lunedì, maggio 03, 2010

Gianfranco Fini e la questione della destra in Italia
Una replica a Marco Tarchi
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La questione della destra: la foresta o gli alberi?
Stupisce e dispiace scoprire come nell’analisi di Marco Tarchi, apparsa sul “Foglio a proposito dell’affaire Fini (http://www.ilfoglio.it/soloqui/5031), sia assente un’importante questione storica e politologica, per così dire, di sfondo: quella della ricomposizione della destra italiana.
E per quale ragione? Per dirla senza peli sulla lingua: eccesso di passione politica. L’intervento di Tarchi sembra non muovere da un’oggettiva analisi dei fatti, bensì da un giudizio soggettivo di natura politico-morale. Di qui un’ angolazione più attenta agli alberi che alla foresta, ai particolari e non ai processi generali, “di fondo”. Dei quali invece si dovrebbe parlare, soprattutto per uscire dal giochino giornalistico-salottiero, ora molto in voga, del “ E tu con chi stai? Con Fini o Berlusconi?”.
Quindi vorremmo replicare al suo articolo ma anche provare ad “allargare” l’orizzonte politologico della questione e dunque del dibattito.
Detto questo, lasciamo subito la parola a Tarchi. La citazione è lunga ma necessaria: “Partiamo dal fatto - scrive nel suo intervento - che la scomparsa di Alleanza nazionale ha segnato, sia pur in linea con l’evoluzione progressiva del Msi, la fine di almeno due delle ambizioni che dal fascismo – o quantomeno dalle sue correnti movimentistiche – si erano trasmesse inizialmente ai suoi epigoni: la pretesa/promessa di superare la contrapposizione tra sinistra e destra, estraendo da ciascuno dei due campi le istanze ritenute migliori e fondendole in una nuova sintesi, e quella di incarnare un modo nuovo di rapportarsi alla politica, rifiutando le forme cristallizzate della democrazia partitocratica. Sul primo di questi due versanti, non c’è alcuna vena polemica nella constatazione che, nel Msi prima e in An poi, il fascismo ha completato quel processo di resa alla destra che già aveva attraversato varie fasi in epoca di dittatura. Ridotta la socialità a espediente gergale di propaganda, il neofascismo ha rinfoderato l’aspirazione a proporre modelli di organizzazione economica della società diversi da quelli imposti dal capitalismo e nei confronti di questi ultimi ha, un poco alla volta, affievolito le residue critiche” (il corsivo è nostro).
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La “resa alla destra”
Che in piena democrazia, missini e aennini - ora confluiti nel PdL - abbiano “completato quel processo di resa alla destra che già aveva attraversato varie fasi in epoca di dittatura”, non è un male ma un bene. E, attenzione, non in termini politici e morali - altrimenti si rischia di commettere lo stesso errore di Tarchi - ma storici e sistemici. Come vedremo più in là, quel suo mettere le mani avanti sull’assenza di “vena polemica” sembra essere la classica excusatio non petita
Ma per tornare sul punto “resa”. Cosa vogliamo dire? Che la “resa” assume invece valore positivo dal punto di vista della ricomposizione storica della destra italiana. Perché può favorire, come del resto sta avvenendo, la nascita di un grande partito conservatore e democratico. Parliamo di quel grande partito di destra, liberale, cattolico e popolare, di cui si è avvertita in Italia la storica mancanza. Un “grande assente”, prima penalizzato dal non expedit cattolico, poi sedotto e traviato dal fascismo e infine “ silenziato” dal centrismo consociativo democristiano fino al 1994.
Questo sul piano storico. Su quello sistemico, per dirla in sociologhese, ci riferiamo invece alla ristrutturazione “micro-sistemica” delle diverse anime di un famiglia politica, quella conservatrice. Processo che, a sua volta, rinvia a una “macro-ricomposizione” sistemica e politica capace di condurre alla fisiologica alternanza democratica tra sinistra riformista e destra conservatrice.
