venerdì, febbraio 26, 2010

Sicurezza, violenza e dintorni...
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A che punto è la questione sicurezza ? Stando all’ultimo rapporto sulla criminalità del Ministero dell’Interno (agosto 2009), nel 2008 i delitti sono diminuiti dell' 8,1%, aumentati i soggetti denunciati (+ 5%) e arrestati (+ 10%). Di più: secondo la Fondazione Unipolis (Terzo Rapporto, curato da Demos e dall’Osservatorio di Pavia, gennaio 2010), nel corso del 2009, gli italiani hanno percepito un ulteriore rallentamento dei fenomeni criminali. Il 77% degli intervistati pensa che la criminalità sia cresciuta in Italia (contro l’88% del 2007). Scende al 37% il numero di quanti percepiscono un aumento della criminalità nella propria zona di residenza (tre punti in meno rispetto al 2008, quindici in meno rispetto al 2007). Ma si abbassano anche tutti gli indicatori che misurano il timore di venire coinvolti nei reati.
Il che significa che la politica sulla sicurezza del centrodestra funziona? Mah... Difficile rispondere sì. Dal momento che il numero di coloro che temono di subire un aggressione o un furto resta alto: il 77%, come già riportato . Qualcosa continua a non andare. Anche perché fenomeni come il bullismo e la violenza sulle donne sono comunque in crescita. Alcuni sostengono che il fatto sia legato all’aumento delle denunce… Mentre una volta si taceva, oggi si vuota il sacco…
Insomma, i cittadini sarebbero più informati circa i propri diritti e dunque più assetati di giustizia nei riguardi dei reati subiti. Di qui anche l’assenza di una pericolosa volontà di farsi giustizia da soli, come pare comprovino le statistiche. Ad esempio, le famose ronde - temutissime dalla sinistra - sono di fatto finite nel nulla. Almeno in base allo scarso numero di richieste pervenute al Ministero degli Interni.
Però, indubbiamente, oggi si vive in un clima di violenza, per così dire, “artisticamente” sublimata dai media. Con questo non si vuole sostenere che magari esista un rapporto diretto tra la visione di un film violento e il tasso di omicidi. Ma soltanto che, se la violenza viene rappresentata come giusta reazione a un “sistema” ingiusto, si corre il rischio, in alcuni ambiti socialmente e culturalmente deprivati, di fornire un alibi “morale”. E qui si pensi al successo di una fiction televisiva, come quella dedicata alla “Banda della Magliana”: chi desideri farsi un’idea sul rischio insito in certe operazioni “artistiche”, si vada a leggere i deliranti commenti alle gesta del Libanese & Co. postati su YouTube, in particolare da giovani e giovanissimi (per un "assaggino" sociologico: http://www.youtube.com/watch?v=_vSDTeRO6PM ). Insomma, certa televisione non aiuta.
Ma resta anche un’altra questione che non giova: quella dello stretto rapporto tra consumi e società. Ci spieghiamo subito.
Oggi il consumo, come insegna Maffesoli, svolge un ruolo identitario: molti sono quel che consumano. E magari lo sono in modo più accentuato, e decrescente, in relazione all’età. Ciò significa che un adolescente di tredici-quattordici anni è esattamente quel che consuma “al momento” (quel film, quella felpa firmata, magari con in mostra qualche frase violenta, eccetera). E che ama raggrupparsi e dividersi intorno a un modello mediatizzato di consumo, che però muta velocemente. Il che spiega la mancanza di identità stabile, persino dopo la fine dell’adolescenza, oggi dilatatasi, anche per altre ragioni, fin quasi ai trent’anni.
Di riflesso, nei contesti “deprivati” di cui sopra, la ricerca di identità rischia di sfociare prima in atteggiamenti bullistici e poi antisociali. Con il rischio che la violenza da micro (diretta verso coetanei) si trasformi in macro, rivolgendosi verso la società tout court ( come nel caso della delinquenza giovanile).
Forse l’abbiamo presa da lontano. Troppo. Ma come diceva Ortega y Gasset, la violenza è la retorica della nostra epoca. E i giovani, purtroppo, sono i primi a subirne l’equivoco fascino.
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giovedì, febbraio 25, 2010



Il libro della settimana: Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia e critica dell’informazione al tempo di internet , Nuovi Mondi 2009, pp. 352, euro 12,00 - http://www.nuovimondi.info/

Riuscirà il “giornalismo partecipativo” a conquistare il Palazzo d’Inverno dell’informazione e della politica? A questa domanda prova a rispondere Gennaro Carotenuto, docente di storia del giornalismo presso l’Università di Macerata e blogger ( http://www.gennarocarotenuto.it/), con un volume dal titolo programmatico: Giornalismo partecipativo. Storia e critica dell’informazione al tempo di internet , Nuovi Mondi 2009, pp. 352, euro 12,00.
Siamo, infatti, davanti a un testo “a tesi”. Per Carotenuto il mondo dei nuovi media (da Internet alla telefonia mobile) è diviso in buoni e cattivi. Da una parte i cattivi: l’informazione mainstream dei vecchi media legata al potere, che tenta di impadronirsi dei nuovi media; dall’altra i buoni: l’informazione partecipativa dei blogger e dei siti informativi “alternativi”.
“Quello che chiamiamo ‘giornalismo partecipativo’ - rileva Carotenuto - non è di per sé migliore o peggiore del giornalismo tradizionale o mainstream, ma ne rappresenta ormai l’ineludibile controcanto. Per mostrarsi on line con un blog, un sito, una web radio, una webtv o altro bastano pochissimi mezzi. Lo si può fare con professionalità ineccepibile o in maniera raffazzonata. In un contesto nel quale i media commerciali possono far sentire la loro voce solo attraverso forti concentrazioni editoriali, enormi investimenti e rapporto indistruttibili con gli sponsor economici e politici, i media partecipativi abbassano significativamente l’assicella, riducendo gli standard di gigantismo imposti dal libero mercato… E’ questa la chiave interpretativa che propongo in questo saggio sulla storia dell’informazione nell’ultimo quarto del XX secolo e all’inizio del XXI: oggi la libertà di stampa vuol dire biodiversità informativa che è l’opposto di concentrazione e omologazione del messaggio”.
Ma siamo così sicuri che “quantità” delle voci sia sempre sinonimo di “qualità”? Anche perché lo stesso Carotenuto sembra temere quel complottismo, oggi così apprezzato proprio da certo giornalismo partecipativo.
Inoltre, resta una questione sociologica: essere contro la concentrazione è giusto, ma va tenuto presente che i poteri sociali tendono “naturalmente” a concentrarsi man mano che crescono le dimensioni di una società. Per evitarlo bisognerebbe porre, come sosteneva Leopold Kohr, un limite alla crescita dei vari gruppi sociali ed economici. Ma come? Difficile dire. Visto che il potere organizzativo, come prova l’intera storia umana e in particolare quella del capitalismo, tende sempre a ricostituirsi.
Il “gigantismo” è imposto dalla struttura profonda della società capitalistica, fondata sulla divisione del lavoro, sull’accumulazione di profitti crescenti e su modelli organizzativi basati su economie di scala. Ma anche da una volontà di riconoscimento insita nell’uomo. Che spinge i nostri simili ad appropriarsi, per primeggiare, di beni materiali e immateriali.
Certo, è giusto che il numero dei competitori sia il più ampio possibile, ma sarebbe il caso di non farsi troppe illusioni.
Carotenuto assomiglia a un economista autodidatta statunitense, vissuto nell’Ottocento: Henry George. Autore di Progress and Poverty. Un libro che in Italia, influenzò Achille Loria, studioso socialista, ridotto da Gramsci a macchietta metodologica.
Come George, che studiò e criticò la grande proprietà privata della terra, anche Carotenuto vuole risolvere il problema del grande latifondo informativo, suddividendolo in tante piccole proprietà informative e tassando la grande proprietà. Senza però mettere in discussione l’idea stessa di accumulazione capitalistica, basata sulla liberà proprietà dei beni. E su quella volontà di riconoscimento di cui sopra.
Probabilmente anche Carotenuto, come George, crede possibile costruire un quasi socialismo agrario informativo, in una società capitalistica. E, per giunta, contro l’istinto possessorio dell’uomo. Auguri.


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mercoledì, febbraio 24, 2010

