Il voto al Senato sulla "Dat" (Dichiarazione anticipata di trattamento). Tre riflessioni
Le nostre società, sulla carta, si autodefiniscono liberali. Ma lo sono veramente? Stando al ddl Calabrò, sulle dichiarazioni anticipate di trattamento (dat), pare proprio di no. Perché ?
In buona sostanza il ddl, approvato ieri al Senato con 150 sì, 123 no e 3 astenuti, non stabilisce la vincolabilità delle volontà espresse dal soggetto nella “Dat” (Dichiarazione anticipata di trattamento). Di più: introduce il totale divieto di sospensione di nutrizione e idratazione. In quanto si tratterebbe di risposte ai bisogni vitali della persona e non terapie. (http://www.ansa.it/opencms/export/site/visualizza_fdg.html_929500621.html ).
Tre riflessioni.
In primo luogo, la non vincolabilità (per familiari e medici, se abbiamo capito bene), riduce la libertà individuale, in una materia pur delicata, a un valore pari a zero. E la consegna, su un piatto d’argento, agli azzeccarbugli e alle burocrazie.
In secondo luogo, il divieto di sospensione di nutrizione e idratazione, che può essere giusto nel caso di assenza di una volontà individuale - espressa in modo formalmente incontrovertibile - di mettere fine alla propria vita (condizionatamente, s'intende, al verificarsi di alcune circostanze), vanifica l’idea stessa di libero testamento biologico individuale. Tra l’altro, parliamo di una scelta già retrocessa lessicalmente nel ddl, a “Dichiarazione anticipata di trattamento” (Dat). Una denominazione a metà strada tra il linguaggio orwelliano e quello di certe sacrestie post-moderne.
In terzo luogo, non è assolutamente liberale pretendere di legiferare su una materia così importante e delicata, puntando su sette voti di differenza. Certo, può essere democratico in senso maggioritario. Tuttavia, in una società liberale, ogni grande decisione, come in questo caso, deve riflettere un’ unità di fondo sulle grandi questioni, in termini di un minimum di consenso comune a livello di pubblica opinione. E sotto questo aspetto - e lo diciamo da cattolici - il ddl Calabrò, così come è ora, non può non essere vissuto dai laici come una pura e semplice presa in giro. E dai laicisti come una offensiva provocazione.
Le nostre società, sulla carta, si autodefiniscono liberali. Ma lo sono veramente? Stando al ddl Calabrò, sulle dichiarazioni anticipate di trattamento (dat), pare proprio di no. Perché ?
In buona sostanza il ddl, approvato ieri al Senato con 150 sì, 123 no e 3 astenuti, non stabilisce la vincolabilità delle volontà espresse dal soggetto nella “Dat” (Dichiarazione anticipata di trattamento). Di più: introduce il totale divieto di sospensione di nutrizione e idratazione. In quanto si tratterebbe di risposte ai bisogni vitali della persona e non terapie. (http://www.ansa.it/opencms/export/site/visualizza_fdg.html_929500621.html ).
Tre riflessioni.
In primo luogo, la non vincolabilità (per familiari e medici, se abbiamo capito bene), riduce la libertà individuale, in una materia pur delicata, a un valore pari a zero. E la consegna, su un piatto d’argento, agli azzeccarbugli e alle burocrazie.
In secondo luogo, il divieto di sospensione di nutrizione e idratazione, che può essere giusto nel caso di assenza di una volontà individuale - espressa in modo formalmente incontrovertibile - di mettere fine alla propria vita (condizionatamente, s'intende, al verificarsi di alcune circostanze), vanifica l’idea stessa di libero testamento biologico individuale. Tra l’altro, parliamo di una scelta già retrocessa lessicalmente nel ddl, a “Dichiarazione anticipata di trattamento” (Dat). Una denominazione a metà strada tra il linguaggio orwelliano e quello di certe sacrestie post-moderne.
In terzo luogo, non è assolutamente liberale pretendere di legiferare su una materia così importante e delicata, puntando su sette voti di differenza. Certo, può essere democratico in senso maggioritario. Tuttavia, in una società liberale, ogni grande decisione, come in questo caso, deve riflettere un’ unità di fondo sulle grandi questioni, in termini di un minimum di consenso comune a livello di pubblica opinione. E sotto questo aspetto - e lo diciamo da cattolici - il ddl Calabrò, così come è ora, non può non essere vissuto dai laici come una pura e semplice presa in giro. E dai laicisti come una offensiva provocazione.
Ma perché sulle grandi questioni, come appunto la vita e la morte delle persone, deve sussistere un'unità di fondo? Per evitare due rischi politici: il primo, che le minoranze (grandi o piccole), si sentano (sostanzialmente e non solo formalmente) poco tutelate e discriminate; il secondo, che le minoranze di cui sopra possano, per reazione, passare all'azione diretta...
Se non c’è comunità non c’è libertà, e soprattutto la democrazia maggioritaria rischia di trasformarsi in tirannia. Della maggioranza.
Come, appunto, sta accadendo in Italia. Vergogna.
Se non c’è comunità non c’è libertà, e soprattutto la democrazia maggioritaria rischia di trasformarsi in tirannia. Della maggioranza.
Come, appunto, sta accadendo in Italia. Vergogna.
