venerdì, dicembre 03, 2010

Due parole su Mario Monicelli
.
Mario Monicelli era ruvido di modi, chiuso e supponente. A differenza di quanto ora si dice, il regista non amava il popolo, e se lo amava lo amava dall’alto, molto dall’alto… Come del resto illustra la sua filmografia, da cui il popolo, in particolare italiano, esce a pezzi: avido, arruffone, vigliacco, antieroico per eccellenza, una plebe che muore sempre battendo i denti.
Piaceva alla sinistra? Non da subito. I suoi film ancora negli anni Settanta erano recensiti quasi sempre negativamente. Dopo di che, i vari Veltroni - contrordine compagni - lo sdoganarono. Celebrando proprio quel che del regista non era mai piaciuto ai comunisti: il monadico e dissacrante individualismo. Ora che non c’è più, si incensa il “compagno” Monicelli addirittura come “rivoluzionario": un regista ultraborghese che sul set era più duro di un ufficiale coloniale britannico, soprattutto con i giovani. Ma si sa, a una sinistra onnivora tutto è permesso.
Da manuale, anche nell’abbigliamento gauchiste, la compagnia di giro esibitasi in via dei Serpenti e dintorni. Perfino nelle modalità della morte, frutto di una devastante disperazione da ateo non devoto, i post-compagni hanno voluto scorgere una scelta di libertà. Un esempio quindi. Certo, soprattutto per gli adolescenti a rischio...
Per quale ragione i suoi film piacevano tanto agli italiani? Probabilmente, perché facevano ridere. Ma come si ride - ecco il punto - quando ci si guarda attraverso uno specchio deformato. Tutto qui.
. .
copyright © 2010 - all rights reserved. Tutti i diritti sono riservati. Per richiedere la riproduzione del post scrivere all'indirizzo e-mail: carlogambescia@yahoo.it
.

12 commenti:

Giacomo Gabellini ha detto...

Sul fatto che l'Italia sia il paese degli interessati interessi al feretro per eccellenza concordo pienamente con te Carlo. Tuttavia trovo piuttosto duro il tuo giudizio su Monicelli, che ha sempre espresso una certa riluttanza nei confronti della "plebe", ostentando una boria difficilmente emulabile. Tuttavia si è trattato, a mio modesto parere, di un regista molto capace e sarcastico, che ci ha lasciato film memorabili. Il suo suicidio è stato, come sempre, strumentalizzato dai soliti radicali, ma non esclusivamente da loro, poichè anche in certi ambienti cattolici hanno dato luogo ad un'isterica alzata di scudi anti-euthanasia. Personalmente, credo che Monicelli non dovesse chiedere il permesso a chiccessia per disporre della propria vita come meglio credeva. E credo che nessuno, nè i radicali nè tantomeno le varie Binetti di turno, arebbe dovuto azzardarsi ad esprimere giudizi. Ma si sa, in tempi di tuttologia universale, ciascuno è "tenuto" ad entrare nel merito delle questioni, anche le più intime e personali, e di uscirsene con la propria "perla" universalistica. Un vero e proprio abominio. Un saluto e un abbraccio.

Anonimo ha detto...

Stranamente, Carlo, mi trovi d'accordo con te nonostante l'ammirazione che ho per questo grande regista italiano.
Probabilmente Monicelli era così, apparteneva a quella categoria di artisti (o artigiani geniali...) che il popolo non lo amano per niente e per i quali alla fine il lavoro è tutto. E' tipico di molti grandi che hanno segnato il '900: Joyce (a livelli diversi...), Bob Dylan (di un egoismo e di un narcisismo rivoltanti...) e altri. Aristocratici e snob in un'epoca democratica che li ha resi famosi.
Il che non comporta per forza detestarli per quello che sono. Alla fine, un artista va stimato per quello che fa, non per quello che è. Che su Monicelli ci sia espressi troppo e a sproposito (da destra come da sinistra), che troppi mediocri si siano sentiti in diritto di dire la loro com'è tipico di questi tempi, è indubitabile. Ci rimangono i suoi film. Un altro grande e geniale misantropo, Paolo Villaggio, sul regista si è espresso nel modo più sincero: "Era già morto, perché vecchio. Di lui non si parlava più. Se non altro, per qualche giorno in tv vedremo una bella antologia dei suoi film e non la solita spazzatura". Cito a memoria, ma il senso era questo.
Ciao.
Claudio Ughetto.

roberto buffagni ha detto...

Diceva Ugo Tognazzi che in Italia, più le cose vanno male più spuntano i comici, e che se un giorno andremo al macello, ci arriveremo morti dal ridere.

Un altro grande autore comico, Georges Feydeau, diceva che il comico "prima pensa triste".

