A proposito di “poteri forti”
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Oggi la Commissione Ue presenterà le prime proposte per dare corpo alla riforma del “patto di stabilità” per renderlo più rigido e restrittivo nei criteri di gestione della spesa pubblica.
Invece di favorire corpose politiche pubbliche di rilancio dell'occupazione e degli investimenti, l’ Europa politica mostra di subire la severa linea monetarista della Banca Centrale Europea. L’economia, in particolare quella bancaria, pare perciò vincere ancora una volta su una politica che sceglie di piegarsi alle decisioni di Trichet e dei “poteri forti” che secondo alcuni sarebbero dietro il Presidente della BCE. In effetti, l'Europa politica sembra ben lontana dall'adottare l' idea, suggerita da qualcuno e invisa al banchiere francese, di tassare le transazioni borsistiche allo scoperto e di riflesso gli operatori creditizi e finanziari che le favoriscono.
Certo, a questo punto sarebbe molto facile parlare, in termini retorici, di "poteri forti che vogliono affamare i popoli”, eccetera, eccetera. In realtà, i poteri economici sono forti perché sono deboli quelli politici. Lo scambio sociale nelle democrazie è basato sulla competizione tra i diversi gruppi di pressione, di regola economici (bancari, industriali, sindacali). Naturalmente, si tratta di una competizione "regolata" in funzione dell' interesse generale, rappresentato appunto dalla politica. Perciò se l' "attore politico" invece di temperare si ritrae o resta a guardare, ecco, che l’economia “senza se e senza ma” torna a comandare.
Pertanto la vera questione del momento è quali strategie " politiche" seguire per garantire un nuovo equilibrio tra i diversi gruppi di pressione . Ovviamente nella democrazia. E non tornando all'Età della Pietra o a quella del socialismo reale.
Concludendo non esistono “poteri forti” in quanto tali, ma poteri che competono e sul cui equilibrio l’ultima parola spetta sempre al "potere" politico. L’Europa negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, dagli alti tassi di sviluppo, conobbe un grande progresso civile, sociale ed economico, proprio perché la politica riuscì a garantire, nella democrazia, rappresentativa e liberale, il giusto equilibrio tra i diversi gruppi di pressione.
E a quell’equilibrio, prima o poi, si dovrà tornare. Favoleggiare sugli "incappucciati" e sui "poteri forti" che avrebbero sempre dominato, con le loro trame, tutta la storia del capitalismo, vuol dire non capire nulla di sociologia e storia comparata dei sistemi economici. E soprattutto significa non amare la libertà, quella vera (o che comunque si avvicina...). Ma credere nelle favole dei decrescisti e dei nostalgici delle più disperate ideologie.
Ma soprattutto significa non riuscire a spiegare una cosa molto banale. Quale? Le vere ragioni del perché i nostri nonni erano costretti ad andare in giro scalzi, e magari fino in America, mentre noi di scarpe ne abbiamo anche troppe e negli States andiamo in vacanza… Ora, di sicuro, libertà non è comprare un paio di scarpe. Ma essere messi nella condizione di poterle comprare. Insomma, di poter scegliere liberamente.
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Oggi la Commissione Ue presenterà le prime proposte per dare corpo alla riforma del “patto di stabilità” per renderlo più rigido e restrittivo nei criteri di gestione della spesa pubblica.
Invece di favorire corpose politiche pubbliche di rilancio dell'occupazione e degli investimenti, l’ Europa politica mostra di subire la severa linea monetarista della Banca Centrale Europea. L’economia, in particolare quella bancaria, pare perciò vincere ancora una volta su una politica che sceglie di piegarsi alle decisioni di Trichet e dei “poteri forti” che secondo alcuni sarebbero dietro il Presidente della BCE. In effetti, l'Europa politica sembra ben lontana dall'adottare l' idea, suggerita da qualcuno e invisa al banchiere francese, di tassare le transazioni borsistiche allo scoperto e di riflesso gli operatori creditizi e finanziari che le favoriscono.