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Eventi
Carlo Gambescia vi invita sabato prossimo 28 marzo al seguente evento: http://www.laquintastagione.com/wp/?p=102
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36 commenti:
Dare il diritto di redigere un testamento biologico che poi è lasciato alla merce' della volontà dei medici, che potranno imporre qualsiasi trattamento, è una cosa ottusa e ridicola quant'altre mai, e manifesta non solo cecità ideologica, ma un animus revanscista nei riguardi del caso Eluana Englaro che appare quant'altri mai irriguardoso e inopportuno.
Ciò detto, a mio modesto avviso questa legge era comunque una monnezza anche in precedenza, per il semplice fatto che essa impone trattamenti terapeutici (nutrimento e idratazione artificiale) non necessari perché non legati a una pericolosità sociale del paziente.
Dal punto di vista della dottrina cristiana questo accanimento nel voler imporre trattamenti terapeutici appare come una pericolosa degenerazione: San Francesco d'Assisi digiunava di frequente, probabilmente avrebbero dovuto tappargli il naso e nutrirlo a forza.
Santa Caterina da Siena è morta a 33 anni consumata dalle penitenze e dai digiuni, avrebbero dovuto legarla al letto e metterle un sondino nel naso. Se solo fossero esistiti i sondini...
Gli eremiti stiliti nel deserto facevano dei digiuni talmente pesanti da entrare in coma e morire... avrebbero dovuto sottoporli al trattamento sanitario obbligatorio...
Se consideriamo gli esempi di cui sopra come espressione di patologia mentale, allora ben venga la legge Calabrò(-Ratzinger), si capisce, ma se consideriamo gli esempi di cui sopra come altrettante espressioni di libertà nella fede, allora mi pare evidente che il discorso cambia.
A parte che il sig. Calabro' è l'espressione della peggiore progenie dei boiardi avvitati alla poltrona e con competenze apri a zero, non è che mi facessi nessuna illusione sui DAT.
Pubblicità, pubblicità, pubblicità.
Finito lo spot e l'isteria collettiva non gliene frega niente a nessuno del resto, ognuno ha fatto la sua figura, il sipario è passato, via con il nuovo spot.
Non capisco che cosa si parla a fare di "libertà positive" o individuali, non sanno nemmeno cosa sono e detto chiaramente dei problemi della libertà reale, individuale e di coscienza gliene frega meno di zero. Ovviamente fino al prossimo spot.
Mah, mi chiedo se in questo contesto non sia quasi-quasi-quasi da abbracciare una logica del "tanto peggio, tanto meglio".
I cambiamenti, e non solo di opinione, nascono spesso dal "paradosso" percepito nelle conseguenze ultime di opzioni ideologiche perseguite sino in fondo, piuttosto che in minestroni democristiani, stile la legge sulla procreazione assistita: "uccidere embrioni è omicidio, non abbiamo il coraggio di vietare sic et simpliciter la FIVET, per cui facciamo che se ne possono uccidere solo sino ad un massimo di tre" (!).
Carlo, il vulnus c’era già.
Tu l’avevi individuato perfettamente nel post del 3.2.09; da cui cito – senza nomi, inutili se non come emblemi:
1) «…L’iter giudiziario pubblico, intrapreso dai familiari di [X], e fortemente sostenuto da numerosi gruppi di pressione mediatici, ha definitivamente trasformato il fatto privato in sociale …»;
2) «…La trasformazione del fatto privato in pubblico e il tragico esito che si va profilando, segnano un punto di non ritorno. Da oggi in poi ci sarà sempre un precedente, quello di [X]: per mano di "giudici-sacerdoti", interpreti e officianti della Santa Inquisizione Laicista e Individualista, si potrà uccidere. Altre donne innocenti, nella condizione di [X], potranno essere mandate al rogo…».
E il 5.2.09 interveniva Buffagni:
«… Se [X e Y] fossero protagonisti di questa vicenda tragica, di fronte a loro ci mancherebbe il fiato, e le chiacchiere si incenerirebbero sulla nostra lingua. La loro vicenda non sarebbe “privata”, ma “intima”, e pertanto nessuno vorrebbe o potrebbe renderla “pubblica”, perché come tutto ciò che è propriamente intimo essa sarebbe già, di pieno diritto, “comune”. (Diceva Baudelaire: “avviso ai non comunisti: tutto è comune, anche Dio”). E se [Y] davvero alzasse la mano contro sua figlia, uccidendola nel sonno sotto i nostri occhi, forse incanutiremmo di colpo e ci copriremmo il viso per non incrociare il suo sguardo, ma non faremmo dei pettegolezzi. Le cose, però, non stanno così. Le cose stanno che [y] non ha nessuna voglia di rimanere solo con la terra, il cielo, la figlia dormiente, la vita, la morte, e la sua decisione di uccidere. (Naturalmente lo capiamo benissimo: nessuno ne ha voglia, perché la tragedia vissuta è miseria e sventura). Per non restare solo – per non accorgersi di essere solo - [Y] chiede aiuto alle istanze più potenti che conosce. Invoca […]: “Stato, Legge, Scienza, Opinione, prendetemi per mano!”. Ci devono pensare loro …».
Perché mai, allora, stracciarsi le vesti per una legge, ammesso pure, mal fatta?
