lunedì, maggio 31, 2010

Italia. Tutti contro tutti...
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Un po’ di retorica para-religiosa non si nega a nessuno. Quel che Giulio Tremonti, pomposamente definisce un “tornante” economico della storia, non è che un elegante escamotage per far digerire agli italiani la manovra correttiva. E come? Invocando la divina provvidenza del mercato, che una volta “guarito” distribuirà “euri” a tutti.
Ma perché non giustificarla in nome di un interesse comune chiamato Italia? E qui cade l’asino. Perché gli italiani - tutti, dalla coda alla testa del famigerato pesce - hanno sempre avuto storicamente qualche problemino a identificarsi nel tricolore. E così anche Tremonti, con il placet a denti di stretti di Berlusconi, si è dovuto arrangiare tirando fuori dal cilindro il “bau-bau” della crisi. Dove latita un credo comune, ma anche l’ orgoglio di rappresentarlo, bisogna puntare sulla paura. Nel caso, quella verso l’ iroso dio mercato: “Italiani fate i bravi, perché altrimenti le Borse si arrabbiano e arrivederci e grazie a euro, casa, lavoro, mutuo, moglie, amante, eccetera”.
Gli antropologi americani, piovuti in massa in Italia nel secondo dopoguerra per studiarci e forse cambiarci, si inventarono la categoria del “familismo amorale” italiano, particolarmente vivace a Sud di Roma. Tradotto: Patria, niente, Dio così e così, famiglia tutto…
Italiani per caso? Forse. Oddìo, soprattutto nell’Italia Repubblicana, si è cercato di puntare sul “patriottismo costituzionale”: sulla Costituzione, come massimo momento rappresentativo “del nostro essere italiani”, per dirla con Napolitano.
Ma, si sa, la nostra Costituzione, si presta a essere tirata un po’ di qua e un po’ di là, come la classica coperta troppo corta. Risultato: il patriottismo costituzionale non funziona… E le conseguenze si notano sul piano politico e amministrativo. Dove tutti sembrano essere contro tutti: maggioranza contro opposizione (il che ci potrebbe pure stare…); opposizione interna alla maggioranza; opposizione interna all’opposizione; magistratura contro governo; Nord contro Sud; regioni contro comuni; regioni e comuni contro province; regioni contro regioni, comuni contro comuni … E l’elenco potrebbe continuare.
Ma anche gli immigrati hanno subito capito l’andazzo. E così ora abbiamo cinesi contro latino-americani, rumeni contro albanesi, immigrati di prima generazione contro immigrati di seconda. E chissà che succederà con la terza… E, ovviamente, italiani contro immigrati, cristiani contro musulmani, eccetera.
In questo caos, parlare di società multiculturale diventa una questione secondaria, perché prima gli italiani dovrebbero accordarsi “culturalmente” tra di loro, e poi, a ruota, con tutti gli altri… Il che alla luce di un patriottismo costituzionale a corrente alternata potrebbe richiedere un altro secolo e mezzo. Ma chi ci assicura che nel 2160, l’Italia, come entità nazionale (per non parlare dell’Europa “unita”), sarà ancora fra noi?
In realtà, il problema della mancanza di un idem sentire, e quindi di un interesse condiviso ad andare d’accordo, non può non riflettersi sul piano politico: quello della “decisione”, per dirla con il grande Carl Schmitt. Nel senso che, se tutti litigano, chi decide? Insomma, chi si assume la responsabilità? Chi ci mette la faccia?
Ciò spiega perché Berlusconi e Tremonti - ma in passato anche la sinistra - devono appellarsi al dio mercato, : l’unica “forza superiore”, che una volta soddisfatta, grazie ai nostri fioretti, potrà garantirci un futuro migliore…
Il che non è falso, perché l’economia conta. Ma da sola non basta. Perché si dovrebbe credere - tutti - in una causa comune chiamata Italia. Ma come spiegarlo a 60 milioni, tanto per dirne un’altra, di tecnici della nazionale di calcio?
Forse puntando sulla Repubblica Presidenziale. Quella “atipica” di Mussolini non funzionò bene. Quella venuta dopo così e così. Che siano gli italiani a non funzionare?
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venerdì, maggio 28, 2010

Così parlò Zarathustra-Cardini
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A chi voglia studiare da vicino un caso di “trombonismo applicato”, consigliamo di leggere l’intervista concessa da Franco Cardini a Michele De Feudis ( http://www.mirorenzaglia.org/?p=13932). Intervista che qui riproduciamo integralmente a scopo didattico.
Prima però alcune cosette.
Cardini con Schmitt c’entra come i cavoli a merenda. Se non altro per una semplice ragione. Schmitt, a poco più di quarant'anni, rimase stregato dall’ambiguo fascino luciferino di Hitler, non privo di grandezza. Cardini, a settanta, sembra invece subire il fascino di Fini, altrettanto equivoco, ma al massimo da capufficio… Ciò che sorprende è che lo storico, pur conoscendo da lunga data i suoi polli, pare condividere e sostenere l’offensiva politica, geneticamente personalistica, del Presidente della Camera.
Delle due l’una: o inizio di rimbambimento senile, o trombonismo applicato: da Zarathustra alla ribollita... Stante il tono oracolare dell’intervista, propendiamo per la seconda possibilità. Ovviamente i "finiani" ringraziano.
Quanto ai contenuti dell'intervista - piuttosto banalotti e che dunque contrastano con il tono profetico (di qui il caso di trombonismo "applicato" da studiare attentamente...) - diciamo che sono a metà strada tra le rapsodie antiamericane di Giulietto Chiesa e gli sfoghi da comico declassato di Beppe Grillo. Più un pizzico di incartapecorito moralismo da sacrestia.
Questo purtroppo - è proprio il caso di dirlo - passa il convento. (C.G.)

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Seduto su una panchina davanti all’Università di Bari, Franco Cardini, storico e saggista dagli svariati interessi – da Federico II alla questione mediorientale – lancia uno sguardo schmittiano e realista sull’Italia travolta dagli scandali e dal malcostume, confermando la sua vocazione ad essere uno dei pochi “intellettuali disorganici” in servizio permanente effettivo.
L’appartamento con vista Colosseo di Scajola può rappresentare una metafora dell’etica degli attuali governanti?
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Ormai dagli anni Ottanta in poi assistiamo ad un progressivo decadimento dei costumi, allineati ad una costante esaltazione edonistica.

Come mettere un freno a questa deriva?

È indispensabile un riscatto civile, possibile solo con una restaurazione radicale del senso dello Stato e della lealtà degli individui – e quindi anche dei politici – rispetto al bene comune ed alla cosa pubblica.

Mentre i giovani fanno mutui trentennali…

Trionfa il modello Scajola e il berlusconismo, intenso come forma mentis spregiudicata. Se fossero confermati gli addebiti delle inchieste su Denis Verdini, avremmo la riprova che intorno al premier si è coagulata una parte di Italia che punta a trarre vantaggi dalla propria pubblica funzione. E purtroppo l’altra metà del paese spesso è antiberlusconiana per invidia, perché vorrebbe avere le stesse possibilità del Cavaliere. Basta osservare la reazione da bulletto di Massimo D’Alema agli appunti ricevuti in tv.

Chi può farsi carico di rappresentare una differente sensibilità istituzionale?

Questi temi sono una costante nelle ultime prese di posizione del presidente della Camera, Gianfranco Fini.

Il patriottismo repubblicano?

È una definizione che non mi piace. Qui è necessaria una rinascita della coscienza civica che ponga un argine alla deriva aziendalista e tuteli la socialità.

Eppure c’è chi mette in discussione le conquiste del welfare.

In un editoriale di Ostellino sul Corriere della Sera si riaffermano le profezie del turbocapitalismo. In un periodo di crisi economica immaginare di ridurre gli spazi di solidarietà sociale è una prospettiva nefasta. Mentre aumenta la povertà e Obama compie una rivoluzione per allargare l’assistenza sanitaria negli Usa, da noi c’è chi mette in dubbio i capisaldi della comunità nazionale.

L’acqua deve restare in mani pubbliche?

Capitalismo e proprietà privata sono legittimi ma devono trovano un limite nel bene comune. Lo diceva già San Tommaso.

L’Italia è in lutto dopo l’attentato afghano e la morte di due alpini.

Sono nostri caduti, non vittime, come i talebani bombardati dagli americani durante una cerimonia nuziale. Il mio sentimento di pietas è profondo. Il Paese ha risposto con un lutto virile, non con un piagnisteo. Dovremmo però interrogarci se la partecipazione al contingente internazionale in quel territorio sia in linea con i nostri interessi nazionali.

La crisi economica sta attanagliando l’Europa. La Grecia è in ginocchio, la Spagna traballa.

Si sono rivelate sballate le previsioni di chi descriveva l’Ue come una immaginaria Eurolandia. Per questo torna di attualità l’obbiettivo di consolidare una unione che esprima autonomia politica e una propria statura militare, passaggio che sarebbe conseguente ad una ridefinizione degli obbiettivi dell’adesione al Patto Atlantico.

Le prossime celebrazioni dei centocinquant’anni dell’Unità d’Italia paradossalmente sono divenute un elemento di divisione. Lei dove si posiziona?

Oltre le trote e i tromboni, distante dalle provocazioni leghiste come dall’esaltazione acritica dei Mille, di Garibaldi. L’Unità avvenne per l’incontro degli interessi di Francia e Inghilterra, con quelli dei Savoia, e grazie all’ideologia neogiacobina. Non bisogna dimenticare che furono svuotate le casse del Regno delle Due Sicilie. Adesso l’Italia deve scoprire ragioni forti per restare coesa. Il filone di studi di Gioberti e Cattaneo, insieme alla valorizzazione della cultura regionale e dei campanili legata ad un respiro nazionale, offre un sentiero da percorrere fino in fondo.
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giovedì, maggio 27, 2010

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Oggi pubblichiamo la recensione dell'amico Nicola Vacca. Scrittore, poeta e critico letterario, già noto agli amici di "Metapolitics".
Buona lettura, anche ai finiani di ultima "generazione" ... (C.G.).