Immigrati. Basta con gli isterismi
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Tra diversi non è facile andare d’accordo. Ma non è neppure detto che si debba litigare per forza. Resta però comprovato che il rischio di conflitto tende a crescere in caso di mancata integrazione economica e sociale
Tradotto: gli scontri di via Padova tra egiziani e dominicani, vanno ascritti al filone delle “guerre tra poveri”. Conflitti che sorgono dall’ esclusione sociale, ossia in quei contesti dove il “povero”, di regola, se la prende con un altro povero, finendo così tutti insieme per aggrapparsi, anche per futili motivi, alle identità “offese”.
Pertanto, in prima battuta, la colpa degli incidenti milanesi va ricondotta alla deprivazione economica e sociale in cui spesso vivono gli immigrati. Degrado di cui siamo responsabili tutti: non si può, infatti, affrontare il problema dell’immigrazione solo in termini di chiacchiere (integrazioniste o razziste) e distintivi (repressione). Anche perché esiste una questione di fondo: in un’economia globalizzata, ci si sposta da un paese all’altro con maggiore facilità, ma si è anche esposti con pari facilità agli alti e bassi del ciclo economico. E i “bassi” vanno sempre a colpire chi sfortunatamente si trovi “in fondo alla botte”.
Va però detto che la situazione economica dell’immigrato sembra essere meno precaria di quanto comunemente si creda. E proprio a Milano. Riportiamo alcuni dati del “Rapporto Imprenditorialità dei migranti in provincia di Milano”, a cura di ASIIM, l’Associazione per lo Sviluppo dell’ Imprenditorialità Immigrata a Milano, discussi, proprio ieri l’altro, in un convegno sul tema ( http://www.asiim.it/ ).
In provincia di Milano sono 20.144 le imprese con a capo immigrati: il 7,6% di tutte le attività, in pratica una su dodici. Otto su dieci sono piccola ditte. Ma esistono anche imprese complesse: sono quasi mille infatti le società di capitali. Molte di esse operano in settori abbandonati dai milanesi. Tra questi l’edilizia, dove crescono del +80,9%, ma anche panifici, + 64,7%, bar +106,6%, parrucchieri dove la crescita è del 160%. I più attivi sono egiziani cinesi, presenti nelle società di capitale (4,4% di tutte le imprese etniche ) e di persone (circa 9%). Tra il 2005 e il 2008 le imprese “meneghine” create da immigrati sono cresciute del 33,5%. Mentre in provincia sono aumentate solo dell’1,6%. In prima fila egiziani (6237 imprese), cinesi (4334), rumeni (2181), marocchini (1844), albanesi (1237). Le imprenditrici sono un quinto e in percentuale crescono più degli uomini. Nel complesso si tratta di un’ imprenditoria giovane: il 40% ha 35-40 anni .
Tuttavia la crisi economica ha colpito anche queste imprese: sono infatti calati del 5% gli ambulanti a posto fisso e del 2,4% i padroncini del trasporto merci su strada. I più legati al territorio di Milano sono gli egiziani; ecuadoregni e bulgari sono meno numerosi ma presentano incrementi superiori alla media delle imprese etniche. Molti ma poco creativi i cinesi; meno numerosi ma ben inseriti gli imprenditori filippini. Rumeni e albanesi crescono in provincia. In diminuzione senegalesi e nigeriani.
Insomma - nonostante gli ultimi incidenti - sembra vincere l’ integrazione economica. Perciò, malgrado il rischio crisi, la strada dell’integrazione economica va considerata auspicabile anche per il resto dell’Italia.Bisogna lasciare che l’economia faccia il suo corso, senza però rinunciare a un’integrazione sociale fatta di servizi uguali per tutti. L’immigrato deve sentirsi ospite gradito, visto che contribuisce al Pil…
Naturalmente, l’ integrazione economica e sociale, non può significare immediata integrazione politica. Che invece dovrebbe scattare in un terzo tempo: dopo l’integrazione culturale (frutto dell’istruzione scolastica di primo e secondo ciclo) e l’acquisizione della cittadinanza italiana.
Si tratta, insomma, di proporre un percorso ragionato di riforme. Gli isterismi razzisti o integrazionisti, non servono a nulla. Ci vuole tanto a capirlo?
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martedì, febbraio 23, 2010

Cattolici in fuga. Pd in crisi
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Se Del Noce fosse ancora qui, non si stupirebbe della deriva radicale del Pd postcomunista: opera disarmonica di Veltroni, abilissimo nello smantellare il moralismo cattocomunista del vecchio Pci berlingueriano. Ma non nel costruire: il Kennedy postcomunista ha solo favorito quel che Del Noce chiamava il suicidio di una rivoluzione, annegata tra i flutti del libertarismo di massa.
Del Noce si meraviglierebbe invece di un’altra cosa. Della capacità di resistenza - durata un quindicennio - dei cattolici di sinistra all’interno di un’alleanza, e poi di un partito, con spiccate simpatie, magari a giorni alterni, zapateriste.
Un’alleanza di centrosinistra che proveniva da lontano. Perché affondava le radici in quell’unità antifascista cattocomunista, rivendicata nell’immediato dopoguerra, poi messa in soffitta negli anni Cinquanta, ma riaffacciatasi dopo i fatti di Genova 1960, e definitivamente messa fuori corso dal Berlusconi astuto affabulatore degli ex missini. Anche perché il collante antiberlusconismo - come mostra tuttora la civetteria Udc - sembra non funzionare bene come l’ antifascismo. Sono cose, insomma, che spiegano l’uscita dal Pd della Binetti & Co.
Perciò, Bersani, sembra non aver capito che i tempi sono cambiati, quando in risposta al direttore di “Avvenire”, Marco Tarquinio, recita il mantra delle “culture del Pd che non possono vivere da separate in casa”. Come dire: o fusione, anche di idee e valori, o ciascuno a casa sua… Bersani crede ancora nel modello solidale emiliano, ossia che basti un fischio per far accorrere i cattolici di sinistra, come ai bei tempi dell’antifascismo.
Il leader democratico difende il sostegno a Emma Bonino, asserendo di non trovare “giusto negare in premessa ad una personalità come Emma Bonino, senatrice eletta nelle nostre liste, la capacità di interpretare l’insieme di un programma di coalizione”. E qui viene il bello. Perché per il direttore di “Avvenire”, il programma dell’esponente Pd-Radicale è “incompatibile con altri e in ogni caso certamente affinato con aperta e spesso aspra ostilità verso la visione cristiana della vita e dei rapporti sociali”. Più chiaro di così.
La fuga dei cattolici dal Pd prova due cose.
Intanto, come, nonostante il voto di scambio, i valori continuino a contare più degli interessi: parliamo delle culture, a sfondo, cattolico o laico, che tuttora permeano i due principali membri dell’alleanza di centrosinistra. E che - seconda cosa - dalla rottura politica rischia di nascere un polo di centro a orientamento cattolico. Ben visto anche dalla Chiesa. Che però, per ora, sembra favorire, come ad esempio nel Lazio, il candidato del centrodestra, appoggiato anche dell’Udc. Insomma, la Chiesa, se ci passa la metafora un po’ così, da sempre contraria all’aborto, si prepara una via di fuga a destra, nel caso, per così dire, di aborto spontaneo. Del centro postdemocristiano…
Situazione in movimento, e perciò confusa. Un dato però resta fermo: quello della critica dei cattolici impegnati in politica a ciò che il direttore di “Avvenire” ha definito “l’incredibile pretesa della superabortista e iperliberista candidata a governatore del Lazio di ‘rappresentare’ “, a livello di programma, “addirittura i valori cattolici”. Quando, conclude Tarquini “il nome e la storia di Emma Bonino ‘sono’ un programma”…
Parole dure e chiare. Che non promettono elettoralmente nulla di buono. Forse siamo davanti a una scelta, quella di fare per ora a meno dei cattolici, che il partito di Bersani rischia di pagare in modo salato, soprattutto nel Lazio.
Ma qui sorge un altro problema. Un Pd, ormai su posizioni libertarie, avrà la forza di tornare indietro a recuperare i cattolici? Molto dipenderà dall’esito delle elezioni regionali. Una sconfitta potrebbe provocare un ripensamento. Ma i cattolici saranno ancora disponibili? Anche con l’ Udc in crescita e il centrodestra vincente?
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lunedì, febbraio 22, 2010

Ancora sul mito...



Pubblichiamo la nostra replica all'articolo di Gianfranco de Turris, uscito lunedì scorso sul blog: http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/2010/02/un-commento-di-gianfranco-de-turris-su.html

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Innanzitutto ringraziamo Gianfranco de Turris del commento al nostro post su “ I Balilla del XXI secolo”. E per due precise ragioni. Una di metodo e una di contenuti.
Di metodo. De Turris è uno dei pochi che legge ancora quel che scrivono gli altri. E con rispetto: perché, al contrario del mucchio selvaggio (e presuntuoso) di Fare Futuro & Co., non crede di essere preventivamente dalla parte della ragione. E l’umiltà intellettuale è precondizione alla conoscenza.
Di contenuti. Perché de Turris, da colto studioso di letteratura fantasy (e non solo), pone un problema fondamentale: quello della compatibilità (o meno) tra mito e democrazia moderna.
Torna perciò utile rileggere almeno un passo del suo intervento:
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“Certamente in un ‘contesto democratico, divertentistico e relativistico’ ci sono anche troppi miti fasulli, che durano lo spazio di un mattino (non so quante volte l’ho scritto) e soprattutto sono strumentalizzati non solo dalla politica ma anche dai media: ma sono miti - appunto – ‘della modernità’. Quelli delle origini, quelli archetipici non cadranno né scompariranno mai con buona pace della democrazia. E possono essere trasmessi anche dalla cultura popolare: sicché alla interpretazione puramente sociologica della Farinotti, citata da Gambescia, preferisco quelle di un Maffesoli, a mio giudizio più autorevole e più profondo. Anche qui, il modo di affrontare il tema può essere diverso.Altrimenti ci si mette sulla stessa scia dei critici progressivi e di sinistra che da decenni scrivono cose indecenti contro l’analisi mitico-simbolica di Tolkien in particolare e della narrativa fantasy in generale. Oppure sul piano di un Furio Jesi che ha impiegato la sua breve vita a denunciare la ‘tecnicizzazione del mito’ operata da fascismo e nazismo (mai dal comunismo), per demonizzarlo e mettere in guardia dalla sua rivalutazione moderna alienandosi così l’amicizia di Kerényi con cui era in corrispondenza. Mi dispiacerebbe che Gambescia fosse ostile al ritorno del mito in quanto se collegato ad una metafisica ‘rischia sempre di trasformarsi in una miscela esplosiva’ secondo quando spiega Vierek e lui riporta”.
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Ora però, come distinguere tra “miti della modernità” e “miti archetipici”? E soprattutto come individuare il punto di rottura, dopo il quale il mito diventa un pericolo per la democrazia?
Quanto al primo punto, si può dire che l’archetipo, ritorna in forme diverse, perché, di volta in volta, viene storicizzato. E le storicizzazioni risentono dei valori del tempo. Valori che possono essere buoni o cattivi: etici o consumistici. Pertanto i miti moderni sono solo una delle forme storiche, assunte dal modello ideale. Ovviamente, se il mito è consumistico, la colpa non è dell’archetipo. Ma delle strutture sociali ed economiche che lo inglobano e manipolano, come acutamente mostra Luisella Farinotti.
Quanto al secondo punto, se la democrazia liberale moderna è segnata dal rispetto delle minoranze, allora un mito può diventare pericoloso, quando viene usato a mo’ di clava da una maggioranza contro una minoranza. Un pericolo messo in luce anche da Maffesoli, quando interpreta il mysterium tremendum et fascinans delle nuove tribù metropolitane, viste come portatrici sane di messaggi socialmente contraddittori, spesso sospesi tra violenza metafisica e metafisica della violenza. Ma anche, su scala più ampia, da studiosi come Viereck, Cantimori, Lefebvre. Si tratta del rischio insito nella creazione politica del “meta-qualcosa”. Ad esempio il razzismo può diventare una metabiologia, la teoria nazionalista, una metastoria, la teoria archetipica, una metapolitica…
Insomma, quel che vogliamo dire, è che se il rapporto tra democrazia e mito è complicato, la colpa va divisa a metà: tra coloro che “metafisicizzano” la democrazia (magari rivoluzionaria), come Jesi, e coloro che “metafisicizzano” il mito. Entrambi nel senso del “meta-qualcosa”.
Certo non si può neppure escludere a priori che nelle “pappine di Hollywood”, tipo Avatar e compagnia cantante, sia possibile ritrovare, come sembra sostenere de Turris, per un verso il ritorno dell’archetipo e per l’altro la possibilità di innescare, individualmente, in qualche spettatore più evoluto, un processo di crescita interiore. Ma quel che va assolutamente escluso è il condizionamento collettivo, pavloviano, all’action politica. Come invece ritengono i bandoleri stanchi di Fare Futuro & Co., Insomma, non si diventa eroi mimando i guerrieri davanti allo specchio del cinema. Ma lo si diventa sul campo di battaglia, quello vero. Di qui il nostro richiamarci al mito soreliano, che “funzionava” concretamente nelle fabbriche. Altra che multisala…
Certo, il mito va analizzato anche in chiave fenomenologica, come insegnano pur in forme diverse Eliade e Kerényi. Ma la fenomenologia come studio dell’ essenza dei fenomeni mitici va sempre raccordata all’universo storico e sociologico in cui l’evento mitico si manifesta.
Altrimenti il rischio qual è? Quello di trasformare il mito in un modello normativo sulla base del quale poi giudicare tutta la storia umana: di qua l’archetipo, sempre buono, di là le reincarnazioni, lungo una scala che, come a scuola, va dall’insufficiente all’ottimo. E qui sorge un altro problema: il manifestarsi del mito può influire sulla sua essenza?
Quanto libri, come quelli di Tolkien, hanno contribuito a riformulare il mito, all’interno di una società sviluppatasi, per dirla con Del Noce, “dopo” la Rivoluzione Francese? E quindi fondata su un valore non tradizionale come quello di Sua Maestà l’ Égalité ?
Le domande poste non sono secondarie, perché molti, soprattutto a destra, cercano tuttora di ritrovare nelle “manifestazioni” cinematografiche ( i film…) solo quel che c’è di vivo dal punto di vista delle “norma”, o archetipo, e non quel che sia invece vivo sotto il profilo della “manifestazione”, ossia del “fatto sociale” moderno. Di un eroe, tanto per fare un esempio, che oggi lotta in nome dell’eguaglianza… E spesso comportandosi da antieroe… E qui si pensi solo alla figura del Che (cinematografica e non).
Una ricerca, che invece andrebbe affrontata, non tanto in chiave postmoderna (quella della “miracolosa scoperta” dei miti d’oggi, nuovi di zecca) quanto di analisi del mito come impasto di tradizione e modernità, ossia di “essenza” e “manifestazione”. E dunque alla luce delle trasformazioni prodottesi nell’ “essenza- mito” a causa della “manifestazione- modernità egualitaria”.
Certo, si dirà, ma allora perché parlare di archetipi e norme?. Un archetipo deve essere un archetipo, punto e basta. Se la norma cambia nell’essenza, non è più tale.
Ma perché non essere rivoluzionari e conservatori al tempo stesso? Eliade, Campbell, Evola vanno benissimo. Ma perché non affrontare la questione in chiave di modesti concetti operativi, cioè di modelli o forme di mentalità culturale. O se si preferisce di sistemi di idee e di dinamiche storiche e socioculturali?
Probabilmente un po’ di sano relativismo weberiano, e se ci si passa il parolone, di “metodologismo” sorokiniano, non farebbero male a un dibattito che qui, grazie agli intelligenti stimoli dell’amico Gianfranco de Turris, abbiamo appena impostato. E, probabilmente, da umili studiosi di questioni sociologiche.
Purtroppo, caro Gianfranco, nessuno è perfetto.


