venerdì, giugno 18, 2010

Todos libertari?
.
La felicità? Un’idea nuova in Europa…
Todos libertari? Pare proprio di sì. E per scoprirlo basta seguire qualsiasi dibattito mediatico, dove ogni misura politica è sempre presentata come apportatrice di maggiore libertà… Probabilmente il libertarismo, nel bene e nel male, è il principale lascito politico del Sessantotto. Si pensi solo alla questione del testamento biologico, che alcuni vorrebbero trasformare in una specie di diritto civile alla “buona morte”. Saremmo perciò addirittura davanti a un nuovo diritto soggettivo civile, magnificato dal politicamente corretto post-sessantottino, spesso sconfinante a destra, come prolungamento di quel diritto a “realizzarsi”, osannato da un pensatore come Marcuse, eletto più di quarant’anni fa a profeta della contestazione.
Ovviamente, si può andare ancora più indietro. Fino al sacro diritto alla felicità, sancito dai rivoluzionari francesi, frutto, per alcuni avvelenato, del clima culturale illuministico, Durante il Terrore, mentre le teste ancora cadevano, Saint-Just - un Di Pietro più acculturato e dalla ghigliottina facile - dichiarò molto soddisfatto che “la felicità era un’idea nuova in Europa”…
Questo per dire che il pensiero politico e sociale otto-novecentesco, facendo precedere i diritti del singolo a quelli della comunità, ha radici profondamente libertarie. Il Sessantotto e la cultura successiva hanno semplicemente portato alle estreme conseguenze il principio di felicità e autorealizzazione.
.
I sei libertarismi
Quindi, per venire alle definizioni, un pensiero è libertario se antepone l’individuo al gruppo: quando al massimo dell’ordine senza la libertà, preferisce il massimo del disordine con la libertà.
Semplificando al massimo, possiamo ridurre a sei i tipi di libertarismo.
C’è il libertarismo neoliberista, o "miniarchico", che vede nello stato un' istituzione che va ridotta ai minimi termini, per lasciare spazio al mercato. Per il libertarismo "miniarchico", lo stato può fornire, in condizioni di monopolio, soltanto protezione dalle minacce interne ed esterne ; c’è il libertarismo anarco-capitalista che oltre a negare lo stato, vuole mandarlo in pensione, affidando la fornitura della protezione ad agenzie private; c'è il libertarismo anarchico puro e semplice, che vuole distruggere lo stato con metodi violenti; c’è il libertarismo marxista, che condivide con quello anarchico, l'idea di costringere l’uomo a essere libero, anche “a mazzate”; c’è il libertarismo conservatore, antidemocratico, targato destra, che vuole il massimo di libertà, ma solo per un pugno di anime belle; c’è infine il libertarismo cattolico, che, come quello anarco-liberale, scorge nello stato un nemico, ma invece di opporgli il mercato o le “mazzate”, porge l’altra guancia, sventolando la cambiale in bianco di una libertà fondata sulla legge divina. Ad eccezione dei cattocomunisti, che dai "libertari" comunisti hanno invece entusiasticamente derivato l'idea che l'uomo deve essere libero, almeno nell'al di qua, anche a mazzate....
Una precisazione: i libertarismi conservatore e cattolico, non hanno basi illuministiche. Quello conservatore può essere ricondotto a una visione aristocratica, per alcuni razzista, della storia umana. Mentre quello cattolico a una concezione teologica, ultraterrena.
.

