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A che servono i premi letterari? All’estero, in genere, si traducono i libri italiani che ne hanno vinto uno tra i cosiddetti importanti. Ma c'è una controindicazione: i redattori editoriali stranieri, un po' per pigrizia un po' per giustificata disistima, ormai preferiscono inviare all'ufficio commerciale la solita scarna "schedina" editoriale sul "libro di un italiano"... E così il romanzetto di Serie B o C dello scrittore “laureato” in una delle tante sudate serate estive finisce sulla scrivania di una specie di ragioniere… Si tratta quasi sempre di libri mediocri, che spesso grazie all’effetto premio, riescono a scalare fasulle classifiche di vendita. Romanzi che si contendendo non i "lettori veri" ma i "clienti" delle librerie Feltrinelli e catene di Sant'Antonio varie. Gente che lascia i libri a metà o neppure li comincia. Perché comprare un libro non significa leggerlo.
Insomma, roba da ridere. Veramente. Basti solo osservare il regolamentare ghigno di soddisfazione, tipo jena ridens di successo, del vincitore o della vincitrice di uno dei tanti premi letterari. L’unica replica onesta potrebbe essere il pernacchio… Purtroppo non viviamo in un mondo di persone oneste. Oggi bisogna essere concavi e convessi… Ribelli, ma con la piega sui pantaloni… A cominciare dai critici letterari.
Diciamo allora che i premi non servono al “progresso” della cultura, ma neppure al “regresso”. Ma soltanto a ungere la megamacchina di un’editoria, non solo italiana, che va avanti per avida inerzia, sempre più priva di idee, buoni direttori editoriali, autori di valore… E che ormai insegue solo i gusti di grana grossa del mercato dei diritti televisivi e cinematografici…
I premi riflettono una vuota cultura dello stallo: dove i lettori svegli (sempre di meno), come nel gioco degli scacchi, cadono sotto scacco, qualunque libro comprino. Mentre i romanzi buoni, che potrebbero uscire, sono immobilizzati. E solo perché la megamacchina vuole sicuri ritorni di capitale investito… Chiede, non importa come, di papparsi la sua quotidiana libbra di profitti. Anche al punto di cadere nel ridicolo.
Concludendo, come abbiamo già accennato, proprio roba da pennacchi, pardon pernacchi.
A che servono i premi letterari? All’estero, in genere, si traducono i libri italiani che ne hanno vinto uno tra i cosiddetti importanti. Ma c'è una controindicazione: i redattori editoriali stranieri, un po' per pigrizia un po' per giustificata disistima, ormai preferiscono inviare all'ufficio commerciale la solita scarna "schedina" editoriale sul "libro di un italiano"... E così il romanzetto di Serie B o C dello scrittore “laureato” in una delle tante sudate serate estive finisce sulla scrivania di una specie di ragioniere… Si tratta quasi sempre di libri mediocri, che spesso grazie all’effetto premio, riescono a scalare fasulle classifiche di vendita. Romanzi che si contendendo non i "lettori veri" ma i "clienti" delle librerie Feltrinelli e catene di Sant'Antonio varie. Gente che lascia i libri a metà o neppure li comincia. Perché comprare un libro non significa leggerlo.
Insomma, roba da ridere. Veramente. Basti solo osservare il regolamentare ghigno di soddisfazione, tipo jena ridens di successo, del vincitore o della vincitrice di uno dei tanti premi letterari. L’unica replica onesta potrebbe essere il pernacchio… Purtroppo non viviamo in un mondo di persone oneste. Oggi bisogna essere concavi e convessi… Ribelli, ma con la piega sui pantaloni… A cominciare dai critici letterari.
Diciamo allora che i premi non servono al “progresso” della cultura, ma neppure al “regresso”. Ma soltanto a ungere la megamacchina di un’editoria, non solo italiana, che va avanti per avida inerzia, sempre più priva di idee, buoni direttori editoriali, autori di valore… E che ormai insegue solo i gusti di grana grossa del mercato dei diritti televisivi e cinematografici…
I premi riflettono una vuota cultura dello stallo: dove i lettori svegli (sempre di meno), come nel gioco degli scacchi, cadono sotto scacco, qualunque libro comprino. Mentre i romanzi buoni, che potrebbero uscire, sono immobilizzati. E solo perché la megamacchina vuole sicuri ritorni di capitale investito… Chiede, non importa come, di papparsi la sua quotidiana libbra di profitti. Anche al punto di cadere nel ridicolo.
Concludendo, come abbiamo già accennato, proprio roba da pennacchi, pardon pernacchi.
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8 commenti:
"Oggi bisogna essere concavi e convessi… Ribelli, ma con la piega sui pantaloni…"
Bellissima!
E' proprio vero. Non è un caso che i premi letterari vengano assegnati sempre a romanzi e saggi editi dalle case editrici più diffuse e conosciute. Saviano è stato premiato più volte malgrado il suo libro non sia certo un capolavoro, Alain Elkann scrive romanzi con uno stile avvocatesco che dà il voltastomaco. Eppure costoro sono sempre in prima linea a ricevere premi su premi. Oramai soltanto alcune picole case editrici possono essere interessate e dare alle stampe libri di qualità, che spesso sono destinati al dimenticatoio. Cari saluti e un abbraccio.