Post apparso come articolo sul quotidiano "Linea" (21-2-10). Copyright © 2010 - all rights reserved. Tutti i diritti sono riservati. Per richiedere la riproduzione del post scrivere all'indirizzo e-mail: carlo.gambescia@gmail.com

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venerdì, febbraio 19, 2010

Richard Lynn e i meridionali. Idee razziste o razzismo delle idee?
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I meridionali italiani sono sottosviluppati, Non solo economicamente ma anche di cervello. Ecco la tesi di Richard Lynn, professore emerito di psicologia presso l’Università dell’Ulster: ottant’anni, centinaia di pubblicazioni e la fissa che il quoziente d’ intelligenza diminuisca da Nord a Sud. E che ciò dipenda dalla pigmentazione della pelle.
Ma vediamo quel che scrive dei nostri meridionali in un articolo apparso sulla rivista scientifica “Intelligence”: “Mentre nel Nord Italia il quoziente intellettivo è pari a quello di altri Paesi dell’Europa centrale e settentrionale, man mano che si va verso Sud il coefficiente si abbassa”. Tuttavia, Lynn a riprova di quel che scrive, cita i suoi studi precedenti: insomma se la canta e se la suona da solo.
Ma andiamo avanti: “La causa è con ogni probabilità da attribuire alla mescolanza genetica con popolazioni del Medio Oriente e del Nord Africa”. E qui Calderoli e Bossi sarebbero d’accordo. Mentre la Caritas un po’ meno.
Va ricordato, visto che la storia non la studia più nessuno, che in Italia, tra Otto e Novecento, la cultura accademica si accapigliò sulla presunta inferiorità dei meridionali. Lo scontro avvenne all’interno della scuola lombrosiana, perché i meno osservanti, ritenevano, soprattutto se socialisti, l’influenza della società maggiore di quella della razza. Epica fu la battaglia sulla natura della delinquenza siciliana tra il buonista Napoleone Colajanni e Alfredo Niceforo, cattivista a oltranza.
Tuttavia l’esito di quelle polemiche, condotte a colpi di coefficienti cranico, fu di risvegliare le coscienze e così di favorire, nei successivi cento anni, quegli ingenti investimenti economici e sociali che hanno migliorato le condizioni del Mezzogiorno. Dove, frane e mafia a parte, non si muore più di fame né analfabeti. Anzi ci si laurea.
Ora, Lynn torna indietro di cento anni. Perché si sforza di provare come di regola - a parità di statura, istruzione e reddito - l’intelligenza media della popolazione scenda da Nord a Sud, fino a toccare il punto più basso in Sicilia. A suo avviso, infatti, i più intelligenti d’Italia sarebbero concentrati in Friuli. Nello studio pubblicato da “Intelligence”, afferma addirittura che “il grosso della differenza nello sviluppo economico tra Nord e Sud può essere spiegato con la variabilità del quoziente di intelligenza”. Ma anche “ che nel Sud Italia la qualità del cibo è più scadente, si studia meno, ci si prende meno cura dei figli e che almeno dal 1400 il Meridione non partorisce ‘figure di spicco’ nella cultura nella politica”. Peccato che il Sud possa invece contare su una lista di nomi famosi che va da Giordano Bruno a Benedetto Croce, passando per un certo GiambattistaVico. Così, tanto per gradire.
Quanto alla metodologia, ripetiamo, il fatto curioso è che Lynn cita Lynn e non altri studiosi Il perché è semplice: la sua metodologia non è condivisa. Infatti, ci sono studi che mostrano che non esiste alcuna correlazione tra colore della pelle e intelligenza. Il che significa che i suoi risultati sono opinabili. O che comunque hanno lo stesso valore di altri lavori, che sostengono l’esatto contrario.
Però va detto, che pur criticando le tesi di Lynn, non siamo d’accordo con il professor Roberto Cubelli dell’ Associazione Italiana di Psicologia (AIP), che, oltre a individuare nell’articolo “gravi limiti teorici, metodologici e psicometrici”, fa il passo più lungo della gamba. Perché definisce “deontologicamente sbagliata” l’interpretazione di Lynn. Ora, lo studioso britannico, resta fino a prova contraria, un accademico e non un militante neonazista. E per questo va discusso, anche duramente, sul piano del metodo, ma non su quello politico. Insomma, no a un razzismo ancora più pericoloso: quello delle idee.
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giovedì, febbraio 18, 2010



Il libro della settimana: Graziella Giangiulio, Ladro di immagini, Noctua Edizioni 2009, pp. 158. euro 14,00 - www.noctuaedizioni.it
.Un giallo esistenziale. Questa, forse, è la giusta definizione per l’opera prima di Graziella Giangiulio ( Ladro di immagini, Noctua Edizioni 2009, pp. 158. euro 14,00). L’autrice, giornalista di professione, mostra di essere capace, probabilmente anche per mestiere, di andare oltre i fatti, fino al punto di coglierne il senso nascosto. Insomma, si rivela al suo esordio buona osservatrice del minuto svolgersi delle esistenze di uomini e donne. Spesso imprigionati in eventi più grandi di loro, dotati di maligna forza propria. La vita come rapporto a somma zero tra esseri e cose? Forse.
Sullo sfondo di una storia che si sviluppa tra Rimini, San Marino e Cattolica, si scorge la fosca ombra del disastro del Vajont. Riuscirà la giornalista Anna Palmoli, l' introversa protagonista, a sfuggire al misterioso giustiziere, Luca Giuri? Costruttore di dighe e fotografo dilettante più per necessità che per caso, come scoprirà il lettore. Un ladro di immagini, così Luca ama definirsi. Ma in qualche misura lo è anche Anna, perché da giornalista, come ammette, ruba “emozioni e storie”. Ma Luca, purtroppo, è anche ladro di vite… E nel modo più efferato.
Ovviamente non possiamo svelare i segreti di una trama complessa. Ma solo accennare a qualche pagina felice, ricca appunto di notazioni esistenziali. Come qui, dove si spiega perché è sbocciato l’amore tra Luca e Anna :

“ [Lei] Non lo ama, temo sia ossessionata. Lui ha toccato i suoi nervi scoperti: la forza, la conoscenza, lo studio, lo spirito di sacrificio, il bisogno di essere accettata, il desiderio di essere accettata, il desiderio di essere amata. E si è inserito giorno per giorno, mostrandole che lei era perfetta e il mondo attorno a loro era sbagliato. Chiunque vorrebbe, arrivato a un certo punto della vita essere accettato per quello che è. Lei, del gruppo di amici era quella simpatica, ironica, ma un po’ stramba. Non era felice. Con il passare del tempo non raggiungere gli obiettivi stanca. La diversità, alla fine, pesa. E quella donna è diversa da tutte quelle che ha conosciuto. Ha un bel cervello, un bel corpo, ed è libera. Sa che vuole dire essere liberi in questa società? Significa restare soli, perché sei sempre pronto a dire no alla massa”.
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Ecco, intorno al problema della solitudine, frutto di una libertà malinconica precario privilego dei moderni, si dipana tutto il libro, dove vita e morte (ma morte anche di dentro) si mescolano.
E in questo senso, come si diceva all’inizio, il giallo si fa esistenziale, si tinge di grigio: il colore nebbioso della vita oggi. Un'esistenza "subita" più che "agita" da uomini e donne. Poveri esseri, "ladri di immagini", che sembrano avere più bisogno di illusioni che di pane.

