
I professionisti dell’ingiustizia
..
..
Massimo Mastrolorenzi, l’orefice romano che nel 2003 uccise due rapinatori nel suo negozio, era stato indagato per omicidio volontario. L’altro giorno si è tolto la vita. Nell’assordante silenzio del media. Questo è solo il tragico epilogo di un calvario giudiziario. Un dramma che ripropone interrogativi inquietanti sullo stato della giustizia nel nostro paese. Soprattutto della piccola, per così dire, giustizia. Sulla quale non sono accesi i riflettori della grande stampa, ghiotta di intercettazioni a corrente e colore politico alternati.
Tocca agli inquirenti stabilire se il gesto estremo dell’uomo sia dipeso dalle sue vicende giudiziarie. Ma una cosa è certa , Massimo Mastrolorenzi è una vittima della giustizia malata. Di una giustizia che si “accende” solo quando si “accendono” le telecamere, per spegnersi subito dopo, appena “cala l’audience” mediatica.
Com’è possibile che in uno Stato di diritto chi cerca di difendersi dall’aggressione violenta di due rapinatori che tentano di portargli via i sacrifici di una vita sia equiparato a un volgare assassino? E magari moralmente massacrato, ancora prima di essere condannato.
La risposta è semplice, lo Stato di diritto non esiste più.
La giustizia non funziona se alcuni magistrati con discrezionalità arrogante concedono gli arresti domiciliari a stupratori e assassini incalliti. È difficile avere fiducia in una magistratura che non tutela le vittime, che rende un inferno la vita delle parti lese, fino al punto da farle precipitare in un pozzo di disperazione.
Questo ennesimo episodio ci provoca un’inquietudine mostruosa.
La giustizia italiana vive drammaticamente la sindrome dell’assurdo kafkiano: usa il bastone con chi si difende, esageratamente buonista con i violenti. Certo, è anche vero che si tenta di mettere il bavaglio ai giudici. Mettendoli al servizio della politica, anzi di una parte politica, secondo le teorie di un ineffabile e stagionato cantante da crociera.
La vera questione è che lo Stato di diritto è stato licenziato in tronco. Ma non possiamo permettere che esso cada nell’oblio, anche perché lo Stato etico, con pesanti venature giustizialiste, è drammaticamente alle porte.
Gli italiani vogliono una giustizia giusta e una magistratura che non sia indulgente con i criminali. E con i politici di ogni colore. Perché qui si gioca la sua indipendenza. E non nei dibattiti ad infinitum, tra dotti professori, sulla separazione dei poteri di Charles Louis de Secondat barone di Montesquieu.
Non chiediamo troppo, ma pretendiamo che anche la politica faccia il suo e si decida finalmente di occuparsi di una seria riforma della giustizia che tenga conto dei principi fondamentali dello Stato di diritto, quotidianamente vilipeso e tradito dalle decisioni di una magistratura che spesso non riesce a venire a capo delle sue dolorose e preoccupanti contraddizioni. Ma senza strafare, evitando le due derive del politicismo del giustizialismo.
“Dentro un ordinamento simile che addirittura sfiora l’utopia, ci vorrebbe un corpo di magistrati d’eccezionale intelligenza, dottrina e sagacia non solo, ma anche, e soprattutto di eccezionale sensibilità e di netta intemerata coscienza”.
Ecco il punto. Ben colto da Leonardo Sciascia che con queste parole, sul Corriere della Sera del 7 agosto 1983 proponeva di caricare di responsabilità i magistrati senza preventivamente togliere loro l’indipendenza. In questo modo avremo giudici capaci di non andare contro il senso comune della morale. E giustizia sarà sempre fatta. Soprattutto per i piccoli uomini disperati come Massimo Mastrolorenzi. Che hanno chiesto inutilmente giustizia. Fino a morirne.
.