Tra il dire e il fare…
Però sul piano pratico le sei categorie sembrano confondersi. E per una ragione banale: gli uomini, quelli in carne e ossa, alla libertà spesso preferiscono la sicurezza. Di qui quel mix di libertarismo e assistenzialismo che sembra governare di fatto la nostra società: per un verso lo stato, per ragioni di consenso, si sforza di accontentare tutti, recependo qualsiasi diritto individuale, fino a quello della buona morte; per l’altro però, così facendo, moltiplica leggi e burocrazie: a un tempo libera e intralcia le persone. Insomma, todos libertari, ma a caro prezzo.
Un piccolo esempio. Il professor Veronesi ha sostenuto. che il “diritto di morire”, scegliendo il come e il quando, fa “parte del corpus fondamentale dei diritti individuali” come “il diritto di formarsi o non formarsi una famiglia, il diritto alle cure mediche, il diritto a una giustizia uguale per tutti, il diritto all'istruzione, il diritto al lavoro, il diritto alla procreazione responsabile, il diritto all’esercizio di voto, il diritto di scegliere il proprio domicilio” (Il diritto di morire, Mondadori 2005)
Ora, sul piano “logico-ideologico” Veronesi ha ragione: una volta stabilita la preminenza, appunto logica (il singolo uomo come “premessa logico-argomentativa”) e ideologica dell’individuo (il singolo uomo come punto di “partenza” e di “arrivo” di qualsiasi processo storico), la libertà di scelta e azione dell’uomo, come singolo, deve essere totale.
Resta però un problema, che abbiamo più volte sollevato : come può essere articolato socialmente il “diritto di morire”? Attraverso apposite commissioni mediche, di “specialisti”, che decideranno quando e come “soddisfare” le “richieste” dei singoli? E su quali parametri? E in quali strutture? Non sussiste forse il rischio di commettere ingiustizie e abusi, una volta che a occuparsi di questo problema saranno le stesse burocrazie mediche e politiche che già ora non riescono a gestire in modo efficiente i nostri ospedali.
.
La "cultura del piagnisteo"
Ripetiamo: quel che può tornare sul piano logico e ideologico, purtroppo può non tornare su quello pratico e sociologico. Le idee vanno sempre rapportate a una realtà concreta. E, purtroppo, l’astratta cultura post-sessantottina dei diritti si è solo mostrata capace di far sorgere, per dirla con Robert Hughes, una “cultura del piagnisteo”, dove tutti hanno diritto a tutto. Basta solo piagnucolare (dai proprietari di criceti a quelli di una seconda casa…) perché i poteri pubblici subito legiferino a manetta. Ovviamente, tutti possono piangere calde lacrime, eccetto che gli operai, soprattutto se metalmeccanici. Ma questa è un’altra storia…
Riassumendo: il libertarismo in pratica non funziona, o funziona sola a metà, generando come è avvenuto, un libertarismo assistito di massa.
Inoltre, la tanto celebrata alternativa anarco-capitalista al libertarismo assistito o piagnone è sicuramente irrealizzabile, quasi quanto quella proposta dal libertarismo anarchico. Nel senso che, come ogni integralista, l’anarco-liberale si batte per il puro ritorno dell’uomo allo stato brado. Una pura utopia.

Conclusioni. Non esiste felicità intelligente
La conseguenza più importante del todos libertari è che oggi ogni questione politica finisce per restringersi al conflitto tra anarco-capitalismo e libertarismo neoliberista ("miniarchico") da una parte, e libertarismo assistito dall'altro. Si pensi al sindacato che, a prescindere dalla sigla di riferimento, sembra occuparsi più dei diritti civili che della difesa dei posti di lavoro. Come nel caso della “difesa del consumatore”, vecchia battaglia dei libertarismi anarco-capitalista e neoliberista , oggi abbracciata con entusiasmo anche dal sindacato piagnone.
Quali soluzioni? Difficile dire. Il valore della libertà individuale, non ha solo radici illuministiche ma anche greche, romane e cristiane. E quindi ha una lunga storia dietro di sé . Fatta anche di contrapposizioni tra libertà politiche, civili, religiose ed economiche. Che ovviamente non possiamo qui ricostruire.
Crediamo però che il vero problema sia quello dell’ articolazione concreta della libertà. La cui soluzione impone, tuttavia, un cammino difficile, se non impossibile: come andare oltre il libertarismo assistito, senza però cadere nella tagliola del libertarismo neoliberista ("miniarchico") e anarco-liberale? Respingendo, ovviamente, qualsiasi disastrosa scorciatoia totalitaria...
Un’autentica quadratura del cerchio. Perché si dovrebbe rinunciare ad essere felici… Principio buono, forse, per le sole anime belle. Ma, come spiegarlo ai miliardi di libertari assistiti , affamati al tempo stesso di libertà e sicurezza a buon mercato? Anche perché, come ben sapeva Jean Rostand, non esiste felicità intelligente.
.
Copyright © 2010 - all rights reserved. Tutti i diritti sono riservati. Per richiedere la riproduzione del post scrivere all'indirizzo e-mail: carlogambescia@yahoo.it

6 commenti:

roberto buffagni ha detto...

Eh, caro Carlo: siamo tutti libertari quando
a) ci conviene
b) abbiamo i soldi

E' come la storia del comunismo. Piccolo apologo. Lo confesso: sono stato comunista, cioè titolare della quota di una eredità, in comunione pro indiviso insieme ad alcuni parenti.
Mi sono rapidamente accorto che la comunione funzionava solo in presenza di una di queste due condizioni:
1) comunisti angelici che filano il perfetto accordo, come nell'Età dell'Oro, in Arcadia, etc.
2)dispotismo patriarcale di uno dei comunisti, che di fatto, anche se non di diritto, decide tutto lui, mentre gli altri, pur mugugnando,si abituano a obbedir tacendo.

Ora sono un ex comunista. Ho voltato gabbana, e sono diventato un condomino. Sono felice? No. Mi contento? Sì, insomma.

