venerdì, aprile 30, 2010

Prima del post di oggi una piccola chiosa a quello di ieri.
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Devo dire che la paura fa novanta... Piuttosto che ai lettori e commentatori del blog (che vanno e vengono, certo con qualche eccezione, poche per la verità) mi riferisco agli amici e colleghi. Persone con cui ho collaborato, di cui ho pubblicato libri, cui ho dato consigli, talvolta "lanciato" e aiutato...
Per carità, mai mescolarsi agli appestati che disturbano i "manovratori", prima la carriera... E poi quando "si tiene famiglia"...
Ovviamente, come ho sempre fatto, tirerò dritto.
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Carlo Gambescia
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Personalizzazione della politica. Di chi è la colpa?
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Se Atene piange, Sparta non ride. Tradotto: se Berlusconi e Fini litigano, gli altri leader non se la passano meglio: Bersani e Franceschini si guardano di traverso, per non parlare di Veltroni e D’Alema, “fratelli coltelli” per antonomasia; Di Pietro non ha sicuramente nelle grazie De Magistris: Ferrero e Vendola quando si incontrano cambiano strada.
Perché? E’ colpa del tradizionale familismo made in Italy? Di un italiano che da secoli non riesce a superare simpatie e interessi personali: la famigerata malattia del “particulare” evidenziata dal Guicciardini cinque secoli fa?
O è colpa della ideologie? Verdastre entità gelatinose che come i mostri di Lovecraft ricicciano sempre? Ad esempio tra Ferrero e Vendola la sfida ha riguardato anche i testi sacri del comunismo italiano, a partire da dotte citazioni incrociate dai “Quaderni del Carcere” di Antonio Gramsci. Ma anche le diatribe, cavalcate dai diversi leader “carismatici”, sul federalismo e sulle riforme sociali rinviano allo zoccolo duro dell’ideologia. Ma fino a che punto?
Oppure la colpa è del bipolarismo? Del fatto che un sistema organizzato su due grandi raggruppamenti o partiti facilita la radicalizzazione delle posizioni politiche proiettando in primo piano la figura del leader? Qui però va subito sottolineato che quando regnava il pluripartitismo e comandava la Democrazia Cristiana, già esistevano i cosiddetti “ cavalli di razza”, come si li chiamava all’epoca (se ricordiamo bene l’espressione risale a Montanelli): Moro, Fanfani, Andreotti, Donat-Cattin e, discendendo le scale, Forlani, Cossiga, De Mita, eccetera. Personaggi che facevano scintille… Non era forse già quella per-so-na-liz-za-zio-ne della politica? E in piena epoca proporzionalista?
Nulla di tutto ciò. La causa delle liti politiche a piatti in faccia è nella “spettacolarizzazione” della politica. Una questione che travalica il problema, per dirla dottamente, della forma quantitativa della rappresentanza: uno, due, tre, quattro, sei, dieci partiti.
E si tratta di una formula che proviene dall’America, dove un candidato politico - soprattutto dopo la scomparsa di Franklin Delano Roosevelt (1945), il mitizzato quattro volte presidente - si deve vendere come una merce. E dunque va spettacolarizzato, come una bottiglietta di “Coca Cola”. Ovviamente un ruolo essenziale è stato giocato dal crescente strapotere dei media e dei poteri più o meno forti che vi speculano sopra. Con una conseguenza: che la “spettacolarizzazione” ha implicato la “personalizzazione” della politica. Di qui i conflitti personali e il raccogliersi di un partito intorno all’uomo (di volta in volta) “della provvidenza”: il personaggio che tanto piace alle televisioni che a loro volta tanto piacciono alla gente comune… E così il cerchio si chiude. Si pensi a Obama, Sarkozy, Zapatero, addirittura assurto a icona gay, Berlusconi. Ma anche ai loro avversari. Dalla repubblicana Palin, dipinta come una come dal grilletto facile, al professor Prodi in Italia, raffigurato come tranquillo curato di campagna… E da ultimo Fini, dipinto da Eugenio Scalfari, come autentico liberaldemocratico. Proprio Fini l’impomatato ex fascista del Duemila…
Insomma uomini e donne politici finiscono per diventare quel che la “pubblipolitica” (pubblicità + politica) vuole che siano Di qui gli scontri in stile Grande Fratello, come ieri l’altro tra Berlusconi e Fini.
Pertanto, in definitiva, l’eccesso di conflitti personali non è il prodotto di “malattie” ereditarie, dell’ideologia o del bipolarismo. Quindi inutile credere nel ritorno del pluripartisimo: la crescita del numero dei partiti moltiplicherebbe solo la quantità ( e non la qualità) dei partecipanti al “Grande Fratello” della politica italiana.
Si dovrebbe invece fare un passo indietro, rifiutando la “spettacolarizzazione” della politica. Ma come? Se ormai The Show Must Go On ?
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mercoledì, aprile 28, 2010

La questione greca come test di stabilità del sistema politico contemporaneo
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La questione greca è interessante come test per misurare la stabilità e la capacità sociologicamente "adattive" dei sistemi politici ed economici contemporanei, in particolare di quello europeo-occidentale.
Ora, stante la serietà della crisi greca e la possibilità "di contagio", quel che stupisce è la fermezza delle riposte politiche ad alto livello. Che può essere così riassunta: “Greci, se volete salvarvi, dovete fare ordini nei vostri conti pubblici e quindi fare sacrifici, tagliando il welfare”.
Ora una scelta di questo tipo, che implica un fallimento in “stile Argentina” della Grecia, può essere spiegata, o con l’assoluta stupidità dell’Europa e delle istituzioni internazionali dedite a una specie di “cupio dissolvi”, o con l’assoluta sicurezza dell’establishment politico ed economico di poter tener sotto controllo la situazione, anche con la forza, o comunque isolando la protesta.
Propendiamo per la seconda ipotesi, ma come si vedrà in modo non rigido. E per una semplice ragione: i governi sanno di non avere davanti alcun movimento organizzato sul “tipo ideale” del partito rivoluzionario. Come sanno della totale assenza di collegamenti tra possibili movimenti rivoluzionari e potenze straniere, come nel caso classico del comunismo sovietizzato. Di conseguenza i governi reagiscono con la stessa fermezza dell ’establishment ottocentesco davanti alle pressioni, altrettanto scomposte, di anarchici e socialisti. In una parola: repressione. Ovviamente modulandone l’intensità in base alla dolciastra retorica politica oggi dominante, alle notevoli tecnologie biopolitiche di cui gli "apparati" dispongono, nonché alla qualità e composizione della protesta sociale.
Anche perché - dato sociologicamente fondamentale - le varie forze sociali (magistratura, polizia, esercito, associazioni economiche, imprenditoriali e sindacali, media, intellettuali) mostrano di non essere divise sull’ idea di fondo di una società fondata sul mercato.
Pertanto lo sbocco finale può essere rappresentato da un capitalismo autoritario e poliziesco. Che magari ritorni a macinare profitti non per sempre, ma per un buon numero decenni. Infatti lo sfaldamento sociale, a fronte della fedeltà al sistema delle principali istituzioni, da solo non può bastare. Perché il cambiamento socioeconomico, di regola, si basa su forze organizzate “socioculturalmente”: parliamo di istituzioni che si oppongano, o conquistandole o cambiandole dall’interno, ad altre istituzioni. Pertanto i processi di decomposizione e riorganizzazione sociale, oltre al possibile sbocco autoritario o regressivo, possono assumere forma e direzione sia rivoluzionaria, sia riformista. Oppure gravitare per decenni tra le varie forme. Va poi detto, che il capitalismo, a differenza di altri sistemi storici, ha mostrato straordinarie capacità di adattamento, reversibilità e trasformazione.
Il che rende difficile prevedere con esattezza quel che accadrà nei prossimi decenni.
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martedì, aprile 27, 2010

