martedì, marzo 31, 2009

Gianni Riotta: un furbo che cade sempre in piedi

Qualche domenica fa ci eravamo meravigliati di veder partire (?) sul Tg1 delle 13,30, una rubrica di stroncature, “ Libri da non leggere”, all’interno di Benjamin, l'ultraveloce rassegna settimanale, curata da Gianni Riotta. E culminata, appunto, nella demolizione di due libri di Canfora, pubblicati dalla potentissima Laterza. Casa editrice che prima di inviare i libri per recensione richiede due lettere di presentazione. Dopo di che se esce una recensione negativa ti confina nel libro nero. E se non è così, poco ci manca.
Bene, dicevamo, un sussulto di orgoglio: Riotta si è svegliato. Dal momento che - e lo sappiamo per esperienza personale (purtroppo) - le rubriche, diciamo così, "stroncatorie", sono sempre sconsigliate dai direttori e caporedattori, perché servono solo a crearsi nemici: "Ma Carlo lascia stare, questo è un amico, quest'altro è potente, quella è l'amica dell'amica..." .
E invece oggi che scopriamo? Che Gianni Riotta è diventato direttore del Sole 24 Ore ( http://www.corriere.it/cronache/09_marzo_30/riotta_direttore_sole_024614b2-1d53-11de-aa2e-00144f02aabc.shtml ). E quindi questo spiega il suo finto sussulto di libertà. Riotta sapeva di dover andare via e ne ha approfittato per regolare qualche conto arretrato con Canfora e Laterza.
Probabilmente più con la Casa Editrice Laterza che con lo storico stalinista, magari - avanziamo un’ ipotesi - perché rifiutatasi qualche anno fa di pubblicargli un saggio.
Questa è gente che purtroppo cade sempre in piedi.
Adesso, Riotta, che di economia capisce meno di Brunetta, dopo aver normalizzato il Tg1, in chiave veltron-obamiana, va al Sole 24 Ore a fare gli interessi, per carità leciti siamo in democrazia, di Confindustria…
E pensare che aveva iniziato al Manifesto … Però ha fatto una bella carriera. In livrea.

lunedì, marzo 30, 2009

La nascita del Pdl. Il pericolo non è Silvio Berlusconi ma Gianfranco Fini
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E’ difficile valutare con oggettività politologica la nascita e i futuri sviluppi del Pdl, partito per ora imposto e dominato da Silvio Berlusconi. Proviamoci.
In primo luogo, è nata una forza politica post-moderna. Siamo davanti non al classico partito novecentesco, ideologico, ma a un partito degli interessi. E soprattutto leaderistico, cioè fondato sul carisma bonapartistico del leader( http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/2009/02/la-sconfitta-del-centrosinistra-in.html ).
Questi due elementi ( interessi e leaderismo) costituiscono al tempo stesso la forza e la debolezza del Pdl. Perché gli interessi vanno e vengono, come i leader. E venendo meno uno dei due fattori il Pdl, rischia di implodere.
In secondo luogo, dal momento che il Pdl è privo di una sua ideologia, sarà costretto a procedere a tentoni, puntando sugli umori del suo leader, quasi sempre legati ai sondaggi. Il che non depone a favore della continuità di linea politica. In realtà, se Berlusconi si trova tuttora al potere, la principale responsabilità politica può essere fatta risalire alla debolezza della sinistra italiana, priva di solide tradizioni sia riformiste, e peggio ancora, rivoluzionarie.
In terzo luogo, se processo di accentramento sociale e politico, vi sarà, questo sarà dovuto all’acuirsi della crisi economica. Di regola, le emergenze sociali come le catastrofi ambientali le crisi economiche, le guerre, eccetera provocano l'estensione dei poteri pubblici. ( http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/2007/01/le-catastrofi-ambientali-istruzioni-per.html ). Un processo che potrebbe favorire la trasformazione del Pdl in un vero e proprio Partito-Stato.
Potrebbe... Usiamo il condizionale, dal momento che non possedendo una ideologia precisa, se non quella genericamente libertarian, il potere di Berlusconi, tra l’altro legato agli umori del leader e al suo particolare rapporto con le folle - folle bonapartiste e dunque pronte a fare un passo indietro, revocandogli il potere - rischia di sciogliersi come neve al sole.
Detto questo, non possiamo non chiarire quest'ultimo punto. Segnalando, a proposito di Partito-Stato, un pericolo. Quale? La parola è forte: quello del possibile rischio di un Colpo di Stato. Perché se per un verso crediamo che il golpismo non appartenga alla cultura, sostanzialmente pragmatica, individualistica e antistatalista di Berlusconi, per l'altro riteniamo invece che sia nel Dna di Alleanza Nazionale, partito ora confluito nel Pdl.
L’aspetto più preoccupante, a nostro avviso, è l'incredibile linea di credito di cui oggi gode Gianfranco Fini, e soprattutto a sinistra. Dove, per dirla fuori dai denti, in modo totalmente imbecille si contrappone Fini a Berlusconi. Magnificando rispetto al Cavaliere, le grandissime doti democratiche del delfino di Giorgio Almirante. Insomma, per ragioni bassamente politiche (come una futuribile un'alleanza An-Pd...), si finge di ignorare di quale cultura antidemocratica sia portatrice An. Dando così per scontata l’evoluzione democratica di un ambiguo personaggio politico che fino a qualche anno fa celebrava il "Fascismo del Duemila", applaudito dagli stessi colonnelli missini che oggi sono al governo del Paese.
A differenza di Forza Italia, partito leggero, libertarian (certo, all'italiana), e degli interessi concreti per eccellenza, Alleanza Nazionale, grazie all’eredità missina e fascista, resta invece una forza politica portatrice di un’ideologia potenzialmente golpista, o quanto meno legata all’ideologia della dittatura commissaria ( http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/2006/12/il-libro-della-settimana-carl-schmitt.html ).
E in una situazione di crisi, legata all'improvvisa scomparsa di Berlusconi e/o alla grave emergenza economica, Fini e i suoi colonnelli, forti del retaggio ideologico fascista, potrebbero grazie al vuoto ideologico del nuovo partito di estrazione berlusconiana tirare fuori di nuovo il manganello, con la stessa flemma con cui oggi celebrano la democrazia. E metterlo al servizio dei poteri forti. O, ancora peggio, del potere politico tout court. Il loro.
In questo senso, visto che la sinistra è morta da un pezzo, si deve sperare, paradossalmente, che Berlusconi viva a lungo. Perché al peggio non vi è mai fine.

sabato, marzo 28, 2009

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venerdì, marzo 27, 2009

Il voto al Senato sulla "Dat" (Dichiarazione anticipata di trattamento). Tre riflessioni

Le nostre società, sulla carta, si autodefiniscono liberali. Ma lo sono veramente? Stando al ddl Calabrò, sulle dichiarazioni anticipate di trattamento (dat), pare proprio di no. Perché ?
In buona sostanza il ddl, approvato ieri al Senato con 150 sì, 123 no e 3 astenuti, non stabilisce la vincolabilità delle volontà espresse dal soggetto nella “Dat” (Dichiarazione anticipata di trattamento). Di più: introduce il totale divieto di sospensione di nutrizione e idratazione. In quanto si tratterebbe di risposte ai bisogni vitali della persona e non terapie. (http://www.ansa.it/opencms/export/site/visualizza_fdg.html_929500621.html ).
Tre riflessioni.
In primo luogo, la non vincolabilità (per familiari e medici, se abbiamo capito bene), riduce la libertà individuale, in una materia pur delicata, a un valore pari a zero. E la consegna, su un piatto d’argento, agli azzeccarbugli e alle burocrazie.
In secondo luogo, il divieto di sospensione di nutrizione e idratazione, che può essere giusto nel caso di assenza di una volontà individuale - espressa in modo formalmente incontrovertibile - di mettere fine alla propria vita (condizionatamente, s'intende, al verificarsi di alcune circostanze), vanifica l’idea stessa di libero testamento biologico individuale. Tra l’altro, parliamo di una scelta già retrocessa lessicalmente nel ddl, a “Dichiarazione anticipata di trattamento” (Dat). Una denominazione a metà strada tra il linguaggio orwelliano e quello di certe sacrestie post-moderne.
In terzo luogo, non è assolutamente liberale pretendere di legiferare su una materia così importante e delicata, puntando su sette voti di differenza. Certo, può essere democratico in senso maggioritario. Tuttavia, in una società liberale, ogni grande decisione, come in questo caso, deve riflettere un’ unità di fondo sulle grandi questioni, in termini di un minimum di consenso comune a livello di pubblica opinione. E sotto questo aspetto - e lo diciamo da cattolici - il ddl Calabrò, così come è ora, non può non essere vissuto dai laici come una pura e semplice presa in giro. E dai laicisti come una offensiva provocazione.
Ma perché sulle grandi questioni, come appunto la vita e la morte delle persone, deve sussistere un'unità di fondo? Per evitare due rischi politici: il primo, che le minoranze (grandi o piccole), si sentano (sostanzialmente e non solo formalmente) poco tutelate e discriminate; il secondo, che le minoranze di cui sopra possano, per reazione, passare all'azione diretta...
Se non c’è comunità non c’è libertà, e soprattutto la democrazia maggioritaria rischia di trasformarsi in tirannia. Della maggioranza.
Come, appunto, sta accadendo in Italia. Vergogna.
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giovedì, marzo 26, 2009







Il libro della settimana: Isaiah, Berlin, L’età romantica. Alle origini del pensiero politico moderno, a cura di Henry Hardy, con una introduzione di Joshua L. Chermiss, Bompiani, Milano 2009, pp. 431, euro 25,00 - http://bompiani.rcslibri.corriere.it/bompiani/
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Non è facile definire il liberalismo sulla base di una pura e semplice contrapposizione tra individuo e stato. O ancora peggio su quella tra stato e mercato. La questione infatti è piuttosto complessa. Sotto questo aspetto un valido aiuto interpretativo è sicuramente rappresentato dall' opera di Isaiah Berlin. Presentiamolo.
Isaiah Berlin (1909-1997) è un pensatore liberale “diverso”, al quale Norberto Bobbio rimproverava che per argomentare il suo liberalismo, ricorresse ad autori poco liberali come Machiavelli, Vico e Sorel… In effetti Berlin, da autentico storico delle idee, si è sempre mosso a suo agio, tra i pensatori più diversi, cogliendone genialmente contraddizioni e potenzialità.
Nato a Riga, ma presto trasferitosi con la famiglia in Gran Bretagna, che diverrà la sua patria d’adozione e d’insegnamento, Berlin era e resta un modello di raffinato “saggismo” universitario. Ma rimane anche un instancabile critico del dogmatismo: da quello comunista a quello liberista. Ha pubblicato ottimi libri come Il riccio e la volpe (Adelphi 1986), Il legno storto dell’umanità (Adelphi 1994), Il senso della realtà (Adelphi 1998), i Four Essays on liberty (raccolti poi nel volume La libertà, Feltrinelli 2005).
Va perciò accolta con vero piacere la pubblicazione de L’età romantica. Alle origini del pensiero politico moderno ( a cura di Henry Hardy, introduzione di Joshua L. Cherniss, Bompiani, Milano 2009, euro 25,00). La cui stesura definitiva, legata a un corso di lezioni americane tenute da Berlin nel 1952, doveva sfociare in un testo, in realtà trascinatosi per anni, fino a trasformarsi nel classico libro della vita, uscito postumo in lingua originale nel 2005.
Innanzitutto il volume è utilissimo per chiunque voglia accostarsi al pensiero di Berlin, perché, come nota nell’introduzione Joshua L. Cherniss, è possibile ritrovarvi, “una accanto all’altra”, e non disperse nell’immensa produzione saggistica di Berlin, “ in forma embrionale gran parte delle (sue) concezioni” e degli “interessi speculativi che avrebbero dominato il lavoro di Berlin nelle successive tre decadi”: il suo concetto di libertà; la critica del determinismo storico; l' analisi, dell’Illuminismo, anche in relazione alla successiva critica romantica, reazionaria, storicista e socialista.
Ma il libro è particolarmente importante per un'altra ragione. Sul piano della storia delle idee L'età romantica offre ai lettori un magistrale ritratto del pensiero politico romantico come culla del liberalismo, ma con le sue luci e ombre. Al punto che andrebbe letto insieme a Romanticismo Politico di Carl Schmitt. Un testo famoso, quest'ultimo, dove il giurista e politologo tedesco criticò l'occasionalismo politico del romanticismo: un atteggiamento che, a suo avviso, spingeva l’intellettuale romantico a sposare "all'occasione" cause politiche anche opposte (progressiste e reazionarie), pur di cambiare il mondo esistente. Magari con la forza.
L'esatto contrario della tesi di Berlin. Per il quale l'idea liberale invece si rafforzò proprio attraverso il conflitto storico con l'esistente. Coagulandosi intorno alla dicotomia, tutta liberale, tra libertà positiva, frutto di certo pregresso illuminismo costruttivista rivolto a "fabbricare" istituzioni capaci di liberare l'uomo e libertà negativa, legata invece più propriamente alla visione romantica, e dunque antideterministica e creativa. E dominata da un uomo in perenne conflitto con qualsiasi forma di vincolo istituzionale.
Semplificando: dove Schmitt scorge il conflitto per il conflitto, inglobando liberali e reazionari, tutti romanticamente in lotta con il proprio tempo, Berlin nota un conflitto tra paradigmi liberali differenti. O per farla breve: tra Rousseau e Tocqueville; tra libertà giacobina e libertà liberale: da un lato la libertà come accettazione di vincoli per favorire il libero sviluppo dell’individuo, dall’altro libertà come assenza di vincoli, per conseguire lo stesso obiettivo. Insomma tra liberalismo cattivo e liberalismo buono.
A questo proposito scrive Berlin:
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“Ogni teoria giacobina o totalitaria che consenta a singoli individui o a gruppi di individui di imporre la propria volontà sugli altri, sia che a questi vada bene oppure no, non in nome di un contratto cui gli altri abbiamo partecipato consapevolmente, né per ragioni utilitaristiche, né in nome di astratti principi del tutto avulsi dalla volontà umana, ma in nome del vero io di questi altri, che essi affermano di voler liberare proprio con la coercizione -‘obbligare a essere liberi’ - è vera erede di Rousseau. Ci possono essere molte valide ragioni per la coercizione, e in circostanze eccezionali persino per i metodi de terrore (…), ma sostenere che l’uso della forza e del terrore possa essere effettivamente voluto da coloro contro i quali il terrore è diretto è un odioso insulto” ( pp. 241-242).
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In buona sostanza, secondo Berlin il nodo politico del romanticismo liberale, come risposta all'illuminismo costruttivista giacobino, ruota intorno alla questione delle questioni, proprio dal punto divista liberale: se l’uomo debba essere educato o meno alla libertà; e se sì, da chi.
La risposta di Berlin, a differenza di quella di Schmitt, il quale da antiliberale non seppe, o non volle, distinguere tra le due forme di libertà, è che l’uomo debba essere lasciato libero di auto-educarsi alla e nella libertà.
Ferma restando, in Berlin, la visione realista. Si dirà anche Schmitt era realista. Certo, ma il plusvalore di Berlin rispetto al pensatore tedesco è rappresentato dall' essere liberale e realista al tempo stesso. Fedele, insomma, a un liberalismo dei piccoli passi e in certo senso malinconico. Perché consapevole dei limiti insiti nella natura umana e dell'importanza delle istituzioni frutto della spontanea e intenzionale cooperazione tra uomini liberi. E qui Berlin segue una linea di pensiero liberale che in chiave ideale da Tocqueville giunge fino ad Aron e alla Arendt, passando per Ortega. Schmitt, invece, per farla breve, pur nella sua grandezza, butta il bambino (liberale), con l'acqua sporca della sua pur giusta critica al formalismo liberale.
Un approccio, quello di Berlin, consapevole della pericolosità del crudo realismo politico alla Schmitt (come antidoto all'occasionalismo del romanticismo politico), ma anche delle visioni salvifiche, pronte ad assumere anche veste liberale... Come quella, oggi molto in voga, puramente economicista, e ristretta alla sola libertà di mercato e al culto di una mano invisibile, celebrata come una sorta di provvidenza laicizzata.
E, a questo punto dovrebbe esser chiara, la diffidenza di Berlin verso le visioni liberali fondate sia sull'armonia naturale, o inintenzionale, degli interessi individuali (Adam Smith) sia verso quelle basate sull'armonia artificiale degli interessi privati, gestita dalle pubbliche istituzioni (Jeremy Bentham). Un atteggiamento di pensiero che tuttavia ne rivela anche i limiti: Berlin, infatti, finisce per diffidare di tutti. Persino degli stessi liberali. Ne consegue la difficoltà, ripetiamo, di individuare nella sua opera le linee ricostruttive di un liberalismo politico. Attento in chiave ricompositiva alle questioni della decisione, dell'organizzazione e del conflitto, poste - e giustamente - proprio da Carl Schmitt. Del resto a uno storico delle idee, per quanto grande, non si doveva e deve chiedere troppo.
Comunque sia, un libro da non perdere. E soprattutto, per chiunque esiti ancora a leggere Berlin, un'ottima occasione per scoprire un eccellente pensatore. Liberale sì, ma con juicio.
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mercoledì, marzo 25, 2009