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mercoledì, febbraio 17, 2010

Destra ( e sinistra...) divina? No “di vino”
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Ha ragione Camillo Langone o quasi: esiste un pensiero di destra “divino”, ma nel senso “di vino”… Quella cosa liquida, di vario colore che si ricava dall’uva e che fa sangue… Si tratta però di un vinello che viene pompato a ettolitri su un elettorato sotto stress. Al quale girano sempre più le palle, ma ormai a vuoto… E al quale non resta che attaccarsi alla bottiglia. O alla canna del gas.
Parliamo di una destra diffusa e soft, quanto il vino che si vende nei cartoni. Anzi nel tetrapack. E che ha pure conquistato la sinistra sbevazzona. Siamo perciò davanti a una vera trasversalità del pensiero “di vino”, all’insegna del politicamente corretto a bassa gradazione alcolica.
Si prenda, ad esempio, Vincenzo De Luca, candidato del centrosinistra alla regione Campania, che al “Corriere della Sera” ha dichiarato di “rappresentare la destra europea”. Provocando l’ira di Sinistra e Libertà, che acida come il professore della pubblicità Tavernello gli ha chiesto di andarci piano… E invece “Don Vicienzo” ha subito rincarato la dose: “E’ una provocazione nei confronti di alcuni nostri avversari che sono assolutamente inconcludenti”, Come dire: alleati di Sinistra e Libertà, state tranquilli, è solo un bicchiere di vino della “Destra-Tavernello”: è così leggero prof…
Non contento però il sindaco di Salerno, levando il calice, ha aggiunto lapidario: “Ho detto che la destra in Europa si caratterizza per tre cose: senso delle istituzioni, sostegno agli investimenti e battaglia contro la burocrazia. Da questo punto di vista sono più avanti di loro. Io almeno lo sono”. Salvo poi dichiararsi d’accordo con i non global comboniani. Ma sarà poi così leggero questo vinello? Boh…
Comunque sia, si pensi anche alla campagna elettorale di Renata Polverini. Che, per carità, è una bravissima figliola, telegenica. Con mascella volitiva incorporata, che a destra tutto sommato, fa ancora colpo. Ma che va fortissima con il vino-pensiero cartonato.
Anche lei, infatti, dice tutto e il suo contrario: vuole accorpare le Asl e salvare posti di lavoro e piccoli ospedali; strizza l’occhio alla famiglia, ma è favorevole all’adozione da parte dei single (almeno così abbiamo capito); vuole una Regione a misura d’uomo e rispettosa dell’ambiente, ma si dichiara assolutamente favorevole all’ipotesi di un Gran Premio nella Capitale. E se qualche alleato protesta? E’ solo un bicchiere di vino della “Sinistra-Tavernello”: è così leggero prof …
E perciò De Luca in Campania può permettersi di dire cose di destra. Tanto poi ci pensa la Polverini a dirne di sinistra nel Lazio. Salvo poi sterzare a destra e dopo a sinistra. A fari spenti nella notte? Mica tanto. La Poverini e De Luca hanno sempre l’occhio rivolto alle repliche dei rispettivi avversari: Caldoro e Bonino… Che “tavernellano” pure loro. E di brutto, tanto è leggero prof…
E così l’elettore continua a non capirci un cazzo. Pardon, nulla.
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martedì, febbraio 16, 2010

Nuova Tangentopoli? E sia. Ma come uscirne?
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Ci risiamo. Con la Protezione Civile sotto inchiesta il cosiddetto “regime Berlusconi” sembra essere di nuovo sotto schiaffo. Il centrosinistra parla di nuova Tangentopoli. E sia. Ma come uscirne? Tre possibilità successive.
1) Tutto il Governo viene messo in prigione. Ma dove trovare giudici imparziali? Nel senso del né pro né contro il Governo?
2) Si dà vita a un nuovo Governo di Liberazione Nazionale. Ma con chi? Dove sono gli onesti al cento per cento?
3) Si riforma, ripartendo da zero, la macchina statale e amministrativa. Ma, oltre al fatto che servirebbe un capo dell’Esecutivo della tempra di Bismarck, va ricordato che il tempo medio perché una riforma vada a regime (turnover dei dipendenti, eccetera) è di circa vent’anni. Mentre da noi un esecutivo al massimo può durare cinque anni.
Le tre ipotesi sono “fantapolitiche”, ma proprio perché “estreme” aiutano a capire quanto sia difficile ripartire da zero. E soprattutto quanto sia pericoloso giocare al rialzo con il qualunquismo politico.
Il che non significa che Berlusconi sia una vittima, né che le cose non debbano cambiare.
Buona giornata a tutti.
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lunedì, febbraio 15, 2010

Un commento di Gianfranco de Turris su "Avatar e i Balilla del XXI secolo..."
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Pubblichiamo con piacere il commento dell'amico Gianfranco de Turris, giornalista e scrittore, al nostro post "Avatar e i Balilla del XXI secolo..." : http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/2010/02/avatar-e-i-balilla-del-xxi-secolo.html . Già apparso, come la nota di Gianfranco de Turris, sul quotidiano "Linea".
Ovviamente, ci riserviamo di tornare sull'argomento nei prossimi giorni (C.G.).
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Carlo Gambescia è un sociologo politico e da questo punto di vista effettua soprattutto le sue analisi, spessissimo condivisibili, ma non è questo l’unico modo, ad esempio, di affrontare l’interpretazione del mito come ha fatto su "Linea" del 31 gennaio, polemizzando col "Secolo d’Italia" a proposito di alcuni film come Il gladiatore, 300 e da ultimo Avatar. Gambescia, infatti, ha per riferimento come il mito (ad esempio quello dello sciopero generale) è visto da Georges Sorel, cioè il mito in chiave politica, il mito come “idea-forza”. Si è preoccupato quindi, così ho interpretato il suo articolo, di possibili pericoli per la liberaldemocrazia se effettivamente i “miti” rappresentati da questi film dovessero/potessero essere trasferiti in “azione” come farebbero intendere gli articoli del Secolo e come avvenne negli anni Trenta da parte di fascismo e nazionalsocialismo. In effetti, c’è un controsenso, considerando le recenti posizioni assunte dal "Secolo d’Italia" e dalla Fondazione Farefuturo, cioè da quelli che da un po’ si definiscono i finiani, vale a dire posizioni apertamente “antifasciste” e iperdemocratiche: quindi riferirsi al mito in quanto “totalitario” appare contraddittorio.
Sarà anche così ma, a mio parere, non è questo il modo in cui si deve intendere il mito o i miti che possono essere riscontrati nei film citati, ma anche in molti altri, da 2001 a Guerre stellari, da Matrix al Signore degli Anelli e così via. Non certo ad un mito politico-sociologico alla Sorel si deve fare riferimento, ma al mito così come è stato decifrato, spiegato e rivalutato da tutta da serie di altri studiosi e altre personalità: dai pensatori tradizionalisti come Guénon, Evola e Coomaraswamy, a storici delle religioni come Eliade e Kerényi, a mitografi come Campbell, il quale parlava esattamente di “mito in azione” (alle sue idee si rifece Lucas quando pensò alla saga di Guerre stellari). E Michel Maffesoli ad essi credo pensasse quando ha parlato del mito contenuto in Avatar in un articolo pubblicato da "Il Giornale". Pur trattandosi di “pappine di Hollywood” essi portano un contributo alla riscoperta del mito, così come sopra descritto, nel deserto secolarizzato del mondo moderno.
Il mito per tutti costoro è una “storia sacra delle origini” che ha fondato il mondo primordiale e si è perpetuato, per degradazione ma senza scomparire quanto piuttosto mimetizzandosi, sino a noi. Sino a noi ha portato degli idealtipi, o archetipi alla Jung, o forme simboliche tradizionali, che non possono mai scomparire, che sono necessari alla psiche del’uomo e che certe opere narrative o cinematografiche, in genere fantastiche ma anche storiche, fanno rivivere. Ecco il senso proprio da dare ai miti primigeni ripresentati, spesso senza volerlo da tutti i film citati.
E si tratta di un “mito in azione” perché – appunto – rivive in tempi moderni e si incarna in forme adatte ai tempi attraverso specifiche figure (l’Eroe per dirne una) o situazioni (la Cerca per dirne un’altra) che sono qualcosa che vanno oltre l’immagine esclusivamente sociologico-politica, a mio parere riduttiva se interpretata solo come unica possibile. Di certo, fascismo e nazionalsocialismo fecero riferimento a miti specifici, spesso epidermicamente senza approfondirli, ma la leva del mito influenzò quelle generazioni, pur se superficiale, come la polemica evoliana contro il modo ufficiale di intendere la “romanità” durante il Ventennio dimostra e chiarisce.
Non so, né in fondo mi interessa, come i finiani intendano il mito e se lo intendano in modo contraddittorio rispetto al nuovo corso della Destra Nuova alla Campi, alla Mellone e alla Rossi. Quel che intendo dire è che, viceversa, non c’è da preoccuparsi se per certi film o romanzi si riparla felicemente di mito e di “mito in azione”. Perché mentre il mito “politico” può forse avere un esisto esteriore, il mito-mito ha un esito interiore: e se il primo può giungere sino alla “mobilitazione delle masse”, il secondo provoca, potremmo dire, una mobilitazione dello spirito, dell’Io più profondo. Cosa indispensabile per sopravvivere al mondo odierno disanimato e artificiale.
Certamente “in un contesto democratico, divertentistico e relativistico” ci sono anche troppi miti fasulli, che durano lo spazio di un mattino (non so quante volte l’ho scritto) e soprattutto sono strumentalizzati non solo dalla politica ma anche dai media: ma sono miti – appunto – della modernità. Quelli delle origini, quelli archetipici non cadranno né scompariranno mai con buona pace della democrazia. E possono essere trasmessi anche dalla cultura popolare: sicché alla interpretazione puramente sociologica della Farinotti, citata da Gambescia, preferisco quelle di un Maffesoli, a mio giudizio più autorevole e più profondo. Anche qui, il modo di affrontare il tema può essere diverso.
Altrimenti ci si mette sulla stessa scia dei critici progressivi e de sinistra che da decenni scrivano cose indecenti contro l’analisi mitico-simbolica di Tolkien in particolare e della narrativa fantasy in generale. Oppure sul piano di un Furio Jesi che ha impiegato la sua breve vita a denunciare la “tecnicizzazione del mito” operata da fascismo e nazismo (mai però dal comunismo), per demonizzarlo e mettere in guardia dalla sua rivalutazione moderna alienandosi così l’amicizia di Kereéyi con cui era in corrispondenza. Mi dispiacerebbe che Gambescia fosse ostile al ritorno del mito in quanto se collegato ad una metafisica “rischia sempre di trasformarsi in una miscela esplosiva, secondo quando spiega Vierek e lui riporta.
Insomma, non c’è soltanto l’interpretazione sociologico-politica del mito, ma anche un’altra che ne valorizza le espressioni attuali pur se ben camuffate. Sicché invece di “ripartire da Sorel” ripartiamo da Eliade, da Campbell e, perché no, da Evola.
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Gianfranco de Turris

