Una discussione da mega-condominio "mediatico".
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Pubblico il mio intervento "ulteriore" apparso ieri su Comedonchisciotte: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=5634 (** cfr. nota in fondo alla pagina).
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Qualche riflessione ulteriore per gli amici commentatori di Donchisciotte
Innanzitutto ringrazio gli amici di Comedonchisciotte per l’attenzione. In particolare Davide. E anche i commentatori. Grazie per il tempo che mi avete dedicato. Credo però, e dispiace dirlo, che pochi interlocutori abbiano capito il senso del mio post. Che non riguarda la critica teorica del signoraggio (che pur conosco e apprezzo) quanto le sue possibili articolazioni sociali e politiche.
Ma procediamo per gradi.
Tre premesse.
La prima è di “metodo (di discussione)”. E riguarda alcuni miei interlocutori. Ai quali consiglio, per il futuro, di evitare di ricorrere nelle argomentazioni a quel "Dire no a questo Appello significa essere servi, eccetera". Perché è una sottospecie dell'argumentum ad hominem. Tipico di una certa logica totalitaria. E francamente mi lascia perplesso, perché rivela in chi l'avanza, oltre a certo disprezzo verso l’ interlocutore, l'assoluta (e pericolosa) sicurezza sulla direzione (ovviamente giusta) della Storia Umana, con le iniziali maiuscole.
La seconda premessa concerne il mio sforzo (metapolitico non politico, la differenza è importante...). Che è appunto quello di far riflettere i lettori sulle questioni di fondo. E poi di ragionare pacatamente sui pro e i contro. Ovviamente dal mio punto di vista, sociologico. Io non sono un militante con la bava alla bocca… E neppure voglio che mi sia dia ragione per forza, ci mancherebbe altro. Ma chiedo semplicemente che si rifletta senza pregiudizi di sorta su quel che scrivo. Stare in Rete, per me, è una possibilità in più di libertà intellettuale. Se volete: un supplemento di intelligente dolcezza. Sarebbe perciò bello, sulla Rete, riuscire a ragionare, senza maschere, cercando per quanto umanamente possibile di avvicinarsi alla verità (con la minuscola s'intende).
La terza premessa, è che l'onestà e le capacità intellettuali del gruppo di MZ sono fuori discussione. Magari, oggi in Italia, ce ne fossero di uomini e donne così preparati e motivati come gli amici di MZ. Però proprio perché amici “pubblici” certe cose dobbiamo dircele in pubblico :-) . Per, e si chiude il cerchio, far ragionare e "crescere" le persone che ci leggono. E non spingerle verso l’avventurismo sociale o il leninismo da strapazzo.
E questo spiega perché ho accettato con piacere di collaborare a “La Voce del Ribelle”. Anche perché su argomenti come la necessità del predominio della politica sull’ economia c'è completa sintonia di fondo. E' su gli accenti, soprattutto sociologici, che invece si potrebbe ragionare di più con gli amici di MZ. Come, ad esempio, sul famoso problema dei tempi e modi della transizione sociale e politica dal “vecchio” al “nuovo” sistema economico-sociale... Certo, forse intellettualizzo troppo. Ma questo è il mio mestiere: sono metapolitico :-) Ma vengo al punto.
Come ho già detto, il problema che a me interessa, non è quello specifico della teoria del signoraggio (come per qualsiasi altra teoria economica) ma di come tradurre politicamente e socialmente la sua lezione. Possibilmente in modo indolore e rispettoso delle libertà di tutti. Ad esempio, gli amici di Comedonchisciotte credono che i "poteri forti”, rimarrebbero buoni davanti alla conquista del Nuovo Palazzo d'Inverno della Banca d'Italia da parte del popolo? Io credo di no.
Ecco, io ho trovato l'Appello di MZ debole sotto l'aspetto dello studio della transizione da una società usurocratica a un'altra non usurocratica (uso questi termini che forse piacciono di più...).Per portare a termine un processo di transizione non basta la bontà dell’idea in cui si crede, magari tradotta in una legge votata a maggioranza. Perché sullo sfondo resterebbero i quadri sociali organizzativi e culturali pre-esistenti. Capaci di suscitare crescenti conflitti politici, sul cui fuoco soffierebbero i “poteri forti”. Soprattutto quando sono in gioco fattori decisi come il controllo politico della moneta.
E queste cose bisogna dirle alla gente e soprattutto prevederle: ecco l'importanza di lavorare intorno a una teoria sociale e politica della transizione. Da tradurre in seguito, come alcuni ritengono, in programma politico per coloro che ci staranno. Ma questa per il momento è un’altra storia. Ripetiamo, non basta dire abbiamo ragione: “La nostra teoria è vera”, “La Storia è dalla nostra parte”. Perché il potere tende sempre a ricostituirsi: chi dice società, dice organizzazione, e chi dice organizzazione dice stratificazione sociale e soprattutto politica. E quanto più la lotta per la conquista del potere si fa dura, tanto più la libertà è a rischio. E tanto più il potere ricostituito dello Stato, grazie anche alla situazione di emergenza sociale, come mostra ad esempio l'iter delle rivoluzioni francese e russa, tende a monopolizzare tutto. Con il rischio, soprattutto per i più deboli, di passare dalla padella del privato nella brace del pubblico. Si sta meglio, si sta peggio? Mah, le guerre civili sono sempre brutte. E lunghe e feroci.
Perciò si deve prendere atto della necessità di collegare la teoria economica, ad esempio di un Auriti, a una teoria sociale e politica della transizione, capace di evitare l'inasprimento del conflitti e quelle possibili svolte autoritarie che segnano i processi rivoluzionari, o comunque di costruzione di nuove forme sociali. Come quelle rappresentate da una "società antiusurocratica”.