Bullismo e consumismo

Il bullismo è purtroppo tornato sulle prime pagine. Di qui un vero un fiume di sondaggi, ricerche, pareri, che pur cercando giustamente di prendere le misure al fenomeno spesso tendono a scaricare sulla società ogni colpa. Non sempre però.
Di recente, Maria Paola Graziani, psicologa del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) ha dichiarato che gli episodi di violenza collettiva di queste settimane richiedono sicuramente una lettura più ampia “che consideri più fattori: oltre l'aspetto antropologico e sociale del fenomeno (povertà, emarginazione, bassa scolarizzazione, assenza o carenza di modelli genitoriali adeguati), anche quello psicologico, emotivo e conoscitivo”. Viene perciò chiamato in causa proprio quell’atteggiamento “sicuro e spavaldo” che è dietro molte aggressioni, ma che in realtà rivela certa “fragilità di fondo del carattere” o “instabilità interiore”, frutto di un bisogno identitario, cui la società presente non risponde. E che si cerca di nascondere, soprattutto quando si sia tra i dodici e i diciotto anni, con la spavalderia e la violenza di gruppo ai danni dei più deboli (http://www.encanta.it/attualita194.html ).
Insomma, dietro ogni violenza si cela un grido di aiuto, anche da parte di chi la commetta.
Finalmente una chiave interpretativa interessante. Soprattutto se si pensa al rapporto tra consumi e società. E al ruolo che i consumi svolgono come forma di identità sostitutiva. Tradotto: si rischia di essere quel che si consuma. E magari di esserlo in modo più spinto in ragione dell’età decrescente. In un adolescente di tredici-quattordici anni si è esattamente quello che si consuma “al momento”: quel film, quella felpa firmata, eccetera. E ci si raggruppa e divide intorno a un modello di consumi mediatizzati che muta velocemente. Il che spiega quella mancanza di identità stabile, persino dopo la fine dell’adolescenza, che secondo alcuni studiosi si sarebbe addirittura dilatata fin quasi ai trent’anni. E che dunque rischia di segnare per sempre l’esistenza
I “famosi bamboccioni” di trentacinque anni, se ci si passa la battuta, sono il frutto, fin troppo maturo di una società dove i giovani non passano più attraverso alcune fasi prestabilite: fanciullezza, adolescenza, giovinezza, e infine prima maturità.
Di riflesso, quella ricerca di identità, che in alcuni contesti - e qui rientra in gioco la società - culturalmente e socialmente deprivati sfocia prima in atteggiamenti bullistici e poi antisociali. Con il rischio che la violenza da micro (diretta verso coetanei) si trasformi macro, rivolgendosi verso la società tout court ( come nel caso della violenza giovanile negli stadi).
Ovviamente la responsabilità non è della società dei consumi in quanto tale, ma di un certo modo sostitutivo di intendere il consumo, soprattutto quando in una famiglia non ci sono altri valori da cui attingere come fonte di identità. E qui probabilmente la responsabilità è degli adulti. Più consumatori degli stessi figli. Ma questa è un’altra storia.
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martedì, marzo 24, 2009

La nomina di Paolo Garimberti e la forza del “sistema”

Paolo Garimberti, già giornalista della Stampa e di Repubblica sarà il prossimo presidente della Rai ( http://www.repubblica.it/2009/01/sezioni/politica/rai-cda-7/paolo-garimberti/paolo-garimberti.html ).
La notizia apparentemente non è sconvolgente. Ma lo diventa se si associa la nomina alla ormai placida nascita di quel regime alla melassa politica che rischia di sommergere l’Italia, all’insegna del duopolio Pdl-Pd. Si veda sotto questo aspetto, ad esempio, la significativa gioia manifestata da Franceschini a proposito dello scioglimento di An nel Pdl… E la condivisione Pdl-Pd di una legge elettorale europea, per dirla fuori dai denti, liberticida.
Anche perché non è difficile scorgere dietro la nomina di un superburocrate del giornalismo di sinistra con il portafoglio a destra (se ci si passa la battuta) come Paolo Garimberti, un accordo, neppure tanto sotterraneo, tra il gruppo Espresso-Repubblica e Mediaset sulla spartizione del potere televisivo in funzione anti-Rupert Murdoch-Sky.
Naturalmente si tratta di “guerre loro”, e poi sicuramente di “paci loro”. In realtà, per il telespettatore italiano rimbecillito da quiz, squinzie, Grandi Fratelli e un’informazione appiattita su Obama, non cambierà nulla né con Berlusconi, né con De Benedetti, né con Murdoch.
Qui però vale la pena di fare una riflessione più profonda, andando oltre la nomina di Garimberti, o comunque riconducendola nell'alveo di una logica sistemica.
Oggi noi tutti - gente comune che magari si appassiona al passaggio di Fiorello e Mike a Sky - viviamo, probabilmente senza saperlo o capirlo, come violentemente “risucchiati” all’interno di un vorticoso processo transnazionale di consolidamento del potere mondiale.
Il processo riguarda tutto l’Occidente, e riflette la situazione di guerra-guerra contro il mondo islamico e di guerra economica contro la crisi mondiale in atto. E di regola, in casi del genere, il potere politico ed economico tende sempre a concentrarsi. Vengono meno le diatribe interne e la classe dominante se prima divisa, si ricompatta per resistere e poi passare al contrattacco. Hanno uomini e mezzi, che gli oppositori al sistema, tra l’altro disuniti e poco organizzati, non possiedono.
E attenzione, non è detto come alcuni ardentemente sostengono, che l’acuirsi del crisi economica, anche ammesso che si acuisca, possa incrinare quello che in altri tempi qualcuno avrebbe chiamato “il cartello dei padroni”. La posta in gioco è altissima e la sproporzione tra le forze in campo è a favore del famigerato “sistema”. E' una verità palmare.
Di conseguenza il problema per le "forze rivoluzionarie" (chiamiamole così) è ideologico e organizzativo. Dal momento che la forma partito (leninista), che pur con tutte le sue controindicazioni “funzionò”… , non è stata ancora sostituita con un’altra forma politica altrettanto efficace. Soprattutto perché oggi manca un’ideologia comune, come quella marxista ( certo, storicamente fallita, ma all'epoca capace, grazie al suo schematismo, di facilitare sotto il profilo organizzativo la conquista del potere), in grado di unificare le sparse forze degli oppositori al sistema. Tra l'altro divisi - e tutto sommato giustamente - , a differenza dei passati sostenitori della vulgata marxista-leninista, sul questione del pacifismo.
E che il “sistema” si senta al sicuro, o comunque in grado di difendersi, è possibile rilevarlo anche da certi piccoli dettagli, come quello di imporre alla Presidenza della Rai, provincia dell’Impero, un superburocrate del giornalismo transnazionale come Paolo Garimberti
Ciò significa, pensando a tanti piccoli rivoluzionari tout court di oggi, che non va mai dimenticato che il diavolo (in senso figurato) continua sempre a rivelarsi nel dettaglio. Purtroppo.
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lunedì, marzo 23, 2009

I ragazzi e il computer: viva il modello Big Fish!


Dopo aver letto la notizia del nerd dodicenne di Reggio Emilia, sotto shock per aver “scoperto”, su uno dei tanti siti-spazzatura, a quale età lascerà questo mondo (79 anni, per la cronaca - http://taggatore.com/articolo/dodicenne-scopre-la-data-della-sua-morte-su-internet), abbiamo subito pensato a Big Fish. Quel film del 2003, diretto da Tim Burton e tratto dall’intrigante romanzo di Daniel Wallace.
Perché? Nel film, tra le tante storie impossibili capitategli, e raccontate da un padre straordinario affabulatore, c’è quella della strega con un occhio di vetro, in grado di mostrare alle persone che vi guardano in fondo l’attimo della propria morte.
Ecco il dodicenne di Bologna assomiglia a quel figlio che ascolta stupito i voli fantastici del padre. Ai quali, da adulto non crederà più. Ma con una differenza. Qui la strega esiste ed è elettronica. E terrorizza in nome della scienza delle previsioni.
Inoltre, sembra che i genitori abbiano appreso i fatti dalla nonna del piccolo nerd. Insomma, siamo davanti all’ ennesimo caso di “ giovanissimo abbandonato davanti a computer”. Quasi un reato… Magari non nel senso di chiedere addirittura la revoca della potestà genitoriale… Ma, come dire, crediamo si possa parlare di “abbandono” psicologico e sociologico. Un fatto morale piuttosto che giuridico. Visto che tra l’altro è stata la nonna ad accorgersi della vulnerabilità del ragazzo: un Pinocchietto telematico finito nelle mani, anzi zampe, del Gatto e alla Volpe elettronici.
Che fare? Fin dove possibile, la polizia postale dovrebbe intervenire. Magari su basi giuridiche più sicure. Di qui la necessità di una buona legge in materia, capace di trovare il giusto equilibrio tra libertà e responsabilità.
O forse, in futuro, potrebbe bastare una maggiore presenza dei genitori. In Big Fish c’è un padre simpatico raccontatore di storie, interpretato dal bravo Albert Finney: un uomo di grandissima umanità capace di donarsi agli altri, aiutandoli con tutto il cuore. Un padre e uomo aperto alla famiglia e al mondo.
Ecco, forse, il dialogo tra genitori e figli, anche sopra le righe e magari infarcito di qualche umanissima panzana (ma fino a un certo punto) come nel film di Burton, potrebbe aiutare i ragazzi a “staccare” dal computer. Davanti al quale spesso trascorrono da soli troppe ore.
E così ogni figlio potrebbe impadronirsi, respirando un’aria di famiglia, di quello che è il dono paterno ( e materno, ovviamente…) più prezioso: fantasia e umanità.
Insomma, viva il modello Big Fish.