Crocifisso in classe, una modesta opinione
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Alla notizia...
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“Crocifisso: ricorso a Strasburgo il 30 giugno
Lo ha detto il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta
26 aprile, 12:41 - Ansa
ROMA - L'Italia presenterà il 30 giugno alla Corte europea dei diritti dell'Uomo di Strasburgo il ricorso contro la decisione della Corte che ha imposto all'Italia di togliere il crocifisso dalla scuole. Lo ha detto il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta in una conferenza stampa a Palazzo Chigi. Il 30 aprile, ha precisato Letta, l'Italia presenterà alla Corte di Strasburgo una "memoria illustrativa" delle sue ragioni”
A nostro modesto giudizio l’idea di togliere il crocifisso dalle aule scolastiche non è condivisibile. E non per ragioni religiose (le radici cristiane) o politiche (la presenza in Italia del Vaticano). Ma per un motivo di natura simbolica e sociologica. Sì, sociologica. Anche perché la croce non va mai usata come un randello “religioso” per colpire chiunque non la pensi come noi. Di qui la necessità di trovare un punto di contatto con quei laici non ancora fanatizzati. Che, per fortuna, sono tanti.
Il ragionamento è questo.
In primo luogo, il crocifisso rinvia al sacrificio. Ma, attenzione, di un “uomo” che aveva predicato l’eguaglianza tra gli uomini, come mai prima nella storia. Quella croce significa simbolicamente che un “uomo” si è sacrificato per l’eguaglianza dei suoi simili. Non per gli schiavi contro i patrizi. Ma per gli schiavi e i patrizi insieme.
In secondo luogo, il crocifisso, “ci inchioda” tutti alla nostra condizione di uomini immersi in una vita che è sofferenza, anche se la società del divertimento mira a farci vivere in una sorta di gaia e individualistica incoscienza. Quella croce significa sociologicamente che la vita è, quanto meno, una “vicenda” da affrontare con la giusta severità.
Ecco, per queste due ragioni, mai toglieremmo il crocifisso dalle scuole. Dove appunto, oltre che istruire, si deve educare all’eguaglianza tra gli uomini e a una visione severa della vita.
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lunedì, aprile 26, 2010

Il "25 Aprile" e gli “accostamenti” del “Corriere della Sera”
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Si possono mettere sullo stesso piano le contestazioni alla coppia Polverini Moratti e i raduni "repubblichini" ?
Secondo il “Corriere della Sera”, sì : http://www.corriere.it/politica/10_aprile_25/napolitano-25-aprile-polverini-contestata_53c5fa0c-504a-11df-a78b-00144f02aabe.shtml e http://www.corriere.it/politica/10_aprile_26/buccini_bambina_camicia_nera_f5c7b9c6-50f9-11df-884e-00144f02aabe.shtml .
Oggi, in effetti, i nostalgici dell’antifascismo corredato di bandiere rosse e di un fascismo inteschiato sono veramente patetici… Tuttavia a Roma e Milano, la contestazione antifascista ha assunto toni violenti, mentre la bambina “repubblichina” di Giulino di Mezzegra ha partecipato a un'innocua riunione di nonni, padri, zii in camicia nera.
Da una parte abbiamo una minoranza violenta che pretende di avere ragione fino al punto di togliere la parola agli altri, dall’altra una specie di setta politica intergenerazionale dedita a lugubri ma inoffensivi riti semiprivati.
Si dirà: i valori nazi-fascisti sono pericolosi, guai a trasmetterli ai bambini. Giusto. Ma anche i valori di un comunismo antifascista, basato sull’odio di classe, non sono meno pericolosi. Nolte ha scritto che se Hitler odiava l’ ”Ebreo”, Lenin, avido lettore di Marx, detestava il “Borghese”. E per ogni "vero" comunista, come si sa, nel petto di un borghese batte sempre un cuore fascista.
Infine - e va detto per onestà - il fascismo, se fu antisemita, lo fu per puro opportunismo di alleato. Quindi ancora peggio. I nazisti “almeno” ci credevano…
Perciò non è uno spettacolo edificante quello della bambina “in camicia nera” in “gita” dalle parti di Salò. Ma non lo è neppure quello delle contestazioni violente a Roma e Milano.
Ma - ecco la domanda per i lettori - è giusto accostarli ?
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venerdì, aprile 23, 2010

La rottura tra Berlusconi e Fini, chi vince e chi perde
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Dal punto di vista delle reazioni psicologiche, quel che è avvenuto ieri all’Auditorium di via della Conciliazione rientra nella categoria dello psicodramma. E dunque non riguarda la politica in senso stretto.
E’ invece molto interessante scoprire, sotto il profilo strettamente politico, i possibili vincitori e vinti della giornata di ieri. “Possibili”, perché il quadro è così fluido che, appunto, “tutto è possibile”.
Innanzitutto, ha vinto Berlusconi, perché ha tolto di mezzo un fastidioso concorrente. Non ha vinto invece il PdL, perché gli ex aennini fedeli a Berlusconi, in futuro, potrebbero sollevare nuove questioni politiche. E per quale ragione? Proprio per difendersi dal tiro al bersaglio, che Fini (sia che resti, sia che esca) eserciterà comunque sul PdL. Ha perso sicuramente il Governo: con questa rottura si apre, soprattutto al Senato, un periodo di guerriglia politica da parte della pattuglia finiana. In questo senso il Pdl - una volta sotto attacco - potrebbe rafforzare il suo asse preferenziale con la Lega, che di conseguenza, almeno fino a quando il Governo Berlusconi resterà in carica, avrà tutto da guadagnare dalla frattura tra il Cavaliere e Fini.
L'esatto contrario di quel che auspicava il Presidente della Camera. Il quale, e non solo per quest'ultimo motivo e almeno per ora, ha perduto. Infatti Fini si ritrova con scarse truppe, di qualità ridottissima (penose e infantili le dichiarazioni di Bocchino, Urso, Campi, incomprensibili quelle di Moffa ), in posizione di netta minoranza e con a forte rischio la carica di Presidente della Camera, e dunque la sua personale visibilità.
D’ora in avanti Fini dipenderà dalla benevolenza delle Opposizioni di Centro e di Sinistra. Rischia perciò di trasformarsi in una specie di Madonna Pellegrina - come Montanelli o la D'Addario - da portare in processione alle Feste dell'Unità e ad "Anno Zero", quale "sacrale" retaggio simbolico della cattiveria cosmica di Berlusconi.
Vincono sicuramente le Opposizioni di Centro e di Sinistra che si ritrovano sul loro confuso cammino un Governo che rischia di non avere più i numeri sufficienti per legiferare. Però incombe anche il rischio di nuove elezioni.
Perdono, infine, gli italiani tutti. Perché un Governo, privo dei voti sufficienti “per governare”, in un momento di seria crisi economica, non è certamente quel che serve al Paese. Per non parlare, ripetiamo, di nuove elezioni. Che però potrebbero essere ritardate attraverso l'insediamento di un "governo tecnico"... Nel quale Fini potrebbe giocare un ruolo non secondario. Come a suo tempo Dini.
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giovedì, aprile 22, 2010




Il libro della settimana: Alexandre Del Valle, Verdi, Rossi, Neri. La convergenza degli estremismi antioccidentali: islamismo, comunismo, neonazismo, Lindau, Torino 2009, pp. 488, euro 32,00 - www.lindau.it

Per quale ragione leggere l’ultima fatica di Alexandre Del Valle: Verdi, Rossi, Neri. La convergenza degli estremismi antioccidentali: islamismo, comunismo, neonazismo (Lindau, Torino 2009, pp. 488, euro 32,00)? Per lo stesso motivo per il quale si deve leggere la letteratura cospirativa, cui il libro appartiene: documentarsi. Capire quel che bolle nel pentolone negli ambienti politicamente radicali in campo antioccidentale o contro, come appunto nel caso del lavoro di Del Valle, politologo e scrittore francese, strenuo difensore dell’ “unione panoccidentale”.
Di regola, il libro cospirativo si rivolge a un pubblico di affezionati lettori. Tutti interessati a scoprire, spesso in chiave paragiudiziaria, collegamenti e motivazioni dei gruppi sociali “ombra”, che tale letteratura presume dediti alla conquista del mondo. Va però riconosciuto che dietro l’interesse, anche morboso, per la letteratura cospirativa si nasconde una questione seria e spesso di carattere generale.
Ad esempio il cospirazionismo per così dire anti-usurocratico, che innerva i libri di Maurizio Blondet, pone il problema del controllo democratico dell’economia e soprattutto della moneta, sinceramente avvertito dalla gente. Per contro, la tesi di Del Valle sulla sistematica convergenza di estremisti islamici, comunisti nostalgici e neonazisti, rivela come la democrazia politica, pur imperfetta dell’Occidente, sia sempre a rischio. E come i suoi nemici spesso provengano da sponde ideologiche opposte.
Ma lasciamo la parola all’autore:
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“Nel presente saggio si sostiene la tesi che l’Occidente giudaico-cristiano, indistintamente associato all’imperialismo americano, al sionismo, all’Europa coloniale o al capitalismo o al mercato economico, non è mai stato così tanto detestato e contestato da una simile pletora di individui che lavorano alla sua catartica distruzione. Tale odio, specchio capovolto dei valori liberali e individuali incarnati dall’Occidente considerato responsabile di tutti i mali della terra, riunisce nella contestazione che lo fomenta le famiglie totalitarie dell’ ’iperantioccidentalismo’, i cui colori si sovrappongono come in un cocomero. Il verde della scorza è il colore dell’islamismo radicale (…). Il rosso della parte interna è il colore del comunismo rivoluzionario e della nuova sinistra terzomondista (…). Il colore nero del centro, o piuttosto dei suoi semi, è quello delle camicie nere della barbarie nazifascista” .
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Resta il fatto però, che una volta superato l’impatto della metafora cucurbitacea, risulta difficile seguire il cammino dell’autore. E in particolare il suo inerpicarsi, più da giudice istruttore che da storico, lungo i tortuosi sentieri dei collegamenti non tanto ideologici quanto fattuali. Del Valle, infatti, procede con passo da bersagliere lungo un percorso in salita che va - solo per fare pochi nomi tra centinaia - dal Grande Muftì di Gerusalemme, Hitler, Mussolini, Degrelle, Guénon a Chavez, Morales Ahmadinejad, Thiriart e Garaudy.
Ad ogni buon conto, per verificare il “Teorema Del Valle” servirebbe un altro libro della stessa lunghezza. Altro che una recensione… Del resto è tipico della letteratura cospirazionista fondarsi prima sull’atto d’accusa ideologico, poi sulla ricerca delle prove.
Diciamo solo che la definizione di Alain de Benoist come “attualmente cronista del quotidiano italiano ‘il Giornale’ “, lascia perplessi: non sembra, infatti che il padre della Nouvelle Droite, “attualmente” faccia il giro dei commissariati e degli ospedali milanesi in cerca di notizie fresche… E’ vero invece che vi pubblica, ogni tanto, colti editoriali.
Certo, se il buongiorno si vede dal mattino, Verdi, Rossi, Neri di sviste del genere, potrebbe contenerne parecchie. Comunque sia, lasciamo agli specialisti il diritto di emettere sul libro di Alexandre Del Valle - è proprio il caso di dirlo - sentenza definitiva.
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mercoledì, aprile 21, 2010