D'accordo, capisco pure che un Appello non possa avere la stessa "sostanza" del Capitale di Marx... E che debba rispondere a criteri di sinteticità.
Però - ecco il punto (ed è una cosa che alcuni miei interlocutori, soprattutto i più infervorati, mostrano di non capire, cercando di convincermi a tutti i costi della bontà della teoria del signoraggio, e quindi di sfondare una porta aperta: spesso da costoro mi separa il "metodo" di analisi...) - non basta, ripetiamo, che le idee siano giuste ed esposte in modo elegante e sintetico, serve una teoria sociale e politica capace di sostanziarle, cui magari far solo cenno nel documento per poi approfondirla, in altre sedi, nei termini di costruzione, scendendo dalle vette della metapolitica, di una pratica politica, frutto però di una conoscenza delle "costanti politiche e sociali". E dunque della metapolitica. E chi mi segue sul blog e in altri sedi conosce il mio impegno di approfondimento metapolitico e sociologico.
Del resto questo posso fare: il mio lavoro non è il rivoluzionario, o peggio l’arruffapopoli. E al sociologo, di e per mestiere, interessa soprattutto la ricaduta sociale delle idee (dalla metapolitica alla politica) e la connessione - semplificando - di queste idee con i quadri sociali organizzativi. E - cosa più importante - con la libertà di tutti. Il problema di questa società è certamente l'usurocrazia. Ma il problema più grande, che include il primo, per dirla con il vecchio Sorokin, è quello del sensismo, come forma di mentalità. Che a sua volta implica, valori, comportamenti e atteggiamenti. Duri da cambiare... Soprattutto in termini di regolazione e organizzazione sociali. “Roba” da sociologi appunto. E non ( o almeno non solo) da tecnici della moneta.
Insomma, la strada è in salita, e ridurre la questione solo ai suoi aspetti monetari, rischia di rendere tutto più difficile. Mi si dirà: la situazione è grave e bisogna pur cominciare da qualche parte. Certo, ma se insieme alle pance anche le teste sono vuote o non funzionano, si rischia di incappare in tempi veramente brutti. Probabilmente feroci. Buoni per i leoni e non per le pecorelle (che sono la maggioranza). E la forza bruta non è mai amica della giustizia.
Grazie per avermi seguito fin qui.
Carlo Gambescia
NOTE(*) Come i lettori abituali sanno non rispondo ai commenti incivili (pur non cancellandoli) e a quelli anonimi. Ma d'ora in poi non risponderò più neppure a quelli siglati con nickname o con il solo nome di battesimo. E' una questione di lealtà: il fatto che l'amministratore si firmi regolarmente con nome e cognome, e che dunque sia legalmente individuabile, impone che per lealtà e reciprocità di comportamento, i commentatori si assumano la stessa responsabilità di firmarsi con nome e cognome, per divenire a loro volta individuabili dal punto di vista legale. Eventualmente, se proprio indispensabile, il commento verrà inserito dall'amministratore, cioè da me, con la dicitura " firmato", preceduta dal nickname o dal nome di battesimo. Ma questa esigenza di anonimato, dovrà essere esposta e giustificata inviando una e-mail a carlogambescia@yahoo.it . Sono esclusi, da questo iter, gli "amici di Nick", già conosciuti in privato e persino nella "vita reale", e ormai da anni frequentatori di questo blog. Tutte persone civili ed educate che con i loro commenti, anche critici e comunque mai cortigiani , impreziosiscono il blog.
(**) I lettori che siano interessati alle mie riflessioni sul denaro, per una anticipazione, possono leggere qui: http://209.85.129.132/search?q=cache:zIEM_fXHXSgJ:www.metabasis.it/3/reti/articologambescia.pdf+carlo+gambescia+%2B+denaro+%2B+metabasis&hl=it&ct=clnk&cd=1&gl=it . Mentre sul signoraggio qui: http://209.85.129.132/search?q=cache:EGLLPTIFru0J:www.passarealbosco.it/index.php%3Foption%3Dcom_content%26task%3Dview%26id%3D57%26Itemid%3D21+carlo+gambescia+%2B+signoraggio&hl=it&ct=clnk&cd=18&gl=it . Infine, vincendo, come i lettori affezionati ben sanno, la mia ritrosia verso l' autopromozione, invito alla lettura di questo: http://www.tilsafe.com/libit/LDO-890-SS/Dove+va+la+politica%3F.html , oppure qui http://www.lankelot.eu/index.php/2008/12/24/gambescia-carlo-dove-va-la-politica/. Testo, dove si parla anche di signoraggio. Grazie dell'attenzione.
20 commenti:
Concordo con l'analisi di Carlo sullo zoo che gli si è scatenato contro e sulla sacrosanta questione di fondo che "spostando" l'emissione monetaria dalle Banche Centrali al governo non si faccia che peggiorare il problema.
Rilevo che all'interno della caciara generalizzata gli unici interventi degni di nota e sensati sono quelli di Lino Rossi che almeno parla con cognizione di causa, individuando correttamente (sotto il profilo della politica monetaria) il grosso problema della riserva obbligatoria troppo bassa, mentre ho qualche dubbio sulla questione dell'ampliamento della base monetaria, esperimento gia' tentato con scarsi risultati.
Aggiungerei peraltro la assoluta necessità di regolamentazione del mercato dei derivati OTC, con non solo una classificazione rigorosa dei medesimi ma con l'obbligo di considerare come esposizione non la quota di apertura della posizione ma l'intero ammontare del teorico di esposizione massima. Idem sui futures. Oltre ovviamente a ripristinare lo Steagall e Glass act sulla suddivisione della tipologia di investitori.