Date le premesse, non poteva essere diversamente.
Grazie Luca and Luca.
Capisco Stefano. Ma peggio di così.
Touché, Lycopodium.
Un abbraccio a tutti,
Carlo
Caro Carlo,
Permettimi di dissentire e di essere finalmente contento di una legge non-liberale, fatalmente ottenuta con una vittoria di una maggioranza su una minoranza, segno che è l'esito di una decisione e non della solita estenuante mediazione democristiana.Il problema sarà poi la sua applicazione da parte di quegli stessi magistrati che hanno permesso l'assassinio di Eluana...e che non sono stati sanzionati per aver violato, se non la lettera, lo spirito e l'intenzionalità delle leggi vigenti che non permettono a nessuno di uccidere impunemente un altro. Credo che in quanto legge non-liberale sia una legge di libertà, che ci libera dal rischio di essere terminati medicalmente, che libera i disabili dal pericolo che qualcuno se ne voglia disfare rapidamente, che libera dalla retorica odiosa e plebea del colpo di grazia e della pietà omicida, che libera l'individuo dall'individualismo per il quale egli può imporre ad un altro - un medico - il dovere di compiere un atto esecrabile come quello di omettere ciò che è doveroso fare per il bene del prossimo. Sono infine contento per questa legge non-relativista i cui promotori hanno avuto il coraggio di partire da una concezione assiologicamente chiara: la vita è un bene, l'omicidio è un male. Se questa è tirannia, viva la tirannia!!!
Massimo Maraviglia
Questa legge funziona da katechon? Chi può dirlo? Io vorrei poterlo dire, ma temo che finirà nel tipico tritacarne rivoluzionario:
1.attentato, 2. rappresaglia obbligata, 3. risposta alla rappresaglia, 4. estensione del conflitto, 5. nuovo attentato 6. ...
Occorre ancora far notare ai paladini della "vita" che in taluni casi, per esempio di cancro allo stato terminale, le tecniche di idratazione e nutrizione artificiale possono acuire la sofferenza e rendere l'agonia del paziente estremamente dolorosa, molto più di quanto già non sia.
La cosa più importante dal punto di vista terapeutico è pertanto ridurre o sospendere del tutto il trattamento di idratazione e nutrizione in modo da accompagnare in modo meno doloroso e più dignitoso per il paziente.
Lo dico perché questa situazione è stata da me veduta lo scorso luglio, quando una mia zia, sorella di mia madre, è morta a 63 anni dopo lunga agonia per un cancro polmonare in un ospedale di Roma.
Mia zia soffrì molto, ma con la legge che entrerà in vigore di qui a poco, se tale legge verrà applicata da medici codardi, avrebbe sofferto ben di più, con un soffocamento lento e inesorabile.
Qualche "Guardia Vaticana" in servizio permanente effettivo chiamerebbe questo delirio sadico "vittoria della vita". E invocherebbe i rigori della legge sui medici che non dovessero metterla in atto.
Ogni riferimento agli interventi in questo blog è puramente casuale.
Grazie Lycopodium. Hai capito perfettamente che cos'è la metapolitica :-)
Cari Massimo e Luca è mai possibile che qui si debba discutere a colpi di "viva la tirannia" e di "Guardia Vaticana" :-) ?
E non tiratemi fuori il solito ha "cominciato lui per primo...".
Comunque sia, Massimo e Luca, ben venga il dissenso, come il vostro, tutto sommato molto civile. Mi piace.
Io non ho risposte assolute, e in questo senso sono un relativista. Inoltre, sul piano soggettivo, credo nella più ampia libertà individuale di decidere che cosa fare della propria vita.
Certo, dopo, nell' "Al di là" io - anche per quello che ho appena detto - dovrò vedermela (individualmente) con il Padreterno...
Mentre sul piano oggettivo ritengo difficile e rischioso ogni tentativo di convertire l'istanza soggettiva in legge oggettiva. E perciò sono costretto a vedermela, nell'" Al di qua", con quelli che credono nell'onnipotenza della legislazione.
Perché - ecco il punto - io credo che libertà attraverso la legge sia l'obiettivo più difficile da perseguire . O meglio che sia facile solo a parole.
Però credo pure che sulla questione specifica si debba fare qualcosa sul piano legislativo.
In questo senso, perciò, caro Massimo, se tu mi chiedi di fare una scelta, ti rispondo che in ultima istanza, se devo scegliere tra lo stare dalla parte dell'individuo o da quella della società, (e in particolare di come la interpreta certa politica furba), scelgo l'individuo.
Quanto ho detto è molto semplice, anzi semplicistico, ma non voglio aggiungere altro.
