mercoledì, giugno 30, 2010

A proposito di “poteri forti”
.
Oggi la Commissione Ue presenterà le prime proposte per dare corpo alla riforma del “patto di stabilità” per renderlo più rigido e restrittivo nei criteri di gestione della spesa pubblica.
Invece di favorire corpose politiche pubbliche di rilancio dell'occupazione e degli investimenti, l’ Europa politica mostra di subire la severa linea monetarista della Banca Centrale Europea. L’economia, in particolare quella bancaria, pare perciò vincere ancora una volta su una politica che sceglie di piegarsi alle decisioni di Trichet e dei “poteri forti” che secondo alcuni sarebbero dietro il Presidente della BCE. In effetti, l'Europa politica sembra ben lontana dall'adottare l' idea, suggerita da qualcuno e invisa al banchiere francese, di tassare le transazioni borsistiche allo scoperto e di riflesso gli operatori creditizi e finanziari che le favoriscono.
Certo, a questo punto sarebbe molto facile parlare, in termini retorici, di "poteri forti che vogliono affamare i popoli”, eccetera, eccetera. In realtà, i poteri economici sono forti perché sono deboli quelli politici. Lo scambio sociale nelle democrazie è basato sulla competizione tra i diversi gruppi di pressione, di regola economici (bancari, industriali, sindacali). Naturalmente, si tratta di una competizione "regolata" in funzione dell' interesse generale, rappresentato appunto dalla politica. Perciò se l' "attore politico" invece di temperare si ritrae o resta a guardare, ecco, che l’economia “senza se e senza ma” torna a comandare.
Pertanto la vera questione del momento è quali strategie " politiche" seguire per garantire un nuovo equilibrio tra i diversi gruppi di pressione . Ovviamente nella democrazia. E non tornando all'Età della Pietra o a quella del socialismo reale.
Concludendo non esistono “poteri forti” in quanto tali, ma poteri che competono e sul cui equilibrio l’ultima parola spetta sempre al "potere" politico. L’Europa negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, dagli alti tassi di sviluppo, conobbe un grande progresso civile, sociale ed economico, proprio perché la politica riuscì a garantire, nella democrazia, rappresentativa e liberale, il giusto equilibrio tra i diversi gruppi di pressione.
E a quell’equilibrio, prima o poi, si dovrà tornare. Favoleggiare sugli "incappucciati" e sui "poteri forti" che avrebbero sempre dominato, con le loro trame, tutta la storia del capitalismo, vuol dire non capire nulla di sociologia e storia comparata dei sistemi economici. E soprattutto significa non amare la libertà, quella vera (o che comunque si avvicina...). Ma credere nelle favole dei decrescisti e dei nostalgici delle più disperate ideologie.
Ma soprattutto significa non riuscire a spiegare una cosa molto banale. Quale? Le vere ragioni del perché i nostri nonni erano costretti ad andare in giro scalzi, e magari fino in America, mentre noi di scarpe ne abbiamo anche troppe e negli States andiamo in vacanza… Ora, di sicuro, libertà non è comprare un paio di scarpe. Ma essere messi nella condizione di poterle comprare. Insomma, di poter scegliere liberamente.
Anche di andare in giro a piedi nudi...
.
Copyright © 2010 - all rights reserved. Tutti i diritti sono riservati. Per richiedere la riproduzione del post scrivere all'indirizzo e-mail: carlogambescia@yahoo.it

martedì, giugno 29, 2010

Roma senza Papa
.

Chiesa Cattolica sotto attacco? Diciamo che è abituata... Perché è sotto assedio almeno dal 1789. Perciò quel che è accaduto in Belgio - punta di iceberg di un' offensiva mediatica e giudiziaria contro i “preti pedofili” - è quasi “routine”.
Riuscirà la Chiesa a resistere anche questa volta? Forse sì. Ma solo se saprà puntare - se ci si passa l’espressione da broker - su una politica della domanda…
Ma procediamo per gradi.
Quel che da due secoli il mondo laicista cerca di imporre alla Chiesa è di restringere la sua attività alla “politica dell’offerta". Si vuole un cattolicesimo che si occupi esclusivamente delle anime, ma attenzione: a richiesta dei singoli… Come in una specie di centro commerciale globalizzato dove la "Boutique-Chiesa", finalmente normalizzata, offra beni e servizi spirituali solo ai consumatori affezionati.
Ma il vero problema è che la Chiesa - proprio oggi si celebrano i Santi Pietro e Paolo - è l’evangelizzazione stessa per eccellenza: la Chiesa è “la” politica della domanda per Dna. Perché istituzionalmente tesa ad allargare i suoi "mercati", facendo crescere con saggi investimenti pubblici - l’evangelizzazione - "la domanda di fede". Insomma, una Chiesa senza missionari sarebbe inconcepibile. Pertanto - proseguendo nella metafora economica - il cattolicesimo romano non può limitarsi a una pura politica dell’offerta, perché per Dna è keynesiano. Detto altrimenti: la Chiesa è da sempre portata a sostenere in modo diretto la "domanda dei consumatori di fede"... E come? Ripetiamo, evangelizzando sulla base di un capitale di investimento ideale accumulato in duemila anni. Perché evangelizzazione significa accettare coraggiosamente la sfida del "mercati della fede", dicendo e facendo cose sgradite agli oligopoli laicisti. Non per niente, qual è stata la riposta di Papa Benedetto XVI alle ultime difficili sfide? Istituire un dicastero per “promuovere una rinnovata evangelizzazione nei Paesi dell'Occidente”: politica della domanda. Proprio quel che il mondo laicista teme di più. Pertanto il Papa sembra aver capito perfettamente i termini della questione. E ha subito risposto per le rime. Per ora.
Perché “per ora”? Perché resta il problema sociologico dell’ "istituzione-chiesa". Una questione molto seria, legata alla selezione delle sue élite, alla coesione morale interna, allo spirito di disciplina, alla disponibilità di risorse economiche. E soprattutto alle capacità strategiche e di comando dei successori di Pietro. E... principalmente di Paolo, l'evangelizzatore per eccellenza, da sempre inviso a tutti i nemici del cristianesimo.
C’è un intrigante romanzo di Guido Morselli, Roma senza Papa, pubblicato nel 1974, dove si immagina una Città Eterna affollatissima, piuttosto che di fedeli, di preti cattolici e sommi teologi. I quali discutono, discutono, discutono... E in primis su come riformare “socialmente” la Chiesa. Mentre il Papa, Giovanni XXIV, uomo soave ma debole, ha trasferito la sede apostolica a Zagarolo. Dove nella più silente inazione alleva serpenti. Oltre a intrattenere rapporti d’ amore platonico con una teosofa di Bengalore…
L’ultimo cattolicesimo evocato da Morselli rinvia profeticamente - il libro fu scritto nel 1966 - a una Chiesa ripiegata sull’ offerta. Capace solo di discutere ad infinitum su come ammodernare la sua offerta di fede… Proprio quello che oggi va assolutamente evitato. Serve invece "azione": occorre una politica della domanda. La fede, come i mercati, non si accontenta di una pura politica dell'offerta. Al laissez faire che spera in miracolose rinascite, va sostituito un sistematico "intervento pubblico". La fede non rinascerà mai da sola.
Ma la Chiesa ne sarà ancora sociologicamente capace?
.
Copyright © 2010 - all rights reserved. Tutti i diritti sono riservati. Per richiedere la riproduzione del post scrivere all'indirizzo e-mail: carlogambescia@yahoo.it
.

lunedì, giugno 28, 2010

L’ANSA, la Vapefoudation e il “meteozanzare”
.
Prima la notizia.
.
"Per tutto il periodo estivo l'ANSA, in collaborazione con Centimetri, pubblica una mappa, con aggiornamento settimanale, sull'allarme zanzare in Italia.
Ogni giovedì, il servizio, attraverso una infografica, descrive l'indice potenziale di infestazione da zanzare sul territorio, con indicatori su base provinciale passando per 4 livelli di allarme: 0 nullo, 1 basso, 2 medio-basso, 3 medio-alto e 4 alto.
L'aggiornamento avviene sulla base dei dati ufficiali forniti da Vapefoundation attraverso un monitoraggio sui siti già colonizzati dalla zanzara tigre".
(
http://www.ansa.it/web/notizie/photostory/primopiano/2010/06/25/visualizza_new.html_1846525134.html )
.
Ci sono "notizie” nascoste tra le altre che hanno un valore simbolico ed esplicativo enorme. Per quale ragione? Perché come microspie colgono e rivelano i reali meccanismi di governance politica e sociale . Ci spieghiamo subito.
In primo luogo, siamo ormai da tempo davanti alla creazione “a tavolino”, ripresa e pompata dai “media”, di un nuovo e clamoroso caso di allarme sociale: il pericolo zanzara… Per la serie - semplificando - creare l’ordine attraverso il disordine…
In secondo luogo, l’iniziativa del meteozanzare è sponsorizzata dalla Vapefoundation, dietro la quale non possono non esserci i grossi interessi dei "padroni della disinfestazione”. Siamo troppo cattivelli? Mah... Allora il lettore dia un'occhiata all'omonimo sito ( http://www.vapefoundation.org/Fondazione.aspx ) . Francamente, speriamo di sbagliarci.
In terzo luogo, se così fosse il progetto si qualificherebbe, quasi in termini da manuale, per il preoccupante mix “media-potere economico”. Che questa volta vedrebbe l’ANSA - la principale agenzia giornalistica italiana - fornire dati ricevuti dalla Vapefoundation… Per dirla in chiave semiseria, è come se l’ANSA diffondesse la “mappa" dei luoghi dove Dracula colpirà: mappa predisposta dai produttori di aglio e croci…
Buona giornata a tutti.
.
Copyright © 2010 - all rights reserved. Tutti i diritti sono riservati. Per richiedere la riproduzione del post scrivere all'indirizzo e-mail: carlogambescia@yahoo.it
.