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venerdì, febbraio 12, 2010

Elezioni Regionali. La libertà televisiva secondo il Cavaliere.
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La libertà televisiva è in pericolo? Sì, no, forse… Ma prima esponiamo i fatti. La Commissione di Vigilanza Rai ha votato il regolamento sulla nuova par condicio, stabilendo che dal 28 febbraio al 28 marzo per la prima volta non potranno andare in onda “Ballarò”, “Annozero”, “Porta a Porta” e “In mezz’ora”. In sostituzione la norma, varata dal centrodestra prevede che i talk show politici siano sostituiti da tribune elettorali vere e proprie che rispettino una ferrea ed uguale spartizione di tempi fra tutti i soggetti politici. E moderate, si auspica, dagli stessi conduttori delle trasmissioni interessate dal provvedimento.
Il centrosinistra ha subito gridato alla nuova marcia su Saxa Rubra. Gli arditi del popolo dell’ Usigrai hanno proclamato uno sciopero. E di conseguenza i conduttori in feluca hanno scelto il lutto stretto, incluso Vespa, simpatica mascotte del centrodestra. Mentre Berlusconi, con il tempismo perfetto dell’ elefante a passeggio nella cristalleria politica, ha dichiarato che la decisione di fermare quelli che ormai sono ”pollai televisivi” non è né “scandalosa” né “preoccupante”. Ovviamente già sono partite le mediazioni sotterranee, Zavoli in testa. E probabilmente i contendenti si metteranno d’accordo. Magari su tribune elettorali coordinate in tandem da Santoro e Vespa: i gemelli separati alla nascita.
Perché questa è la politica di oggi. Sembra di stare al tavolo da poker: un giocatore, in questo caso Berlusconi, alza la posta per vedere quello che fanno gli altri, salvo uscire nel caso ci sia qualcuno più spavaldo… Per poi tornare a giocare, tutti insieme, la sera successiva. E così via. Come si dice a Roma: “I politici? Ammazza ammazza è tutta ‘na razza!”.
Ma in buona sostanza la nuova norma sulla par condicio che cosa toglierebbe al telespettatore? La “caciara mediatica”: il darsi sulla voce, gli insulti, gli applausi a comando, eccetera.
La perdita perciò non sarebbe grande. Se non fosse che la democrazia mediatica, piaccia o meno, è anche questo. E stupisce che Berlusconi, da magnate della televisione, che sulla “libertà di emittenza” è diventato ricco, famoso e presidente (del Consiglio), non comprenda l’importanza anche del “pollaio”. Che piace alla gente che non piace, quella comune: le persone che vivono la politica come una riunione condominale. Alcuni cattivelli dicono che Berlusconi sembra capire l’importanza della Tv strillata solo quando gli tornino i conti. Elettorali.
Va pure detto, per limitarsi alle navi televisive Rai di grosso tonnellaggio, che un personaggio come il descamisados Santoro, ha fatto tutto il possibile per farsi odiare dal Cavaliere e dall’elettorato di centrodestra. Ma che dire di un monsignore come Vespa? Che non è stato da meno nei riguardi del telespettatore di centrosinistra. Per metterla calcisticamente: 1 a 1. O come si studiava al Liceo: due forze eguali e contrarie hanno come somma zero.
Per quel che ci riguarda siamo perciò per il massimo della libertà. Lasciate insomma che i telepargoli vadano da Santoro e Vespa. E che si becchino tutto il trucidume mediatico… La libertà è un rischio, diceva qualcuno. Purtroppo quel che dispiace è che chiunque ami la libertà come noi, per difenderla sia costretto a ritrovarsi nella stessa barca di gente come Vespa e Santoro.
E questo va addebitato al liberalismo a corrente alternata del Cavaliere. Vergogna.
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giovedì, febbraio 11, 2010



Il libro della settimana: Alan Ebenstein, Friedrich von Hayek. Una biografia, Rubbettino 2009, pp. 674, euro 40,00 - www.rubbettino.it ).


Prima i fatti, poi le interpretazioni. Ha ragione Sergio Noto nella sua densa introduzione alla notevole ricostruzione della vicenda hayekiana scritta da Alan Ebenstein ( Friedrich von Hayek. Una biografia, Rubbettino 2009, pp. 674, euro 40,00 ). Perché si può essere d’accordo o meno con Hayek, ma non va mai dimenticato che si tratta di uno dei massimi pensatori sociali (e dunque non solo “un economista”) del XX secolo. E che dunque va prima letto e poi eventualmente criticato.
Non per niente, Alain de Benoist, un intellettuale che più antiliberale non si può, gli dedicò qualche anno fa un interessante volumetto (Hayek, Edizioni Settimo Sigillo 2000). Libro tra l’altro ricordato da Carmelo Ferlito, curatore di una corposa appendice bibliografica a questa bella edizione Rubbettino.
Ma qual è il pregio principale della biografia di Ebenstein? Quello di non occuparsi solo dell’economista Hayek (al quale naturalmente sono dedicate molte pagine importanti), ma del pensatore tout court. Pertanto si tratta di un lavoro meritevole di essere letto, soprattutto per l’ approccio globale. Ci limiteremo perciò solo a due piccoli rilievi.
La teoria sociale hayekiana scorge nel mercato, come interazione tra gli individui, un fattore sociale ed evolutivo. E dal punto di vista sociologico la sua teoria, oltre ai consueti rinvii alla “mano invisibile” di Adam Smith, rimanda, almeno a nostro avviso, a uno dei classici del pensiero sociale, Herbert Spencer. E su tre punti sociologici affini : comune fiducia indiscussa nel meccanismo della libertà economica individuale; stesso anticostruttivismo radicale (nel senso di una contrarietà assoluta a qualsiasi forma di interventismo statale); medesimo convincimento circa la superiorità della società industriale o di mercato sulla società militare o tribale.
La griglia qui proposta delle “affinità” è troppo larga? Può darsi. Dispiace però che Ebenstein non abbia voluto approfondire la questione di una possibile contaminazione intellettuale tra Spencer e Hayek. Anche perché si tratta di un autore letto da Hayek.
Certo, i due pensatori appartengono a periodi storici diversi. E di conseguenza il pensiero di Spencer rimane viziato da un forte biologismo sociale mescolato a una visione evoluzionistica della storia di sapore ottocentesco. Il che però non impedisce a Hayek, in Law, Legislation and Liberty (ed. it. Il Saggiatore 1989) di applicare il meccanismo sociologico della selezione evolutiva, sebbene non in chiave di “ferree” leggi spenceriane, alla nascita e allo sviluppo delle istituzioni sociali .
Insomma, Hayek e Spencer addirittura come “gemelli” separati alla nascita? Non spetta a noi dirlo. Ma di sicuro si tratta di un’ ipotesi meritevole di essere esplorata. Come del resto ha suggerito, tra le righe, un altro acuto biografo di Hayek, Andrew Gamble (Hayek. The Iron Cage of Liberty , ed. it. il Mulino 2005).
Ma si pensi anche - e veniamo al secondo rilievo - alle critiche mosse da Raymond Aron al concetto hayekiano di libertà nella sua recensione a The Constitution of Liberty ( ed. it. Vallecchi 1969), altro testo fondamentale del pensatore austriaco. Secondo Aron, sociologo finissimo, l’evoluzionismo di Hayek racchiude il rischio di sopravvalutare il ruolo delle istituzioni, in particolare quelle economiche. E dunque di privilegiare la libertà esteriore rispetto a quella interiore ( si veda R. Aron, Il concetto di libertà, Ideazione Editrice 1997).
E purtroppo questi nodi, per quanto secondari dal punto di vista della teoria economica, non vengono sciolti dalla pur interessante biografia di Ebenstein. Che se ha un altro limite, è quello di presentarci, talvolta, un Hayek dove di solito ci si aspetta di trovarlo: fermo al suo posto di combattimento, con il fucile spianato, in attesa di aprire il fuoco sul nemico statalista. Proprio come spesso capita di leggere in opere peraltro apologetiche, e quindi inferiori per qualità alla comunque notevole biografia di Ebenstein. Peccato.

