La tolleranza questa sconosciuta…
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Impedire di parlare a un sindacalista, come è capitato qualche settimana fa a Raffaele Bonanni è un brutto segno dei tempi. Purtroppo, pare si sia dimenticato il clima di intolleranza, non solo verbale, che poi sfociò nella violenza terrorista degli “Anni di piombo”… Possibile sia così difficile capire che dietro l’ intolleranza c’è sempre il settarismo? E che dietro il settarismo, si nasconde il delirio di onnipotenza del fanatico che ritiene di possedere la storia chiavi in mano?
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Tolleranza, “trucchetto” o conquista?
Per contro, la moderna idea di tolleranza, come è possibile leggere in qualsiasi manuale storico, nasce, “per stanchezza” alla fine delle Guerre di religione: conflitti che avevano insanguinato il Cinquecento e il Seicento. Una conquista preziosa, liquidata però come “trucchetto” liberal-borghese dai totalitarismi novecenteschi. Ma snobbata anche dai pittoreschi profeti della controcultura anni Sessanta, storditi dal contorto messaggio di liberazione, anche sessuale, della filosofia marcusiana. E qui torna giusto ricordare che per il Marchese di Sade, poi riscoperto e apprezzato dagli pseudo-rivoluzionari sessantottini, “la tolleranza è la virtù del debole”. Ma su questi aspetti “genealogici” rinviamo al notevole libro di Riccardo De Benedetti, La Chiesa di Sade. Una devozione moderna (Medusa ).
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Che fatica essere tolleranti…
Torniamo a noi. Che cosa vuol dire essere tolleranti? Sul piano umano e politico significa rispettare le idee degli altri. Cosa che richiede un’attitudine a mostrarsi ragionevoli, comprensivi verso le idee religiose, politiche, economiche, diverse o contrarie.Facile, no? E invece metterla in pratica non è così semplice. Si pensi ad esempio al rapporto tra lotta politica, tolleranza e intolleranza. Questione ignorata dagli stessi politologi. I quali talvolta non si pongono alcune domande fondamentali: la tolleranza è un fatto di costume? Nel senso che dipende da abitudini storiche condivise? Oppure può essere sancita e rafforzata da leggi in grado di imporre ai cittadini il rispetto di alcune procedure? Ma fino a che punto si può essere tolleranti? Come fissare i confini tra tolleranza e intolleranza? Il costume richiede secoli. Una legge pochi giorni o mesi. E di regola le leggi non fondate su costumi consolidati sono disattese dai cittadini.
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Tolleranza, “trucchetto” o conquista?
Per contro, la moderna idea di tolleranza, come è possibile leggere in qualsiasi manuale storico, nasce, “per stanchezza” alla fine delle Guerre di religione: conflitti che avevano insanguinato il Cinquecento e il Seicento. Una conquista preziosa, liquidata però come “trucchetto” liberal-borghese dai totalitarismi novecenteschi. Ma snobbata anche dai pittoreschi profeti della controcultura anni Sessanta, storditi dal contorto messaggio di liberazione, anche sessuale, della filosofia marcusiana. E qui torna giusto ricordare che per il Marchese di Sade, poi riscoperto e apprezzato dagli pseudo-rivoluzionari sessantottini, “la tolleranza è la virtù del debole”. Ma su questi aspetti “genealogici” rinviamo al notevole libro di Riccardo De Benedetti, La Chiesa di Sade. Una devozione moderna (Medusa ).
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Che fatica essere tolleranti…
Torniamo a noi. Che cosa vuol dire essere tolleranti? Sul piano umano e politico significa rispettare le idee degli altri. Cosa che richiede un’attitudine a mostrarsi ragionevoli, comprensivi verso le idee religiose, politiche, economiche, diverse o contrarie.Facile, no? E invece metterla in pratica non è così semplice. Si pensi ad esempio al rapporto tra lotta politica, tolleranza e intolleranza. Questione ignorata dagli stessi politologi. I quali talvolta non si pongono alcune domande fondamentali: la tolleranza è un fatto di costume? Nel senso che dipende da abitudini storiche condivise? Oppure può essere sancita e rafforzata da leggi in grado di imporre ai cittadini il rispetto di alcune procedure? Ma fino a che punto si può essere tolleranti? Come fissare i confini tra tolleranza e intolleranza? Il costume richiede secoli. Una legge pochi giorni o mesi. E di regola le leggi non fondate su costumi consolidati sono disattese dai cittadini.