Carlo Gambescia ( http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/ )
Nicola Vacca ( http://nicolavacca.splinder.com/ )
Tocca agli inquirenti stabilire se il gesto estremo dell’uomo sia dipeso dalle sue vicende giudiziarie. Ma una cosa è certa , Massimo Mastrolorenzi è una vittima della giustizia malata. Di una giustizia che si “accende” solo quando si “accendono” le telecamere, per spegnersi subito dopo, appena “cala l’audience” mediatica.
Com’è possibile che in uno Stato di diritto chi cerca di difendersi dall’aggressione violenta di due rapinatori che tentano di portargli via i sacrifici di una vita sia equiparato a un volgare assassino? E magari moralmente massacrato, ancora prima di essere condannato.
La risposta è semplice, lo Stato di diritto non esiste più.
La giustizia non funziona se alcuni magistrati con discrezionalità arrogante concedono gli arresti domiciliari a stupratori e assassini incalliti. È difficile avere fiducia in una magistratura che non tutela le vittime, che rende un inferno la vita delle parti lese, fino al punto da farle precipitare in un pozzo di disperazione.
Questo ennesimo episodio ci provoca un’inquietudine mostruosa.
La giustizia italiana vive drammaticamente la sindrome dell’assurdo kafkiano: usa il bastone con chi si difende, esageratamente buonista con i violenti. Certo, è anche vero che si tenta di mettere il bavaglio ai giudici. Mettendoli al servizio della politica, anzi di una parte politica, secondo le teorie di un ineffabile e stagionato cantante da crociera.
La vera questione è che lo Stato di diritto è stato licenziato in tronco. Ma non possiamo permettere che esso cada nell’oblio, anche perché lo Stato etico, con pesanti venature giustizialiste, è drammaticamente alle porte.
Gli italiani vogliono una giustizia giusta e una magistratura che non sia indulgente con i criminali. E con i politici di ogni colore. Perché qui si gioca la sua indipendenza. E non nei dibattiti ad infinitum, tra dotti professori, sulla separazione dei poteri di Charles Louis de Secondat barone di Montesquieu.
Non chiediamo troppo, ma pretendiamo che anche la politica faccia il suo e si decida finalmente di occuparsi di una seria riforma della giustizia che tenga conto dei principi fondamentali dello Stato di diritto, quotidianamente vilipeso e tradito dalle decisioni di una magistratura che spesso non riesce a venire a capo delle sue dolorose e preoccupanti contraddizioni. Ma senza strafare, evitando le due derive del politicismo del giustizialismo.
“Dentro un ordinamento simile che addirittura sfiora l’utopia, ci vorrebbe un corpo di magistrati d’eccezionale intelligenza, dottrina e sagacia non solo, ma anche, e soprattutto di eccezionale sensibilità e di netta intemerata coscienza”.
Ecco il punto. Ben colto da Leonardo Sciascia che con queste parole, sul Corriere della Sera del 7 agosto 1983 proponeva di caricare di responsabilità i magistrati senza preventivamente togliere loro l’indipendenza. In questo modo avremo giudici capaci di non andare contro il senso comune della morale. E giustizia sarà sempre fatta. Soprattutto per i piccoli uomini disperati come Massimo Mastrolorenzi. Che hanno chiesto inutilmente giustizia. Fino a morirne.
.
Carlo Gambescia ( http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/ )
Nicola Vacca ( http://nicolavacca.splinder.com/ )

23 commenti:
Sulla base di mie recenti esperienze posso dire: non ho fiducia nella giustizia! Sarebbe però lungo e noioso da raccontare, come sempre nelle faccende giudiziarie.
Caro Antonio,
non sei il solo.E'veramente difficile avere fiducia in una giustizia malata...
nicola vacca
Non sono molto d'accordo sull'approccio.
Nel senso che, certamente, vi sono casi abbastanza assurdi, e forse anche crescenti (mio fratello, avvocato, l'altro giorno ha detto che sempre più il giudizio è imprevedibile, sembra quasi una sorta di "ordalia").
Però non mi sembra nemmeno giusto trarre conclusioni generali e forse emotive. La complessità delle norme, le (quasi) nuove procedure, la specificità dei casi, rendono il giudizio sul giudizio ancor più difficile che il giudizio .. e quindi potrebbe anche essere più ingiusto ancora, meno "di diritto".
