo profeta del nulla, Michel Onfray, proprio nell’articolo che apre il fascicolo (Cecitelos et Eschatologie, pp. 13-24): giudizio che ricalca quello di Nikolaj Berdjaev verso certo compiaciuto umanismo, travestito da cristianesimo rovesciato.
Segue il notevole scritto di David Gattegno (Politique Littéraire, pp. 25-41), dove s’ingaggia un corpo a corpo con la tradizione letteraria francese, scorporando l’ eterno, la parola viva (ciò che attiene al mitico e al collettivo) dal caduco, la parola scritta ( ciò che è frutto di ristretti circoli intellettuali).
Fanno seguito due saggi altrettanto interessanti: Olivier Cappaert (Lo Zek et le Ring, pp. 43-56), intorno alla letteratura del dolore, germinata nell’inferno dei Gulag sovietici, come in particolare nell’ opera di Aleksandr Solženicyn; Tierry Jolif (Pour finir avec la bibliophilie, pp. 57-63), dove si discute del “feticismo” del libro, partendo da un testo in argomento di Roger Caillois.
Notevole anche lo scritto di Vincent Chapin (Affronter le Dragon dans l’Âge de Fer. Hymne à St Michel, pp. 67-71). Seguono, infine, la pubblicazione di un breve componimento di William Blake, poetico mitografo dell'essere collettivo: Le barde Bajan (p. 73), nonché due rubriche: una di recensioni (pp. 77-84); una di ritratti (87-106): La Stratégie Volkoff, di Thierry Jolif; De La nobilissime viridité: paradoxe de la mystagogie des lettres, di Tugdual de Kervrann, dove si accostano le figure di Tolkien e Blake.
Una volta letto e chiuso il fascicolo, si ha l’impressione di aver fatto una cavalcata in compagnia dei nostri antichissimi “Padri”, attraverso il mito, la storia, il simbolo, quasi sospinti dalla forza vivente di un sacro, che precede, innerva e accompagna il cristianesimo. In cerca, tra boschi sacri, templi, eremi e cattedrali, di quell’anima profonda dei popoli, che è giusto riscoprire e apprezzare, "oltre la lettera", senza però pretendere di trasformarla in nuovo feticcio. Del resto la "via stretta" che conduce alla salvezza, proprio perché stretta, racchiude anche il pericolo... La parola per restare vivente deve essere nel mondo senza essere del mondo… Deve mutare, pur rimanendo se stessa. Per dirla con Ezra Pound: “ Le parole sono come foglie, come vecchie foglie brune in primavera/che dove vadano non sanno, in cerca di una canzone./ Parole Bianche come fiocchi di neve, ma sono gelide,/parole di muschio, parole sulle labbra, parole di lenti ruscelli.

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mercoledì, settembre 08, 2010

La disdetta di Federmeccanica e la democrazia in fabbrica.
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Può entrare la democrazia in fabbrica? Un’impresa economica, a partire dalla discussione del contratto di lavoro con il sindacato, può essere gestita in modo democratico? Queste sono le domande che scaturiscono - sempre che si voglia alzare il tiro - dalla questione del "recesso" di Federmeccanica dal contratto nazionale. Ma che cosa è successo?
Secondo il consiglio direttivo di Federmeccanica resta “urgente una regolamentazione condivisa del sistema di rappresentanza, sulla cui necessità esiste generale consenso e disponibilità dichiarata dalle parti”. Per il presidente Pierluigi Ceccardi, tale regolamentazione è prevista dall’accordo interconfederale del 15 aprile 2009, non sottoscritto dalla Cgil”. A suo parere "vanno assolutamente cambiate le relazioni sindacali perché le aziende non sono più governabili: se cinque persone che scioperano fanno chiudere uno stabilimento di 500, questa non è democrazia, è prevaricazione”. Ovviamente la stoccata è per la Fiom. E non per gli altri sindacati confederali disposti al cambiamento.