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Lo “zampino del “Divin Marchese”
Quindi, per tornare ai fischi a Bonanni, i contestatori hanno mostrato di non essere “accostumati” alla democrazia. Potremmo perciò definirli “scostumati”: perché fautori di un comportamento contrario alla morale, certo, non sessuale, ma democratica… E qui si pensi anche ai possibili legami intellettuali con il “Divin Marchese” - sessualmente “scostumato”, e al tempo stesso nemico della tolleranza e della democrazia. Ovviamente si tratta di un pura ipotesi, suggestiva ma da dimostrare.
Ma va segnalata - onestamente - una contraddizione. La tolleranza rinvia a una visione relativistica della politica, capace di porre tutte le credenze sullo stesso piano. Mentre la politica - o il Politico se si preferisce - rinvia alla decisione. E la decisione implica la scelta fra credenze diverse, e quindi il “sacrificio” della credenza minoritaria.
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Quindi, per tornare ai fischi a Bonanni, i contestatori hanno mostrato di non essere “accostumati” alla democrazia. Potremmo perciò definirli “scostumati”: perché fautori di un comportamento contrario alla morale, certo, non sessuale, ma democratica… E qui si pensi anche ai possibili legami intellettuali con il “Divin Marchese” - sessualmente “scostumato”, e al tempo stesso nemico della tolleranza e della democrazia. Ovviamente si tratta di un pura ipotesi, suggestiva ma da dimostrare.
Ma va segnalata - onestamente - una contraddizione. La tolleranza rinvia a una visione relativistica della politica, capace di porre tutte le credenze sullo stesso piano. Mentre la politica - o il Politico se si preferisce - rinvia alla decisione. E la decisione implica la scelta fra credenze diverse, e quindi il “sacrificio” della credenza minoritaria.
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Chi decide?
La democrazia contemporanea, permeata di valori liberali, ha però tentato di aggirare l’ostacolo della decisione, imponendo per legge, anzi per costituzione, la mediazione procedurale. Come? Garantendo la rappresentanza partitica alle credenze minoritarie, libere di esprimersi duranti le fasi dibattimentali, come accade in Parlamento. Al prezzo però di annacquare talvolta i contenuti legislativi in discussione. Alcuni ritengono che questo sia il giusto tributo da pagare alla democrazia.Ma come comportarsi con una credenza basata su aspirazioni di tipo monopolistico? Ad esempio quella di un partito “settario”. Basterà - ammesso che sia giusto - escluderla dal gioco procedurale?
I contestatori, come nel caso Bonanni, per dirla tutta, mostrano di fregarsene delle procedure…. Forse perché si sentono esclusi.
Di qui il pericolo del “colpo di forza”, al culmine ovviamente di un’escalation. Perché l’escluso, o presunto tale, conferma e dà voce alla propria identità attraverso il conflitto nei suoi vari gradi di intensità, fino alla vittoria, alla sconfitta o all’ “armistizio che prelude alla democratizzazione “procedurale” dell’ escluso.
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La democrazia contemporanea, permeata di valori liberali, ha però tentato di aggirare l’ostacolo della decisione, imponendo per legge, anzi per costituzione, la mediazione procedurale. Come? Garantendo la rappresentanza partitica alle credenze minoritarie, libere di esprimersi duranti le fasi dibattimentali, come accade in Parlamento. Al prezzo però di annacquare talvolta i contenuti legislativi in discussione. Alcuni ritengono che questo sia il giusto tributo da pagare alla democrazia.Ma come comportarsi con una credenza basata su aspirazioni di tipo monopolistico? Ad esempio quella di un partito “settario”. Basterà - ammesso che sia giusto - escluderla dal gioco procedurale?
I contestatori, come nel caso Bonanni, per dirla tutta, mostrano di fregarsene delle procedure…. Forse perché si sentono esclusi.