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mercoledì, febbraio 10, 2010

Ricordo di Antonio Giolitti. Un socialista colto e all’antica
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Un socialista colto. Ecco chi era Antonio Giolitti. E all’antica. Perché diffidava del mercato. Il suo però era un socialismo democratico, basato sulle riforme sociali e sull’economia mista, e dunque “anche” sul mercato. Ma rivisto e corretto grazie alla programmazione economica, di cui, con Giorgio Ruffolo, Giolitti fu propugnatore durante la fase eroica del centrosinistra. Nei cui governi, tra il 1963 e il 1974, ricoprì più volte Ministro del Bilancio.
Dicevamo un socialista colto. Basta scorrere il catalogo storico delle Edizioni Einaudi, per scoprirvi tra i collaboratori, e fin dagli anni Quaranta, un brillante Giolitti, laureato in legge, ma lettore onnivoro e poliglotta. Sua (e di Sergio Cotta), la versione italiana ridotta, anno di grazia 1943, del monumentale studio di Otto von Gierke su Giovanni Althusius e lo sviluppo delle teorie politiche giusnaturalistiche. Dove si ricostruisce la sfida del contrattualismo moderno all’organicismo medievale. Un libro tuttora utile per assaporare le radici della democrazia sociale europea.
Ma è sua anche la traduzione di un piccolo classico delle scienze sociali: Max Weber, Il lavoro intellettuale come professione, da lui curata nel 1948 (il volume tra l'altro si avvala di un densa introduzione di Delio Cantimori). Dove il sociologo tedesco, quando si occupa della politica come professione, distingue chiaramente tra chi vive di politica per trarne profitto, e chi vive per la politica donandosi alla comunità. Una “verità” di cui Giolitti, socialista dai costumi spartani, ha sempre fatto tesoro. E che, forse, può spiegare la sua rottura con Craxi negli anni Ottanta.
Non va dimenticata neppure l’attenzione che Giolitti dedicò all’edizione italiana - anno di grazia 1955 - di un gioiello della scienza economica, tra l’altro caro a Luigi Einaudi: Richard Cantillon, Saggio sulla natura del commercio in generale . Dove si spiega - parliamo di un testo pubblicato nel 1755, molto prima della Ricchezza delle Nazioni di Adam Smith - perché alla mano invisibile del mercato non può non affiancarsi quella visibile dello stato. Ecco un’altra “verità”, di cui il Giolitti, Ministro del Bilancio, farà tesoro…
Infine va ricordata la sua direzione della “Serie di Politica Economica”, nata nel 1966, che ospiterà libri che arricchiranno il catalogo Einaudi, come quelli di Robert Triffin, Il sistema monetario internazionale: ieri, oggi, domani ( 1973) e di James O’Connor, La crisi fiscale dello stato (1977).
Insomma, quel che vogliamo sottolineare è che l’impegno politico di Antonio Giolitti non può essere separato dal suo intenso lavoro culturale e di scrittore politico. Si pensi, infatti, a libri come Riforme e Rivoluzione (1957), dove si capisce il perché della sua uscita da un partito comunista italiano ligio al criterio della doppia verità (per i dirigenti e per i militanti), anche sui fatti d’Ungheria. Nonché Il comunismo in Europa (1960), ricca raccolta di documenti che spiega, per via indiretta, l’ adesione di Giolitti al socialismo, evidenziando i pericoli della sclerosi sovietica. Tuttavia, non meno gravi di quelli del “rivoluzionarismo”, come si legge in Un socialismo possibile (1967) e Lettere a Marta (1992).
Ma lasciamo la parola a Giorgio Ruffolo, suo amico e collaboratore: alla morsa rivoluzione-dittatura, “il socialismo possibile” di Giolitti “opponeva l’esigenza del passaggio dall’utopia al progetto, cioè dalla pretesa che la storia facesse il lavoro grosso, accompagnandolo con le famose riforme di struttura, considerate da alcuni (tra i quali l’amico Lombardi) in senso concretamente antagonistico, a colpi di bastone. Un progetto che si prendesse carico di inserire quelle riforme in un percorso di programmazione, assicurando in ogni momento, con il sostegno delle forze sociali progressiste e con i necessari compromessi con le forze imprenditoriali più lungimiranti - le imprese pubbliche, anzitutto - la compatibilità delle grandi variabili economiche”.
Cosa sia rimasto del “socialismo possibile” giolittiano è sotto gli occhi di tutti. Nulla o quasi. Restano però i suoi libri e la figura esemplare di un socialista colto e all’antica. Il che basta e avanza per onorarne la memoria.

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martedì, febbraio 09, 2010

I giovani e politica: un rapporto difficile
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Sono i giovani che non capiscono la politica o è la politica che non capisce i giovani? La domanda, un po’ alla Marzullo, in realtà è seria. Perché, nonostante sia scontato dirlo, i giovani sono il nostro futuro. Ma prima di rispondere al quesito, ricordiamo i dati forniti dall’Istituto Iard Rps (“Valori e fiducia tra i giovani italiani”, 2007, p. 21, tab. 1.2, pdf. - http://www.istitutoiard.it/intro.asp ): il massimo centro italiano di analisi e osservazione della condizione giovanile.
Sintetizzando rozzamente: tra i quindici e i ventiquattro anni 8 giovani su 10 pongono in cima alla scala dei valori la famiglia e l’ amicizia; 6 su 10 lavoro e tempo libero; 4 su 10 solidarietà e interessi culturali; 3 su 10 il fare carriera; 2 su 10 l’impegno sociale. E solo 1 su 10 la politica Un dato, quest’ultimo, che si è mantenuto stabile dall’inizio degli anni Ottanta ad oggi. Insomma la politica, di sicuro, non è amata dai giovani. Mentre famiglia, amicizia, lavoro e tempo libero sono valori fondamentali e condivisi. Perché, in particolare i primi due, sono sentiti più vicini, e perciò capiti e amati.
E la politica? Diciamo che si interessa ai giovani, ma probabilmente non li ama, forse perché non li capisce. O non vuole capirli. Cerchiamo di spiegare perché.
Innanzitutto, va rilevata la grande distanza che intercorre tra i tempi della politica e quelli dei giovani. Si pensi solo alla rivoluzione internet degli ultimi trent’anni. Oggi un quindicenne, sa tutto su come navigare e informarsi in Rete, mentre il nostro Parlamento continua ad azzuffarsi su riforme scolastiche che rischiano di essere varati già vecchie… Oppure, al contrario, come continua ad accadere per le università, si accelera il cambiamento dell’ordine degli studi, oltre il lecito, moltiplicando in realtà cattedre e moduli. Fino al punto di provocare disorientamento tra gli studenti. I quali, di conseguenza, non possono né potranno nutrire alcuna riconoscenza verso la classe politica…
Non va neppure trascurata l’immagine che la politica continua a veicolare di se stessa. Segnata da risse mediatizzate, scandali, gossip, eccetera. Un profilo talmente basso da non facilitare l’avvicinamento dei giovani alla politica, vista di riflesso come qualcosa di poco pulito.
Indubbiamente, la causa fondamentale della disaffezione giovanile (che oppone alla politica, gli amici, la famiglia e un lavoro che tra l’altro non si trova…), è nel clima individualistico che sembra aver segnato l’ultimo venticinquennio. Cosa del resto comprovata dal rilevante interesse dei ragazzi per il “tempo libero”. Che però - attenzione - in 2 giovani su 10, lascia la porta aperta all’impegno in attività di volontariato. Pertanto il temuto “ritorno dell’individualismo”, potrebbe tramutarsi anche in forme di solidarietà concreta verso gli altri. Comportamenti, per ora minoritari, ma avvertiti come più gratificanti rispetto all’impegno politico.
Il che non sarebbe un male. Dal momento che la maggiore attenzione sociale verso l’altro, può essere spiegata anche attraverso il valore elevato che i giovani attribuiscono all’amicizia. Probabilmente il volontariato sociale viene inteso dai ragazzi come una positiva e progressiva estensione della sfera amicale.
E qui la politica, invece di imporre decisioni fuori tempo massimo e spesso punitive nei riguardi dei giovani, dovrebbe favorirne l’inserimento nel mondo dell’assistenza sociale, dove molti ragazzi potrebbero così coniugare impegno sociale e lavoro: valori e interessi.
Mentre, come abbiamo detto, la continua e mutevole legiferazione su scuola e università va nella direzione opposta. Infatti, se per un verso è giustificato ricercare un collegamento tra giovani e lavoro, per l’altro è sbagliato, pretendere di farlo, ignorando i valori in cui i ragazzi credono.
Il che conferma, concludendo, che non sono i giovani a capire la politica, ma la politica a non capire i giovani.
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lunedì, febbraio 08, 2010

Elezioni regionali. Il manifesto è mio e me lo gestisco io….
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Manifesti elettorali. L’argomento può apparire marginale, ma in realtà non lo è.
Qui a Roma appena è scattata la fase B delle regionali, “acchiappa acchiappa l’elettore gonzo” (la fase A riguarda la scelta del candidato, mentre quella C, vittoria e conseguente spartizione delle spoglie, a partire dalla Sanità), il primo faccione apparso sui muri della città è stato quello di Renata Polverini. Che per dirla con la Gianna Nannini, pur “con gli occhi neri e il suo sapor mediorientale” frangettona inclusa, per la destra potrebbe alla fin fine risultare “bella e impossibile”, come Governatrice del Lazio… Perché la Bonino sarà pure bruttarella su tutte le ruote, ma come amministratrice ha già dato buona prova di sé, soprattutto in Europa. E gli elettori lo sanno.
Inoltre quell’invasione di campo, anzi di muro, della Polverini, neppure a dieci minuti dalla candidatura ufficiale - per carità manifesti “affissi negli appositi spazi” - non c’è piaciuta. L’abbiamo trovata più sgradevole di un “gelato al veleno”, per dirla ancora con la grande Gianna.
E ora, ovviamente, tomi tomi cacchi cacchi, sono arrivati in massa tutti gli altri candidati, all’insegna del manifesto è mio e me lo gestisco io… E così la città sta già ricoprendosi di manifesti abusivi e non. Ludi cartacei? Faccia il lettore. Anche se, per come è stato amministrato il Lazio negli ultimi anni, si potrebbe propendere per il sì.
Per tale ragione vogliamo qui raccogliere l’appello dell’Associazione Teorema Network ( http://www.associazione-teorema.it/index.asp?modulo=news_det&id=327 ). Che si è rivolta al Sindaco di Roma, ai cittadini, ai partiti e ai candidati alle elezioni regionali di marzo affinché assumano da subito “un impegno concreto contro il degrado urbano”. La stessa associazione ha promosso una raccolta firme sul suo sito. Alla quale ognuno di noi, può aderire, prescindendo da qualsiasi preferenza politica personale.
E’ interessante conoscere anche la nota che accompagna l’appello: “Chiediamo ai candidati alla presidenza e al Consiglio regionale, ai segretari di partito, ai Sindaci e ai Presidenti di Provincia, un impegno pubblico per il pieno rispetto della legge, non autorizzando nessuno ad attaccare manifesti fuori dalle plance autorizzate”. Dal momento che “in occasione della campagna elettorale per le Europee del 2009 sono stati affissi dagli 8 ai 10 milioni di manifesti abusivi, oggi si rischia di assistere all’ ennesima guerriglia urbana fatta di illegalità, spreco e lavoro nero”. A quest’ultimo proposito, molti “attacchini” vengono pagati solo in caso di vittoria dei candidati, ossia i “mandanti” politici. Insomma, peggio della Chicago di Al Capone…
Inoltre “il Comune di Roma - continua la nota - spende cifre assurde per rimuovere i manifesti abusivi, e nel 2008 sono state fatte 5.472 multe per complessivi 2 milioni e 188 mila euro. Soldi mai incassati perché il Parlamento, con il decreto “Milleproroghe” del marzo 2009, ha approvato un condono per le multe inflitte ai partiti e candidati dal 2005 ad oggi. I partiti non pagano le multe - conclude Teorema - aspettano i condoni “.
Ora, Madama Bonino ha già aderito all’appello ( http://www.associazioneteorema.it/index.asp?modulo=news_det&id=339 ) . Mentre Madamina Polverini, così almeno ci risulta, ancora latita… Ma forse vuole proporre, come ha già auspicato per le Asl, anche l’accorpamento degli “attacchini".
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venerdì, febbraio 05, 2010

Crollano le Borse europee. Ci risiamo con la speculazione...