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venerdì, marzo 20, 2009

La Chiesa Cattolica ai tempi di Benedetto XVI (con una "nota aggiuntiva" di Roberto Buffagni )
di Carlo Gambescia
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Non siamo vaticanisti di professione e non conosciamo a fondo i problemi della Chiesa Cattolica ai tempi di Benedetto XVI . Pertanto ci limiteremo a una sola osservazione, frutto di certo nostro "impressionismo sociologico", piuttosto che di un' analisi ricostruttiva e fattuale . E ad alcune (azzardate) conclusioni.
La sensazione è questa. Crediamo, che l’attuale Chiesa a più voci, per usare un eufemismo, sia frutto di una debolezza costitutiva del suo timoniere. Ci spieghiamo meglio.
Benedetto XVI è essenzialmente uno studioso: un uomo di penna e non di azione. Di qui le sue titubanze nei riguardi della disciplina interna e delle questioni organizzative e quel concentrarsi sulle questioni squisitamente teologiche, spesso secondo modalità “alte”, se non “altissime”.
Si tratta però di un fattore "umano" - ecco il punto - con effetti di ricaduta sociologica. Perché determina ( o quantomeno condiziona fortemente) una situazione che vede le forze centrifughe avere la meglio su quelle centripete, nell’ambito di quella dinamica sociologica tra centro e periferia che segna ogni istituzione, secondo la grande lezione di Edward Shils (cfr. qui: http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/2006/11/il-libro-della-settimana-edward-shils.html ). E che, come sostengono alcuni storici della Chiesa, si sarebbe accentuata (in chiave centrifuga) negli ultimi anni del pontificato di Papa Giovanni Paolo II: un grande accentratore e organizzatore, ma non nell’ ultimo quinquennio del suo pontificato, a causa del progressivo peggioramento dello stato di salute.
Di conseguenza, è nostra nostra impressione (di studiosi) che la Chiesa Cattolica da almeno dieci anni (e come fedeli non dovremmo dirlo), sia priva di un timoniere in grado di guidarla sotto il profilo organizzativo e “politico”. Dal momento che ogni presa di posizione teologica e pastorale, come è sotto gli occhi di tutti, invece di risolversi, all'interno della gerarchia, in pacate e fisiologiche prese d'atto per il bene dell'istituzione, scatena patologiche discussioni, che non fanno bene a nessuno: alte gerarchie, medio e basso clero, fedeli.
Di qui il nostro diverso giudizio su quello che certo mondo laico definisce lo strapotere della Chiesa Cattolica. Infatti riteniamo che certe prese di posizione del Papa siano segno di debolezza istituzionale e non di forza. E che siano rivolte all’interno piuttosto che all’esterno: un invito a serrare i ranghi, al quale il Papa-teologo, ma pessimo organizzatore ( o se si preferisce pessimo uomo di potere), non fa regolarmente seguire la riorganizzazione pratica e l’ ”occupazione” - perché le istituzioni funzionano così e a maggior ragione quelle che dipendono da un potere monocentrico - delle varie cariche, da parte di (pii) uomini, ma di sua fiducia.
La situazione istituzionale della Chiesa Cattolica è perciò veramente seria. Altro che strapotere… La Chiesa rischia di essere investita da una crisi simile a quella cinquecentesca. E con una riproposizione, ma più aggressiva, delle stesse tematiche, apparentemente in chiave anti-istituzionale, del protestantesimo, in parte (minima o massima secondo la posizione dottrinaria cattolica) accolte dal Concilio Vaticano II. Protestantesimo, che a sua volta però, - semplificando il concetto - dovette farsi Istituzione e dunque Chiesa. Ma questa è un'altra storia. Sociologica.
Di conseguenza i laici invece di inveire dovrebbero solo tacere e aspettare… Mentre i fedeli cattolici, pregare e sperare nell’illuminazione divina. E nella pura forza conservativa delle istituzioni. Che può proteggere la Chiesa Cattolica, ma solo entro certi limiti. E a che prezzo?
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Carlo Gambescia
(21 marzo 2009)
Riceviamo e pubblichiamo volentieri questa interessante nota di Roberto Buffagni. Che ovviamente riguarda da vicino soprattutto noi cattolici.
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Il punto, caro Roberto, è come mettere d'accordo al nostro interno le varie forme in cui oggi si manifesta il cattolicesimo. Soprattutto quando la Guida vacilla.
Ferma restando la giustezza della tua domanda su chi oggi abbia ancora "necessità" di una religione cristiana. E per giunta istituzionalizzata. O se preferisci: un'istituzione con anima e non un'istituzione benefica, punto e basta.
Un quesito pesante come un macigno, al quale è molto difficile, se non impossibile rispondere. Perché il cuore e la fede imporrebbero di rispondere sì (c'è necessità), la fredda ragione, capace di sezionare sociologicamente il nostro tempo, un secco no. (c.g.)
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Quando la religione cristiana diventa superflua...
di Roberto Buffagni
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Cercando di guardare dall'esterno la Chiesa alla quale appartengo, mi pare di vedere un problema di fondo, questo.
Oggi, la religione cristiana in tutte le sue declinazioni non è più necessaria a giustificare il principio ordinatore della società (capitalistica, occidentale, insomma noi).
Per farla breve, se c'è bene, se non c'è fa lo stesso. Nella vita sociale e nella storia, essere superflui è MOLTO pericoloso.
Dunque, le istituzioni sociali, e le classi dirigenti che le orientano, tengono naturalmente conto della presenza, dell'influenza e del peso dell'istituzione ecclesiastica (specie della cattolica, che nonostante tutto è meglio organizzata e difesa del pulviscolo protestante, da decenni in coma vegetativo tipo Eluana)e la trattano per quel che conta.
Contano, insomma, le divisioni del papa, e ci fanno i conti, come con le divisioni degli animalisti o dei tifosi del Milan: ma la cosa si ferma lì.
La baracca va avanti benissimo (o malissimo) anche senza il cristianesimo.
Quindi, chi sostiene che il papa, capo religioso, dovrebbe limitarsi a parlare di religione, come se la religione fosse un hobby e la Chiesa un club di ex alpini, filatelici, adepti del birdwatching, dice una sciocchezza ma è perfettamente in linea con la realtà culturale e sociale egemone.
Questo aspetto della questione, il Papa attuale lo ha capito perfettamente, sia perchè è una vicenda anche filosofica e ideale, sia perchè viene da un paese, la Germania, dove il protestantesimo è morto not with a bang but with a whisper, e il cattolicesimo è uno zombie.
Infatti, per la sua prima enciclica scelse il tema dell'amore: il che equivale a ricominciare da pagina 1 del manuale, visto che la Chiesa, su questa terra, ci sta per lo scopo principale di insegnare ad amare.
E fin qui ci siamo: è dopo, che viene il difficile.
Una volta che abbiamo capito di essere superflui (e che c'è un esercito di riserva di crumiri pronto a portarci via il posto di lavoro, tipo le sette finanziate dalle fondazioni americane, la New Age, il buddhismo in scatola di montaggio, etc.)che facciamo?
Certo, cerchiamo di tirare fuori dal cilindro un paio di santi di prima grandezza, diciamo un San Tommaso e un San Francesco: se ci riuscissimo, sarebbe una innovazione di prodotto vincente e farebbe salire letteralmente al cielo le nostre azioni.
Ma in attesa che nei laboratori di R&S della Chiesa Trionfante si decidano a tirare fuori l'arma segreta, qua giù, nelle baracche malconce della Chiesa militante, che facciamo?
I nostri generali, e il comandante in capo, stanno seguendo senza troppa convinzione la via più facile: quella di ricombattere l'ultima guerra (senza ricordare che l'abbiamo anche persa).
Che ti combina, lo Stato Maggiore? Cerca una nuova alleanza con il potere temporale egemone.
Il potere temporale egemone, naturalmente, mica ci dice di no - e ci mancherebbe - ma oltre ad avere grossi problemi per conto suo, sa bene che siamo una forza trascurabile: un alleato utile sì, ma non decisivo, e per di più inaffidabile, perchè da un momento all'altro, messo di fronte a politiche e posizioni ideali inaccettabili, potrebbe trovare la forza di dire clamorosamente di no (non credo che a Washington abbiano scordato lo sgarro di papa Woytila al tempo della guerra irachena).
Insomma, è vero che le analogie storiche sono pericolose, ma credo che il papa farebbe bene a meditare le sorti dell'Italia fascista, quando si alleò con la Germania nazista. (Per i più piccini: NON voglio dire che gli USA sono i nuovi nazisti, nè tanto meno che la Chiesa è il nuovo fascismo).
Sul piano politico e metapolitico, qua ci vuole una svolta, e secondo le leggi elementari della
politica (come della metapolitica: se mi sbaglio, Carlo mi corregga) la svolta deve puntare, strategicamente, a recuperare la sovranità che abbiamo perduto: a ritornare NECESSARI.
Oggi, chi (quali istituzioni, paesi, ceti, categorie, etc.) ha, NECESSITA' della Chiesa ( o potrebbe riscoprire di averla)? Io non so rispondere, da me. Ma forse, se la domanda è correttamente posta, chi ne sa più di me potrebbe cominciare a rispondere.
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Roberto Buffagni (drammaturgo e scrittore)

giovedì, marzo 19, 2009

A proposito di futurismo...


La rivista della settimana: "Rosso + Nero", numero speciale-catalogo della mostra sul futurismo al MIAAO di Torino 20-2-2009/5-4-2009, “Afterville”, anno 2, numero 1, 20 febbraio 2009 - http://www.afterville.com/ - argh@miaao.org - info@afterville.com

Avviso ai naviganti nell'agitato oceano futurista delle celebrazioni in corso: non perdete l’ultimo numero di “Afterville” (anno 2, numero 1, 20 febbraio 2009 ) , intitolato “Rosso + Nero” e dedicato al Futurismo come fenomeno transpolitico , capace di raccogliere, in quei bollenti anni Dieci del Novecento consensi a destra come a sinistra.
In breve, l’antefatto: in occasione della mostra "ROSSO+NERO Futurismo: per un centenario incendiario" a cura di Enzo Biffi Gentili e Luisa Perlo al MIAAO (Museo Internazionale delle Arti Applicate Oggi) - apertasi il 20 febbraio e che si concluderà il 5 aprile 2009 - è stato editato come catalogo un numero speciale della rivista "AfterVille", quello di cui stiamo parlando. Si tratta di un nuovo fascicolo "da collezione”, tirato in 1500 copie, impreziosito da due manifesti/poster : uno dell'artista neofuturista Pablo Echaurren e uno dello studio torinese Undesign, appositamente realizzati per il Centenario del primo Manifesto del Futurismo ( si veda qui http://www.afterville.com/).
Due parole sulla mostra. Per quel che concerne l’architettura e la grafica sarà possibile prendere visione di alcuni notevoli lavori, tra i quali il celeberrimo quadro Cosmopoli (1925) di Ugo Pozzo (1900-1981), fondatore nel 1923 del Gruppo Futurista Torinese. I documenti messi a disposizione del pubblico, tutti di enorme valore storico, provengono dalla collezione, unica al mondo, di Pablo Echaurren e Claudia Salaris, una vera autorità, quest’ultima, in materia di futurismo.
Sono in mostra anche quadri, grafiche, arazzi e mosaici del geniale Pablo Echaurren. Un’opera, la sua, altrettanto “destabilizzante” quanto quella futurista, che pone il problema dell’eredità del futurismo. Un fenomeno culturale e artistico, dalle origini politiche complesse.
Scrive Enzo Biffi Gentili, direttore di "Afterville": “Quando abbiamo pensato di celebrare il Centenario del futurismo, come tanti in Italia e pochi in Piemonte (…) ci siamo posti una domanda: come evitare la commemorazione o di essere responsabili di una ‘evirazione’? E ci siamo detti, con linguaggio forse un po’ passatista: ‘Il problema è politico’. Perché la politica è questione cruciale, e imbarazzante, per il futurismo e per le sue liasons dangereuses con il fascismo. Ma noi possiamo rivendicare una exception piémontaise, documentata sin dagli anni Dieci del 900. Un solo esempio: nel 1913 una della due primissime prove di Antonio Gramsci, sotto lo pseudonimo di Alfa Gamma, sul torinese ‘Corriere Universitario’ è proprio dedicata a una apologia del futurismo (ma poi saranno molti, e anche clamorosi gli apporti repubblicani, socialisti e comunisti ‘locali’ al movimento, come si potrà evincere dalla lettura nelle pagine immediatamente successive di questo giornale)”.
Chiaro? Ma non vogliamo togliere ai lettori il piacere della scoperta, facendo nomi e cognomi. Anche perché il futurismo rosso+nero, arriva fino ai giorni nostri: “Afterville”, infatti, offre interventi di Giano Accame e Costanzo Preve. Più rosso e nero di così… Nonché un ricchissimo apparato iconografico, dove fa la parte del leone Pablo Echaurren, maestro di una energica poesia per immagini, sicuramente libertaria, e poco incasellabile politicamente. E che lascia il segno: un’arte che cattura in ordine crescente prima gli occhi, attraverso i colori decisi; poi la mente attraverso le immagini, sempre sottilmente ragionate; infine il cuore attraverso quella perfetta simbiosi di passione e ragione che traspare da ogni opera di Pablo Echaurren. Davanti al suo metafuturismo - ci piace chiamarlo così perché invera il messaggio dei profeti di Parigi- Marinetti prima si sarebbe interrogato pensoso; poi avrebbe interrogato Echaurren; infine lo avrebbe rumorosamente abbracciato. Esageriamo? Andate allora a visitare la mostra...
Si segnala, sempre nello stesso fascicolo, la notevole intervista di Enzo Biffi Gentili a Giano Accame. Particolarmente gradita soprattutto perché vi si annuncia che il suo libro sulla morte dei fascisti “sta giungendo alle pagine finali”.
Un chicca: quanto al rapporto, spesso criticato, tra Marinetti e la guerra come “igiene del mondo”, ma anche con la pittura di Pablo Echaurren, dove spesso i teschi non mancano, Giano Accame nota: “ L’elenco dei futuristi caduti, feriti e decorati conferma (…) una disponibilità atavica a donare la vita per la patria. La costante esaltazione della guerra da La battaglia di Tripoli (26 ottobre 1911) descritta in una breve missione come corrispondente di guerra in Libia; a (…) Canto eroi e macchine della guerra mussoliniana (1942) e alla partecipazione alla campagna di Russia da cui tornerà con il cuore a pezzi per gli strapazzi a 66 anni; sino al (…) Quarto d’ora di poesia della X Mas ha contribuito a rendere più lontano dalla prevalente sensibilità del Duemila il Marinetti politico. Dopo Auschwitz, Hiroshima e Nagasaki questo aspetto del futurismo è ormai fuori tempo; (…). Pablo [Echaurren, N.d.R.] appartiene a generazioni conquistate all’idea della pace, della creatività non violenta e nelle loro riscoperta del futurismo disposte a concedere tutt’al più qualche licenza al gesto distruttore dei libertari. I simboli della morte che circolano nei suoi quadri appartengono, come la sempre più vasta letteratura su questo tema, a una visione più attuale, nebbiosa, angosciata della modernità. Un secolo fa i futuristi morivano, e sfacciatamente campavano, allegramente. Mentre una non sempre politicamente disinteressata devozione alla pace - purché non eterna! - oggi rischia di renderci inguaribilmente più nevrotici e tristi di allora”.
Un grazie a Giano Accame per la zampata finale... Come dire: il vecchio lupo perde il pelo ma non il vizio. Destra sociale e futurista. Ma niente a che vedere con Alemanno e Fini.