Ci sono fatti, certo, che contrastano il buon senso, almeno per come sono prospettati nei giornali (di cui mi fido ancor meno che della magistratura, ad onor del vero).
Ma il punto è più difficile e articolato che, spesso, la semplice accusa ai magistrati sull'onda della emozione e del "buon senso".
Nel caso del gioielliere, comunque, mi pare che sia stato ampiamente trattato nei telegiornali e nei giornali, non mi pare affatto sia stata notizia posta sotto silenzio.
E comunque, se non ricordo male, il gioielliere aveva inseguito i rapinatori fuori dal negozio, sparandogli fuori dal negozio mentre fuggivano; il che esorbita dalla legittima e proporzionata difesa della proprietà (in uno stato di diritto, anche se nel Far West poteva essere diverso).
Certo spiace, forse si poteva andare più leggeri.
Ma ecco, mi pare esagerato, parlando di questo triste caso con suicidio, dar da intendere, sic et simpliciter che l'abbiano ucciso i magistrati.
Non comprendo il procedimento che l'autore del post ha seguito, inseguendo un fatto di cronaca specifico (morte del gioielliere per suicidio legato a un fatto di presunta gelosia)e tuttavia scollegato o difficilmente legabile (se non per i vari nodi che l'esistenza lega apparentemente)al giudizio di condanna da parte della magistratura (un uomo che spara alla schiena di due delinquenti mentre fuggono) traendone arbitrariamente una auspicabile giustizia che "non vada contro il senso comune della morale".
A questo punto chiedo che questo senso comune della morale sia guardato a vista, possibilmente 24 ore su 24 e armati oltre che di buon senso anche propriamente.
Valerio
Non concordo se non con qualche passaggio del post. Dici "sarebbe ora che la politica ecc..ecc..." ma quale politica? la politica di chi? la nostra? O di quella dei padroni che prima prendono 'sto gioielliere per farne il simbolo dell'"Italia che ha bisogno di sicorezza" e poi lo abbandonano al suo destino?
Un destino fatto anche di procedure rese ancora piu' tortuose da caviilli collaterali a decreti ad personam, da decreti tesi a salvaguardare ben precisi interessi e che per farlo rendono l'approccio con la magistratura piu' ostico di quello che era già.
Il gioielliere sarà stato oberato di spese legali, che in periodo di crisi economica spingono molti al pensiero del suicidio. In questo paese la persecuzione di chi è povero attraverso la macchina legale è possibile, perchè per interagire con essa ci vuoole l'avvocato sempre e questi solo per guardarti in faccia vogliono 500 euri.
Ma Carlo, invocare "la politica" in questo periodo per risolvere questi problemi è fare come paperino che per salvare un camion dei pompieri che prende fuoco al posto che prendere l'idrante, si appropria di una pompa di benzina.
Il vero problema sono i magistrati che fanno politica senza dimettersi dalle cariche di magistrato.
Questo a monte di cavilli governativi, di lentezze storiche e di singoli magistrati teste di cazzo.
ciao
cloro
a tutti voi che criticate con tanta facilità e superficialità "attenti a quei due" una sola domanda: cosa avreste fatto nei panni del gioielliere?la risposta tenetela x voi perchè altrimenti sareste costretti a rispondere con una baggianata, a sostegno delle vostre tesi.
monica
Antonio carissismo, che piacere sentirti. Anch'io ti leggo. Ovviamente hai tutta la mia solidarietà.
Un abbraccio,
Carlo
Grazie caro Guido (Biz), per il consueto equilibrio. Prendo atto.
Anche a te un abbraccio,
Carlo
Grazie Cloro, ma essere dalla parte del Politico, in senso teorico, non significa condividere che da questa "politica", in senso pratico, possa giungere la salvezza. Insomma nella stessa bottiglia (il POLITICO) possono essere versanti liquidi diversi (le politiche e i politici) ;-)
Comunque grazie dell'interessante commento.