Ieri le Borse europee hanno bruciato 128 miliardi di euro per contrastare i timori degli investitori circa lo stato di salute dell'economia spagnola. L'indice paneuropeo Dj Stoxx 600, che sintetizza l'andamento dei principali indici del Vecchio Continente, ha perso il 2,69%, mentre la Borsa di Madrid è caduta del 5,94%. In rosso anche la chiusura di Wall Street a causa delle nubi che sembrano addensarsi, come è già accaduto per l'economia greca, sul futuro economico di Spagna e Portogallo (disoccupazione crescente e deficit di bilancio) : l'indice Dow Jones, dopo esser sceso brevemente sotto quota 10.000, ha chiuso a 10.002,18 punti (-2,61%), mentre il Nasdaq é arretrato a 2.125,43 (-2.99%). In perdita anche l'indice S&P 500 a 1.063,11 punti (-3,11%).
Domanda. I timori degli investitori sono fondati o meno? Dipende. Da che cosa? Dalla qualità del debito pubblico. E chi giudica la bontà o meno del debito pubblico? Gli stessi investitori attraverso le società di rating, di regola collegate a società di investimento e banche, le cui speculazione borsistiche sono però alle origini della crisi.
Ma perché alcune nazioni, come Stati Uniti, Spagna, Portogallo, Grecia, si sono indebitate? Per ripianare i bilanci di società di investimento e banche, prossime alla bancarotta, perché dedite alle speculazioni borsistiche. Ora le società finanziarie e bancarie che hanno goduto di quei finanziamenti pubblici, non dovrebbero speculare contro i governi che le hanno aiutate. Si tratta di un comportamento totalmente irrazionale, contrario agli stessi interessi del capitalismo. Perché pretendendo di fare profitti a breve, perfino sui disastri che hanno causato, speculando sui debiti pubblici, società finanziarie e banche di investimento rischiano soltanto di allargare e approfondire la crisi economica in atto. E quindi di auto-affondarsi e di conseguenza auto-affondare, se non il sistema, quel poco o tanto, in termini di libertà civili e democratiche, così faticosamente conquistato nell'ultimo sessantennio.
Perciò “capitalisti” ripensateci… E’ nel vostro interesse, combattere la speculazione. Nel nostro piccolo ci permettiamo di riproporre l’idea - da alcuni considerata provocatoria - di abolire le Borsa.
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http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/2008/01/abolire-la-borsa-sarebbe-unidea.html
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Del resto come si dice, a mali estremi, estremi rimedi.
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giovedì, febbraio 04, 2010



Il libro della settimana: Andrea Camaiora, Don Gianni Baget Bozzo. Vita, morte e profezie di un uomo-contro, Marsilio Editore - Ricerche Fondazione Craxi 2009, pp. 141, euro 13,00 - www.marsilioeditori.it


In che cosa consiste l’atipicità intellettuale di Gianni Baget Bozzo? Nel fatto che pur essendo carnalmente votato alla politica, non sposò fino in fondo alcuna chiesa: né democristiana, né comunista, né socialista. E, pur essendo prete, neppure quella vera: la Chiesa Cattolica, nonostante si sentisse ( e fosse) sincero servo di Cristo. Una Chiesa che invece lo sospese a divinis per essersi fatto eleggere a Strasburgo nelle liste del partito socialista.
Un cane sciolto, contro tutte le ideologie, ecco chi era Baget Bozzo. E di questo eterno ragazzo irresistibile parla il giovane giornalista Andrea Camaiora in un libro fresco di stampa: Don Gianni Baget Bozzo. Vita, morte e profezie di un uomo-contro, (prefazione di Stefania Craxi, postfazione di Sandro Bondi Fondazione Craxi - Marsilio Editore 2009, pp. 141, euro 13,00).
Camaiora, collaboratore della rivista on line “Ragionpolitica.it”, fondata e diretta da Baget Bozzo fino al 2009, anno della morte, traccia un ritratto onesto di “don Gianni”, cogliendone con finezza capacità intellettuali e affabulatorie.
Ma lasciamo la parola all’autore: “In una mente così lucida e raffinata tutto si legava: fede e storia, economia e politica, religione e guerra. Per don Gianni era naturale trascendere dagli schemi rigidi e costretti del contingente per allargare l’orizzonte e puntare alle cause scatenanti e spesso distanti - nel tempo e nello spazio - degli avvenimenti” .
Ecco spiegato perché personaggi come Tambroni, Craxi, Berlusconi e da ultimo Papa Ratzinger, finiscono per assumere nell’ottica visionaria (in senso positivo) di Baget Bozzo un ruolo che trascende gli eventi: la caduta di Tambroni rappresenta la fine dell’anticomunismo vaticano; l’ascesa e la caduta di Craxi, sintetizzano la parabola di un socialismo non materialista; la galoppata di Berlusconi testimonia il ritorno al potere del sano senso comune popolare e democratico. Infine, Papa Ratzinger è visto come il provvidenziale difensore dell’identità cattolica in uno dei momenti più difficili dell’intera storia del cristianesimo. Tutto questo, politicamente, può piacere o meno. Ma rappresenta una chiave di lettura transpolitica della nostra contemporaneità, non meno degna di altre.
Inoltre Camaiora ci aiuta a capire un fatto importante, di metodo: Baget Bozzo unisce sapientemente approccio filosofico e sano realismo politico, per poi risalire, in crescendo, fino al piano teologico. Salvo poi discendere di nuovo. E così via.
Impostazione che potrebbe avvicinarlo - si tratta di una semplice intuizione, da sviluppare… - a un pensatore come Reinhold Niebuhr: teologo protestante, capace di muoversi su piani diversi: sociologico, storico, filosofico, religioso; ma sempre con umile devozione cristiana verso la “lezione dei fatti”, come fonte interpretativa e di redenzione.
Dopo il 1945, scrive Baget Bozzo “noi non guardavamo la realtà, troppo misera ai nostri occhi, ma il pensiero di grandi ‘pensatori’ che erano considerati tali solo perché erano contro la realtà. Io, perché cattolico di mente, mi trovavo male in questa cultura e poi ruppi a trent’anni con essa. Ma vivevo in un mondo in cui non la realtà ma il pensiero dei pensatori della rivoluzione era il criterio di giudizio stabilito. Non dovevamo guardare la realtà ma pensare i pensatori che erano considerati tali perché erano contro la realtà, un perfetto circolo vizioso. E così dagli anni Quaranta agli anni Novanta avvenne il passaggio dal marxismo sino al nichilismo di Foucault, Derrida, ecc.; dal moderno al postmoderno, dalla rivoluzione nell’ultimo stadio del mitra sino alla sagra dei no global. Noi abbiamo vissuto in un mondo il cui il pensiero pensava che la realtà fosse il male”.
Terribile ma vero. Come uscirne? Smettendo di rifiutare la lezione dei fatti. Perché - come sottolinea Baget Bozzo - la vera rivoluzione cristiana è pensare che “il reale sia il bene”. Un reale che va guardato “con amore, non per cambiare la sua essenza (rivoluzione), ma migliorare la sua esistenza (libertà)”. Dal momento che “chi crede nella libertà crede nel bene”.
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mercoledì, febbraio 03, 2010