mercoledì, marzo 18, 2009

Il Pdl, An e il manganello degli interessi

Tra dieci giorni An, già Movimento Sociale Italiano, verrà assorbita da Forza Italia, perché di questo si tratta, e non di fusione.
Nascerà finalmente quel partito conservatore che l’Italia non ha mai conosciuto, a far tempo dal 1861? E se sì, su quali valori? Dio, Patria e Famiglia? L’economia di mercato? La dottrina sociale della Chiesa? Probabilmente, nascerà un partito "simil-conservatore", più vicino alla Democrazia Cristiana dorotea, le cui linee ideologiche saranno però dettate da Berlusconi, almeno fin quando età e salute glielo consentiranno.
Il che significa che parlare di ideali è fuorviante, perché Berlusconi, da buon imprenditore, ha imposto e creduto, fin dall'inizio, nel pragmatismo degli interessi: principalmente i suoi. L’unica vera campagna ideologica di Forza Italia è stata quella condotta contro i giudici. Perché “nemici” personali del Cavaliere.
Tuttavia, questo pragmatismo di fondo, consentirà ad An per un verso di continuare a crogiolarsi nel gioco quotidiano degli interessi, che di regola non hanno colore ideale. E al tempo stesso di gestire la fetta di potere, "strappata" a Forza Italia. Anche per rafforzarsi sul piano dei rapporti politici. In vista della crisi che sicuramente investirà il Pdl, quando Berlusconi dovrà ritirarsi dalla politica attiva per ragioni di età.
Sotto questo aspetto, An, come futura corrente minoritaria di "Forza Italia-Partito della Libertà" continuerà a tollerare al suo interno la vecchia cultura missina criptofascista, autoritaria ed eclettica di stampo micheliniano (da Arturo Michelini, segretario del Msi negli anni Cinquanta e Sessanta) pronta ad ispirarsi al fascismo-regime piuttosto che al fascismo-movimento del Diciannove e della Repubblica Sociale, sedimentatasi in quarant’anni di lontananza dal potere (1945-1994), magari oggi ammodernata in chiave “maggioritaria”, ma sempre e solo, affascinata dal potere per il potere. E perciò dalla possibilità (ormai divenuta certezza) di poter partecipare, a livello di quadri dirigenti nazionali e locali, alla spartizione del potere governativo con la corrente maggioritaria del Pdl, ossia Forza Italia.
In questo progetto An è aiutata dalla natura post-ideologica della politica contemporanea, che riducendo qualsiasi questione a calcolati giochi di interessi, ignora i valori. Di qui quella genericità di programmi sotto l’aspetto ideale, che è invece presentata da tutti i partiti, a cominciare dai vertici di An, come esercizio di concretezza e responsabilità. Un' assenza che viene mascherata con quel dolciastro buonismo post-ideologico, che oggi pare distinguere tutte le forze politiche. Frutto di una tacita convenzione che sembra innervare il potere democratico in età post-ideologica. Quale? Quella condensata nell'antica formula "pugno di ferro in guanto di velluto".
Pertanto la vecchia cultura missina, autoritaria ed eclettica, continuerà a sopravvivere all’interno di An, quale corrente del Pdl. Pronta a riemergere in caso di crisi. E a sostituire, come si diceva un tempo, al doppiopetto, attenzione non il manganello mussoliniano, ma peggio: il manganello degli interessi puri e semplici. La conservazione del potere in quanto tale.
In questo senso, e concludiamo, l’attuale An, riflette una linea ideologica, che si ispira, anche se sotto due buone mani di vernice democratica, al fascismo-regime, che va da Michelini a Democrazia Nazionale (uscita in direzione della Dc nella seconda metà degli anni Settanta) e non come si vorrebbe far credere la linea Almirante. Nel primo caso si aspirava alla conservazione più retriva, nel secondo alla "rivoluzione fascista". Benché entrambe le anime non disdegnassero l'uso del rassicurante doppiopetto.
Ma Almirante era un uomo generoso, che privilegiava il fascismo-movimento. E, come mostrano i suoi venti anni di opposizione interna, non amava (o comunque non perseguiva) il potere per il potere come, per contro, Michelini. O se lo amava, Almirante lo amava molto meno dei suoi presunti eredi di oggi.
Almirante però il manganello mussoliniano, e quindi non quello degli interessi, lo avrebbe usato sul serio. E questo va detto, con buona pace dei "libertari immaginari " aennini, pardon pidiellini, di oggi.

martedì, marzo 17, 2009

Il partito di Repubblica: arsenico e vecchi merletti

Il Giornale è illeggibile, ma almeno non ha pretese di stare sempre dalla parte della Ragione, per giunta Storica e Illuminata, come il gruppo di pensionati di lusso, collaboratori e non, de la Repubblica: Scalfari, Pirani, Augias, Turani, e chi più ne ha ne metta. “Vecchi merletti”, tutti elegantissimi e profumatissimi, ma pronti a sputare “arsenico”, affacciandosi dai piani alti della Ragione, sulla ex pelata di Berlusconi.
Ma non sia mai sulle zucche di chi paga conti e stipendi. E questo probabilmente è l’unico elemento comune che unisce Repubblica al Giornale
Prendete ad esempio quella di oggi in edicola, anche on line ( http://www.repubblica.it/index.html?refresh_ce ) . Massì “quella” , al femminile, perché a la Repubblica da sempre piace essere un po’ cocottina, vedi gli inserti... Ma anche a forza di frequentare la gente che piace alla gente piace. Scalfari c’è diventato ricco. E profumato. Così dicono.
Bene, oggi apre giuliva, sul fatto (ma un sondaggio è un fatto?) che Berlusconi sta perdendo consensi tra gli italiani (http://www.repubblica.it/2009/03/sezioni/politica/sondaggi-2009/fiducia-marzo-ipr/fiducia-marzo-ipr.html ). Uno si chiede, possibile, che questi dopo aver appoggiato Prodi, che parlava come il topolino della pubblicità del Consorzio Parmigiano Reggiano - senza però essere così elegante - durato neppure due anni, perso le elezioni a furor di popolo, inseguano ancora i sondaggi pro o contro Berlusconi, sognando un Franceschini che quando si esprime al meglio della sua intelligenza, dichiara di voler inviare a tutti gli italiani, la “pasta elettronica"… Calmini: il Berlusca, per ora, non lo schioda nessuno. La sua staticità rinvia all’epica di una specie di hitlerismo brianzolo, bonario e paravento. Dove invece dei carri armati piace immaginare che sfilino - davanti a un Berlusca benedicente - al passo dell'oca natürlich, televisori al plasma con le gambe e zoccole varie, ma molto marziali ("Mica siamo al Gay Pride qui..." ).
Dopo di che l’arsenico delle solite bottarelle alla casta, per accontentare l'ala giustizialista qualunquista: Portici(http://www.repubblica.it/2009/03/sezioni/cronaca/arresti-assenteismo/arresti-assenteismo/arresti-assenteismo.html ) e Milano (http://www.repubblica.it/2009/03/sezioni/cronaca/letizia-moratti/letizia-moratti/letizia-moratti.html ), con la consueta foto (sgradevole) di Big Letizia…
Nonché un servizio sui legami tra neofascismo e Pdl (in salsa An però) - e ti pareva -, partendo dal solito libro scritto dal solito antifascista in servizio permanente effettivo, come al solito...
Insomma, un invito alla pacificazione nazionale… (http://www.repubblica.it/2009/03/sezioni/politica/neofascisti/neofascisti/neofascisti.html ) E qui anticipiamo la riposta, di quel genio di Gasparri: “A Ezzzio [Mauro, N.d.R] ma guardete da li ecchese teroristi de’ la parte tua. E ccomeccchesssia, pe-pena de' morte”…
Dulcis in fundo la solita favoletta di Obama contro Wall Street( http://www.repubblica.it/2009/03/sezioni/esteri/obama-presidenza-5/obama-bonus/obama-bonus.html ), alla quale ormai credono solo i lettori al di sotto dei sei anni e Giovanna Botteri. La bella stellassa di Trieste, altrimenti conosciuta come la "Madonna di Serajevo", oggi corrispondente del Tg3 dagli Usa. Ma questa è un'altra storia.
Eh sì, il "partito di Repubblica", arsenico e vecchi merletti. E tanta bava alla bocca.
Ovviamente Chanel n. 5.

lunedì, marzo 16, 2009





Un Paese al capolinea
di Carlo Gambescia e Nicola Vacca
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L’allarme sulla crisi lanciato da Emma Marcegaglia (“Servono soldi veri”) e i suggerimenti del governatore Draghi( “Servono misure aggressive”) non possono essere disattesi dal governo.
I numeri uno di Bankitalia e di Confindustria si sono rivolti direttamente al presidente del Consiglio: la situazione sta diventando insostenibile ed è giunto il momento di correre ai ripari con una politica economica forte e incisiva.
Ad essere cattivi si potrebbe dire che siamo alle solite. Questi imprenditori e banchieri, prima fanno scappare i buoi, e poi chiedono aiuto alla politica per chiudere la porta della stalla.
È vero che fino a questo momento di misure aggressive non sì è vista neppure l’ombra. Confindustria lancia il sasso nascondendo la mano di anni di mancati investimenti nell’innovazione tecnologica poco apprezzata dalla parti della Fiat e dintorni. Per non parlare di Draghi che vuole la botte piena (le mani libere sul credito) e il prefetto ubriaco ( che si guardi bene dal controllare il credito). Però la crisi c’è , e siamo in emergenza . “Servono interventi fermi, chiari e soprattutto soldi”.
Ora, come alcuni sostengono dal punto di vista sviluppista, l’azienda Italia deve rimettersi in moto : servono le riforme strutturali, tagli alla spesa improduttiva,dalla burocrazia, all’abolizione degli enti inutili e delle province.
Le imprese chiudono, i disoccupati aumentano, i consumi ristagnano. La politica deve svegliarsi.
“Siamo pronti a prendere qualsiasi azione si renda necessaria per rilanciare la crescita”, questo è anche l’impegno condiviso dai ministri dell’Economia e dai governatori dei Paesi più ricchi del mondo in occasione del G20. Noi speriamo che non sia soltanto uno slogan, loro si augurano che " 'a nuttata” passi da sola.
Anche perché, volendo uscire dal solito mantra sviluppista, si potrebbero proporre anche alcune riforme di sistema. Si pensi solo alla grande questione delle energie alternative. Ma l’esecutivo, neppure ci prova, visto che si è messo al collo una sveglia con su scritto nucleare-nucleare-nucleare…
In realtà questo governo non è sviluppista né desviluppista: è meno di nulla. A voler essere generosi un nulla strutturato, intorno ai problemi giudiziari di Berlusconi. L’esecutivo deve capire concretamente che l’emergenza è reale e ascoltare con attenzione e sensibilità le preoccupazioni che giungono dagli operatori del settore e dalle parti sociali. E soprattutto da quegli italiani preoccupati dal fatto che nei prossimi mesi potrebbero perdere il lavoro.
Il governo non deve sottovalutare la durezza della crisi. Certo, Confindustria e Bankitalia si sono rivolti a Berlusconi per battere cassa. Troppo comodo.
Ma è pure vero che il Paese sta soffrendo e che la politica deve fare il suo dovere, aprire gli occhi sulla recessione mettendo in cantiere una volta per tutte misure e riforme che diano credito e fiducia non solo alla cultura d’impresa, ma a quella che una volta, la cultura socialista di un Nenni e cattolico-sociale di un Giulio Pastore chiamavano la cultura del lavoro. Recepita da una Costituzione repubblicana, di cui invece oggi si rischia di fare strame. Una cultura del lavoro e della solidarietà, e ovviamente, “di governo”, senza la quale il Paese rischia di essere travolto.
Contro la crisi perciò servono i soldi veri e anche le buone idee imprenditoriali. Ma soprattutto la pratica di un riformismo vero. Repubblicano.
Questo è il problema.
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Carlo Gambescia (http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/ )

venerdì, marzo 13, 2009

La polemica Draghi-Tremonti. Modesta proposta per prevenire.

La presa di posizione di Draghi contro Tremonti è molto interessante come spunto per capire che tipi di meccanismi ideologici e sociologici sono dietro le “diverse” posizioni sulle forme di controllo dell’attività bancaria e soprattutto economica ( http://www.repubblica.it/2009/03/sezioni/economia/crisi-21/draghi-no-prefetti/draghi-no-prefetti.html ) . Ma anche per ragionare in termini di prospettive più profonde sulla storia del capitalismo. E, cosa più importante, senza pretendere di imporre alcuna ricetta salvifica definitiva.
Dunque, nella polemica sono in gioco i nuovi Osservatori, varati da Tesoro e Interni. Che a detta di Draghi non potranno rivolgersi direttamente alle banche per ottenere cifre disaggregate sui prestiti concessi dai singoli istituti.
Diciamo subito che Tremonti e Draghi si muovono nell’ambito di una accettazione in linea di principio del libero mercato. Le differenze riguardano le cosiddette regole (chi deve fare cosa) e non i contenuti (quel che si deve fare). Altro dettaglio importante è che, stando allo stesso Tremonti, si tratta di misure temporanee, legate alla situazione di crisi.
Ora, in particolare, l’opposizione di Draghi, può essere ricondotta, a due fattori: un storico e uno funzionale.
Quello storico, che riguarda la cosiddetta “liberazione del credito” legata sul piano politico alle “rivoluzioni” neo-liberali e monetariste degli ultimi trent’anni. Quello funzionale, che concerne la tendenza di ogni istituzione sociale ( e dunque anche della Banca d’Italia), ad accumulare potere, soprattutto in presenza di altre istituzione incapaci di contrastarne l’ascesa.
Ora, è difficile dire che ne sarà nei fatti del provvedimento di Tremonti. Si possono però fare due osservazioni generali.
La prima, è che ideologicamente il neo-liberismo e le dottrine economiche correlate, a causa della crisi, sono entrati in una fase di stasi e di probabile ripensamento.
La seconda, è che la moral suasion di Tremonti potrebbe essere insufficiente, soprattutto se l’istituzione sociale Banca d’Italia trovasse appoggi nelle altre istituzioni sociali del capitalismo italiano, a struttura oligopolistica e familiare.
Perché in realtà - ed è questa la nostra riflessione generale - la posta in gioco, non è rappresentata soltanto ( o comunque non solo) dal controllo della moneta, ma dal ruolo effettivo delle istituzioni (sociali) politiche nel controllo dell’economia capitalistica (italiana) nel suo insieme. Attenzione però: come parte dell’economia capitalistica mondiale.
Allora la vera domanda è: il capitalismo oligopolistico (che, a sua volta, è un gigantesco sistema di imprese monopolistiche, che dipendono dal credito, ma che non sono solo bancarie e finanziarie) italiano e mondiale sarà disposto ad accettare (si veda ad esempio quel che sta accadendo negli Usa), pur di sopravvivere che lo stato (l’istituzione politica per eccellenza della modernità) torni a controllare più strettamente l’erogazione del credito? In un quadro futuro dove, dopo trent’anni, il capitalismo neo-liberista, rischia di tornare a dipendere dalla politica come nei “Trenta Gloriosi”, anni segnati dall’interventismo pubblico, anche in ambito creditizio ? Probabilmente sì. E - semplificando - soltanto per quell’istinto di conservazione che anima anche gli "organismi sociali" sempre tesi, come una corda, tra la difesa del proprio territorio e la conquista di quello altrui. Le società non conoscono lo stato di quiete. E purtroppo neppure quello di "vuoto": nel senso che il potere sociale (economico, politico, religioso, culturale) tende a ricostituirsi sempre. E la democrazia moderna, pur con tutti i suoi limiti, ha tentato di regolare questa ricostituzione del potere sociale allargandone culturalmente e giuridicamente la base. Rifiutarla significa ritornare al potere nudo dei puri e semplici rapporti di forza, come tra le due guerre mondiali. Ed è ciò che gli attori economici e politici responsabili sanno e temono al tempo stesso.
Il che però apre un'altra questione, soprattutto teorica. Quale? Che nella società capitalistica le istituzioni politiche e quelle economiche sono saldamente intrecciate fin dall’inizio: spada, commercio e moneta hanno sempre marciato insieme. Come mostrano, per farla breve, lo sviluppo dello stato nazionale, nelle sue varie forme prodromiche ( comune come città-stato, signoria, principato) e via via più complesse (dallo stato assoluto allo stato-nazione contemporaneo). Tutte forme politiche rivolte, secondo un meccanismo di interdipendenza causale azione-reazione, all'unificazione scalare dei diversi mercati (come ha provato la grande Scuola storica economica tedesca dell’Ottocento, dalla quale sono scaturite tutte le successive interpretazioni del capitalismo da Marx, Weber, Sombart fino a Oscar Nuccio): prima locali, poi regionali e nazionali e infine internazionali. Grazie al progressivo sviluppo - innato negli organismi sociali, inclusivi di quelli politici ed economici, che come detto non ammettono il vuoto - di egemonie politiche regionali, nazionali e mondiali. E in particolare, come prolungamento della Rivoluzione Industriale (o "Economica" per eccellenza), quella britannica e statunitense.
Di conseguenza qualsiasi proposta di riforma, o di altro genere, dovrà tenere presente questo accoppiamento poco giudizioso tra politica ed economia, che ha segnato la storia sociale del capitalismo moderno. A tale proposito, sulla teoria scalare o stadiale, sarebbe interessante andarsi a rileggere le cinque serie della Biblioteca dell’economista (1850-1922), e la Nuova collana di economisti stranieri e italiani, (1932-1937). Dove spiccano le opere di Roscher, Schmoller, Bücher, solo per fare alcuni nomi di prestigiosi esponenti della Vecchia e Nuova scuola di storia economica tedesca.
E soprattutto, per tornare al nostro argomento, del rischio che il Capitalismo Oligopolistico Mondiale (COM), il cui scopo è quello dell’unificazione e spartizione tra poche imprese del mercato internazionale, faccia il passo indietro di cui sopra, per poi stabilizzarsi, nel quadro di uno Stato Mondiale Leviatano (SML). Il quale possa con una mano erogare il credito ai suoi “capitalisti prediletti” e con l’altra impugnare la spada contro i nemici del nuovo ordine.
Pertanto, e concludendo, la vera questione, sollevata dalla polemica Draghi-Tremonti ( e che va oltre la diatriba stessa) non è solo quella del controllo del credito e persino dell'economia, ma è molto più importante. E ci spieghiamo meglio.
Il vero problema - che purtroppo ricorda la famigerata quadratura del cerchio - è quello di come per un verso rivalutare il ruolo del politico, evitando la tentazione totalitaria, e per l'altro di come fuoriuscire dalla logica scalare e causalmente interattiva, ma profondamente sociologica (stato-mercato-unificazione nazionale e mondiale), che ha dominato la storia sociale moderna. E quindi, cosa più importante, di come salvaguardare la democrazia non solo dagli oligopoli economici ma anche da quelli politici.
In buona sostanza la realtà sociale è complessa. Non esistono risposte definitive. Di qui l'importanza di guardarsi bene dai Grandi Semplificatori. Alcuni, infatti, oggi vorrebbero saldare i conti, uscendo dalla modernità. Ma a che prezzo per la democrazia dei moderni? Così faticosamente perseguita, e tutto sommato ancora perfettibile perché, come si dice, in corso d'opera ?