In quanto a tutto il resto della canea, a parte i toni da frustrati della mutua, trattasi semplicemente di fregnacce di chi non ha nemmeno la piu' pallida idea di che cosa si parla. Sorvoliamo.
C'è propaganda e propaganda. Il "Manifesto del Partito Comunista" di Marx ed Engels era un libercolo di propaganda, ma si trattava di propaganda ad altissimo livello, tant'è vero che ancora oggi si legge. Questi manifesti sul Signoraggio con relative proposte hanno la velleità di risolvere in una paginetta situazioni complicatissime, e finiscano per avere la consistenza di taluni "manifesti" e appelli di "intellettuali di sinistra" o di cattolici progressisti che erano molto in voga nei decenni passati (ma se ne vedono ancora).
Il buon Giacinto Auriti passava ore e ore a spiegare il problema del Signoraggio dagli studi di oscure tv locali abruzzesi, non credendo certo di poter liquidare il problema in poche righe.
Inoltre, se mi è concesso, cerco di spiegare in qualche riga la questione ventilata dallo zoo degli ossessionati del signoraggio sull'azzeramento del debito da parte dello Stato.
L'azzeramento del debito, è ipotesi ampiamente contemplata, e chiamasi "default", che esso sia per impossibilità di ripagare il debito o per precisa volonta di non restituirlo.
Ora analizziamo nel dettaglio che cosa succede a fronte di un'ipotesi di questo tipo.
Il debito pubblico italiano (BOT e titoli di stato) è costituito da un 60% di investitori esteri e da un 40% italiani. Quindi l'immediata conseguenza è che tutti i milioni di vecchiette e/o famiglie che hanno messo i loro soldi sui BOT o CCT vedrebbero immediatamente azzerati i loro risparmi. Ma facciamo conto che siano complici dei terribili usurocrati di Bruxelles, quindi passiamo avanti e vediamo il resto.
Un'altra cosa che lo zoo ignora è che il debito anche a fronte di default non viene "azzerato" ma semplicemente congelato. E normalmente (vedasi Argentina et similia) viene ricontrattato negli anni successivi "scontato" di una percentuale diciamo del 60%.
Le conseguenze pero' non si fermano qui. A fronte del default, verremmo immediatamente (ed ovviamente) estromessi dall'Euro, con una conseguenza indesiderata che BEN POCHI considerano. Ovvero il debito PRIVATO.
Bene, ognuno di voi che ha contratto un mutuo qualunque o un prestito, lo ha contratto in Euro. Beh l'immediata conseguenza dell'uscita dall'area Euro è un deprezzamento della nuova moneta locale (Lira? Fiorino?) di almeno il 35% per essere buoni.
Ora, in tutti i contratti di mutuo o prestito il rischio di cambio e' a TOTALE carico dello stipulante.
Quindi il debito fatto, VA RESTITUITO IN EURO, e si incrementa di colpo del 35% con poi la successiva inflazione successiva.
Qualcuno pensa seriamente che gli stipendi con la nuova moneta si incrementino improvviamente del 35 - 40% ? ma che non mi facciano ridere.
Quindi la situazione finale che si configura è uno stato che effettivamente ha circa il 50% - 60% del debito proprio in meno, ma TUTTA la popolazione con le pezze la culo. Che si vede azzerati i risparmi PRIVATI e incrementati mostruosamente i debiti PRIVATI.
Che grande risultato per questi "tutori del poppolo" che si riempono la bocca di roboanti dichiarazioni e proclami senza avere la piu' pallida idea di quali terrificanti danni siano in grado di commettere con le loro teorie da gallinacei.
Che dicono i gallinacei? Nazionalizziamo anche tutte le banche private e azzeriamo anche il debito privato? E su quali basi?
E con quali soldi?
Certo che non invidio Carlo e la sua pazienza con questi individui....
Grazie "Luca and Luca" della ragionata solidarietà.
Staremo a vedere.
Mi dispiace Gambescia, ma lei dimostra poco equilibrio nel dispensare tributi di "ragionata solidarietà" a dei poco educati commentatori in suo favore, lamentandosi poi dell'inciviltà di qualche (minoritario) intervento contrario. Mi ero riservato di confutare tecnicamente i suoi cinque punti alla fine di questo dibattito, ma mi viene difficile partecipare ad forum nel quale i suoi simpatici Luca e Lucas chiamano i teorici della creazione della moneta senza debito, trai quali ci sono anche io, zoo e gallinacei. Non sarà inutile dirle che le teorie di Lucas e Luca, crederà alla nostra buona fede, sono, dal nostro punto di vista, facilmente smentibili con numeri e dati incontrovertibili. Una cosa credo che nessuno potrà negare: questa teoria viene dall'opera di Ezra Pound e Giacinto Auriti, che ho personalmente sentito molte volte porre la questione negli stessi termini in cui la poniamo noi. Chissà se i suoi cortesi commentatori considerano zoo e gallinacei anche loro, o vogliono riservare questa simpatia solo a noi poveri discepoli che non hanno capito niente.
Saluti ed alla prossima occasione di confronto intellettuale.
Marco Francesco De Marco Movimento Zero
Caro De Marco,
Se si è sentito offeso (ma non credo che Luca and Luca si riferissero alla sua persona, in particolare, e più avanti capirà perché), la prego di accettare le mie scuse come amministratore di questo blog. In futuro vigilerò con maggiore attenzione.