venerdì, giugno 25, 2010

Lippi e le itale genti…
.
Quel che è accaduto ieri dopo l’eliminazione della nazionale è l’ennesima prova di quanto le “itale genti” siano immature e irriconoscenti. Ne prenda nota pure Berlusconi, che crede di essere il più amato dagli italiani...
Innanzitutto il clima da tragedia greca, completamente fuori luogo, soprattutto di questi tempi. Ma, si sa, l’Italia è la patria del melodramma… E così giocatori piangenti, giornalisti balbettanti, piazze attonite con bandiere a mezz’asta e megaschermi spenti…
Ma per poco. Già oggi i giornali invocano Piazza Loreto. I media se potessero appenderebbero Lippi per le gambe. Dopo averlo fucilato, magari insieme all’amante… L’ “allenatore genio”, “re dello spogliatoio”, "campione del mondo", di colpo è diventato un somaro, un nemico dei giocatori, e in primis “il nemico del popolo calcistico.
Addirittura il fatto che Lippi ora si assuma, coraggiosamente, ogni responsabilità, non viene lodato come esempio di coerenza e onestà, ma giudicato in modo ferino un’ aggravante: “Vedete, noi dei giornali, avevamo ragione”… E giù col machete…
Ovviamente nel calderone del dopo sconfitta - come in altre occasioni non solo calcistiche - dietro il popolo, prima attonito poi ruggente, si cela la élite incappucciata degli invidiosi, dei mediocri, dei prezzolati, dei voltagabbana: quelli che non perdonano all’altro intelligenza, successo e neppure insuccesso… E che appena il vento cambia cercano subito di ricavare un profitto personale, cambiando in corsa padrone…
Una brutta Italia. Sicuramente più brutta di quella che ha perso tre a due con la Slovacchia.
.
Copyright © 2010 - all rights reserved. Tutti i diritti sono riservati. Per richiedere la riproduzione del post scrivere all'indirizzo e-mail:
carlogambescia@yahoo.it
.

giovedì, giugno 24, 2010











Le riviste della settimana: “Krisis”, La Guerre? n. 33, avril 2010, pp. 258. euro 23,00 - "Krisis“, La Guerre? /2, n. 34, juin 2010, pp. 294, euro 25,00 -http://www.alaindebenoist.com/pages/krisis.php - "Empresas Políticas", fascicolo su Gaston Bouthoul, n. 13, 2° semestre 2009, pp. 184 euro 16,00 - http://www.sepremu.es/index.php
.
Non c’è che dire, “Krisis”, rivista diretta da Alain de Benoist, vizia i suoi lettori: ogni nuovo fascicolo supera per qualità il precedente. Non vanno perciò perduti gli ultimi due numeri dedicati alla guerra.
Nel primo (La Guerre?, “Krisis” n. 33, avril 2010, pp. 258. euro 23,00 ), si affronta il fenomeno in chiave teorica. Vanno ricordati, tra gli altri, i contributi di Jean Haudry (La guerre dans le monde indo-européen préistorique), Alain de Benoist (Le héros et les “péches du guerrier” e Violence sacrée guerre et monothéisme), Gabrielle Slomp (Cinq arguments de Carl Schmitt contre l’idée de “guerre juste”), Costanzo Preve (La lutte des classes: une guerre des classes?). Seguono alcuni testi classici in argomento di Julien Freund, Ludwig Gumplowicz, Gaston Bouthoul e Carl von Clausewitz.
Nel secondo fascicolo (“La Guerre? /2, “Krisis, n. 34, juin 2010, pp. 294, euro 25), oltre a fornire ulteriori approfondimenti teorici, come ad esempio nell’ ottimo contributo in apertura di Hervé Coutau-Bégarie (A quoi sert la guerre?), l’analisi entra nel vivo delle questioni internazionali. E qui, tra gli altri, vanno segnalati i saggi di Alain de Benoist (Le retour de la France dans l’OTAN), Georges-Henri Bricet des Vallons (Privatisation et mercenarisation de la guerre. La révolution de la “génétique” des forces armées américaines), Jean-Claude Paye (Un épisode de la “guerre contre le terrorisme”: les échanges financiers sous surveillance impériale).
In definitiva lo scopo che si propongono i due fascicoli è di studiare scientificamente la guerra al fine di mitigarne gli effetti distruttivi. Si parte perciò da un preciso presupposto, sicuramente non pacifista, ma neppure “guerrafondaio” : che la guerra sia una forma specifica di controversia socio-politica e che “pace” significhi solo assenza di guerra. Di qui l’importanza dell’antico detto, ben compreso da Romani, si vis pacem, para bellum ("se vuoi la pace, prepara la guerra"): perché pace e guerra sono eventi collegati e ricorrenti, stante la natura “pericolosa” dell’uomo. Il che implica la necessità di “pensare la guerra”, ossia di considerarla un’eventualità sempre incombente e alla quale prepararsi.
Abbiamo già accennato a Gaston Bouthoul (1896-1980), insigne sociologo e fondatore nel 1945 dell’ “Institut Français de Polémologie” (dal greco pólemos, guerra, ). Ora, l’importante rivista spagnola di politologia “Empresas Políticas”, diretta da Jerónimo Molína, professore di Politica Sociale presso l’Università della Murcia, ha dedicato oltre metà del suo ultimo fascicolo al grande polemologo francese, oggi quasi dimenticato ( n. 13, 2° semestre 2009, pp. 184 euro 16,00 ). Fra i contributi, tutti notevoli, ricordiamo quelli di Piet Tommissen (En torno alla polemología), Myriam Klinger (La revista “Études Polémologiques” 1971-1990), Vincent Porteret (El “Tratado de polemología” de Gaston Bouthoul y el análisis sociológico de las guerras), Julien Freund (La obra de Gaston Bouthoul), Utilissima, infine, l’impeccabile bio-bibliografia curata da Jerónimo Molína.
A Gaston Bouthoul si deve infatti una sociologia della guerra, capace di analizzare l’evento bellico come “fatto sociale totale”. Ossia quale evento psicologico, biologico e culturale, secondo la lezione di Tarde, Worms e Mauss. In questo senso, per Bouthoul la guerra è espressione della società (come plurale insieme di forze) e non della politica (quale esito della “decisione” di “fare” la guerra), come invece ritiene la “sacra” triade Clausewitz-Freund-Schmitt.
Siamo perciò davanti a un bellissimo confronto tra Bouthoul e tre “luminari” della guerra. Quel che però li unisce è la capacità di “pensare” la guerra senza demonizzarla. Del resto la guerra, per parafrasare un famoso detto, è una cosa troppo seria per lasciarla nelle mani dei pacifisti…
.
Copyright © 2010 - all rights reserved. Tutti i diritti sono riservati. Per richiedere la riproduzione del post scrivere all'indirizzo e-mail: carlogambescia@yahoo.it
.

mercoledì, giugno 23, 2010

Gianfranco Fini, Bossi e Renan
.
Come valutare la polemica Fini-Bossi sull’esistenza della "Padania"? E’ fondato dire che una nazione esiste, un’altra no ?
Saltiamo a piè pari la questione della definizione giuspubblicistica di nazione, dando per scontato che “tutte” le entità nazionali, incluse quelle costituite dai popoli che aspirano all’indipendenza, costruiscono “artificialmente” la propria tradizione. Ciò significa che sotto l’aspetto sociologico la nazione è una costruzione o "invenzione" socioculturale che, in ultima istanza, si regge sulla forza. Perciò sotto profilo "culturale" Italia e “Padania” pari sono… Di conseguenza la differenza consiste nel fatto che l’Italia può contare su carabinieri, forze di polizia, esercito, guardia di finanza, giudici, mentre la “Padania no. Tutto il resto è pura retorica politica.
Naturalmente questa è solo una parte della storia. Perché il potere della nazione, come ogni forma di potere, si regge non solo sulla forza ma anche sul consenso. A ricordarlo è la famosa definizione di Ernest Renan: “La nazione - scriveva lo storico francese - è un “plebiscito quotidiano”. Nel senso che ‘l’appartenenza” alla nazione non è mai data una volta per sempre, ma rinasce ogni giorno, innervando i comportamenti dei cittadini e dei governanti. In che modo? Attraverso l’instaurazione di un circuito virtuoso tra cittadino e istituzioni, basato in senso lato sullo scambio protezione/obbedienza. Pertanto l’appartenenza è un rapporto fiduciario fondato sulla costruzione sociale di una tradizione, ma anche sulla condivisione dei valori nazionali. Una "comunione" che, per quanto "inventata" e "astratta" nei suoi valori culturali, deve però riprodursi “quotidianamente”, e "in concreto", soprattutto grazie al buon governo delle istituzioni. Per farla breve: quanto più una nazione “funziona” nelle sue istituzioni, tanto più i cittadini "votano quotidianamente" in favore dell’appartenenza.
Ora, Fini, che secondo alcuni osservatori sta facendo del suo meglio per far cadere il Governo Berlusconi, dovrebbe invece interrogarsi, non tanto sull’esistenza o meno della Padania, quanto su quel che lui, come uomo di governo, abbia eventualmente fatto e faccia per rafforzare il circuito virtuoso del senso di appartenenza all’Italia di coloro che vivono oltre la linea del Po.
Di sicuro, il "montare" polemiche un giorno sì e l'altro pure non aiuta i "padani" a "tornare" in Italia.
.
Copyright © 2010 - all rights reserved. Tutti i diritti sono riservati. Per richiedere la riproduzione del post scrivere all'indirizzo e-mail: carlogambescia@yahoo.it.
.