In linea di principio il sindacato è l’unico strumento capace di garantire, allo stato attuale, i diritti dei lavoratori. Il che significa che la contrattazione tra imprese e sindacato è uno strumento di democrazia. Ma anche quando il sindacato è profondamente diviso, come in questo caso? Ad esempio, il segretario generale della Fiom, a proposito del recesso, parla di “una decisione grave e irresponsabile”. E’ uno strappo - osserva - alle regole democratiche del nostro Paese, in quanto si pensa di concordare con sindacati minoritari la cancellazione del contratto nazionale impedendo ai lavoratori metalmeccanici di poter decidere sul loro contratto”. Mentre per gli altri sindacati che hanno firmato un nuovo accordo con Fermeccanica il 15 ottobre 2009 (non sottoscritto dalla Fiom), invece non cambia nulla. “Abbiamo il nostro contratto rinnovato un anno fa”, ha dichiarato Rocco Palombella, segretario generale della Uilm. Aggiungendo che “la decisione è ininfluente, non modifica nessun tipo di orientamento e di percorso per quanto riguarda la mia organizzazione”. Secondo Giuseppe Farina, segretario generale della Fim Cisl, “il contratto del 2008 era già decaduto dal punto di vista formale e sostanziale e quindi non si tratta di alcuna novità”. Infine, Roberto di Maulo, segretario generale della Fismic, ritiene che “ Federmeccanica abbia fatto solo il passaggio obbligato, anche in rispetto degli accordi interconfederali”.
Difficile dire chi abbia ragione nel merito, ma se la situazione è questa perché non fare - attenzione parliamo di metodo non di contenuti (degli accordi) - un referendum generale per scoprire quanti lavoratori siano eventualmente d’accordo con la Fiom sullo “scippo” del contratto?
Qui però si apre un’altra questione. Quanto tempo porterebbe via una consultazione intersindacale del genere? I tempi della produzione, per giunta globalizzata, corrispondono ai tempi della democrazia? I conflitti intersindacali, come in questo caso, favoriscono la crescita della produttività, dalla quale dipende il futuro economico di imprenditori e maestranze? Democrazia sindacale deve essere sempre sinonimo di democrazia totalitaria (nel senso di un sindacato monolitico che voti ogni volta in modo compatto)?
Ecco, finalmente, alcuni interrogativi importanti sui quali confrontarsi. E con onestà.
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martedì, settembre 07, 2010

Angelo Vassallo, Renato Vallanzasca e la società degli antieroi
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Ieri due fatti hanno colpito la nostra attenzione: l’uccisione del "sindaco-pescatore" Angelo Vassallo, probabilmente per mano della Camorra e le accese polemiche veneziane sul film di Placido dedicato a Vallanzasca.
Del regista-attore ricordiamo il film semicelebrativo sulla “Banda della Magliana”… Ma che cosa pensare di un’Italia che per un verso combatte la criminalità e per l’altro la incensa o quasi nelle sale cinematografiche? Che pecunia non olet e che ogni mezzo è ritenuto lecito per fare soldi.
Ma oltre, alla questione del vile denaro, ce n’è un’altra. Quale? Quella del culto dell’antieroe… Ci spieghiamo meglio.
Si tratta di un modello, prima letterario poi culturale, che risale alla crisi della letteratura tardo romantica, poi diffusosi nella letteratura popolare, nei fumetti, nel cinema, nella musica. L’antieroe è colui che diventa eroe suo malgrado. E antieroe può essere considerato il sindaco Angelo Vassallo: prima pescatore per vocazione, poi sindaco per caso, infine eroe suo malgrado, perché morto, come si dice, nel "rigoroso adempimento del proprio dovere"…
Purtroppo, a causa dello stesso meccanismo, può diventare antieroe, anche un criminale come il “Freddo” o Vallanzasca. Basta partire dal concetto - questa volta - del “criminale per caso”. Il quale, in quanto “uomo vero” applica un codice d’onore, legato alla sua attività molto "particolare". Quindi, quando muore, perde anch'egli la vita nell’ adempimento “del proprio dovere”.