Io, dopo tanti anni che studio il varietà e la rivista, dopo aver conosciuto e voluto bene a tanti vecchi comici, da Walter Chiari a Raimondo Vianello, da Cecè Doria alle Sorelle Nava a Lino Banfi, dopo avere anche scritto degli spettacoli di rivista, dico a ragion veduta:

"Ammazza se è triste il varietà italiano, ragazzi! Ammazza che disperazione, che rovina, che storia andata a male che c'è dentro!"

E adesso, maleducatamente, mi autocito:

"Ugo [Tognazzi] è infatti il massimo interprete di due qualità umane e italiane apparentemente contraddittorie: l'innocenza, e l'indecenza. [...]
Innocenza vuol dire, qui, che etica, civiltà, politica, morale, principi, legge, religione, e insomma l'intero edificio storico e spirituale del dover essere adulto, sono vissuti e indossati come un leggero e buffo berrettino che se ne vola via alla prima giocosa manata, al primo casuale soffio di vento. Non si giura fedeltà, non si mantiene la parola data a un berrettino. Piacere, convenienza, capriccio, affetto, simpatia, impulso, vanità, comodo, stupore, paura, voglia, delusione, gioia: solo queste sono le solide realtà, i veridici punti cardinali dell'esperienza, e vanno inseguiti e testimoniati usque ad sanguinem.

Indecenza vuol dire la stessa cosa. Che etica, civiltà, politica, morale, principi, legge, religione eccetera sono una diafana mano di vernice svogliatamente pennellata sull'amoralità dei desideri individuali. In una formula: sola verità della vita è il perseguimento dei desideri infantili con tutti i mezzi a disposizione di un adulto (per parafrasare von Clausewitz, la maturità è il proseguimento dell'infanzia con altri mezzi).

Chi ne avesse voglia può proseguire lo studio di questa costellazione umana della quale Ugo fu sommo interprete drammatico, e ritrovarci tutte le analisi del carattere dell'italiano da Francesco Guicciardini (riduzione di tutto al minimo comun denominatore del proprio "particulare" come condanna storica degli italiani) a Pierpaolo Pasolini (la creaturalità edenica del popolo italiano che finisce ignara vittima consenziente dell'omologazione consumistica, come un Pinocchio che non possa e non voglia fuggire dal Paese dei Balocchi).

La struggente dolcezza del "serale conversare", sulle porte delle case d'un tempo, nell' "ora italiana"; e la sciagurata furbizia, l'inesorabile cinismo, la letale ipocrisia, la marmorea indifferenza che infestano la nostra storia.

"La supercazzola (istruzioni per l'Ugo), a cura mia, Mondadori, Milano 2006

Che se la veda Dio, che c'è!, con Monicelli e con l'Italia. Ormai noi, o almeno io, non ce la facciamo più.

di Carlo Gambescia ha detto...

Grazie amici degli interessanti commenti. E' sempre un piacere ospitarvi.
Un abbraccio!

Carlo

scandalizzareeundiritto ha detto...

Però,caro Carlo,non negherai che "I soliti ignoti" (cito il più importante, per me), sia un film pulito e morale (non moralista o peggio come vogliono essere alcuni film, dei "nostri" giorni, penso all'"ultimo" Moretti). I Cinquanta... anni così (e raccontati così) ce li sogniamo ancora, soprattutto dopo la tempesta dei Sessanta.
Circa il rapporto, poi, fra un artista e il pubblico, ebbene ti ricordo cosa diceva Montanelli della Callas o che "tipo" fosse Warhol...
La "Grande guerra", poi, come sai scatenò un putiferio e lì la destra, quella che non riesce e non riouscirà mai a ridere, diede il peggio di sè.
Ciao; Marco :-)

ANGELO CICCARELLA ha detto...

Caro Carlo, hai perfettamente centrato il profilo del regista. Ho notato in tivvù, i tanti commentatori politic correttic - non è un refuso - che volutamente omettevano la fine tragica di Monicelli, e a detta del presidente Napolitano, addirittura un atto di volontà forte che andrebbe comunque rispettato. Il guaio è che non si vergognano i compagni, come Uolter Veltroni insegna, perfino il suicidio è un atto politico, frutto di chissà quale dignità e segno di libertà di decidere sulla propria vita. Non bisogna essere religiosi per spernacchiare tali tragiche fesserie, tanto più se cariche di messaggi devastanti che dimostrano il livello infimo di una certa società radical chic, post comunista. Il dolore sopportato da molti malati, il coraggio e il sacrificio di chi si aggrappa alla vita tra atroci sofferenze, non fa notizia, no, invece si esalta il suicidio di un disperato senza fede, nemmeno per la vita.
Caro Carlo, non sono le rovine di Pompei che crollano a farmi rattristare, ma il crollo della memoria, della dignità, dei valori, della Vita, dell'anima di un popolo smarrito a causa dell'ideologia di morte.
Solo un dio ci può salvare, Heidegger docet.

di Carlo Gambescia ha detto...

