venerdì, ottobre 01, 2010



Gorilla nella nebbia
Sociologia (e psicologia) dell’intolleranza
.

Che cos’è una setta? Secondo la lingua italiana un “gruppo di seguaci di una particolare dottrina che contrasta con l’ideologia riconosciuta dalla maggioranza, ed è perciò generalmente avversata” (A. Gabrielli, Dizionario, 1994, ad vocem). Una battaglia che può fare pure simpatia, perché le minoranze, rumorose o meno, sono il sale della democrazia... E dunque vanno tutelate.
Ma purtroppo esiste anche lo “spirito settario”, spesso straripante, che rinvia invece alla faziosità e all’intolleranza contro la stessa democrazia, ad esempio impedendo all'interlocutore di parlare. Fazioso, di mentalità, è colui che si mostra intollerante verso le opinioni altrui e spesso in modo turbolento… Non tollera, o meglio non sopporta (dal latino tolerāre), che l'altro possa pensare secondo modalità e contenuti differenti. Pretende il monopolio della "verità". E fino al punto, ripetiamo, di costringerlo al silenzio, magari con la forza. Il che non fa certo simpatia....
.
Angolo giro e angolo ottusoSi tratta di uno stile di pensiero e di comportamento trasversale. Ad esempio, sul piano delle cultura politica non esiste solo la famigerata intolleranza clericale, fascista, comunista, ma “vive e lotta insieme a noi” anche l’intolleranza democratica e perfino liberista e liberale… Nessuno ne è esente…Peccato. Perché per evitarla, basterebbe scoprire, per dirla con i Mattia Bazar prima maniera, che “intorno” alle nostre idee, di qualunque tipo siano, “c’è tutto un mondo”.
L’intollerante invece rifiuta qualsiasi approccio a trecentosessanta gradi. Insomma, non apprezza l’angolo giro… E per quale ragione? Per restare in metafora, perché preferisce - e forse non per caso - l’ angolo ottuso.
Come lo si scopre? Da come esordisce in una discussione. L’intollerante contesta subito all' interlocutore di volare troppo alto o troppo basso. E spesso, secondo convenienza, anche le due le cose insieme. Precisando che lui è l’unico a volare alla giusta altezza. Di conseguenza: ogni invito a valutare le cose da angolazioni differenti è un trucco per eludere le risposte; ogni obiezione è ritenuta scontata o ininfluente; ogni riferimento ai valori un ricatto morale; ogni accenno a costanti sociali è troppo o troppo poco; gli eventuali punti di possibile contatto (che pure talvolta si registrano) sono ignorati; ogni rinvio bibliografico è un peccato di superbia e/o una astuta manovra diversiva, e così via.
.
Tra Ende e GrassIl punto è che l'intollerante non contesta un singolo anello della catena argomentativa, ma la catena stessa. Dal momento che categorizza le argomentazioni dell’ interlocutore - fin qui nulla di male - ma non categorizza, e dunque relativizza, le proprie. Quindi la "base osservativa" - insomma, la premessa culturale - da cui parte l'altro sarà sempre falsa. Perciò resta praticamente impossibile riuscire ad avere la meglio per vie razionali e argomentative su una pratica che rinvia al Nulla immaginato da Michael Ende. Ma con una differenza: che il "Nulla argomentativo" dietro cui si muove l'intollerante "singolo" (non "collettivo", proseguendo nella lettura si capirà il perché della differenza) inghiotte qualsiasi critica senza però andare né in avanti né indietro: non progredisce. Perché nell’ intollerante, preso singolarmente, non c’è mai conflitto interiore in senso weberiano. Parliamo di quella tensione insoluta che nasce dalla necessità (insita nelle cose umane, mescolanza di vero e di falso) di dover servire più divinità culturali e sociali. E che aiuta a maturare, favorendo la comprensione delle differenze. Per contro,  l’intollerante ha la verità in tasca: risponde a un solo dio, che per giunta non perdona “ infedeli” ed “eretici”. Di conseguenza, lo scopo di qualsiasi discussione diventa o la conversione o il rogo. Tertium non datur.
Insomma, l'intolleranza non aiuta a crescere, almeno sul piano individuale. E qui si pensi anche all'inquietante metafora - certo, da non prendere alla lettera - del bambino Oskar che rifiuta di crescere, racchiusa ne Il tamburo di latta di Günter Grass.
.
I gorilla di montagnaIl consiglio - che alcuni riterranno brutale - è di evitare l'intollerante come la peste. Appena ci si accorga, in una qualsiasi discussione, del ĉoté settario dell’ interlocutore, la parola d’ordine è defilarsi. Inutile sprecare fiato e tempo: è irrecuperabile. Ergo: lasciarlo "cuocere nel suo brodo". Cosa però non sempre facile, perché l’intollerante è uno che persiste e offende. E, cosa non proprio piacevole soprattutto per lui, saltellando e battendosi i pugni sul torace.
Se si vuole, è la prova (soprav)vivente dell’ipotesi darwiniana sulla discendenza dell’uomo dalla scimmia. E non tutti e non sempre, lo confessiamo, hanno nei riguardi dell’intollerante la stessa enorme pazienza mostrata della compianta Dian Fossey verso i gorilla di montagna.
Perciò defilarsi. Tuttavia è possibile adottare un comportamento, diciamo così, “evitante” anche sul piano politico e soprattutto storico? Dove la questione dell’intolleranza rivela inquietanti risvolti collettivi legati alle sue possibili “derive” totalitarie? Nel senso che il Nulla, questa volta fedele alla "lezione" di Ende, rischia di mettersi in movimento ed espandersi. Perché, storicamente e sociologicamente parlando, il punto non è più come liberarsi, durante un dibattito pubblico, del singolo interlocutore "sopra le righe", bensì come comportarsi verso intolleranza come forza storica attiva, collettiva e pronta a inghiottire, puntando al monopolio della "verità", la libertà di tutti. Si deve perciò essere tolleranti con gli intolleranti "storici", oppure no? Come comportarsi con gli "irrecuperabili" quando si passa dal piano individuale e privato a quello collettivo e storico ? Sono quesiti appassionanti, cui abbiamo già tentato rispondere, come sanno i lettori abituali, in numerosi post. Ai quali rinviamo (1).
.
Tutto suo padreInfine, sul piano psicologico il discorso si fa più intrigante. L’intollerante, nella letteratura scientifica, è descritto come un individuo frustrato, spesso vittima di genitori autoritari e perciò prigioniero di un grave complesso di inferiorità. Una "minorità" che tenta di compensare proiettando, spesso in modo irriflesso, la figura genitoriale, quale modello, sul suo mondo relazionale. I prevedibili effetti disastrosi dell'uso di un modello autoritario di relazioni, in una società libera e relativista, generano però una forte sofferenza, che l'intollerante, se uomo, cerca di sublimare attribuendo valore fallico (assoluto) ai propri costrutti mentali prescritti o acquisiti. Il che indica in parole poverissime - citando un carissimo amico psichiatra ( lasciatosi andare en privé) - che il “soggetto in questione” è “un’emerita testa di cazzo”, non facile da trattare, persino in terapia.
Detto altrimenti: parliamo di un essere insopportabile per chiunque gli viva intorno: dalla famiglia al terapeuta. Uno che vive male e fa vivere male gli altri. E che soprattutto, come sostiene l'approccio sistemico-relazionale, rischia di "ri-produrre" e diffondere intorno a sé come potente veleno il seme dell'intolleranza.
L'intollerante "intossica" e "incattivisce" l' "anima". Fa scattare, soprattutto a livello di gente comune (culturalmente più indifesa), quel comportamento ben spiegato da una triste legge sociologica, che non si trova nei manuali almeno in questi termini: opporre a brigante, brigante e mezzo...
Purtroppo la Rete, ultima spiaggia di complessati e frustrati della penna, è frequentata da figure del genere. Anzi, figuri. Che spesso si nascondono dietro l’anonimato per insultare e denigrare, ovviamente - immaginiamo - saltellando e battendosi i pugni sul torace.
Fortunatamente sono pochi. Perciò sopportiamoli pazientemente. Perché, in fondo, ci godiamo Internet e tanti buoni amici e interlocutori. Diciamo che l'intollerante on line è il classico prezzo che si deve pagare al progresso.
.
(1) Su 1218 post pubblicati ne abbiamo dedicati alla questione, anche di taglio, almeno una cinquantina. Per ragioni di brevità, ne ricordiamo solo alcuni e in ordine sparso. Ai lettori interessati si consiglia una ricerca interna per parole chiave in "Cerca nel blog":

