mercoledì, maggio 27, 2009

Il XVII Rapporto Istat prova, ancora una volta, che la flessibilità non funziona
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Non è sede questa per una analisi approfondita del XVII Rapporto annuale sulla situazione del Paese nel 2008, oltre quattrocento pagine (http://www.istat.it/dati/catalogo/20090526_00/ ). Rapporto che fotografa un’Italia in regressione, segnata da famiglie in difficoltà economiche crescenti; padri che perdono il posto di lavoro fisso e si arrangiano con impieghi part-time o precari; Sud sempre in affanno per occupazione e redditi bassi. Ma soprattutto che la flessibilità non funziona.
Vorremmo qui solo evidenziare due punti, citando dalla Sintesi .
Primo punto:
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“L’aspetto più preoccupante del deterioramento del quadro occupazionale riguarda,da un lato, la riduzione degli autonomi(104 mila in meno nel 2008 rispetto al 2007), che interessa soprattutto i piccoli imprenditori dell’industria (tipografi, orafi,ebanisti, fabbri, marmisti), del commercio, degli alberghi e ristoranti e dei servizi alle imprese; dall’altro, la diminuzione dei dipendenti full time a tempo indeterminato nell’industria in senso stretto (50 mila unità in meno nella media del 2008). Poiché gli effetti della crisi economica sull’occupazione non sono ancora del tutto dispiegati, i lavoratori temporanei (dipendenti a termine e collaboratori) sono tra
i più esposti, proprio a causa della durata predeterminata del contratto, che rischia di non essere rinnovato in presenza di una riduzione della domanda di lavoro. Questo gruppo di lavoratori, che tra l’altro ha una retribuzione media mensile netta del
24 per cento in meno rispetto a quella di un dipendente “standard”, non è composto soltanto da giovani alla prima esperienza di lavoro, ma anche da adulti con anzianità lavorativa più elevata, spesso con responsabilità familiari
. Per questo le conseguenze
sociali di una flessione dell’occupazione a termine meritano particolare attenzione e suggeriscono l’esigenza di tutele specifiche.Gli effetti della crisi si sono riflessi anche sulla struttura".
(Sintesi, p. 13. Il corsivo è nostro)
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Secondo punto:
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"Dopo una prolungata fase di discesa, nel 2008 la disoccupazione registra una crescita consistente. Tutti i margini di riduzione accumulati nell’ultimo biennio sono stati di fatto annullati e le persone in cerca di lavoro (1,7 milioni) sono più che nel 2006.
Al risultato hanno contribuito più gli uomini che le donne, più i “giovani” fino a 34anni che
gli adulti con responsabilità familiari (che sono però molto aumentati nell’ultimo anno), più il Centro e il Nord-ovest che il Mezzogiorno (che rimane comunque l’area con il più alto grado di concentrazione di persone in cerca di lavoro).
Gli effetti della crisi hanno contribuito a modificare l’area della disoccupazione. Nel 2008, i disoccupati sono per il 70 per cento persone con precedenti esperienze lavorative: per il 44 per cento sono ex occupati, ma per il 26 per cento sono inattivi che, verosimilmente a seguito del peggioramento delle condizioni economiche,si sono posti sul mercato del lavoro. Il restante 30 per cento sono persone in cerca di prima occupazione.
Nel 2008 la perdita del lavoro ha coinvolto maggiormente gli individui adulti (uomini in sette casi su dieci). Sia per i dipendenti sia per i collaboratori il motivo principale è la scadenza di un lavoro a termine. Il licenziamento, pur riguardando
solamente i dipendenti, dà conto del 30 per cento della diminuzione complessiva di posti di lavoro. I licenziati sono per il 65 per cento uomini e in sei casi su dieci hanno almeno
35 anni.
Queste modificazioni del mercato del lavoro hanno o potrebbero avere conseguenze importanti sulle situazioni familiari. Infatti nel 2008 le famiglie con presenza esclusiva di lavoratori temporanei sono 965 mila (838 mila con un solo occupato e 127 mila
con due o più occupati, dove complessivamente vivono circa 2,5 milioni di persone).
Le situazioni più critiche sono però quelle delle famiglie senza occupati in cui vivono una o più persone in cerca di lavoro. Nel 2008 riguardano oltre 530 mila famiglie,dove vivono poco meno di 1,5 milioni di persone. Anche le famiglie composte da genitori
e figli con un unico reddito da lavoro possono comunque trovarsi in difficoltà. Nel corso del 2008, ad esempio, si registra un forte incremento dei padri disoccupati nelle coppie con figli: vi si concentra oltre la metà dell’incremento dei disoccupati maschi
".
(Sintesi, p. 14. I corsivi sono nostri).
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Sono dati che parlano da soli. E che - ripetiamo - indicano una sola cosa: che il modello flessibilità non funziona. E che non funziona soprattutto in situazioni di crisi, come quella in atto.
Di più: la flessibilità non penalizza solo i giovani, ma anche coloro che hanno più di 35 anni e, cosa pià grave, con famiglia a carico: lavoratori percettori dell'unico reddito familiare che finiscono nel tritacarne della flessibilità: 1) perdono un lavoro non flessibile ( o quasi), in favore di altri lavoratori flessibili. 2) Dopo di che, se i post-trentacinquenni trovano lavoro - se lo trovano -, si tratta, ovvviamente, di un lavoro flessibile… 3) E così via, lungo la spirale dell’insicurezza sociale
Su queste basi il rischio di vedere raddoppiare da un anno all’ altro – causa crisi – il numero delle famiglie senza occupati non è poi così remoto. Anzi.
Infatti le famiglie con un solo occupato in lavori temporanei sono 838 mila ( circa 2 milioni persone). Molte di queste famiglie, se non saranno immediatamente cambiate le regole sul lavoro flessibile, rischiano - entro l'anno prossimo - di andare a fare compagnia a quelle 530 mila famiglie, senza occupati, dove attualmente vivono poco meno di 1,5 milioni di persone.
La flessibilità non funziona. E nelle situazioni di crisi si trasforma in una specie di moltiplicatore della disoccupazione.
Ci vuole tanto a capirlo?