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Il libro della settimana: Salvatore Merlo, La conversione di Fini. Viaggio in una Destra senza Berlusconi, Vallecchi Editore, Firenze 2010, euro 16,00 - http://www.vallecchi.it/
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Le capriole e gli strappi di Gianfranco Fini di questi ultimi anni hanno provocato un piccolo terremoto nel mondo politico. Questo è sicuro. L’ex leader di Alleanza Nazionale ha intrapreso un cammino tutto personale e discutibile verso inaspettate posizioni laiche( il più delle volte laiciste) rispetto alla sua area politica di provenienza. Gianfranco Fini ha liquidato con Alleanza Nazionale la destra per dire sempre più cose che piacciono alla sinistra.
Salvatore Merlo, giornalista parlamentare del Foglio di Ferrara, dedica al presidente della Camera l’ennesimo libro. Il titolo è eloquente La conversione di Fini .Viaggio in una Destra senza Berlusconi (Vallecchi editore, pagine 220, euro 16). Merlo ci dice che Gianfranco Fini si è convertito. Però non si sbilancia nel affermare se questa conversione sia vera o fasulla.
Certo che nella spiegazione dell’anatomia della conversione, Merlo esordisce con un fatto sbagliato. Secondo l’autore, l’ex leader di An ha rinunciato alla condizione sicura, che veniva dall’essere padrone di un partito al 12 per cento, e ha accettato di calarsi all’interno del Pdl.
In realtà non è così, e i fatti di questi giorni lo dimostrano. Fini non ha mai apprezzato il predellino, e il suo partito non godeva ottima salute. Se poi ci mettiamo che i rapporti del capo con i suoi colonnelli si erano deteriorati i conti tornano. Anzi non tornano, perchè da buon carrierista Gianfranco Fini aveva capito che se fosse andato alla conta elettorale da solo An avrebbe preso una bella batosta. A capo chino si è genuflesso davanti al Cavaliere, e si è fatto promettere in cambio lo strapuntino della presidenza della Camera.
Nel libro di Salvatore Merlo non ci sono tesi interessanti, né pensiero critico. Il giornalista racconta lo spirito dei tempi finiani, quelli della presunta moderna destra de-ideologizzata e nei fatti postberlusconiani. Infatti, da aspirante finiano Merlo dice che Gianfranco Fini non ha fatto altro che adeguarsi ai tempi che corrono.
Com’è adesso Gianfranco Fini senza An? Merlo passa in rassegna la “macchina da guerra”del presidente composta dalla Fondazione Farefuturo, che confeziona ad hoc le esternazioni finiane. Con esagerata ammirazione poi parla del "Secolo d’Italia". “Piccolo gioiello ed è lo strumento ficcante della comunicazione d’avanguardia dell’universo finiano.Diretto dall’energica e timida Flavia Perina con Luciano Lanna, il Secolo è l’oggetto più odiato dai colonnelli e forse più amato da Fini. Il Secolo è in ogni mazzetta che si rispetti, è a Montecitorio e a Palazzo Madama, è nelle rassegne stampa e passa da tutte le redazioni dei quotidiani italiani”. Peccato che “l’informato” Merlo abbia omesso di dire che il Secolo in versione laicista vende a mala pena settecento copie. Insomma, un giornale senza lettori che arriva negli ambienti che contano.
Non si sbilancia più di tanto Merlo nella spiegazione del finismo, preferisce rimanere abbottonato e distaccato. Infatti, senza scontentare nessuno, afferma che Fini senza un partito risulta più forte e autorevole.
In realtà la conversione di Gianfranco Fini è una contraddizione tutta da spiegare, soprattutto in merito a quelle non evangeliche, cui Merlo dedica un intero capitolo. Sono proprio queste che hanno portato il presidente della Camera su posizioni laiche e libertarie .Il presidente adesso le propaganda in ogni luogo e nel libro che il suo ghostwriter gli ha scritto. Peccato che tutti quegli autori importanti che sono citati nel libro, Fini non li abbia mai letti. Ma ad avere nel suo staff il finiano(?) e colto Aldo Di Lello può sicuramente giovare alla costruzione di una destra laica e deo- ideologizzata.
Quello che più mi stupisce non è la conversione di Fini, ma quella di Alessandro Giuli, che nel suo saggio Il passo delle oche massacrò Fini e il suo partito.
Nella prefazione al libro del collega Merlo scrive: “Oggi Fini riesce a farsi notare perché ha delle idee da far pesare nel mercato della politica italiana e europea”. Qualcosa non torna. Aveva ragione Karl Kraus. Quando si deve onorare un principe si chiudono le scuole, si interrompe il lavoro e si arresta il traffico. E, aggiungiamo noi, si rimettono le oche nel recinto.
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Nicola Vacca

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martedì, maggio 25, 2010

C'è un futuro per i giovani?
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Chi ricorda il film di Alain Tanner, uscito nel lontano 1976: Jonas qui aura 25 ans en l’an 2000 ? Dove prevaleva la speranza: il piccolo Jonas avrebbe avuto un futuro migliore dei padri… Oggi Jonas, avrebbe trentaquattro anni. E il suo futuro rischia invece di essere peggiore… Del resto come si può chiedere ottimismo agli under 35, se le politiche si riducono alla banda larga, come prova il decreto legge sugli incentivi approvato ieri l’altro? Il Governo - udite udite - ha stanziato 20 milioni di euro per i giovani, tra i 18 e 30 anni che effettuano una nuova attivazione. Morale della favola: un contributo “cada-giovane” di 50 euro. Magari per farsi sfruttare direttamente a casa da qualche call center “delocalizzato” nelle camerette dei nostri ragazzi.
Cerchiamo invece di essere seri. Alcuni dati interessanti in argomento emergono dallo studio realizzato nel 2009 da Cittalia-Anci Ricerche: Il futuro in mano a chi? Giovane Italia, una generazione sospesa tra incertezze e voglia di partecipazione (www.anci.it/Contenuti/Allegati/INDAGINE_10.pdf ) . Indagine che merita di essere riletta e meditata.
Per dirla fuori dai denti: negli gli under 35 prevale l’ apprensione. Un dato su tutti: 8 giovani su 10 sono comunque preoccupati; 6 su 10 preoccupatissimi; solo 2 su 10 lievemente preoccupati. Le ragioni? Oddìo, ci si arriverebbe anche da soli. Comunque sia, elenchiamole in ordine discendente: il lavoro, i bassi salari, pensioni a rischio, eccesso di flessibilità, la crescita del costo della vita, i ridotti investimenti nella ricerca, i buchi nel sistema giudiziario, la criminalità organizzata, la pressione fiscale, i temi ambientali, l’immigrazione. Il futuro è più temuto dai giovani del Mezzogiorno e dai trentenni che vivono in comuni medio-piccoli.
In cima alle preoccupazioni ci sono gli aspetti legati all’occupazione e al costo della vita. Mentre spaventano meno ambiente e immigrazione.
Per la maggioranza dei giovani (6 su 10) l’Italia è in declino su tutti i fronti: sociale, politico ed economico. Negativa anche la percezione del futuro “prossimo” (da oggi al 2020): perché si dovrà lavorare di più ma con minori garanzie e pensioni più basse. L’Italia viene percepita come una società dove prevarrà l’incertezza del lavoro. E in cui la flessibilità rischia di trasformarsi in una brutta realtà con la quale fare i conti per tutta l’esistenza. Insomma, siamo davanti al crollo verticale della fiducia giovanile nel futuro.
Caduta libera, cui però si oppone un dato, non totalmente negativo: in Italia, gli amministratori comunali “giovani” sotto i 35 anni sono 27.304, cioè il 18,7% dei 146.273 amministratori locali. Certo, non molti… Però - ecco l’aspetto incoraggiante - tra questi 27.304, oltre il 70% è stato eletto e svolge la propria attività in comuni con una popolazione inferiore ai 5.000 abitanti. Tale percentuale sale al 90% se si considerano i comuni fino a 15.000 abitanti. Inoltre, il 68% degli eletti under 35 opera in comuni del Nord e del Centro, mentre il 32% risiede al Sud e nelle Isole. Per contro, va ricordato come l’età media dei politici italiani sia piuttosto alta : 57 anni. Si veda in proposito il brillante studio di Carlo Carboni ( Élite e classi dirigenti in Italia, Editori Laterza)
Pertanto se ci sarà ricambio politico (“in alto”), dovrà provenire dai piccoli comuni ( e quindi “dal basso”), in particolare quelli del Nord e del Centro Italia. Resta però un problema: se, una classe politica che tende alla gerocrazia, avrà la volontà di intercettare i giovani più capaci e dunque rinnovarsi. Difficile dire.
Ma c’è un altro aspetto preoccupante: i sacrifici, oggi richiesti, non favoriranno la crescita della fiducia nel “sistema-Italia”. Perché i giovani continueranno ad essere primi a pagarne le conseguenze, in termini di occupazione e bassi salari. Visto che il Governo, quanto a misure di politica economica, sembra limitarsi ai tagli e alle “mance” sulla banda larga.
Povero Jonas che fregatura ti hanno dato…
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lunedì, maggio 24, 2010