Dal momento che - piaccia o meno - questa è la normalità “sistemica”, almeno quando si parla di una società sviluppata, dotata di istituzioni democratiche rappresentative e basata sull’ economia di mercato.
Pertanto rimproverare An di “resa alla destra”, come fa Tarchi, significa subire, nolens volens, il fascino del pensiero della “tentazione fascista”, per usare la agile espressione di Tarmo Kunnas.
Ci spieghiamo subito: significa idealizzare un progetto - attenzione, non studiare - sicuramente estraneo alla moderna democrazia, o comunque disfunzionale, attribuendo ai suoi attori, in questo caso missini e post-missini, livelli di coerenza in base alla distanza dall’enunciato ideologico. E’ quel che fanno da sempre, ad esempio, anche gli studiosi nostalgici del comunismo. Appunto…
Certo, talvolta nei propositi disfunzionali di un movimento politico, come per la follia, c’è un metodo. Ma sempre di follia - o disfunzionalità - si tratta: al limite, oggi sarebbe più corretto, dal punto di vista politologico, visti i successivi sviluppi democratici del Msi, scoprire, se nel fascismo e poi negli ambienti missini vi fossero già all’epoca “tentazioni democratiche”… E dunque fattori “funzionali”. E crediamo che i libri di Parlato, ad esempio, oggi provino ad andare in questa direzione.
Comunque sia, siamo davanti a un “pre-assunto” politico-morale, riguardante una sorta di fascismo “ideale” e la sua potenziale prosecutio politica, che come tutti i “pre-assunti” condiziona, e non positivamente almeno in questa occasione, l’approccio politologico di Tarchi.
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Rileggere Max Weber
Anche perché il ruolo dello scienziato sociale impone sempre la ricerca dell’oggettività. E qui, pur cadendo nel didascalico, non possiamo non citare Max Weber. Non tanto per Marco Tarchi che ovviamente ne conosce l’opera, quanto per i lettori. Weber a proposito della “scelta” politica tra scopi e mezzi, rilevò che lo studioso o “ insegnante può mettervi davanti la necessità di questa scelta, ma non può fare nulla di più, finché vuole rimanere un insegnante e non diventare un demagogo. Egli può naturalmente ancora dirvi: se volete questo o quell’altro scopo, allora dovete mettere in conto questa o quell’altra conseguenza concomitante che si verifica in conformità all’esperienza” (La scienza come professione, Mondadori 2006, p. 40).
Insomma, lo scienziato sociale deve ragionare “weberianamente”. Perciò parlare della fedeltà o meno di An al pensiero della “tentazione fascista” rischia di essere fuorviante. Perché “un insegnante” deve subito evidenziare che qui la scelta “necessaria” non è tra fascismo ideale (scopo) e fascismo reale (mezzo), ma tra democrazia e fascismo: tra due scopi diversi che richiedono mezzi differenti.
Certo, si può, anzi si deve ragionare sulle modalità della transizione Msi-An-PdL. E quindi sui modelli di partito, sui vincoli organizzativi, al limite sulle astuzie, sui personalismi, eccetera. Ma, se vogliamo tenere “politologicamente” i piedi ben piantati in terra (lasciando perciò agli storici delle dottrine politiche, magari un tantinello nostalgici, lo studio del “fascismo ideale”), il processo in sé, come transizione dal modello totalitario a quello democratico di un partito e/o di un sistema, non può non essere definito benefico, funzionalmente benefico.
Torniamo sul punto ancora una volta: discutere del tradimento di Fini rispetto ai valori del fascismo “ideale”, come quando Tarchi accenna all’infedeltà verso “ i modelli di organizzazione economica della società diversi da quelli imposti dal capitalismo” concepiti nel Ventennio, può avere senso politologico solo se rapportato, e in modo positivo quale felix culpa, funzionalmente appropriata alle necessità sistemiche di ricomposizione della destra democratica in Italia. Sono, insomma, in gioco meccanismi strutturali e funzionali. E, ovviamente, le necessità sistemiche non possono includere, in quanto viviamo in una società pluralista e di mercato, opzioni da partito unico o di tipo anticapitalista, e quindi antisistemiche. A che serve perciò tornare ogni volta sull’infedeltà di Fini verso il fascismo “ideale” ? Oppure storcere di continuo la bocca sulla sua conversione all’economia di mercato? Se a Marco Tarchi non piace la liberaldemocrazia nessuno gli vieta di scrivere contro. Ma quel che non è lecito è farsi condizionare dalla passione politica quando si fa analisi politologica anche, o meglio soprattutto, in sede giornalistica. Quindi la “vena polemica” in quel che Tarchi scrive nel suo intervento, c’è, eccome.