Caro Carlo,
Nel caso di Eluana abbiamo sotto gli occhi un esempio lampante di come l'individualismo uccida gli individui concreti,in omaggio ad un'astrattissima libertà di decidere: era più viva la carne di Eluana o le parole tristemente ideologiche del padre o dei magistrati? Oggi che Eluana è morta, vivono solo, con la vita egli zombie, quei concetti come appunto "libertà di decidere", "diritti civili", "autodeterminazione" e via liberaleggiando...A questi mi pare di poter legittimamente contrapporre il potere effettivo di un atto di divieto: le cose cattive non si fanno, tanto per usare un linguaggio infantile adatto all'infanzia culturale e morale cui ci ha ricondotto la nostra post-modernità.Quando ve n'è bisogno, la battaglia delle idee si deve fare anche con il baculum delle decisioni - dell'orgogliosa decisione morale che blocca "l'irresolutezza fondata sull'attesa, con la speranza che la contrapposizione definitiva, la sanguinosa battaglia decisiva possa essere trasformata in un dibattito parlamentare e possa così venir sospesa per mezzo di una discussione eterna" (C. Schmitt, Teologia politica)... cosa che grazie a Dio, con lodevole eccezione, non è avvenuta in Senato.
Massimo Maraviglia
E infatti, Carlo, io avevo un'esperienza personale, anche relativamente recente (e dolorosa, aggiungerei), e ho ritenuto opportuno proporla alla pubblica attenzione.
Certo traendone anche una morale, che ovviamente non piacerà a tutti, ma se dico che ogni riferimento agli altri interventi è puramente casuale le mie parole sono da prendere alla lettera.
A proposito dell'intervento di Ceccarelli 1:18 pm.
Non ho idea delle possibili future applicazioni della legge, peraltro ancora in corso d'opera.
Cmq, se c'è il divieto di eutanasia, non credo sia in posto in discussione il pari divieto di accanimento terapeutico.
Una cortese e attenta lettura, non degli scritti di eventuali guardie vaticane, ma del Magistero della Chiesa stesso, potrebbe aiutare a sgombrare alcuni equivoci:
http://itv.iusseek.eu/visual.php?num=45393
In particolare, mi preme sottolineare questo passaggio:
"Non si esclude neppure che, per complicazioni sopraggiunte, il paziente possa non riuscire ad assimilare il cibo e i liquidi, diventando così del tutto inutile la loro somministrazione. Infine, non si scarta assolutamente la possibilità che in qualche raro caso l’alimentazione e l’idratazione artificiali possano comportare per il paziente un’eccessiva gravosità o un rilevante disagio fisico legato, per esempio, a complicanze nell’uso di ausili strumentali".
Un punto di ragionevole inculturazione del principio potrebbe essere la traduzione, del tutto deontologica, di quel "in qualche raro caso" con espressioni tipo "nel caso".
La distanza, allora, si riduce davvero di molto.
Rimane il diverso giudizio sul vulnus iniziale, d'altro ordine e livello rispetto a quello della pratica medica.
Il magistero della Chiesa può scrivere quello che gli pare, ma la legge in esame prevede l'obbligo di protrarre il nutrimento e l'idratazione artificiale, in modo incondizionato, la sospensione dell'idratazione artificiale e del nutrimento artificiale diventano omicidio volontario.
Vi è dunque (almeno sulla carta, perché non finisce qui) prima dell'obbligo per i medici di somministrare le terapie, l'obbligo di fatto del paziente a sottoporvisi.
Caro Luca,
se ho frainteso mi scuso.
Credo però che il viso dell'arme ( e non parlo solo di te), proprio su questo blog, dove, a partire dall'amministratore, non ci sono interessi precostituiti da difendere, sia inutile. Proviamo, non dico a volerci bene come fratelli, ma almeno a tentare di costruirla tra noi quella comunità liberale, pre o metapolitica di cui parlavo nel post.
Tra l'altro - e lo dico a titolo di curiosità - Schmitt invitava a distinguere su basi filologiche tra nemico pubblico e nemico privato. E, a suo avviso, a quest'ultimo, - perché secondo Schmitt lessicalmente a quest'ultimo nemico si riferiva il famoso passo evangelico - se non proprio si doveva, almeno si poteva perdonare.
Quanto a te, caro Massimo, credo di aver detto TUTTO nel post e nella mia replica.
Aggiungo solo che quel decisionismo (anti-parlamentare), portò a Hitler. E che "dopo" in "Ex Captivitate Salus", Schmitt si presentò come il Benito Cereno, sequestrato sulla nave dei pirati. Fuor di metafora: Certo, Schmitt non poteva sapere come sarebbero andate a finire le cose (anche se come studioso, però, era di una spanna sopra gli altri...), tuttavia non sarebbe stato meglio approfondire, sulla scia di Tocqueville, il discorso della democrazia parlamentare, "anche" come processo di salvaguardia delle minoranze? E non solo rispetto all decisione?
Quelle cose, da lui scritte, su Capo, Movimento e Popolo, ancora oggi, danno i brividi. La democrazia plebiscitaria, sugli scudi e nemica della minoranze è quanto di peggio possa esistere in politica...
E poi, caro Massimo, comunque sia, ho sempre adottato la regola aristotelica dell' "Amicus Plato sed magis amica Veritas" .
Per dirla tutta, apprezzo Schmitt, ma apprezzo ancora di più ragionare con la mia testa.
E comunque sia, mi piace sbagliare in proprio, evitando di piegare, in chiave occasionalistica, la dottrina scientifica di un grande pensatore, ai disegni di una banda di politici inaffidabili.
Temo, come Schmitt, gli effetti di ricaduta del romanticismo politico.
Grazie anche agli altri.
Saggezza vorrebbe che fosse precisata la differenza tra "malattia in stadio terminale" (ad es. una cachessia neoplastica) e "stato vegetativo persistente".