Di qui il pericolo del “colpo di forza”, al culmine ovviamente di un’escalation. Perché l’escluso, o presunto tale, conferma e dà voce alla propria identità attraverso il conflitto nei suoi vari gradi di intensità, fino alla vittoria, alla sconfitta o all’ “armistizio che prelude alla democratizzazione “procedurale” dell’ escluso.
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Il dilemma della democrazia
Purtroppo, siamo davanti al più noto dilemma della democrazia moderna. Una democrazia illuminata e discorsiva che ha tentato di sostituire, almeno sul piano interno, alla forza il ragionamento; alla decisione imperativa la mediazione procedurale.Mediazione che purtroppo non sempre può essere condivisa da tutti e che spesso viene accettata strumentalmente dai partiti “settari”, soltanto per agguantare il potere. Di solito, i “settari” rischiano di rendere necessario, da parte dei “tolleranti”, l’uso difensivo della forza. Ma come definire una forza politica “settaria”? Basterà la sua volontà, pubblicamente espressa, di non rispettare le regole della democrazia liberale procedurale?No. Un intervento repressivo potrebbe essere giustificato solo “se e quando” il “settario” si trasformasse in terrorista.
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Il “tasso di democraticità”
Perciò lasciamo che i Bonanni italiani vengano fischiati anche in futuro? Non è facile rispondere. Come stabilire con sicurezza il tasso di “democraticità” dei fischiatori? Fischiare non è argomentare, ma non è neppure sparare… Il discrimine può essere rappresentato da quanto sia messa a rischio l’incolumità fisica del “fischiato”. Valutazione che spetta agli organizzatori e alle forze di polizia, se presenti. I problemi però non finiscono qui. Perché coloro che sono pronti a reprimere in nome della democrazia, a loro volta, possono essere monopolisti della forza legale (perché al potere), ma non di quella legittima (perché possono non godere del consenso della maggioranza dei cittadini). Esistono, infatti, anche le finte democrazie. Ma chi decide circa la qualità della democrazia? Gli elettori. Ma se gli elettori, ingannati, a loro volta errano?
Insomma, anche per i “democratici” e i “tolleranti” vale lo stesso discorso che si è fatto a proposito dei “settari”. Come stabilirne con sicurezza il “tasso di “democraticità” e “tolleranza”?
Purtroppo, siamo davanti al più noto dilemma della democrazia moderna. Una democrazia illuminata e discorsiva che ha tentato di sostituire, almeno sul piano interno, alla forza il ragionamento; alla decisione imperativa la mediazione procedurale.Mediazione che purtroppo non sempre può essere condivisa da tutti e che spesso viene accettata strumentalmente dai partiti “settari”, soltanto per agguantare il potere. Di solito, i “settari” rischiano di rendere necessario, da parte dei “tolleranti”, l’uso difensivo della forza. Ma come definire una forza politica “settaria”? Basterà la sua volontà, pubblicamente espressa, di non rispettare le regole della democrazia liberale procedurale?No. Un intervento repressivo potrebbe essere giustificato solo “se e quando” il “settario” si trasformasse in terrorista.
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Il “tasso di democraticità”
Perciò lasciamo che i Bonanni italiani vengano fischiati anche in futuro? Non è facile rispondere. Come stabilire con sicurezza il tasso di “democraticità” dei fischiatori? Fischiare non è argomentare, ma non è neppure sparare… Il discrimine può essere rappresentato da quanto sia messa a rischio l’incolumità fisica del “fischiato”. Valutazione che spetta agli organizzatori e alle forze di polizia, se presenti. I problemi però non finiscono qui. Perché coloro che sono pronti a reprimere in nome della democrazia, a loro volta, possono essere monopolisti della forza legale (perché al potere), ma non di quella legittima (perché possono non godere del consenso della maggioranza dei cittadini). Esistono, infatti, anche le finte democrazie. Ma chi decide circa la qualità della democrazia? Gli elettori. Ma se gli elettori, ingannati, a loro volta errano?
Insomma, anche per i “democratici” e i “tolleranti” vale lo stesso discorso che si è fatto a proposito dei “settari”. Come stabilirne con sicurezza il “tasso di “democraticità” e “tolleranza”?
