"Romanzo criminale"
Qualche riflessione su media e violenza
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Dal 18 novembre andrà in onda su Sky la seconda serie di “Romanzo criminale”. Sorprende - ma fino a un certo punto - il successo televisivo “mondiale” ( http://www.corriereinformazione.it/201011115070/intrattenimento/tv-cinema-e-musica/romanzo-criminale-2-un-successo-mondiale-guarda-il-video.html ) di storie che riguardamo un gruppo di feroci e determinati delinquenti romani. Del resto, basta fare un giro su YouTube, ad vocem , per leggere giudizi entusiasti sul "valore" del “Libanese” e sodali.
Lo scrittore-magistrato De Cataldo, autore dell’ omonimo romanzo e supervisore della serie televisiva, ha già messo le mani avanti, dichiarando che nella seconda stagione ci troveremo davanti a "una parabola che ha qualcosa di tragico" E che perciò "la guardino soprattutto quelli che hanno detto che c'era un'esaltazione dei cattivi nella prima. Qui c'è la resa dei conti”.
Ne prendiamo atto, ma il punto è un altro. Anche perché a “Romanzo Criminale” vanno affiancate le più diverse produzioni televisive, di pari successo, rivolte a celebrare il ruolo positivo di polizia, magistratura eccetera, serial che godono di altrettanta ammirazione su You Tube.
Che c’è allora che non va? La dietrologia e il sociologismo facile. Ci spieghiamo subito. I media usano presentare i protagonisti delle fiction (siano poliziotti o criminali) come vittime di un potere più grande di loro che si manifesta attraverso determinismi sociali, capaci di scattare inesorabili: il superiore venduto, il politico intrigante, il poliziotto corrotto, o al contrario il poliziotto onesto ma sfortunato, il superiore integerrimo ma vittima dei potenti di turno, e così via, passando dal micro al macro.
Però in questo modo i media seminano soltanto incertezza e senso di impotenza. Detto altrimenti: al tempo stesso non rafforzano la lealtà dei cittadini nei riguardi delle istituzioni né la capacità di protestare o la voglia di impegnarsi democraticamente. Mentre alimentano nella gente la paura di finire sotto le ruote di una macchina sociale apparentemente inarrestabile. Di qui certo conformismo sociale autodifensivo, dietro il quale però si scorge un gusto collettivo, oggi abbastanza diffuso e talvolta manifesto tra i giovani, per la violenza individuale in quanto tale, come strumento di rapido annullamento dell’altro: una violenza gratuita e tesa alla pura autoaffermazione.
Diciamo che si tratta di una violenza traslata : l’individuo non potendo dirigerla sulle istituzioni, la interiorizza e trasferisce sull’altro.
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Dal 18 novembre andrà in onda su Sky la seconda serie di “Romanzo criminale”. Sorprende - ma fino a un certo punto - il successo televisivo “mondiale” ( http://www.corriereinformazione.it/201011115070/intrattenimento/tv-cinema-e-musica/romanzo-criminale-2-un-successo-mondiale-guarda-il-video.html ) di storie che riguardamo un gruppo di feroci e determinati delinquenti romani. Del resto, basta fare un giro su YouTube, ad vocem , per leggere giudizi entusiasti sul "valore" del “Libanese” e sodali.
Lo scrittore-magistrato De Cataldo, autore dell’ omonimo romanzo e supervisore della serie televisiva, ha già messo le mani avanti, dichiarando che nella seconda stagione ci troveremo davanti a "una parabola che ha qualcosa di tragico" E che perciò "la guardino soprattutto quelli che hanno detto che c'era un'esaltazione dei cattivi nella prima. Qui c'è la resa dei conti”.
Ne prendiamo atto, ma il punto è un altro. Anche perché a “Romanzo Criminale” vanno affiancate le più diverse produzioni televisive, di pari successo, rivolte a celebrare il ruolo positivo di polizia, magistratura eccetera, serial che godono di altrettanta ammirazione su You Tube.
Che c’è allora che non va? La dietrologia e il sociologismo facile. Ci spieghiamo subito. I media usano presentare i protagonisti delle fiction (siano poliziotti o criminali) come vittime di un potere più grande di loro che si manifesta attraverso determinismi sociali, capaci di scattare inesorabili: il superiore venduto, il politico intrigante, il poliziotto corrotto, o al contrario il poliziotto onesto ma sfortunato, il superiore integerrimo ma vittima dei potenti di turno, e così via, passando dal micro al macro.
