Tolleranza, intolleranza e ciclo politico
Che cosa vuol dire essere tolleranti? Sul piano umano e politico significa rispettare le idee degli altri, anche se diverse. Godere, come si legge, di un’ attitudine a mostrarsi ragionevoli, comprensivi verso idee, credenze religiose, sistemi politici diversi o contrari dai propri.
Ora, porremo alcuni quesiti che riguardano il rapporto tra ciclo politico, tolleranza e intolleranza. Domande talvolta ignorate dai politologi.
La tolleranza è un fatto di costume? Nel senso che dipende da abitudini storiche condivise? Oppure può essere sancita e rafforzata da leggi in grado di imporre ai cittadini il rispetto di alcune procedure? Ma fino a che punto si può essere tolleranti? Come fissare i confini tra tolleranza e intolleranza? Il costume richiede secoli. Una legge pochi giorni o mesi. E di regola le leggi non fondate su costumi consolidati sono disattese dagli stessi cittadini.
Va poi segnalata una contraddizione. La tolleranza rinvia a una visione relativistica della politica, capace di porre tutte le credenze sullo stesso piano. Mentre la politica - o il Politico se si preferisce - rinvia alla decisione. E la decisione implica la scelta fra credenze diverse, e quindi il “sacrificio” della credenza minoritaria.
La democrazia contemporanea, permeata di valori liberali, ha però tentato di aggirare l’ostacolo della decisione, imponendo per legge la mediazione procedurale. Nel senso di garantire in qualche modo una rappresentanza alle credenze minoritarie, duranti le fasi dibattimentali. Nel senso di ascoltare tutti, cercando di recepire le istanze di tutti. Al prezzo però, spesso, di annacquare i contenuti legislativi in discussione e approvazione. Alcuni ritengono che questo sia il giusto prezzo da pagare alla democrazia.
Ma come comportarsi con una credenza basata su aspirazioni di tipo monopolistico? Basterà escluderla dal gioco procedurale? Correndo però il rischio che la credenza minoritaria alla libera partecipazione alla democrazia sostituisca il colpo di forza?
Siamo davanti al più noto dilemma della democrazia moderna. Una democrazia illuminata e discorsiva che ha tentato - per certi aspetti eroicamente, per altri ingenuamente - di sostituire alla forza il ragionamento; alla decisione imperativa la mediazione procedurale.
Mediazione che purtroppo non sempre è condivisa da tutti e che spesso viene accettata strumentalmente dalle stesse credenze a tendenza monopolistica, una volta trasformatesi in movimenti politici, soltanto per agguantare il potere.
Di solito tali movimenti rischiano di rendere necessario l’uso della forza. Ma come definire una forza politica monopolistica? Basterà la sua volontà, pubblicamente espressa, di non rispettare le regole procedurali della democrazia?
No. Tale definizione e il conseguente intervento repressivo sarebbero giustificati solo nel momento in cui la volontà monopolistica si trasformasse in pratica individuale e collettiva, ad esempio terroristica.
Mentre non sarebbero giustificate se un tale movimento scegliesse di partecipare a libere elezioni. Ma come stabilire con sicurezza il "tasso di sincerità politica” e di "democraticità" di un movimento simile? O se si vuole di "conversione" alla democrazia?
I problemi però non finiscono qui. Perché coloro che sono pronti a reprimere in nome della democrazia, a loro volta, possono essere monopolisti della forza legale (perché al potere), ma non di quella legittima (perché non godono più del consenso della maggioranza dei cittadini). Esistono, infatti, anche le finte o false democrazie. Ma chi decide circa la qualità della democrazia? Gli elettori. Ma se gli elettori, ingannati, errano? Insomma, anche per i "democratici" vale lo stesso discorso che si è fatto a proposito dei movimenti politici a tendenza monopolistica. Come stabilire con sicurezza il loro "tasso di sincerità politica" e di "democraticità"?