A proposito del fascismo di Ezra Pound
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Se vi fosse sfuggita, ecco un’occasione per leggerla tutta d’un fiato. Di cosa parliamo? Ma dell’intervista al “Corriere della Sera” di Mary de Rachewiltz, figlia di Ezra Pound, “l’Omero americano del Novecento”. Lei stessa raffinata traduttrice, studiosa di letteratura e poesia, oltre che appassionata legataria del pensiero e dell’opera paterne. (http://www.corriere.it/cultura/10_aprile_01/ezra-pound-breda_6e7fa504-3d54-11df-9bd9-00144f02aabe.shtml ).
All' Ezra Pound ammiratore di Mussolini, come è noto, si richiama apertamente la destra neofascista. Ma secondo la figlia ( stando almeno a quel che riporta l’intervistatore Marzio Breda):

«Questo è un altro modo di mettere Pound in una gabbia, com'era quella del Disciplinary training center di Pisa dove fu segregato, la Guantanamo del 1945. Un danno enorme, perché nasce da una distorsione del significato del suo lavoro e rischia di comprometterne ancora un pieno riconoscimento critico. Un abuso, perché così lo si relega in una dimensione ambigua che va oltre il reazionario, verso una cifra regressiva. E perché lo si indica, a ragazzi dalle menti confuse, come un profeta tanto più affascinante in quanto pericoloso e proibito». Per l'erede del poeta, insomma, «non si può restare sul diplomatico», nel giudicare coloro che pretendono d'essere i «nipotini di Pound». L'hanno elevato a oggetto di un culto a sfondo quasi mistico-esoterico. E l'hanno inserito tra gli antenati ideali rievocando a mo' di slogan alcune sue frasi «più o meno fiammeggianti pescate qua e là senza logica» dalla stagione in cui sostenne Mussolini. Che «per mio padre fu un momento di frattura molto complesso (…). A lui interessava l'etica più che la politica, e di Mussolini diceva che avrebbe voluto educarlo e che era stato distrutto per non aver seguito i dettami di Confucio» (…). Essendo parte in causa, per lei dovrebbero essere gli anglisti che hanno a cuore la memoria di Pound a «battersi contro certe indebite appropriazioni».

Non parleremmo però di “indebite appropriazioni", Pound fu fascista, certo in modo originale, ma lo fu. Inutile negarlo. E un dettaglio, magari folcloristico ma non privo di importanza, resta quello del suo saluto romano all’arrivo in Italia, di ritorno dalla prigionia americana.
Ma Pound fu soprattutto un grande poeta. Probabilmente il massimo del Novecento. Difficile da leggere, ricco di chiavi e cifre che una volta scoperte lasciano il segno, toccando vette metastoriche, in una parola universali. Mutano infatti le generazioni, ma si continua a leggere la sua poesia. E di regola, prescindendo dal suo credo politico.
Il fascismo entre-deux-guerres - sia detto con il massimo rispetto - è un fatto storicamente transeunte, la poesia, soprattutto quella grande, no. Perché evoca l’ eterno insito nell’ uomo. E Pound, ripetiamo, resta un grande poeta che continuerà a parlare al mondo nei secoli futuri. Come Omero e Dante.
Probabilmente perciò ha ragione Mary de Rachewiltz: se Ezra Pound fu fascista - fascista soprattutto mussoliniano - lo fu per caso, incidentalmente. Certo, con la coerenza che gli era caratteriale. Ma la coerenza è la forma assoluta che trascende contenuti, sempre epocalmente "relativizzabili". Figurarsi per un poeta, ripetiamo, capace più di altri di parlare all'eterno racchiuso nell'uomo.
Però, dal momento che la grande poesia parla a tutti, non può non parlare anche ai fascisti. Perché scandalizzarsi? L'importante è non accettare che la lettura neofascista di Pound - o comunque una lettura politicamente militante - sia l'unica degna di questa nome. O addirittura quella autentica. Tutto qui.
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martedì, aprile 20, 2010

Il volere della nube di cenere.
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Può un’ eruzione vulcanica bloccare la potente civiltà economica dell’Occidente? Pare proprio di sì. E a cominciare dal trasporto aereo, in crisi da giovedì.
Non tutti forse saranno d’accordo, ma quel che più colpisce è la rassegnazione della gente, nonostante le telecamere puntate a ciclo continuo sulle sale d’aspetto degli aeroporti. I media, di regola sapienti "dosatori", questa volta non hanno fatto nulla per sdrammatizzare.
Tuttavia, nonostante l’isterismo mediatico, la reazione delle persone finora è stata molto civile: prevale, fra la gente comune, l’accettazione del “volere della nube di cenere”.
Differente invece la reazione di compagnie aeree e governi, segnata da (apparente) attivismo. Dal momento che le compagnie sono già da tempo in rosso, mentre i governi non possono restare, “per contratto” con le mani in mano. Come un tempo Dio, oggi è la modernità che "lo vuole".
Sotto quest'ultimo aspetto la reazione della gente comune resta antropologicamente pre-moderna, mentre quella di governi e imprese economiche moderna. C'è però un altro fatto: la natura che circonda l'uomo non è pre-moderna né moderna, ma, più semplicemente, è.
E la gente comune, a differenze delle élite, mostra di non aver dimenticato la lezione.
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venerdì, aprile 16, 2010