giovedì, marzo 12, 2009


Il libro della settimana: Marco Belpoliti, Il corpo del capo, Ugo Guanda Editore, Parma 2009, pp. 158, euro 12,00 - www.guanda.it
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Sembra che il libro di Belpoliti ( Il corpo del capo, Ugo Guanda Editore, Parma 2009, pp. 158, euro 12,00), in prima battuta, sia stato rifiutato da Einaudi, oggi propaggine editoriale della Mondadori berlusconiana. Di cui Belpoliti è, anzi era autore. Dunque un libro pericoloso per il “capo”?
Al tempo. Se qualcuno un giorno tenterà la ricostruzione genealogica dell’antiberlusconismo, potrà incasellare il testo di Belpoliti nell’antiberlusconismo colto: per pochi, magari tutti professori. A differenza, ad esempio, dei libri di Travaglio, non per incolti, ma comunque, come si dice, per il largo pubblico: quello di bocca buona, insomma.
E qui, purtroppo, va ricordato che il “capo” e tutti gli italiani che lo hanno votato sembrano non temere assolutamente l’uno e l' altro. Gli unici che Berlusconi pare - o pareva - temere sono i giudici. Pertanto Belpoliti non procurerà sconquassi di nessun genere. Purtroppo. Certo, gli resterà sempre la magra consolazione di aver messo alla prova, come cavia, lo zelo di qualche funzionario editoriale dell'Einaudi, più berlusconiano di Berlusconi. Chi si contenta gode.
Ma veniamo a Il corpo del capo.
L’ approccio è post-moderno, anche se Belpoliti ci correggerebbe subito parlando di post-post moderno... Post-moderno, dicevamo, nei termini di una sociologia visuale, che attraverso la rappresentazione (fotografica) spiega il rappresentato (Berlusconi). Infatti, il corpo (di Berlusconi) indagato è quello fotografato, e per suo esplicito volere.
Semplificando al massimo: secondo l'autore il Berlusconi immortalato sarebbe una specie di vorace Zelig (quello di Woody Allen), capace di incarnare e catturare l’immaginario di un italiano, per intendersi, tutto Famiglia, Amante, Evasione fiscale e Grande Fratello. Quell’ italiano degli anni Ottanta-Novanta, che il Cavaliere avrebbe, per alcuni, pericolosamente rivitalizzato, per altri costruito ex novo, attraverso i suoi invasivi programmi-spazzatura.
Ovviamente la tesi di fondo è infiorata di dotte citazioni e rinvii incrociati come rampicanti a Baudrillard, Barthes, Foucault, Morin, Blanchot, solo per fare qualche nome. E con un merito particolare: pur citando Bauman (d'annata però), Belpoliti non s'inventa, e ci risparmia, un Berlusconi "liquido"... Evidentemente, l'autore è uno che pensa e scrive (o scrive e pensa?) alla francese: ama le analogie au grand galop… Di qui però certi piroette e scambi logici - che lasciano perplessi chiunque non ami la quadriglia e tanto meno il can can che ne è una variante tardiva - come far apparire sul piano politico Berlusconi prima erede del maschilismo mussoliniano (per il suo decisionismo) e poi icona del transessualismo politico (per il suo divismo parossistico, quasi da vizietto). Fermo restando, che Belpoliti, se interpellato sull'importante quesito, risponderebbe che il macho e il trans possono convivere insieme. Certo, au grand galop
Quando in realtà sarebbe semplicemente bastato enucleare il bonapartismo di fondo del Cavaliere ( http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/2009/02/la-sconfitta-del-centrosinistra-in.html ): la sua visione politica della democrazia come tirannia della maggioranza, ma in nome del popolo. E dunque, senza tanti giri di parole, sottolineare come Berlusconi continui a far leva sul concetto di audience vincente. Da lui trasposto dal mondo dei mass media a quello della politica, in termini sicuramente non liberali. E poi esteso, di ritorno, alle sue guerre giudiziarie: “io” il popolo contro “voi” i giudici. Un aspetto ben colto - anche se in misura viscerale - da Nanni Moretti ne Il Caimano. Soprattutto nelle scene finali. Molto forti ma, quelle sì, di grande valore visuale ed esplicativo.
Il che significa, che se si vuole capire qualcosa di e su Berlusconi, alla sociologia visuale au grand galop di Belpoliti, condensata ne Il corpo del capo , è forse preferibile il cinema vero e proprio: la visualità vera di Nanni Moretti, senza tante circonlocuzioni.
Purtroppo è così. Se di grana grossa, come quello di Travaglio, l’antiberlusconismo rischia di dire poco, o comunque sempre le stesse cose. Se di grana fine, come quello di Belpoliti, quasi nulla. O ancora peggio di confondere le acque, come un dupe qualsiasi. Magari con un certo stile di scrittura. Ma come si sa, lo stile, di per sé, non può trasformare un libro inutile in un libro utile.

mercoledì, marzo 11, 2009

La sentenza della Cassazione sui Forum on line. E' giunta l' ora di puntare sulla trasparenza

Tutto sommato sembra abbastanza condivisibile - in chiave di libertà negativa - la sentenza della Cassazione, depositata ieri, che stabilisce che “i forum su internet non hanno le stesse tutele della stampa”.
Ma per quale ragione? Perché implica anche l’assenza dei “relativi obblighi” . Come nota Fulvio Sarzana di S. Ippolito, avvocato esperto di internet,
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"per la prima volta la Cassazione esonera i siti dagli obblighi della legge sulla stampa. Una cosa che gli utenti di internet temono da anni di subire (…) [Il che vuole dire niente obbligo di registrazione al tribunale, di avere un direttore responsabile]. Viene finalmente chiarito che non c'è l'obbligo di controllo su quanto pubblicato dai commentatori sul proprio blog. La responsabilità di eventuali diffamazioni è solo dei commentatori. Lo sarebbe anche del gestore del blog, se si applicassero le leggi sulla stampa". (http://www.repubblica.it/2009/01/sezioni/tecnologia/internet-leggi/cassazione-10mar/cassazione-10mar.html )
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Tuttavia - ecco la nostra modesta proposta - crediamo che i gestori di blog, siti e forum, una volta preso atto della sentenza, debbano puntare sulla trasparenza. In che modo?
In primo luogo, firmandosi sempre con il proprio nome e cognome.
In secondo luogo, chiedendo ai commentatori, quale “condizione partecipativa” (nei termini di libero regolamento interno), di firmarsi con nome o cognome, o comunque di essere individuabili sotto il profilo legale.
E questo per una ragione soprattutto sociologica: il cosiddetto anonimato, nascosto magari dietro l’uso di un nick, consente soprattutto nei forum, la creazione di quel clima tipico da folla in tumulto. Dove - di regola - viene meno ogni senso di responsabilità individuale. Una condizione soggettiva di frenetica deresponsabilizzazione on line, legata alla logica del gruppo come inglobante di ogni azione, anche la peggiore, benché, certo, solo sotto l'aspetto verbale, ma non meno offensiva e pericolosa. Una condizione individuale che per contagio psichico, come nelle folle descritte da Gustave Le Bon, si trasmette da un membro all’altro, trasformando il dibattito, soprattutto nei forum politici ( o dove si trattano temi "caldi"), in una feroce caccia mediatica collettiva al capro espiatorio, priva di qualsiasi valore esplicativo e culturale, se non quello di rafforzare l'identità temporanea di una folla urlante.
Inoltre, come abbiamo accennato, si tratta di un “clima” molto pericoloso, perché non esclude, almeno in linea di principio, il sempre possibile passaggio, negli individui pisicologicamente più fragili, dalla violenza verbale a quella fattuale. E attenzione, non solo sugli altri ma anche su se stessi.
In conclusione, la libertà è responsabilità e rispetto per le idee altrui. E il rischio concreto di una denuncia per diffamazione, facilmente comprovabile e perseguibile, grazie a solide basi documentali (le pagine di un blog o di un forum), sarebbe un valido deterrente nei riguardi dei “facinorosi mediatici" , così a proprio agio nelle folle on line. I quali, a differenza dei "cretini competitivi mediatici" (di cui abbiamo parlato in altra occasione http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/2009/02/sociologia-del-cretino-sociale.html ), rappresentano un serio pericolo per la libertà della Rete. E più in generale per quella civiltà del dialogo culturale che ha spinto chi scrive, come tanti altri, ad aprire un blog.
Firmandosi ovviamente con nome e cognome.

martedì, marzo 10, 2009

Ricerca sulle staminali e legge sul testamento biologico. Qualche riflessione non conformista sul rapporto tra scienza e libertà.

Oggi vorremmo affrontare nientemeno che il rapporto tra ricerca scientifica e libertà individuale. Come però piace fare a noi, in maniera "sociologicamente" non conformista. Insomma, non in chiave di grandi questioni bioetiche, ma in termini concreti. Partendo da due esempi, apparentemente lontani tra di loro. Il lettore perciò " si allacci le cinture"...
Primo esempio. La decisione di Barack Obama di eliminare qualsiasi limite alla ricerca sulle cellule staminali embrionali per “alleviare la sofferenza umana” lascia perplessi, ma non tanto per la questione in sé (la liceità o meno, in questo caso, della ricerca scientifica), quanto su un altro aspetto. Vediamo quale.
Obama promette
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che non intraprenderemo mai alla leggera la ricerca scientifica - ha aggiunto - perché la sosterremo solo quando sia scientificamente valida e condotta responsabilmente… svilupperemo regole severe che rispetteremo scrupolosamente perché non tollereremo abusi. E ci accerteremo che il nostro governo non apra mai la porta all’uso della clonazione per la riproduzione umana. È pericoloso, profondamente sbagliato e non ha posto nella nostra società o in nessuna società”. ( http://www.corriere.it/esteri/09_marzo_09/obama_staminali_ricerca_52a4b02c-0cc2-11de-aa9b-00144f02aabc.shtml ).
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Ma è possibile, una volta ammessa a priori la libertà scientifica, limitarla? Ecco il motivo della nostra perplessità.
Secondo esempio. Luigi Manconi ha criticato l’ideologia della legge sul testamento biologico, voluta dalla maggioranza di governo. Ma lasciamo la parola a Manconi:
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“Se un cittadino deposita presso un notaio una propria dichiarazione, firmata e autenticata, nella quale affermi di non voler subire la nutrizione e l'idratazione artificiali, quella nutrizione e quella idratazione gli verranno imposte se un medico le ritenesse necessarie”
Giusto, molto giusto. Non siamo però d’accordo sul resto della sua “perorazione” che consiste nella pura e formalistica difesa del “diritto di autodeterminazione”. Principio nobilissimo e condivisibile, ma che proprio dal punto di vista sociologico, rischia di qualificarsi come una pura e semplice petizione di principio. E soprattutto di invito a finire nelle secche delle pure polemiche politiche. E spieghiamo perché.
Il ddl Calabrò sul testamento biologico è una chiarissima manifestazione di ciò che si può chiamare “individualismo assistito”: i diritti, anche i più avanzati, e coerenti con la logica dell’individualismo moderno, vengono vincolati al parere dell’esperto, al giudizio di “colui che sa”, e che dunque deve “assistere”, nella scelta, proteggendo dalla sua “ignoranza” “colui che non sa” .
Il che come è ovvio, dal punto di vista dei valori del individualismo puro è inaccettabile. Ma è invece accettabile e perfettamente conseguente, dal punto di vista di una società scientista, come la nostra, dove l’ultima parola, spetta sempre all’esperto, in genere uno scienziato, come “colui che sa”.
Un quadro sociale, dove per tornare a Barack Obama, non si può non evidenziare come il presidente statunitense si giustifichi asserendo che, grazie alle sue decisioni sulle staminali embrionali, “l'America guiderà il mondo verso le scoperte che questo tipo di ricerca potrà un giorno offrire”. Conferendo così alla scienza un potere politico assoluto, in chiave imperiale. E attribuendo allo scienziato uno status di superiorità politica. Ma così - ecco il punto - il potenziale “controllore” rischia di trasformarsi in “controllato”. E in nome di che cosa? Di un’entità sovraindividuale: la grandezza della patria americana.
Ma questo è solo un aspetto della questione. Il vero punto importante è che il dislivello di potere sociale tra coloro che sanno e coloro che non sanno ha sempre caratterizzato le società storiche. Basandosi però su valori differenti, come le capacità religiose, guerriere, morali, e infine, oggi, scientifiche.
Sotto questo aspetto, paradossalmente, il primo nemico dell’individualismo moderno dovrebbe essere la scienza moderna. Ma, attenzione, non in quanto principio di libera ricerca bensì di stratificazione sociale. Un risvolto sociologico “pratico” - spesso ignorato da un dibattito incentrato solo sulle questione teologiche ed etiche - che rinvia alla tendenza, o costante, di ogni società a stratificarsi i gruppi sociali sulla base di valori e funzioni sociali differenti. Per dirla fuori dai denti: i direttori d’orchestra cambiano (i valori), ma la musica (la stratificazione sociale funzionale) rimane sempre la stessa.
Con un differenza però. Che riguarda in modo particolare la nostra epoca. L’individualismo moderno - si pensi alle parole di Obama - ha attribuito alla scienza e agli scienziati come gruppo sociale in senso esteso (dall’inventore all’esecutore o routinier) un ruolo liberatorio. Di qui la contraddizione tra esercizio della libertà individuale e liberazione dell’individuo, come talvolta ancora si legge, dalle catene della superstizione religiosa e morale. Ma secondo quali effettive modalità? Attraverso non soltanto la scienza in quanto tale, ma mediante la scienza estesa, “esecutiva” routinizzata: nel caso quella dei protocolli terapeutici da applicare e delle “commissioni” mediche, che dovranno decidere se rispettare o meno la volontà del paziente.
Pertanto, ad esempio, il nodo del testamento biologico, non è solo politico come ritiene Manconi: nel senso di una maggioranza di centrodestra “reazionaria” e “statalista” o delle posizioni “retrograde” della Chiesa. Ma riguarda il rapporto tra individualismo e scienza moderna. Sul quale sarebbe bene, una tantum, riflettere seriamente. Soprattutto se si è sociologi.
Certo, Parlamenti e Governi devono decidere, evitando estenuanti dibattiti sui “massimi sistemi”. E del resto deputati e senatori sono “fotografie viventi” della realtà sociale e storica che rappresentano, dalla quale è difficile, se non impossibile, fuoriuscire.
Tuttavia non sarebbe male, vista la posta in gioco (la cosiddetta “nuda vita”), se sul piano intellettuale, e dunque all’esterno, o al confine, delle istituzioni politiche, si difendesse l’autoderminazione del singolo su altre basi, invece di lanciarsi contro i soliti anatemi. E comunque, a differenza di Manconi, tentando di evidenziare, come base di discussione, la contraddizione tra il pretendere di celebrare l’individualismo a tutto tondo, e al tempo stesso, la santificazione della scienza, soprattutto nei suoi risvolti socialmente “stratificatori”, come strumento di liberazione dell’individuo. Sarebbe finalmente un segno di maturità. E anche di civiltà delle parole.