Mourinho e Germano, due eroi del nostro tempo
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Sabato, incuriositi dal clamore mediatico solidificatosi intorno al “geniale Mourinho”, abbiamo visto in Tv la finale di “Champion”.
L’Inter ha giocato di rimessa: una tattica che consiste nel far sfogare l’avversario per poi infilarlo in contropiede… Uno schema di gioco italianissimo, vecchio come il cucco, gradito ai suoi tempi al triestino Nereo Rocco, nobile catenacciaro. E che tuttora ha nel Trap un epigono virtuoso. Brera, se fosse vivo, parlerebbe, di “imprestiti” tattici.
Domenica, sempre la Tv, ha mostrato le immagini di Elio Germano vincitore della Palma d’Oro. Andremo a vedere il film di Daniele Luchetti, regista non banale. Pur sapendo che la recitazione di Germano, “il più grande attore della sua generazione” consisterà, anche questa volta, nel gonfiare le vene del collo e agitarsi sulla scena.
Miglior allenatore e miglior attore. Che tempi. Ci vuole proprio pazienza, tanta pazienza.
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giovedì, maggio 20, 2010


Il libro della settimana: Peter L. Berger e Thomas Luckmann, Lo smarrimento dell’uomo moderno, il Mulino 2010, pp. 132, euro 10,00 - www.ilmulino.it
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Ecco finalmente un libro di sociologia che può chiarire in poche battute - certo al lettore motivato e interessato - il perché del disagio attuale. Il titolo è un tutto un programma: Lo smarrimento dell’uomo moderno (il Mulino 2010, pp. 132, euro 10,00). E ne sono autori due importanti sociologi americani, Peter L. Berger e Thomas Luckmann. I quali hanno all’attivo un piccolo classico: La costruzione sociale della realtà, pubblicato sempre da il Mulino. Un volume prezioso, che non ci stancheremo mai di raccomandare come introduzione a una sociologia libera o quasi da ipoteche individualistiche.
Ma veniamo a Lo smarrimento dell’uomo moderno. Il testo parte da un fatto scontato: quello della crisi di senso. Tuttavia per Berger e Luckmann la perdita non è dovuta alla qualità-quantità di messaggi ricevuti dai singoli, che deve restare la più libera possibile, bensì alla solitudine che sembra più o meno avvolgere la vita di tutti. E nella quale si è comunque costretti a scegliere tra una molteplicità di messaggi. Manca insomma il filtro.
Di conseguenza la questione è istituzionale. Ad esempio, tra le istituzioni di mercato che dettano l’agenda delle scelte e la sfera l’individuale, Berger e Luckmann scorgono una “Terra di Nessuno. A loro avviso non esistono più - o se esistono non funzionano bene - associazioni capaci di mediare, riorientando il senso del singolo, come capacità di scelta equilibrata. Soprattutto in una società dominata da una ragione economica che ripete ossessivamente che l’uomo è solo quel che guadagna.
E qui ricordiamo che Berger e Luckmann hanno sott’occhio la realtà americana. Comunque sia, resta interessante il concetto di “istituzione intermediaria”, ben sviluppato nel libro. Cioè di istituzioni capaci di mediare e restituire senso alle scelte individuali. Anche se, come scrivono gli autori, “le istituzioni intermediarie (...) sono un ambito particolarmente problematico”. Perché
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“occorre comprendere innanzitutto quali siano le organizzazioni che si trovano in tale ambito. Con una certa attendibilità, si può dire che se le comunità spirituali e d’opinione con un’organizzazione locale rientrano in tale livello: ad esempio gruppi ecologici, istituzioni come le chiese (nella misura in cui sono fortemente radicate nel territorio così da poter agire come istanze di trasmissione di senso per le comunità di vita), gruppi di partito locali e associazioni di vario tipo. Quali di queste organizzazioni possano essere definite istituzioni intermediarie si può decidere soltanto dopo aver studiato il loro concreto modo di funzionare. Se esse in concreto non mediano tra le grandi istituzioni dell’intera società e il singolo individuo nelle sue comunità di vita, non sono quello che il loro nome suggerisce, cioè appunto istituzioni intermediarie”.
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Qualcuno penserà come tutto ciò sia molto americano, ossia pragmatico: un modo di vedere le cose legato non alle grandi enunciazioni, ma al loro valore pratico.
Certo, resta però il fatto che le “istituzioni intermediarie” - che in Europa includono oltre alla “società civile" anche il “terzo settore" - possono effettivamente riattivare logiche, e dunque scelte, fondate sul dono, sull’impegno solidaristico, sul senso del dovere sociale. Di qui alla riacquisizione di un senso individuale capace di contrastare lo “smarrimento”, il passo potrebbe essere breve.
Ovviamente, molto dipende, dalla capacità delle “istituzioni intermediarie” di agire sia verso il basso (l’individuo e le sue comunità di vita), sia verso l’alto (stato e mercato). E dunque di non trasformarsi in strumenti al servizio di istituzioni politiche ed economiche, né in prolungamenti di un nuovo fariseismo individualistico di massa.
Soprattutto perché il fine ultimo delle “istituzioni intermediarie” resta quello della “stabilizzazione del senso”: di vivere in pace con se stessi e con la società.
Una bella e nobile sfida.
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mercoledì, maggio 19, 2010

Angelo Panebianco e la “fine del socialismo della spesa”
Qualche riflessione
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Prima di tutto è necessario spiegare cosa intende Panebianco per socialismo della spesa.
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“Il socialismo europeo è stato, prima di tutto, e soprattutto, uso della spesa pubblica per fini di ridistribuzione, ampliamento costante di quelli che, nel linguaggio socialista, venivano chiamati «diritti» (ossia, l’ accesso alle prestazioni sociali dello Stato) in nome di un principio di uguaglianza. Ma se tutto questo diventa economicamente insostenibile, se persino il carattere universale delle prestazioni di welfare (che comunque, ancorché ridimensionate, sopravviveranno) rischia di essere messo in discussione a causa della scarsità delle risorse e della conseguente necessità di scegliere i soggetti a cui continuare a erogare le prestazioni e i soggetti da escludere, il socialismo finisce per perdere gran parte della sua ragione sociale”.
http://www.corriere.it/editoriali/10_maggio_18/panebianco-fine-socialismo-spesa_4917f5da-623b-11df-92fd-00144f02aabe.shtml
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Va notato innanzitutto l’approccio realista: il socialismo come fattore redistributivo collegato alle risorse disponibili. Uno schema concettuale accettabile sul piano analitico. Ma che non può essere ridotto a unico elemento interpretativo, soprattutto sul piano sociologico. E per una ragione molto semplice: spingere l’acceleratore analitico sul nesso risorse/redistribuzione, sottovaluta la questione del consenso sociale.
Perché, per usare ancora il linguaggio di Panebianco, se è vero che il socialismo della spesa respingendo i tagli mostra di credere "nell’uovo oggi”, è altrettanto vero, che con i tagli cui si accompagna la promessa mercatista “della gallina domani”, si rischia di costruire un consenso “a breve” anche intorno a quell' idea di mercato che sembra stare così a cuore all'editorialista del "Corriere della Sera".
Il vero punto della questione - che sfugge a Panebianco - è come costruire intorno alla “welfare austerity” un consenso sociale di lungo periodo. E dello stesso tipo di quello sviluppatosi nel “glorioso trentennio” intorno all’ idea welfarista. Perché gli uomini non obbediscono “a comando”… Non sono solo ciò che mangiano, ma soprattutto ciò in cui credono. E liberamente. I "diritti sociali" non sono un optional ma un valore e un fattore di aggregazione e consenso sociale, di cui si deve tenere conto sul piano politico e analitico.
Pertanto non sembra sufficiente, come invece ritiene Panebianco, che i “socialisti della spesa” si impongano di “riscrivere di sana pianta la propria ‘ragione sociale’, i propri fini politici” per fare un piacere a mercati che non rispettano nessuno: né i politici progressisti né quelli conservatori, né tantomeno la gente comune... Il che significa che anche i “conservatori” devono riscrivere la loro, di ragione sociale. Puntando su un conservatorismo equilibrato. E di sicuro non mercatista a oltranza: thatcheriano, se si vuole.
Certo, senza per questo dover sposare le ragioni del socialismo della spesa. Insomma, se proprio vogliamo discutere di conservatorismo, dobbiamo parlare di un conservatorismo capace di andare oltre la dicotomia uovo oggi (socialismo della spesa) gallina domani (mercatismo neoliberista) alla quale Panebianco sembra ridurre la dialettica politica. Ogni dialettica politica.
Un esempio di conservatorismo equilibrato è possibile coglierlo in una figura storica del conservatorismo inglese Harold Macmillan. Racconta Henry Kissinger:
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“[Macmillan] durante lo sciopero dei minatori del 1984, mi disse che, pur rispettando la signora Thatcher e comprendendo ciò che voleva fare, non avrebbe mai avuto il coraggio di condurre una lotta definitiva con i figli di uomini che si erano sacrificati altruisticamente nella prima guerra mondiale” .
(H. Kissinger, L’arte della diplomazia, Sperling & Kupfer, Milano 1996, p. 462)
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E' il caso di aggiungere altro?
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venerdì, maggio 14, 2010