Per rendersene basta riferirsi a quanto disse a suo tempo
(Corriere della Sera - 9.2.09: http://archiviostorico.corriere.it/2009/febbraio/09/neurologo_Pochi_rischi_fino_giovedi_co_8_090209015.shtml ) il prof. Defanti, che – essendo uno dei curanti di Eluana – ne ha avuto precisa cognizione clinica.
_________
«Lo stato fisico è ottimo. Probabilmente, e sottolineo l' avverbio, sarà in grado di resistere anche più a lungo della media. Dal momento della sospensione alla morte potrebbero passare anche altri 12-14 giorni». Su quali elementi basa la sua valutazione? «Al di là della lesione cerebrale, Eluana è una donna sana. Mai avuto malattie, mai avuto bisogno neppure di un antibiotico». Il suo stato di coma non ha causato altre conseguenze? «Non ha organi vitali interni usurati o lesionati. Gli esami che abbiamo fatto nella clinica di Lecco, poco prima della sua partenza, erano perfetti». Ad ottobre stava morendo per una emorragia interna. «Appunto. Si è ripresa da sola, senza alcun aiuto esterno. Aveva perso moltissimo sangue. Ce l' ha fatta da sola, senza trasfusioni, segno di una buona condizione fisica». Non prova disagio a parlarne? «Io sono un vecchio medico. Mi sono sempre preoccupato di salvare vite umane. E voglio bene ad Eluana. Quando è stata male, il primo impulso è stato di farle la trasfusione» ”.
_________
Le definizioni di Defanti riecheggiano una distinzione ineccepibile, visto che altro sono i danni (anche gravi) ad un organo o apparato, altro le condizioni generali (che possono mutare con l’evoluzione della patologia di base, o per situazioni più o meno incidentali).
E visto, soprattutto, che il giudizio prognostico “quoad vitam” non coincide affatto con quello “quoad valetudinem”.
In presenza di "malattia in stadio terminale" l'unico supporto deontologicamente ammissibile è quello c.d. "palliativo".
Il caso Englaro - a detta dello stesso Defanti - presentava invece caratteristiche del tutto diverse.
grazie Carlo!
Scusa Carlo, ma non capisco cosa intendi e a che ti riferisci parlando del "viso dell'arme".
Ci sono stati degli scambi di opinioni, a cominciare da Lycopodium che mi ha rivolto una replica, e io gli ho mosso un'obiezione (lo ringrazio comunque per il successivo approfondimento).
Che poi io scriva che "non finisce qui" non è una promessa (o una minaccia) al mio interlocutore, mi sembra talmente evidente... in questo caso è poco più di una constatazione di fatto, se non altro perché l'iter di questa legge è ancora provvisorio.
Più in generale, qui non vedo né nemici pubblici né nemici privati, sia ben chiaro. E credo di saper tenere ben distinta un'opinione negativa su quello che un altro dice dall'odio o dal disprezzo nei riguardi della persona medesima.
Però, intendiamoci, non posso nemmeno omettere sempre e comunque di contraddire gli altri e di manifestare il mio giudizio negativo allo scopo di non turbare nessuno. Tanto più che (in questo ci somigliamo un po') la diplomazia non è il mio forte.
A volte, Carlo, tu mi sembri un po' troppo apprensivo su questi contrasti. Tra cristiani specialmente dovremmo sì dare prova di fratellanza, ma la fratellanza passa anche per la franchezza.
Capisco. Ma preferirei non entrare nel merito.
Aggiungo solo che il mio invito alla moderazione, che resta valido per tutti , non era rivolto solo a te. Tutto qui.
Caro Carlo,
Posso per una volta spezzare una lancia - oddio, sembra che delle metafore belliche non possiamo liberarci neppure quando cerchiamo di usare i toni più garbati :-) - a favore dei tradizionalisti cattolici tra noi, che pure sono quanto di più lontano dalle mie idee probabilmente esista sul pianeta?
All'interno di qualsiasi comunità esistono naturalmente spazi per mediazioni e compromessi, che allarghino il consenso e cementino il vivere insieme a costo di affievolire l'affermazione di certi principi.
Ma qualche volta il grigio si traduce non in un ragionevole contemperamento di bianco e di nero, ma in una posizione ridicola ed insostenibile non solo agli occhi dei partigiani dei due colori di partenza, ma in sostanza di chiunque ragioni con un certo rigore. Ho già fatto al riguardo l'esempio degli "omicidi sì, ma con moderazione" della legge sulla procreazione assistita.
Non si può pretendere che chi ha posizioni apertamente dogmatiche, essenzialiste e perciò coerentemente illiberali sulla "vita" diventi diverso da se stesso o non faccia quanto può per implementare le conclusioni politiche di tale posizione.
Anzi, in fin dei conti credo che quello che potrebbe essere preteso è viceversa che abbia il coraggio di introdurre una proposta di legge costituzionale che abroghi il divieto di imposizione di trattamenti sanitari ed anzi introduca il principio esattamente opposto - che è quello che mi sembra coerente con tali posizioni.
Naturalmente, a titolo personale auspico che sempre più persone siano "conseguenzialisticamente" indotte a rigettare in blocco questo sistema di idee, quando portato alle sue naturali conclusioni.