Detto altrimenti: in qualsiasi modo Fini sia giunto alla democrazia, gli effetti di ricaduta, al netto di personalismi e giochi di potere, possono essere, dal punto di vista sistemico, soltanto benefici.
Fermo però restando un fatto. Quale? Che va “politologicamente” misurata, e senza fare sconti, la fedeltà “sistemica” dei finiani, ovviamente alla democrazia, ma soprattutto al processo in atto di ricomposizione della destra in Italia. Una “normalizzazione” - ecco il punto - che rischia invece di “precarizzarsi” quanto più Fini, in futuro, cercherà di distaccarsi dal PdL, vero motore, piaccia o meno, del processo, perseguendo obiettivi personalistici e/o velleitari. Rischiando così di frammentare il quadro politico, di favorire il ritorno del centrismo partitico-ideologico, nonché di andare contro i desiderata degli elettori, che mostrano di apprezzare l’unità a destra. E dunque di gradire un bene pubblico e sistemico: la stabilità politica.
Quanto alle frange estreme che Fini e sodali, “passati con disinvoltura dal ghetto al palazzo” avrebbero abbandonato a se stesse, si tratta di folcloristiche minoranze. Borderlines che possono essere ritenuti pericolosi per la democrazia solo dagli isterici seguaci della mitologica religione del Ur-Fascismo. E non crediamo Tarchi sia fra questi ultimi…
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Conclusioni ( o quasi)
Certo, è vero che “ quanto alla funzione che il gruppo dirigente di Alleanza nazionale, oggi lacerato, potrebbe svolgere nel momento in cui Berlusconi lascerà la guida del centrodestra, le prospettive sono indecifrabili”. Come è altrettanto vero che “il ‘pensiero di destra’ non aveva già più ai tempi di An, e men che meno ha oggi in quei dintorni, un volto riconoscibile”.
Tuttavia, ripetiamo, è un bene “sistemico” che il pensiero di destra nel senso, ripetiamo, del “pensiero” della “tentazione fascista”, non abbia più un “volto riconoscibile”. Perché si tratta di un pensiero inconciliabile con la democrazia liberale e l’economia di mercato. Mentre è un male non l’averlo rimpiazzato - o almeno iniziato a rimpiazzarlo - con una cultura realmente liberale, conservatrice e democratica.
E qui emergono le responsabilità di un Fini dedito ai giochi di potere ma anche le colpe dei fatui “farefuturisti”. I quali hanno prodotto, come giustamente scrive Tarchi, “un insieme liquido di riflessioni prive di un filo conduttore, abbacinate dall’ossessione di apparire moderni ad ogni costo, ancora legate a una terminologia di stampo conservatore in cui parole come nazione, identità e Stato sono tuttora frequenti ma ondivaghe nell’attribuire contenuti a quei termini”.
E qui emergono anche i limiti di Berlusconi, al quale se va riconosciuto il merito di aver avviato nel 1994 il gigantesco processo storico-sistemico di ricomposizione della destra italiana, vanno rimproverate le modalità autoreferenziali di attuazione. Come non vanno sottaciute le responsabilità del mondo economico italiano, che talvolta pare preferire la vischiosità del consociativismo. Una propensione cui spesso non sembra sfuggire neppure una sinistra, che pure sta tentando di trasformarsi in forza riformista e alternativa alla destra.
In questo senso gli elettori, come abbiamo accennato, soprattutto quelli di destra, sembrano essere più consapevoli degli stessi attori politici circa l’importanza della posta (“ricompositiva”) in gioco.
Ma su questi aspetti magari torneremo in altra occasione.