martedì, giugno 22, 2010

Figli di un abusivismo minore
.
Proprio ieri due emendamenti di provenienza Pdl sembravano annunciare la riapertura dei termini per il condono fiscale e per quello edilizio. Ma, in entrambi i casi, un' immediata e ferma (?) presa di posizione del Governo ha escluso che le due proposte possano trovare un appoggio da parte dell'esecutivo e della maggioranza.
Insomma, condono sì, condono no? Sembra il ritornello della “Terra dei Cachi” di Elio e le Storie Tese. Un pezzo che, guarda caso, iniziava così: “Parcheggi abusivi, applausi abusivi, villette abusive, abusi sessuali abusivi; tanta voglia di ricominciare abusiva…”.
Anche perché Berlusconi, il gaudente, nicchia, mentre Tremonti, il duro, lo esclude. Ma forse è il caso di fare un passo indietro, perché qui non è solo questione di “emendamenti ritirati”…
Il “Piano Casa” (marzo 2009) per rilanciare il settore edilizio, caro al Cavaliere (“Sempre caro mi fu quest’ermo cemento”) e al tempo stesso andare incontro alle contorte esigenze degli abitanti del Paese dei Cachi (dove l’85 per cento vive in case di proprietà) è suddiviso in due punti: il primo dà la possibilità al singolo cittadino di effettuare interventi di ampliamento e/o ricostruzione della propria abitazione. Il secondo, riguarda la semplificazione delle procedure burocratiche inerenti lavori di edilizia.
Il primo punto, per ora, è sfociato in un’ intesa con le Regioni, per cui queste ultime si impegnano ad approvare proprie leggi in materia urbanistica, contenenti eventuali aumenti di volumetria e/o la possibilità di demolizione e ricostruzione.
Il secondo punto, per il momento, è culminato in un decreto legge di semplificazione approntato dal Governo, sul quale però non c’è ancora piena intesa tra Governo e Regioni. Comunque sia, nel piano nel suo complesso, non si parlava di sanatorie.
Dopo di che è giunto Tremonti, armato di forbici, a fornire un alibi alle Regioni. Che “poverine” si sono subito “attaccate” al fatto che senza l’assoluta certezza di ricevere i trasferimenti finanziari promessi, il Piano casa non può partire, se non aumentando le tasse o facendo i condoni edilizi… Ovviamente, le Regioni governate dal centrosinistra, vittime del solito riflesso condizionato da socialismo reale, hanno definito qualsiasi sanatoria come una manna per le ville dei ricchi. Il che non è vero, perché 2 italiani su 3 sono proprietari di almeno un immobile, e 1 su 3 ha commesso un abuso edilizio (nel Sud 2 su 3). Insomma, i “figli di un abusivismo minore” sono tanti, troppi, per poter parlare di ingiustizie sociali…
Vorremmo però sapere qualcosa di più su un’altra iniziativa in materia, annunciata all’inizio di giugno da alcuni senatori del Pdl circa un possibile condono edilizio per “i mini-abusi": quelli, come si dice con furbo pietismo, commessi per “necessità”. Che fine ha fatto? Parliamo di una "leggina" che Carlo Sarro, senatore PdL, presentava, nella speranza di indorare la pillola, come “una soluzione agli abusi commessi per necessità. Tipo: allargo la casa di 50 metri per avere una stanza in più per i figli”. Ed escludendo “ chi fa abusi speculativi e si costruisce un palazzo di 60 piani”. Ripetiamo la domanda: che fine ha fatto la "minisanatoria" di Sarro & Company?
In proposito va ricordata anche la reazione spropositata di Angelo Bonelli, ayatollah, pardon, Presidente nazionale dei Verdi e Capogruppo del Sole che Ride alla Regione Lazio. Il quale liquida tutte le precedenti sanatorie come “prova provata che il condono è di per sé un atto criminogeno che non solo legalizza reati gravi, ma porta con sé atti e comportamenti che attentano all’ambiente, ledono l’interesse di tutti i cittadini e della Pubblica amministrazione”. “Da anni - prosegue - noi Verdi denunciamo i rischi legati al condono, come quelli di ottenere in via preventiva una sanatoria edilizia per un abuso commesso successivamente”. Bonelli chiede perciò “l’ immediata demolizione da parte del Comune di Roma di questi abusi perché è necessario dare un segnale forte”.
Oddìo, il taglio della mano destra, solo per una finestrella del bagno in più, forse è troppo…
Battute a parte. Bonelli spara a palle incatenate. Ma, in effetti, un’altra sanatoria, ammesso pure che sia solo per i "mini-abusi", non è sicuramente un segno di trasparenza. O no?
.
Copyright © 2010 - all rights reserved. Tutti i diritti sono riservati. Per richiedere la riproduzione del post scrivere all'indirizzo e-mail: carlogambescia@yahoo.it
.

lunedì, giugno 21, 2010

Corruzione? Perché non separare le carriere dei manager…
.

Oggi le prime pagine dei giornali aprono con due notizie: le indagini sul cardinale Crescenzio Sepe accusato di corruzione nell’ambito dell’inchiesta sugli appalti alla “cricca” e la deludente prova della nazionale di calcio con la Nuova Zelanda.
Si potrebbe perciò pensare: "Ecco l’Italia! Calcio e scandali e talvolta anche scandali calcistici". In realtà basta ripercorrere la storia unitaria per scoprire che la corruzione non è un’ invenzione dei nostri anni Novanta.
Ma allora l’Italia è il paese più corrotto in Europa? Difficile rispondere, perché non esistono statiche sicure al riguardo. Alcuni sostengono che la differenza è proprio nella società civile. Quanto più è libera, moderna, secolare e distante dalla politica, tanto più un paese riesce a contenere i “livelli” di corruzione entro limiti fisiologici. E l'Italia a modernità sarebbe messa piuttosto male...
Si tratta di un’ipotesi interessante ma difficilmente verificabile. La Gran Bretagna e gli stessi Stati Uniti, di solito celebrati come perfetti esempi di modernità civile, non sono affatto indenni dalla piaga della corruzione.
Allora, tutto il mondo è paese? No. Diciamo che un inizio di spiegazione (sociologica) può essere rappresentato dall’ampiezza della cosiddetta "area grigia", dove si intersecano moralmente ed economicamente poteri pubblici e privati. Sappiamo che la cosa potrà dispiacere a molti - compreso chi scrive - ma alcune indagini mostrano che le economie miste a forte predominio del pubblico sul privato - e in questo Italia e Francia hanno fatto scuola - sono soggette ad alti "tassi di corruttività". O comunque sia, sono più a rischio di altre.
Con questo non si vuole sostenere il contrario, ossia che l’economie private siano virtuose. Anzi, come alcuni rilevano il rischio corruzione aumenta quando si passa di colpo dal pubblico al privato - insomma, dove si privatizza - perché la promiscuità persiste: l' “area grigia” non sparisce con un colpo di bacchetta magica. Resta invece lì, con il suo pesante bagaglio di possibili complicità tra ex funzionari pubblici “privatizzati e nuovi manager privati in precedenza pubblici, o addirittura ministri. Parliamo di una persistenza, come dire relazionale-morale e ambientale (in consigli di ammnistrazione, commissioni di studio e controllo, gare di appalti, eccetera) che di regola rischia di favorire tassi di corruzione ancora più elevati, rispetto a quelli dell’economia mista.
Diciamo questo, solo per sottolineare la complessità sociologica della questione.
Forse - la buttiamo lì - andrebbero separate le carriere: un manager pubblico potrebbe essere obbligato a restare, manager pubblico a vita. Un manager privato, manager privato per sempre. E così via…
Troppo rigidi? Comunque sia, ci assale un dubbio. Quanto può essere credibile proporre una soluzione del genere, in un paese dove il più grande imprenditore televisivo privato è diventato Presidente del Consiglio?
.
Copyright © 2010 - all rights reserved. Tutti i diritti sono riservati. Per richiedere la riproduzione del post scrivere all'indirizzo e-mail: carlogambescia@yahoo.it
.