lunedì, marzo 09, 2009

Forza, violenza e cattivi maestri. Qualche riflessione personale e anche oltre.
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Sabato passato, nel corso di un evento pubblico al quale partecipavamo, uno dei relatori ha definito l’uso della violenza in politica come un fatto normalissimo. Aggiungendo imperturbabile che alla “violenza del sistema (nel caso quello capitalistico) non si può non rispondere che con altra violenza”.
Che amarezza, abbiamo subito pensato, gli Anni di Piombo sono passati invano. Come lo stesso Novecento, con la sua dolorosa scia di sangue innocente, versato per puro odio ideologico.
Purtroppo alcuni intellettuali, o presunti tali, non si rendono conto della gravità di certe affermazioni, soprattutto davanti a un pubblico composto di giovani che si affacciano alla vita. Purtroppo i cattivi maestri sono ancora tra noi. E rischiano di fare scuola.
Anche perché - fatto importante - in quella sala che ospitava un centinaio di persone, sulle nostre pronte critiche è subito sceso un silenzio di disapprovazione, interrotto dall’ intervento estemporaneo, a dir poco critico nei nostri riguardi, di uno dei presenti. Tra l'altro non richiamato subito all’ordine - come doveva - dal moderatore. O comunque neppure da una sola delle persone presenti tra il pubblico.
Ovviamente, per il futuro, eviteremo di partecipare ad altre serate del genere.
Perché - sia chiaro - una cosa è rilevare che la violenza fa parte dei rapporti politici (fatto descrittivo), e cercare di ridurne l’uso fisiologicamente, un’altra è teorizzarla bellamente (fatto normativo), addirittura celebrando, in modo patologico, certi gruppi politici che l’hanno praticata su uomini, donne e bambini inermi.
Ma entriamo nel merito “sociologico” della questione. E nel modo più oggettivo possibile.
Una prima distinzione, generica, va fatta tra forza e violenza.
La forza è una forma di violenza legalizzata mentre la violenza è una forma di forza non legalizzata. Ovviamente, nel mondo moderno, la legalità dell’uso della forza, è sancita dalle leggi (il cosiddetto stato di diritto). Va da sé che coloro che non condividono “quelle” leggi (che autorizzano l’uso della forza), parificano “quella” forza alla violenza. Il che significa che ogni distinzione tra forza e violenza è soggettiva ( o comunque ideologica) e riguarda il grado di accettazione individuale delle leggi che ne autorizzano l’uso. Di qui la necessità di parlare concettualmente, soltanto di violenza.
Una seconda distinzione riguarda le finalità della violenza. Per alcuni la violenza è soltanto un mezzo per ottenere altri fini. Si pensi alla violenza rivoluzionaria, per istaurare una nuova società, “un mondo migliore”; oppure alla violenza bellica, quella che si dispiega in guerre che "dovranno mettere fine a tutte le guerre". Per altri, invece, la violenza è sempre fine a se stessa. Quest'ultima, curiosamente, è la posizione di coloro che non accettano o adorano la violenza: di certi pacifisti a senso unico, come dei guerrafondai.
Una terza distinzione concerne la violenza collettiva e individuale. Di regola la violenza individuale viene punita dai codici mentre quella collettiva resta più difficile da individuare e punire. Perché? La violenza del singolo è sempre più individuabile e gestibile fisicamente, mentre quella collettiva no ( si pensi al concetto, assai vago, di “violenza delle istituzioni”, di regola usato "per avere le mani libere" da coloro che si oppongono a un certo ordine istituzionale …).
Il fatto è che l'uomo tende ad attribuire ai fenomeni collettivi cause collettive, spesso astratte, e per fini propri, come abbiamo già accennato. Di qui però la conseguente difficoltà di mettersi d’accordo sulle cause concrete di certi eventi (da una sommossa a una rivoluzione) e sulla legislazione penale o repressiva correlata... Il che tuttavia non significa che non esistano situazioni sociali (collettive) di sofferenza. Come pure, non vuol dire che non sussistano cause sociali (collettive), alla base di singoli atti di violenza.
Insomma, la violenza (anche sotto forma di forza legalizzata), piaccia o meno, è una componente dei rapporti sociali. Non vogliamo qui entrare nel merito della questione se l’aggressività nell'uomo sia eliminabile o meno. Anche perché, di fatto, le società, da sempre, limitano la violenza (illegale) ricorrendo ad altra violenza (legale), fondandola sui valori più differenti (religiosi, morali, giuridici). Certo, l’educazione, soprattutto nelle società moderne, può condizionare, culturalmente, il ricorso individuale e sociale alla violenza… Ma fino a un certo punto. Vediamo perché.
In primo luogo, spesso l’educazione implica l’introiezione nel singolo, del concetto sociale della violenza (legale) come deterrente della violenza (illegale). Quindi l’educazione finisce per basarsi sulla “minaccia” di altra violenza. Su questo concetto torneremo più avanti.
In secondo luogo, le società moderne, pur respingendo pubblicamente la violenza ne sono in realtà intrise: o la propongono direttamente elevandola a valore (si pensi al concetto di guerre giuste, esplicitato a suon di bombe, oppure al cattivo maestro, di cui sopra, che la celebra), o indirettamente attraverso la produzione, rappresentazione e sublimazione mediatica.
Di qui, quella schizofrenia sociale, oggi sotto gli occhi di tutti, che ritroviamo nei comportamenti di soggetti, anche collettivi, che per un verso predicano la pace e per l’altro praticano, o vorrebbero praticarla, la violenza. Rimanendo imperturbabili: da Bush al cattivo maestro di sabato scorso.
In questo contesto di “sovraesposizione” alla violenza, tentare di contenerla non può essere facile. Anche perché il vero punto della questione è il concetto di minaccia: "promettere" all’altro qualcosa che susciti in lui preoccupazione, timore, paura… Un atto, che pur non essendo in se stesso “violento”, si appella all' uso possibile della violenza. E che - attenzione - si tratta di una pratica che caratterizza le più diverse forme di relazione sociale, sia individuali, sia di gruppo: da quelle contrattuali ( se non pagherai, eccetera) a quelle educative (se non farai il buono, eccetera) a quelle politiche ( se non pagherai le tasse; se invaderai, la mia patria, eccetera).
Per farla breve: la violenza rinvia alla minaccia, la minaccia alla paura. Ma - di sicuro - invocando altra violenza, magari diretta, contro un nebuloso "sistema", non si esce dal circolo vizioso violenza-minaccia-violenza. Anzi lo si rende più crudele. E, in prima battuta, si accresce la confusione nelle menti e nei cuori degli uomini. Insomma - sarà pure normativo dirlo - ma in questo modo non si vuole bene a propri simili. Li si illude e basta.
Qui bisogna scegliere - in termini normativi - il male minore (la democrazia attuale, pur con le sue imperfezioni) In che modo? Evitando di rafforzare quella spirale dell’odio – e dunque di celebrare la violenza - che di regola conduce, attraverso situazioni di estremo disordine di cui si nutrono proprio le istituzioni totalizzanti, a un male futuro maggiore ( la dittatura, prima costituente e poi costituita...). Certo per scegliere questa strada si deve essere sinceramente democratici. E credere nella democrazia, nelle sue varie forme, come strumento capace di contenere, attraverso il confronto ragionato e maggioritario, la violenza delle cose e degli uomini.
Violenza che se condivisa sul piano normativo (non descrittivo) può condurre alla tirannia (non predominio) del Politico. Dove l’indicazione del nemico (in genere il “sistema cattivo") viene utilizzata soltanto per imporre l’ordine interno assoluto e spietato. Ovvero di creare una società della sorveglianza, ancora più estesa e poliziesca, di quella attuale. Sotto questo aspetto, come mostra il Novecento, tutti quei “nuovi” e disastrosi “ordini” in nome della nazione, della razza e dello classe, hanno prodotto solo macerie. Certo, lasciando campo libero al nuovo ordine capitalista - criticabile quanto si vuole, siamo d’accordo - ma in cui esistono spazi democratici, sconosciuti ai regimi totalitari. E che vanno difesi e allargati. E non distrutti, magari promettendo, "dopo", la costruzione del Paradiso in Terra.
Perciò se si vuole fare politica, e seriamente, si evita il linguaggio pseudo-rivoluzionario, ci si conta, si fonda un partito, eventualmente ci si coalizza, e si va alle elezioni. Perché questa è la democrazia. Scorciatoie non esistono.
Imbottire la testa dei giovani di idee pseudo-rivoluzionarie è il più grosso errore che si possa fare in politica. E’ una cosa così difficile da capire? Pare proprio di sì.
Ma attenzione, guai a scherzare con il fuoco, perché la bestia del totalitarismo, di qualsiasi colore, che è in fondo alla strada di chiunque scelga la violenza per la violenza all'insegna del tanto peggio tanto meglio, sta rialzando la testa.

venerdì, marzo 06, 2009

Il denaro-rete. Un’analisi ricognitiva (*)
di Carlo Gambescia
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Sommario
Premessa - 1. La rete sotto l’aspetto simbolico e sociologico - 2. Il denaro degli antichi - 3. Il denaro dei moderni - 4. Il denaro-rete - 5. Conclusioni. Un nuovo ascetismo?
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Premessa
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Interrogarsi sul denaro-rete[1] che oggi immobilizza le nostre società, come la rete del gladiatore romano imprigionava l’ avversario, richiede due definizioni preliminari. Riguardanti il concetto di rete e quello di denaro, anche dal punto di vista della sua evoluzione storica. Dopo di che potrà essere affrontata la questione principale. Ci preme sottolineare che il nostro scritto vuole fornire soltanto una rapida ricognizione sociologica su una materia incandescente ma indubbiamente di grande fascino intellettuale e scientifico. Pertanto da parte nostra non vi è alcuna pretesa di esaustività.