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22 commenti:

epigrammiefacezie ha detto...

Non ti capisco, Carlo. Hai appena pubblicato un libello in cui Fini l'avete praticamente massacrato, tu e Nicola Vacca, e avete fatto bene, a mio avviso, e adesso ti metti a difendere Fini...
Perché avrebbe avuto il grande merito di riportare l'unità a destra, favorire la creazione di un grande partito di destra liberale e conservatore.
Sarà, ma a me non sembra. Qui se c'è qualcuno che ha fatto qualcosa per ricostruire una destra in Italia, sebbene con molti limiti politici, questi sono Bossi e Berlusconi. Fini e i suoi hanno pensato solo a fare carriera.
In più, qui si sottovaluta la probabile influenza su Fini di forze occulte internazionali, che influenzano assai probabilmente la sua politica.
E in definitiva a me, ex comunista, di avere due forze di destra e di sinistra che si alternino in un minuetto parlamentarista non me ne frega niente. A me interessa che si faccia politica.
La dicotomia destra-sinistra è limitativa, e in Italia solo il fascismo e il comunismo hanno seriamente provato a superarla, oltre, in qualche misura, al cattolicesimo politico nell'esperienza della DC. Il fatto che permangano determinate etichette non significa che dobbiamo restare attaccati a scenari otto-novecenteschi, altrimenti rischiamo di scambiare la realtà con le allucinazioni, o con i giochi di specchi.

Carlo Gambescia ha detto...

Carissimo Luca, ma è possibile che ancora ti sfugga il fatto che nelle mie analisi io non faccio sconti a nessuno? Cosa che invece mi viene regolarmente rimproverata da tutti fronti (per i liberali sono un nemico del mercato, per i comunisti e sinistra un fascista, per i fascisti un liberale, per i cattolici tradizionalisti un sociologo relativista, per i finiani un rompicoglioni...).
"Oggettività" che ho sempre pagato e pago professionalmente.
Possibile che sia così difficile capire che quel che mi muove - e da sempre - è solo l'amore puro per la conoscenza sociale? E quindi magari rispondermi sulla base di quel che scrivo oggettivamente e non di quelli che sono i soggettivi desiderata ideologici di chi mi legge?
Nel post confermo quel che ho scritto su Fini in "A destra per caso", dove tra l'altro, accenno lungamente alla questione della "ricomposizione storica", alla questione destra-sistemica/destra-antisistemica, eccetera, negli stessi termini del post di oggi.
In qualsiasi modo Fini sia giunto alla democrazia, gli effetti di ricaduta, al netto di personalismi e giochi di potere, possono essere, dal punto di vista sistemico, soltanto benefici.
La mia analisi è oggettiva: nell'attuale sistema le cose funzionano così: destra, sinistra, partiti, parlamento, mercato,eccetera. E su questi basi si deve ragionare. E po-li-to-lo-gi-ca-men-te. Cosa che Tarchi nel suo intervento non ha fatto. E che io gli rimprovero. Questo è tutto.
Quel che tu sostieni riguarda le tue simpatie soggettive e la tua personale concezione della politica, certo frutto di letture,esperienze, eccetera (per carità rispettabilissime): scelte soggettive che ti portano a sopravvalutare alcuni fenomeni sociali, che io non nego, ma che sono ancora politologicamente in decantazione, come la presunta fine della dicotomia destra-sinistra, eccetera... Aspetti interessanti, ma dei quali nell'analisi della questione della destra e soprattutto dal punto di vista si-ste-mi-co, è decisamente prematuro parlare. Ci vuole tanto a capirlo?
Ti avviso :-) che non mi farò trascinare in alcuna polemica, tipo sesso degli angeli :-)

Abbraccio,

Carlo

P.S.
Vedo che sul ruolo storico di Berlusconi siamo d'accordo :-) . Già è qualcosa.

Giacomo Gabellini ha detto...