venerdì, giugno 18, 2010

Todos libertari?
.
La felicità? Un’idea nuova in Europa…
Todos libertari? Pare proprio di sì. E per scoprirlo basta seguire qualsiasi dibattito mediatico, dove ogni misura politica è sempre presentata come apportatrice di maggiore libertà… Probabilmente il libertarismo, nel bene e nel male, è il principale lascito politico del Sessantotto. Si pensi solo alla questione del testamento biologico, che alcuni vorrebbero trasformare in una specie di diritto civile alla “buona morte”. Saremmo perciò addirittura davanti a un nuovo diritto soggettivo civile, magnificato dal politicamente corretto post-sessantottino, spesso sconfinante a destra, come prolungamento di quel diritto a “realizzarsi”, osannato da un pensatore come Marcuse, eletto più di quarant’anni fa a profeta della contestazione.
Ovviamente, si può andare ancora più indietro. Fino al sacro diritto alla felicità, sancito dai rivoluzionari francesi, frutto, per alcuni avvelenato, del clima culturale illuministico, Durante il Terrore, mentre le teste ancora cadevano, Saint-Just - un Di Pietro più acculturato e dalla ghigliottina facile - dichiarò molto soddisfatto che “la felicità era un’idea nuova in Europa”…
Questo per dire che il pensiero politico e sociale otto-novecentesco, facendo precedere i diritti del singolo a quelli della comunità, ha radici profondamente libertarie. Il Sessantotto e la cultura successiva hanno semplicemente portato alle estreme conseguenze il principio di felicità e autorealizzazione.
.
I sei libertarismi
Quindi, per venire alle definizioni, un pensiero è libertario se antepone l’individuo al gruppo: quando al massimo dell’ordine senza la libertà, preferisce il massimo del disordine con la libertà.
Semplificando al massimo, possiamo ridurre a sei i tipi di libertarismo.
C’è il libertarismo neoliberista, o "miniarchico", che vede nello stato un' istituzione che va ridotta ai minimi termini, per lasciare spazio al mercato. Per il libertarismo "miniarchico", lo stato può fornire, in condizioni di monopolio, soltanto protezione dalle minacce interne ed esterne ; c’è il libertarismo anarco-capitalista che oltre a negare lo stato, vuole mandarlo in pensione, affidando la fornitura della protezione ad agenzie private; c'è il libertarismo anarchico puro e semplice, che vuole distruggere lo stato con metodi violenti; c’è il libertarismo marxista, che condivide con quello anarchico, l'idea di costringere l’uomo a essere libero, anche “a mazzate”; c’è il libertarismo conservatore, antidemocratico, targato destra, che vuole il massimo di libertà, ma solo per un pugno di anime belle; c’è infine il libertarismo cattolico, che, come quello anarco-liberale, scorge nello stato un nemico, ma invece di opporgli il mercato o le “mazzate”, porge l’altra guancia, sventolando la cambiale in bianco di una libertà fondata sulla legge divina. Ad eccezione dei cattocomunisti, che dai "libertari" comunisti hanno invece entusiasticamente derivato l'idea che l'uomo deve essere libero, almeno nell'al di qua, anche a mazzate....
Una precisazione: i libertarismi conservatore e cattolico, non hanno basi illuministiche. Quello conservatore può essere ricondotto a una visione aristocratica, per alcuni razzista, della storia umana. Mentre quello cattolico a una concezione teologica, ultraterrena.
.

Tra il dire e il fare…
Però sul piano pratico le sei categorie sembrano confondersi. E per una ragione banale: gli uomini, quelli in carne e ossa, alla libertà spesso preferiscono la sicurezza. Di qui quel mix di libertarismo e assistenzialismo che sembra governare di fatto la nostra società: per un verso lo stato, per ragioni di consenso, si sforza di accontentare tutti, recependo qualsiasi diritto individuale, fino a quello della buona morte; per l’altro però, così facendo, moltiplica leggi e burocrazie: a un tempo libera e intralcia le persone. Insomma, todos libertari, ma a caro prezzo.
Un piccolo esempio. Il professor Veronesi ha sostenuto. che il “diritto di morire”, scegliendo il come e il quando, fa “parte del corpus fondamentale dei diritti individuali” come “il diritto di formarsi o non formarsi una famiglia, il diritto alle cure mediche, il diritto a una giustizia uguale per tutti, il diritto all'istruzione, il diritto al lavoro, il diritto alla procreazione responsabile, il diritto all’esercizio di voto, il diritto di scegliere il proprio domicilio” (Il diritto di morire, Mondadori 2005)
Ora, sul piano “logico-ideologico” Veronesi ha ragione: una volta stabilita la preminenza, appunto logica (il singolo uomo come “premessa logico-argomentativa”) e ideologica dell’individuo (il singolo uomo come punto di “partenza” e di “arrivo” di qualsiasi processo storico), la libertà di scelta e azione dell’uomo, come singolo, deve essere totale.
Resta però un problema, che abbiamo più volte sollevato : come può essere articolato socialmente il “diritto di morire”? Attraverso apposite commissioni mediche, di “specialisti”, che decideranno quando e come “soddisfare” le “richieste” dei singoli? E su quali parametri? E in quali strutture? Non sussiste forse il rischio di commettere ingiustizie e abusi, una volta che a occuparsi di questo problema saranno le stesse burocrazie mediche e politiche che già ora non riescono a gestire in modo efficiente i nostri ospedali.
.
La "cultura del piagnisteo"
Ripetiamo: quel che può tornare sul piano logico e ideologico, purtroppo può non tornare su quello pratico e sociologico. Le idee vanno sempre rapportate a una realtà concreta. E, purtroppo, l’astratta cultura post-sessantottina dei diritti si è solo mostrata capace di far sorgere, per dirla con Robert Hughes, una “cultura del piagnisteo”, dove tutti hanno diritto a tutto. Basta solo piagnucolare (dai proprietari di criceti a quelli di una seconda casa…) perché i poteri pubblici subito legiferino a manetta. Ovviamente, tutti possono piangere calde lacrime, eccetto che gli operai, soprattutto se metalmeccanici. Ma questa è un’altra storia…
Riassumendo: il libertarismo in pratica non funziona, o funziona sola a metà, generando come è avvenuto, un libertarismo assistito di massa.
Inoltre, la tanto celebrata alternativa anarco-capitalista al libertarismo assistito o piagnone è sicuramente irrealizzabile, quasi quanto quella proposta dal libertarismo anarchico. Nel senso che, come ogni integralista, l’anarco-liberale si batte per il puro ritorno dell’uomo allo stato brado. Una pura utopia.

Conclusioni. Non esiste felicità intelligente
La conseguenza più importante del todos libertari è che oggi ogni questione politica finisce per restringersi al conflitto tra anarco-capitalismo e libertarismo neoliberista ("miniarchico") da una parte, e libertarismo assistito dall'altro. Si pensi al sindacato che, a prescindere dalla sigla di riferimento, sembra occuparsi più dei diritti civili che della difesa dei posti di lavoro. Come nel caso della “difesa del consumatore”, vecchia battaglia dei libertarismi anarco-capitalista e neoliberista , oggi abbracciata con entusiasmo anche dal sindacato piagnone.
Quali soluzioni? Difficile dire. Il valore della libertà individuale, non ha solo radici illuministiche ma anche greche, romane e cristiane. E quindi ha una lunga storia dietro di sé . Fatta anche di contrapposizioni tra libertà politiche, civili, religiose ed economiche. Che ovviamente non possiamo qui ricostruire.
Crediamo però che il vero problema sia quello dell’ articolazione concreta della libertà. La cui soluzione impone, tuttavia, un cammino difficile, se non impossibile: come andare oltre il libertarismo assistito, senza però cadere nella tagliola del libertarismo neoliberista ("miniarchico") e anarco-liberale? Respingendo, ovviamente, qualsiasi disastrosa scorciatoia totalitaria...
Un’autentica quadratura del cerchio. Perché si dovrebbe rinunciare ad essere felici… Principio buono, forse, per le sole anime belle. Ma, come spiegarlo ai miliardi di libertari assistiti , affamati al tempo stesso di libertà e sicurezza a buon mercato? Anche perché, come ben sapeva Jean Rostand, non esiste felicità intelligente.
.
Copyright © 2010 - all rights reserved. Tutti i diritti sono riservati. Per richiedere la riproduzione del post scrivere all'indirizzo e-mail: carlogambescia@yahoo.it
Nuova veste grafica del blog!
Spero sia gradita agli amici lettori