Però in questo modo i media seminano soltanto incertezza e senso di impotenza. Detto altrimenti: al tempo stesso non rafforzano la lealtà dei cittadini nei riguardi delle istituzioni né la capacità di protestare o la voglia di impegnarsi democraticamente. Mentre alimentano nella gente la paura di finire sotto le ruote di una macchina sociale apparentemente inarrestabile. Di qui certo conformismo sociale autodifensivo, dietro il quale però si scorge un gusto collettivo, oggi abbastanza diffuso e talvolta manifesto tra i giovani, per la violenza individuale in quanto tale, come strumento di rapido annullamento dell’altro: una violenza gratuita e tesa alla pura autoaffermazione.
Diciamo che si tratta di una violenza traslata : l’individuo non potendo dirigerla sulle istituzioni, la interiorizza e trasferisce sull’altro.
Concludendo, il problema di certe produzioni televisive non è l'esaltazione del buono o del cattivo, ma l'enfatizzazione della violenza a fronte - perché il messaggio è questo - di un mondo che non potrà mai essere cambiato "né con le buone né con le cattive"... "Cattive", però, che possono essere usate contro chiunque, individualmente, ci dia fastidio. Dal momento che le "buone" impongono tempi lunghi... La bontà non sempre è riconosciuta e gradita... Mentre che c'è di più rapido di un pugno - o di peggio - per "regolare un conto in sospeso"?
La violenza come forma di guerra tra "poveri"? Forse. E fiction come "Romanzo criminale" non aiutano.
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copyright © 2010 - all rights reserved. Tutti i diritti sono riservati. Per richiedere la riproduzione del post scrivere all'indirizzo e-mail: carlogambescia@yahoo.it
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2 commenti:
Ciao Carlo,
"Romanzo criminale" è tra i DVD che comprato ma che non ho ancora visto. Tuttavia, il tuo post da informazioni sufficienti perché io possa dire qualcosa su un tema che, come certamente hai capito, "mi è caro".
Solo tre punti:
1) il fatto che i banditi finiscano male non scoraggia più di tanto chi propenda alla loro emulazione. Ti ho già parlato del film su John Dillinger e quello su Jacques Messrine: la loro vita è dipinta con toni gloriosi; la loro morte con i toni del martirio, la qual cosa li rende ancora più affascinanti, degni dell'amore dovuto alle "vittime del sistema".
2) le scene di violenza, soprattutto quelle più cruente e sanguinose, si imprimono nella immaginazione, in quanto richiamano uno di quegli istinti primari che la nostra vita di inurbati ha soltanto sopito. Sono un po' come per un adolescente una scena pornografica, e rappresentano un copione che torna subito alla nostra mente, tanto è facile e piacevole da interpretare, in un momento d'ira furibonda.
3) Oltre ai "flash" violenti, ne abbondano tanti altri che alimentano il nostro caos o, come dici tu, la nostra "guerra fra poveri". Per citarne solo alcuni, il caldo colore del whisky o del cognac, in larghi e pregiati bicchieri; la travolgente sensualità di rapporti adulterini; le reazioni isteriche e ribelli, preludio a liberazioni che promettono una grande felicità; infine, per chiudere il cerchio con un tipo particolare di violenza, il gesto del suicidio, sembre molto nobile e, anche quello, liberatorio.
In senso opposto alla rappresentazione laudativa, aggiungo la ridicolizzazione dell'uomo di studi, di quello religioso e di altri modelli morigerati, poco idonei alle pratiche violente e alla trasgressione in genere.
I risultati di tanto bombardamento sono sempre più visibili, soprattutto tra i giovani, i quali, non avendo avuto il tempo di imbeversi di pulsioni più civili, hanno molto posto per accogliere i contenuti suddetti.
Mi sento un po' come un liceale che ha scritto un tema! Spero di non risultare ripetitivo!
Un abbraccio e a presto.
Michele
:-) Grazie Michele del contributo, come sempre interessante.
Ricambio l'abbraccio!
Carlo
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