Uno dei rarissimi casi in cui mi trovo in disaccordo con Marco Tarchi, politologo estremamente acuto. Come hai notato tu, caro Carlo, Tarchi inserisce in una analisi politologica elementi soggettivi e valutazioni personali che avrebbe dovuto, secondo me, lasciar fuori. Forse egli non è riuscito nell'impersa per l'insorgere di vecchie passioni giovanili, e per questo motivo credo che molto gli debba essere "perdonato". In ogni caso, non ho colto, una discordanza tra il presente post e il phamplet "A destra per caso", in quanto trovo che tu Carlo esprima valutazioni mosse dall'esigenza di comprendere imparzialmente la realtà sociale. Non si tratta, credo, di sposare la causa di Fino o di Berlusconi, quanto di cogliere anomalie e contraddizioni nei comportamenti di entrambi, senza entrare nel parco tifosi, saturo da tempo. Cari saluti e un abbraccio.

epigrammiefacezie ha detto...

Giusto per la cronaca, Carlo, tu mi insegni che Marco Tarchi ha sempre sostenuto non semplicemente che le categorie di destra e sinistra siano superate, cosa che peraltro a mio avviso appare sempre più vera, ma che il paradigma destra-centro-sinistra "è sempre stato" gravemente insufficiente ad analizzare la realtà sul piano politico.
Cosa che peraltro mi pare sostenga, su un altro versante, e provenendo da posizioni del tutto diverse, Gianfranco La Grassa e i suoi collaboratori di Ripensare Marx.
Io, che non mi reputo particolarmente colto, né particolarmente intelligente, concordo con loro, fatte salve le innumerevoli differenze.
Detto questo, neppure io ho intenzione di discutere del sesso degli angeli, devo anche dirti però, e spero non te ne avrai a male, che in questo caso tra la tua disamina e quella del professor Tarchi mi convince di gran lunga di più quella del Tarchi.

Carlo Gambescia ha detto...

Grazie a Giacomo ma anche Luca, solo per la briga di aver letto tutta la pappardella...

Luca, per carità ci mancherebbe altro. Amici più di prima.
Comunque, sempre per la cronaca, non è che lo dicono Marco Tarchi e l'ottimo La Grassa, ma lo dicevano anche Sorel, Pareto, Mosca, Michels, Schmitt. I quali, come oggi Tarchi e La Grassa, non erano certo amici della liberaldemocrazia e del parlamentarismo...
E, comunque sia, lo dicono, tutti insieme, perché si riferiscono esclusivamente al politico come sfera autonoma dalle istituzioni politiche. Il che va benissimo.
Ma non deve implicare che nell' analisi di un sistema politico cronologicamente dato, non si debba poi tenere conto di quelli che sono i vincoli sistemici (destra, sinistra, parlamento, mercato). All'interno dei quali, attenzione, hanno libero gioco le costanti del "politico". Certo, assumendo, di volta in volta, una forma storica particolare, riguardo, ad esempio, alle forme di rappresentanza. Parlo di quelle costanti che sintetizzo in "Metapolica".
Voglio dire che si tratta di una questione di equilibrio analitico: di conseguenza far prevalere le costanti sui vincoli, o i vincoli sulle costanti è fuorviante.
Ma ancora peggio è far prevalere le proprie passioni politiche, sia che ci si chiami Sorel, Pareto, Tarchi,eccetera... Anche perché se si è "insegnanti", come rilevava Weber, non è che sia un bel modo di onorare la cattedra.
Un abbraccio,
Carlo

epigrammiefacezie ha detto...

Carlo, non è che "costanti" del politico siano le "permanenti" del politico. Sono nate, e un giorno moriranno, e forse già lo stanno facendo.
In ogni caso l'aver dato impulso all'alternanza non mi sembra di per sé un gran merito. Sono oltre quindici anni che abbiamo l'alternanza al governo, e mi sembra che l'operato dei vari governi lasci molto a desiderare.
Si stava molto meglio quando non c'era nessuna alternanza, e tutti stavano dove stavano. L'Italia era in condizioni economiche, politiche e sociali assai migliori.
E poi, uscirsene sostenendo che il fascismo è stato un "male assoluto" come ha fatto Fini significa fare torto alla memoria italiana, e contribuire ad allargare quelle spaccature che tu stesso, mi sembra, auspicavi si ricucissero.
Infine, l'accettazione dell'economia di mercato non dovrebbe significare una capitolazione totale alle oligarghie finanziarie. Non credo proprio che Tarchi invocasse un ritorno nostalgico al sistema corporativo mussoliniano.