Fini(ale) di partita?
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Fini sta sbagliando tutto. E proprio dal punto di vista della lotta politica: quello dei puri rapporti di forza. Ci spieghiamo meglio.
Anche ammesso che Fini voglia dare vita a un' immaginaria destra civile, come sostengono i suoi estimatori interessati a sinistra - che vogliono solo far cadere il Cavaliere - non ha truppe sufficienti: la “materia prima” quando si tentano certe operazioni spericolate… Quella che di solito si getta sul piatto della bilancia.
Certo, Fini potrebbe provocare la crisi di governo. Ma in caso di elezioni anticipate il rischio di non essere seguito da un elettorato di centrodestra, che non ha mai capito il suo remare contro Berlusconi, è pressoché certo. Fini potrebbe ritagliarsi qualche spazio elettorale al Centro-Sud, ma limitatamente ad alcune città (Latina, Napoli, e poche altre). Insomma, rischia veramente di sparire dalla scena politica o di finire ostaggio, pur di essere rieletto, del centrosinistra. Pertanto la “destra civile” resterebbe un’invenzione di Scalfari… Non ci sono truppe, programmi, prospettive.
Sulle truppe parlamentari (scarse), rinviamo a questa nota molto interessante ripresa dal sito dell’Ansa:
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“Italo Bocchino, Carmelo Briguglio, Andrea Ronchi, Flavia Perina, Roberto Menia, Giulia Bongiorno, Enzo Raisi, Amedeo Laboccetta, Adolfo Urso, Pasquale Viespoli, Alessandro Ruben. Sono alcuni dei 'finiani' di stretta osservanza che, immediatamente dopo il teso vertice tra Berlusconi e Fini negli appartamenti del presidente della Camera a Montecitorio, si sono riuniti nello studio di Fini. Si e' ad un punto di non ritorno, dopo che il presidente della Camera ha annunciato al premier di essere pronto a costituire gruppi autonomi alla Camera? ''Di fronte a risposte negative ai problemi politici posti da Fini si''', spiega Italo Bocchino. I numeri minimi per costituire gruppo sono di venti deputati alla Camera e dieci senatori a Palazzo Madama. E stando alla 'conta' che in queste ore i finiani vanno svolgendo, si puo' toccare la soglia. Difficile non definire finiani 'icto oculi' esponenti della vecchia Alleanza Nazionale come Donato Lamorte, Francesco Proietti, Angela Napoli, Silvano Moffa, Riccardo Migliori, Mirko Tremaglia, Basilio Catanoso, Giuseppe Scalia, Antonino Lo Presti. O nuovi 'finiani' come Gianfranco Paglia o Fabio Granata. Alla Camera gia' cosi' si supera il numero di venti. Al Senato, per fare gruppo servono dieci senatori. E come 'finiani' possono essere reclutati Pasquale Viespoli, Filippo Berselli, Luigi Ramponi, Pierfrancesco Gamba, Laura Allegrini, Antonino Caruso, Giuseppe Valentino, Mario Baldassarri, Domenico Gramazio, Domenico Benedetti Valentini, Vincenzo Nespoli. Anche al Senato la soglia dei dieci e' superata.”
(http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/politica/2010/04/15/visualizza_new.html_1762691432.html )
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Come si può notare i finiani non sono molti: alcuni di quei "nomi" all'ultimo momento potrebbero tirarsi indietro. Ci sono dubbi addirittura sulla possibilità di formare gruppi alla Camera e al Senato. Ecco perché non è facile formulare previsioni. Fini potrebbe fare marcia indietro come andare avanti.
Tuttavia ipotizziamo la rottura. E per due ragioni: a) il rapporto con Berlusconi è da tempo logoro; b) la nota spregiudicatezza dell’entourage finiano. Di qui la possibile scelta di giocare la carta, molto azzardata, della scissione. In certo senso potrebbe essere un'operazione "democrazia nazionale", con "uscita" a sinistra... Ma probabilmente con risultati non dissimili.
Comunque sia, i prossimi giorni saranno decisivi.
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giovedì, aprile 15, 2010

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Il libro della settimana: Robert Spaemann, Rousseau cittadino senza patria. Dalla "polis" alla natura, Edizioni Ares, Milano 2009, pp. 160, euro 14,00 - www-ares.mi.it
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La filosofia di Robert Spaemann, importante filosofo tedesco cattolico, oggi ottantenne, può essere così condensata: l’uomo è interiorità. Il filosofo parla di una plasticità spirituale capace di manifestarsi in una vita sociale densa di significato ultramondano. Dove l’uomo sia finalmente capace di ritrovare il senso del suo vivere pratico, collegando esistenza e provvidenza. Ciò che non avviene oggi.
Piaccia o meno, non siamo davanti a un pensiero debole. Spaemann, molto letto anche in Italia, ha pubblicato numerosi libri. Qualche titolo: Concetti morali fondamentali (Piemme 1993), Per la critica dell’utopia politica (Franco Angeli 1994), Le origini della sociologia dallo spirito della restaurazione, Laterza 2002), Natura e ragione. Saggi Antropologia (Edizioni Università della Santa Croce 2006).
La sua opera è un corpo a corpo intellettuale con il pensiero illuminista. Da Spaemann “sezionato” in modo instancabile. Ma con cuore puro: alla luce del tentativo di ritrovare nelle aporie di una ragione, che spesso si vuole o trionfante o decadente, gli spiragli di una filosofia della pratica rispettosa dell’argomentazione razionale come della fede.
Per moderni e postmoderni il cammino di Spaemann può essere giudicato inutile. Mentre, in realtà, si tratta di un pensiero profondo che si muove con grande perizia intorno ai sottili confini della modernità. Di qui l’importanza di leggerlo. Magari partendo proprio dal suo Rousseau cittadino senza patria ( Edizioni Ares, Milano 2009, pp. 160, euro 14,00). Volume, fresco di stampa, che si avvale di un’ottima prefazione di Sergio Belardinelli cui fa pendant l’eccellente postfazione di Leonardo Allodi, al quale si deve anche la fedelissima traduzione.
Rousseau per Spaemann non è la soluzione ma il problema. Perché “il problema del rapporto tra emancipazione e integrazione è ciò che Rousseau ha lasciato in eredità alle generazioni successive”.
Infatti, per un verso il filosofo ginevrino ha contrapposto la natura buona dell’uomo alla società cattiva, per l’altro ha avanzato, senza sciogliere i dubbi, la possibilità di creare un uomo nuovo, “ipersocializzandolo”.
Due obiettivi, contrastanti ma paralleli, che i filosofi e i politici dei secoli successivi perseguiranno, puntando sia sulla costruzione dell’uomo nuovo nella società senza classi (la società comunista), sia sull’edificazione del cittadino nuovo nella società con le classi (la società borghese).
Secondo Spaemann, Rousseau invece guardava altrove, perché auspicava il superamento delle contraddizioni umane per altri vie: quelle di un’interiorità capace di apprezzare il sacro, rifiutando però il trascendente. Qui il suo limite implicito e dunque insuperabile.
Tuttavia “ mentre la teoria rousseauiana, con il suo pathos della liberazione, diventa determinante per i movimenti rivoluzionari fino al marxismo, la sua teoria sociale e il suo concetto di ‘natura della cosa’ attraverso Bonald, diventa determinante per la teoria positivistica della società”.
E la “natura della cosa”, per essere chiari, non rinvia altro che alle cose come sono: alla realtà fisica come appare all’uomo. Realtà che se non può essere modificata “socialmente” dal rivoluzionario, può però essere manipolata “meccanicamente” dallo scienziato. Attività, quella scientifica, che diventa così norma universale fino al punto di trasformare gli scienziati nei membri di una nuova casta.
Mentre per Spaemann, come nota Allodi, “il modo” in cui l’uomo vive la natura delle cose, non è rivoluzionario né scientifico o peggio scientista, bensì determinato dal fatto “che egli non coincide mai” con la propria natura “ma la possiede” tenendosi a distanza.
Ed è proprio la capacità di “distanziarsi” che fa essere l’uomo persona. Capacità che si chiama interiorità. E che acquisisce senso e significato solo grazie a un disegno che trascende il mondo, non umano ma divino.
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mercoledì, aprile 14, 2010