giovedì, giugno 17, 2010



Il libro della settimana: Stefano De Rosa, Vico precursore della nuova storia. Tre secoli di visioni geo-temporali , Edizioni Settimo Sigillo 2010, pp. 208, 8 tavole a colori fuori testo, euro 18,00 - www.libreriaeuropa.it
.
Giambattista Vico anticipatore dello strutturalismo? Di una corrente di pensiero che deifica le strutture e azzera l’uomo ? Il cui tardivo e floscio frutto è rappresentato dalla teoria della "megamacchina” di Serge Latouche? Dove, sia detto per inciso, non si capisce come possano individui, ridotti a rotismi, recuperare la libertà... Del resto sarebbe inutile interrogarsi, dal momento che lo strutturalismo considera la libertà individuale un optional: se la "struttura" (o "megamacchina") la "produce" tanto meglio, altrimenti la storia verrà comunque “fatta” dalle “strutture”, per forza propria. Di riflesso, il mutamento storico viene riassorbito all’interno di una continuità strutturale e sistemica, dove passato, presente, futuro si mescolano come nella famigerata notte hegeliana.
Si tratta di un approccio che ritroviamo regolarmente nelle varie correnti strutturaliste: dalla nuova storia di Braudel al neo-marxismo di Althusser e al neo-freudismo di Lacan; dall’ “archeologia del sapere” di Foucault all’etnologia strutturale di Claude Lévi-Strauss. E perfino nella teoria del catastrofi di René Thom basata sull’idea di un matematico “caos ordinato” .
Su questo riflettevamo leggendo l’interessante libro di Stefano De Rosa, Vico precursore della nuova storia. Tre secoli di visioni geo-temporali (Edizioni Settimo Sigillo 2010, pp. 208, 8 tavole a colori fuori testo, pp. 208, euro 18,00). Infatti l'autore, studioso di questioni socio-storiche, rivendica apertamente la natura strutturalistica del pensiero di Vico. Ma lasciamo la parola all’autore:
.
“In questa ricerca si esaminano alcune influenze che gli studi vichiani hanno proiettato su due autorevoli e prestigiose scuole sconti fiche del ‘900 - le Annales e la Teoria delle catastrofi (…). Proprio il tempo, difatti - dalla lunga durata braudeliana (…) alla storia dell’immaginario e delle mentalità, centrale negli studi delle Annales e della Nouvelle histoire; dalle discontinuità di tempo spazio e forme oggetto di analisi da parte della Teoria delle catastrofi, al tempo vichiano arricchito da elementi psicologici e collettivi attraverso l’irruzione del tempo vissuto nella storia, le diverse velocità e scarti temporali propri del processo di civilizzazione dell’umanità -, costituisce l’imprescindibile fattore che accomuna studi ed esperienze metodologiche solo apparentemente distanti” .
.
Riesce De Rosa a vincere la sfida? Sì. Ma a un prezzo piuttosto alto: quello dell'anacronismo. Un limite , purtroppo, sempre in agguato in tutti i lavori costruiti intorno all' ipotesi (tipicamente positivista) del "precursore" della "scienza moderna". Soprattutto quando tra il possibile "padre" e gli eventuali "figli" corrono troppi secoli... Un solo esempio: il concetto di tempo, su cui De Rosa concentra la sua pur notevole analisi delle "anticipazioni", non è l’aevum (il tempo sacro, dei chierici) ma il tempus (il tempo umano, dei laici). Quest'ultimo però è un concetto presente nella teoria della storia di Braudel e non di Vico. Di qui l'anacronismo. Perché, detto in parole povere, Vico mantiene gli occhi sempre rivolti verso il cielo, Braudel guarda solo in terra. Quindi tra i due non può esservi ponte. Vico, le "continuità-discontinuità" storiche le rimette nelle mani di Dio, Braudel in quelle degli uomini.
Purtroppo l'approccio di De Rosa ricorda quello di Giuseppe Ferrari, curatore della prima edizione completa delle opere vichiane (1836-1837) e propugnatore dell'applicazione della matematica allo studio della storia (sua è la teoria delle quattro generazioni). Il quale, da buon positivista risorgimentale, fu sul serio "pre-strutturalista" senza saperlo, soprattutto quando di se stesso, come storico e filosofo, diceva: " In traccia dell'uomo libero trovai l'uomo macchina".
Ferrari ne Gli scrittori politici italiani (1862), interpretando in chiave di temporalità profana il concetto vichiano di “storia ideale eterna” e ponendo l'accento sulle tre età consecutive (degli dei, degli eroi, degli uomini), si lasciò andare a un'osservazione per l’epoca molto acuta:
.
"Una volta sottoposti [da Vico] ad una medesima legge tutti i pontefici, tutti gli imperatori; considerata ogni rivoluzione come un fenomeno spontaneo, la politica diventa arte non dell’uomo ma della natura, non è più concesso ad alcun Romolo di fare o disfare gli Stati a piacimento, e nessun Redentore può ostare oramai al corso della Storia sottratta per sempre alle metafisiche chimere del libero arbitrio” .
.
Insomma, Ferrari aveva perfettamente intuito come in Vico vi fossero innegabili "germi" strutturalisti, ma pagando, come è accaduto anche a De Rosa, un prezzo piuttosto elevato: quello di oscurarne la "metafisica" ma cattolicissima filosofia della storia. O se si vuole, di scorgere qualche alberello ma non l'intera e vigorosa foresta.
Stringendo, cosa vogliamo dire? Che, pur ammettendo la massima libertà interpretativa, va preso atto che esiste un Vico, sicuramente più in sintonia con il cattolicesimo e con il concetto di aevum. E quindi distante anni luce dallo strutturalismo. Ma anche da quel prescrittivo ottimismo profano che aleggia nella rarefatta atmosfera del parigino Musée de l'Homme.
Perciò come contraltare al libro di De Rosa, consigliamo la lettura del G.B. Vico. Fenomenologia della storia, del linguaggio e dello stato (1980) di Rocco Montano. Un fine filosofo che ha saputo riportare, altrettanto dottamente, il concetto vichiano di “storia ideale eterna” nel giusto alveo della temporalità sacrale cristiana. E di conseguenza ha presentato Vico come un “critico in anticipo della sociologia e dell’ etnologia strutturaliste”. Discipline - secondo Montano - che “quando pretendano di oltrepassare il loro carattere descrittivo e statistico” rischiano di sostituirsi in chiave brutalmente naturalistica a una Provvidenza, giudicata da Vico come la vera e unica “cagione” delle cose temporali: lungo una scala che va dal tempus all'aevum, per trascendere infine in quell 'aeternum, già preannunciato e incluso nella definizione vichiana di "storia ideale eterna". Altro che la storia, sicuramente interessante, ma profana di Braudel...
Concludendo, Vico precursore della nuova storia merita sicuramente di essere letto. Ma con “juicio” e tenendo a portata di mano il G.B. Vico di Montano.
.
Copyright © 2010 - all rights reserved. Tutti i diritti sono riservati. Per richiedere la riproduzione del post scrivere all'indirizzo e-mail: carlo.gambescia@gmail.com
.

mercoledì, giugno 16, 2010

Di Pomigliano d’Arco gli italiani se ne fregano. Che tristezza
.
Dal momento che, a differenza di tanti giornali, siti e blog, abbiamo fornito su Pomigliano d’Arco concreti elementi di riflessione, e non le solite chiacchiere dei liberal-qualunquisti o dei cretini del tanto peggio tanto meglio, ci saremmo aspettati qualche commento in più. E invece no. Perché?
Gli operai, specie se metalmeccanici e meridionali, sono fuori moda nel mondo delle partite Iva. Mentre non lo sono debito pubblico, nazionale di calcio e prossime vacanze, magari "a caccia dei borghi più belli d'Italia", come si legge oggi fra le "Top Stories" delle News di Libero... Che tristezza.
Ma non è più di moda neppure ciò che Mazzini chiamava “fratellanza operaia” e gli epigoni di Marx “internazionalismo proletario”. Perché uno stabilimento che resta aperto in una certa parte del mondo implica, di regola, la chiusura di una fabbrica in un'altra. E anche di ciò nessuno ha parlato: ognuno per sé, Pirlo per tutti. Che tristezza.
Ma c'è dell'altro. Che Tremonti possa impunemente definire una "rivincita del riformismo" il quasi totale cedimento del sindacato è veramente avvilente. Suona come una presa in giro nei riguardi del vero riformismo. Che, attenzione, non “sega” i diritti, come invece è accaduto a Pomigliano. Che tristezza.
Oggi sul “Foglio”, quotidiano diretto un signore che per il gran numero di tradimenti politici ricorda Pierre Laval (transfuga socialista finito Primo ministro di Petain), si anticipa e pregusta, con un' acquolina in bocca degna dei bisnipoti di Bava Beccaris, la sconfitta della Fiom-Cgil in occasione del referendum del prossimo 22 giugno. Dove andranno a votare operai con la pistola del licenziamento puntata alla tempia. Che tristezza.
Purtroppo stiamo assistendo non alla rivincita ma alla sconfitta del riformismo, quello vero, basato sull'onesta difesa dei diritti sociali e sindacali E ciò che è più grave è che gli italiani se ne fregano di impegnarsi in una battaglia di principio. Certo, meglio dare la caccia "ai borghi più belli". Che tristezza.
.
Copyright © 2010 - all rights reserved. Tutti i diritti sono riservati. Per richiedere la riproduzione del post scrivere all'indirizzo e-mail: carlo.gambescia@gmail.com
.

