lunedì, luglio 20, 2009

La "scarsa adesione" dei palermitani al diciassettesimo anniversario dell'uccisione del giudice Paolo Borsellino. Qualche riflessione
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PALERMO - La deposizione di una corona di fiori, nella caserma della polizia 'Lungaro', a Palermo, ha dato il via alle commemorazioni organizzate per il diciassettesimo anniversario della strage di via D'Amelio, in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta. Alla cerimonia, disertata dalla cittadinanza, hanno partecipato, tra gli altri, il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, il vice capo della polizia Francesco Cirillo il questore di Palermo Alessandro Marangoni, il comandante della Regione dei carabinieri Enzo Coppola, il sindaco Diego Cammarata e i vertici locali delle forze dell'ordine. Presenti anche il figlio e la moglie di Borsellino e la sorella di Giovanni Falcone, magistrato assassinato due mesi prima dell'eccidio di via D'Amelio.Un centinaio di persone stanno partecipando alle manifestazioni organizzate, in via D'Amelio, a Palermo, dal comitato antimafia '19 luglio 2009' in occasione del diciassettesimo anniversario dell'uccisione del giudice Paolo Borsellino. Pochissimi i palermitani presenti. E proprio la scarsa adesione della gente ha suscitato la reazione dei manifestanti che hanno gridato, dal palco allestito nella via in cui fu piazzata l'autobomba che assassinò il magistrato: "vergogna, vergogna". Gli organizzatori avevano invitato gli abitanti dei palazzi di via D'Amelio ad esporre lenzuoli bianchi alle finestre; ma l'appello non è stato accolto e le serrande di molti appartamenti sono rimaste abbassate. Alla dura protesta del comitato ha risposto, però, Rita Borsellino, sorella del giudice ucciso, che, scesa in strada dalla casa della madre, ha replicato: "Ci vuole più coraggio a restare qui ogni giorno, che scendere in piazza solo per le commemorazioni". Alla manifestazione partecipano i ragazzi dell'associazione calabrese 'Ammazzateci tutti'' e gruppi scout di tutta Italia che la notte scorsa hanno fatto una veglia in via D'Amelio. Sul palco si sono alternati Salvatore Borsellino, fratello del magistrato, e semplici cittadini che hanno ricordato la figura del giudice.

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http://www.ansa.it/opencms/export/site/visualizza_fdg.html_1619394827.html)

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Come commentare la “scarsa adesione”dei palermitani?
Sui rapporti mafia-società siciliana (e italiana), grosso modo, esistono quattro tesi.
La prima: antropologica. La mafia è nel Dna dei siciliani, e perciò mai sarà sconfitta.
La seconda: complottista. La mafia, gode della connivenza del potere, e pertanto, per vincerla, è necessario fare prima pulizia in alto.
La terza: sociologica. La mafia, prima che un fatto criminale è un fenomeno socioculturale. E quindi la si può sconfiggere, solo (ri)partendo dal basso, dalla scuola e dai comportamenti quotidiani.
La quarta: repressivo-efficientistica. La mafia può essere vinta, solo impegnando un crescente un numero di uomini e mezzi (dai magistrati ai poliziotti).
Sulla base di queste quattro interpretazioni, come può essere spiegata la “scarsa adesione” di ieri?
E’, ovvio, che per coloro che difendono la tesi antropologica, una manifestazione andata deserta, è un fatto pressoché scontato.
Mentre per i complottisti, in Sicilia starebbero vincendo le "forze del male". Di conseguenza il fallimento della manifestazione di ieri sarebbe frutto di sotterranei e astuti input giunti da Roma
Per i difensori della tesi sociologica, invece, la società siciliana, potrebbe essere stanca di dichiarazioni e discorsi politici, ai quali non fa seguito alcuna vera battaglia nei riguardi della “mafia quotidiana”.
Infine per i sostenitori della repressione punto e basta, dietro la scarsa adesione dei palermitani, vi sarebbero le capillari minacce da parte del potere mafioso locale, incontrastato in termini di uomini e mezzi.
Naturalmente, ad esclusione della tesi antropologica, le altre tre spiegazioni potrebbero essere riprese e sviluppate anche in chiave complementare.
Quanto detto, ovviamente, vale soltanto sul piano razionale e argomentativo. Su quello irrazionale, delle emozioni, restano negli occhi di tutti noi le malinconiche immagini di quelle finestre di via D’Amelio, spoglie, senza lenzuoli bianchi…
Chissà Borsellino e i suoi uomini, di lassù, che avranno pensato.

7 commenti:

Giacomo Gabellini ha detto...