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Destra e sinistra, piano con i necrologi...
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Ma la “dicotomia” destra/sinistra che fine ha fatto? E’ scomparsa o vive e lotta insieme a noi? In realtà, dopo due secoli di “coccodrilli” chiusi nei cassetti di storici, ideologi e giornalisti (evitando di tirare in ballo i fissati che tuttora collocano gli Indoeuropei a destra e tutti gli altri sinistra…), sembra invece godere discreta salute, nonostante qualche piccolo acciacco.
Ma quel che dà più fastidio è la superficialità di giudizio. Ci spieghiamo subito.
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Sogni e realtà
Capita spesso di leggere che le categorie di destra e sinistra “vanno” superate. Oppure che “sono” in fase di superamento.
Al tempo, delle due l’una. Perché le due tesi (“vanno” e “sono”) indicano approcci completamente diversi. Intanto, asserire che le categorie di destra e sinistra “vanno” superate significa esprimere una posizione morale: come una certa realtà deve essere. Semplificando: significa attribuire a un desiderio morale (che destra e sinistra spariscano…) un valore di verità in cui tutti “devono” credere… Mentre sostenere che la dicotomia “è” in fase di superamento, vuol dire che i fatti confermano fotograficamente: come una certa realtà è .
Per farla breve: significa assegnare alla realtà ( che destra e sinistra stanno sparendo…) un valore di prova del desiderio di cui sopra. Il punto è che non tutti sono d’accordo sul valore di quella prova, o meglio di quella fotografia: per alcuni è un fotomontaggio, per altri è stata scattata dalla distanza sbagliata, eccetera…
Di più: spesso i due approcci - che per comodità definiamo, “moralistico” (come la realtà deve essere) e “fotografico” (come la realtà è, o meglio come si presuppone che sia) - vengono mescolati insieme, generando così altra confusione. Ma allora come stanno le cose?
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La "fotografia totalitaria"
Storicamente, la tesi “moralista” del superamento della dicotomia destra/sinistra resta il cavallo di battaglia delle correnti anti-democratiche ma anche di quelle democratiche, soprattutto se critiche della democrazia rappresentativa e favorevoli alla democrazia diretta. Nel Novecento però hanno avuto la meglio i “fotografi” del manganello: ossia i fascismi, che sulla base della soppressione di fatto di ogni distinzione tra destra e sinistra, hanno imposto una “fotografia” di ordine totalitario. Il che significa che finora la tesi del superamento destra/sinistra è sfociata nell’anti-democrazia.
Ovviamente, oggi, quella “fotografia totalitaria” viene utilizzata dai sostenitori della democrazia rappresentativa, come argomento difensivo contro chiunque provi a rilanciare il “né destra né sinistra”. E in particolare contro i movimenti neo-populisti che spesso inveiscono contro tutto e tutti. Ma i fatti sociali confermano che sia comunque in corso un qualche superamento della dicotomia destra/sinistra?E’ molto difficile rispondere.
In genere, e da posizioni tipo "né destra né sinistra", si cerca di comprovare la tesi del superamento in atto, puntando sull’avvenuto passaggio degli elettori di estrazione operaia da sinistra a destra... Il che poteva essere valido fino agli anni Ottanta del Novecento ( si pensi ai famigerati operai comunisti francesi che votarono nel 1984-1988 per Le Pen…). Ma oggi? A tanti anni dalla caduta del Muro? Si può parlare ancora di passaggio dalla sinistra comunista alla destra neo-fascista? O viceversa? Dove sono gli schieramenti contrapposti e ideologizzati? In Europa neo-comunisti e neo-fascisti hanno una rappresentanza elettorale così ridotta da rendere improbabile una prospettiva sociologica del genere.
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I veri desideri della gente
Temiamo invece che il sempre annunciato superamento destra/sinistra abbia preso un’altra direzione. Quale? Quella della conferma dell’ordine esistente. Infatti, i programmi politici, dei partiti conservatori e progressisti sono praticamente identici. Si tratta perciò di un processo di “omogeneizzazione” che rendendo la politica più light , consolida l’attuale sistema socio-economico. Del resto l’ “elettore medio” - che in genere appartiene al già numeroso e “pacioccone” ceto medio - chiede non voli pindarici ma sicurezza e consumi. E i partiti tradizionali, pur di rimanere al potere, si adeguano. Certo, restano sempre le questioni del crescente astensionismo e del neo-populismo. Ma possono essere viste come prova di una seria e diffusa volontà sociale di andare oltre la destra e la sinistra? No.
L’astensionismo indica un fenomeno a metà strada tra l’indifferenza e la protesta. Quindi si tratta di un atteggiamento difficilmente valutabile. Al quale però non ne corrisponde uno analogo anche nel campo dei consumi. Cosa vogliamo dire? Che chi non vota esprime il suo consenso in altro modo. E come? Vota sì al sistema ogni volta che entra in un ipermercato. Altro che fare le barricate…
Quanto al neo-populismo, che in alcune frange politiche rivela una volontà di andare oltre gli schieramenti esistenti, va detto che resta un fenomeno piuttosto ridotto in termini quantitativi. Inoltre non va dimenticato che il termine neo-populismo è stato creato ad arte dagli avversari di sinistra per screditare questi movimenti. I quali, di riflesso, tendono a “perbenizzarsi” alleandosi con i partiti di centrodestra. E qui si pensi alla sorte della Lega, rifluita nell’alveo della normale dialettica politica destra/sinistra.
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Tra il dire e il fare...
Pertanto la tesi del superamento in corso non sembra comprovata. Anche perché certo linguaggio neo-populista che spesso viene indicato come prova di abbandono della dicotomia, non è altro che un atteggiamento di tipo romantico ad uso più dei militanti che degli elettori. Perciò come fenomeno politico di massa il superamento “rivoluzionario” della dicotomia destra/sinistra non si è ancora materializzato. E qui basti ricordare come invece fascismo e nazionalsocialismo, che intendevano davvero andare “oltre” , non si limitarono a giocare solo con le parole.
Altra cosa invece è discutere, sul piano “morale”, della auspicabilità o meno del superamento della dicotomia destra/sinistra. Si tratta di un atteggiamento perfettamente lecito. Ma che implica non l’uso di slogan ma il serio confronto su alcuni problemi. Ad esempio, come organizzare democraticamente la rappresentanza delle opinioni e delle scelte politiche in un quadro istituzionale privo dei partiti tradizionali? E l’economia? Come gestirla, visto il nesso esistente tra libero mercato e democrazia rappresentativa? E la libertà di pensiero e parola? Che fare, su questo piano, di quelle posizioni esistenziali, morali e filosofiche che rinviano al tradizionalismo e al modernismo?
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Conclusioni
In realtà, benché alcuni ritengano “moralmente” sorpassata la dicotomia destra/sinistra nei termini di quel “deve” cui accennavamo all’inizio, resta un fatto importante. Quale? Che all’interno di qualsiasi gruppo sociale tendono sempre a riproporsi “psicologicamente” le divisioni tra coloro che difendono lo status quo e quelli che vogliono cambiarlo. E infine tra questi ultimi e quelli che aspirano al ritorno allo status quo ante… Nell’ ordine: conservatori, progressisti e reazionari. Quindi discutiamo pure di fine della dicotomia, ma "con juicio"…
Invece quel che va evitato è proiettare i nostri desideri su una realtà sociale non ancora pronta. O che addirittura sia su posizioni quietiste o “centriste”: composta di gente che vuole il cambiamento senza però perdere i vantaggi e le opportunità offerte dal sistema; persone, come notò Leo Longanesi, che vogliono fare la rivoluzione col permesso dei carabinieri.
E quante ce ne sono ancora in giro.
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martedì, aprile 13, 2010

Governare la transizione… Ma come? E per andare dove?
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Leggiamo sempre con interesse ciò che scrivono i “decrescisti". Non poteva perciò sfuggirci il testo del professor Guido Cosenza, fisico e coautore assieme a Giulietto Chiesa e Luigi Sertorio de La menzogna nucleare (Ponte alle Grazie).
Si tratta di un contributo, intitolato “Governare la transizione”, che verrà presentato dallo studioso al prossimo incontro nazionale di Alternativa, il 17 aprile a Roma (http://www.megachipdue.info/component/content/article/42-in-evidenza/3445-governare-la-transizione.html ).
Ci limitiamo a indicare due punti del documento particolarmente discutibili. Almeno a nostro avviso.
Il primo, riguarda il disprezzo per la democrazia rappresentativa: l’unico sistema finora in grado di garantire il rispetto delle minoranze dissenzienti. Nel Mondo Nuovo vagheggiato dal professor Cosenza quale sorte potrebbe toccare a chiunque mostrasse di non condividere l’ipotesi “dell’improcrastinabile modifica del tessuto connettivo della nostra comunità“ ?
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“L'efficacia della strumentazione elaborata è stata potenziata in decenni di sperimentazioni e il formidabile apparato difensivo si è strutturato in un complesso di norme e di prescrizioni sostenute da dispositivi coercitivi che va sotto il nome di democrazia (…). È una camicia di forza che strangola l’organismo e non ha più nulla a che vedere con il dispositivo di salvaguardia del libero esplicarsi delle relazioni fra gli individui, indicato con lo stesso nome, ideato e attuato in origine al tempo in cui fiorirono le città stato dell’antica Grecia. Gli strumenti che sono andati forgiandosi lungo tutto l’arco del consolidamento della società industriale si sono perfezionati e strettamente conformati a fungere da baluardo dell’attuale assetto sociale caratterizzato da tutte le insipienze, distorsioni e incongruenze del privilegio da garantire (…). La conclusione delle riflessioni che precedono indicano che non è assolutamente realistico pensare di valersi degli istituti della cosiddetta democrazia per innescare l’improcrastinabile modifica del tessuto connettivo della nostra comunità, operare la transizione che si è resa necessaria a salvaguardia dell’equilibrio del sistema"..
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Il secondo, concerne il fuorviante taglio organicista che riduce in modo sinistro i rapporti sociali tra persone allo scambio tra “aree di tessuto rigenerato”. Metafore, purtroppo, che rinviano alla tragica memoria di altre…

"Chi intende cambiare, ed è un popolo in crescita, lo ha capito, o meglio intuito inconsciamente, assorbito. Rappresenta una massa amorfa i cui componenti si spostano disordinatamente modificando di continuo a caso la direzione del moto. Questa moltitudine non partecipa più all’istituto delle deleghe a rappresentarla in organismi che lavorano contro di essa a salvaguardia di privilegi che conducono allo sfascio. Tuttavia si dispiegano sul territorio alcune ristrette aree di tessuto rigenerato in cui si sperimentano nuove forme di convivenza civile. Ce ne sono una miriade in giro per il mondo. Quando si annuncia una transizione, quando è maturo il passaggio di un mezzo materiale a una nuova fase fisica – un liquido che si accinge a passare alla fase gassosa – si formano nel corpo del fluido una serie di piccole bolle che lentamente si dilatano fino a invadere l’intero volume.Ebbene quelle piccole aree di tessuto nuovo nel corpo della società sono destinate a dilatarsi e a dilagare sostituendosi alla orditura obsoleta".