La Cei e il “federalismo solidale"
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Federalismo all’italiana? Ormai lo si è capito da un pezzo. Soprattutto quando si parla di “federalismo solidale”… Una specie di misterioso ermafrodito spuntato dagli abissi dei cervelli politici nostrani. Per metà donna (solidale e sinuosa ) per metà uomo (centralista e sgraziato)…
Forse un trans? E magari proprio per questo alla Chiesa non piace… E invece no, piace piace: il federalismo solidale, s’intende. Benché poi la Cei mostri di non voler scontentare nessuno. Ad esempio, proprio ieri l’altro, i vescovi hanno cercato di spiegare che cosa sia il “federalismo solidale”. Ma, dispiace dirlo, a singhiozzo.
Ci riferiamo al testo preparatorio della prossima “Settimana sociale”. Sorta di “grande parade” del cattolicesimo italiano, che si terrà a Reggio Calabria nel mese di ottobre. Un appuntamento che ha dietro di sé mesi di sinergie tra gruppi associativi, diocesi e studiosi. E probabilmente per dare un giudizio definitivo sulle valutazioni dei vescovi dovremo attendere le conclusioni dei lavori di ottobre.
Ad ogni buon conto, secondo Monsignor Arrigo Miglio, Presidente del Comitato scientifico-organizzatore della Settimana sociale, il federalismo non può prescindere dall’ “adesione alla prospettiva del bene comune”. Fin qui tutto bene. Nel testo poi si riconosce “come prioritario il problema di una concezione” capace di “combinare con maggiore efficacia le istanze di sussidiarietà e quelle di solidarietà che, non meno delle prime, degenerano non appena sottratte ai vincoli di limiti chiari e responsabilità imputabili”.
Insomma sì al federalismo, però con la raccomandazione che “il Paese continui ad essere solidale”. Ma in che modo?
Intanto, secondo la Cei, il mercato del lavoro dovrebbe muoversi verso “una combinazione di flessibilità e sicurezza (flexicurity)”. Ottimo. Se non che poi si legge: “Necessariamente declinata in funzione delle caratteristiche e dei vincoli specifici del contesto italiano”. Che significa? Gabbie salariali, sì o no?
Inoltre, a proposito delle differenze fiscali tra Nord e Sud, non si comprende se il Nord, dovrà continuare o meno a finanziare il Sud, dirottando quote delle sue entrare fiscali, anche se in misura ridotta. Il documento, infatti, parla solo di “un equilibrato modello italiano di federalismo fiscale”. Che vuol dire?
Anche perché, si legge, che “dosi massicce di uniformità anche per i territori fiscalmente autosufficienti”, potrebbero “rimettere in moto un meccanismo centralistico che non fa crescere poteri e responsabilità, che rende un servizio incerto al principio di solidarietà e dimentica i pregi sistemici del principio di sussidiarietà”. Allora, che facciamo? Per sfuggire al “centralismo”, ognuno per sé, Dio per tutti? Magari con la “speranzella” che la sussidiarietà serva rilanciare le organizzazioni sociali cattoliche… Il che potrebbe pure andare bene. Ma perché non dirlo con chiarezza? Certo poi servirebbero “sussidi” privati, visto che la Chiesa non naviga nell’oro.
Infine, non del tutto chiara appare la posizione sulla questione sanità. Il testo “richiama più in generale la necessità di garantire i livelli essenziali delle prestazioni su tutto il territorio nazionale. Il diritto alla vita diviene un esercizio retorico senza quello a un’adeguata assistenza sanitaria”. Giustissimo. Salvo poi aggiungere, rimescolando le carte, che “si deve a ogni costo evitare che questa ragione giustifichi il finanziamento dell’inefficienza e della quota parassitaria dell’interposizione pubblica nei diversi territori”. Sembra di sentire Draghi.
Insomma, si poteva fare di più.
Naturalmente, i nuovi democristiani di Fini hanno subito approvato, celebrando il federalismo equilibrato - e zacchete! - solidale, racchiuso nel documento Cei.
Il che deve far riflettere sulla nebbia - non solo in Val Padana - che avvolge, e fittamente, la questione federalista in Italia.
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giovedì, maggio 13, 2010


Oggi pubblichiamo la recensione di Stefano Boninsegni, apparsa sulla rivista “Argilla”, n.1, Primavera 2007.
Boninsegni è uno studioso di Sorel, nonché autore di saggi di argomento sociologico e filosofico sul movimento operaio, l’individualismo di massa e la crisi del legame sociale. Ma anche, come il lettore scoprirà, sottile indagatore di questioni religiose e spirituali. Tra le sue opere ricordiamo in particolare New Economy (Settimo Sigillo).
Ci piacerebbe poter pubblicare, di tanto in tanto, recensioni di qualità scritte da amici e lettori. I testi possono essere inviati al seguente indirizzo: carlogambescia@yahoo.it . Non dovranno però superare le quattro-cinquemila battute (C.G.)

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Il libro della settimana: Daisaku Ikeda – Majid Tehrenian, Civilità globale. Un dialogo tra Islam e Buddismo, Sperling & Kupfer Editori, Milano 2004 pp. XI-287 - http://www.sperling.it/
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La pubblicazione del testo che andiamo a tratteggiare, è destinata a sollevare stupore e sconcerto tra coloro che hanno qualche nozione e cognizione su Daisaku Iked e il suo pensiero appresa tramite “specialisti” delle nuove sette, che dipingono la Soka Gakkai come un’organizzazione integralista, settaria manipolativa della coscienza dei membri ecc. Massimo Introvigne fa notare che in realtà essa era stata l’organizzazione laica del clero secolare della Nichiren Shoshu, ma che per i metodi di un proselitismo martellante, può essere inclusa tra le nuove sette.
Detto, per inciso, in tali giudizi dispregiativi, qualche elemento astratto di verità vi è senz’altro, sebbene tutti viziati dal pregiudizio banalizzante del buddismo tutto pace e meditazione, un' avversione religiosa della California targata anni Sessanta: il re buddista Asoka, ad esempio, fu assai intollerante. Ikeda insomma, non avrebbe alcun titolo per rappresentare il buddismo. Fra l’altro la Soka Gakkai è stata scomunicata dal clero della Nichiren Shoshu, per vari motivi dottrinari e liturgici.
La Soka Gakkai, lo ricordiamo, ebbe un grande sviluppo negli anni Cinquanta e Sessanta, sotto la guida di Josei Toda, semplice maestro elementare che univa cultura a uno spiccato senso degli affari, grazie al quale pose la base finanziaria per la crescita dell’organizzazione buddista.
A Toda, dopo la sua morte, succedette il giovane Daisaku Ikeda, della cui devozione al maestro non vi è dubbio, ma la Soka Gakkai inizia a cambiare. Se gli scopi della setta sotto la direzione di Toda, erano essenzialmente religiosi, adesso si guarda con interesse al sociale e alle arti, ma soprattutto ciò che conta è l’emersione dell’essere intellettuale di Ikeda. , segnato da una passione filosofica ispirata alla massima apertura , che convive con una versione fondamentalista del pensiero di Nicheren in quanto presidente del Soka Gakkai.
Su questa passione di ricerca prende vita insomma, un percorso intellettuale che lo porterà ad “imbattersi” nell’idea di affidare all’islamico Majid Tehranian (1996) la direzione del Toda Institute for Global Peace and Policy Research, un organo cioè essenziale per la strategia della Soka Gakkai, che non è una semplice operazione di immagine, ma il risultato, come emerge da questo testo, di un lungo e travagliato percorso intellettuale e religioso.
Theranian è un musulmano sufi, ribelle ad ogni dogmatismo, portatore di una sorta di ecumenismo integrale, ovvero l’idea che le diverse religioni sono manifestazioni diverse dell’unico principio fondamentale, al quale per via esoterica saggi indù, cristiani, buddisti ecc, si sono illuminati: le vie sono diverse, ma l’illuminazione è la stessa. Tale posizione si ritrova essenzialmente, in autori quali Annie Besant, René Guénon, Ananda Coomaraswamy.
Ovviamente non è certo la prima volta che islamici e buddisti dialogano, come ricostruito in Civiltà globale, il cui aspetto più notevole, fra gli altri, è rappresentato dalla svolta filosofica in senso pessimista, nonché ecumenico, dell’influente intellettuale giapponese.
L’Occidente (in senso ideologico), afferma, ha distrutto e distrugge le differenze fra le culture, e quindi le culture stesse. Le cose perdono di significato, tutto precipita in uno stato di cinismo, confusione, individualismo cieco, all’insegna di una omologazione americanorfa. E questo non è affatto casuale, ma l’effetto di alcuni elementi intrinseci il progetto stesso della Modernità.
Rispetto ai disastri ambientali “lascia” dire a Tehranian: “E’ l’arroganza del progetto illuminista, che assegnava all’essere umano la superiorità e il dominio sulla natura”. Ma pensare ciò non significa abbandonarsi al nichilismo: Ikeda riprende e fa proprio esplicitamente il gramsciano “pessimismo della ragione e ottimismo della volontà”.
E’ in questa disposizione di animo che dialoga con il più “ottimista” intellettuale iraniano, il quale inizia dalla constatazione che, nonostante la globalizzazione sia un fatto, non è emerso un punto di vista globale, sopperito invece dall’imperialismo ideologico dell’Occidente. L’obiettivo quindi è la costruzione di una civiltà globale, attraverso la sintesi delle grandi narrazioni religiose: il tutto all’insegna del pluralismo culturale, con licenza di inedite contaminazioni.
Ikeda, rispetto a ciò , conviene e risponde sottolineando la necessità prioritaria di un dibattito fra religioni, il cui vero obiettivo non è tanto la risoluzione di conflitti, ma come ridestare il senso religioso del mondo senza il quale non vi può essere creazione di valore, e quindi le culture. Né Ikeda né Tehranian credono, per inciso, al carattere religioso del cosiddetto “risveglio islamico”. Occorre all’inverso mettere in evidenza ciò che unisce rispetto a ciò che divide, per scoprire poi che ciò che unisce prevale ampiamente. Anche quando la differenza sembra palese, Ikeda insiste sul fatto che ad un livello più profondo vi possa essere concordanza: per chi segue il pensiero di Ikeda semmai si pone il problema di capire se tale ecumenismo sia dettato dalle circostanze, ovvero il fare causa comune contro i demoni della miscredenza, oppure se sia dettato da necessità interne al suo pensiero. In questo senso Ikeda sicuramente, dati i cambiamenti strutturali in atto, teorizza una religione semplice e universale, che tutti possono osservare, indipendentemente dal proprio credo.
L’intellettuale giapponese la rintraccia nel pensiero del Mahatma Gandhi, e quindi in un ambito diverso dal buddismo. Il che non stupisce viste le aperture all’induismo contemporaneo presenti nell’Ikeda odierno.
Ma in ogni caso, è sua convinzione che la salvezza provenga da zone periferiche o fuori dal mondo globalizzato da cinquecento multinazionali. Afferma: “ Credo sinceramente che una saggezza e una forma di azione nuove emergono dalle aree periferiche rispetto al libero mercato e alle economie basate su un forte consumismo di massa”. Rispetto a questo punto di vista, presente anche in pensatori come Serge Latouche, Ikeda e Tehranian ricordano il pensiero e l’azione di Amartya Sen, nonché l’esperienza della “banca dei poveri” ideata dal dottor Yunus.
Il luogo paradigmatico per eccellenza delle riconciliazione fra economia e società è comunque il suq delle città arabe e musulmane, dove il prezzo di un prodotto è il risultato di contrattazioni non astraibili dai rapporto sociali complessivi. Città che Ikeda ha visitato e ama, la cui moderazione contrappone alla nevrosi della città abitate dai fanatici del super lavoro e del super consumo. Nei vicoli del suq frammista al brusio si respira un’ineffabile spiritualità, scandita dalle inesorabili preghiere quotidiane.
In conclusione, un libro che esprime un atto di accusa all’Occidente sofisticato e non gridato, ma assai più stringente.
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Stefano Boninsegni
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mercoledì, maggio 12, 2010