Sulla tesi antropologica aleggia l'ombra del razzismo. Sostenere che la mafia è un elemento imprescindibile dei siciliani equivale a sposare la tesi di Lombroso, secondo la quale una personalità pericolosa sarebbe desumibile dai tratti somatici dell'individuo preso in esame. Mi trovo in piena sintonia, invece, con la tesi "mista". Ritengo che la mafia sia il risultato di una esasperata commistione di elementi culturali e sociologici che, sebbene in misura ridotta, accomunano gli italiani da Trento a Mazara del Vallo. Non essendo siciliano non mi sento di azzardare una causa plausibile in grado di motivare la scarsa partecipazione dei palermitani alla commemorazione di Paolo Borsellino. Mi limito a sottolineare il fatto che una opinone diffusissima presso alcuni cittadini residenti in zone controllate in lungo e in largo dalla mafia è quella che la mafia stessa sia in realtà un fenomeno positivo, in grado di garantire ordine e stabilità, benessere e lavoro per tutti. La realtà, ovviamente, non è di certo questa ma questi signori, nel migliore dei casi, non se ne accorgono. Ma siamo sicuri che in Italia continentale le cose stiano diversamente? Qualche giorno fa Riina, dopo quindici anni di silenzio, ha puntato il dito sul re nudo, sostenendo che alcuni elementi, "deviati" ovviamente, dello stato hanno preso attivamente parte alla pianificazione e all'attuazione della strage di via D'Amelio, soffermandosi particolarmente sulla figura dell'allora ministro dell'interno Nicola Mancino (personaggio che ha ricoperto, tra le altre cose, il ruolo di prseidente del senato e quello di vicepresidente del CSM). Che qualcuno, a parte Gioacchino Genchi, si sia azzardato a cercare di fare chiarezza in merito? Mi sembra di no. E' oramai certo il fatto che l'attuale primo ministro, Silvio Berlusconi, ospitava nella sua villa, ufficialmente come stalliere, il signor Vittorio Mangano, descritto da Paolo Borsellino come "testa di ponte della mafia al nord". Non mi sembra di aver visto il minimo accenno di reazioneda parte dell'opinione pubblica, siciliana e non. Ciò di cui ho dovuto prendere atto è che il signor Francesco Cossiga, dinosauro della politica italiana da cinquant'anni a questa parte, si è permesso di asserire, durante una puntata di quell'inquietante trasmissione che risponde al nome di "Porta a porta", che l'ex procuratore di Palermo Giancarlo Caselli, a suo dire, andava "preso a calci in culo" in virtù del fatto che si ostinava a ricordare a tutti che Giulio Andreotti, altro dinosauro della politica italiana dal dopoguerra in poi, aveva intrattenuto, secondo la sentenza emessa dalla corte di cassazione del 15 ottobre 2004, rapporti regolari e continui con i capimafia Stefano Bontate e Salvatore Inzerillo fino al 1980. L'opinione pubblica ha visto questo scempio e l'ha mandato giù, senza batter ciglio. Checchè ne dica Marco Travaglio, il problema non sta nell'informazione, perchè io ho 23 anni e sono cresciuto con la consapevolezza che Andreotti fosse mafioso, ma in noi italiani, che, in fondo, la mafia la cerchiamo. Tanti saluti.

Anonimo ha detto...

Caro Carlo,
Vorrei proporre una variante della spiegazione complottista. La mafia gode non solo della connivenza del potere, ma anche del fatto che il potere attuale ha rinunciato a quella "distanza pedagogica" che aveva in passato. Il potere attuale è populista e tende perciò, più che a proporre un'idea forte di società per cercare poi il consenso dei cittadini, ad assecondare le paure, i desideri e i capricci di questi ultimi. Perciò, detto brutalmente, quando la lotta alla mafia non è "di moda", non fa parte né dei programmi elettorali, né tantomeno della pratica politica quotidiana.
Naturalmente, come hai scritto tu, questa spiegazione può essere complementare rispetto ad alcune delle altre.
Un saluto da Teofilatto

Carlo Gambescia ha detto...

Grazie Giacomo e Teo degli interessanti commenti.
Ricambio i saluti,
Carlo

IL RAGAZZACCIO ha detto...

ciao Carlo io propendo per la tesi "La mafia, gode della connivenza del potere, e pertanto, per vincerla, è necessario fare prima pulizia in alto."
un salutone
Beppe

Carlo Gambescia ha detto...

Beppe, grazie del commento!
Ricambio il salutone.
Calro

Michele Antonelli ha detto...

Caro Carlo,

vorrei richiamare la tua attenzione su un fattore che probabilmente si aggiunge a quelli da te menzionati.

Una sorta di stanchezza e di nausea che prende alcuni quando sentono delle chiacchiere... ancora delle chiacchiere, magari pronunciate da altri politicanti, nelle quali si intuisce o si sospetta un qualche fine, una qualche falsità.

Mi viene in mente una mia amica serba, pluri-violentata durante l'assedio di Sarajevo. Dopo la guerra la contattarono alcune associazioni umanitarie, dal vago sapore di femminismo. Ma lei avvertì che le persone che le parlavano non agivano per pietà o bontà, bensì per un qualche calcolato interesse. E allora le evitò, così come evitò ogni sorta di commemorazioni e di altri esercizi dialettici.

Non conosco la Sicilia ma può darsi che molti siciliani siano vicini a quel tipo di sensibilità.

Un caro saluto.

Michele

Carlo Gambescia ha detto...

Grazie Michele dell'acuto commento.
Giusto. Si chiama pudore sociale.
Un abbraccio.
Carlo