Caro Carlo,
hai ragione da vendere, ovviamente - peró: percepisco nel tuo blog un tono di disprezzo e di superiorità che forse meriterebbe altri bersagli, o quanto meno un'argomentazione più affilata. La cinquina finalista di questo - e di tanti altri premi Strega - certamente riflette le alchimie politico-editoriali di questa sventurata Italia (tre grandi editori e due piccoli a fare da foglia di fico), e altrettanto certamente contiene autori e libri che lasciano il tempo che trovano, prodotti di batteria costruiti a tavolino, esemplati sul gusto televisivo e rivolti a un pubblico cinematografico, ecc. ecc.
Però: ti sembra giusto liquidare il tutto con "romanzetto di Serie B o C dello scrittore “laureato” ", o parlare di ""clienti" delle librerie Feltrinelli e catene di Sant'Antonio varie. Gente che lascia i libri a metà o neppure li comincia"? Indubbiamente la componente forte del pubblico Strega è quella del midcult di cui parlava McDonald - ma appunto del midcult, di qualcosa di intermedio ai diversi segmenti sociologici - e merceologici - in cui suddividerlo: perché da Pennacchi a Moccia c'è comunque un abisso (a quanto mi consta), e della cinquina finalista m'è capitato di leggere il libro di Pavolini "Accanto alla tigre", e devo dire che come minimo non riesco a rivederlo nel panorama che tu descrivi. Inoltre, se leggiamo l'elenco dei vincitori dello Strega dalle origini a oggi, leggiamo "anche" un pezzo di storia letteraria di questo paese.
Insomma, devo dirti francamente che da un osservatore acuto e intelligente come te mi aspettavo in merito all'annosa questione dei premi letterari una prospettiva interpreativa, come dire?, più spiazzante e meno debitrice a una atmosfera che invece mi pare dominata dalla logica del Ressentiment, che finisce per sfociare nel facile apoftegma: i migiori scrittori sono quelli che non vengono pubblicati.
Con grande stima,
Gabriele Guerra
Grazie Claudio :-) e Giacomo
Un abbraccio.
Carlo
Caro Gabriele,
Grazie dell’interessante commento e garbate critiche.
Articolo la mia risposta in quattro punti.
Punto primo. Non parlerei di "ressentiment" o disprezzo (tra l’altro scrivo saggi non romanzi, quindi non c'è conflitto di interessi; di più: nonostante le periodiche pressioni di affezionati amici continuo a tenermi alla larga da premi e “premietti”, questi ultimi ancora più ridicoli e teleguidati…). Parlerei invece di sdegno per un’editoria, quella italiana, che rincorre il modello americano senza averne la professionalità. Solo per dire una.
Punto secondo. Conosco benissimo le tesi di McDonald, spesso riprese nelle sedi più varie da quell’altro genio di Belpoliti. Certo, se ragioniamo in termini di male minore il discorso fila… Ma qui non siamo in politica o in economia… In letteratura si deve sempre ragionare in termini di valori assoluti, non relativi. Tu hai citato lo Strega. Beh, vai a rileggerti i nomi dei vincitori dei primi dieci-venti anni, e confrontali con quelli degli ultimi dieci…
Perché non essere onesti: oggi non ci sono più i buoni autori di una volta? Sì. Beh, allora il premio non si assegna, per un anno, due, eccetera.. E invece no: "The show must go on"... E qui è solare il ruolo distorsivo giocato dalla “megamacchina” che in Italia, tra l’altro, si appoggia pure alla politica…
Punto terzo. Quanto alla questione del lettore che compra e non legge, ti ricordo che la questione del “lettore reale” è molto dibattuta dalla sociologia dei consumi culturali. E che “catene” come Feltrinelli non aiutano a crescere. Tutto qui.
Punto quarto: se non sono stato all’altezza delle aspettative :-) la prossima volta, quando riparlerò di premi cercherò di applicarmi di più… ;-)
Abbraccio e grazie ancora. Anche delle critiche.
Carlo Gambescia
Condivido la tua analisi. Rimane comunque il campo aperto del "che fare". Continuare in ordine sparso, ognuno per la sua strada, oppure fare in modo che quell'insieme non addomesticato possa trovare un comune denominatore: ovvero tra piccole case editrici di qualità e scrittori. Questione tutta da discutere.
Un caro saluto,
Stefano
Caro Stefano,
grazie del commento.
Devo però dirti che l'esperienza mi fa nutrire forti dubbi sulla reale volontà "collaborativa" dei piccoli.Comunque sia, mai mettere limiti alla provvidenza... ;-)
Un abbraccio e grazie per l'assiduità.
Carlo
Ciao Carlo,
grazie per queste informazioni.
Ora capisco perché non riesco più a leggere romanzi e non ho alcuna voglia di comprarne!
A presto.
Michele
Grazie a te Michele.
Faccio quel poco che posso.
Un abbraccio :-)
Carlo
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