Certo, a questo punto sarebbe molto facile parlare, in termini retorici, di "poteri forti che vogliono affamare i popoli”, eccetera, eccetera. In realtà, i poteri economici sono forti perché sono deboli quelli politici. Lo scambio sociale nelle democrazie è basato sulla competizione tra i diversi gruppi di pressione, di regola economici (bancari, industriali, sindacali). Naturalmente, si tratta di una competizione "regolata" in funzione dell' interesse generale, rappresentato appunto dalla politica. Perciò se l' "attore politico" invece di temperare si ritrae o resta a guardare, ecco, che l’economia “senza se e senza ma” torna a comandare.
Pertanto la vera questione del momento è quali strategie " politiche" seguire per garantire un nuovo equilibrio tra i diversi gruppi di pressione . Ovviamente nella democrazia. E non tornando all'Età della Pietra o a quella del socialismo reale.
Concludendo non esistono “poteri forti” in quanto tali, ma poteri che competono e sul cui equilibrio l’ultima parola spetta sempre al "potere" politico. L’Europa negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, dagli alti tassi di sviluppo, conobbe un grande progresso civile, sociale ed economico, proprio perché la politica riuscì a garantire, nella democrazia, rappresentativa e liberale, il giusto equilibrio tra i diversi gruppi di pressione.
E a quell’equilibrio, prima o poi, si dovrà tornare. Favoleggiare sugli "incappucciati" e sui "poteri forti" che avrebbero sempre dominato, con le loro trame, tutta la storia del capitalismo, vuol dire non capire nulla di sociologia e storia comparata dei sistemi economici. E soprattutto significa non amare la libertà, quella vera (o che comunque si avvicina...). Ma credere nelle favole dei decrescisti e dei nostalgici delle più disperate ideologie.
Ma soprattutto significa non riuscire a spiegare una cosa molto banale. Quale? Le vere ragioni del perché i nostri nonni erano costretti ad andare in giro scalzi, e magari fino in America, mentre noi di scarpe ne abbiamo anche troppe e negli States andiamo in vacanza… Ora, di sicuro, libertà non è comprare un paio di scarpe. Ma essere messi nella condizione di poterle comprare. Insomma, di poter scegliere liberamente.
Anche di andare in giro a piedi nudi...
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Copyright © 2010 - all rights reserved. Tutti i diritti sono riservati. Per richiedere la riproduzione del post scrivere all'indirizzo e-mail: carlogambescia@yahoo.it
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8 commenti:
Sottoscrivo Carlo. La democrazia, a mio parere, si fonda in primo luogo sul primato della politica sull'economia, e non, come sostiene il delirante Antonio Di Pietro sulla politica come mero arbitro delle contese economiche. Richiamarsi a un pensatore eretico come Karl Polanyi si rende, in questo caso, assai utile. Anche lui, caro Carlo ha esposto (esattamente come te) "argomentazioni antieconomiciste" :). Cari saluti e un abbraccio.
La questione nazionale e la sua indipendenza dalle manine o manone.
Ciao carlo,
Stefano
Pienamente d'accordo Carlo; i "Neoliberisti" sono riusciti ad imporre la loro Vision nelle aule dei Parlamenti, a ridurre il potere contrattuale dei sindacati, a precarizzare il lavoro, a liberalizzare i mercari/prodotti finanziari- 30/40 anni fa' tutto cio' sarebbe stato impensabile-. Mi sa' che avranno vita facile ancora per molti anni, poi chissa'...forse sugli scenari futuri Carlo ci puo' venire in aiuto?
Rinnovo i complimenti a Carlo per le sue lucide analisi...
Walter
Grazie a tutti dei graditi commenti.
Abbraccio!
Carlo
Qualche appunto Carlo.
Tu dici "In realtà, i poteri economici sono forti perché sono deboli quelli politici". Quelli politici sono deboli per loro volontà. Sono le linee guida della dittatura neoliberista ad imporre la progressiva contrazione della politica. E' dagli anni '80 che si viaggia su questo binario, dai capisaldi generati dal reaganismo e dal thatcherismo. Le classi politiche a seguito del processo involutivo di deideologizzazione si sono spostate vieppiù verso il centro. Un centro fatto di compromessi, politically correct, inciuci e donazioni di sovranità. Se a questo si aggiunge la pervasiva ignavia che affligge in particolar modo la società italiana, si comprende facilmente come la controffensiva dei "poteri forti" stia trovando scarse resistenze.