Non aggiungiamo altro.
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lunedì, aprile 12, 2010

Internet migliora la vita del giornalista? Mah...
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Internet nuova frontiera del giornalismo? Dipende. Intanto, ecco un piccolo episodio personale a proposito della soppressione delle tariffe postali agevolate.
Qualche giorno fa l’Ufficio Stampa di un editore ci ha inviato la seguente e-mail:
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“Gentile collega, come sicuramente saprai il decreto 30 marzo 2010 del Ministero dello Sviluppo Economico pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale (…) ha provocato un aumento del 700% dei costi di spedizione dei libri. In questi giorni stiamo valutando soluzioni alternative per poter inviare con la consueta velocità e puntualità le copie per recensione; in attesa di risolvere questo problema possiamo sopperire inviando via e-mail il pdf del libro e il jpg della copertina. Siamo consapevoli che questo provocherà disagi al tuo lavoro ma, al momento, non possiamo fare diversamente”.
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Che vogliamo dire? Che Internet migliora la vita del giornalista, ma fino a un certo punto… Perché quel pdf sempre che non si voglia tentare una massacrante lettura sul pc, andrà stampato, rilegato e messo sul proprio conto spese o su quello del giornale. Dopo di che una fotocopia non sarà mai un libro…
E visto che siamo in argomento, squarciamo del tutto il “velo dell’omertà” internettista: la tanto “comoda” rassegna stampa giornaliera su Internet sbriciola la vista…
Certo, secondo il mantra ufficiale il futuro appartiene al giornalismo on line. Ed è vero. E’ di marzo scorso la notizia che gli americani usano internet per informarsi più dei giornali di carta: dopo le stazioni televisive locali e nazionali, il web sarebbe diventato la terza fonte di informazione negli Usa.
Anche in Europa siamo sulla stessa strada. Una ricerca di Microsoft, su “Europe Logs on Internet Trends of Today & Tomorrow”(2009), sostiene che alla fine del 2010 l’utilizzo di internet raggiungerà una media di 14,2 ore alla settimana rispetto alle 11,5 ore alla settimana della tv. E con i giornali in terza posizione come negli Usa.
Ma, come alcuni rilevano, per molti editori il “fenomeno” Internet si è trasformato in una scusa per tagliare i costi del personale. Altri invece ritengono che la stampa cartacea in futuro svolgerà un ruolo importante nel settore delle inchieste e del giornalismo di opinione. Può darsi.
C’è però una controindicazione in chiave di psicologia della lettura e della scrittura: i testi on line, di regola, devono essere più brevi; di qui certa sinteticità che non guasta, ma anche il pericolo di eccessive semplificazioni. Perciò, come spingere il lettore, una volta abituatosi alle “notizie-pillole” in rete, a sorbirsi editoriali e inchieste “a lenzuolo” in cartaceo? I testi lunghi rischiano di finire appannaggio di pochi. Altro che giornalisti e lettori partecipativi…
Per dirla con il buon Eliot: “Quel che il tempo ci apporterà sicuramente, è una perdita; un guadagno o un compenso sono quasi sempre concepibili, ma non certi”.
E i poeti ne sanno sempre una più del diavolo. Perciò a buon intenditor...
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venerdì, aprile 09, 2010

L’errore di non leggere Rawls
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Dalla “quantità” di commenti ieri ricevuti, pari a zero, abbiamo capito che al nostro lettore di Rawls non gliene frega niente.
E per fortuna che parliamo di un gigante della filosofia politica contemporanea - come del resto Hayek - che, a prescindere, andrebbe conosciuto ed eventualmente approfondito. E soprattutto dai cosidetti “antiliberali”: quelli con gli occhi iniettati di sangue, di cui la Rete abbonda.
Comunque sia, prendiamo atto.
Perché questo disinteresse? Il lettore della Rete non ama le sfumature: o bianco o nero. Predilige le sciabolate. Forse perché la sua età media è molto bassa. Del resto anche il livello della cultura media oggi è quello che è…
Se si parla male degli Usa, di Berlusconi, del capitalismo, oppure del welfare, dei "comunisti", eccetera, crescono visitatori e commenti. E purtroppo anche le discussioni infinite e non sempre utili. Altrimenti nisba: approfondire seriamente stanca.
E’ come quando si insegna a scuola o all’università: in una classe di venticinque-trenta studenti a malapena ti seguono in tre: uno perché è “lecchino”, uno perché vuole essere il primo della classe, uno perché è veramente interessato. Tutti gli altri tirano a campare. Figurarsi in assenza di voti o esami...
Perciò sperare di fare un lavoro critico all'interno della Rete - nel senso di fornire strumenti a persone “vogliose” di sapere - riteniamo sia assolutamente inutile.
C’est la vie.
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giovedì, aprile 08, 2010



Il libro della settimana: Valeria Ottonelli (a cura di) Leggere Rawls, il Mulino 2010, pp. 298. euro 21,00 - www.mulino.it
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I libri di John Rawls non appartengono a quella letteratura filosoficamente gigiona, che mescola Marx e Tarantino, oggi così di moda: alla Žižek per capirsi.
Rawls, riservatissimo bramino harvardiano, morto ottantenne nel 2002, si è occupato dell’uomo come è non come dovrebbe essere. E sempre dal punto vista della grande filosofia politica, quella di Kant, Rousseau, Locke. Interessandosi alle questioni che tanto hanno appassionato il liberalismo moderno: razionalismo etico, contrattualismo, utilitarismo. Da lui però saggiamente rilette, pur partendo dalla stratosfera filosofica, alla luce del dibattito politico contemporaneo. Infatti, nella sua opera, da Una teoria della giustizia (1971) a Il diritto dei popoli (1999), sono sempre discusse questioni concrete come il welfare, la disobbedienza civile, la guerra e la pace.
Sotto questo aspetto chiunque desideri conoscerlo o approfondirlo non può farsi sfuggire l’ottima guida a cura di Valeria Ottonelli, Leggere Rawls (il Mulino 2010, pp. 298. euro 21,00). Dell’autrice, docente di Filosofia Politica presso l’Università di Genova, va anche ricordato un ottimo studio su Hayek.
Il volume, articolato in quattro parti (con ricca bibliografia), si presenta come un’antologia commentata del pensiero rawlsiano. Rivolta a evidenziarne il liberalismo socialmente possibile, imperniato sull’idea di giustizia, rispetto al liberalismo impossibile o mercatista di pensatori come Hayek.
Infatti, come nota la Ottonelli, il principale sforzo di Rawls è dimostrare non tanto “la necessità o l’ineluttabilità dei principi di giustizia proposti” quanto “che è possibile concepire una società giusta” . E sotto questo aspetto per lo studioso americano “la possibilità di una società giusta significa innanzitutto immaginare una società in cui le persone sono effettivamente in grado di comportarsi secondo giustizia, a dispetto delle prove in contrario finora offerte dalla storia dell’umanità” .
Rawls liberale di sinistra, a differenza di Hayek, liberale abbastanza spostato a destra, crede nella superiorità dell’immaginazione sociale sul calcolo individuale. Mentre Hayek subordina l’immaginazione al calcolo: ciò che non è giusto per mercato, non può essere giusto neppure per il resto della società…
Per Rawls, la creatività non è patrimonio esclusivo dell’agire economico ma appartiene all’uomo in quanto tale. Il quale può svilupparla se socialmente coadiuvato. Di qui il diverso atteggiamento dei due pensatori verso il welfare state: per Rawls è un' occasione di progresso morale e giustizia sociale; per Hayek un ostacolo al libero fluire della mano invisibile del mercato.
Ma anche Rawls ha i suoi limiti. Soprattutto quando si occupa di politica internazionale. Ad esempio ne Il diritto dei popoli costruisce una rigida griglia teorica. Dove, in base all’adesione o meno ai valori liberali dell’Occidente, i popoli sono divisi in “ragionevolmente liberali”; “accettabili” ; “oppressi da difficili condizioni socioeconomiche”; “assolutismi benevoli", e infine “Stati fuorilegge”.
Questi ultimi, a suo avviso, andrebbero assolutamente combattuti. Il che significa che Rawls crede nell’idea di guerra giusta. E, cosa non del tutto “morale”, nella necessità dell’Occidente, e in particolare degli Stati Uniti, non solo di difendere ma anche di imporre, dove necessario, il proprio modello di vita.
Va tuttavia notato che Rawls non è un neoconservatore o peggio un guerrafondaio. Mostra, infatti, di essere contrario al coinvolgimento militare delle popolazioni civili, tranne che nelle “situazioni di “emergenza suprema”. Certo, si tratta di un concetto labile, soprattutto in caso di decisioni da prendere sotto improvviso stress bellico…Però Rawls condanna i bombardamenti alleati di Dresda e il lancio delle atomiche americane su Hiroshima e Nagasaki a guerra ormai finita.
Il che è condivisibile. E torna in suo onore.
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mercoledì, aprile 07, 2010