martedì, giugno 15, 2010

Pomigliano d'Arco. Marchionne? Un ricattatore. Fini? Un servo
.
Le proposte della Fiat di Marchionne ai lavoratori di Pomigliano d’Arco sono un puro e semplice ricatto. Una atto di prepotenza. Una vergogna per un paese civile.
Il piano per la ristrutturazione dello stabilimento prevede per un verso l' investimento di 700 milioni di euro nel biennio 2010-11 rivolto alla produzione della futura Panda (uscita prevista 2011). Inoltre, a regime, lo stabilimento campano, secondo il piano Fiat dovrà produrre 270mila automobili all'anno , rispetto alle 35mila del 2009. Un vero tour de force produttivo da "capitalismo" cinese ... Ma era proprio necessario fissare parametri così alti? Perché tutto deve essere rapportato alla pura competitività? Se le cose stanno così, perché parlare, come fanno di continuo il Governo e Tremonti, di capitalismo sociale di mercato? Qui sembra prevalere solo il capitalismo. E per giunta selvaggio. Dov'è il "sociale"?
Per altro verso, infatti, si pongono condizioni iugulatorie: massimo utilizzo degli impianti senza alcun riguardo per i possibili incidenti sul lavoro (che crescono in relazione agli alti tassi di utilizzo); flessibilità sfrenata nei turni e nei giorni lavorativi; netta riduzione dei tempi di pausa alla linea montaggio; forte mobilità interna; contrasto durissimo alle forme anomale di assenteismo (tradotto: licenziamenti facili). Queste richieste si traducono in una modifica dei turni sul modello Melfi, con 18 turni settimanali e 80 ore di straordinario obbligatorio in più rispetto alle 40 attuali. Un inferno a cui verrebbero condannati - a cascata - quindicimila lavoratori, indotto incluso.
Richiamiamo di nuovo l’attenzione, perché implicano licenziamenti facili, sui seguenti punti:
.
(…)
13. CLAUSOLA DI RESPONSABILITA'
Tutti i punti di questo documento costituiscono un insieme integrato, sicché tutte le sue clausole sono correlate ed inscindibili tra loro, con la conseguenza che il mancato rispetto degli impegni eventualmente assunti dalle Organizzazioni Sindacali e/o dalla RSU ovvero comportamenti idonei a rendere inesigibili le condizioni concordate per la realizzazione del Piano e i conseguenti diritti o l’esercizio dei poteri riconosciuti all’Azienda dal presente accordo, posti in essere dalle Organizzazioni Sindacali e/o dalla RSU, anche a livello di singoli componenti, libera l’Azienda dagli obblighi derivanti dalla eventuale intesa nonché da quelli derivanti dal CCNL Metalmeccanici in materia di:
-contributi sindacali
-permessi sindacali retribuiti di 24 ore al trimestre per i componenti degli organi direttivi nazionali e provinciali delle Organizzazioni Sindacali
ed esonera l’Azienda dal riconoscimento e conseguente applicazione delle condizioni di miglior favore rispetto al CCNL Metalmeccanici contenute negli accordi aziendali in materia di:
-permessi sindacali aggiuntivi oltre le ore previste dalla legge 300/70 per i componenti della RSU
-riconoscimento della figura di esperto sindacale e relativi permessi sindacali.
Inoltre comportamenti, individuali e/o collettivi, dei lavoratori idonei a violare, in tutto o in parte e in misura significativa, le presenti clausole ovvero a rendere inesigibili i diritti o l’esercizio dei poteri riconosciuti da esso all’Azienda, facendo venir meno l’interesse aziendale alla permanenza dello scambio contrattuale ed inficiando lo spirito che lo anima, producono per l’Azienda gli stessi effetti liberatori di quanto indicato alla precedente parte del presente punto.
.
14. CLAUSOLE INTEGRATIVE DEL CONTRATTO INDIVIDUALE DI LAVORO
Le clausole indicate integrano la regolamentazione dei contratti individuali di lavoro al cui interno sono da considerarsi correlate ed inscindibili, sicché la violazione da parte del singolo lavoratore di una di esse costituisce infrazione disciplinare di cui agli elenchi, secondo gradualità, degli articoli contrattuali relativi ai provvedimenti disciplinari conservativi e ai licenziamenti per mancanze e comporta il venir meno dell’efficacia nei suoi confronti delle altre clausole".
(...)
.
(Per i 16 punti del testo completo, firmato il 15 giugno 2010 da FIM, UILM, FISMIC nazionali e di Napoli, si veda qui: http://www.fim.cisl.it/ ).
.
Dal punto dei vista delle garanzie riguardanti il diritto di sciopero, quanto sopra implica netti profili di incostituzionalità. Mentre su quello delle relazioni industriali un chiaro ritorno al passato. E potrebbe essere solo l'inizio. La Fiat sembra rimpiangere gli anni Cinquanta del Novecento, quando il lavoratori non avevano diritti. Quindi la Fiom-Cgil ha perfettamente ragione. E fa bene a non firmare
Purtroppo - realisticamente - riteniamo che la Fiat finirà per avere la meglio. Il dislivello di potere, stante anche la crisi economica , fra lavoratori e azienda è diventato enorme. Pertanto la paura di perdere il lavoro - paura che in una società civile non dovrebbe esistere - finirà per vincere costringendo i lavoratori alla resa.
Interessante, infine, dal punto di vista della psicologia del perfetto maggiordomo dei poteri forti, la seguente dichiarazione di Gianfranco Fini:
.
"Cosa ha chiesto Marchionne? Solo più turni di lavoro e di combattere l'assenteismo". Così il presidente della Camera, Gianfranco Fini, nel corso di un'intervista pubblica a Benevento, ha commentato il piano di rilancio della Fiat per lo stabilimento di Pomigliano d'Arco. Se agli operai fosse stato detto "di rinunciare ai vostri diritti per avere il lavoro, io avrei detto di no", ha aggiunto Fini, ribadendo che non è "stato questo l'approccio. Anzi è stato un approccio che riecheggia un appello alla concordia tra capitale e lavoro che fa parte della cultura politica del secolo scorso della dottrina sociale della Chiesa". (http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/economia/2010/06/14/visualizza_new.html_1822575127.html ).
.

Capito, "dottrina sociale dell Chiesa"... "Concordia tra capitale e lavoro"... Che faccia di bronzo. Vergogna! Che brutta Italia, divisa tra padroni egoisti, servi della politica e poveri lavoratori che rischiano di perdere ogni diritto.

.

Copyright © 2010 - all rights reserved. Tutti i diritti sono riservati. Per richiedere la riproduzione del post scrivere all'indirizzo e-mail: carlo.gambescia@gmail.com
.