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Nessuno è perfetto
Inoltre, si tratta di valutazioni e decisioni che devono essere fatte e prese in situazioni storiche spesso tumultuose. Perché legate, ad esempio, alle condizioni economiche, politiche e culturali, all’ abilità dei capi, all’amore per la libertà di un popolo e a fattori minori e contingenti, come il “tasso di democraticità” delle forze di polizia e della magistratura:
Il che significa che la qualità democratica di un sistema politico è frutto di circostanze storiche: una specie di lotteria… E che la tolleranza spesso è stabilita dai vincitori o dia più forti. I quali impongono una “propria” idea di tolleranza, che di regola penalizza o rimuove le ragioni dei vinti. Di qui spesso l’accusa di ipocrisia, ovviamente da parte degli sconfitti.
Per contro, dove domina una dittatura monopartitica, di tolleranza ce ne sarà poca. Certo, spesso la tolleranza rischia di sfociare nell’ipocrisia. Concludendo, per dirla con Bernanos: “Le democrazie non possono fare a meno di essere ipocrite più di quanto i dittatori possano fare a meno di essere cinici”.
Insomma, nessuno e perfetto. Ma probabilmente argomentare è sempre meglio che fischiare. Per non dire di altro. O no?
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Inoltre, si tratta di valutazioni e decisioni che devono essere fatte e prese in situazioni storiche spesso tumultuose. Perché legate, ad esempio, alle condizioni economiche, politiche e culturali, all’ abilità dei capi, all’amore per la libertà di un popolo e a fattori minori e contingenti, come il “tasso di democraticità” delle forze di polizia e della magistratura:
Il che significa che la qualità democratica di un sistema politico è frutto di circostanze storiche: una specie di lotteria… E che la tolleranza spesso è stabilita dai vincitori o dia più forti. I quali impongono una “propria” idea di tolleranza, che di regola penalizza o rimuove le ragioni dei vinti. Di qui spesso l’accusa di ipocrisia, ovviamente da parte degli sconfitti.
Per contro, dove domina una dittatura monopartitica, di tolleranza ce ne sarà poca. Certo, spesso la tolleranza rischia di sfociare nell’ipocrisia. Concludendo, per dirla con Bernanos: “Le democrazie non possono fare a meno di essere ipocrite più di quanto i dittatori possano fare a meno di essere cinici”.
Insomma, nessuno e perfetto. Ma probabilmente argomentare è sempre meglio che fischiare. Per non dire di altro. O no?
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15 commenti:
Caro Gambescia, in Italia vi è una minoranza intellettuale che usa gli ultras per alzare il tiro e dirigere la politica. Tra procure amiche, quinte colonne finiane, veltroniche scorribande per un posto al sole dell'avvenire, la sinistra le tenta proprio tutte; siccome però di teste pensanti ne hanno poche, l'autogoal è dietro l'angolo. Ora apprendo che una procura sicula vuole fare luce su presunti aiuti mafiosi all'origine del successo imprenditoriale del premier berlusconi. Si annuncia un autunno caldo. Vogliono la testa del cavaliere, a tutti i costi, e se non si corre ai ripari con uno scudo legislativo, le cose si mettono male. Caro Gambescia, non vorrei che la citata elite di intellettuali organici, sponsorizzata dai poteri forti, e dico 'forti' nel senso reale del termine, ci soffino la democrazia e la scelta fatta alle urne. Vedo temporali all'orizzonte. Vorrei che il buon Feltri la piantasse con la magione monegasca di Fini e analizzasse i tempi imminenti.
Grazie Angelo del commento (può pure chiamarmi Carlo).
Feltri la pianterà quando l'Uomo Del Monte avrà avuto il suo Scudo...
Del resto, ormai siamo à la guerre comme à la guerre.
Un brutto clima che influisce sulla qualità del dibattito pubblico. E così il serpente finisce per mordersi la coda...
E noi - abituati ad occuparci di ben altro - ci ritroviamoin mezzo, presi tra due fuochi.
In questo senso, mezza democrazia già ce l'hanno scippata.
6:33 PM
Ho sempre avuto una certa avversione per le restrizioni alla libertà di espressione, e non solo nella prospettiva di esserne potenzialmente vittima...
