Pasolini e la modernità
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Come ogni anno, all'inizio di novembre, commemorando Pasolini si torna a parlare del suo rapporto con modernità. Perciò ci permettiamo anche noi di sottoporre ai lettori alcune riflessioni. Però prendendola da lontano.
Nelle Lettere. 1940- 1975 (Einaudi, Torino 1988), ce n'è una a Gianni Scalia, del 3 ottobre 1975, sociologo e amico di Pasolini, dove lo scrittore si congratula con lo studioso per una "bellissima idea" . Scrive Pasolini: "la tua idea di 'tradurre' in termini di economia politica ciò che io dico giornalisticamente mi sembra non solo bellissima, ma da attuarsi subito" ( vol. II, p.748).
Ora, al di là del notevole interesse del progetto (del cui destino nulla sappiamo), la lettera illumina un aspetto fondamentale dell'opera di Pasolini. Quale? La sua estrema creatività, ma anche "invasività" : come capacità di cimentarsi con le forme artistiche, espressive, e di comunicazione più varie, "colonizzandole" e piegandole alla propria poetica e ai propri valori culturali. Sicuramente la traduzione "economica" dei suoi scritti giornalistici avrebbe suscitato in lui nuovi interessi verso la "scienza triste". E chissà forse nuove sollecitazioni, letture, e scoperte.
Va però segnalato anche il rovescio della medaglia. Essere estremamente creativi, come Pasolini (anche a tutti i costi, come notano gli osservatori meno benevoli), passando da un campo all'altro (dal romanzo al cinema e alla critica sociale, sociologica ed economica), ha un suo prezzo: quello di seminare il proprio il cammino artistico di perle (romanzi, poesie, film, eccetera) e intuizioni, spesso brucianti, ma proprio perché tali, poco organiche e di difficile se non di impossibile interpretazione "postuma".
Detto questo, dobbiamo però tornare alla questione della modernità. Tema sul quale resta di grande utilità il libro dedicatogli da Giulio Sapelli. Un bel saggio uscito qualche anno e, dispiace dirlo, passato inosservato: Modernizzazione senza sviluppo. Il capitalismo secondo Pasolini (Bruno Mondadori 2005), all’epoca passato. Un libro, invece, importante. E per almeno due ragioni: in primo luogo perché consente di fare il punto sulle analisi economiche e sociologiche di Pasolini ( e, in questo senso, riprende e sviluppa il progetto di Scalia). In secondo luogo, perché, grazie al taglio problematico il testo mette bene in luce la difficoltà, per ogni studioso, di riuscire a decifrare un pensiero intuitivo, prensile e febbrile come quello di Pasolini.
Ma entriamo nel merito. Sapelli illustra con grande chiarezza come Pasolini sul problema della modernizzazione capitalistica non abbia mai avuto una posizione precisa: per un verso, sembra essere contrario (si veda la sua critica dei processi di massificazione e omologazione, pp. 27-36, 107-137 ) per l'altro però, e Sapelli documenta bene, Pasolini pare sostenere, condividendo addirittura, l'ottimismo evoluzionistico engelsiano (p. 31), lo sviluppo delle forze produttive, come meccanismo evolutivo fondamentale per il passaggio dalla "preistoria" (il capitalismo) alla "storia" (il socialismo). Perciò per Pasolini il problema dei problemi, sotto l'aspetto politico, sembra essere quello di come far collimare in termini moralmente accettabili - all'interno di una modernità, a questo punto necessariamente capitalistica, soprattutto se l'obiettivo "evolutivo" finale è quello del socialismo - sviluppo culturale e sviluppo delle forze produttive (p.165), crescita economica e crescita intellettuale e culturale (p.155).
Il che suggerisce una domanda, che Sapelli non si è posto: un Pasolini redivivo si batterebbe per la crescita o per la decrescita?
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copyright © 2010 - all rights reserved. Tutti i diritti sono riservati. Per richiedere la riproduzione del post scrivere all'indirizzo e-mail: carlogambescia@yahoo.it
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Come ogni anno, all'inizio di novembre, commemorando Pasolini si torna a parlare del suo rapporto con modernità. Perciò ci permettiamo anche noi di sottoporre ai lettori alcune riflessioni. Però prendendola da lontano.
Nelle Lettere. 1940- 1975 (Einaudi, Torino 1988), ce n'è una a Gianni Scalia, del 3 ottobre 1975, sociologo e amico di Pasolini, dove lo scrittore si congratula con lo studioso per una "bellissima idea" . Scrive Pasolini: "la tua idea di 'tradurre' in termini di economia politica ciò che io dico giornalisticamente mi sembra non solo bellissima, ma da attuarsi subito" ( vol. II, p.748).