Carlo Gambescia ha detto...

Luca ;-) lo sapevo che finiva così. E' più forte di te.
Vuoi addirittura spiegare a me che cosa sono le costanti o regolarità del politico... ;-) :
"Metapolitica", pp. 28 sgg.
Vabbé, dài, abbraccio ;-)
Carlo

epigrammiefacezie ha detto...

Non voglio spiegare niente, Carlo. Ti ho risposto cortesemente, mi sembra. E mi sembra di aver letto con la massima attenzione il tuo post originario.
Saluti
Luca

Carlo Gambescia ha detto...

Ed io ti ringrazio di nuovo.
Abbraccio,
Carlo

epigrammiefacezie ha detto...

Mi rammarico soltanto, a distanza di un giorno, che Marco Tarchi non abbia avuto a suo sostegno una voce più autorevole di quella di un poveretto come me.

Carlo Gambescia ha detto...

Sei ingenuo, caro Luca.
Anche il "silenzio" parla.

Stefano Vaj ha detto...

@Carlo
'Tuttavia, ripetiamo, è un bene “sistemico” che il pensiero di destra nel senso, ripetiamo, del “pensiero” della “tentazione fascista”, non abbia più un “volto riconoscibile”. Perché si tratta di un pensiero inconciliabile con la democrazia liberale e l’economia di mercato. Mentre è un male non l’averlo rimpiazzato - o almeno iniziato a rimpiazzarlo - con una cultura realmente liberale, conservatrice e democratica.'

Si può o no avere nostalgia per una destra che in Italia non sarebbe mai esistita. O che invece, vista da un altro lato, celebra oggi un'*egemonia totalmente trasversale e pressoché unanime* (chi, oggi, sarebbe mai nell'arco politico italiano "non-cattolico", "non-liberale", "non-conservatore"?).

Ma per quanto io non abbia di Tarchi una stima molto più alta di quella che nutro per Fini, lo stesso ha perfettamente ragione nel concludere che il neo/post-fascismo italiano non ha ovviamente nulla da contribuire in quanto tale a questo mondo ideale, che esisteva da ben prima di loro, e che ha continuato ad avere la sua storia.

La vera, coerente conclusione di una riflessione che li avesse portati a concludere per le ragioni della destra prefascista, avrebbe dovuto essere semplicemente quella di chiudere bottega e andare a casa.

D'altronde, come si concilia con l'immagine di un ritorno al "sano" bipolarismo conservatori/progressisti ventilata in A destra per caso l'idea che sia "male" l'esistenza di qualche altro partito oltre a quello destinato fisiologicamente destinato a sostenere le ragioni della versione liberale della democrazia e della versione mercatista dell'economia?

In effetti, la tipica tentazione magari non fascista, ma certamente "di destra", è quella di immaginare un mondo pluralista in cui però nessuna opposizione o alternativa reale è mai accettabile, a favore di "sinistre" puramente immaginarie di cui non si è mai davvero in grado di definire i connotati, perché in fondo a pena di inammissibilità dovrebbero coincidere perfettamente con quelli della destra che auspica di trovarsela di fronte.

Con il che, se non sbaglio, si torna dritti dritti alla concorrenza tra comitati di affari cui il "vero conservatore" guarda (non a torto) con sdegnato sussiego...

Stefano Vaj ha detto...

@Epigrammiefacezie
'Carlo, non è che "costanti" del politico siano le "permanenti" del politico.'

Aggiungerei una cosetta, se mi è permesso. Le costanti, o i "vincoli sistemici", di cui parla Carlo, hanno in fondo un senso sincronico o descrittivo.