Ma aggiungo che ho commmesso una mancanza ancora più grossa, quella di lasciare che i commentatori, sul mio blog, usassero, la logica dei concetti collettivi, all'insegna dei noi contro loro e viceversa. Che poi induce a reazioni altrettanto collettivistiche come la sua (come quando dice "tra i quali ci sono anche io"), e così via, procedendo per "schiaffoni" collettivistici, dall'una e dall'altra parte.
Il punto è che mentre in politica c'è il nemico collettivo (insomma prevale il gruppo nei termini di una logica funzionale di massimo risultato con il minimo sforzo; del risparmio se vuole, almeno in linea teorica), nel dibattito intellettuale (se vuole metapolitico), invece dovrebbe - attenzione dovrebbe - prevalere il confronto leale con il singolo avversario, portatore di libere idee e non di "costrittivi" fucili di "gruppo". E soprattutto all'interno di una logica estranea al principio del minimo sforzo e del risparmio, ma segnata dal dono individuale delle idee. E non dalle fucilate collettive.
Il che non è facile. Ma perché non tentare? O comunque perché non considerare lealmente la logica del dono individuale delle idee come un principio regolativo del dibattito intellettuale?
Anche perché l'uso della logica della collettivizzazione dei concetti, indica purtroppo che all'interno dello schieramento intellettuale, per semplificare, dei nemici del "pensiero unico" (insomma, noi tutti) stanno prevalendo logiche politiche amico-nemico(-collettivo). Il che non depone a favore del libero dibattito intellettuale (pre-politico, se vuole metapolitico) e facilita l'opera dei seguaci del "pensiero unico" che così possono fruire delle divisioni "politiche" interne al campo avversario.
Spero di essere stato chiaro.
Inoltre, ripeto, per quel che mi riguarda, non è in discussione la qualità teorica o meno delle critiche sul signoraggio, eccetera, ma come articolarle e tradurle socialmente e politicamente.
Quanto alla natura "minoritaria", degli insulti da me ricevuti, preferisco sorvolare, non mi piace entrare in inutili polemiche. Di una cosa sono però sicuro: non credo che riceverò mai le scuse da parte di chi mi ha insultato.
Comunque le ribadisco che vigilerò perché sul mio blog nessuno dei commentatori usi espressioni offensive di alcun tipo.
E mi creda, quel che cerco di fare sulla Rete, al di là dei contenuti discussi, è soprattutto opera di civilizzazione del dibattito intellettuale. In questo senso, se mi passa l'espressione, mi sento un po' missionario...
Ricambio i saluti e a presto,
Carlo G.
Visto che sono chiamato in causa preciso alcune cose.
Caro De Marco, ho apprezzato il suo equilibrato intervento sia qui che nei post precedenti, e vorrei scindere la questione del signoraggio dalla questione della moneta-debito, sono due piani ben differenti.
Conosco le teorie di De Simone, che Carlo ben conosce avendolo intervistato (ben piu' precise, teorizzate e dettagliate di quelle di Auriti) su monete di credito e non di debito e le ritengo difficilmente attuabili in quanto sistemiche e realizzabili solo in uno scenario all'interno del quale la moneta-debito diciamo "concorrente" risultasse per condizioni strutturali dettate dallo Stato sfavorevole all'emittente, cosa ben difficile.
Cio' non toglie che siano teorie interessanti e sulle quali si puo' discutere. Purtroppo invece, sul signoraggio vige invece la piu' completa demagogia e confusione al riguardo. Sia sulla definizione del medesimo, che nell'interpretazione che se ne da'. ivi compresi molti che sinceramente credono di aver trovato la pietra filosofale e di aver capito tutto il grande "gomblotto pippoplutogiudaico". Non sara il suo caso, mi creda, ma è frequentissimo, e la caciara di ieri lo dimostra appieno.
Inoltre se ritiene che io qui abbia detto qualche inesattezza, basta portare dati e dimostrarlo.
Perche' è semplice lamentarsi degli altri, ma magari è un pelino piu' difficile dimostrare che hanno torto.
Questo senza alcuna polemica :)
In altri termini, le faccio un esempio. La struttura sociale attuale, con i suoi componenti sia economici che sociali sono paragonabili ad un ecosistema. Inquinato, pieno di veleni, e attualmente squilibrato. Il problema sta nella differenza che esiste tra analizzare un ecosistema (es. un acquario) e trovare delle soluzioni per permettere allo stesso di perpetuarsi in maniera equilibrata o trasformare il medesimo acquario in una zuppa di pesce. C'è una discreta differenza.
Caro Loi, preciso a quali inesattezze faccio riferimento. Lei risponde non so a chi quando spiega che sarebbe difficile se non impossibile l'azzeramento del debito pubblico. Ora va precisato che nel nostro Appello non si fa riferimento ad un azzeramento del debito: anzi la questione non viene neanche sfiorata. Si dice una cosa completamente diversa e cioè che l'emissione monetaria a pagamento, e gli interessi passivi che si sono cumulati nel tempo, hanno portato il debito pubblico ai 1500 miliardi attuali. Come vede sono due cose diverse.
Il fine del nostro Appello era quello di evidenziare la filiera del debito, che nasce appunto dall'acquisizione costosa da parte dello Stato del danaro, sia fisico che virtuale. Sull'entità del debito causato dal Signoraggio si fanno discussioni bizantine. Se questo corrisponda all'attuale debito pubblico o ne rappresenti solo la metà o un quarto, è poco influente sotto il profilo del principio. Nessuna oligarchia finanziaria, senza delega o rappresentanza popolare, può pretendere di vendere un bene virtuale ad uno Stato, che è espressione collettiva di autorità e legittimità, anche quando non condivisa da tutti, come giustamente teorizzava Carl Schmitt. La questione della subalternità delle istituzioni politiche a quelle finanziarie, che ne annullano ogni legittimità e fanno apparire la parola democrazia nient'altro che la rappresentazione tragica di un teatro di specchi ed illusioni, può essere affrontata, ma direi meglio, stimolata, anche dalla maggior diffusione del tema Signoraggio, che converrà è sconosciuto alla gran parte della popolazione.