1. La rete sotto l’aspetto simbolico e sociologico.
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Dal punto di vista simbolico, come ricordano i dizionari specialistici, la rete assume nelle diverse tradizioni un valore sacro e di veicolo per rendere concreta una forza spirituale. Di volta in volta viene usata dagli uomini per catturare Dio, o da Dio per catturare gli uomini. Si pensi all’immagine del cielo paragonato a una rete, di cui le stelle sarebbero i nodi di maglie invisibili. Metafora che implica l’idea dell’impossibilità di riuscire a sfuggire al potere dell’ universo e delle sue leggi[2]. Pertanto, dal punto di vista simbolico, l’idea di rete indica un potere diffuso, di tipo spirituale ( o trascendente l’uomo), che però tiene insieme reticoli e nodi, rappresentanti gli essere umani.
Dal punto di vista sociologico sussiste il concetto di rete sociale. Anche qui i dizionari di settore, ne evidenziano la natura pervasiva. La rete sociale, scrive J.C. Mitchell, indica “uno specifico complesso di legami tra un insieme ben definito di persone (…) con la proprietà che le caratteristiche di questi legami come un tutto possono essere usate per interpretare il comportamento sociale delle persone coinvolte”[3] . Torna, dunque, anche in questa definizione, l’idea di potere diffuso, sulle persone, in funzione dell’effetto legame che scaturisce dalle rete.
E’ possibile ritrovare una sintesi delle due definizioni precedenti, in quella che Manuel Castells, usa per rappresentare l’attuale “società informazionale”, legata ai grandi flussi reticolari di ogni genere (denaro elettronico incluso). Castells è probabilmente il maggiore studioso vivente della società contemporanea, come “società in rete”[4]. Ma lasciamolo parlare:
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“Una rete è un insieme di nodi interconnessi. Un nodo è il punto in cui una curva interseca se stessa. Che cosa sia concretamente un nodo, dipende dal tipo di reti reali cui si fa riferimento. Sono nodi le piazze finanziarie, con i loro centri ausiliari di servizi avanzati, immersi nelle rete dei flussi finanziari globali. Sono nodi i commissari europei e i consigli dei ministri nazionali, della rete politica che governa l’Unione Europea. Sono nodi i campi della coca e dell’oppio, i laboratori clandestini, le piste di atterraggio segrete, le gang di strada e le istituzioni finanziarie per il riciclaggio del denaro sporco nella rete del traffico di droga che compenetra le economie, le società e gli stati di tutto il mondo. Sono nodi i sistemi televisivi, gli studi per la produzione dell’intrattenimento, i milieu della computer grafica, le redazioni televisive e i dispositivi mobili che generano, trasmettono e ricevono segnali nella rete globale dei nuovi media alla base dell’espressione culturale e dell’opinione pubblica nell’Età dell’informazione”[5] .
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Il che significa che la “topologia definita” dalle reti richiede:
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“che la distanza (o l’intensità e la frequenza d’interazione) tra due punti (o posizioni sociali) sia più breve (o più frequente, più intensa) quando entrambi i punti sono nodi della stessa rete che non quando lo sono di reti diverse. D’altro canto all’interno di una data rete, non c’è distanza nei flussi tra i nodi. Pertanto, la distanza (fisica, sociale, economica, politica, culturale) per un dato punto o una data posizione varia tra zero (per qualsiasi nodo all’interno della rete) e infinito (per qualsiasi punto esterno alla rete). L’ inclusione/esclusione delle reti e l’architettura delle relazioni tra reti, dispiegate e azionate da tecnologie informatiche che operano a grandi velocità configurano i processi e le funzioni dominanti nelle nostre società”
[6].
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Di conseguenza chi opera entro la rete “esiste socialmente”, chi non vi opera è praticamente condannato alla progressiva morte societaria. E qui si pensi ai ceti sociali che non hanno ancora accesso alle tecnologie informatiche, oppure a interi continenti, o parti di essi (si pensi all’Africa) esclusi, se non come soggetti passivi da sfruttare, dalla rete economica mondiale.
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2. Il denaro degli antichi
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Il denaro degli antichi è di tipo comunitario. Si tratta di un concetto che potrebbe essere esteso anche alle società premoderne (arcaiche, tradizionali, “primitive”). Questa ipotesi viene sviluppata dalla ricerca storica e antropologica più avvertita[7]. Nel mondo premoderno il denaro aveva una funzione politico-redistributiva. Un’origine collegata all’antico bisogno comunitario di designare, ricorrendo a una pluralità di medium, o veicoli materiali, i criteri più idonei per rispecchiare la proporzionalità tra il valore del compito svolto dal singolo, le necessità del gruppo, e la quota di bottino o di “surplus” da dividere[8]. Il denaro, insomma, non era ancora un’entità astratta e prepolitica. Come ricorda Aristotele, la moneta “è detta in greco ‘cosa legale’ (nomisma) perché sorge non per natura ma per legge (nomos) e sta in nostro potere il mutarla e renderla fuori uso”[9] . Sotto questo aspetto la moneta degli antichi, va vista, come illustra la storia greco-romana, come il naturale prolungamento della volontà politica. Il veicolo di un nomos, quale fattore di integrazione sociale, che per la mentalità del tempo, trascendeva il momento economico per estendersi a quello comunitario, tramite la redistribuzione fiscale e monetaria, come nell’Atene di Pericle, nella Grecia ellenistica e nella Roma Repubblicana [10] . Ma si tratta di un approccio politico-istituzionale, e dunque di una mentalità socioculturale, che abbraccia anche la società medievale, almeno fino al 1000, nonché il mondo arcaico, dove la moneta, nelle sue variegate forme fisiche è strettamente controllata dal potere politico: si va insomma dal potere di un assemblea antica, di un sovrano medievale a quello di una capo tribale del Dahomey [11]. Che poi ad Atene, Roma e nel Regno del Dahomey, si riuscisse o meno a controllarla è ancora oggi un’altra storia… Ma il concetto che deve essere chiaro è quello del controllo politico e comunitario della moneta, O istituzionale se si preferisce. Se pur esisteva, anche in quelle società, una micro-rete economica basata sul denaro, essa era attentamente controllata dalla comunità politica e non viceversa.
Il punto del problema è questo: per un verso, è caratteristica sociale del denaro, che una volta messo politicamente in circolo sotto forma di moneta, cerchi di estendersi a rete. Ma è anche caratteristica sociale del potere politico, che una volta che lo abbia messo in circolo, si sforzi di tenere sotto controllo le dimensioni della rete, tentando di regolarne il conio, il valore e quantità in circolazione. Si tratta di forze, o dispositivi sociali, storicamente sottoposti al gioco e all’influsso di altri fattori (culturali, economici, giuridici, religiosi, morali). Ad esempio, tra le cause del declino politico e morale di Roma imperiale, alcuni storici, ascrivono quella della crescente privatizzazione morale (o meglio “immorale”) di ogni transazione attraverso il denaro, sempre pronto a essere usato, come reticolo, dai vari gruppi di potere, per corrompere amministratori interni (funzionari, capi militari, eccetera) e nemici “esterni” ( i famigerati barbari del limes, e altre bande o popoli guerrieri). Di qui seguì la graduale rinuncia, malgrado le autorità dichiarassero il contrario, a qualsiasi controllo effettivo. Il denaro e i suoi reticoli venali, comprarono tutti e tutti, fin quando, considerate le tecniche dell’epoca e l’impossibilità per Roma di estendersi ulteriormente, non ve ne fu più per nessuno: la rete del denaro aveva raggiunto la sua massima estensione, e dopo aver fagocitato anche il potere politico, l’Impero crollò, come un castello di carte, anche per mancanza di liquidità, e conseguentemente, dell’impossibilità di potere autoperpetuarsi, come un complesso basato sulla sola venalità privata e reticolare del denaro[12].
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3. Il denaro dei moderni
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Abbiamo accennato alla caratteristica sociale del denaro, che una volta immesso nel circuito economico sotto forma di moneta, non può che estendersi a forma di rete. Per quale ragione? Perché rende più veloci le transazioni. Non solo: passando rapidamente di mano in mano, sembra conferire alle azioni umane un grado crescente di libertà. E questo, soprattutto grazie al fascino esercitato dal miraggio dell’ illimitato potere d’acquisto racchiuso, appunto, nel denaro: il solo medium che sarebbe capace di sormontare, come si dice ancora oggi, illudendo e illudendosi, le distanze sociali. Il denaro è stato spesso storicamente (e retoricamente) presentato, e non solo nelle democrazie, come uno strumento di liberazione dei popoli.[13]
Ma passiamo alla dinamiche concrete. Partendo dalle intuizioni di Simmel e Polanyi[14], attenti studiosi del denaro, si possono rilevare due processi sociologici.
I processi di oggettivazione: rilevabili nelle più diverse società storiche, antiche e moderne. Discendono dalla necessità di disporre, con l’incorporazione del denaro in una base o veicolo materiale (denaro-oggetto: conchiglie, grano orzo, “schiavi” e metalli preziosi), di un mezzo di commutazione dei bisogni individuali che resti costante nel tempo. Sono processi che rispondono a una necessità pratica.
I processi di astrazione nascono invece nel cuore della società moderna imbevuta spiritualmente dell’ ideale di un’astratta calcolabilità numerica. Questi processi sono connotati dal fatto che il denaro-oggetto, pur continuando a rappresentare la relatività valoriale degli oggetti economici, commuta astratti valori di mercato, trasformandosi in denaro-segno (la banconota, ad esempio) . Vale a dire che esso non si incarna, se non in una prima fase “bullionista”[15], in oggetti misurabili e individuabili fisicamente, come reale prolungamento di una base materiale e produttiva (lingotti d’oro, monete auree). Di conseguenza il fondamento del denaro-segno, succeduto al denaro-oggetto, finisce per risiedere esclusivamente in un volatile ma potente elemento psicologico-fiduciario: l’astratta fictio di una promessa di pagamento. Sono processi che rispondono a un’astratta necessità mercantile.
Il passaggio dai processi di oggettivazione a quelli di astrazione, si sviluppa attraverso la crescita del moderno sistema creditizio e bancario. E’ un processo che si accompagna allo sviluppo del capitalismo moderno. Cosicché al denaro (già di per sé retiforme), prima oggetto, poi segno, si aggiunge, potenziandone le caratteristiche retiformi, il processo di espansione capitalistica. Basato sul progressivo controllo del politico da parte dell’economico[16]. Che si sviluppa, come è avvenuto, fino al punto di coprire, l’intero pianeta, servendosi storicamente e strumentalmente, di volta in volta, dello stato-nazionale e delle varie istituzioni economiche internazionali, via via sorte sulla basi delle private esigenze economiche di ristrette oligarchie[17]. Sombart, distinguendo, la pura cupidigia di oro e denaro, (come “ricerca dei tesori sepolti, alchimia, progettistica, usura”), dall’economia capitalistica, riteneva che al centro di quest’ultima vi fosse non “una persona viva coi suoi bisogni naturali, ma una cosa astratta: il capitale”, nella cui “astrattezza dello scopo è insita la sua illimitatezza”[18]. Cosicché per i moderni, benché il denaro sia in grado di volare con le ali proprie, esso in realtà vive in perfetta osmosi con le principali istituzioni del mondo finanziario-capitalistico (borsa, istituti di credito, compensazione scambio): al massimo dell’astrattezza, esemplificata dall’oscuro (e perpetuo) scorrere dei flussi di denaro, corrisponde a livello tecnico-economico, la concretezza degli interessi delle oligarchie finanziarie. L’astrattezza illimitata finisce così per sommarsi, chiudendo il cerchio, col potere illimitato di pochi[19].
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4. Il denaro-rete.
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Come abbiamo visto il denaro degli antichi e il denaro dei moderni rinvia a due processi sociologici: rispettivamente di oggettivazione e astrazione. Ma il denaro-rete dei nostri giorni, pur essendo frutto di questi due processi, è qualcosa di diverso e superiore: diciamo che non si tratta solo di una differenza di grado. Altrimenti non potrebbe meritarsi l’appellativo di denaro-rete. Dal momento che esso rappresenta l’ultima fase del processo di astrazione e la prima di un nuovo processo ancora da definire. Un processo, ancora in sviluppo, che rischia però implicare, come già sta avvenendo, la totale smaterializzazione del denaro attraverso la rete: non più denaro-oggetto né denaro-segno, ma denaro-rete. In questa ultima fase le caratteristiche retiformi del denaro rischiano veramente di non trovare più alcun ostacolo. Per capire questa “novità” torna utile citare ancora Castells:
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“Se ci riferiamo a una vecchia tradizione sociologica secondo cui l’azione sociale al livello più fondamentale può essere compresa guardando all’evoluzione delle relazione tra natura e cultura, allora siamo proprio in una nuova era. Il primo modello di relazione tra questi poli fondamentali dell’esistenza umana è stato caratterizzato per millenni dal dominio della natura sulla cultura. I codici dell’organizzazione sociale esprimevano in maniera quasi diretta la lotta per la sopravvivenza contro l’incontrollabile asprezza della natura (…) La seconda forma della relazione instauratasi alle origini dell’età moderna, e associata alla rivoluzione industriale e al trionfo della ragione, vide la dominazione della natura ad opera delle cultura, costruendo la società a partire dal lavoro, attraverso cui l’umanità trovò sia la sua liberazione dalle forze naturali, sia al sua sottomissione ad abissi di oppressione e sfruttamento. Stiamo ora entrando in una nuova fase in cui la cultura rimanda alla cultura, dato che la natura è stata soppiantata al punto da dover essere fatta rivivere artificialmente (‘salvaguardata’) come forma culturale (…). A causa della convergenza tra evoluzione storica e innovazione tecnologica abbiamo varcato la soglia di una dimensione puramente culturale dell’interazione e dell’organizzazione sociali. Ecco perché l’informazione è l’ingrediente chiave della nostra organizzazione sociale e perché i flussi di messaggi e immagini tra le reti costituiscono la trama e il filo conduttore della nostra struttura sociale”[20].
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In sostanza, il denaro-rete, non è frutto ( o comunque non solo, storicamente parlando) di un processo di oggettivazione e astrazione (come nella seconda forma di relazione storica tra natura e cultura, ricordata da Castells), dove la cultura opera sulla natura, ma diviene esito di un processo di “culturalizzazione”, se ci si passa il termine, in cui la cultura rimanda a una cultura informatizzata. Siamo davanti al fantasma di un fantasma: la rete del denaro elettronica (secondo fantasma culturale, in ordine di tempo), che riassume e potenzia, i processi di astrazione-oggettivazione (primo fantasma culturale, sempre in ordine di tempo). Processi, questi ultimi, scaturiti, e poi maturati nel corso dell’età moderna, da due ideali capitalistici, come la calcolabilità e l’ “astrattezza-illimitatezza”, già magnificamente individuati da Sombart. Siamo, insomma, nel regno del fantasmagorico-informazionale: della carta di credito, della “carta” o del denaro elettronico-reticolare[21]. Alla cui diffusione possono essere imputati due effetti sociologici fondamentali: la definitiva formalizzazione e automatizzazione di comportamenti e procedure sociali. Le sbarre della gabbia di acciaio weberiana, stanno così per essere sostituite da un rete in apparenza più sottile, ma in realtà più resistente di qualunque lega di acciaio. Infatti, oggi, che senso ha affermare che il denaro è un titolo di credito verso l’altro, quando abbiamo di fronte una gelida macchina dove inserire una tessera magnetica? Che cosa significa ritenere il denaro un titolo di credito da e per la comunità, quando al potere politico, oggi non si chiede giustizia sociale, neppure per i singoli [22] ? E soprattutto si impone ai politici di non disturbare i “manovratori”, spesso occulti, della moneta?
Va insomma compreso che siamo al cospetto di un denaro insensibile alle stesse leggi del mercato e della politica. Un denaro sganciato da referenti oggettivi (oro, argento), e perfino dalla carta, creato dal nulla, digitando su una tastiera[23], e che perciò alimenta il mito dell’ eterna abbondanza di risorse. Del resto, come i sociologi sanno, sul piano individuale, una moneta che fisicamente non si vede, rende il pagamento “indolore” (è documentato che il cliente con carta di credito, se debitamente motivato, spenda sempre più di coloro che sono muniti di cartamoneta)[24].
In questo modo però lo scambio sociale, va sempre più irrigidendosi: la carta di credito, come altri apparati informazionali, formalizza la persona che abbiamo davanti, alla quale si finisce per chiedere non una riposta consapevole ma una reazione automatizzata a ricordi e situazioni (ad esempio: comprare e vendere…). Al massimo dell’astrattezza corrisponde così la scomparsa dell’altro, ridotto a cifra digitata in fretta sulla tastiera di un terminale. Il denaro ormai, come forma più che astratta, che non rimanda neppure più a se stessa, è certamente in grado di volare con le proprie ali, mentre gli uomini possono restare inchiodati a quel che realmente guadagnano.
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5.Conclusioni. Un nuovo ascetismo?
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In questo senso, oggi, quanto più l’uomo lotta per procurarsi la più preziosa e volatile delle merci, il denaro, per frapporlo, quale provvisorio e neutro schermo difensivo tra sé e gli altri, tanto più si condanna, non solo all’autoestraniazione, ma alla sua stessa sparizione come essere fisico, psichico e morale. Perché ogni transazione elettronica va ad alimentare, regolarmente, le enormi fauci delle gigantesche reti finanziarie informatizzate, che in quanto
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strutture aperte, capaci di espandersi senza limiti, integrando i nuovi nodi fintanto che questi sono in grado di comunicare fra loro all’interno della rete, (…), sono strumenti appropriati per un’economia capitalista basata sull’innovazione, sulla globalizzazione e sulla concentrazione decentrata; per il lavoro, i lavoratori e le aziende orientati alla flessibilità e all’adattabilità[25] .
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Il che tuttavia finisce per avere una sua opprimente pervasività sociale, dal punto di vista delle strutture del potere economico. Dal momento che

la morfologia di rete è anche fonte di marcata ristrutturazione delle relazioni di potere. Gli ‘interruttori’ che connettono le reti (per esempio, flussi finanziari che assumono il controllo di imperi mediatici capaci di influenzare i processi politici) sono gli strumenti privilegiati del potere. Pertanto, quelli che possono azionarli sono i veri detentori del potere. Poiché le reti sono molteplici, i codici e gli interruttori interoperanti tra le reti sono le fonti fondamentali per plasmare, guidare e deviare il corso delle società. La convergenza tra evoluzione sociale e le tecnologie dell’informazione ha creato una nuova base materiale per lo svolgimento delle attività in tutta la struttura sociale[26].