Il Risorgimento secondo Franco Cardini
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Che malinconia, quindicimila battute per non dire nulla… Di che cosa parliamo? Ma dell’articolessa di Franco Cardini apparsa ieri sul “Secolo d’Italia” : una tromba d'aria fritta (http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=32288 ).
E dove, guarda caso, gli unici citati del PdL - e malissimo - sono La Russa e Gasparri, che stanno con il Cavaliere, tutti poco amati dai finiani del "Secolo d'Italia"...
Mentre la Meloni - citata da Cardini - non conta, perché non ha l’età. E neppure valgono le "lisciate" alla regina del samba, Irene Pivetti ( ma quale Evita nostra… a Cardi'... ).
In buona sostanza, le sue "tesi" sul Risorgimento - chiamiamole così – ruotano intorno a tre punti 1) doveva vincere il federalismo giobertiano o - così tanto per buttare dentro un nome all'insegna dell' et-et alla ribollita - quello di Cattaneo; 2) eventualmente il modello da scegliere, se proprio i liberali dovevano unificare l'Italia, non poteva non essere quello della Prussia, che però liberale non era... ; 3) sul piano della politica estera si doveva invece puntare
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“sul progetto di Napoleone III (in verità, piuttosto dell'imperatrice Eugenia) di una lega franco-ispano-italo-bavaro-austro-ungherese delle potenze cattoliche euromeridionali, con annesso il progetto di favorire l'indipendenza polacca (l'Austria ci sarebbe stata, alla faccia di Germania e Russia) e di gestire oculatamente la crisi e la decadenza dell'impero ottomano, il che sarebbe stato meglio per tutto il Vicino Oriente (mentre invece lo abbiamo fatto gestire dal '18 al '48, rovinosamente, da Francia e Inghilterra)”.
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Il Papa autocrate, la Prussia anticattolica, un Cattaneo repubblicano, un Napoleone III arciplebiscitario, le "potenze cattoliche euromeridionali". Revisionismo? No, fantapolitica.
Ma Cardini conosce i due tomi di Chabod sulle premesse della politica estera italiana? E quello di Romeo sull’economia post-unitaria? E il volume di Salvatorelli sul pensiero politico risorgimentale? O il bellissimo, storiograficamente parlando, Interpretazioni del Risorgimento di Maturi. Ha letto, e per intero, l' Italia moderna di Volpe? Mah… Prima di criticare o "revisionare" si dovrebbe conoscere... O no?
Ovviamente, Cardini, more solito, incensa il fascismo immenso e rosso… E sulla questione delle libertà assenti, se la cava così:
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“Ma allora quel che mancava - ‘nazionalizzazione delle masse’; disciplina del lavoro e stato sociale; avvìo di un abbozzo almeno di riforme che sconfiggessero l'immigrazione e le malattie come la tubercolosi; lotta alla malavita nel sud; pacificazione con quella che già Antonio Gramsci aveva riconosciuto come l'unica vera forza popolare italiana, la Chiesa cattolica - fu il fascismo a saperlo realizzare, sia pure a prezzo prima di un cinico e un po' provinciale movimento di adeguazione al trend repressivo antibolscevico o sedicente tale che si era verificato un po' in tutta l'Europa almeno centrale e orientale, quindi di una sospensione delle garanzie statutarie che fu forse storicamente illegittima, non però illegale in quanto fu la corona a coprirla con la sua legittimazione. Non v'è possibile paragone tra i regimi conservatori e repressivi nati in tutta Europa per rispondere alla Rivoluzione d'Ottobre (penso all'Austria di Dollfuss, che pure cercò di darsi un dignitoso contenuto cristiano-social-nazionale, o all'Ungheria di Horthy, o alla Polonia di Pildsuski, o alla Finlandia di Mannerheim, o alla Romania di Carol) e i caratteri dinamici e innovativi del movimento e dello stesso regime fascista italiano sia dal punto di vista politico e sociale, sia da quello culturale” .
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Insomma, un modellino politico, quasi quasi da riproporre… Ma Fini è d'accordo?
E la libertà? Ma chi se ne frega: un Popolo, un Destino, un Papa. Infatti il buon Cardini festeggia il 150° dell’Unità d'Italia brindando con la sua idea fissa. Quale? Riproporre una Confederazione Italiana con a capo Benedetto XVI.
E quelli del “Secolo d’Italia”? Sono d’accordo, ma non su un punto: al posto del Papa vorrebbero Fini. In fondo anche questo è revisionismo storiografico. E Cardini sicuramente concorda...
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martedì, maggio 11, 2010

La Banca Centrale Europea e le “misure “tampone
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Come oggi si legge sui giornali, la Banca Centrale Europea avrebbe mostrato “tutto il suo coraggio”. E in che modo? Manifestando la volontà di acquistare i bond governativi dell’area euro e di sostenere con più vigore la moneta europea sui mercati.
A tutto ciò, si è anche affiancata, in concorso con il FMI, la creazione del Fondo Europeo di Stabilizzazione (FES), per intervenire “cash” al fine di aiutare gli stati Ue in difficoltà: in pratica un aiutino sugli interessi dovuti per i bond governativi trattati sui mercati.
Non c’è bisogno di essere esperti economisti per capire che si tratta di misure “tampone”, rivolte a stabilizzare i mercati borsistici e la tenuta dell’euro. Nulla di strutturale. Si procede tappando i buchi, fino alla prossima crisi speculativa.
E che non si voglia andare oltre, risulta evidente dalla volontà espressa, ai massimi livelli politici ed economici, sulla necessità “inderogabile” di tenere sotto controllo i conti pubblici.
Su questi basi sarà difficile che i consumi privati e pubblici possano tornare di nuovo a crescere. Soprattutto se con manovre correttive, rivolte puramente a “tappare i buchi”, si tenterà nuovamente di svuotare le tasche dei cittadini, magari "digitando" scioccamente insieme sui tasti delle imposte dirette e indirette.
Servirebbe invece - e proprio su base europea - un grande piano di lavori pubblici e di rilancio dell’economia e dell’occupazione.
Ma - ecco il punto - sul piano del computo della spesa pubblica, le spese in conto capitale (per investimenti) andrebbero scorporate da quelle correnti (per stipendi e salari). E queste ultime commisurate ai livelli di qualità dei servizi erogati. Anche il debito pubblico andrebbe suddiviso in produttivo (per investimenti sociali e pubblici) e dunque finanziabile anche attraverso la leva fiscale, e improduttivo (per pagamenti di interessi pregressi, maturati a vario titolo), e quindi via via destinato a ridursi nel tempo, fino a raggiungere livelli economicamente fisiologici.
Non diciamo di più, perché non siamo economisti di mestiere.
Temiamo perciò che qualche lettore possa liquidare la nostra proposta come un puro tentativo di "far quadrare il cerchio"... Roba da sognatori... Forse. Ma sempre meglio che stare a guardare. O no?
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lunedì, maggio 10, 2010

Un “fine settimana” in compagnia di Julius Evola
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Che c’entrano le “bignole alla nutella” con Julius Evola? C’entrano, c’entrano… Perché la città di Alatri ha fatto veramente del suo meglio, anche sul piano culinario, per accogliere i partecipanti al Convegno di Studi “Julius Evola e la filosofia”, tenutosi venerdì 7 e sabato 8 maggio nella magnifica Aula Magna del Palazzo Conti Gentili, al quale ha partecipato anche l’autore di queste note.
Un convegno realizzato grazie alle sinergie organizzative tra l’ Assessorato alla Cultura di Alatri, la Fondazione "L'Abbadia" e la Fondazione Evola. E premiato anche dal punto di vista del pubblico presente: numeroso, attento e composto non di reduci a cavallo della famigerata tigre evoliana, ma soprattutto di persone colte, tra cui numerosi studenti, sensibili al fascino filosofico di Julius Evola. E poi, come già accennato, grandissime “bignole alla nutella” per tutti...
Battute culinarie a parte, siamo d’accordo con Gian Franco Lami (Una filosofia sovranazionale). Il quale ha sostenuto more geometrico che Evola va giudicato uno dei più importanti filosofi del Novecento. Dal quale non si può prescindere.