Se si pone mente al fatto che "libertà di parola senza libertà di parlare per radio è nulla", come diceva Pound, e che restrizione è sia impedire a qualcuno di parlare, sia impedire ad un pubblico di dimostrare il suo dissenso da chi parla, è difficile immaginare empiricamente un'assenza assoluta di restrizioni.
Su due punti ho una discreta certezza:
- La "democrazia" (ma forse dovremmo dire: un sistema liberale) ipocrita semplicemente non è tale, non più di quanto lo sia una tirannia in cui le opinioni del tiranno vengono ignorate; o quanto meno si confonde in una notte in cui tutte le classi politiche alla Gaetano Mosca sono sostanzialmente grigie, e perciò non possono essere preferite sulla base di qualche criterio astratto di questo genere.
- Indipendentemente dalla natura teoricamente liberale o meno di un sistema, il grado di varianza concretamente ammesso al suo interno e funzionale alla sua vita interna, ed ammesso tanto da un punto di vista legale che sociologico, ne descrive la ricchezza e flessibilità, mentre il contrario ne definisce la sclerosi. Il pluralismo di chi per amore o per forza canta in coro, almeno con riguardo alle questioni fondamentali, non riflette una tolleranza di qualche tipo sostanziale, ma al massimo la frammentazione dell'ideologia dominante e dei gruppi di potere che l'amministrano.
Grazie Stefano del notevole contributo.
Sarebbe interessante poter misurare, in termini comparativi (tra sistemi politici diversi), proprio sotto il profilo quantitativo, quel "grado di invarianza concretamente ammesso".
Io però (se mi fraintendi davvero e non hai solo sbagliato a battere) mi riferisco alla *varianza", non all'invarianza.
Alla varietà e ricchezza di opzioni compatibili con il "sistema", in altri termini.
... Ho scritto invarianza, ma intendevo varianza ;-)
OK. Ecco, allora, rispondendo tentativamente alla domanda: una possibile misura della "gamma" offerta da un sistema sociopolitico o se è per questo di un movimento direi che potrebbe avere a che fare con la ricchezza delle posizioni "interiorizzate" dal medesimo.
Questa naturalmente anche nel senso che non si tratta di una misura strettamente giuridica, nel senso che esistono anche i sistemi come quello USA in cui grazie al Primo Emendamento si può dire in sostanza quasi tutto, ma in cui in compenso nulla di quanto dici ha la benché minima importanza, e la varietà di opinioni accettabili per la political correctness locale è ancora più ristretta che in Europa...
Stefano, grazie della precisazione.
Abbraccio.
Carlo
Benvenuto Luke. Se desidera una risposta deve firmarsi con nome e cognome. Dia cortesemente un'occhiata all'ultimo capoverso di "Perché metapolitics?" alla sua destra. Grazie.
Carlo Gambescia
No, purtroppo.
In primo luogo, desidero ringraziarla per lo squisito tatto ;-), con cui liquida 7445 battute su 7500 usando l'espressione "questioni di lana caprina". Purtroppo - e mi dispiace per lei - ma la "metapolitica" si occupa proprio di "lana caprina"... E' una vita che studio la "lana caprina"... Nessuno è perfetto.
In secondo luogo, non mi metta le parole in bocca: dove parlo di "zoticoni" e "squadristi"? Dove cito Schifani? Nel post tento di inquadrare, risalendo dal particolare al generale, un certo fenomeno, senza fare sconti a nessuno. Tutto qui.
In terzo luogo, l'esclusione è un dato un psicologico che ha sempre una ricaduta politica, come spiego nel capoverso che segue il passo da lei citato.
Il punto è che spesso la condizione soggettiva (psicologica) di esclusione, non corrisponde a quella oggettiva (storica e sociologica). Ora, a mio modesto parere i fischiatori di Bonanni, ribadisco, si sentono esclusi "soggettivamente", ma non lo sono "oggettivamente". La nostra società, anche se imperfetta, resta una società libera. Ovviamente lei non sarà d’accordo. E io ne prendo atto. Non pretendo, infatti, di convincere nessuno, né di avere in tasca la storia chiavi in mano. E, ovviamente, spero che i commentatori mi usino lo stesso riguardo.