Inoltre si tratta di valutazioni e decisioni - è bene ricordarlo - che devono essere fatte e prese in situazioni storiche spesso tumultuose. Perché legate, ad esempio, alle condizioni economiche, politiche e culturali, all’ abilità dei capi, all'amore per la libertà di un popolo e a fattori minori e contingenti. Di qui la possibilità di puntare sul cavallo politico sbagliato.
Che cosa vuol dire essere tolleranti? Sul piano umano e politico significa rispettare le idee degli altri, anche se diverse. Godere, come si legge, di un’ attitudine a mostrarsi ragionevoli, comprensivi verso idee, credenze religiose, sistemi politici diversi o contrari dai propri.
Ora, porremo alcuni quesiti che riguardano il rapporto tra ciclo politico, tolleranza e intolleranza. Domande talvolta ignorate dai politologi.
La tolleranza è un fatto di costume? Nel senso che dipende da abitudini storiche condivise? Oppure può essere sancita e rafforzata da leggi in grado di imporre ai cittadini il rispetto di alcune procedure? Ma fino a che punto si può essere tolleranti? Come fissare i confini tra tolleranza e intolleranza? Il costume richiede secoli. Una legge pochi giorni o mesi. E di regola le leggi non fondate su costumi consolidati sono disattese dagli stessi cittadini.
Va poi segnalata una contraddizione. La tolleranza rinvia a una visione relativistica della politica, capace di porre tutte le credenze sullo stesso piano. Mentre la politica - o il Politico se si preferisce - rinvia alla decisione. E la decisione implica la scelta fra credenze diverse, e quindi il “sacrificio” della credenza minoritaria.
La democrazia contemporanea, permeata di valori liberali, ha però tentato di aggirare l’ostacolo della decisione, imponendo per legge la mediazione procedurale. Nel senso di garantire in qualche modo una rappresentanza alle credenze minoritarie, duranti le fasi dibattimentali. Nel senso di ascoltare tutti, cercando di recepire le istanze di tutti. Al prezzo però, spesso, di annacquare i contenuti legislativi in discussione e approvazione. Alcuni ritengono che questo sia il giusto prezzo da pagare alla democrazia.
Ma come comportarsi con una credenza basata su aspirazioni di tipo monopolistico? Basterà escluderla dal gioco procedurale? Correndo però il rischio che la credenza minoritaria alla libera partecipazione alla democrazia sostituisca il colpo di forza?
Siamo davanti al più noto dilemma della democrazia moderna. Una democrazia illuminata e discorsiva che ha tentato - per certi aspetti eroicamente, per altri ingenuamente - di sostituire alla forza il ragionamento; alla decisione imperativa la mediazione procedurale.
Mediazione che purtroppo non sempre è condivisa da tutti e che spesso viene accettata strumentalmente dalle stesse credenze a tendenza monopolistica, una volta trasformatesi in movimenti politici, soltanto per agguantare il potere.
Di solito tali movimenti rischiano di rendere necessario l’uso della forza. Ma come definire una forza politica monopolistica? Basterà la sua volontà, pubblicamente espressa, di non rispettare le regole procedurali della democrazia?
No. Tale definizione e il conseguente intervento repressivo sarebbero giustificati solo nel momento in cui la volontà monopolistica si trasformasse in pratica individuale e collettiva, ad esempio terroristica.
Mentre non sarebbero giustificate se un tale movimento scegliesse di partecipare a libere elezioni. Ma come stabilire con sicurezza il "tasso di sincerità politica” e di "democraticità" di un movimento simile? O se si vuole di "conversione" alla democrazia?
I problemi però non finiscono qui. Perché coloro che sono pronti a reprimere in nome della democrazia, a loro volta, possono essere monopolisti della forza legale (perché al potere), ma non di quella legittima (perché non godono più del consenso della maggioranza dei cittadini). Esistono, infatti, anche le finte o false democrazie. Ma chi decide circa la qualità della democrazia? Gli elettori. Ma se gli elettori, ingannati, errano? Insomma, anche per i "democratici" vale lo stesso discorso che si è fatto a proposito dei movimenti politici a tendenza monopolistica. Come stabilire con sicurezza il loro "tasso di sincerità politica" e di "democraticità"?