Mi sei mancata...
Un abbraccio,
Carlo
Grazie carissima Monica. Come stai? Tutto bene?
E' un bella domanda io francamente non saprei cosa rispondere. Come si dice, touché.
Un abbraccio,
Carlo
Un gioielliere subisce una rapina e insegue i rapinatori per strada, gli spara e li uccide.
Si tratta di omicidio volontario premeditato, dal punto di vista penale. Un ergastolo ci starebbe tutto.
Il gioielliere affronta (inevitabilmente) i rigori della legge per quello che ha fatto.
Dopo sei anni, forse sopraffatto dal rimorso, si toglie la vita.
Io l'ho vista così, non ci ho visto un poverino che ha cercato di difendersi (?) da chi tentava di portargli via i sacrifici di una vita (manco fosse un ciabattino, o una vecchietta scippata della pensione).
Vuoi farti giustizia da solo? Per lo meno affronta i rigori della legge, e vai incontro al castigo che meriti.
Luca
Grazie Luca.
Sai benissimo cosa penso dei giustizieri.
Sul piano personale sono rimasto perplesso dal fatto che un eccesso di legittima difesa, per alcuni magistrati, sia diventato omicidio volontario per altri.
Il che significa che almeno un magistrato non ha fatto il suo dovere.
Di lì la decisione, con l'amico Nicola, perplesso anche lui, di scrivere un post sull'argomento.
Beh, come dice il detto latino, se non ricordo male "corruptio optimi pessima".
Se un cittadino incensurato e rispettoso diventa un efferato killer perché gli hanno toccato la "roba" la severità deve essere massima, anche per la tutela della quiete pubblica, per non costituire precedenti molto pericolosi, io credo.
Omicidio volontario o eccesso di legittima difesa? Se i rapinatori fossero stati ancora nel negozio, e avessero puntato una pistola, allora indubbiamente sarebbe stato valido il primo caso, ma se stavano andando già via e li ha inseguiti, allora mi sembra che il caso sia molto diverso...
:-) Sì, il buono quando si guasta diventa pessimo.
Se mi guasto io... ;-)
Ma sono buono? Diciamo che ci provo.
Ciao,
Carlo
Colgo solo un aspetto, marginale nella notizia che dà luogo al post, ma forse più importante dell'episodio in questione, che è quello del rapporto tra la pretesa applicazione del "senso comune della morale" e lo "stato di diritto".
In effetti, rischia di sfuggire il contrasto di fondo tra tali due concetti, posto che "il senso comune della morale" viene in conto da un punto di vista giudiziario unicamente quando si tratta di disapplicare dolosamente una regola vigente, procedurale o sostanziale, perché ne vengono considerate inaccettabili le conseguenze in vista di un Volksgeist che detterebbe diversamente in rapporto al caso concreto.
Ora, sono ben esistiti sistemi giuridici "aperti", in cui in ultima analisi al giudice - la cui indipendenza deve però in tal caso essere limitata con altri metodi - viene apertamente richiesto di applicare una "metodologia dei fini". e non una "metodologia dei metodi", come dice Lombardi Vallauri.
In tal caso, la vera questione è se condividiamo i valori che il giudice è chiamato ad applicare - che sono inevitabilmente quelli di uno stato etico, politicizzato o confessionale - e se riteniamo che nel concreto il giudice li abbia applicati correttamente.
*Oppure* possiamo preferire, foss'anche strumentalmente, l'applicazione più estesa possibile di un principio di legalità. E in tal caso, se un "assassino" viene liberato perché il PM ha fatto scadere un termine, o perché la polizia ha reso processualmente inutilizzabili le prove a suo carico, è con il PM e con la polizia che dobbiamo prendercela, non con il giudice che ha fatto ciò che è pagato per fare.
Diversamente, meglio evitare, al grido "impiccalo più in alto", di sprecare risorse stipendiando un giudice per occuparsi del caso.
x Carlo: ho un po' di menate familiari...
comunque non si puo' giudicare, voglio dire la magistratura avrebbe accertato se c'era intenzione di uccidere o se si trattava in effetti di difesa...
il problema è che in questo periodo la gente è un po' abbandonata a se stessa e reagisce in modo stressato, perchè vive nell'incertezza e nel precariato lavorativo ed esistenziale.