Se su questo principio si concorda, tutti gli altri aspetti, tecnico-economici e "sociologici" come li chiama Carlo Gambescia, si possono affrontare con più calma, senza rivendicare patenti di perfezione tecnica. Noi di MZ ragioniamo in un ottica rivoluzionaria. Speriamo che le consapevolezze riscaldino gli animi e portino in breve a forme di ribellione individuale ed interiore, oltre che collettiva. Il Signoraggio, così come altre verità negate, costituiscono per noi la base di un'azione metapolitica volta alla formazione di quelle elite necessarie a ritmare e condurre alla vittoria un'idea del mondo più umana, più elevata, più profonda, antica nei principi ed attuale nella manifestazione, di questo mondo usurocratico, consumista ed ecodistruttore. Solo all'interno di questo quadro il Signoraggio ha per noi una valenza. Spero di aver aggiunto qualche elemento di chiarezza. Cordialmente.
Marco Francesco De Marco
Personalmente non ho mai e poi mai usato le parole "zoo" e "gallinacei", pertanto immagino che il De Marco si riferisse ad un'altra persona. Anche perché io non ho svolto nessuna confutazione sistematica, mi sono limitato ad alcune osservazioni episodiche, che sono pronto a sottoscrivere. Grazie.
Luca Ceccarelli
Caro De Marco, chiariti questi termini direi che possiamo discuterne in maniera costruttiva.
I problema della "filiera del debito" come lei la chiama sono evidenti, ma il problema è che questo appello (come giustamente evidenzia Carlo) vorrebbe spostare la gestione della politica monetaria all'interlo della parte piu' deteriorata del sistema, alias quella politica. Si puo' anche ritenere che i titoli onerosi (cioè ad interesse) portati a compensazione dell'emissione monetaria siano di per sè stessi ingiusti, ma non vedo quali altri riferimenti di garanzia potrebbe portare uno Stato. D'altra parte se analizza i bilanci della banca d'Italia o dele banche centrali si accorgera' che gli "utili" (se cosi' possiamo chiamarli) della medesima non vanno affatto ai privati, come evocato piu' volte, se non in parte infinitesima, ma la maggior parte alle riserve della stessa e che la medesima è un istituto di diritto pubblico e non una spa, e la gestione della stessa non è minimamente influenzata dai "partecipanti" al board (e non azionisti), come invece fatto sottintendere piu' volte.
E non si puo' ritenere fattivamente che il debito pubblico sia generato da questo punto e non da politiche scellerate sotto il profilo della spesa pubblica piu' simili al sacco dei lanzichenecchi che a qualcosa di sensato (vedasi Craxi e similia, nonche' anche adesso).
Ma tornando al punto centrale, delegare alla struttura politica la gestione monetaria è un errore fatale, che ha SEMPRE storicamente portato a disastri ancora peggiori di quelli che vediamo a tutt'oggi.
Se penso solo ad un Brunetta che decide le politiche monetarie mi vorrei suicidare.
Oltretutto penso che sia chiaro che lo scenario delle revoca della delega alla BCE della competenza monetaria porta inevitabilmente allo scenario da me' descritto nel post precedente, quindi torniamo a bamba su quanto descritto.
Io, mi creda, non ho nulla contro persino alla prospettiva rivoluzionaria, che ritengo persino giustificata, ma sempre se si riesce ad identificare gli obiettivi giusti. La BCE o la Banca d'Italia avranno diecimila problemi e difetti, ma il problema piu' grosso in Italia è rappresentato dall'inquietante e terrificante (oltre che ridicolo) scenario rappresentato dalla "politica" attuale. E la relazione di subalternità o servitù che si lamenta esistere nella politica attuale nei confronti di non ben identificati burattinai, esiste si, ma è "endogena" alla politica e risponde ad interessi si privatissimi, ma ben poco qualificabili (ad esempio) nel board della BCE sotto il profilo funzionale. Basti pensare che tutte le "operazioni" piu' o meno indirizzate a favore di multinazionali X o Y da parte di vari organismi, dalla TABD o ai vari Bildelberg o similari fanno capo al Consiglio Europeo o ai vari organismi dell'Unione Europea o ai governi e parlamenti singoli e non alle Banche centrali, del quale operato non gliene frega praticamente nulla. State sbagliando semplicemente l'obiettivo.
Che poi sussista una discrepanza tra quelle che sono le filosofie seguite dalla BCE e quelle che potrebbero essere piu' coerenti e congruenti in Italia, è un conto, determinato dal fatto che in Italia abbiamo strutture economiche diverse e filosofie differenti anche di impresa, rispetto a quelle europee, ma è un altro problema.
Altro problema e punto questo si' dolentissimo è causato dalla effettiva mancanza di vigilanza da parte delle Banche centrali nei confronti dei partecipanti al sistema bancario. Li' si' che si dovrebbe puntare il dito del j'accuse.
La ribellione è sensata e sacrosanta se si capisce esattamente dove sta il problema e si propongono correttivi radicali quanto si vuole, ma funzionanti e sensati.
Saluto cordialmente. :)
No, non ci siamo. Mi permetto di intervenire .