Ma procediamo con ordine
Luciano Arcella ha affrontato, con l'ariosità che gli è solita, la questione della critica evoliana all’idea di un io razionale, tutto calcoli e consumi (La futile certezza dell' io). Giovanni Sessa ha abilmente indagato, in "prima assoluta" per i presenti, i tortuosi destini paralleli di due punte di iceberg del Novecento filosofico (Evola ed Emo). Giandomenico Casalino, con l'enfasi spirituale di un allievo di Plotino, i filamenti hegeliani (Evola e Hegel). Marco Rossi ci ha condotto lungo le frontiere sottili dell’esoterismo filosofico (Occultismo, magia e luce dell’Oriente: la scoperta evoliana della filosofia). Simone Marletta, con giovanile baldanza, ha investigato i nessi “di ritorno” con la modernità, pur criticata da Evola (Riflessioni sul concetto di trascendenza immanente). Giuseppe Gorlani le curvature di un sapere perenne e universale (Julius Evola e la tradizione del Sanatana Dharma). Giorgio Salzano l’antropologia filosofica (Per una teoria dell’atto).
Tema trattato anche da Giuliano Borghi con trascinante forza evocatrice (L’anarca evoliano). E dal non meno bravo Giovanni Damiano (Il problema della potenza nella filosofia evoliana).
Più problematici, ma altrettanto interessanti, i contributi di Agostino Carrino (Evola filosofo della politica?) e Mario Conetti (Evola e la tradizione ghibellina). Dettagliato e illuminato come sempre l'intervento di Davide Bigalli (Evola e il pensiero medievale). Documentatissimo e tranchant il contributo dialettico di Domenico Caccamo ( Evola e la critica della civiltà: Freud e Nietzsche). Dionisiaco - piacevolmente dionisiaco - quello di Vitaldo Conte (I nudi di Evola come “Metafisica del sesso”). Tra l’altro ideatore di un intrigante video, proiettato nel corso convegno e visibile su youtube ( http://www.youtube.com/watch?v=oV7OjlLt48Q ) .
Non meno interessanti le relazioni, che attraverso la “leva” filosofica evoliana hanno "sollevato" altre questioni fondamentali, come quella di un sottile ragionatore del cuore come Sandro Giovannini, (Unicità/esemplarità artistico/filosofica) o di un medico, docente e appassionato psicoterapeuta come Ferdinando Melchiorre (Magia, alchimia, Psichiatria). Oppure come quella di Giovanni Franchi, tesa a scandagliare l’opera di un pensatore eterodosso e affascinante (Spann tra idealismo e filosofia cristiana). O elaborare raffronti, come la relazione presentata da chi scrive (Evola e Pareto. Spunti sociologici). O addirittura, come Hans Thomas Hakl, fornire induttivamente un'avvicente ricostruzione di prima mano delle nervature culturali di una Mitteleuropa post-bellica, stretta fra le esigenze dell'alta cultura e i compromessi della sconfitta (Evola e Antaios). O, infine, individuare, come Giampiero Moretti i fili sotterranei e ambigui di dialettiche filologiche solo in apparenza innocue (Evola traduttore di Bachofen).
Nell’insieme, per dirla con Gianfranco de Turris, un Evola plurale, ricco di sfaccettature e risvolti sorprendenti. Un pensatore con il quale oggi è più che mai necessario fare i conti. Filosofici. E alla cui opera possono avvicinarsi tutti. Anche chi non si riconosca nel filo conduttore della tradizione. Bastano spirito critico e cuore sincero.
Gli atti del convegno saranno pubblicati in “Studi Evoliani”, annuario della Fondazione Julius Evola (Via Otranto, 36 – 00192 Roma – www.fondazionejuliusevola.it ). Alla quale ci si può rivolgere per eventuali prenotazioni del fascicolo.

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venerdì, maggio 07, 2010




La rivista della settimana: “Catholica”, n. 107, Printemps 2010, pp. 152, euro 12,00 – http://www.catholica.fr
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Come sempre ben scelto il dossier del nuovo fascicolo di “Catholica” (n. 107, Printemps 2010 ): Droits et dignité. Dove è messo a fuoco ciò che Claude Polin (L’idolâtrie des droits de l’homme et ses causes ) definisce un’autentica “nouvelle révélation” con i suoi sacerdoti e fedeli, tutti uniti nell’adorazione di se stessi, in quanto al tempo stesso creatori e fruitori degli “immortali diritti”. Va detto che l’immagine dei diritti dell’uomo, come fragile specchio in cui l’uomo ama riflettersi, ritorna anche in Miguel Gambra (La notion classique de dignité e les droits de l’homme ). Mentre Julio Alvear (Dignitatis Humanae) esamina lo sviluppo dell’idea di libertà religiosa da Giovanni XXIII ai nostri giorni, sempre più ristretta negli angusti confini del puro culturalismo.
Quest’ultimo punto è colto molto bene da Bernard Dumont (Liberté religieuse, droits de l’homme et normalisation). Nell' editoriale del bravissimo direttore viene infatti evidenziato lo scambio di fatto, accettato dalla Chiesa post-conciliare, tra religione dei diritti dell’uomo e culturalizzazione della fede. Una vera e propria ritirata che si è risolta per un verso nella riduzione delle religione a scelta culturale e per l’altro nella trasformazione dei diritti dell’uomo in religione. Completa la sezione monografica un testo di Giovanni Turco (Pic de La Mirandole. Genèse de la conception moderne de la dignité humaine).
Al dossier fa seguito una parte di spiccato contenuto teologico e storico-liturgico, comunque molto interessante anche per i non "addetti al lavori", con scritti di grande chiarezza di Laurent Jestine (Autour de la Messe), Marc Levatois (Les cérémonies extraordinaires du catholicisme baroque), Kostas Mavrakis (Les Nazaréens français).
Da non perdere inoltre le analisi di Jean-Pierre Sironneau sulla lezione di Del Noce circa l’imborghesimento senza speranza del comunismo (La révolution nihiliste), e di Boris Lejeune, per così dire, sullo zombie-communismo di Alain Badiou (La philosophie bobok)
Come sempre il fascicolo chiude con una ricchissima sezione di recensioni librarie e segnalazioni culturali. Tra le quali spiccano quelle di Joël Hautebert (Le communautariste serait-il anti-libéral?) e Christin Sourgin (Boltanski au Grand-Palais ou le triomphe de la Vanité) .
Buona lettura.
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giovedì, maggio 06, 2010

L’euro: una moneta senza stato . Che cosa può fare l’Ue per combattere la speculazione sull’euro? La risposta è facile, ma difficile da attuare, perché rinvia alla questione del controllo politico della moneta. Nel senso che la quantità di moneta in circolazione, dovrebbe essere modulata non sulle richieste del mercato mondiale ma sulle necessità economiche europee, politicamente determinate. Entro certi limiti, ovviamente, anche perché l'autarchia assoluta è altrettanto pericolosa.

Ci spieghiamo meglio. Esiste una comune “politica” economica europea? No. Esiste, per ora, soltanto, un politica monetaria legata alle presuntive esigenze di compatibilità tra l’economia mondiale e l’economia europea. Compatibilità che viene presentata dalla retorica economica dominante come esito di una “volontà dei mercati”. In realtà la compatibilità è decisa da economie politicamente più forti, come gli Usa, la cui ripresa ora necessita (anche se non solo) di un euro debole, o comunque in grado di non penalizzare più di tanto la moneta americana. Il che però, dal punto di vista retorico, viene spiegato magnificando il "vitale" collegamento tra le due economie (mondiale-europea). E quel che è peggio collegando lo stato di salute delle singole economie ai cosiddetti fondamentali, in particolare il livello del debito pubblico. Ma si può fare politica economica senza far crescere il livello della spesa pubblica? E quindi del debito, e dei relativi titoli, eventualmente emessi per le spese in conto capitale? No. E poi se il "fattore debito" contasse sul serio - e non solo per far guadagnare gli "speculatori - il dollaro in questo esatto momento dovrebbe valere meno di zero. Altro che Grecia... E invece non è così. E perché? Per la semplice ragione che in ultima istanza decide sempre la spada: la volontà politica. Ovviamente supportata da adeguate risorse militari ed economiche. Pertanto fino a quando l’Europa non avrà una forte politica economica comune, sganciata dai livelli di debito pubblico, o comunque in grado di scorporare la spesa pubblica produttiva da quella improduttiva, si riproporranno crisi del genere. E soprattutto in una fase così delicata per l’economia mondiale come l’attuale. Parlare di ritorno alla lira, o alle monete nazionali, è stupido. Solo una "moneta blocco (geopolitico)" oggi può contare qualcosa, sia economicamente sia politicamente. A meno che una nazione non sia forte produttrice monopolista di una o più materie prime fondamentali, e quindi in grado di condizionare il mercato mondiale. E non è sicuramente il caso dell'Italia. Una curiosità: l’idea della Merkel, di un’agenzia europea di rating, si muove nella direzione di un maggiore controllo dell’economia europea, ma non in chiave politica, bensì puramente economica… Però indica che qualcosa si sta muovendo. Dal momento che l’economia tedesca “è” in larga parte l’economia europea. Intanto però l'euro continua a restare una moneta, per parafrasare Musil, senza qualità politica.