Di conseguenza,
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questa base materiale, incorporata nelle reti, contraddistingue i processi sociali dominanti, dando quindi forma alla stessa struttura sociale[27].
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Si ritorna, allora, alla metafora della rete. Che nel mondo romano, come abbiamo visto era l’arma scelta di quei gladiatori, che la usavano per immobilizzare gli avversari e poi ucciderli. Proprio come oggi l’alta finanza “immobilizza” o “smobilizza” i mercati delle materie prime, delle valute e di altre merci, decidendo così in una frazione di secondo il destino di miliardi di persone[28]. La rete del gladiatore serviva ad immobilizzare l’avversario per porlo alla mercé del vincitore, come oggi, attraverso i flussi di spesa elettronica vengono tenuti in ostaggio da potenti società di investimento miliardi di cittadini, ridotti a innocui e istupiditi consumatori.
Come liberarsi del denaro-rete? Rinunciando all’uso crescente del denaro elettronico? E dunque ai consumi inutili? Ritornando a fare politica, magari usando la “rete” contro se stessa, secondo la lezione degli hacker?
Non basta. Si dovrebbe prima iniziare a lavorare spiritualmente su stessi. Secondo la tradizione iraniana è l’uomo, il mistico in particolare, che dopo essersi munito di una rete spirituale, fatta di raccoglimento interiore, preghiera e ascesi, si sforza di “catturare” Dio[29] . Ma anche nella tradizione cristiana, come in altre culture religiose, è possibile ritrovare potenti ed evocatrici rivelazioni che parlano al cuore e alle menti degli uomini. Insomma, non esiste una sola matrice culturale, morale e religiosa, che inviti gli uomini di buona volontà a “pescare” quel dio che vive nascosto dentro di noi e che ci ha fatto a sua immagine.
Cosicché il “nuovo asceta, senza obbligare gli altri a seguirlo, potrebbe sforzarsi di rappresentare un esempio per gli altri. E di riflesso, senza concepire nuove e pericolose utopie sociali, il “nuovo asceta, potrebbe limitarsi “a vivere” quotidianamente la sua eterodossia. Come scrive Giorgio Osti, si tratta di evocare e praticare una vita “paradossale”. Capace di mettere “in crisi, cose date per scontate da ricercatori e gente comune”[30].
E dunque anche il denaro-rete. E coloro che vi sono dietro.

NOTE AL TESTO
(*) Il saggio è già apparso su "Metábasis. Filosofia e comunicazione". Rivista on-line dell'Università dell'Insubria, WWW.METABASIS.IT - marzo 2007 anno II n°3, pp. 1-12. Ringraziamo la direzione della rivista, e in particolare il professor Claudio Bonvecchio, per il permesso di riprodurlo.
Lo ripubblichiamo nella speranza che possa favorire una riflessione onesta e sincera su un argomento importante, al quale ci si deve accostare con umiltà, scientificità e quindi totale rinuncia a qualsiasi forma di spirito settario. (Carlo Gambescia)
[1] Nelle nostra trattazione i termini di denaro e moneta sono usati come sinonimi. Nel senso, che qui interessano soprattutto gli effetti di ricaduta sociologica (e storica) di un bene che ha funzione di mezzo di pagamento, mezzo di misura del valore, mezzo di risparmio, prestito, di trasferimento del valore nello spazio. Stando almeno alla definizione più diffusa nei manuali di economia. Pur tuttavia denaro e moneta, come il lettore intuisce, non sono solo questo, come cercheremo di dimostrare.
[2] Si veda ad esempio J. Chevalier e A. Gheerbrant, Dizionario dei simboli (1969, d’ora in avanti la data tra parentesi indica l’anno di edizione in lingua originale), Rizzoli, Milano 1986, vol. II, pp. 285-286. Anche per il riferimento alla rete del gladiatore romano).
[3] Cfr. F. Demarchi, A. Ellena, B, Cattarinussi (a cura di), Nuovo dizionario di sociologia, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo, Milano 1987, p. 1756. Ma sul piano più “tecnico” si veda anche Antonio M. Chiesi, Reticoli, analisi dei[Network Analysis], in Enciclopedia delle Scienze Sociali, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, vol. VII, pp. 407-414.
[4] M. Castells, La nascita della società in rete (1996, 2000), Università Bocconi Editore, Milano 2002; Il potere delle identità, ed. cit., 2003; Volgere di millennio, ed. cit., 2003. Si tratta di un’opera che alcuni critici non ritengono inferiore, come analisi esplicativa del capitalismo contemporaneo, di quelle fornite dai lavori weberiani sulle origini e lo sviluppo del capitalismo moderno. Tuttavia, dei tre volumi, il primo, ci sembra il più riuscito. Gli altri due, benché sicuramente interessanti, in particolare il secondo, si occupano più degli scenari futuri, che di formulare concetti sociologici “weberianamente” utili per la ricerca operativa. Di qui la nostra utilizzazione “intensiva” del primo volume, euristicamente il più ricco dei tre.
[5] M. Castells, La nascita della società in rete, cit., p. 536.
[6] Ibid.
[7] Su questi aspetti rinviamo a K. Polanyi, (a cura di), Traffici e mercati negli antichi imperi. Le economie nella storia e nella teoria ( 1957), Einaudi, Torino 1978, nonché G.G. Hamilton, Civilizations and the Organization of Economy, in N.J. Smelser and R. Swedberg, The Handobook of Economic Sociology, Princeton University Press - Russell Sage Foundation, Princeton-New York, 1994, pp. 183-205.
[8] Si vedano in argomento le interessanti, quanto classiche osservazioni, di C. Schmitt, Appropriazione/Divisione/Produzione (1953), in Idem, Le categorie del’ politico’, saggi di teoria politica a cura di G. Miglio e P. Schiera, il Mulino, Bologna 1988, pp. 295-312.
[9] Etica Nicomachea, 1133a 30 ( Opere, vol. 7, trad. di A. Plebe, Editori Laterza, Roma-Bari, 1981, p. 120),
[10] Per una buona sintesi si veda T. Pekáry, Storia economica del mondo antico (1979), il Mulino, Bologna 2003.
[11] Sul ruolo della moneta nell’economia medievale si veda il classico H. Pirenne, Storia economica e sociale del Medioevo (1933), Garzanti, Milano 1975. Per le economie arcaiche resta fondamentale, perché paradigmatico, K. Polanyi, Il Dahomey e la tratta della schiavi. Analisi di un’economia arcaica(1966), Einaudi, Torino 1987. Per il mondo non occidentale si veda L. Dumont, Homo Hierarchicus. Le Système des caste et ses implications (1966), Gallimard, Paris 1986, pp. 213-244.
[12] R. Mac Mullen, La corruzione e il declino di Roma (1988), il Mulino Bologna 1991, pp. 323-355.
[13] Su questa retorica è di qualche utilità è D. Fisichella, Denaro e democrazia. Dall’ antica Grecia all’economia globale, il Mulino, Bologna 2000, pp. 107-128.
[14] G. Simmel, Filosofia del denaro (1900), Utet, Torino 1984, in particolare il cap. VI, pp. 607-718 ; K. Polanyi, La sussistenza dell’uomo (1977), Einaudi, Torino 1983, in particolare pp. 111-164. Ma si veda, per il buon quadro sociologico riassuntivo delle varie posizioni, M.L. Maniscalco, Sociologia del denaro, Editori Laterza, Roma-Bari 2005 (con ricca bibliografia).

[15] Erano definiti “bullionisti” ( da bullion, lingua inglese, oro, argento in verghe) quei mercantilisti (secoli XVI-XVII) favorevoli alla non esportazione di monete e alle alterazioni del contenuto aureo. David Ricardo, dopo la pubblicazione de L’alto prezzo dell’oro (1810), venne definito bullionista, perché favorevole alla conversione delle monete in oro. Le banche avrebbero dovuto cambiare, se richiesto dai portatori, in “barre d’oro”, le banconote. Sul mercantilismo e anche sulle origini del “bullionismo” si rinvia alla classica opera di E.F. Heckscher, Il mercantilismo [1931], trad. it. parziale, in Storia economica, a cura di G. Luzzatto, in Storia economica, Utet, Torino 1936 (“Nuova Collana di Economisti italiani e stranieri”), vol. III, pp. 345- 729.

[16] Per approfondire il rapporto tra politico ed economico ci permettiamo di rinviare a C. Gambescia (a cura di), Che cos’è il Politico? Nuove ipotesi e prospettive teoriche, Edizioni Settimo Sigillo, Roma 2006 (saggi di L.Arcella, C. Bonvecchio, T. Klitsche de la Grange, C. Polin, C. Preve, A. Segatori).
[17] Sull’intero processo, che inizia alla fine del medioevo, e al quale in questa sede possiamo solo accennare, resta ancora oggi utile, W. Sombart, Il capitalismo moderno (1902-1928), Utet, Torino 1967 (trad. it. parziale). Opera che va integrata con Niall Ferguson, Soldi e potere nel Mondo Moderno 1700-2000 (2001), Ponte alle Grazie, Firenze 2001. Testo utile perché evidenzia, pur sopravvalutandolo, il ruolo (a nostro avviso residuale) della politica moderna nei riguardi della formazione delle grandi fortune finanziarie ed economiche. Va pure segnalato l’ importante testo di un economista oggi dimenticato: Giuseppe Palomba, L’espansione capitalistica, Utet, Torino 1973. Reiventa Sombart, sulla base di personalissime e brillanti intuizioni.
[18] W. Sombart, op. cit., p. 175.
[19] Sugli aspetti metapolitici dell’intero processo, che ha matrici europee, si veda C. Bonvecchio, Europa degli eroi Europa dei mercanti. Itinerari di ribellione, Edizioni Settimo Sigillo, Roma 2003.
[20] M.Castells, L’età dell’informazione , cit. pp. 543-544. Il corsivo è nostro.
[21] Sulle “carte” o “monete elettroniche” ci permettiamo di rinviare al nostro Il migliore dei mondi possibili. Il mito della società dei consumi, Edizioni Settimo Sigillo, Roma 2005, pp. 69-73.
[22] Del resto i padri nobili del cosiddetto neoliberismo attuale , si pensi ad esempio, a Carl Menger, e nel Novecento, a Ludwig von Mises, e benché si debba prendere atto di alcune diversità concettuali fra scuola austriaca e scuola neoclassica (cfr. J.Huerta de Soto, La Scuola Austrica. Mercato e ceatività imprenditoriale, Rubbettino, Soveria Mannell 2003, in particolare lo schema riassuntivo delle differenze, pp. 19-21; dove si parla addirittura di "paradigmi" diversi), hanno sempre ricondotto le origini della moneta a cause di ordine individualistico-commutativo: mercato, denaro e necessità atomistiche sono visti in simbiosi. E, per giunta, la moneta, interpretata come unico medium tra soggetti isolati, ostili, ma vocati allo scambio, è stata così ancorata al presunto bisogno di “catallassi” dell’uomo (dal greco katallassein, scambiare). Il problema attuale è che con il denaro-rete si sta andando ben oltre la “catallassi”. Dal momento che oltre al denaro in senso fisico, rischia di scomparire , risucchiato dai flussi elettronici di denaro, anche l’uomo, e con esso la vita di relazione, compreso lo stesso gusto dello scambio, del calcolo e della stessa richiesta, tipicamente liberale, di equità privata. Che è stata sempre più delegata a “macchine informazionali”, che accumulano dati, anche privati, su tutto e tutti: sorvegliando e punendo, per dirla con Foucault. Su questi aspetti si veda A.J. Haesler, Sociologie de l’argent et postmodernité, Librarie Droz, Genève-Paris 1995. Uno dei migliori testi in argomento. Haesler parla, e giustamente, del crescente declino di ogni forma di socialità, provocato anche dal denaro informatizzato, quale pericoloso veicolo di una disumanizzata società informazionale.
[23] Ma si pensi pure al cosiddetto mercato dei derivati, dove in una frazione secondo si possono immettere flussi stratosferici dei denaro, versando il cosiddetto “margine”, cioè una frazione minima dell’intero valore del contratto. E così, grazie a banche compiacenti, si riesce ad amplificare enormemente l’entità dei contratti, e dunque le cifre di denaro, che si possono mettere in gioco, con un semplice computer portatile. Su questi aspetti cfr. G. Vitangeli, Dove va la finanza?, a cura di L. Tedeschi, Edizioni Settimo Sigillo, Roma 2007, pp. 91-92 in particolare.
[24] Cfr. C. Gambescia, op. cit., pp. 53-73.
[25] M. Castells, op. cit. p. 536.
[26] Ibid.
[27] Ibid.
[28] Sugli aspetti politologici della questione, la migliore trattazione scientifica resta quella di S. Strange, Chi governa l’economia mondiale? (1996). Il Mulino, Bologna 1998. Di lei si veda anche Denaro impazzito. I mercati finanziari: presente e futuro (1998), Edizioni di Comunità, Milano 1999.
[29] Si veda J. Chevalier e A. Gheerbrant, op. cit. , p. 286.
[30] G. Osti, Nuovi asceti. Consumatori, imprese e istituzioni di fronte alla crisi ambientale, il Mulino, Bologna 2006, p. 253.