5 commenti:

IL RAGAZZACCIO ha detto...

"La flessibilità non funziona" concordo con te Carlo:in Italia non la fanno funzionare nei ns interessi, in Danimarca funziona eccome...
buona giornata
Beppe

Carlo Gambescia ha detto...

Grazie caro Beppe. E bentornato al commento!
Un abbraccio,
Carlo

roberto buffagni ha detto...

"La flessibilità non funziona", Carlo?

Certo, non funzionerebbe se avesse lo scopo di farci stare meglio; e se invece avesse lo scopo di farci stare peggio? Allora funzionerebbe, eccome se funzionerebbe...

Se lo scopo della flessibilità fosse, ad esempio, disgregare la personalità di chiunque non disponga dei mezzi monetari che gli permettano di "comandare lavoro", come diceva Adam Smith, rendendolo una mens momentanea, succube delle irruzioni dell'inconscio più arcaico?

Chi abbia per destino la flessibilità si trova infatti a vivere nella condizione di una lampadina elettrica, che può essere soltanto accesa o spenta.

L'interruttore non è alla sua portata. Dunque, egli dipende integralmente dalla necessità, dalla convenienza o dal capriccio di chi, azionando il circuito, lo richiama alla vita (ACCESO!) o la precipita nella morte sociale (SPENTO!).

(Questa, sia detto en passant, è paro paro la condizione dello schiavo nella società signorile classica. A parte che lo schiavo costava caro e andava mantenuto in buona salute per proteggere il proprio investimento, l'analogia è completa: come lo schiavo poteva sperare che il padrone gli concedesse di diventare un liberto, così il flessibile può sperare che il padrone gli conceda di diventare stabile. Tra le altre ragioni d'ordine culturale, politico e ideologico, questo nudo fatto spiega anche lo spostamento di massa verso Lega e PDL della classe operaia: "l'interesse" che gli operai riconoscono come proprio, e cercano di difendere con quel voto, è la possibilità che il padrone conceda - a loro o ai loro figli, "che almeno non sono negri o mussulmani" - la condizione di liberto).

Ora, chi viva in queste condizioni sociali, non è che possa vivere in opposte condizioni psichiche, e dedicarsi alla contemplazione teoretica o alla praxis nel senso aristotelico.