Certo, può apparire sconveniente l’accostamento tra degne figure come Angelo Vassallo e feroci criminali del calibro del “Freddo” e di Renato Vallanzasca, ma i determinismi, sociologici e culturali, per mezzo dei quali le società si riproducono, non ammettono eccezioni.
In qualsiasi società perciò esistono "figure esemplari". Quel teatrante che scrisse “Beate le società che non hanno bisogno di eroi” non aveva praticamente capito nulla.
Il punto è che la “forma” esemplarità ha valenza universale. Mentre quel che muta sono i “contenuti”. Che risentono sempre del clima storico e culturale del momento. Detto altrimenti: l'otre è sempre lo stesso, il vino cambia in continuazione.
Pertanto si può asserire - fermo restando il valore del sacrificio di Angelo Vassallo - che ogni società ha gli eroi (o gli antieroi) che si merita.
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lunedì, settembre 06, 2010

Discorso di Mirabello. Il cerino torna a Berlusconi
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E così il famigerato cerino ora è ritornato in mano a Berlusconi. Come avevamo previsto nel post di venerdì, l’intervento di Fini a Mirabello, al di là dei toni, è stato sostanzialmente interlocutorio: “il PdL non esiste più”, ha dichiarato, “ ma non ci sarà nessun ribaltone”. Fini (ri)propone un “patto di legislatura tra Lega Pdl e FLI”. Tutto qui.
Pertanto la resa dei conti definitiva è di nuovo rinviata. Decisivo, probabilmente, per il destino della legislatura, sarà il comportamento del FLI in occasione del voto in Parlamento sui cinque punti programmatici. Ma ancora più decisivo sarà l’atteggiamento definitivo verso i fliellini di un Berlusconi, finora oscillante tra armistizio, campagna acquisti, guerra totale. Ma anche quello di Fini, che insistiamo, non sembra intenzionato a rompere completamente con il Cavaliere. E l’indecisione in politica, da qualunque fronte provenga, non paga mai. O se viene pagata, è pagata da elettori e cittadini.
Tre osservazioni sul "comizio" del Presidente della Camera, perché di "comizio", e per giunta in stile missino, si è trattato.
La prima, è che il discorso di Fini ha evidenziato il totale vuoto ideologico e la confusione in cui versa la presunta “destra nuova”. Va notata soprattutto l’assenza di qualsiasi puntualizzazione forte sulle questioni immigrati e diritti civili, cavallo di battaglia di un pugno di farfuturisti, perché chi lo ascoltava - un pubblico composto in larga parte di vecchi missini-aennini - non avrebbe gradito. Altro che "destra nuova" senza la bava alla bocca, come officia Campi ...
La seconda, è che proprio per la ragione di cui sopra (il pubblico, eccetera), Fini ha tirato fuori dall’armadio la vecchia oratoria da comizio missino: stessa retorica dei doveri e del vivere pericolosamente, stesso appello ai pochi ma buoni, stesso disprezzo qualunquistico-fascista per la cosiddetta partitocrazia, ora naturalmente incarnata da Berlusconi…
La terza, è che al di là dell’antiberlusconismo dietro il FLI non c’è praticamente nulla, se non la pura e semplice fame di potere di Fini, dei suoi nuovi colonnelli e degli ex quadri intermedi periferici di An, più o meno giovani, rimasti fuori dalla ridistribuzione dei nuovi incarichi all' interno del PdL…
Concludendo, la ricerca del potere in politica non guasta (anzi ne è l'essenza), ma non quando rischia di ritorcersi, come in questo caso, contro gli italiani che, piaccia o meno, hanno votato Berlusconi come Presidente del Consiglio. Ma anche contro quelli che non lo hanno votato. Perché l'Italia in questo momento ha bisogno di un governo stabile e non di campagne elettorali o di un governo di terremotati della politica che magari vada da Rosy Bindi a Gianfranco Fini.