Nulla vieta di essere molto puntigliosi nell'analizzare i presupposti del "funzionamento" di un certo sistema in un certo momento, e desiderarne la immutata perpetuazione, o al massimo la crescente conformità ad un modello in certo modo "platonico" del medesimo.

La rilevanza, il significato e la portata di concetti come "destra, sinistra, parlamento, mercato" sono già cambiati in passato, ed è probabile (oltre che per taluni auspicabile) che continuino a cambiare in futuro.

Diversamente, l'analisi scientifica, specie se maneggiata con i notevoli mezzi di Carlo, rischia davvero di farsi uno strumento di conservazione dell'esistente. ;-)

Stefano Vaj ha detto...

Oops. Volevo scrivere: "e al tempo stesso NON desiderarne..".

Carlo Gambescia ha detto...

Caro Stefano,

Poni un problema fondamentale:
in effetti il rischio c'è. Ed è insito in ogni metodologia, per così dire, di tipo di tipo olistico-funzionalistico come la mia. Ne sono perfettamente consapevole. Purtroppo. Cerco però sempre di essere equilibrato nei miei giudizi, soppesando i diversi fattori.

Quanto alla questione dei vincoli e delle costanti mi aiuto con un esempio:
Una "costante" (nel senso che si ripete storicamente e sociologicamente, semplifico), come ad esempio quella della divisione della società in governati e governanti, è una cosa. Mentre il vincolo istituzionale un' altra. Perché concerne il sistema storico dato o particolare, come ad esempio, la divisione parlamentare tra destra e sinistra che ha radici ottocentesche; e dunque ha natura transeunte: il contrario di una costante.
Comunque, scusami per l'autocitazione ma ho affrontato la questione in "Che cos'è il politico?" e in "Metapolitica", e spero di tornarvi sopra in un prossimo volume sullo sviluppo del politico.
Mi scuso ancora se ho "tromboneggiato"... Ma i commenti di Stefano, sono sempre molto stimolanti.
Abbraccio,
Carlo

Stefano Vaj ha detto...

@Carlo
Sei sempre sin troppo cortese con me, ma particolarmente stimolanti e in sostanza uniche nel panorama dei commentatori delle "evoluzioni" aennine, nella misura in cui non contestano l'abbandono di posizioni "di partenza", ma il mancato approdo a quelle "di arrivo".

La mia perplessità d'altronde è: se la tradizione fascista o neofascista è ovviamente ben distinta da quella "conservatrice, liberale, cattolica", anche se da questi ambienti stata progressivamente svuotata, su che base sarebbe possibile lamentarsi che il superamento di un'identità fascista non vada in tale direzione?

Cosa renderebbe più plausibile l'evoluzione di un neofascista in un "onesto conservatore", anziché, poniamo, in quella di un "onesto progressista", di un populista, o semplicemente di un opportunista?

Stefano Vaj ha detto...

Uff.

"ma particolarmente stimolanti e in sostanza uniche nel panorama dei commentatori delle "evoluzioni" aennine SONO LE TUE ANALISI"

Se continuo a non rileggere ciò che mando, prometto che non me la prenderò se mi banni... ;-)

Carlo Gambescia ha detto...

Stefano grazie.
Diciamo che lo rendono... i nostri rispettivi giudizi di valore... :-)
E così hai inciso fino all'osso" :-)
Abbraccio,

Carlo

epigrammiefacezie ha detto...

Mi accorgo solo ora di questa interessante prosecuzione della discussione a opera di Stefano Vaj.

Stefano Vaj ha detto...

#Carlo
'Diciamo che lo rendono... i nostri rispettivi giudizi di valore... :-)'

Con il che vedi che dimostri in fondo di avere o avere avuto, sulla evoluzione potenziale di un certo giro, opinioni più ottimistiche dal tuo punto di vista di quanto io le abbia dal mio... :-)))

Carlo Gambescia ha detto...

In effetti...
Abbraccio,
Carlo

Grazie anche a te Luca.

Carlo Gambescia ha detto...

In effetti...
Abbraccio,
Carlo

Grazie anche a te Luca.