Caro De Marco, il nodo della questione è che sul piano politico e sociologico, non si può essere rivoluzionari e democratici al tempo stesso. Il che è amaro, ma è così. Mai confondere l'essere con il dover essere sociale. La rivoluzione è il trionfo della logica militare dell' dell’organizzazione: e dove c’è organizzazione (ancora peggio se militarizzata) c’è burocrazia, e dove c’è burocrazia, c’è oligarchia, come insegnava il vecchio Michels. I soldati, implicano gli ufficali e i generali.
Mentre su quello intellettuale il discorso è diverso. E qui sembra che nessuno mi legga... E la cosa è piuttosto seccante. Ma questa per ora è un’altra storia
Tuttavia se ci si dichiara rivoluzionari a tutto tondo (politici e culturali), come sembra fare lei, bisogna tenere presente due questioni. E mi spiego.
Prima questione. La rivoluzione politica, in senso moderno, implica organizzazione e partito di professionisti, logica (militare) amico-nemico; mentre in senso politico-culturale, gramsciano, come lei sembra intenderla, implica la conquista dell'egemonia culturale e la inevitabile accettazione della logica amico-nemico sul piano della cultura e - rieccolo - un partito-principe, o comunque un referente politico, che in quanto rivoluzionario, non può non applicare lo logica (militarizzata) amico-nemico. A quel punto di democratico rimane poco. Resta solo ripetiamo una sociologicamente obbligata militarizzazione della cultura che, ripetiamo, con la democrazia non c'entra nulla: perché mette gli uni contro gli altri armati… Veda quello che in piccolo è successo nei vari Forum.
Ora, seconda questione (Gramsci direbbe "quistione"), il problema per chiunque si dichiari rivoluzionario, come lei, è quello, se si vuole essere coerenti, di raccordare cultura e politica sul piano concreto dell'azione. Visto che lo scopo di ogni rivoluzionario è conquistare potere (certo per gli altri, per il bene dell'umanità, eccetera...).
Ma quale "forma politica" concreta scegliere, visto che si vogliono mettere insieme le persone e formare le élite (tra l'altro due cose, non sociologicamente sempre complementari)? Quella della fondazione culturale e politica? Quella del partito, quello del movimento? (tenendo presente che ogni movimento, se non vuole regredire a setta, deve trasformarsi in istituzione). O,puntare sull'attività pubblicistica, e basta, sperando di mettere insieme gente? Fermo restando che poi alla gente "messa insieme" si deve dare una forma partito? Una forma Movimento-istituzione? Una forma Fondazione?
Quindi parlare di questioni tecniche-monetarie, prima di avere deciso, come rivoluzionari che fare da grandi, significa mettere il carro davanti ai buoi (altro che problemi sociologici secondari…).
A meno che, non si intenda sfruttare la questione della moneta come idea-forza, per guadagnare consenso. Ma poi il consenso va strutturato. Perché la logica militare, che si è scelta, impone risposte adeguate. Come dire adeguarsi alla lotta politica rivoluzionaria o sparire.
Il che però ci riporta a quel che, come dicevo prima, MZ che cosa vuole fare da grande?
Ecco perché io ho l'impressione - ripeto è una opinione personale - che MZ con questo appello abbia fatto - almeno per ora - il passo più lungo della gamba. Con il rischio di scatenare aspettative senza però avere le capacità, almeno per ora, strutturali di soddisfarle.
Il che implica tre rischi associati e funzionali, gli uni agli altri: o un giro di vite organizzativo e/o una esasperazione ideologica. O infine una frammentazione, qualora il leader carismatico, dimostrasse scarsi doti politiche. Alla quale i fedelissimi, potrebbero rispondere con un ulteriore giro di vite e un conseguente accentramento, un'altra overdose organizzativa.
In genere i movimenti rivoluzionari, se non riescono a trasformarsi in istituzione (forma partito ad esempio), tendo a regredire a livello di setta, dando il via, secondo un ritmo a spirale, ad altre sotto-sette, giri di vite organizzativi, eccetera.
Però, a questo punto del dibattito, mi dolgo - pur apprezzando le sue doti intellettuali e quelle di Mannino - che non si siano levate altre voci. Non dico l'artiglieria pesante - non sia mai, seppure ci conosciamo - ma altri amici come Valerio e Federico che fine hanno fatto?
Caro Gambescia, premetto che io, a sua differenza, non ricerco la compatibilità tra quello che faccio e penso e la sociologia. Mi perdonerà, ma io alle scienze profane di derivazione illuministica non concedo rilevanza alcuna, anche se forse lei penserà che le radici della sociologia risalgono a Platone ed Aristotele. Ho altri metodi di comprensione ed analisi della realtà, ispirati a visioni del mondo lontane dalla cultura ufficiale e dominante. Ma non è questo il punto e non mi dilungo, altrimenti potremmo scriverci per ore e giorni. Le sue deduzioni sono precise e condivisibili, ma il tutto è troppo freddo e schematico, e sopra tutto sembra che tra le varie ipotesi quelle positive e di vittoria non siano contemplate. Ma capisco bene che gli orizzonti laici e sociologici siano questi. Altre sono le motivazioni di uomini di segno diverso. Questa civiltà è al suo capolinea, e solo quando qualcuno saprà "immaginarne" una diversa, essa perirà e scomparirà con il suo carrozzone di cianfrusaglie inutili ed ipocrite, tipo la democrazia ed altre favolette per bambini. Le riconosco alcune intuizioni: io non sono affatto democratico e quindi non ho nessuna difficoltà a scegliere fra rivoluzione e democrazia. La battaglia sul Signoraggio ha carattere ben riassumibile nel concetto di idea-forza, e quindi come lei a questo punto ha capito, i tecnicismi ed i dopo rivoluzione sono inutili, almeno in questa fase. Capisco che lei amerebbe discutere di questo con Massimo Fini, ma saprà che il mezzo telematico non gli è familiare e che ad oggi nessuno ha incrociato la spada con lui, intellettualmente parlando, via internet. Si deve accontentare di scambiare opinioni con Alessio Mannino e me, ma le posso assicurare che, nel nostro piccolo, non dico che siamo artiglieria pesante anche noi, per carità, ma possiamo certamente essere portavoci di idee condivise, anche da Massimo Fini e Valerio Lomonaco. Spero apprezzi un pò di leggerezza: noi rudi guerrieri rivoluzionari la amiamo come riempitivo tra una battaglia e l'altra. A presto e con cordialità.
