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Ormai in Italia le intercettazioni a singhiozzo hanno sostituito i contenuti e i confronti politici. Si pensi solo alla campagna appena finita, condotta “a colpi di procure” .
A questo proposito, probabilmente torna utile una riflessione più generale - in termini di cause profonde - sul fenomeno dell’astensionismo. Perché come hanno mostrato, anche le elezioni regionali, se proprio c’è un fantasma che si aggira per l’Europa, sicuramente è quello di una democrazia che perde sempre più elettori. Perché?
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Ma eleviamo un po' il tono dell’ analisi.
Se la democrazia è la “macchina che fabbrica cittadini”, nel senso che il voto rappresenta l’esercizio di una libera scelta attraverso cui l’elettore può “cambiare le cose” e quindi “farsi” cittadino, allora la democrazia italiana non “fabbrica” più cittadini dal 1948. Anno in cui gli italiani votarono, facendo una precisa scelta di campo in favore del capitalismo. Dopo di che il sistema dei partiti, diviso in due blocchi, sprofondò in una specie di limbo politico (tutto Chiesa e Casa del Popolo), durato fino alla caduta dell’Unione Sovietica.
Negli anni Novanta l’apparizione di Berlusconi, ha agitato le acque e scatenato le procure. Di qui quella democrazia, molto particolare, segnata da intercettazioni a singhiozzo, proclami contro i "giudici comunisti", invocazioni, altrettanto feroci, contro quel “fascista del Cavaliere”, e cosi via. Di riflesso, da almeno un quindicennio, ogni tornata elettorale anche amministrativa, viene enfaticamente vissuta come la sera prima della battaglia del Termopili.
Tuttavia, nonostante tutte le scazzottate mediatiche e giudiziarie, gli spettatori a bordo ring mostrano di annoiarsi. Infatti persiste tuttora il sentimento diffuso che recarsi alle urne non abbia alcun valore. In Italia, secondo alcune indagini votano meno di 3 cittadini su 4 , in Europa 2 su 4, negli Stati Uniti 1 su 4.
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Va poi ricordata la “cittadinanza economica”. Finora il sistema produttivo, pur con alti e bassi, si è mostrato all’altezza della situazione. Il che, per dirla in sociologhese, ha permesso una redistribuzione abbastanza regolare del prodotto sociale e garantito tutele sindacali, previdenziali e assistenziali. Un processo che ha favorito, accrescendone il consenso sociale, l’integrazione delle classi lavoratrici. Ma che, per contro, ha trasformato ogni dibattito politico in economico. Tradotto: la “politica” ormai ruota intorno alla pura divisione, tra cittadini e potere, della ciccia intorno all’osso. Tuttavia la ciccia - con questi chiari di luna - rischia di assottigliarsi…
Infine, va segnalata la “cittadinanza consumistica”. Assicurare a tutti (o quasi) la possibilità di acquisire beni e servizi, rappresenta la carta vincente: la “riprova” che il sistema funziona. L’iperconsumo viene giudicato dalla gente comune, che subisce l’ipnotico effetto della cittadinanza mediatica, come l’agognato traguardo della cittadinanza economica.Cittadinanza mediatica, economica, consumistica. Cerchio perfetto? No, perché, come accennavamo. la crisi economica in corso rischia di rimettere tutto in discussione, e in particolare la cittadinanza economica e consumistica. Di qui la necessità che la “macchina economica” torni al più presto a macinare profitti veri (non speculativi) da redistribuire, più o meno, a tutti.
Ma per quale ragione? Perché più la crisi si allunga, più la credibilità del sistema rischia di risentirne.
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Il che ripetiamo, non è falso. Ma il benessere “nonostante tutto”, non può bastare. Dal momento che la gente ha bisogno anche di ideali, valori e soprattutto rispetto. Quel rispetto, che spesso un mercato affamato solo di profitti speculativi, rischia di ignorare.
Un’ultima osservazione: le cittadinanze mediatica, economica e consumistica sono inversamente proporzionali alla cittadinanza politica. Se si consolidano le prime tre, si indebolisce la seconda. E per quale motivo? Perché la gente, reputando la politica ininfluente sull'economia, se ne frega e non va a votare. Studi in materia provano come il crescente astensionismo elettorale sia tipico delle democrazie opulente, tutte egoisticamente concentrate sui consumi e non sulla politica, vissuta come altruistica partecipazione attraverso il voto. Il presidente Napolitano, qualche volta vi accenna, ma nessuno se lo fila. Si preferisce invece parlare di utilitaristico voto di scambio. Inoltre anche gli scandali, più o meno manovrati, non aiutano gli italiani a fare spogliatoio.
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