Aggiungi anche che "L’Europa negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, dagli alti tassi di sviluppo, conobbe un grande progresso civile, sociale ed economico, proprio perché la politica riuscì a garantire, nella democrazia, rappresentativa e liberale, il giusto equilibrio tra i diversi gruppi di pressione". Invero quel boom economico l'Europa lo visse anche e soprattutto sulla base di una ricostruzione post bellica. A tutte le guerre seguono sempre forte crescita economica ed espansione industriale. Quella era un'Europa che veniva anche da forti lotte ideologiche e da ventante di socialismo (reale, nazionale, liberale) che piaccia o no portarono alla costruzione degli stati sociali. Questa fù una peculiarità tutta europea e oggi la stiamo perdendo sotto gli evidenti attacchi di un modello economico nato nel mondo anglosassone (Weber dixit). Moriremo tutti liberal-capitalisti?
Inoltre cito: "Favoleggiare sugli "incappucciati" e sui "poteri forti" che avrebbero sempre dominato, con le loro trame, tutta la storia del capitalismo, vuol dire non capire nulla di sociologia e storia comparata dei sistemi economici. E soprattutto significa non amare la libertà, quella vera (o che comunque si avvicina...). Ma credere nelle favole dei decrescisti e dei nostalgici delle più disperate ideologie". E' chiaro che è da dementi Carlo, credere che possa esistere una elite di illuminati che dominano il pianeta. Sarebbe come credere all'esistenza dei rettiliani... Però è un dato di fatto che organismi sovranazionali quali la Trilateral o il Bilderberg abbiano una certa influenza sulle scelte economiche e politiche dei Paesi occidentali. Senza essere complottisti, ma basandosi su dati di fatto personaggi come Kissinger, Rothschild e Rockfeller non sono frutto dell'immmaginazione di qualcuno, ma presenze reali, concrete e invasive che portano avanti da decenni politiche non propriamente... democratiche.
Un saluto e un abbraccio.
Giuseppe
Caro Giuseppe grazie.
Prima di aprire la discussione ti invito a riflettere sulle chiare differenze fra la "dittatura" comunista, nazionalsocialista da una parte (la fascista, accantoniamola per il momento); dall’altra quella "neoliberista".
Intanto te ne suggerisco una io: comunismo e nazionalsocialismo si reggono su una società monocentrica (dove il partito unico non ha rivali), il neoliberismo continua a muoversi all'interno di una società policentrica, ricca di poteri contrapposti (chiesa, magistratura, sindacati dei datori di lavoro e della maestranze, media, burocrazie civili e militari, associazioni civili e di volontariato, solo per limitarsi all'Italia).
Perciò per il neoliberismo parlerei di un’ egemonia socioculturale temporanea di alcune istituzioni, in particolare di quelle prettamente economiche, all'interno delle quali predomina una cultura "neoliberista" come in precedenza dominava una cultura keynesiana... Corsi e ricorsi. Non c'è nulla di male.
Proprio perché il tutto avviene, come ho già anticipato, all'interno di una società policentrica. Il che significa che l'egemonia “neoliberista” è temporanea (certo in termini storici), e per una ragione molto semplice: perché la società policentrica è per sua natura competitiva e non ammette il "partito unico", anche della "sociocultura”. Parliamo perciò di una egemonia sociale che può essere democraticamente contrastata. E, come auspico, sicuramente lo sarà.
In questo senso, se le parole hanno un significato condiviso, asserire categoricamente che oggi la società occidentale sia sotto la "dittatura neoliberista", come lo erano Germania e Russia sotto quella del "partito unico" nazionalsocialista e bolscevico è sbagliato e pericoloso.