Cordialità
Carlo Gambescia
Luca, grazie dell'ammenda.
Però non basta: deve rileggere il post, con attenzione, e troverà le risposte.
Quel che però deve cambiare - si tratta di un modesto consiglio - è il suo atteggiamento: lei ha discreto senso critico, ma deve usarlo a 360 gradi, non solo per difendere una tesi: la sua. Ad esempio, stampi e rilegga il post - con senso critico a 360 gradi - e scoprirà che io non sono - e tanto meno pregiudizialmente (come lei, credo ritenga; "credo", perché posso anche sbagliarmi...) - un difensore della "democrazia formale" come non lo sono della democrazia sostanziale. Sono uno studioso, punto e basta.
Cordialità.
Carlo Gambescia
P.S.
Ho approfondito la questione della cittadinanza e dell'esclusione ne "Il migliore dei mondi possibili. Il mito dellla società dei consumi", capitolo V, un mio testo al quale la rinvio. Per ulteriori informazioni può contattarmi in privato.
Gentile Luca, solo cinque punti.
1) Qui, ci mancherebbe altro, non sono in discussione le qualità personali, ma la qualità dell’ argomentazione, e la sua – dispiace dirlo, non brilla… Un solo esempio: io parlo dei fischi a Bonanni - bersagliato non solo di fischi, in un paese, attenzione, dove il terrorismo ha ucciso sindacalisti e giornalisti riformisti - e lei mi risponde che preferisce parlare di Schifani "perché più emblematico": se questo significa stare all'argomento...
2) Lei, a differenza del mio quadro a 360 gradi - ripeto legga - ha una tesi precostituita, perché difende i fischiatori. Certo sono io a dirlo. Ma questo è il problema della Rete: purtroppo servirebbe un giurì…
3) Il mio era un semplice invito ad approfondire un tema, appena sfiorato nel post e nel mio commento; tema che ho chiarito proprio in quel libro. Cosa che di solito, come sanno i miei lettori abituali, non uso fare, quindi si è trattato di gesto cortese. E poi - scusi - dove è scritto che un autore, titolare di un blog, autore di libri, non possa rinviare un commentatore a suo testo?
4) Accenna, sorridendo, a mio un presunto tono poco cortese. Sbaglia di nuovo, lo sono stato fin troppo con un commentatore che entra in casa mia, senza salutare, senza presentarsi e definendo, non si sa bene sulla basi di quali competenze (io invece ci metto la faccia sul blog…) le mie argomentazioni di lana caprina…
5) Bravo rilegga, si prepari bene. Però attenzione le capacità ci sono, la pazienza meno. Soprattutto se la qualità della sue argomentazioni resterà quella mostrata in precedenza, ossia pessima.
Non posso perdere altro tempo.
Adesso però non faccia passare altri due giorni. Non è un esame...
Carlo Gambescia
Gentile Luca,
Vedo ora, che ha postato la sua replica.
E io ribadisco, anche se può sembrarle strano ;-), che lei non ha capito nulla.
Si limita a sunteggiare- manipolare in modo grossolamo - e nell'ignoranza totale di una disciplina chiamata sociologia - ovviamente a suo uso e consumo, quel che ho scritto.
Ritengo perciò totalmente inutile replicare al nulla.
Comunque sia, vuole avere ragione? Benissimo si accomodi: lei ha ragione.
Si ricordi però dei professori, dei giornalisti e dei "sindacalisti" uccisi, non cento anni fa - anche in storia andiamo maluccio... :-)
Rammenti pure - e qui non scherzo -che con il ciclo sociale della violenza, una volta avviato, non si gioca.
Buona notte.
Carlo Gambescia
Ho inserito i suoi ultimi commenti, saltati per un mio errore.
Quanto al mio accenno a insulti "pregressi", ritengo di aver sbagliato persona.
E quindi mi scuso con lei. Ovviamente, per correttezza, ho subito provveduto a cancellare il commento.
Non desidero però aggiungere altro.
Carlo Gambescia
Dispiace. Ma il narciso, per giunta molesto, va punito...
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