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mercoledì, maggio 05, 2010

Riforme o rivoluzione?
Il contributo di Georges Sorel
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Questa mattina, a proposito della difficile situazione greca, abbiamo letto un titolo più che caldo, di fuoco: “Popoli d’Europa sollevatevi”. Forse si gioca con la rivoluzione... Si discute di cose che non si conoscono. Di qui - crediamo - l’importanza di rileggere un autore, interrogatosi a lungo sulla questione: Georges Sorel (1847-1922).
Chi era Sorel? Probabilmente uno dei pensatori più controversi dell'intera storia del socialismo, in particolare per le sue pericolose amicizie pericolose a destra tra monarchici maurrasiani e altri gruppi politici criptofascisti. Fu anche un avversario ostinato di qualsiasi forma di riformismo e un teorizzatore dell'azione diretta in campo sindacale e politico, nonché simpatizzante al tempo stesso di Lenin e Mussolini.
Al di là degli aspetti politicamente discutibili, gli va riconosciuta profondità di analisi. Soprattutto per aver intuito, già all'inizio del Novecento, due fenomeni particolarmente interessanti riguardanti lo sviluppo dei partiti e sindacati operai.
Infatti, dobbiamo a Sorel l'individuazione nel riformismo socialista di due costanti sociologiche. Quali?
La prima è che il riformismo, se per un verso si traduce in miglioramenti sociali, per l'altro produce una trasformazione, in senso secolare ( o se si preferisce materialistico), non solo dei quadri dirigenti, ma dello stesso movimento socialista ed operaio. Il problema, non è solo "l'imborghesimento", ma la rinuncia a qualsiasi obiettivo, che non sia rivolto al miglioramento materiale. Si finisce per ragionare, tutti, solo nei termini della maggior quota di benessere perseguibile in un dato momento storico.
La seconda è che il riformismo, perpetua se stesso: come ogni fenomeno sociale - e qui le sue osservazioni sono particolarmente profonde - da mezzo finisce per trasformarsi in fine: se il riformismo (il mezzo) deve costruire il socialismo (il fine), nel tempo si finisce per perdere di vista quest'ultimo obiettivo, e il riformismo da mezzo diviene fine.
Pertanto, secondo Sorel, attraverso questo processo, i partiti e i sindacati socialisti, rischiavano già ai suoi tempi di trasformarsi da strumenti rivoluzionari in strumenti di conservazione dell'ordine esistente. Come poi è regolarmente avvenuto.
Come rimedio, Sorel teorizzò - e questo molto prima di Gramsci e Trotzskij (ci si riferisce a categorie sociologiche e non politiche o di scolastica marxista) - una sorta di rivoluzione permanente, da attuare attraverso lo sciopero generale e il successivo controllo sindacale "permanente" dell'economia socialista (ma su quest'ultimo punto la teoria soreliana è piuttosto nebulosa, come sul tipo di società che verrà dopo la rivoluzione).
Un rimedio difficilissimo da attuare - e qui vengono fuori i limiti del pensiero (sociologico) soreliano -, perché il momento dello stato nascente (dello sciopero rivoluzionario) non può sociologicamente durare per sempre. Al Movimento deve seguire l'Istituzione: le società (socialiste, liberali, eccetera), come lava incandescente, finiscono regolarmente per solidificarsi in istituzioni che gestiscono, come dire, l'esistente, anche se introdotto attraverso un processo rivouzionario: semplificando si "imborghesiscono"... Quel che è impossibile insomma, non è la rivoluzione, ma la "rivoluzione permanente". Non esiste un "riformismo rivoluzionario". Esistono soltanto - e chiediamo scusa per il quasi gioco di parole - un "riformismo riformatore" e un "rivoluzionarismo rivoluzionario". Tertium non datur. Non è concessa una terza possibilità. Almeno sociologicamente.
Concludendo, “popoli d'Europa sollevatevi” pure... Ma poi la rivoluzione finisce... Bisogna ricostruire. E "l'imborghesimento" è sempre in agguato. Perfino nella tanto agognata società "senza usura".
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martedì, maggio 04, 2010

Disunità d’Italia
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L’Unità d’Italia è un’idea romantica. Che ha le sue origini politiche nell'ottocentesco "risveglio dei popoli", vagheggiato da una folla di scrittori byroniani e foscoliani. Ma in realtà prodotto dalle armate napoleoniche: truppe gallonate scattate fuori, come un pupazzetto a molla, dalla scatola della Rivoluzione francese.
L’Italia giunse ultima, o quasi. L’idea "nazional-giacobina", poco piaceva, soprattutto al contadino meridionale, per il quale ”chi teneva pane e vino, aveva da esse giacubbino": e dunque padrone. Ma pure quella mazziniana non entusiasmava, perché parlava solo a maestri, letterati e artigiani. La Carboneria, invece "piazeva" solo agli “uffiziali”… Gli operai erano ancora di là da venire. E così alla fine vinsero Vittorio Emanuele II, il conte di Cavour. Ma grazie allo sciabolone di Garibaldi. E fu fatta l’Italia. Ma, per usare una parola forte, quasi a calci in culo. Dopo di che si ricordarono a Torino che dovevano ancora fare gli italiani. Mentre il Papa che non si fidava dei massoni, si era già chiuso in Vaticano.
Sul primo cinquantennio di storia unitaria, gli storiografi non sono d’accordo. Tasse e repressione per i professori marxisti e cattolici; sviluppo industriale e alfabetizzazione per i cattedratici liberali.
Va detto che l’Italia unita resse al terremoto della Prima Guerra Mondiale. La "ola" del dopo Caporetto fu “tutti eroi o il Piave o tutti accoppati” . E per un attimo l'accordo fu totale. E di questo magic moment si ricordò perfino Monicelli girando quarant'anni dopo “La Grande Guerra”. Insomma, la “Nazione unita rispose”.
Il punto è che i liberali persero il dopoguerra. L’Italia, di nuovo divisa su tutto, si rivolse a Mussolini. E fu un' overdose di nazionalismo. Alla quale gli italiani non erano pronti. E finì con l’Otto Settembre e con l’Italia divisa in due. Da ricostruire.
E ci pensarono i cattolici, travestiti da democristiani. Con l’aiuto degli Usa. Mentre i comunisti rimasero a guardare, aspettando Baffone. E i contadini? Continuavano a recitare il mantra del chi “tene pane e vino, ha da esse giacubbino” …
E, nonostante tutto, fu di nuovo sviluppo e alfabetizzazione. Ma anche repressione e tasse. Con una variante ideologica: democristiani e comunisti non si preoccuparono più di tanto di fare gli italiani. Gli uni guardavano al Papa e all’America, gli altri a Marx, Lenin e alla Russia sovietica. E così gli italiani “si fecero da soli”… Guardando più agli affari propri che a quelli comuni. E dopo l’arrivo di Berlusconi, anche tanta televisione.. .
Così fino ad oggi.
Perciò perché meravigliarsi se Bossi e compagnia cantante se ne vogliono andare? E se Fini vuole radicare al Sud, la sua “nuova corrente”? L’unità non è mai piaciuta agli italiani. Tranne, forse, quando qualcuno con un pennello e po’ di vernice scrisse su un muro, mentre gli austriaci cannoneggiavano, “Tutti eroi o il Piave o tutti accoppati”…
E il bello fu che molti si fecero “accoppare” sul serio. Da italiani.
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lunedì, maggio 03, 2010