Ma se anche così non fosse, demistificazione e chiarezza mi paiono risultati apprezzabili in sé.
Per parlare del fronte opposto, i cattolici avevano perfettamente ragione a disprezzare - o, per usare un termine meno forte, "a dubitare della onestà intellettuale di" - chi sosteneva ad esempio che staccare l'aria a Welby non fosse eutanasia.
E chi ha sostenuto ciò ha indirettamente rafforzato il fronte proibizionista al riguardo, facendo implicite concessioni di principio in cambio della possibilità di insinuare dubbie e gesuitiche distinzioni di fatto inerenti al caso concreto.
Viceversa, io non penso sia possibile dimostrare l'esistenza di una contraddizione interna alle posizioni più severe su questi argomenti.
Penso sia possibile convincere molti, ed auspicabilmente la maggioranza dei cittadini, che la loro applicazione non corrisponda affatto a ciò che loro vogliono davvero - e che perciò anche esistono buone ragioni per rivedere i propri pregiudizi, foss'anche perfettamente secolari, che tuttora le confortino.
Grazie come al solito per l'ospitalità.
Con tutto il massimo rispetto personale per Vaj, questa mi sembra una polpetta avvelenata, da annusare e da lasciare lì.
Grazie a te Stefano.
Io credo che il problema di fondo riguardi la scelta tra individuo o società. E quindi il conflitto tra due antropologie politiche.
Ma non sempre. Io, ad esempio, sul piano soggettivo, come già detto, sono dalla parte dell'individuo (libertà dell'individuo), su quello oggettivo, ho molti dubbi: perché temo involuzioni di tipo istituzionale nella gestione della libertà individuali. Insomma, il pericolo del routinier.
In conclusione, difficile dare risposte assolute, anche se credo necessaria una qualche legge in materia.
Legge che non può non tenere conto, vista l'importanza della questione, delle varie posizioni in campo. Il che però rischia di riaprire, in termini di quasi quadratura del cerchio, la questione della vischiosità istituzionale...
Comunicazione di servizio per Hagrid: se vuole partecipare alla discussione deve firmarsi con nome e cognome.
Carlo Gambescia
"Individuo e società", la grande alternativa del ventesimo secolo, con il comunismo da una parte, la liberaldemocrazia dall'altra e i fascismi dopo il dopoguerra invero più che strattonati... spintonati nel campo avversario a fini di squalifica per associazione del medesimo.
Ma c'è da chiedersi se oggi come oggi individuo e società - o vogliamo dire comunità? - non rischino di trovarsi *dalla stessa parte* rispetto al Tutt'Altro della political correctness dei valori "assoluti, universali ed eterni" che dovrebbero presiedere tanto alle inclinazioni personali quanto all'autodeterminazione delle sovranità popolari, sia che la loro fondazione resti religiosa o si sia completamente secolarizzata in un "umanismo" indifferenziato.
Ogni tanto, per esempio, qualche buontempone su Internet insinua che io sarei a favore di politiche eugenetiche imposte dallo Stato.
Ciò che d'altronde rende ridicola la questione è che mentre a Roma o a Sparta eugenetica significava infanticidio, negli USA degli anni venti o nel Reich degli anni trenta significava sterilizzazione più o meno obbligatoria dei supposti portatori di taluni tratti disgenici, oggi eugenetica significa diagnosi prenatale o modifica terapeutica della linea germinale.
Rispetto a cui, come riconosce Habermas in "Il futuro della natura umana. I rischi di una genetica liberale", lo Stato semmai avrebbe bisogno di intervenire per *vietare* le relative tecniche, cui è verosimile che diversamente la maggiorparte della popolazione farebbe spontaneamente ricorso.
E più o meno identiche mi appaiono le questioni e la spaccatura in materia di fine-vita.
"Dipinte in queste rive,
son dell'umana gente,
le magnifiche sorti e progressive.
Qui mira e qui ti specchia,
secol superbo e sciocco".
Grazie Stefano,
Poni un problema reale, quello della natura della dicotomia individuo/società. Che in effetti, pur non appartenendo solo alla modernità ( penso soltanto, come tu ben sai, alla tradizione del diritto romano...), ha condizionato la modernità.
Sì, il tuo quesito merita una riflessione più importante.
Probabilmente gli dedicherò un post.
;-) Lycopodium, sei il solito birichino
Birichino?
A 51 anni?
Pensa come lo sarei stato,
se il Giacomo nostro,
invece che "risorto pensier", avesse scritto:
"Risorto-pensier"!
p.s. Non ho sotto mano la bibbia degli smiles, quindi non so che emozione intendono comunicare i tuoi ...