C'era una volta la "Terza Pagina"
Riflessioni sul nuovo giornalismo culturale
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Che tristezza sfogliare le pagine culturali dei giornali! Ci si occupa di tutto, dalla filosofia del cavatappi alla sociologia del sushi, ma non delle grandi questioni. Sparita la “Terza Pagina”, le pagine culturali, dopo non tanto eroica resistenza, sono confluite mestamente in quelle degli spettacoli.
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Il trionfo dell' aria fritta
Le redazioni culturali - “culturali”, parola grossa - mostrano interesse non più per libro su, ma per il film o il fumetto su. Nel senso che si pubblica volentieri la recensione del libro diventato film, ma non quella del libro in quanto tale… Oddìo, anche il lettore di oggi lascia molto a desiderare: è uno attaccato alla televisione e che compra un libro, se lo compra, dopo che ha visto il film. E i giornali gli corrono dietro, puntando sulla “cultura-spettacolo”: gossip, cinema, musica e fumetti. E per salvare la faccia, ufficialmente, si pontifica che ci si occupa di immaginario… Aria fritta.
Il giornale, definito da Hegel, “preghiera del mattino dell’uomo moderno” si è ridotto a trattare gli eventi, come aveva profetizzato Kafka, in chiave di “pietra accanto a pietra, lordura su lordura”, senza alcun senso ordinatore.
La fine della mitica “Terza Pagina”, ormai sparita da almeno trent’anni, rimanda però anche alla morte della cultura militante: ossia di una cultura impegnata che considerava pietre le parole scritte, spesso preziose. E vergate - verbo in disuso - da un intellettuale la cui mente osservava se se stessa e non il proprio ombelico.
Parliamo di una cultura giornalistica, alta. Si pensi, pur su versanti politici diversi, a “il Politecnico”, “il Mondo”, il “Borghese” di Longanesi Una cultura che ebbe il suo canto del cigno negli anni Settanta con “Il Giornale nuovo” di Indro Montanelli e “la Repubblica” degli inizi.
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C'era una volta la cultura militante...
Certo, politicamente, la cultura militante è double face. Perché le armi (intellettuali) delle critica, possono sempre tramutarsi in critica delle armi (vere): quelle che fanno “pum-pum”. Tradotto: in carneficine tipo “Anni di Piombo”.
Per contro, gli anni Ottanta e Novanta rappresentano gli “anni di latta”. Quelli di una cultura giornalistica sempre più incentrata sul gossip e appiattita sulla “cultura-spettacolo”. Rivolta alla celebrazione, come diceva Camus ( quando Vespa non era ancora nato…): “Di un mondo dove per diventare famosi basta ammazzare la portinaia”. E dove oggi prevale, al di là di qualche fiammata retorica (pacifista e antimafiosa), la cultura del disimpegno. Perché, diciamola tutta, essere contro Berlusconi non è come lottare contro Hitler o Stalin.
Ma quando “è finito” il giornalismo intellettualmente impegnato? Dopo il bagno nella “Milano da bere”. E soprattutto dopo la doccia fredda della caduta sovietica.
Alcuni diranno: meglio così. Giusto. Però il mercato editoriale venne invaso da centinaia di volumi sulla fine della cultura militante. Per alcuni osservatori liberali, in pieno deliquio, dalle ceneri del comunismo, sarebbe nato il mondo nuovo, finalmente libero da ogni devastante ideologia.
In realtà, sul piano culturale, a destra e sinistra si continua tuttora a scomunicare e imporre veti. Come mostra, ad esempio, la polemica giornalistica che ogni tanto si riaccende sulla destra che cerca di appropriarsi di autori di sinistra e viceversa. Con un’unica differenza che oggi destra e sinistra si contendono i Simpson. Oppure la “vera” appartenenza ideologica di un regista.
Oggi, il massimo della concettualizzazione giornalistico-culturale consiste nel rispondere alla seguente domanda: “Il pulp è di destra o di sinistra?”.
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Il virus giacobino
Battute a parte, la “battaglia” per i Simpson, in realtà, rivela le origini giacobine e carnivore di un certo modo, tuttora diffuso, di intendere la cultura e gli intellettuali. Ci spieghiamo meglio.
L’intellettuale moderno, come militante, nasce con la rivoluzione francese, o meglio giacobina. Che cancella il dotto della tradizione universalistica di tipo medievale e rinascimentale. Nel 1789, e in particolare con la rivoluzione robespierrista del 1793, nasce l’intellettuale totalitario che vuole trasformare la realtà, tagliando teste. Di qui la necessità di schierarsi, dividendo il mondo in buoni e cattivi. In quel preciso momento piaccia o meno, cessa di esistere l’universalismo come condivisione e attribuzione di universalità a valori come il bello, il vero, il buono e il giusto.
Dopo di che, verrà il turno di Marx che farà da tramite tra la rivoluzione giacobina e russa, affermando che il vero filosofo non deve interpretare il mondo ma cambiarlo. Mentre Lenin e i vari comunismi armati del Novecento ne completeranno l’opera. Per reazione, la società novecentesca si dividerà in compartimenti stagni: fascisti, liberali, cattolici, democratici, eccetera, tutti con i propri intellettuali militanti, di “parte”, “armati” e “inquadrati“.
Il Novecento perciò, non è solo il secolo delle guerre, ma anche quello delle ideologie armate: il trionfo del virus giacobino.
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Da Marx a Manu Chao
Un mondo che non è però scomparso con la caduta del comunismo, come vogliono farci credere. Oggi il tono usato è soft: a sinistra non si cita più Marx, ma Ken Loach e Manu Chao. Un tono, certo, molto diverso da quello leninista di una volta. Ma il punto è che la sostanza non è cambiata: guai a intromissioni che possano nuocere alla purezza dell’ideologia progressista.
In realtà anche la destra tenta un’operazione ideologica molto simile a quella della sinistra Fahrenheit 451. Nel senso di una destra facile facile che sogna una società solo cinema, fumetti e televisione: dove leggere e scrivere libri sia reato Come quella dell’omonimo libro di Ray Bradbury.
Di qui l’epica battaglia sui Simpson, eccetera. Qualche giorno fa abbiamo addirittura letto articoli, opposti, sul significato politico di Lady Gaga. Chi avrà ragione? Ma chi se ne frega…
Ripetiamo, resta però ben viva, sia a destra che a sinistra, la forma mentis giacobina: la cultura come strumento da porre sempre al servizio del principe o della causa ”giusta“ . Con questo però non si vuole predicare il disimpegno totale da anime belle, il relativismo liberale e nemmeno mitizzare l’universalismo etico o religioso di un medioevo di cartapesta. Anche perché Papi e Imperatori “inciuciavano” e di brutto.
Se non fosse che in questa palude, le redazione culturali, quasi tutte composte di ex ragazzini cresciuti a pane e Italia Uno, ci sguazzano formulando, se va bene, riposte esatte a domande sbagliate E quel che è peggio le pagine culturali finiscono per somigliarsi tutte da “la Repubblica” al “Secolo d’Italia”: stesso riflesso giacobino, stessi film, stesse canzoni, stessi programmi. Stessa antipatia - quella dell’ ex studente sfaticato - per i libri e gli autori politici classici.
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Conclusioni
Andrebbe invece ritrovato il gusto per la cultura. E quello per un giornalismo basato su interessi culturali autentici, non legati alle tendenze più sceme o ai padroni politici del momento. Si capisce perciò quanto sia difficile per un giornalista della vecchia guardia della cultura, campare restando fedele a se stesso. E gli spazi per i “dinosauri”, purtroppo, si fanno sempre più ridotti. Per parafrasare Miguel de Unamuno (che non è il nonno spagnolo dei Simpson), un intellettuale riflessivo né pedante né dilettante, dove può trovare le risorse per vivere, senza dover scrivere di Lady Gaga o della musica pop kazaka?
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martedì, aprile 06, 2010