.
Copyright © 2010 - all rights reserved. Tutti i diritti sono riservati. Per richiedere la riproduzione del post scrivere all'indirizzo e-mail: carlogambescia@yahoo.it.
.

2 commenti:

Michele Antonelli ha detto...

Caro Carlo,

la tua analisi è divertente, e lo sarebbe ancora di più se non richiamassi alla mente i rappresentanti della categoria in questione che abbiamo incontrato e, in alcuni casi, continuiamo ad incontrare.

Nella mia mania di scomporre tutto in fattori primi, riconosco nella categoria tre elementi fondamentali:

1) Non arrivano a capire realtà complesse, per dei limiti innati oppure frutto di una cattiva educazione.

2) Hanno un forte desiderio di primeggiare. Questo, unito alla frustrazione di non capire, li porta a sbraitare.

3) L'assenza di idee proprie li porta ad appoggiarsi ad opinioni divulgate che, sebbene possano talvolta avere un sapore contro corrente, non escono mai dai limiti del politicamente corretto. Insieme ai luoghi comuni, spesso prendono in prestito anche un'etichetta, per associarsi a una qualche comunità ideale e quindi sentirsi ancora più al sicuro.

Riassumendo: stupidità, superbia e menzogna. Con un primato della prima, la quale, come è noto, è incurabile.

Per questo, tenerli a debita distanza è una delle poche soluzioni valide. Quando è possible!

Cari saluti.

Michele

di Carlo Gambescia ha detto...

Grazie Michele del puntuale commento. E soprattutto per il tempo che mi hai dedicato.

Anch'io mi sono molto divertito a scriverlo :-)

Un abbraccio.
Carlo