Caro Carlo,
Sono in parte d'accordo che la questione passi attraverso il concetto del rapporto individuo-società, ma proprio lì intendevo sottolineare l'eterogenesi dei fini di una cultura individualista che, lasciando, dal punto di vista sostanziale, a terzi il diritto di compiere l'atto di uccisione di un malato, alla fine affida le sorti di quest'ultimo e della sua irripetibile e indelegabile individualità alla società stessa. Infatti qui non si tratta per il malato di decidere la sua sorte futura, quando egli non sarà più in condizione di agire, non si tratta di consentirgli di prendere una decisione che quindi è tale solo sulla carta, perché riferita ad un momento in cui il suo soggetto è incapace di produrre effetti, ma di permettere, a chi ha la facoltà di decidere, di compiere effettivamente una atto senza tener conto del rischio ermeneutico connesso all'interpretazione di una volontà altrui espressa in tempi più o meno lontani, in condizioni diverse da quelle in cui la volontà produce le sue conseguenze.Di fatto, dunque, la possibilità di stabilire tempi e modi della propria morte in vista di quando non si avrà più la possibilità di condizionarli, delega ad altri - cioè a coloro che hic et nunc possono uccidere - un potere di vita e di morte. Rendere non vincolante per i medici il testamento biologico circa la propria morte, significa vietare che i medici, e solo loro, possano deciderla, cioè impedire che i medici siano scaricati della loro specifica responsabilità quando loro, e non il paziente che non può più esprimersi né agire, si apprestano a dare il via a procedure eutanasiche o direttamente omicide. Se infatti loro decidono, loro sono responsabili. Se loro sono responsabili, l'individuo che è oggetto della loro prassi, qualora tale prassi sia erronea, può essere considerato vittima. Se è vittima può essere difeso con ragione. Il potere dell'individuo di autodeterminarsi con un testamento biologico sostanzialmente suicidiario, appare dunque un finto potere, laddove sovrano rimane effettivamente il sistema medicale che decide anche del contenuto dei concetti utilizzati nel testamento biologico (per esempio se io dico: "Qualora mi trovassi in coma secondo una data scala, allora chiedo i seguenti trattamenti o la loro sospensione" non altri che i medici stabiliscono la scala dei coma, i mezzi di accertamento diagnostici adeguati, e il contenuto di tutti gli altri termini tecnici eventualmente usati). Per evitare tutto ciò, bisogna impedire al malato di rendere vincolante la sua autoconsegna al sistema medicale (o, si può anche dire, al sistema tout court). Nel caso odierno del DAT chi ha deciso, fuori da ogni romanticismo della decisione per la decisione (che non è mio né del nostro Schmitt, di cui mi consideri, però, troppo adepto, e ciò ti serve come argomento di facile breccia contro quanto vado sostenendo), lo ha fatto dunque non nella direzione della società, ma dell'individuo.
La tirannia di cui ho fatto un po' provocatoriamente l'apologia appare quindi essere non un potere ma un contropotere nei confronti di coloro che veramente sognano la società tirannica della correttezza politica-libertaria, dove si muore per interposta persona, anzi per interposto tiranno.
Massimo Maraviglia
Qualche volta la preoccupazione di sostenere una posizione porta a tesi come minimo insolite.
Cosa c'è di più normale in *qualsiasi* attività giuridica di un soggetto del fatto di decidere "ora per allora"? E quante decisioni di questo tipo possono influenzare (anche) la durata della vita del soggetto che decide? Cosa ci sarebbe di speciale in questo nel "testamento biologico"?
Forse chi è contrario è meglio che si fermi alla tesi che tanto alla società *quanto al diretto interessato* andrebbe negata ogni decisione quanto ai trattamenti sanitari e non che ne possono provocare, evitare, prolungare o accorciare la vita.
Questioni queste tutte invece da risolvere unicamente sulla base di considerazioni "bioetiche" di "esperti" che dovrebbero basarsi unicamente sull'applicazione di principi astratti volti essenzialmente a sottrarre le relative questioni all'autodeterminazione umana, individuale e collettiva e ad evitare che l'uomo possa essere tentato di "sostituirsi a Dio" almeno nei limitati margini in cui questo gli possa già oggi essere possibile.
Assimilare la rinuncia volontaria all'accanimento terapeutico (ivi compresa la nutrizione e l'idratazione artificiale, che sono complesse pratiche terapeutiche) a una pratica "suicidiaria" lascia alquante perplessità. Il suicidio presuppone un'assoluta rinuncia alle relazioni, che sono un connotato essenziale della vita umana. Il malato in stato di coma irreversibile non ha la benché minima relazione con il mondo, si trova in una condizione prettamente parassitaria. Ai familiari, parenti, amici che gli restano legati materialmente è d'uopo rivolgere l'ammonimento di Gesù: "lasciate che i morti seppelliscano i loro morti".
Resta in ogni caso il problema di trattamenti di idratazione e nutrimento artificiale che vengono imposti "ope legis" a malati che avrebbero bisogno di tutt'altro, con un crudeltà e un cinismo inauditi.
Diciamoci la verità. Se parliamo di "vita" in un qualche senso essenzialista, anche la cosiddetta morte cerebrale è una pura finzione legale volta a consentire l'uccisione di un organismo che bene o male continua a funzionare in gran parte delle sue funzioni, per espiantarne gli organi o per evitare di continuare a sprecare risorse in sforzi di cui non si vede più la funzione.
Il fatto che non parliamo invece di "morte renale" e non stacchiamo il paziente dalla macchina della dialisi che lo tiene in vita è già oggi frutto di una scelta sostanzialmente arbitraria e basata sul consenso - per quanto tanto plausibile da apparire ovvia ai più.