Marco Francesco De Marco
Non commento neanche, non ne vale la pena.
E io invece rispetto la sua "rudezza "guerriera". E direi, anche lealtà: perché ci siamo capiti benissimo. E a fronte alta.
Mi limito solo a ricordarle, che la "croce" della rivoluzione, come quella dei cristiani - i quali vinsero, vede la possibilità di vittoria esiste ;-) -, una volta abbracciata la si deve trascinare fino in fondo.
Ricambio i saluti cordiali,
Carlo G.
Grazie delle belle parole, le fanno onore. Conosco il destino delle scelte totali, e la dimensione del sacrificio che lei ha evocato è terribile e difficile da sostenere, ma ad un certo punto della propria vita non è più possibile tornare indietro. A presto. Marco
La cosa buffissima peraltro è che la netta separazione (alias incompatibilità di incarichi e indipendenza) tra la Banca Centrale (alias Banca d'Italia) e la politica fu sancita nel 1936 dalla Legge fascista n.75 di Beneduce - Menichella, che a tutt'oggi costituisce l'ossatura della struttura istituzionale della BCI. Per converso, il primo regime che invece istituzionalizzo' la politica monetaria all'interno dello stato fu il regime sovietico.
Come si suol dire, le beffe del destino.
E tiene presente che Beneduce era di formazione nittiana. Diciamo. un liberale intervistica, con una notevole formazione di tipo statistico alle spalle.
E Menichella, in certo senso liberale ortodosso, o comunque meno intervista di Beneduce, lasciava fare... ;-)
Sulla rivoluzione sovietica. E sullo stupore, per alcuni candore, dei bolscevichi, nel 1918, alle prese con i problemi (pratici) monetari, ci sono delle belle pagine nelle "Cronache rivoluzionarie" del Suchanov (Editori Riuniti). E così, per forza maggiore, dall'idea di aboilire il denaro passarono all'istituzione di una politica monetaria ferrea, passando durante la guerra civile, per l'esperienza del baratto e dello scanbio di servizi. Una forma di decrescita ante litteram ;-)
Anche qui, come si suol dire, le beffe el destino...
Caro Carlo, sia pure in ritardo sono ben lieto di aggiungermi al dibattito che si è innescato a partire dal tuo annuncio di non voler firmare il manifesto di Movimento Zero. L’aspetto che più mi interessa, però, non è contenuto nel tuo scritto iniziale, ma nella risposta che hai dato a uno dei commenti (a proposito, ed en passant: il tono sommario, e addirittura il turpiloquio, di alcuni post rende giustissima la tua decisione di pubblicare solo chi si firma con nome e cognome; ma non per ragioni legali: solo perché questo impone la correttezza e la lealtà, con buona pace della pessima abitudine Internet di abusare dei nickname). Tu scrivi: “Il problema che a me interessa, non è quello della teoria del signoraggio (come per qualsiasi altra teoria economica) ma di come tradurre politicamente e socialmente la sua lezione. Possibilmente in modo indolore e rispettoso delle libertà di tutti. Ad esempio lei crede che i "poteri forti, rimarrebbero buoni davanti alla conquista del Nuovo Palazzo d'Inverno della Banca d'Italia da parte del popolo? Io credo di no.”
Porre il problema del cambiamento – o della “transizione”, come la definisci altrove – è sacrosanto. Mentre non lo è, a mio giudizio, porre come requisito essenziale, o anche solo come auspicio, che tale processo si realizzi “in modo indolore e rispettoso delle libertà di tutti”.
Proprio perché i “poteri forti” non hanno nessuna intenzione di rimanere “buoni davanti alla conquista del Nuovo Palazzo d'Inverno della Banca d'Italia da parte del popolo”, il problema deve essere affrontato nei termini dell’aut-aut. Non siamo nel territorio del riformismo. Siamo in quello della rivoluzione. Che poi si tratti di una rivoluzione in senso innanzitutto culturale, ovverosia mirata a una revisione dei valori e dei comportamenti sia individuali che collettivi, non c’è dubbio. Ma questo non cambia la sostanza: o prima o dopo si addiverrà fatalmente a uno scontro, nel quale ciascuna delle due parti dovrà combattere con tutte le armi di cui dispone.
In questo senso, e torno al manifesto di Movimento Zero (o meglio: ai motivi che lo hanno ispirato), è essenziale che innanzitutto si chiarisca la natura del dissidio. Ovverosia il fatto che i suddetti “poteri forti” si trovano, in termini tanto sostanziali quanto definitivi, in antitesi con gli interessi della popolazione nel suo complesso. I vertici dell’economia e della finanza, in altre parole, non sono costituiti da bravi e operosi concittadini che credono di agire per il meglio e che, tutt’al più, finiscono col farsi prendere un po’ la mano dal desiderio di profitto. Al contrario: si tratta di persone che in nome del proprio predominio, individuale e di gruppo, sono disposte, e anzi determinate, a compiere qualsiasi sopruso ai danni del resto della popolazione. Ed è quasi superfluo, naturalmente, sottolineare che il criterio di giudizio da adottare nei loro confronti non è quello della mera legalità o, ancora peggio, della mancanza di condanne giudiziarie. Basti pensare, per restare in Italia, alla depenalizzazione del falso in bilancio e di altri reati societari.