venerdì, giugno 11, 2010

Dietrologia. Osservazioni semiserie.
.
A chi giova la dietrologia? Ai dietrologi. In genere annidati nelle redazioni politiche e giudiziarie dei quotidiani. I nomi più o meno sono noti. E poi le liste di proscrizione non ci sono mai piaciute.
E come funziona? Una quasi ipotesi di qua, una mezza parolina di là. Un “si dice” di sopra, un “si dice” di sotto. Et voilà il gioco è fatto: si finisce per discutere non più dei fatti reali, ma delle reinvenzioni, se non invenzioni, dei dietrologi in servizio permanente effettivo.
Un amico scomparso, che apparteneva alla pur nobile categoria dei giornalisti, una volta raccontò, che specie quelli del politico, trovandosi a corto di notizie o di voglia di lavorare, spesso preferiscono inventare… Subito seguiti a ruota dai colleghi della giudiziaria...
Ad ogni buon conto, “ la Repubblica” ha rialzato le vendite grazie a certe presunte voci sulla vita sessuale di un Berlusconi, quasi soffocato sotto piramidi di carnose veline... Sexy-spericolatezze di gruppo, ancora tutte da provare. Ma che dire de “il Giornale” che ha massacrato quel povero Cristo di Boffo? Per poi scusarsi… Che tristezza, ma purtroppo è così: Feltri vede comunisti persino sotto il letto, Padellaro scorge invece ali di pipistrello spuntare dalle scapole del Cavaliere.
Ormai le vicende di Berlusconi e dei suoi avversari, assomigliano a una spy story… E si sa i thriller politici vendono. Per non parlare delle intercettazioni a singhiozzo: vera specialità del Corrierone. Grazie alla famosa tecnica del lanciare il sasso e poi nascondere il Galli della Loggia… Va detto chiaro e tondo: la dietrologia oltre certi livelli intossica. Producendo effetti di ricaduta sul piano della sensibilità comune spicciola.
Tanto per dire una. Un amico insegnante , dopo aver messo un votaccio al classico "Pierino" di tredici anni, si è sentito rispondere: “A professò sei ‘no schiavo de Berlusconi, se ero ricco, nun me mettevi quattro”. E non finisce qui: giorni fa, in autobus, dopo un brusca frenata dell’ autista in gaia conversazione al cellulare, un vecchietto, con un fez di lana rossa, barcollando, ha gridato: “ E mo’ dite che è colpa de Berlusconi pure questo”. Intorno ilarità, cessata però di colpo appena una specie di King Kong, che sovrastava minacciosamente il sottoscritto e il vecchietto, se ne è uscito lapidario: “Se l’autista frena, è perché è nervoso. Ed è nervoso perché non viviamo in una democrazia per colpa di Berlusconi”.
Si dirà: storie di ordinaria follia. E sia.
Ma che pensare del “popolo viola”, composto soprattutto di giovanissimi? Che fa veramente paura. E non per gli slogan che condannano il colore “cacarellato” del capelli (pochi) del Cavaliere. O quando masochisticamente, davanti a Montecitorio, invoca compiaciuto, ad uso e consumo delle telecamere, l' orwelliana società delle intercettazioni. Ma quando - con la scusa di dare del fascista a Berlusconi - ricicla il mito falso e pericoloso del nuovo fascismo alle porte... Per certi "dietrologisti" all’ultimo stadio, in particolare quelli de “Il Fatto quotidiano” (giornale che potete trovare nelle migliori procure), si deve partire da Gelli e arrivare a Berlusconi: tratta unica, senza biglietto di ritorno. Anzi a “Benito (Licio) Berlusconi” (il copyright però è di Antonio Di Pietro). E i giovani, abboccano, come il "Pierino" di cui sopra. E i King Kong pure…
Cari ragazzi non siamo alla vigilia di un nuovo 28 ottobre 1922. Dove sono gli squadristi di Berlusconi? Hanno forse bruciato la sede de “Il Fatto Quotidiano”? O incendiato le cooperative sociali del popolo viola?. E soprattutto la magistratura non sembra allineata con il nuovo “Benito (Licio) Berlusconi” come invece accadde con il Mussolini vero… Anzi i giudici sparano ad alzo zero sulle “camicie azzurre” del PdL. E - fatto fondamentale - non stiamo vivendo il remake della Grande Guerra, quella 1914-1918. Quando la terribile vita delle trincee cancellò nei reduci qualsiasi abitudine al vivere civile e alla democrazia.
A volte studiare un po’ la storia non guasterebbe. Ma i primi responsabili di queste “bubbole” , abbracciate ingenuamente dai giovani e spesso dalla gente comune, sono i dietrologi delle redazioni. Che qualche anno di università dovrebbero pure averlo alle spalle. O no?
.
Copyright © 2010 - all rights reserved. Tutti i diritti sono riservati. Per richiedere la riproduzione del post scrivere all'indirizzo e-mail: carlo.gambescia@gmail.com
.

giovedì, giugno 10, 2010

Il libro della settimana: Riccardo Campa, Mutare o perire. La sfida del transumanesimo, pref. di Stefano Vaj, Sestante Edizioni 2010, pp. 310 euro 25,00 - www.sestanteedizioni.it
.
La sfida del transumanesimo può finalmente essere raccolta da chiunque, grazie alla chiara messa a punto di Riccardo Campa, professore di sociologia della scienza, presidente dell’Associazione Italiana Transumanisti, già direttore della World Transhumanist Association (WTA): Mutare o perire. La sfida del transumanesimo, pref. di Stefano Vaj (Sestante Edizioni 2010, pp. 310 euro 25,00 ).
Ma entriamo subito nel merito, citando dalla Carta dei Princìpi della WTA, commentata da Campa:
.
“Due punti di questa dichiarazione sono particolarmente importanti sul piano etico: il primo è l’affermazione del ‘diritto morale’ di utilizzare la tecnologia per superare le limitazioni biologiche dell’umanità; il secondo è l’affermazione che il titolare di tale diritto non è l’uomo, ma ‘l’essere senziente’. Si tratta di una definizione ampia che include l’uomo, ma insieme ad esso anche la macchina intelligente, l’animale potenziato, l’alieno se esiste, e l’ibrido uomo-macchina (caso paradigmatico: il cyborg). Siamo dunque di fronte - conclude Campa - ad una concezione della bioetica radicalmente nuova; una posizione che in genere lascia perplesse le persone più tradizionaliste e, di conseguenza, genera aspre polemiche”.
.
E in particolare - aggiungiamo - con la Chiesa Cattolica.
Polemiche inevitabili, perché, come ammette anche Campa, tra cristianesimo e transumanesimo non c’è ponte:“Nel cristianesimo è Dio che si fa uomo per donare la salvezza alle sue creature, nel transumanesimo è l’uomo che si fa dio per salvarsi dal creatore”.
Tuttavia preferiamo restare in ambito sociologico, ponendo due questioni.
Innanzitutto, per dirla con Sorokin, se ogni sistema di pensiero sembra portato nel tempo ad assolutizzare i valori in cui crede, il rischio “sociologico” maggiore, consiste nella sempre possibile egemonia di un solo credo. Si tratta di una “regola” sociologica che dipende anche dall’ eventuale “tasso di radicalismo” contenuto in un’idea. E che sembra valere per il cristianesimo, come per ogni altro sistema di pensiero.
Se le cose stanno così, che dire dell’overdose di radicalismo racchiusa nel “mutare o perire” del transumanesimo? Esito di una scelta “presentata” come obbligata fra il restare vittima dell’evoluzione-trasformazione (perire) dell’uomo, o dirigerla (mutare), puntando su un’ evoluzione autodiretta ?
Il rischio “sociologico” del transumanesimo - per ora, semplice verità tra le verità - è proprio nell’ aut-aut: un “di qua o di là” che in caso di vittoria” rischia di risolversi nell’ assolutizzazione egemonica del Divenire transumanista rispetto all’Essere cristiano. Per farla breve: perché fuggire dalla Chiesa Cattolica per entrare in quella dei Transumanisti?
Ma non va ignorato un altro aspetto sociologico, legato alla fase in cui il movimento, anche di pensiero, si fa istituzione. Ad esempio, per venire all’ attualità, come può essere articolato socialmente - istituzionalizzato, appunto - il diritto, pur condivisibile, al testamento biologico? Verranno istituite commissioni mediche, di “specialisti”? E su quali parametri? E in quali strutture? Pubbliche o private? Come evitare il rischio della routinizzazione delle decisioni? E quindi degli errori e abusi? E per favore, non si risponda asserendo che il problema è in via di superamento “perché tanto i cyborg non muoiono mai”…
Purtroppo, quel che può “filare” sul piano logico-ideologico, può non “filare” sul piano pratico-sociologico. Le idee vanno sempre rapportate alle gambe storte degli uomini. E il sociologo deve tenere in debita considerazione gli effetti perversi delle azioni sociali, persino le più nobili.
Ciò non significa respingere l’idea di mutamento, bensì rivendicare la natura complessa di ogni agire sociale e della società in particolare: un’ entità che precede e va oltre l’uomo e per la quale tutto muta, nulla perisce.
.
Copyright © 2010 - all rights reserved. Tutti i diritti sono riservati. Per richiedere la riproduzione del post scrivere all'indirizzo e-mail: carlo.gambescia@gmail.com
.

lunedì, giugno 07, 2010

Calderoli e il calcio
.
Calderoli è un'interessante figura politica e umana: leghista, sorriso melenso, gote segnate da un insano rossore, capelli (pochi) e attaccaticci. In una fiction televisiva targata Padania Channel potrebbe interpretare un ipotetico fratello buono, in cravatta verde, di Olindo Romano e Rosa Bazzi, dedito alle interviste a gogò.
Perché un tipo così non può non parlare a ruota libera. Cosa che regolarmente accade: Calderoli dice la sua su tutto. E sempre pregustando di spararla grossa. Come evidenzia quel suo guardarsi intorno, davanti a una selva di microfoni, per “scoprire l’effetto che fa”… Insomma, era un chirurgo plastico di provincia e ora, grazie al Cavaliere, si gode lo status di Ministro.
E’ di ieri l’ultima sparata sugli stipendi dei calciatori. Secondo Calderoli il mondo del calcio non può non “partecipare ai sacrifici degli italiani di fronte alla crisi” e perciò “in vista dei Mondiali” anche la Figc dovrebbe “ridimensionare premi eventuali” ai calciatori. Giusto.
Ma perché invece di cominciare dalla nazionale italiana, guarda caso poco amata sopra il Po, non partire proprio da Inter, Milan e Juventus? Certo, Calderoli se l’è presa con il petroliere Moratti. Ma si è ben guardato dallo stuzzicare le squadre di Berlusconi e degli Agnelli, altrettanto “generose”…
Evidentemente, come possibile fratello buono di Olindo e Rosa, Calderoli ha più senso della misura.
.
Copyright © 2010 - all rights reserved. Tutti i diritti sono riservati. Per richiedere la riproduzione del post scrivere all'indirizzo e-mail: carlo.gambescia@gmail.com