Sbagliato perché oggi non siamo di fronte a una dittatura ma a una egemonia (quindi qualcosa di rimediabile pacificamente, come ho scritto nel post).
Pericoloso perché con gli slogan si contribuisce a creare un clima sociale a metà strada tra la rassegnazione e la rabbia.
Sentimenti che non portano lontano.
Ricambio il saluto e l'abbraccio.
Carlo
Pienamente condivisibile la tua precisazione Carlo, ma anche in questo caso volevo farti presente un aspetto. Parlare di egemonia keynesiana può aver senso in un'ottica di società policentrica. Il pensiero di John Maynard Keynes trovò ampi adepti e fù largamente diffuso, ma non dominò l'interà scena occidentale. La società di allora offriva un plurarismo di idee e una partecipazione popolare sicuramente maggiore. Oggi le cose sono ben diverse. Ha senso parlare di dittatura nel senso più ampio del termine. Non è uno slogan è una constatazione della realtà. Tutto il mondo occidentale è sotto l'egida della stessa ricetta economica. E la cosa sconvolgente è che non esistono differenze di applicazione tra un governo socialista/progressista (ad esempio quello greco o spagnolo) e quello più conservatore o di destra. Le metodologie di applicazione degli interventi governativi a fronte della crisi economica che affligge l'intero occidente sono le stesse!
La società ai tempi di Keynes era decisamente pluralistica, policentrica e offriva maggiori spazi di sovranità nazionale che oggi si è ridotta all'osso a causa del processo globalizzante sorvegliato da quegli organismi sovranazionali cha la fanno da padrone (spesso con ricatti veri e propri ai danni dei Paesi più in difficoltà).
Oggi constatiamo uno svuotamento della politica mentre durante Keynes le ideologie facevano la voce grossa. Oggi centro destra e centro sinistra non differiscono molto e spesso si assiste a dei cambi di potere piuttosto che ad una vera alternanza di proposte e soluzioni. Il modello, mi dispiace doverlo dire, è sempre quello americano. L'americanizzazione della società europea ha agevolato questo graduale processo si modifica politica ed economica.
Guarda Carlo, mentre scrivo mi vengono in mente numerosi esempi che potrebbero avallare quanto da me già scritto, ma rischierei di ridondare la mia risposta. Trovo comunque interessante, come sempre, confrontarmi con te e non nego che in questo caso mi avrebbe fatto piacere averlo potuto fare davanti ad una granita seduti all'aria aperta.
P.S. Concordo sul concetto di di dittatura monopartitica che nazionalsocialismo e comunismo sovietico hanno realizzato, meno sul fascismo che preferisco definire democrazia totalitaria.
Un saluto
D'accordo per la granita...
Carissimo Giuseppe, dire, come faccio io, che questa società sia policentrica, non significa che non sia a rischio... Quindi capisco perfettamente le tue perplessità.
Però, credo pure - certo è un giudizio di valore, quindi opinabile - che una società policentrica, economicamente dipendente da un capitalismo sociale di mercato, sia un valore da difendere.
So che a molti ciò non piace, ma per il momento - e questo non è un giudizio di valore, ma di fatto, storicamente e sociologicamente fondato - non scorgo alternative praticabili.
Quanto all'americanismo lo ricondurrei all'egemonia socioculturale del sensismo (Sorokin). Il che significa che un passo indietro, geopoliticamente parlando, degli Usa, non sarebbe accompagnato da un passo indietro del sensismo ... (e qui si apre l'interessante problema della diversità tra i tempi della geo-politica e quelli della "geo-sociocultura", più rapidi i primi, più lenti i secondi, sempre in senso storico).
Concludendo, il nostro non è sicuramente il migliore dei mondi possibili :-). Tuttavia i diversi "mondi impossibili" che molti "piazzisti della decadenza" (in particolare sulla Rete) propongono non sembrano, almeno per ora, migliori di quello in cui viviamo.
Ciò non significa che non si debba "cercare" ... Ma evitando salti nel buio politici. Ecco perché preferisco attenermi al piano metapolitico, evitando per quanto possibile quello politico.
Un abbraccio.
Carlo
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