Stando così le cose, non si può certo rinunciare a prospettare scenari alternativi a quello attuale – a cominciare dalla gestione delle banche centrali – solo perché nelle ipotesi che si avanzano sono insiti dei rischi più o meno elevati. Come è stato detto chissà quante volte, e nei contesti più svariati, “c’è sempre un modo sbagliato di fare le cose giuste”. Eppure, bisogna aggiungere, esse rimangono giuste. Certamente nessuno può garantire che la sostituzione del potere economico con un potere politico assicurerebbe migliori risultati – e nemmeno, ahinoi, maggiore moralità. Ma basta questo a cancellare l’aspirazione a un cambiamento? Io credo di no. Credo, invece, che l’azione politica presupponga per prima cosa un’assunzione di responsabilità. Non soltanto intellettuale ma anche pratica. Dove lo studioso può (e per certi versi deve) fermarsi alla disamina dei sistemi esistenti ed evidenziarne la complessità, il politico ha sì l’obbligo di osservare attentamente gli ostacoli che si frappongono sul suo cammino, ma solo ai fini di una loro rimozione.
L’azione metapolitica, dunque, non dovrebbe esaurirsi in una pur accurata, e importante, opera di messa a fuoco teorica, ma utilizzare il proprio lavoro di comprensione della realtà (o vogliamo dire dello statu quo?) per dotare l’azione politica di strumenti più efficaci. Sospendere il giudizio all’infinito, e astenersi da qualsiasi iniziativa finalizzata a scuotere i popoli occidentali dal loro torpore, è discutibile anche in condizioni normali. Ma nella situazione attuale, con una crisi che è già gravissima e che appare sempre più prossima al punto di non ritorno, diventa semplicemente inaccettabile.
Caro Federico,
Innanzitutto, un abbraccio, come si usa tra noi da lunga e bella consuetudine.
Capisco perfettamente - anche perché conosco da tempo - il tuo vigoroso e leale realismo guerriero.
Purtroppo, pur non negando le aspirazioni al cambiamento, giuste e necessarie, sono un'analista, e non un militante (non lo sono mai stato, come tu ben sai), perciò non posso non indicare le motivazioni sociologiche e politologiche che potrebbero impedire alle aspirazioni di retrocedere nella serie B delle velleità, se mi passi l'arruffata metafora calcistica.
Tu dici, citandomi:
“Porre il problema del cambiamento – o della ‘transizione’, come la definisci altrove – è sacrosanto. Mentre non lo è, a mio giudizio, porre come requisito essenziale, o anche solo come auspicio, che tale processo si realizzi ‘in modo indolore e rispettoso delle libertà di tutti’ ”.
Federico, se si vuole restare all’interno della democrazia moderna è così: non è un requisito che fisso io.
E dopo aggiungi, sempre citandomi:
“Proprio perché i ‘poteri forti’ non hanno nessuna intenzione di rimanere ‘buoni davanti alla conquista del Nuovo Palazzo d'Inverno della Banca d'Italia da parte del popolo’, il problema deve essere affrontato nei termini dell’aut-aut. Non siamo nel territorio del riformismo. Siamo in quello della rivoluzione. Che poi si tratti di una rivoluzione in senso innanzitutto culturale, ovverosia mirata a una revisione dei valori e dei comportamenti sia individuali che collettivi, non c’è dubbio. Ma questo non cambia la sostanza: o prima o dopo si addiverrà fatalmente a uno scontro, nel quale ciascuna delle due parti dovrà combattere con tutte le armi di cui dispone”.
Giusto Federico. Ma se si accetta la logica rivoluzionaria (vedi la mia seconda risposta a De Marco), allora non si può neppure parlare di futura democrazia, ma solo di “qualche cosa che verrà dopo” e che voi, scusami la franchezza come gruppo MZ, almeno a mio giudizio, ancora non sapete dove stia di casa, ovviamente se si ammette - ed io lo ammetto - il fatto che siete in assoluta buona fede.
E questa incertezza sul “dopo” mi preoccupa. Come sociologo e come amico della democrazia.
Di qui il mio montare e rismontare la scatola sociologica di MZ, a cominciare dall’Appello, per capirci qualcosa di più. E magari per darvi un mano a “ritrovarvi” quanto meno sociologicamente: nel senso del saggio studioso weberiano che dice ai politici: “Volete questo, allora fate questo”; Volete quest’altro, allora fate quest’altro: “Non volete questo, allora non fate questo”, eccetera.
Ma, caro Federico, se tu mi rispondi come De Marco, sfoderando lo sciabolone, io posso anche apprezzare la tua lealtà guerriera, ma non posso non ricordarti, che hai scelto la strada più dura e pericolosa, anche dallo stesso punto di vista rivoluzionario: i bolscevichi, ad esempio, avevano un’idea regolativa di società (giusta, sbagliata qui non importa…), MZ, stando all’Appello, deve fare ancora molta strada. Mi auguro che riesca a farla. Con tutto il cuore. Per quanto mi riguarda sono qui per darvi una mano. Ammesso che ancora vogliate in mezzo ai piedi uno zio rompi…
Un forte abbraccio,
Carlo
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