Gianfranco Fini e la questione della destra in Italia
Una replica a Marco Tarchi
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La questione della destra: la foresta o gli alberi?
Stupisce e dispiace scoprire come nell’analisi di Marco Tarchi, apparsa sul “Foglio a proposito dell’affaire Fini (http://www.ilfoglio.it/soloqui/5031), sia assente un’importante questione storica e politologica, per così dire, di sfondo: quella della ricomposizione della destra italiana.
E per quale ragione? Per dirla senza peli sulla lingua: eccesso di passione politica. L’intervento di Tarchi sembra non muovere da un’oggettiva analisi dei fatti, bensì da un giudizio soggettivo di natura politico-morale. Di qui un’ angolazione più attenta agli alberi che alla foresta, ai particolari e non ai processi generali, “di fondo”. Dei quali invece si dovrebbe parlare, soprattutto per uscire dal giochino giornalistico-salottiero, ora molto in voga, del “ E tu con chi stai? Con Fini o Berlusconi?”.
Quindi vorremmo replicare al suo articolo ma anche provare ad “allargare” l’orizzonte politologico della questione e dunque del dibattito.
Detto questo, lasciamo subito la parola a Tarchi. La citazione è lunga ma necessaria: “Partiamo dal fatto - scrive nel suo intervento - che la scomparsa di Alleanza nazionale ha segnato, sia pur in linea con l’evoluzione progressiva del Msi, la fine di almeno due delle ambizioni che dal fascismo – o quantomeno dalle sue correnti movimentistiche – si erano trasmesse inizialmente ai suoi epigoni: la pretesa/promessa di superare la contrapposizione tra sinistra e destra, estraendo da ciascuno dei due campi le istanze ritenute migliori e fondendole in una nuova sintesi, e quella di incarnare un modo nuovo di rapportarsi alla politica, rifiutando le forme cristallizzate della democrazia partitocratica. Sul primo di questi due versanti, non c’è alcuna vena polemica nella constatazione che, nel Msi prima e in An poi, il fascismo ha completato quel processo di resa alla destra che già aveva attraversato varie fasi in epoca di dittatura. Ridotta la socialità a espediente gergale di propaganda, il neofascismo ha rinfoderato l’aspirazione a proporre modelli di organizzazione economica della società diversi da quelli imposti dal capitalismo e nei confronti di questi ultimi ha, un poco alla volta, affievolito le residue critiche” (il corsivo è nostro).
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La “resa alla destra”
Che in piena democrazia, missini e aennini - ora confluiti nel PdL - abbiano “completato quel processo di resa alla destra che già aveva attraversato varie fasi in epoca di dittatura”, non è un male ma un bene. E, attenzione, non in termini politici e morali - altrimenti si rischia di commettere lo stesso errore di Tarchi - ma storici e sistemici. Come vedremo più in là, quel suo mettere le mani avanti sull’assenza di “vena polemica” sembra essere la classica excusatio non petita
Ma per tornare sul punto “resa”. Cosa vogliamo dire? Che la “resa” assume invece valore positivo dal punto di vista della ricomposizione storica della destra italiana. Perché può favorire, come del resto sta avvenendo, la nascita di un grande partito conservatore e democratico. Parliamo di quel grande partito di destra, liberale, cattolico e popolare, di cui si è avvertita in Italia la storica mancanza. Un “grande assente”, prima penalizzato dal non expedit cattolico, poi sedotto e traviato dal fascismo e infine “ silenziato” dal centrismo consociativo democristiano fino al 1994.
Questo sul piano storico. Su quello sistemico, per dirla in sociologhese, ci riferiamo invece alla ristrutturazione “micro-sistemica” delle diverse anime di un famiglia politica, quella conservatrice. Processo che, a sua volta, rinvia a una “macro-ricomposizione” sistemica e politica capace di condurre alla fisiologica alternanza democratica tra sinistra riformista e destra conservatrice.
Dal momento che - piaccia o meno - questa è la normalità “sistemica”, almeno quando si parla di una società sviluppata, dotata di istituzioni democratiche rappresentative e basata sull’ economia di mercato.
Pertanto rimproverare An di “resa alla destra”, come fa Tarchi, significa subire, nolens volens, il fascino del pensiero della “tentazione fascista”, per usare la agile espressione di Tarmo Kunnas.
Ci spieghiamo subito: significa idealizzare un progetto - attenzione, non studiare - sicuramente estraneo alla moderna democrazia, o comunque disfunzionale, attribuendo ai suoi attori, in questo caso missini e post-missini, livelli di coerenza in base alla distanza dall’enunciato ideologico. E’ quel che fanno da sempre, ad esempio, anche gli studiosi nostalgici del comunismo. Appunto…
Certo, talvolta nei propositi disfunzionali di un movimento politico, come per la follia, c’è un metodo. Ma sempre di follia - o disfunzionalità - si tratta: al limite, oggi sarebbe più corretto, dal punto di vista politologico, visti i successivi sviluppi democratici del Msi, scoprire, se nel fascismo e poi negli ambienti missini vi fossero già all’epoca “tentazioni democratiche”… E dunque fattori “funzionali”. E crediamo che i libri di Parlato, ad esempio, oggi provino ad andare in questa direzione.
Comunque sia, siamo davanti a un “pre-assunto” politico-morale, riguardante una sorta di fascismo “ideale” e la sua potenziale prosecutio politica, che come tutti i “pre-assunti” condiziona, e non positivamente almeno in questa occasione, l’approccio politologico di Tarchi.
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Rileggere Max Weber
Anche perché il ruolo dello scienziato sociale impone sempre la ricerca dell’oggettività. E qui, pur cadendo nel didascalico, non possiamo non citare Max Weber. Non tanto per Marco Tarchi che ovviamente ne conosce l’opera, quanto per i lettori. Weber a proposito della “scelta” politica tra scopi e mezzi, rilevò che lo studioso o “ insegnante può mettervi davanti la necessità di questa scelta, ma non può fare nulla di più, finché vuole rimanere un insegnante e non diventare un demagogo. Egli può naturalmente ancora dirvi: se volete questo o quell’altro scopo, allora dovete mettere in conto questa o quell’altra conseguenza concomitante che si verifica in conformità all’esperienza” (La scienza come professione, Mondadori 2006, p. 40).
Insomma, lo scienziato sociale deve ragionare “weberianamente”. Perciò parlare della fedeltà o meno di An al pensiero della “tentazione fascista” rischia di essere fuorviante. Perché “un insegnante” deve subito evidenziare che qui la scelta “necessaria” non è tra fascismo ideale (scopo) e fascismo reale (mezzo), ma tra democrazia e fascismo: tra due scopi diversi che richiedono mezzi differenti.
Certo, si può, anzi si deve ragionare sulle modalità della transizione Msi-An-PdL. E quindi sui modelli di partito, sui vincoli organizzativi, al limite sulle astuzie, sui personalismi, eccetera. Ma, se vogliamo tenere “politologicamente” i piedi ben piantati in terra (lasciando perciò agli storici delle dottrine politiche, magari un tantinello nostalgici, lo studio del “fascismo ideale”), il processo in sé, come transizione dal modello totalitario a quello democratico di un partito e/o di un sistema, non può non essere definito benefico, funzionalmente benefico.
Torniamo sul punto ancora una volta: discutere del tradimento di Fini rispetto ai valori del fascismo “ideale”, come quando Tarchi accenna all’infedeltà verso “ i modelli di organizzazione economica della società diversi da quelli imposti dal capitalismo” concepiti nel Ventennio, può avere senso politologico solo se rapportato, e in modo positivo quale felix culpa, funzionalmente appropriata alle necessità sistemiche di ricomposizione della destra democratica in Italia. Sono, insomma, in gioco meccanismi strutturali e funzionali. E, ovviamente, le necessità sistemiche non possono includere, in quanto viviamo in una società pluralista e di mercato, opzioni da partito unico o di tipo anticapitalista, e quindi antisistemiche. A che serve perciò tornare ogni volta sull’infedeltà di Fini verso il fascismo “ideale” ? Oppure storcere di continuo la bocca sulla sua conversione all’economia di mercato? Se a Marco Tarchi non piace la liberaldemocrazia nessuno gli vieta di scrivere contro. Ma quel che non è lecito è farsi condizionare dalla passione politica quando si fa analisi politologica anche, o meglio soprattutto, in sede giornalistica. Quindi la “vena polemica” in quel che Tarchi scrive nel suo intervento, c’è, eccome.
Detto altrimenti: in qualsiasi modo Fini sia giunto alla democrazia, gli effetti di ricaduta, al netto di personalismi e giochi di potere, possono essere, dal punto di vista sistemico, soltanto benefici.
Fermo però restando un fatto. Quale? Che va “politologicamente” misurata, e senza fare sconti, la fedeltà “sistemica” dei finiani, ovviamente alla democrazia, ma soprattutto al processo in atto di ricomposizione della destra in Italia. Una “normalizzazione” - ecco il punto - che rischia invece di “precarizzarsi” quanto più Fini, in futuro, cercherà di distaccarsi dal PdL, vero motore, piaccia o meno, del processo, perseguendo obiettivi personalistici e/o velleitari. Rischiando così di frammentare il quadro politico, di favorire il ritorno del centrismo partitico-ideologico, nonché di andare contro i desiderata degli elettori, che mostrano di apprezzare l’unità a destra. E dunque di gradire un bene pubblico e sistemico: la stabilità politica.
Quanto alle frange estreme che Fini e sodali, “passati con disinvoltura dal ghetto al palazzo” avrebbero abbandonato a se stesse, si tratta di folcloristiche minoranze. Borderlines che possono essere ritenuti pericolosi per la democrazia solo dagli isterici seguaci della mitologica religione del Ur-Fascismo. E non crediamo Tarchi sia fra questi ultimi…
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Conclusioni ( o quasi)
Certo, è vero che “ quanto alla funzione che il gruppo dirigente di Alleanza nazionale, oggi lacerato, potrebbe svolgere nel momento in cui Berlusconi lascerà la guida del centrodestra, le prospettive sono indecifrabili”. Come è altrettanto vero che “il ‘pensiero di destra’ non aveva già più ai tempi di An, e men che meno ha oggi in quei dintorni, un volto riconoscibile”.
Tuttavia, ripetiamo, è un bene “sistemico” che il pensiero di destra nel senso, ripetiamo, del “pensiero” della “tentazione fascista”, non abbia più un “volto riconoscibile”. Perché si tratta di un pensiero inconciliabile con la democrazia liberale e l’economia di mercato. Mentre è un male non l’averlo rimpiazzato - o almeno iniziato a rimpiazzarlo - con una cultura realmente liberale, conservatrice e democratica.
E qui emergono le responsabilità di un Fini dedito ai giochi di potere ma anche le colpe dei fatui “farefuturisti”. I quali hanno prodotto, come giustamente scrive Tarchi, “un insieme liquido di riflessioni prive di un filo conduttore, abbacinate dall’ossessione di apparire moderni ad ogni costo, ancora legate a una terminologia di stampo conservatore in cui parole come nazione, identità e Stato sono tuttora frequenti ma ondivaghe nell’attribuire contenuti a quei termini”.
E qui emergono anche i limiti di Berlusconi, al quale se va riconosciuto il merito di aver avviato nel 1994 il gigantesco processo storico-sistemico di ricomposizione della destra italiana, vanno rimproverate le modalità autoreferenziali di attuazione. Come non vanno sottaciute le responsabilità del mondo economico italiano, che talvolta pare preferire la vischiosità del consociativismo. Una propensione cui spesso non sembra sfuggire neppure una sinistra, che pure sta tentando di trasformarsi in forza riformista e alternativa alla destra.
In questo senso gli elettori, come abbiamo accennato, soprattutto quelli di destra, sembrano essere più consapevoli degli stessi attori politici circa l’importanza della posta (“ricompositiva”) in gioco.
Ma su questi aspetti magari torneremo in altra occasione.

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