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venerdì, settembre 03, 2010

Mirabello, Gianfranco Fini e Alessandro Campi
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Teatrino o meno della politica, in agosto ci aveva incuriosito il silenzio di Alessandro Campi, Direttore Scientifico della Fondazione Fare Futuro e unica testa veramente pensante tra le tante comparse farfuturiste. E fino al punto di sospettare un inizio di sobrio “defilamento”. Ma di che tipo? Dal destino non più radioso di un Presidente della Camera "Re Tentenna", per tornare all' amatissima storia delle dottrine politiche? Oppure in coraggiosa direzione, totalmente sperimentale, puntando a metapoliticizzare, anche senza le cravatte rosa di Fini, l’ala siculo-napoletana oltranzista dei Granata e dei Bocchino?
Diciamo subito che il suo editoriale apparso ieri sul “Mattino” e prontamente ripreso da “FFWeb magazine”, va nella seconda direzione: quella del mare aperto e tempestoso... Ovviamente, in modo felpato. Campi usa il linguaggio dello studioso di scienze sociali. In che modo? Prova a trincerarsi, come Machiavelli, dietro "l'effettualità" delle cose politiche, enfatizzando “inevitabilità” politologica e storica di un progetto, quello del FLI, che ormai andrebbe oltre lo stesso Fini. Insomma, una strada senza ritorno. Ma lasciamo a lui la parola:
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"Le cronache politiche di queste ore sono piene di appelli alla concordia e di inviti alla tregua. Si parla di ricompattare la maggioranza intorno a pochi punti di programma e della possibilità di far rientrare i ribelli nei ranghi del Pdl in cambio di un loro atto di lealtà che tanto somiglierebbe, in realtà, a un atto di sottomissione. Si cerca di scongiurare in tutti i modi, pena la minaccia di tornare alle urne, la nascita di un nuovo partito che secondo molti condannerebbe Fini a una definitiva irrilevanza.
Ma tutti questi propositi edificanti non tengono conto del fatto che il cammino intrapreso da Fini, sempre che quest’ultimo non abbia scherzato in questi anni, ma a questo punto avrebbero ragione i suoi denigratori, è ormai oggettivamente diverso da quello di Berlusconi: concorrenziale a quest’ultimo senza peraltro essere necessariamente alternativo (…). Il progetto finiano, rispetto a quello sin qui perseguito dal Cavaliere, presuppone ormai una diversa lettura della società e della storia italiana, utilizza un altro linguaggio, interpreta in modo differente le dinamiche istituzionali, concepisce in altra maniera lo Stato e la regole della democrazia, punta a coinvolgere settori della società civile estranei al blocco sociale che storicamente ha sostenuto il berlusconismo. È un progetto che, almeno sulla carta, si candida a raccogliere in parte l’eredità di quest’ultimo ma su basi nuove. La vera sorpresa, ma negativa e a questo punto dannosa per la sua immagine politica, sarebbe se a Mirabello Fini sconfessasse tutto questo".
(http://www.ffwebmagazine.it/ffw/page.asp?VisImg=S&Art=8015&Cat=1&I=../immagini/PERSONAGGI/fini_occhi_int.jpg&IdTipo=0&TitoloBlocco=L'Analisi&Codi_Cate_Arti=38)
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Se la nostra ipotesi fosse giusta: quella di un Campi che fiutando la possibile marcia indietro di un Fini, rivelatosi per quello che era ed è (non "nuovo principe" ma "lanzichenecco" della politica), tenta da patetico profeta disarmato di mettere “paletti” intorno al “capo” per limitarne i movimenti... Se fosse giusta, dicevamo, l'intervento finiano di domenica a Mirabello, come si intuisce dall'editoriale di Campi, potrebbe essere se non conciliante, interlocutorio. Fermo restando che la possibile provocazione “squadrista”, di cui si è parlato in questi giorni - gradita ai falchi del PdL e non invisa all' ala oltranzista del FLI – potrebbe far precipitare le cose, spingendo Fini a sparare ad alzo zero, e magari a braccio, contro Berlusconi.
Va da sé - ma questo è un dato personale - che un Alessandro Campi capace, nel caso dell'ennesima giravolta di Fini, di andare fino in fondo in compagnia di Granata & co., avrebbe diritto, pur seguendo un' idea pasticciata di "destra nuova", a tutto il nostro rispetto.
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