Per cui, credo che i cattolici abbiano ragione a considerare suicidio/omicidio la decisione di sospendere la nutrizione ad un paziente in coma vegetativo permamente.
Diciamo anche che si tratta di una forma di omicidio/suicidio che - da un punto di vista "estetico", e pur senza che ciò faccia alcuna differenza per l'interessato - risulta particolarmente orribile, dato che se è vero che il paziente è ridotto ad un vegetale, molti sarebbero riluttanti a sopprimere lentamente una pianta facendola avvizzire mediante la sottrazione di nutrimento ed idratazione, quando ad esempio basterebbe toglierle l'aria per ottenere immediatamente lo stesso effetto senza doversi compiacere nel discutibile spettacolo del suo sfacelo organico.
Faccio umilmente notare che io sono cattolico, apostolico romano. Grazie.
Luca Ceccarelli
Prego, di nulla, ma non c'è bisogno di ringraziare, se sei cattolico non è certo per merito mio... :-)
Seriamente, non hai torto. Dovevo scrivere "alcuni cattolici hanno ragione, etc.", dato che certamente esistono moltissimi cattolici che pensano che staccare il sondino non sia un'uccisione, così come taluni pensano anche che l'aborto possa almeno in qualche caso possa essere ammesso.
Ma mentre ovviamente mi distinguo nella parte "prescrittiva", in quella "descrittiva" mi ritrovo molto più d'accordo con i cattolici, come possiamo definirli?, più severi, che trovo più coerenti e rigorosi nelle loro posizioni.
Per Lucacec: è curioso pensare che vi possano essere casi di cure imposte "ope legis" nei confronti di coloro che hanno una "vita esclusivamente parassitaria" la quale dunque sarebbe assimilabile ad una non-vita (cosa che infatti è implicita in quei cattolici che ritengono che lasciar morire "ope legis" una persona non rientri nel divieto divino dell'uccisione del prossimo). Il problema è che se la vita di un malato in stato di coma vegetativo persistente non è tale, non è pensabile alcuna crudeltà nei suoi confronti; se invece è tale, "crudeltà inaudita" sarebbe ucciderlo al posto di fornirgli le cure di cui ha bisogno.
Per Stefano Sutti: credo che anch'egli sia molto coerente, salvo poi rifugiarsi nei formalismi giuridici quando si tratta invece di analizzare che cosa avviene di fatto quando si dà il potere a qualcuno di uccidere un altro. Ciò che fenomenologicamente accade è che X uccide Y, per una sua personale decisione nella quale il fatto che possa accampare la scusa "Me lo ha detto lo stesso Y" (con il testamento biologico) non ha alcuna rilevanza per definire la qualità dell'azione. Con artificio legale posso pensare fittiziamente che Y abbia scaricato X dalla sua responsabilità, ma questa è pura finzione che permette a X di fare sostanzialmente quello che vuole, interpretando come vuole le parole di Y. Allo stesso modo è fenomenologicamente fittizio il concetto di autodeterminazione individuale, quando avviene a mezzo altrui e quando questo altro non può essere un semplice mandatario, ma fatalmente - per la posta in gioco, per la complessità dei temi e dei linguaggi e soprattutto perché nessuno può controllare la validità della sua interpretazione - è un libero rappresentante di colui del quale si vorrebbero solamente "eseguire" le volontà. Infine appare disgraziatamente fallimentare l'idea di una autodeterminazione che scieglie una necessità, cioè la morte come impossibilità di ogni possibilità, e che nega perciò alla radice ogni possibile libertà. Dunque la coerenza di Stefano sembra ridursi ad una riproposizione conseguente di una disperata prassi stoica, molto lontana dalla grandezza sovrumanista cui ambirebbe attingere.
Massimo Maraviglia
"Con artificio legale posso pensare fittiziamente che Y abbia scaricato X dalla sua responsabilità, ma questa è pura finzione che permette a X di fare sostanzialmente quello che vuole, interpretando come vuole le parole di Y."
Vediamo un po' se è vero. Questo è quello che succede con un mandatario per procura? Con l'esecutore testamentario designato? Con il nuncius nel matrimonio dell'assente? Con il curatore dell'incapace o dell'interdetto?
In realtà (nelle prime tre figure in modo del tutto volontario), mi valgo appunto della "finzione giuridica", se così vogliamo chiamarla, per cui il personaggio im questione è incaricato di fare qualcosa a mio nome, con conseguenze che si ripercuotono nella mia sfera personale come se le facessi io stesso.
Che succede se disapplica la mia volontà o la "interpreta" in modo difforme dal significato più plausibile?
Succede che qualunque parte interessata, ivi compreso l'interesse astratto incarnato dal pubblico ministero, si rivolge al giudice - che certamente può sbagliare, come ben più facilmente può per errore condannare in un processo penale a morte l'innocente senza troppi scandali teologici.
Personalmente non intendo proseguire oltre questa discussione, gli altri facciano quello che vogliono.
Grazie Massimo, Stefano, Luca per l'interessante discussione,
Un abbraccio,
Carlo
P.S.
Massimo, grazie per il tempo che mi hai dedicato.
Capisco la tua posizione. Spero, prima o poi, di poter approfondire con te l'argomento, di "persona personalmente", come dice quel poliziotto di Montalbano.
Un abbraccio,
Carlo
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