Se si vuole sapere come se la passa dentro la scatola cranica, ci si leggano le commedie di Plauto, e lo si saprà. (Volendo se ne può anche ridere, ma io, francamente, le ho sempre trovate spaventose). Per riassumere, egli sarà un senzadio, vile, imbroglione, infingardo, infoiato e goloso come un cane, e come un cane pronto a leccare la mano del padrone per poi morderla alla prima occasione, e insomma obbedirà alla massima servile napoletana "Chi mi dà il pane, m'è padre", sempre che s'intenda come "il padre" in questione non sia qualificato da doverismi e moralismi di tipo cristiano-borghese, ma si modelli piuttosto sull'idealtipo del boss mafioso(vulgo, il figlio se lo può anche manipolare, scopare, sputazzare, vendere, etc.)

[segue: scusa, ma non ci stava]

roberto buffagni ha detto...

La crudeltà devastante di questa operazione di ingegneria antropologica non si è ancora manifestata nella sua integrale, adamantina purezza, perchè gli schiavi tengono ancora famiglia: la famiglia in cui sono figli, e la famiglia in cui sono padri o madri.

La famiglia in cui sono figli li tiene a galla con qualche soldo e la casa di proprietà, la famiglia in cui sono padri o madri li àncora alla responsabilità verso i figli, cioè alla nostalgia della libertà e della progettualità: per farla corta, alla dignità umana.

Ma quanto dura, questa fola? Dura finchè durano le pensioni e le case di proprietà dei nonni, dura finchè le tensioni sociali e intime tra schiavo maschio e schiava femmina (saranno tutte comprensive e solidali le mogli, quando il marito perde il lavoro? Saranno tutti solerti e disponibili all'aiuto, i mariti, quando le mogli stufe di fare le cassiere al discount lasciano andare in malora il ménage familiare?) non si tramutano in odio, insofferenza irreversibile, implosione, fuga alla ricerca di una miglior piazzamento sul mercato degli schiavi o deriva verso la marginalità irreversibile, verso la transustanziazione in pulviscolo psichico e sociale.

Insomma: la flessibilità serve eccome. Serve perchè è più facile governare degli schiavi che governare degli uomini liberi, e non solo: governare degli schiavi dà anche più soddisfazione, se si intende la soddisfazione al modo degli schiavi, vale a dire "piacere di disporre arbitrariamente del corpo e della mente di altri esseri umani".

E' inevitabile che non solo gli schiavi ma anche i padroni la intendano così, perchè schiavo e padrone vanno insieme come notte e dì, che insieme formano il giorno: e non credo che gli attuali padroni di schiavi siano d'una stoffa umana più resistente dei loro predecessori.

(La schiavitù CORROMPE tutti, schiavi, padroni, passanti, aria, acqua, terra, fuoco, dèi)

Per finire. Se non rammento male, la Chiesa cattolica, un paio di millenni fa, sulla faccenda della schiavitù trovò qualcosina da dire, e affrontò il problema con prudenza, ma senza girarci intorno (v. ad es. lettere di S. Paolo, I ai Corinzi e a Filemone). E questo, nonostante che all'epoca fosse affatto impossibile un progetto di abolizione del lavoro schiavistico.

Oggi NON è impossibile, a mio avviso, arrestare il processo di trasformazione del lavoro salariato in lavoro schiavistico: però bisognerebbe darsi una mossa, perchè la tendenza strutturale è quella, e una volta fatto il salto (una volta che la flessibilità, e dunque la schiavitù, diventa la condizione normale del venditore di forza lavoro) per tornare indietro ci vuole come minimo un altro San Paolo, e come massimo un altro Gesù Cristo. Nessuno dei due è reperibile sulla Pagine Gialle, e dunque forza, ragazzi, forza, collegio cardinalizio, forza, Santo Padre: per una volta, cerchiamo di non parlare di giustizia solo al passato remoto o al futuro apocalittico.

Carlo Gambescia ha detto...

Mi accontenterei anche di un San Francesco...
Grazie Roberto dell'interessante riflessione, scaturita dalla mia scelta, tutto sommato casuale, del verbo "funzionare"...
Complimenti. Un abbraccio,
Carlo