mercoledì, maggio 19, 2010

Angelo Panebianco e la “fine del socialismo della spesa”
Qualche riflessione
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Prima di tutto è necessario spiegare cosa intende Panebianco per socialismo della spesa.
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“Il socialismo europeo è stato, prima di tutto, e soprattutto, uso della spesa pubblica per fini di ridistribuzione, ampliamento costante di quelli che, nel linguaggio socialista, venivano chiamati «diritti» (ossia, l’ accesso alle prestazioni sociali dello Stato) in nome di un principio di uguaglianza. Ma se tutto questo diventa economicamente insostenibile, se persino il carattere universale delle prestazioni di welfare (che comunque, ancorché ridimensionate, sopravviveranno) rischia di essere messo in discussione a causa della scarsità delle risorse e della conseguente necessità di scegliere i soggetti a cui continuare a erogare le prestazioni e i soggetti da escludere, il socialismo finisce per perdere gran parte della sua ragione sociale”.
http://www.corriere.it/editoriali/10_maggio_18/panebianco-fine-socialismo-spesa_4917f5da-623b-11df-92fd-00144f02aabe.shtml
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Va notato innanzitutto l’approccio realista: il socialismo come fattore redistributivo collegato alle risorse disponibili. Uno schema concettuale accettabile sul piano analitico. Ma che non può essere ridotto a unico elemento interpretativo, soprattutto sul piano sociologico. E per una ragione molto semplice: spingere l’acceleratore analitico sul nesso risorse/redistribuzione, sottovaluta la questione del consenso sociale.
Perché, per usare ancora il linguaggio di Panebianco, se è vero che il socialismo della spesa respingendo i tagli mostra di credere "nell’uovo oggi”, è altrettanto vero, che con i tagli cui si accompagna la promessa mercatista “della gallina domani”, si rischia di costruire un consenso “a breve” anche intorno a quell' idea di mercato che sembra stare così a cuore all'editorialista del "Corriere della Sera".
Il vero punto della questione - che sfugge a Panebianco - è come costruire intorno alla “welfare austerity” un consenso sociale di lungo periodo. E dello stesso tipo di quello sviluppatosi nel “glorioso trentennio” intorno all’ idea welfarista. Perché gli uomini non obbediscono “a comando”… Non sono solo ciò che mangiano, ma soprattutto ciò in cui credono. E liberamente. I "diritti sociali" non sono un optional ma un valore e un fattore di aggregazione e consenso sociale, di cui si deve tenere conto sul piano politico e analitico.
Pertanto non sembra sufficiente, come invece ritiene Panebianco, che i “socialisti della spesa” si impongano di “riscrivere di sana pianta la propria ‘ragione sociale’, i propri fini politici” per fare un piacere a mercati che non rispettano nessuno: né i politici progressisti né quelli conservatori, né tantomeno la gente comune... Il che significa che anche i “conservatori” devono riscrivere la loro, di ragione sociale. Puntando su un conservatorismo equilibrato. E di sicuro non mercatista a oltranza: thatcheriano, se si vuole.
Certo, senza per questo dover sposare le ragioni del socialismo della spesa. Insomma, se proprio vogliamo discutere di conservatorismo, dobbiamo parlare di un conservatorismo capace di andare oltre la dicotomia uovo oggi (socialismo della spesa) gallina domani (mercatismo neoliberista) alla quale Panebianco sembra ridurre la dialettica politica. Ogni dialettica politica.
Un esempio di conservatorismo equilibrato è possibile coglierlo in una figura storica del conservatorismo inglese Harold Macmillan. Racconta Henry Kissinger:
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“[Macmillan] durante lo sciopero dei minatori del 1984, mi disse che, pur rispettando la signora Thatcher e comprendendo ciò che voleva fare, non avrebbe mai avuto il coraggio di condurre una lotta definitiva con i figli di uomini che si erano sacrificati altruisticamente nella prima guerra mondiale” .
(H. Kissinger, L’arte della diplomazia, Sperling & Kupfer, Milano 1996, p. 462)
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E' il caso di aggiungere altro?
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5 commenti:

Giacomo Gabellini ha detto...

Singolare che Panebianco tiri in ballo l'insostenibilità economica di un sistema come quello socialista, volto a una equa redistribuzione dei beni ("ognuno secondo le proprie possibilità, ad ognuno secondo i propri bisogni" come scriveva il vecchio Karl Marx) in un periodo come quello attuale, in cui milioni di cittadini "occidentali" sono stati messi in ginocchio dalla deriva mercatista del sistema noliberale. I tagli al sistema assistenziale saranno per un pò acettati dal popolo (come hai spiegato chiaramente nel tuo post di ieri Carlo) ma le classi politiche odierne non possono sperare di mantenere un consenso "di massa" perseguendo su questa strada e tirando sempre più la corda, che a lungo andare (forse a breve invece) non potrà che spezzarsi. Hayek, che non era certo un sepocro imbiancato come Panebianco, sosteneva almeno che chi non ha le capacità per sapersi imporre in questo sistema non merita più di quello che ha. Panebianco edulcora il tutto e lo pone su un livello di sostenibilità, laddova l'insostenibilità del modello neoliberale, che si sta drammaticamente affermando ovunque, è palese anche ai non addetti ai lavori. Cari saluti e un abbraccio.

Carlo Gambescia ha detto...

Grazie Giacomo del puntuale commento.
La lettura di Panebianco, tra le altre cose, resta comunque utile per capire, come in questo caso, i limiti del realismo politico.
Limiti - e lo ammetto da estimatore dell'approccio realista - di cui si deve tenere sempre conto. Per farla breve: "Amicus Plato, sed magis amica veritas" ("Amo Platone, ma amo di più la verità").

Abbraccio,

Carlo

Giacomo Gabellini ha detto...

Questo è vero Carlo, ed aveva ragione anche Aristotele :). Saluti e un abbraccio.

Stefano Vaj ha detto...

@Carlo:
"Va notato innanzitutto l’approccio realista: il socialismo come fattore redistributivo collegato alle risorse disponibili. Uno schema concettuale accettabile sul piano analitico. "

Questo è un *tipo* di socialismo che in fondo oggi potremmo chiamare "obamiano": una ridistribuzione assistenzialistica ed a pioggia di risorse estratte per via fiscale da un'economia totalmente di mercato che va per il resto per la sua strada.

Ora, mentre esistono plausibili ragioni per non arrendersi alla oggettiva decrescita europea che è oggi sia causa che pretesto dello smantellamento del welfare, "socialismo" può anche significare riappropriazione del controllo (diretto o indiretto) dei mezzi di produzione da parte di una comunità nazionale che ne è stata espropriata da classi essenzialmente parassitarie e da interessi ad essa trasversali...

Il che mi pare una piattaforma su cui diventa molto più semplice anche costruire, se proprio necessario, un consenso popolare attorno ad una politica di austerità condivisa.

Carlo Gambescia ha detto...

Certo.
Grazie del commento.
Abbraccio,
Carlo