"La Politica" poi dici. Ma la "politica" di chi, se non di quelli che la fanno?
La giustizia non può avere due facchia. Che uccide è un assassino, indipendentemente dalla situazione.
Sill
"La giustizia non può avere due facchia. Che uccide è un assassino, indipendentemente dalla situazione."
Questo è un tipico approccio da non-giurista... :-)
In realtà, al contrario dell'opinione comune, è più utile caratterizzare i sistemi giuridici non in rapporto ad un presunto "divieto di uccidere", ma in connessione con i casi in cui l'uccisione non è punibile o è addirittura obbligatoria nell'ordinamento in esame.
Tra questi, tanto per ricordarne qualcuno dei più comuni, abbiamo lo stato di necessità, l'adempimento di un dovere militare o di polizia, la faida, la legittima difesa, il suicidio, l'incapacità dell'agente, l'esecuzione capitale, l'aborto, l'eutanasia, l'esposizione dei neonati, la pratica sportiva...
Per cui, il fatto che che qualcuno sia stato ucciso di per sé non ci dice *nulla* sul fatto se l'agente sia un assassino a mente della legge vigente, se ad esempio non viene prima escluso che possa essersi trattato di legittima difesa o legittima difesa presunta, o che l'imputato potesse non trovarsi senza sua colpa in uno stato psicologico alterato al momento dei fatti.
Caro Carlo, vedo con piacere che nel tuo salotto il dibattito è civile e garbato. Diversamente vanno le cose nel mio blog...
Volevo dare questo contributo generale alla discussione. Non penso qui al caso del gioielliere quanto alle condizioni generali della cosiddetta giustizia.
Io penso che forse dovremmo interrogarci seriamente sullo stato di diritto, cioè sulla classica tripartizione di giudiziario, legislativo, esecutivo.
Con la rivoluzione francese si era voluto abolire la tripartizione clero, nobili, terzo stato per introdurre il principio del diritto “eguale” contro una concezione del diritto basato sul “privilegio”, cioè distinto per ordini e classi.
Mi chiedo se tutto sommato per via subdola non si sia reintrodotto l’ancien régime, forse addirittura peggiorato. Ho faticato senza successo per tentare di spiegare ad una persona che era innamorata del principio di legalità il fatto che non vi è più nessuna certezza né del diritto né della giustizia quando la produzione della legge è caratterizzata da capriccio, ipertrofia, lobbismo, inganno, colpi di mano e così via. Se la stima dei nostri deputati è quella che tutti noi abbiamo, come possiamo anche lontamente concepire che il nostro destino sia nelle loro mani?
Beh, vi saluto! Mi farò sentire ogni tanto.
Non conosco benissimo la vicenda (dai media io l'ho sentita come riportata da Lucacec), ma mi pare che la condotta del gioielliere non possa configurarsi come legittima difesa.
Detto questo è ovvio che la legge deve valutare il contesto nel quale avvengono gli episodi e mi pare che nel caso in questione i magistrati lo abbiano fatto.
Un'ultima considerazione: in uno stato di diritto il magistrato/giudice deve rispondere alla legge e non all'opinione pubblica o alle idee popolari di giustizia.
Altrimenti, si cade nel giustizialismo, quello vero.
Sia di monito la vicenda dei due presunti stupratori rumeni, la cui colpevolezza, fino a poco tempo fa data per certa, ora non sembra più così assodata.
Il rischio è che ad ogni allarme sociale si cerchi il mostro da sbattere in prima pagina, arrestando il primo soggetto che presenti le caratteristiche che la gente associa alla figura del criminale.
Cari Stefano e Antonio (professore di diritto e avvocato civilista, il primo, flosofo del diritto, il secondo): qui i maestri siete voi. E io umilmente mi inchino ;-)
Un abbraccio,
Carlo
Grazie anche a Sill e Albcor.
