Recessione e carceri piene
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La recessione economica ha influito sullo sviluppo della criminalità? Prima di rispondere, qualche dato.
A gennaio 2010 il tasso di disoccupazione, in ascesa, si è posizionato all’ 8,6%. L’Istat ha sottolineato che si tratta del dato peggiore dal gennaio 2004, inizio delle serie storiche. I disoccupati ammontano infatti 2 milioni 144mila unità, in crescita del 18,5% (+334 mila unità) rispetto a gennaio 2009.
Attualmente nelle carceri ci sono circa 67 mila detenuti Il primo gennaio del 2007, a pochi mesi dall’indulto, i detenuti erano 39mila; in 38 mesi l'aumento è stato di 28.000 unità, pari a una media di 730 ogni mese: circa 9mila detenuti all’anno. La crescita è stata costante, come appare dalle rilevazioni semestrali del Ministero della Giustizia. Rispetto ai posti previsti ci sono oggi 23.000 detenuti in più, con un tasso di affollamento del 153% . E, se il tasso di crescita prosegue così, nel 2012, tra 32 mesi, i detenuti saranno 24mila in più.
Non sarebbe però corretto parlare di una relazione diretta tra crescita della disoccupazione e aumento della popolazione carceraria. Perché si dovrebbe prima conoscere tipologia dei reati, motivazioni della condanna, professione del detenuto. Tuttavia, con una disoccupazione in crescita, non bisogna scherzare. Anche perché, invece, la relazione indiretta è provata: nel senso di un fattore povertà economica che non determina ma influisce, facendolo salire, sul tasso dei reati. Soprattutto in società a ricchezza diffusa come la nostra, dove chiunque si trovi a disagio, può commettere molto più facilmente delitti contro il patrimonio che non in una società dove la ricchezza sia nelle mani di pochi: lungo un crescendo che va dal furto al supermercato alla rapina a mano armata. Per farla breve: il brigantaggio sta alla società tradizionale, come il furto e la rapina individuali stanno a quella moderna.
Va però ricordato che Heather Mac Donald, opinionista di destra del “Wall Street Journal” , di recente, ha tentato di sostenere il contrario, basandosi sul fatto che nel primo semestre del 2009, la recessione americana pare sia stata accompagnata da una diminuzione del numero dei reati: il tasso di omicidi sarebbe sceso del 10%, quello dei furti del 6 %. Come dire, chi non è “marcio dentro”, nonostante la crisi, non ruba… Ma andrebbero sentiti i criminologi, perché la “base osservativa” (un semestre, contro una tendenza pluriennale e comprovata, se non secolare) è ridotta e insicura.
Pertanto, per ora, la migliore “terapia” contro le prigioni piene - certo, di lungo periodo - resta quella della creazione di posti di lavoro, grazie a forme di finanziamento pubblico-privato. E qui si pensi al perverso rapporto, da invertire, tra disoccupazione giovanile e "arruolamento" nelle cosche mafiose. Mentre un'altra possibilità - ma che non incide sulle cause - è quella dell'indulto (l'ultimo fu opera del magnanimo centrosinistra...). Resta, infine, la possibilità di costruire nuove carceri... Scelta, che piace ai falchi del centrodestra. E che ideologicamente assomiglia a quella della costruzione di parcheggi: più automobili più parcheggi, più detenuti più prigioni. E così via, all'infinito. Viva la civiltà del diritto (penale).
Comunque sia, qualcosa andrà fatto, dal momento che sarebbe sciocco sperare che le cose possano mutare, da sole, grazie ai miracolosi effetti del libero mercato sulla crisi economica.
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La recessione economica ha influito sullo sviluppo della criminalità? Prima di rispondere, qualche dato.
A gennaio 2010 il tasso di disoccupazione, in ascesa, si è posizionato all’ 8,6%. L’Istat ha sottolineato che si tratta del dato peggiore dal gennaio 2004, inizio delle serie storiche. I disoccupati ammontano infatti 2 milioni 144mila unità, in crescita del 18,5% (+334 mila unità) rispetto a gennaio 2009.
Attualmente nelle carceri ci sono circa 67 mila detenuti Il primo gennaio del 2007, a pochi mesi dall’indulto, i detenuti erano 39mila; in 38 mesi l'aumento è stato di 28.000 unità, pari a una media di 730 ogni mese: circa 9mila detenuti all’anno. La crescita è stata costante, come appare dalle rilevazioni semestrali del Ministero della Giustizia. Rispetto ai posti previsti ci sono oggi 23.000 detenuti in più, con un tasso di affollamento del 153% . E, se il tasso di crescita prosegue così, nel 2012, tra 32 mesi, i detenuti saranno 24mila in più.