venerdì, giugno 04, 2010

Berlusconi e Tremonti: il crooner e il pianista…
.
Ebbene sì, c’è stato un momento in cui chi scrive ha creduto in Tremonti. Forte delle confidenze di un economista fallito - uno passato di botto da Polanyi a von Mises - si è fidato… E ha “comprato” il Tremonti-spazzatura. Salvo poi ritrovarsi con le tasche vuote, come con i titoli argentini.
Ma quale antitaliano? Ma quale antiBerlusconi? Tremonti spicca come il Gran Sasso (il Corno piccolo però) in un panorama politico che assomiglia a quello dell’Aquila dopo il terremoto. Detto fra noi: dove di economia nessuno sa un cazzo. Salvo che per dare ragione ai vampiri del Fondo Monetario. Tremonti per giunta non è neppure economista, ma tributarista: un Harry Potter dell’evasione fiscale, sport che piace molto agli italiani. E forse a questo “dettaglio” si deve il filing con il Cavaliere.
Insieme fanno una bella coppia: il crooner e il pianista della calcolatrice. Ma anche delle forbici. Silvio fa il filo alla vecchia signora Italia, senza concedersi. Anzi fa addrittura la vittima: “Vous qui passez sans me voir/Sans même me dire bonsoir”…Giulio pigia per ore sui tasti dei tagli, senza mai alzare la testa. Tranne quando il Cavaliere, come ogni sera, attacca “Sapessi com’è strano/sentirsi innamorati a Milano”... I loro occhi allora s'incontrano e si dicono tutto, ma solo per un attimo.
E gli italiani? Fanno karaoke...
.
Copyright © 2010 - all rights reserved. Tutti i diritti sono riservati. Per richiedere la riproduzione del post scrivere all'indirizzo e-mail: carlo.gambescia@gmail.com
.

giovedì, giugno 03, 2010


Il libro della settimana: Claudio Finzi, Europa Occidente Americhe. Saggi di geofilosofia politica, Edizioni Settimo Sigillo 2009, pp. 112, euro 11,00 - www.libreriaeuropa.it


Si fa presto a dire Occidente. In realtà si trascura un fatto molto importante: che gli interessi geopolitici tra Europa e Stati Uniti non sempre coincidono. Per non parlare delle diversità culturali, sociali, economiche e politiche. Ma le cose non vanno meglio sul piano dell’ “auto considerazione”: gli Stati Uniti, continuano a ritenersi, per dirla con Ralph Waldo Emerson, un “paese di giovanotti”. Mentre l’Europa, secondo l’ amara profezia di Paul Valéry, sembra ormai immaginare se stessa come “un piccolo promontorio del continente asiatico”.
A chiunque desideri riflettere su un accoppiamento così poco giudizioso si consiglia la lettura dell’ultima fatica di Claudio Finzi, Europa Occidente Americhe. Saggi di geofilosofia politica (Edizioni Settimo Sigillo 2009, pp. 112, euro 11,00) . L’autore è professore ordinario di Storia delle dottrine politiche nell’Università degli Studi di Perugia. E tra l’altro, al tema, ha dedicato in passato un altro notevole volume, Gli Indios e l’impero universale. Scoperta del’America e dottrina dello Stato (Il Cerchio Iniziative Editoriali).
Finzi, a differenza di alcuni suoi colleghi, ha il dono della sintesi. E’ un “professore” che sa scrivere in modo agile ed elegante. E così in cinque densi ma chiari capitoli va alla radice di una questione fondamentale. Quale? Che “ non siamo stati noi europei a volerci distinguere dall’America anglosassone, ma loro a dichiararsi radicalmente diversi dall’Europa” .
Sotto questo aspetto è particolarmente importante il secondo capitolo. Dove passando in rassegna tre pensatori statunitensi (Kirk, Huntington, O’Meara) si evidenzia come il tema dell’ “identità americana” sia legato, soprattutto nei primi due, alla considerazione, tutta statunitense, dell’ ”eccezionalità delle istituzioni” politiche americane. Di qui il senso di sdegnosa superiorità rispetto all’Europa, ma anche il grande timore di non poter conservare per sempre la supremazia. Timore che accomuna i tre autori esaminati, anche se con toni e modalità differenti. E il timore - attenzione - è già un segno di decadenza.
Ma non sono da meno anche agli altri capitoli. Anzi va sottolineato, che pur trattandosi di una raccolta di saggi ( con un solo capitolo inedito, quello dedicato ad Amerigo Vespucci), l’organicità del volume non ne risente, perché si legge d’un fiato.
Ricordiamoli brevemente. Nel primo capitolo (Europa e Occidente) si spiega come “la parola Occidente” non sia “nata per unire Europa e America in un più ampio contesto atlantico, bensì, al contrario, per prendere le distanze dal vecchio Continente” . Del secondo già abbiamo detto. Nel terzo capitolo (Tre colonizzazioni), si dicono cose illuminanti sui tre modelli principali di colonizzazione del continente americano : il francese, l’inglese, lo spagnolo. Scrive Finzi:
.
“Del primo poco si parla eppure fu, a mio giudizio il migliore; quello nel quale europei e pellirosse avrebbero potuto convivere senza la morte di uno dei due. Il secondo ci mostra uno scontro, nel quale la distruzione dell’altro fu proclamata senza quartiere e senza pietà; giustificata come missione divina o come ineluttabile funzione del progresso. Diversa l’esperienza spagnola; stimolati anche dall’avere incontrato civiltà di maggiore organizzazione e organismi politici quali i grandi regni azteca e inca, gli spagnoli si trovarono a riflettere sul significato di questi stessi ‘stati’ , giungendo a conclusioni rilevanti anche per il pensiero politico europeo e la nostra dottrina dello Stato”.
.
Infine nei capitoli quarto e quinto, rispettivamente dedicati a Francisco de Vitoria e Amerigo Vespucci, si invita a ripensare le idee di eccezionalità (delle istituzioni americane) e di salvezza ( come effetto di una loro ricaduta su quelle europee). Idee, al cui fascino obliquo, la stessa Europa stenta tuttora a sottrarsi. Purtroppo.
.
Copyright © 2010 - all rights reserved. Tutti i diritti sono riservati. Per richiedere la riproduzione del post scrivere all'indirizzo e-mail: carlo.gambescia@gmail.com
.

mercoledì, giugno 02, 2010

Festa della Repubblica.
.

Garrisce il tricolore
nel tripudio dei disonesti.
Silente, s'inabissa l’Italia
nel cuore dei giusti.
Pochi in verità.
Altri secoli verranno.
Forse.
.
Copyright © 2010 - all rights reserved. Tutti i diritti sono riservati. Per richiedere la riproduzione del post scrivere all'indirizzo e-mail: carlo.gambescia@gmail.com

martedì, giugno 01, 2010

Israele, la guerra e la pace
.
Storia e politica insegnano che si giunge alla pace - come intervallo armistiziale tra una guerra e l’altra - non per idealistiche trasformazioni culturali, come sostengono pacifisti e chiese, ma attraverso due precise modalità: o il conflitto militare che mette in condizione di non nuocere il perdente; o una trattativa frutto di interessi “concreti”, basati sulla comune volontà di garantire un equilibrio di fatto tra forze politiche ed economiche più o meno dello stesso peso (come ad esempio durante la Guerra Fredda o nell’Europa post-napoleonica di Metternich).
Ora, l’ennesima sfida lanciata da Israele con il sanguinoso blitz di ieri, indica due cose: uno, che la strategia dello Stato Ebraico è quella di non ammettere interferenze di alcun genere ; due, che Israele non vuole rinunciare alla sua egemonia sul Medio Oriente, o meglio, per dirla politologicamente, non può. Perché, infatti, stanti le differenze economiche e militari a suo favore, Israele, al momento, dovrebbe volontariamente giungere a patti con gli avversari? Perché Israele dovrebbe intenzionalmente rinunciare alla sua egemonia, diluendo i propri interessi politici ed economici egemonici, che non coincidono, con quelli degli altri paesi mediorientali, inferiori per peso militare, politico ed economico?
In politica - ed è bene non dimenticarlo mai - domina esclusivamente la logica di potenza o quella dell’interesse di fatto. Il che significa che un attore politico di regola non accetta mai di spogliarsi volontariamente della sua forza egemonica: chi ha il potere tende a conservarlo, se non ad aumentarlo. Certo, lo Stato di Israele potrebbe essere costretto alla pace da Stati Uniti, Europa, Russia. Ma in che modo? Con un guerra… Tuttavia, quando non esistono le condizioni di fatto per la pace (fondate su una sconfitta militare dirimente, o sull’equilibrio di fatto tra interessi politici ed economici paritari), la pace, se imposta, assume natura artificiale, rischiando così di essere di breve durata e foriera di guerre ancora più feroci. Di regola, una “pace mal digerita” conduce a nuovi conflitti, proprio perché rivolta a “ riscattare” con il sangue una pace percepita, sul piano dell'immaginario politico, come frutto di un "tradimento".
Pertanto nel futuro del Medio Oriente c’è sicuramente un’altra guerra. E questa volta potrebbe essere quella dirimente. Ma per chi? Difficile rispondere. Anche se la bilancia della superiorità militare sembra pendere dalla parte di Israele.
.
Copyright © 2010 - all rights reserved. Tutti i diritti sono riservati. Per richiedere la riproduzione del post scrivere all'indirizzo e-mail: carlo.gambescia@gmail.com
.