Barbara mi dispiace per i tuoi problemi familiari.
" 'La Politica' poi dici. Ma la 'politica' di chi, se non di quelli che la fanno "
Scusami ;-) ma non ho capito la domanda.
Grazie, sei molto gentile, ma gli "esperti" vanno prima ascoltati e poi smentiti... :-)
Più seriamente, giova anche conclusivamente ricordare che nel diritto vivente la "legittima difesa", sia pure a fronte di norme di formulazione non troppo diversa da quella attuale, un'"interpretazione estensiva" di natura addirittura extra-giurisdizionale, che vedeva una tolleranza sociale e poliziesca sostanziale per chi, coinvolto in uno scontro nato da una percepita minaccia criminale alle persone o alle cose, portava tale scontro a conseguenze ulteriori anche quando la minaccia cessava di essere attuale.
Come dicevo, si tratta di un atteggiamento di fatto, magari negato in teoria, ma l'idea - per estremizzare - che nel momento in cui il ladro lascia cadere la refurtiva il continuare a tenerlo per il polso integrerebbe il reato di violenza privata è sempre stata largamente disapplicata, e forse riflette una deliberata ignoranza idealista di meccanismi etologici e socioologici fondamentali.
Da qui, la "naturalità", se così posso dire, della reazione tua e di molti (me compreso) riguardo alla notizia sul povero gioielliere...
Grazie Stefano :-)
Sai meglio di me che l'"attualità" dello stato di pericolo, se si passa da un punto di vista giuridico (tecnico-definitorio ai fini procedurali) a uno sociologico, riguarda i valori sociali, il livello di introiezione dei medesimi, le caratteristiche psicologiche dell'attore (non in senso procedurale).
Quindi per me è un dato storicistico, insomma riflette "lo spirito del tempo". E la capacità di questo di condizionare (non determinare) la soglia etologica, cui tu fai riferimento.
E' probabile, che nel caso di specie (vedi il giuridichese...) , il condizionamento fosse piuttosto basso. Di qui le diverse valutazioni sociologiche e culturali dell'"attualità" delo stato di pericolo, da parte dei vari attori ("imputato", avvocati, giudici, giornalisti, politici, persone comuni), i quali riflettono non solo lo spirito del tempo, ma le diverse interpretazioni dello stesso. Insomma, non se ne esce... A meno che non si voglia rifondare il diritto su basi etologiche. Ma, considerati, i tempi, e tutto sommato il valore condizionante della cultura, non mi sembra impresa facile, stabilire una soglia "etologica" uguale per tutti...
x Carlo che scrive:
"Non chiediamo troppo, ma pretendiamo che anche la politica faccia il suo e si decida finalmente di occuparsi di una seria riforma della giustizia che tenga conto dei principi fondamentali dello Stato di diritto ecc..ecc.."
Cioè: invocare la politica, oggi, è darsi mattonate sui malleoli da soli...Concordo con il prof Caracciolo che stiamo veleggiando istituzionalmente verso l'ancien regime e che stante così le cose, questa classe politica dovrebbe intervenire il meno possibile, finchè sta su.
Il che è impossibile, perchè il Piano di Rinascita Democratica richiede un serrato attivismo.
Ciao
Ho capito, Barbara.
Ma non lo dico io, lo dicono "loro", i politici,
E nel post, io e Nicola, poniamo l'accento su questa contraddizione (tra realtà giuridica violata e "chiacchiere" sullo "stato di diritto): lo scopo è soprattutto polemico, verso politici bugiardi" non gnoseologico, più profondo, in chiave di teoria del politico. E neppure in chiave attivistica.. Come del resto è anche il "taglio" della rubrica: piuttosto giornalistico.
Comunque prendo atto della tua posizione e delle tue preoccupazioni. Mi "applicherò" di più :-) Anzi ci applicheremo, con Nicola.
Ciao,
Carlo
P.S.
Per un bilancio più approfondito vedi la mia risposta a Stefano.
Posta un commento