Non sarebbe però corretto parlare di una relazione diretta tra crescita della disoccupazione e aumento della popolazione carceraria. Perché si dovrebbe prima conoscere tipologia dei reati, motivazioni della condanna, professione del detenuto. Tuttavia, con una disoccupazione in crescita, non bisogna scherzare. Anche perché, invece, la relazione indiretta è provata: nel senso di un fattore povertà economica che non determina ma influisce, facendolo salire, sul tasso dei reati. Soprattutto in società a ricchezza diffusa come la nostra, dove chiunque si trovi a disagio, può commettere molto più facilmente delitti contro il patrimonio che non in una società dove la ricchezza sia nelle mani di pochi: lungo un crescendo che va dal furto al supermercato alla rapina a mano armata. Per farla breve: il brigantaggio sta alla società tradizionale, come il furto e la rapina individuali stanno a quella moderna.
Va però ricordato che Heather Mac Donald, opinionista di destra del “Wall Street Journal” , di recente, ha tentato di sostenere il contrario, basandosi sul fatto che nel primo semestre del 2009, la recessione americana pare sia stata accompagnata da una diminuzione del numero dei reati: il tasso di omicidi sarebbe sceso del 10%, quello dei furti del 6 %. Come dire, chi non è “marcio dentro”, nonostante la crisi, non ruba… Ma andrebbero sentiti i criminologi, perché la “base osservativa” (un semestre, contro una tendenza pluriennale e comprovata, se non secolare) è ridotta e insicura.
Pertanto, per ora, la migliore “terapia” contro le prigioni piene - certo, di lungo periodo - resta quella della creazione di posti di lavoro, grazie a forme di finanziamento pubblico-privato. E qui si pensi al perverso rapporto, da invertire, tra disoccupazione giovanile e "arruolamento" nelle cosche mafiose. Mentre un'altra possibilità - ma che non incide sulle cause - è quella dell'indulto (l'ultimo fu opera del magnanimo centrosinistra...). Resta, infine, la possibilità di costruire nuove carceri... Scelta, che piace ai falchi del centrodestra. E che ideologicamente assomiglia a quella della costruzione di parcheggi: più automobili più parcheggi, più detenuti più prigioni. E così via, all'infinito. Viva la civiltà del diritto (penale).
Comunque sia, qualcosa andrà fatto, dal momento che sarebbe sciocco sperare che le cose possano mutare, da sole, grazie ai miracolosi effetti del libero mercato sulla crisi economica.
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4 commenti:
"Comunque sia, qualcosa andrà fatto, dal momento che sarebbe sciocco sperare che le cose possano mutare, da sole, grazie ai miracolosi effetti del libero mercato sulla crisi economica."
Bene, mi piace vedere che anche nel tuo caso non esiste un pregiudizio liberale e mercatista assoluto... :-)
Nel merito, se credo comandino anche in questo settore fattori... metapolitici (come la destrutturazione del tessuto comunitario), direi che la situazione economica può certamente svolgere la funzione di "grilletto" perché questi fattori entrino in gioco.
Con due qualificazioni, a mio avviso:
- la prima, che la situazione economica che davvero rileva sotto questo profilo non è la povertà (ci sono società o strati sociali poveri a bassa o bassissima intensità criminale...), ma piuttosto l'*impoverimento* e la perdita di status;
- la seconda, che naturalmente il tipo di reati coinvolti sono esclusivamente i reati di tipo (o con movente) economico; o al limite, in prospettiva, quelli di natura politica.
Grazie Stefanno dell'ottimo commento. E soprattutto delle chiose.
Sono d'accordo. E ti diro di più: di regola, la perdita - o addirittura il guadagno - di status spiega, in larga parte, i reati commessi dai cosiddetti white collars.
Abbraccio,
Carlo
- la prima, che la situazione economica che davvero rileva sotto questo profilo non è la povertà (ci sono società o strati sociali poveri a bassa o bassissima intensità criminale...), ma piuttosto l'*impoverimento* e la perdita di status;
" il mondo è stato riempito di prigioni e segrete, di catene e fruste, di croci e di patiboli, di schiacciadita e ruote da tortura, di boia e carnefici - ma questi terribili mezzi e strumenti e crimini hanno avuto ben poco successo nel prervare la proprietà e la vita. Si può ben dire che i governi hanno commesso molti più crimini di quelli che hanno evitato. Finchè la società si piega e striscia di fronte ai grandi ladri, ce ne saranno sempre in abbondanza di piccoli per riempire le prigioni"
Robert Ingersoll
Saluti
Riccardo Rossi
Benvenuto Riccardo!
E grazie della segnalazione. Non conosco a fondo Ingersoll, l'ho incrociato leggendo Walt Whitman, suo amico e contemporaneo, nonché altri autori. E mi piacerebbe approfondirlo.
Noto, in questo passo, la prevalenza della filosofia, molto apprezzata nel mondo anglofono, del "power corrupts".
Ricambio i saluti,
Carlo
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