“Avatar” e i Balilla del XXI secolo…
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Ora basta. E’ veramente stucchevole l’insistenza della destra finian-fumettara sul valore mitico-epico di film come “Il Gladiatore” “Trecento” e ora “Avatar”. Per giunta si vuole affibbiare a tutti gli spettatori, soprattutto se giovani, una presuntiva voglia di miti politici e di conseguente action… Quasi da Balilla - spesso si ammicca - del XXI secolo.
Ma in che modo? Sicuramente sopra le righe, da magliari: costruendo su un prodotto hollywoodiano come “Avatar” una sovrastruttura in plastica culturale, dove un Martin Heidegger mal digerito va a braccetto con i Manga. E dove i giudizi di Quentin Tarantino assurgono a massime platoniche.
Probabilmente sotto la vernice post-moderna affiora a livello inconscio il vecchio discorso del cinema come arma più potente del regime, di mussoliniana memoria. Per capirsi, visto che siamo in tema, si pensi allo stralunato Dottor Stranamore di Kubrick: scienziato atomico arruolato dagli americani, ma con il braccio pavlovianamente condizionato dalla springtime hitleriana, che scatta in automatico nel saluto nazista.
Ora, come scoprirà chi avrà la pazienza di seguirci fino in fondo, anche la destra finian-fumettara è pavloviana: il “Fare Futuro” spesso rischia di trasformarsi in “Fare Remoto”, come notava Angela Azzaro sul “Fondo Magazine” di Miro Renzaglia.
Ma torniamo alla “questione mito”.
All’interno della “tentazione fascista”, ma anche comunista ( si pensi soprattutto alla cinematografia sovietica tra le due guerre), pensare il mito politico ha una ragion d’essere. Perché il cinema totalitario può tradurlo in uno strumento di mobilitazione delle masse. E dunque di action. Roba però ideologicamente esplosiva.
Inoltre il mito è una cosa seria. Leggiamo quel che scriveva Georges Sorel, che se ne intendeva, in Considerazioni sulla violenza:
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“I miti debbono essere presi quali mezzi per operare sul presente: ogni discussione sul modo di applicarli materialmente al corso della realtà, è priva di significato. Soltanto l’insieme del mito è ciò che importa; le singole parti non hanno importanza, se non per la luce che proiettano sui germi di vita, racchiusi in quella costruzione. E’ inutile, dunque, stare a ragionare sugli eventi che potrà offrire lo svolgersi della guerra sociale, e sui conflitti decisivi, capaci di dar la vittoria al proletariato. Anche se i rivoluzionari si fossero ingannati del tutto, facendosi un quadro immaginario dello sciopero generale, questo quadro potrebbe aver avuto, nel periodo di preparazione rivoluzionaria, un’efficacia di prim’ordine, purché avesse compreso pienamente tutte le aspirazioni del socialismo, e dato all’insieme dei pensieri rivoluzionari una precisione e una fermezza, che un’altra impostazione non avrebbe potuto fornire”.
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Tradotto: il “mito” è uno strumento d’azione e non qualcosa da consumare inforcando occhiali 3D e ingurgitando popcorn. Lo spettatore di “Avatar” al massimo sarà disposto a correre il rischio di mettersi in coda una seconda volta per tornare a vedere il film…
Ma oggi chi legge più Sorel? Per non parlare di Vico, che nella sua Scienza Nuova, dedica pagine pregnanti alla componente mitopoietica della cultura umana. Ma oggi chi legge più Vico?
Insomma, il “mito politico” ha alcune precise controindicazioni: intanto quella di essere totale, se non totalitario. Nonché quella di spingere l’uomo a bruciarsi nel fuoco dell’azione, costi quel costi. Non si può imbracciare la bandiera (mitica) dello sciopero generale o delle guerra come “igiene del mondo” e poi rintanarsi in una multisala. Fascisti e comunisti queste cose le sapevano: alla teoria deve seguire l’azione. Il che però è molto pericoloso. E chi desidera chiarimenti in materia, si vada a leggere la ricostruzione di Peter Viereck, Dai Romantici a Hitler, dove si spiega per filo e per segno perché il mito politico, collegato o meno a una qualche metafisica, rischia sempre di trasformarsi in una miscela esplosiva.
Certo, resta l’umano bisogno di essere qualcosa di più di quel che mangia. E perciò di “nutrire” anche la propria fantasia. E il cinema in questo ha svolto un ruolo importante. Nessuno lo nega.
Ma rimane fuorviante voler assegnare a “Avatar” (e al cinema) in un contesto democratico, divertentistico e relativistico, come quello attuale, un improbabile ruolo mobilitante, nel senso della voglia di action. Dal momento che, sociologicamente parlando, come ha notato Luisella Farinotti, studiosa di storia del cinema, al di là del film proiettato, la multisala ad alta qualità tecnologica e ricca di servizi collaterali, costituisce per un consumatore onnivoro e indifferente alla qualità del film proposto, un’ “isola di consumo”. Altro che l’austero mito soreliano…
In questo senso, conclude la Farinotti,
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“a più di un secolo dalla sua nascita, il cinema sembra proporre un’esperienza di visione molto simile a quella delle sue origini: il baraccone da fiera che offriva la nuova meraviglia del cinematografo insieme ad altre esperienze incredibili, non è molto distante da questa nuova organizzazione della fruizione affidata allo zapping di visione e consumo” .
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Quanto al relativismo che anima la nostra cultura, basti un’aurea citazione di Søren Kierkegaard. Il quale aveva acutamente notato ne Il concetto di angoscia”, che “nessun tempo è stato così veloce nel costruire i miti intellettuali come il nostro che, volendo distruggere tutti i miti, ne crea esso stesso di nuovi”. Concetto ribadito da André Malraux, ne La Speranza: “i miti sui quali viviamo sono contraddittori: pacifismo e necessità di difesa, organizzazione e miti cristiani, efficienza e giustizia, e così via”…
Altrimenti detto: il nostro tempo, soddisfa anche troppo la fame di immaginario… Fino al punto di renderci sazi e inoffensivi come tacchini… Piaccia o meno, ma questo è il prodotto del mix democrazia-consumismo-relativismo. E chi va a vedere “Avatar”, perciò, rivela solo voglia di divertirsi. Altro che i Balilla del XXI secolo…
Qui - ripetiamo - non si nega che il cinema possa svolgere una funzione di tipo epico-mitico. Ma ciò può avvenire compiutamente solo nell’ambito, di una concezione totalitaria della politica: dove non ci sia spazio per i popcorn, ma solo per la spada. Una visione che si ritrova in Guillaume Faye, autore molto apprezzato negli ambienti neofascisti più scalmanati. Il quale, e qui cade l’asino, viene spesso citato anche dalla destra educata, “finian-fumettara”. Che evidentemente non riesce a controllare il suo braccetto, proprio come il Dottor Stranamore...
Del resto le democrazie hanno sempre guardato, almeno ufficialmente, con diffidenza al mito. Perché contrastante con una visione della politica come pacato discorso pubblico.
Perciò delle due l’una: o si accetta, una volta per tutte, la democrazia postmoderna, dove il mito va a braccetto con i popcorn. Che sarebbe la scelta intellettualmente più onesta. Oppure si riparte da Sorel. Rinunciando agli occhiali 3D. Scelta in fondo altrettanto onesta, ma pericolosa per la democrazia. Perché optando per la mitografia soreliana la “tentazione fascista” potrebbe sempre riaffacciarsi.
Mentre quel che resta disonesto è continuare a contrabbandare le infiocchettate pappine di Hollywood come cibo mitopoietico. E solo per poter svolazzare sulla tavola imbandita della politica. Per farla breve: inneggiare all’ epica di “Avatar” strizzando l’occhio, per le regionali, all’UdC…
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martedì, febbraio 02, 2010

La politica estera di Berlusconi dei "giri di valzer". Ma fino a quando?
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Come valutare la politica estera di Berlusconi? Da profani, diciamo che andrebbe giudicata dal punto di vista degli interessi geopolitici, storici e attuali, di una media-grande potenza, com'è appunto l'Italia: dell’aderenza o meno alle costanti geopolitiche che ne hanno dettato la politica estera dall’Unità ai nostri giorni.
Ora, sotto tale profilo la politica estera del centrodestra (come quella dei governi di centrosinistra), continua a muoversi lungo i tradizionali binari mediterranei e balcanici. L'Italia, pur dichiarando, come in passato, di essere fedele agli alleati di riferimento (dalla Triplice Allenza alla Nato), continua a guardare, come ha sempre fatto nella sua storia, a Est e Sud. Ferma restando l’opzione "ufficiale" per l’Occidente (rovesciata, solo una volta, e con risultati disastrosi, nella seconda metà degli anni Trenta).
Berlusconi vi ha aggiunto di suo un maggiore attivismo, tipico dell'imprenditore e dell'uomo. Infatti, pur confermando l’opzione americana e israeliana, il Cavaliere ha continuato a sviluppare, a ritmo piuttosto intenso, rapporti economici con la Libia, l’Iran, la Russia e gli stati balcanici e caucasici. Nonché con la Turchia.
Gli statunitensi, per ora sopportano l’attivismo soprattutto geo-economico di Berlusconi (in verità l’attuale amministrazione Obama-Clinton un po’ meno), a causa dell’utile presenza militare italiana in Afghanistan e in altri scenari caldi. Mentre gli europei, in particolare britannici e tedeschi, un po’ meno.
Gli inglesi non vedono di buon occhio l’attivismo italiano in Medio Oriente, e i tedeschi quello verso Russia e Turchia. Anche qui sono in gioco le storiche opzioni geopolitiche di inglesi e tedeschi. Mentre i francesi, per il momento stanno a guardare (come fanno almeno da novant’anni, dalla pace di Versailles). Pur non digerendo del tutto la presenza italiana in Libano.
Ora, qualsiasi dichiarazione politica di Berlusconi (che, a tutti gli effetti, è il Ministro degli Esteri, altro che Frattini…) va letta come rivolta a guadagnare spazio per la sua attiva politica geo-economica. Come ad esempio, da ultima, l’idea dell’ ingresso di Israele nella Ue. Che, difficilmente avverrà, e che per gli alleati europei rischia solo di risolversi, come Berlusconi sa benissimo, nella famigerata “patata bollente”. Mentre consente all’Italia di poter continuare, presentandosi ufficialmente come alleato fedele di Israele, i suoi “giri di valzer” con i nemici mediorientali di Gerusalemme. E tutto ciò è sicuramente molto abile.
Tuttavia vanno segnalati due limiti.
In primo luogo, la politica estera di Berlusconi è di natura geo-economica piuttosto che geopolitica in senso proprio. E questo per ragioni oggettive: le risorse italiane, militari e di materie prime, sono da sempre poca cosa. Di qui la necessità di fare buoni affari con tutti... O almeno con chi eventualmente "ci stia".
In secondo luogo, i “giri di valzer”, sebbene all’interno di quelle che sono le costanti geopolitiche italiane dall’Unità ai nostri giorni, non possono durare all’infinito. Prima o poi la storia mette davanti a scelte precise. Semplificando al massimo: nel 1915, l’Italia scelse l’Occidente, nel 1940 l’anti-Occidente, nel 1945, l’Occidente. Ora, dopo il biennio 1989-1991 i giochi si sono riaperti. Quindi Berlusconi e i governi che seguiranno (anche di segno opposto) dovranno fare, prima o poi, una scelta precisa.
Barcamenarsi all’infinito, anche in modo brillante, quando non si hanno sufficienti risorse militari e di materie prime, non è possibile. Il tenersi in equilibrio tra nazioni e alleanze opposte, implica prima o poi la prova di forza. E una potenza militarmente medio-grande resta tale. Da sola non può farcela. Anche se ogni tanto mostra i muscoli (ma anche questo rientra nei calcolati "giri di valzer" berlusconiani...). Come è accaduto di recente con l'invio all’isola di Haiti della portaerei Cavour. Scelta che ha irritato gli americani (altro che le dichiarazioni di Bertolaso...).
Perciò, ripetiamo, l’Italia prima o poi dovrà schierarsi.
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