Grazie Angelo dell'appassionato commento.
Intanto però, potrebbe salvarci la lettura di Del Noce e Niebhur... E ovviamente anche di Silvano Panunzio.

Benvenuto Marco Iacona!
Forse sono all'antica ma trovo più sincero, e ugualmente divertente, "Prima Comunione" di Fabrizi ;-) E se proprio devo salvare un film di Monicelli, salverei "I compagni" che, guarda caso, il Nostro riteneva non riuscito bene...
Ridere, infine, va benissimo. Capirai. Il problema però resta quello di quando smettere.

scandalizzareeundiritto ha detto...

Grazie!
forse perchè mi ritengo ancora giovane (illuso!), ma non ho mai capito il rapporto della "destra" con l'umorismo del 900. Petrolini sì Totò sì, Fabrizi sì, Blasetti sì, Peppino de F. sì, Risi sì i Vanzina sì ecc, ma Eduardo no Monicelli no, Verdone (forse) no, Woody manco a parlarne, Chaplin poi...
ho citato alla rinfusa, per ognuno di loro ci sarebbero 1000 questioni da approfondire. ma per caso non ci saranno (ancora) riserve di tipo ideologico o peggio di tipo partitico? - quello che piace a te non può piacere a me e viceversa... Woody Allen è mille volte più "fascista" di un Eastwood (oggi)- sarei prontoi a ripeterlo anche dinanzi al Grande inquisitore.
E poi: Chaplin è 'politico' d'accordo ma meglio lui che Antonioni o Lizzani?
A presto.

Anonimo ha detto...

Wow! Grazie! Ho sempre voluto scrivere nel mio sito qualcosa di simile. Posso prendere parte del tuo post sul mio blog?

di Carlo Gambescia ha detto...

Grazie a te Marco.
Non credevo che citando, ingenuamente, Fabrizi, avrei scatenato il tuo furore “dicotomico” :-)
A dire il vero, a me piace “Roma città aperta”: ogni volta che lo guardo mi commuovo fino alle lacrime. E adoro il teatro di Eduardo. Forse perché, in senso stretto, non sono di destra? Boh… Però lascerei il gioco del dimmi come ridi e di dirò come voti ai post-fascisti immaginari :-)
Più serio sarebbe invece scoprire e studiare a fondo, sulla scia delle intuizioni di Noventa e Del Noce (ma anche di Matteucci e Vivarelli), quanto azionismo (antropologico-politico) risorgimentale sia confluito - sulla base dell’idea della “Nuova Italia” e del “Nuovo Italiano da costruire” - nel fascismo e nell’antifascismo (soprattutto di matrice liberalsocialista).
Parlo del modello di “Perfetto Italiano: da un lato tutto “dio, patria, famiglia”, dall’altro tutto progresso, senso civico, libertà: due immagini, speculari da contrapporre all’ “Italiano Cialtrone”, imperfetto…
Perché è di lì vengono “anche” due modi differenti di ridere, ma speculari, perché appartengono a un’unica antropologia come dire, perfettista, per dirla con il vecchio Rosmini.
Certo, è solo un’ipotesi. E per estenderla al cinema, una volta consolidato lo spunto teorico qui da me accennato, ci sarebbe comunque da lavorare. Ma forse tu Marco ne saresti all’altezza…

P.S.
Ti invito a leggere, scusandomi per l’autocitazione, anche il mio profilo del “risismo”: http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/2008/06/dieci-giorni-dalla-scomparsa-di-dino.html


Per l'anonimo che desidera riprendermi: si può presentare? Anche in privato: carlogambescia@yahoo.it

Roberto ha detto...

Ciao Carlo,
non sono assolutamente un esperto di cinema e di Monicelli ho visto solo la serie di "Amici miei", comunque non mi aspettavo un Monicelli così come lo descrivi; mi fido di quel che dici e prima di esprimere consenso o dissenso, dovrei vedere tutti gli altri film.
Indubbiamente la "sinistra" ora cavalca sul suo estremo gesto per fare propaganda. Anche se non sono un estimatore dell'Opus Dei, mi trovo pienamente d'accordo con la Binetti: il suo gesto è quello di un uomo disperato, lasciato solo.
Non aggiungo altro.
Un abbraccio,
Roberto

di Carlo Gambescia ha detto...

Grazie Roberto del puntuale commento.
Ricambio l'abbraccio!
Carlo