Il silenzio del Papa…
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Sulla questione dei sacerdoti pedofili stanno venendo alcuni nodi al pettine. Quello più importante, probabilmente, resta il nodo del rapporto tra democrazia e Chiesa Cattolica.
In linea di principio le istituzioni politiche moderne, in quanto democratiche e pluraliste, si reggono su una stampa libera capace di controllare il potere politico ed economico. L’obbedienza dei cittadini è perciò sempre revocabile, perché vincolata a un consenso informato su verità mutabili.
Per contro, e sempre in linea di principio, le istituzioni religiose, soprattutto se a sfondo monoteistico e gerarchico, rifiutano controlli interni a mezzo stampa. L’obbedienza dei suoi membri è pertanto irrevocabile, perché vincolata a un consenso informato su verità immutabili.
Allora perché meravigliarsi se la vicenda dei sacerdoti pedofili, rilanciata principalmente dalla stampa, sembra presentare tutte le caratteristiche del dialogo tra sordi?
La sostanza della campagna giornalistica mondiale è nel fatto che si vuole imporre alla Chiesa Cattolica la rinuncia ad essere un’istituzione religiosa. Si pretende che si trasformi in istituzione politica moderna, democratica e pluralista, soggetta al controllo della stampa. Si chiede alla Chiesa, istituzione antichissima, gerarchica ed elitaria per eccellenza, di trasformarsi in una moderna democrazia repubblicana di massa, controllata dai media e con un Papa-Presidente, sempre "dimissionabile". Si pensi solo a certi accenni della stampa americana al Watergate che rischia di travolgere Roma, con Benedetto XVI al posto di Nixon…
Insomma, si vuole imporre alla Chiesa - chiedendo a gran voce che il Santo Padre prenda posto sul "banco degli imputati" - una scelta sociologicamente contronatura (la "sua" natura di istituzione religiosa) .
In pratica, si chiede al Papa di non fare il Papa. E Lui giustamente tace. Che altro potrebbe fare?
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domenica, aprile 04, 2010

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Buona Pasqua!
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venerdì, aprile 02, 2010



"A destra per caso"… e l’oppio degli intellettuali
di Carlo Gambescia e Nicola Vacca
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A destra per caso, volume uscito all’inizio di marzo, raccoglie le nostre impressioni di “viaggiatori”, casualmente capitati a destra, su quel composito mondo culturale e politico che ruota intorno alla destra missina e post-missina. Il suo tono è tra il serio e il faceto. Ma offre anche numerose riflessioni politiche. E soprattutto vi si fanno nomi e cognomi, senza sconti. E ovviamente di persone che abbiamo conosciuto. A differenza di tanti altri, con un piede dentro e uno fuori, gente abituata a parlare alle spalle, noi, in copertina, abbiamo messo la nostra faccia.
Ma basta con le autopromozioni… Parliamo brevemente dell’accoglienza che gli è stata riservata.
Alcuni giornali, molto diffusi e importanti, dopo aver ricevuto, in alcuni casi su loro richiesta, il Pdf, non hanno pubblicato una riga. Un notista politico, piuttosto conosciuto, ci ha fatto sapere che con certi chiari di luna pro-Fini (nel libro molto criticato) non era cosa.
In fondo era prevedibile, i tempi sono questi, brutti.
Del resto, anche un noto politologo, vicino a Fini, ci aveva anticipato che “ chi più chi meno, tutti siamo a destra per caso”...
Ma ciò che più preoccupa e stona, come notava ieri un comune amico, è l'assenza di dibattito: il “quasi” silenzio sceso sul libro. Infatti, a parte il caso - rimasto isolato - di un' iniziale pioggia di insulti, la destra quella dei forum - quella che animatamente combatte o difende Fini e i suoi intellettuali - non ha mostrato alcun interesse. Peccato. Per non parlare dei cosiddetti “non conformisti” della Rete, tutti allineati e coperti in difesa dei singoli orticelli: mai tirare la volata a nessuno... Nonostante alcuni di essi propugnino, un giorno sì e l'altro pure, la cultura del dono. Mah...
Fortunatamente, nonostante l’ ”oppio degli intellettuali”, il libro si vende. E perciò si ritaglierà un suo spazio. E a noi resta il valore di una sfida che altri, evidentemente per codardia, si sono finora ben guardati dal lanciare.
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Carlo Gambescia e Nicola Vacca
P.S.
Abbiamo aperto un blog “apposito”: http://adestrapercaso.blogspot.com/ , dove sono pubblicate le recensioni finora uscite.
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giovedì, aprile 01, 2010


Il libro della settimana: Cattolicesimo romano e forma politica , il Mulino, Bologna 2010, pp. 96, euro 10,00 - www.mulino.it

Diciamo la verità, è sempre malinconico scorgere la figuretta del nano appollaiato sulla spalla del gigante. Perché il gigante, neppure se ne accorge del sovrappeso, mentre il nanetto si gode, anche troppo, il suo minuto di “alta visibilità”… Ed è quello che abbiamo pensato leggendo la postfazione di Carlo Galli, alla comunque opportuna ripubblicazione di Cattolicesimo romano e forma politica , scritto dal “gigante” Carl Schmitt nel 1923 (il Mulino, Bologna 2010, pp. 96, euro 10,00).
Non condividiamo nulla dell’interpretazione veicolata dal professore bolognese: un Carl Schmitt, nazista non per caso; antisemita mai pentito; opportunista sempre; profeta, ma fuori tempo, di un mondo svanito. Un pensiero, insomma, al massimo buono per elucubrazioni filosofiche ad alto tasso decostruttivo, in stile nichilistico-narcisistico, come appunto quelle di Galli.
Pertanto consigliamo ai lettori di ignorare la postfazione e concentrarsi invece sul testo. Cattolicesimo romano e forma politica - sorvolando su suoi aspetti biografici e critici ( ormai ghiotto boccone, per dirla con Sciascia, solo per i “professionisti di Schmitt…) - è di un’attualità sconcertante. E può essere utilissimo per capire la intrigante longevità “sociologica” della Chiesa. Ma anche per comprendere la sua infinita capacità di reazione a sfide che va affrontando da duemila anni. E il più delle volte in modo vincente grazie, appunto, al suo essere complexio oppositorum .
Schmitt, infatti, chiarisce in modo esemplare l’essenza “metapolitica” della Chiesa:
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“Considerata dal punto di vista dell’idea politica del cattolicesimo, l’essenza di questa complexio oppositorum romano-cattolica consiste in una specifica superiorità formale nei confronti della materia della vita umana, quale finora nessun impero ha conosciuto. In questo caso ad una formazione sostanziale della realtà storica e sociale è riuscito - nonostante il suo carattere formale - di rimanere dentro l’esistenza concreta, di essere piena di vita e tuttavia razionale nel grado più alto. Questa peculiarità formale del cattolicesimo romano si basa sulla rigorosa attuazione del principio di rappresentazione”.
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Ma di quale “rappresentazione si parla?
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“La Chiesa è la concreta rappresentazione personale di una personalità concreta. Tutti quelli che l’hanno conosciuta hanno sempre ammesso che è la depositaria, in grande stile, dello spirito giuridico, e la vera erede della giurisprudenza romana. Nella sua capacità di forma giuridica sta uno dei suoi segreti sociologici. Ma la forza di attuare questa forma, come ogni altra, la Chiesa la possiede solo in quanto ha la forza della rappresentazione. La Chiesa rappresenta la civitas humana, rappresenta in ogni attimo il rapporto storico con l’incarnazione e con il sacrificio in croce di Cristo, rappresenta Cristo stesso in forma personale, il Dio che si è fatto uomo nella realtà storica. Nel rappresentare, sta la sua superiorità su di un’epoca di pensiero economico” .
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Ora, come lascia intuire Schmitt, che i suoi avversari la combattano come portatrice di superate superstizioni, non è importante, mentre resta fondamentale il fatto che la Chiesa, nonostante tutto, mostri di essere capace - oggi qualcuno potrebbe dire per Dna… - di incarnare “strutturalmente”, forma (idea) e rappresentazione (esistenza). Il che, se ci si passa l’espressione, le conferisce una “marcia in più” rispetto alle altre istituzioni sociali e politiche, spiegandone pure la longevità.
E’, ovvio, che a chiunque ami passeggiare troppo fra le rovine, come Carlo Galli, qualsiasi attribuzione di sovranità sociologica e politologica (in una parola metapolitica) alla Chiesa Cattolica, possa non piacere. Ma l’ elemento di forza del libro di Schmitt - e di riflesso del cattolicesimo romano - è proprio nel mostrare tutta la misteriosa e sovrana potenza sociale racchiusa nel collegamento strutturale tra forma e realtà. Che il teologo, non può non rinviare a un piano ultraterreno, molto lontano. Sul quale però Schmitt non si pronuncia.
Il che però impone di non meravigliarsi quando il Vicario di Cristo, come è capitato, chiede scusa per i passati errori della Chiesa. Quando si viene da lontano e soprattutto quando si è assolutamente consapevoli di venire da lontano: forma (Croce) ed esistenza (Perdono) non possono non coincidere.
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