Carlo Gambescia ha detto...

Grazie Roberto del brillante apologo...
Io non sono neppure condomino:-)

Abbraccio.

Carlo

epigrammiefacezie ha detto...

Mi sembra una riflessione interessante. In verità della parola diritti si abusa spesso e volentieri, facendone un uso alquanto improprio.
La Costituzione italiana, per dire, indica una serie di diritti del cittadino... che non sono "cose che si possono fare", punto e basta.
E nemmeno "cose che si possono fare e sono normate da determinate leggi dello stato".
Si tratta, bensì, di cose che devono (!) essere garantite al cittadino, che vuol dire che le istituzioni devono impegnarsi a rimuovere gli ostacoli che ne garantiscono il pieno soddisfacimento.
Naturalmente questo può valere per determinate cose, e non per altre. Può valere per la cura delle malattie, non credo che possa valere per gli interventi di chirurgia estetica al naso o al seno.
Può valere per la garanzia a tutti di determinati standard di istruzione, e per assicurare ai meritevoli che non ne abbiano le condizioni economiche di accedere anche ai livelli di studio più elevati, dubito che possa significare garantire a tutti una laurea.
Certo, spiace dover dire queste cose in un momento in cui, grazie alla Fiat e a Marchionne, si metterà probabilmente mano al diritto di sciopero e allo Statuto dei lavoratori...

di Carlo Gambescia ha detto...

Grazie Luca. Equilibrata riflessione.
Un abbraccio,
Carlo

Anonimo ha detto...

Caro sig. Gambescia,
davvero un bel post esauriente e puntuale, il Suo! Concordo con Lei sulle conseguenze presenti nella seconda parte del discorso (ovvero la "cultura del piagnisteo", come Lei ben la definisce) e queste mi spingono a chiedermi se il richiamarsi alla visione di una "felicità intelligente" non finisca per mettere in ombra l'impotenza su cui il libertarismo si fonda: se infatti alla sua base sta l'idea che sia necessario abbattere lo stato (con tutte le sfumature che le varie visioni mostrano su questo punto), è l'impossibilità di raggiungere tale scopo a rivelare quanto il libertarismo sia una pia illusione che non può mantenere ciò che promette. Finché non si riuscirà davvero a fare a meno dell'idea di stato (nel senso di organizzazione-istituzione appartenente alla natura dell'umano), il concetto di "felicità intelligente" così come viene posto risulta essere monco, in quanto si concepisce auto-determinato ed assoluto, ma alla prova dei fatti ha bisogno di una forza esterna affinché possa sul serio realizzarsi! E ciò fa sorgere una domanda: per un corretto fondamento del concetto di libertà, non si dovrà ragionare su un doppio binario paradossale, perché è allo stesso tempo individuale e collettivo?

La ringrazio per l'attenzione e Le invio i miei più cordiali saluti

Gianfranco Rutigliano

di Carlo Gambescia ha detto...

Gentile sig. Rutigliano benvenuto al commento.

Il post è una rozza messa a punto, quindi in certo senso a rischio di semplicismo. Pertanto mi scuso con lei e con i lettori, per certe "sciabolate troppo in avanti" ;-)
Lei però pone problemi interessanti.
Mi limiterò a un'unica precisazione (ma credo dirimente): Il punto vero della questione libertarismo-liberale è che si può fare a meno della stato, ma non della politica.
Questo è il limite fondamentale -non lo sostengo io ma un liberale d.o.c come Panebianco - del libertarismo "miniarchico" e anarco-liberale. Cioè quello di ignorare volutamente il fattore politico (come potere sociale dell'uomo sull'uomo) riassorbendolo o nella mano previdente del diritto (in senso lato) o nella mano invisibile, ma altrettanto preveggente, del mercato.
Quindi condivido il suo accenno alla "forza esterna", che non può essere che quella della politica, che rapppresenta - a prescindere dalla forma di governo e di stato -il "binario collettivo" cui lei accenna. "Binario" che limita, in virtù dello scambio protezione/obbedienza, tra "potere politico" (qualunque esso sia) e cittadini, la guerra di tutti contro tutti...
Perché non va mai dimenticato che il diritto (come diritto positivo), per quanto "previdente" in ultima istanza, senza forza che lo sostenga(l'arma dei carabinieri,ad esempio :-)...) resta privo di qualsiasi "potere" di deterrenza.
Idem per il diritto di proprietà sui cui poggia il "libero mercato".
Grazie, un cordiale saluto.
Carlo Gambescia

P.S.
La definzione "cultura del piagnisteo" non è mia ;-) ma di Robert Hughes. Veda il libro dal titolo omonimo pubbliciato in Italia da Adelphi nel 1994.