Inoltre si tratta di valutazioni e decisioni - è bene ricordarlo - che devono essere fatte e prese in situazioni storiche spesso tumultuose. Perché legate, ad esempio, alle condizioni economiche, politiche e culturali, all’ abilità dei capi, all'amore per la libertà di un popolo e a fattori minori e contingenti. Di qui la possibilità di puntare sul cavallo politico sbagliato.
Il che significa che la qualità democratica di un sistema politico è frutto di circostanze storiche. E che principalmente è stabilita dai vincitori. I quali impongono una loro idea di tolleranza, che di regola penalizza o rimuove le ragioni dei vinti.
6 commenti:
Un commento "cinico" è che qualsiasi tipo di sistema socio-politico ammette unicamente le varianti in qualche modo "interne" al sistema stesso. In altri termini, sotto il regime X hanno cittadinanza le varianti di X, che si esprimono e competono all'interno dei meccanismi istituzionali di X.
In questo senso le pretese "democratiche" - o, più precisamente, liberali - di rappresentare qualcosa di diverso su questo piano da qualsiasi altro sistema, lascerebbero il tempo che trovano. Stesso monopolismo tendenziale, stessa prassi, stessa intolleranza per l'altro-da-sé.
Ma qualcosa può essere aggiunto: è plausibile che il grado di vitalità e di forza intrinseca di un sistema sia manifestato dal grado di varianza interna che riesce a manifestare, in termini di interpretazione della *totalità* tendenziale della società su cui viene ad insistere.
E anche il fatto che i sistemi che traggono la loro legittimazione da una teorica "imparzialità" procedurale e legalistica, sono particolarmente a malpartito nel giustificare le discriminazioni che gli stessi finiscono per operare, in gradi diversi, nei confronti di chi semplicemente non si conforma alla "correttezza politica" in essi dominante.
Grazie Stefano dell'interessante commento.
Mi piace il tuo approccio in termini di logica sociale sistemica ( "dal grado di invarianza interna che riesce a manifestare, in termini di interpretazione della 'totalità' tendenziale della società sui cui viene e insistere").
Il problema, purtroppo, resta sempre quello di determinare i livelli di scostamento tra "interpretazione della 'totalità' tendenziale" in termini ideologici (normativi) e "interpretazione della 'totalità' tendenziale" in termini sistemici (descrittivi).
Se tra studiosi si può trovare un accordo (in termini di protocolli convenzionali, in senso euristico), tra politici è già più difficile. Mentre fra persone comuni spesso è impossibile (se non su basi, spesso minime, legate a una certa idea conservazione esistenziale, o di "buona vita"; che, attenzione, varia culturalmente).
Diciamo che l'individuazione dei livelli di scostamento, soprattutto se la si collega a un passaggio dalla teoria alla pratica, implica, come ogni approccio sistemico il rischio di sottovalutazione del ruolo del singolo nei processi di costruzione socioculturale della realtà.
Beh, se posso aggiungere qualcosa direi che è fisiologico che ogni sistema abbia un "dentro" e un "fuori".
All'interno possiamo riconoscere da "bravi schmittiani", che vi sia l'inimicus, ovvero l'"avversario" con cui si suppone d'altronde vi sia un certo grado di accordo quanto a certi fini - gioco di parole involntario... :-) - e certi valori. Al di fuori c'è l'hostis, cui non viene riconosciuto in sostanza riconosciuto diritto di cittadinanza.
Ora, quando il regime, qualunque esso sia, tende a restringere molto la prima sfera a vantaggio della seconda, non solo ogni plausibile pretesa di "generosità" e "libertà" estesa anche a chi si discosta in gradi diversi dalla political correctness dominante viene a svanire, ma al tempo stesso lo scontro interno diventa se possibile ancora peggiore, perchè si riduce ad uno scontro di potere e di ambizioni tra persone che non hanno niente di davvero interessante da dirsi.
Grazie Stefano dell'interessante chiosa. Ci rifletterò sopra.
Perche non:)
molto intiresno, grazie
Posta un commento