Ora, al di là del notevole interesse del progetto (del cui destino nulla sappiamo), la lettera illumina un aspetto fondamentale dell'opera di Pasolini. Quale? La sua estrema creatività, ma anche "invasività" : come capacità di cimentarsi con le forme artistiche, espressive, e di comunicazione più varie, "colonizzandole" e piegandole alla propria poetica e ai propri valori culturali. Sicuramente la traduzione "economica" dei suoi scritti giornalistici avrebbe suscitato in lui nuovi interessi verso la "scienza triste". E chissà forse nuove sollecitazioni, letture, e scoperte.
Va però segnalato anche il rovescio della medaglia. Essere estremamente creativi, come Pasolini (anche a tutti i costi, come notano gli osservatori meno benevoli), passando da un campo all'altro (dal romanzo al cinema e alla critica sociale, sociologica ed economica), ha un suo prezzo: quello di seminare il proprio il cammino artistico di perle (romanzi, poesie, film, eccetera) e intuizioni, spesso brucianti, ma proprio perché tali, poco organiche e di difficile se non di impossibile interpretazione "postuma".
Detto questo, dobbiamo però tornare alla questione della modernità. Tema sul quale resta di grande utilità il libro dedicatogli da Giulio Sapelli. Un bel saggio uscito qualche anno e, dispiace dirlo, passato inosservato: Modernizzazione senza sviluppo. Il capitalismo secondo Pasolini (Bruno Mondadori 2005), all’epoca passato. Un libro, invece, importante. E per almeno due ragioni: in primo luogo perché consente di fare il punto sulle analisi economiche e sociologiche di Pasolini ( e, in questo senso, riprende e sviluppa il progetto di Scalia). In secondo luogo, perché, grazie al taglio problematico il testo mette bene in luce la difficoltà, per ogni studioso, di riuscire a decifrare un pensiero intuitivo, prensile e febbrile come quello di Pasolini.
Ma entriamo nel merito. Sapelli illustra con grande chiarezza come Pasolini sul problema della modernizzazione capitalistica non abbia mai avuto una posizione precisa: per un verso, sembra essere contrario (si veda la sua critica dei processi di massificazione e omologazione, pp. 27-36, 107-137 ) per l'altro però, e Sapelli documenta bene, Pasolini pare sostenere, condividendo addirittura, l'ottimismo evoluzionistico engelsiano (p. 31), lo sviluppo delle forze produttive, come meccanismo evolutivo fondamentale per il passaggio dalla "preistoria" (il capitalismo) alla "storia" (il socialismo). Perciò per Pasolini il problema dei problemi, sotto l'aspetto politico, sembra essere quello di come far collimare in termini moralmente accettabili - all'interno di una modernità, a questo punto necessariamente capitalistica, soprattutto se l'obiettivo "evolutivo" finale è quello del socialismo - sviluppo culturale e sviluppo delle forze produttive (p.165), crescita economica e crescita intellettuale e culturale (p.155).
Il che suggerisce una domanda, che Sapelli non si è posto: un Pasolini redivivo si batterebbe per la crescita o per la decrescita?
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6 commenti:
Infine direi che il pensiero politico e sociologico di Pasolini vada ridimensionato. Per quanto strutturato, interessante, ricco e appunto "invasivo", resta in qualche modo una forma di "poetica", quindi diverso da un pensiero scientifico.
Bisogna capire questo. Perchè ad una analisi scientifica il suo pensiero non regge; può divenire persino una forma di populismo deteriore.
Grazie del commento!
Abbraccio
Carlo
Per la crescita, è naturale. Nonostante tutto, era pur sempre un marxista anni Settanta. E se pensiamo che oggi ci viene proposto lo stesso ottimismo engelsiano e pure senza la benché minima consapevolezza ...
;-) Grazie del commento!
Azzardo l'ipotesi che PPP parli la lingua dei suoi interlocutori e il suo marxismo/comunismo sia più retorico che reale... Diversa cosa è l'analisi della degradazione culturale, che ha squarci davvero geniali
(se Carlo me lo permette e non lo taglia, leggete questo documento: http://www.unavoceverona.it/documenti/Pasolini%20e%20la%20tavola%20rotonda%20del%20'69%20sulla%20liturgia%20con%20E.%20Balducci%20%20Burgalassi%20%20Marsili%20e%20Zizola.pdf e ditemi chi è più "cattolico", lui o il pretame che lo fronteggia).
Colgo l'occasione, per chiedere a Carlo che ne pensa dell'ipotesi Zigaina.
Come vedi, caro Luigi, pubblico, pubblico ;-)
Basta concordare.
Quanto all' ipotesi Zigaina, non occupandomi di fantascienza, non saprei cosa dire... ;-)
Un abbraccio.
Carlo
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